Archivio | marzo 8, 2011

ITALIANI A RISCHIO – Pigri, depressi, senza soldi per i denti, boom di antidepressivi e droga. E i camici bianchi ora temono di sparire: “Soffriamo troppo “

08/03/2011 – IL RAPPORTO OSSERVASALUTE PRESENTATO ALLA CATTOLICA DI ROMA

Pigri, depressi, senza soldi per i denti
L’Sos dei medici: “Italiani a rischio”

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La crisi picchia anche sulle cure. Meno attenzione agli alimenti, boom di antidepressivi e droga. E i camici bianchi ora temono di sparire: “Soffriamo troppo “

Secondo il rapporto Osservasalute solo tra i medici nel 2015
ci saranno 60mila pensionati che non potranno essere sostituiti 

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ROMA – La crisi incalza gli italiani che tagliano dove non si dovrebbe, sull’alimentazione, sullo sport e sulle cure, in particolare quelle odontoiatriche. In sostanza, si taglia sulla salute. Uno su 10 non va dal dentista anche se occorre, l’alimentazione viene dirottata verso cibi non salutari e la sedentarietà, il fumo e l’alcol fanno il resto. I cittadini, insomma non «stanno tutti bene».

È il ritratto del Paese, descritto nell’ottava edizione del rapporto Osservasalute 2010, presentata all’università Cattolica di Roma, dal quale emerge che è aumentato in tutte le regioni il numero di quelli obesi e in sovrappeso, compresi i bambini e, indicatore eclatante, negli ultimi cinque anni l’aspettativa di vita ha subito una frenata: solo 3 mesi in più per le donne e 7 mesi per gli uomini.

Il rapporto non fa mistero del fatto che lo stato di salute generale si sta sgretolando sotto i colpi delle cattive abitudini, adottate a volte per necessità ma anche «per il deteriorarsi, soprattutto al Sud, di interventi adeguati e investimenti nella prevenzione», come sottolinea Walter Ricciardi, direttore dell’Istituto di Igiene della Facoltà di Medicina e Chirurgia della Cattolica. Più volte Ricciardi ha posto l’accento sul gradiente Nord-Sud aggravato dal federalismo «che in sanità esiste dal 2001» e per il quale «le regioni deboli rischiano di essere travolte e la sanità puòessere l’elemento dirompente».

Tra individui in sovrappeso e obesi, in Italia, il 45,4% della popolazione, una percentuale prossima a 1 su 2, ha un pessimo rapporto con la bilancia e, in prospettiva, anche con il proprio stato di salute. E non sono esenti dai problemi di peso neanche i bambini: il 34% è grasso.

Dal punto di vista economico, la spesa sanitaria pubblica continua a crescere, così come quella procapite (+1,91%) mentre diminuisce gradualmente il disavanzo, oggi fermo a 3,26 miliardi di euro, il valore più basso dal 2004. Ma permane una «divaricazione destinata ad aumentare», al punto che «c’è un gap per l’aspettativa di vita di 4 anni tra il Nord e il Sud» ed esistono paradossi come quello della mortalità neonatale: «in Friuli è la più bassa al mondo, in alcune regioni del Sud – prosegue Ricciardi – si avvicina a quella della Tunisia». La crisi economica incide anche sulle condizioni di vita e, secondo Ricciardi, questo spiega anche l’aumento del consumo dei farmaci antidepressivi, soprattutto tra le donne nel Centro-Sud e di cocaina, in gran parte tra i giovani.

Le donne e gli anziani sono il segmento più fragile. Le prime non pensano alla prevenzione, con un tasso di screening mammografico fermo al 62% e poi emulano le cattive abitudini un tempo appannaggio dei maschi, come fumo e alcol. Sono aumentate le donne tra i 19 e i 64 anni con consumi a rischio, dall’1,6% nel 2006 al 4,9% nel 2008 e tra gli ex fumatori, i maschi sono il 39% e solo il 16% sono donne.

L’altro ramo fragile sono gli anziani, sempre più numerosi, il 20% degli italiani ha più di 65 anni e 1 su 4 di loro vive da solo, anche in questo caso si tratta soprattutto di donne.

La popolazione è quasi ferma, cresce solo grazie all’ingresso degli immigrati e il registrato aumento della fecondità, per la gran parte lo si deve alle donne straniere. Le italiane fanno più figli solo al Nord. Il record per il maggior numero di nascite, secondo i dati, se lo è aggiudicato la Provincia Autonoma di Bolzano.

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fonte:  http://www3.lastampa.it/cronache/sezioni/articolo/lstp/392319/

ROMA, MANOVRA TRUFFA – Svendopoli, il mistero delle aste deserte: Case invendute, lista fantasma sul web

Svendopoli, il mistero delle aste deserte
Case invendute, lista fantasma sul web

Dubbi e interrogativi sui criteri di vendita degli immobili comunali. La Procura indaga per abuso d’ufficio

Eppure, era qui.. – fonte immagine

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di Davide Desario
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ROMA – L’elenco degli immobili del Comune di Roma che, a seguito della cartolarizzazione avvenuta tra il 2001 e il 2007, non erano stati venduti all’asta era possibile consultarlo soltanto sul sito internet della società capitolina Risorse per Roma. Nemmeno su quello ufficiale del Campidoglio. Altro che evidenza pubblica. Altro che trasparenza. Quell’elenco è stato quasi invisibile. Una lista fantasma. E così alla trattativa privata che avrebbe dovuto garantire al Comune di Roma il maggior numero di partecipanti possibile in maniera tale da ottenere dalla vendita il massimo beneficio per le casse comunali molto probabilmente hanno preso parte meno persone di quante potessero essere realmente interessate. Con quali criteri è stato deciso questo modus operandi? C’era una commissione aggiudicatrice? E chi ne faceva parte? Ecco la ricostruzione.

L’iter. La procedura di vendita degli immobili scattata nel 2001 quando sindaco di Roma era Walter Veltroni. C’è stata una prima delibera con il quale il Comune ha stilato un elenco degli immobili da vendere: circa 900. Poi è stato mandato alla società Risorse per Roma di effettuare la stima di ogni singolo immobile. La lista totale è stata sottoposta prima all’assessorato al Patrimonio e poi alla commissione comunale Patrimonio. Successivamente con una seconda delibera si è invece stabilito le modalità di vendita: in prima istanza diritto di prelazione a colui che era in affitto con uno sconto fino al 30% del valore stimato (sconto che cresce fino al 40% in caso di acquisto di un blocco). Ma se l’affittuario dimostrava di essere indigente l’immobile veniva cancellato dalla lista. E, infatti, alla fine in vendita ci sono finiti 762 immobili. Quelli non acquistati dagli affittuari sono stati venduti con asta pubblica. E in caso che l’asta sia andata deserta si è proceduto alla valutazione delle offerte che comunque dovevano essere maggiori del valore stimato meno uno sconto del 10 per cento.

Aste pubbliche e aste deserte. «Secondo la delibera del consiglio comunale (la numero 50 del 1999 ndr)- spiega l’attuale assessore capitolino al Patrimonio, Alfredo Antoniozzi – la lista delle case e dei locali che dovevano essere messi all’asta doveva essere pubblicata almeno su tre quotidiani di tiratura nazionale, sulla Gazzetta ufficiale sull’Albo pretorio». Eppure nonostante questo l’asta per l’acquisto di 25 immobili (indetta a giugno 2006), quasi tutti nel centro di Roma, è andata deserta. Immobili anche di pregio a due passi da Fontana di Trevi, Campo de’ Fiori e Colosseo che a questo punto, come previsto dalla stessa delibera, sono stati venduti con trattativa privata: l’offerta in busta chiusa. Ma per partecipare a quest’ultima fase bisognava essere a conoscenza dell’elenco degli immobili rimasti invenduti.

L’elenco fantasma. Mentre la delibera comunale stabiliva per filo e per segno il minimo di evidenza pubblica che dovessero avere le aste per la vendita degli immobili del Campidoglio, niente veniva definito formalmente per la pubblicizzazione delle case invendute e della conseguenza trattativa privata di vendita. Insomma nessuno aveva “normato” i critieri di pubblicazione di quest’ultimo passaggio.
«A decidere il da farsi – spiega l’attuale amministratore delegato di Risorse per Roma, Roberto Diacetti- è stato uno scambio di note tra il dipartimento e la società. La delibera del 1999 infatti non aveva stabilito la procedura obbligatoria da seguire per rendere pubblico questo passaggio».
Siamo nell’estate (succede sempre d’estate) del 2006. E a decidere le modalità di pubblicazione è uno scambio epistolare tra il III dipartimento del Comune, che all’epoca faceva riferimento all’assessore al Patrimonio Claudio Minelli, e i vertici di risorse per Roma che aveva come presidente Vincenzo Puro e come amministratore delegato Enzo Proietti. E cosa decidono? Di pubblicare il risultato delle aste (e quindi indirettamente quello degli immobili invenduti) solo e soltanto sul sito internet della società Risorse per Roma. Un sito che non è certo tra i più visitati e accessibili del web ma soprattutto non è chiaro, al momento, in quale sezione del sito è stato pubblicato l’elenco e per quanto tempo è stato consultabile.
Chissà quanti privati interessati all’acquisto non sapendolo non hanno presentato la loro offerta che magari, per le casse del Campidoglio, poteva essere anche più vantaggiosa dei fortunati che invece ne erano a conoscenza.

L’assegnazione. Così in pieno agosto sono arrivate le buste con le offerte per l’acquisto di quegli immobili in via Monte della farina, in via Cialdini (dietro la stazione Termini), in via Turati e via Giolitti (Equilino), in via Bonghi (Colosseo) e in vicolo Scavolino (Fontana di Trevi). E già a fine settembre c’è stata l’apertura delle buste e l’ufficializzazione delle offerte migliori che si sono così aggiudicati gli immobili. Il rogito è stato stipulato nel giro di un mese.

L’inchiesta. Sulla svendopoli degli immobili del Comune di Roma, avvenuta tra il 2001 e il 2007, la procura ha aperto un fascicolo ipotizzando il reato di abuso di ufficio, al momento, contro ignoti. Nei prossimi giorni è previsto che saranno ascoltati dai magistrati i dirigenti e i funzionari che gestirono l’intera cartolarizzazione dei beni del Campidoglio.

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08 marzo 2011

fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=141144&sez=HOME_ROMA

Dignitas Delinquentis Peccatum Auget – Yara, scontro fra Procura e Santanché “Ha perso un’occasione per stare zitta”

Dignitas delinquentis peccatum auget

(L’elevata posizione del reo aumenta la gravità del reato)

‘Onorevole’ Garnero (non si capisce perché debba continuare a farsi chiamare Santanché quando questo cognome appartiene al precedente marito dal quale non solo è divorziata, ma ha ottenuto anche l’annullamento del matrimonio dalla Sacra Rota..), siamo consapevoli che le dimissioni non sono nel suo ‘patrimonio’ genetico. Ma nel caso prendesse in esame la possibilità, sappia che sarebbe buona cosa non solo per lei ma per la Nazione intera.

solleviamoci

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Yara, scontro fra Procura e Santanché
“Ha perso un’occasione per stare zitta”

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I magistrati bergamaschi replicano all’intervento del sottosegretario, secondo la quale la ragazza
sarebbe stata ancora viva se si fossero impiegate “le stesse tecnologie utilizzate” contro il premier

Yara, scontro fra Procura e Santanché "Ha perso un'occasione per stare zitta" Daniela Garnero ex Santanché

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La Procura della Repubblica di Bergamo non ci sta alle affermazioni di Daniela Santanché, sottosegretario all’Attuazione del programma, la quale aveva affermato al Giornale che “dopo la vicenda della piccola Yara i magistrati dovrebbero dimettersi” perché “se avessero impiegato per le ricerche le stesse risorse e tecnologie che hanno speso per indagare sulle ragazze dell’Olgettina, forse Yara sarebbe ancora viva”. E la stessa Procura rompe il silenzio che ha caratterizzato questi tre mesi d’indagine sull’omicidio di Yara Gambirasio.

In un comunicato si parla di “assurdità e livore” nelle affermazione del sottosegretario e si rivendicano l’impegno e i mezzi utilizzati nel caso. “Crediamo che l’onorevole Santanché – si conclude la nota – di fronte a questo tragico evento abbia perso una buona occasione per restare in silenzio, come ha fatto quest’ufficio dal 26 novembre 2010”.

Sulla vicenda interviene anche il capogruppo pd in commissione Giustizia della Camera, Donatella Ferranti, secondo la quale “il governo dovrebbe richiamare il sottosegretario Santanché. Il silenzio dell’esecutivo, specie quello dei ministri Roberto Maroni e Angelino Alfano, è ancora più grave perché non è tollerabile che un sottosegretario istighi l’odio strumentalizzando i sentimenti di commozione degli italiani su un caso che dovrebbe restare al di fuori dalla competizione politica. Quello della Santanché è un comportamento istituzionale a dir poco imbarazzante”.

“Rivendico la libertà di critica per un’indagine che si è dimostrata finora inadeguata”, ha replicato invece la Santanché alla nota dei magistrati. “Mi sorprende che un alto rappresentante di questa casta -voglia zittire un rappresentante del governo, quando i suoi colleghi intervengono quotidianamente e pubblicamente su questioni politiche e legislative che non dovrebbero riguardarli. Adesso – conclude l’esponente del Pdl – mi aspetto che oltre al mio silenzio chieda anche le mie dimissioni”.

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08 marzo 2011

fonte:  http://milano.repubblica.it/cronaca/2011/03/08/news/yara_scontro_fra_procura_e_santanch_ha_perso_un_occasione_per_tacere-13350069/?rss

POTENTI D’ITALIA – San Luigi dei misteri

San Luigi dei misteri

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Solitario, Riservato. Silenzioso. Ma di lui Berlusconi dice: «E’ più potente di me». Vita e segreti del faccenndiere Bisignani, il piduista ora al centro dell’inchiesta sulla P4

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di Emiliano Fittipaldi

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Luigi Bisignani Luigi Bisignani

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Nel centro di Roma c’è un taxi che è sempre occupato, e che non prende mai chiamate. Inutile alzare la mano o fare un fischio se qualcuno lo incontra tra i vicoli dietro piazza di Spagna o davanti a Palazzo Chigi: il taxi inevitabilmente tira dritto per la sua strada. Perché da anni il conducente, Paolo, ha un unico affezionato cliente, un imprenditore che ha trasformato la macchina in una specie di ufficio mobile, con palmari, computer e attrezzature tecnologiche sparpagliate sui sedili. Il passeggero indossa sempre un vestito blu (sartoria napoletana) una camicia bianca e una cravatta blu, e si chiama Luigi Bisignani. Per gli amici, semplicemente Gigi. Chi è? “Come chi è? Oggi è l’uomo più potente in circolazione. Più potente di me”, ha detto Silvio Berlusconi a un fedele collaboratore che gli chiedeva informazioni sull’individuo che usciva da quel taxi bianco.

Forse Berlusconi esagera, ma il suo amico Gigi, ex piduista che non girerebbe mai in un’auto blu, condannato negli anni Novanta a due anni e otto mesi per aver portato decine di miliardi di lire della maxitangente Enimont nella banca vaticana dello Ior e oggi di nuovo al centro di un’inchiesta della procura di Napoli denominata “P4”, è di sicuro uno dei personaggi più influenti e misteriosi d’Italia. Un cinquantasettenne che ufficialmente amministra una stamperia, la Ilte, ma che è considerato da tutti, nei palazzi del potere, il capo indiscusso di un network che condiziona la vita del Paese. “La ditta”, lo chiamano ministri, onorevoli e boiardi che fanno la fila nel suo ufficio a piazza Mignanelli per omaggiare, chiedere favori, consigli e discutere di nomine pubbliche e affari. “Che lavoro fa davvero Gigi? Diciamo che è un maestro nel mettere insieme persone e interessi convergenti”, spiega chi lo conosce dai tempi della P2. “Un uomo curioso e geniale con un portafoglio relazionale pazzesco. Decine di potenti gli devono la carriera. La rete su cui si fonda il sistema romano di Berlusconi l’ha creata lui, ed è lui a saper muovere più di tutti le leve”.

Nella rete di Gigi
E’ il profilo di un “grande vecchio” tipico della tradizione nazionale, tanto che qualcuno sorride definendo Bisignani “un bluff”. Ma è un fatto che in queste ore senatori e deputati non facciano altro che parlare del lobbista (qualcuno dice persino che è partito, destinazione Emirati Arabi), del suo uomo Alfonso Papa (ex magistrato oggi deputato Pdl coinvolto nell’inchiesta), e delle indagini che i pm campani stanno portando avanti da mesi.
Mezza Roma segue gli sviluppi con il fiato sospeso, perché teme che gli incontri riservati di Gigi, attraverso intercettazioni telefoniche e ambientali, siano stati registrati dagli inquirenti. Il più preoccupato di tutti sembra essere Gianni Letta, che gestisce la rete insieme a Bisignani e che è già stato ascoltato in procura. L’altra metà dei poteri forti che governa, quella che fa capo a Giulio Tremonti, al banchiere Massimo Ponzellini e alla Lega, sta invece alla finestra: se cade Bisignani, per loro si spalancheranno le praterie.
Difficile elencare tutte le persone che hanno un rapporto diretto con Gigi: sono troppe. Rapporti con il lobbista appassionato di gialli (ne ha scritti due: “Il sigillo della porpora” e “Nostra signora del Kgb”, successi che gli hanno procurato per un po’ la nomea del Ken Follet tricolore) ha per esempio l’amministratore delegato dell’Eni Paolo Scaroni, della cui nomina con Bisignani certamente si è parlato. Anche la Carfagna lo rispetta. � stato lui a tessere la tela per riavvicinare la ministra al premier dopo lo strappo dello scorso dicembre. Gigi non fa mistero di stimarla molto: sulla scrivania del suo ufficio, insieme a un libro del portavoce dell’Opus Dei Pippo Corigliano, fa bella mostra di sé “Stelle a destra”, la fatica letteraria firmata dalla Carfagna e impreziosita dalla prefazione di Francesco Cossiga. Nel governo anche il ministro degli Esteri Franco Frattini, Stefania Prestigiacomo e Mariastella Gelmini conoscono assai bene Bisignani. Pure Daniela Santanchè gli deve molto, anche se ultimamente i rapporti tra i due sembrano essersi raffreddati.

Grande uomo di comunicazione, Gigi ha le conoscenze giuste anche alla Rai. Nel 2008 fu proprio lui a spingere – anche contro il volere di Letta – affinché Mauro Masi tornasse alla segreteria generale della presidenza del Consiglio, mentre l’attuale direttore degli affari legali è Salvatore Lo Giudice, suo avvocato di fiducia. “Ma Bisignani si vede spesso anche con Augusto Minzolini, direttore del Tg1”, racconta una fonte che chiede l’anonimato. Da politici come Andrea Ronchi a Lorenzo Cesa, a uomini degli apparati come Giorgio Piccirillo, capo del servizio segreto Aisi, il generale della Guardia di Finanza Walter Cretella e il prefetto di Roma Giuseppe Pecoraro, Gigi dà del tu a tutti. Senza dimenticare che (quasi) tutti i responsabili delle relazioni istituzionali delle aziende pubbliche fanno riferimento a lui.

Da Gelli al Cavaliere

La storia di Bisignani è simile a quella dei protagonisti delle sue spy story. Nato a Milano nel 1953 (il padre era un potente manager della Pirelli con ottimi rapporti negli ambienti massonici, il fratello Giovanni è a capo della Iata), si laurea in economia e si trasferisce a Roma per fare il giornalista. Mentre scrive per l’agenzia Ansa, il giovane mostra doti non comuni, viene individuato e cresciuto a pane, intrighi e politica da personaggi come Giulio Andreotti (è uno dei pochi che entrava nel suo ufficio di piazza in Lucina senza bussare) e i capi della P2, Licio Gelli – per cui stendeva ogni mattina la rassegna stampa – e Umberto Ortolani, amico di famiglia. Inevitabile l’iscrizione alla loggia Propaganda Due, da lui sempre negata: nelle liste la sua tessera è la numero 1689, fascicolo 203, data dell’iscrizione 1 gennaio 1977. Quando scoppia lo scandalo il ragazzino che già parlava con generali, ministri e finanzieri batte un altro record: è il più giovane piduista scovato dai magistrati.

Nonostante gli intoppi, la sua scalata non si ferma. Diventa uomo di fiducia di Raul Gardini e della Ferruzzi, si attiva per portare i 93 miliardi della madre di tutte le tangenti allo Ior, entra nelle grazie di Cesare Geronzi. Dopo la condanna definitiva e altre disavventure giudiziarie (tra cui il procedimento Why Not su una presunta loggia massonica, archiviato) la sua stella sembra in declino. Ma è solo apparenza. Gigi Bisignani torna in auge nel 2001, con la vittoria elettorale di Berlusconi, e da lì spicca il volo.
Nell’ombra, diventa uno dei consiglieri più fidati del Cavaliere, anche lui tra gli iscritti alla P2. “Tutti dicono che lui è solo il factotum di Letta”, chiosa la fonte autorevole che chiede l’anonimato: “Sbagliano. Tra i due il rapporto è paritario. Anche perché fu Bisignani in persona a presentare Gianni a Berlusconi. Paradossalmente è più corretto dire che Letta – che fu suo testimone di nozze – è un uomo di Gigi, non viceversa”.

Amici e denari

Del Bisignani privato pochi osano parlare. Il suo profilo è bassissimo. Impossibile vederlo a un appuntamento mondano, a una festa o a un cocktail. Laziale doc, allo stadio non è mai apparso. Non fuma, non beve: l’unico vizio è la Coca-Cola (non più di due dita). Risponde al suo cellulare una volta su dieci, chi vuole parlare con lui deve contattare la sua storica segretaria Rita. Gli appuntamenti importanti vengono organizzati a casa della madre (lui vive in affitto), quelli di routine in mezzo alla strada (“Gli piace passeggiare, si sente più tranquillo”) o nel mitico ufficio della Ilte. Dove campeggia una foto del suo gingillo preferito: un grosso gommone, parcheggiato a Fiumicino, che gli serve per fare la spola con la casa in Toscana. Una tenuta spettacolare vicino a Porto Santo Stefano, buen retiro con cavalli annessi. Lì ogni tanto vanno a trovarlo gli amici del cuore, come Stefania Craxi e il marito Marco Bassetti, o Fabrizio Palenzona.

Gli affari, ovviamente, non gli dispiacciono. Bisignani vive per avere informazioni e maneggiarle, creare personaggi, ma non disdegna di fare un po’ di soldi. Tanti soldi. Giorni fa i pm, come ha scritto “Il Fatto”, hanno sequestrato al suo autista Paolo Pollastri 19 titoli al portatore di una holding belga, la Codepamo, che negli ultimi anni ha investito decine di milioni in varie operazioni. L’ex piduista controlla la societa Four Consulting, e ha un terzo di un’azienda che costruisce treni e metropolitane in Campania: le sue quote fino al 2002 erano in mano al gruppo Finmeccanica. Bisignani è stato anche socio dei suoi amici Mario e Vittorio Farina, che oltre a essere editori sono anche importanti immobiliaristi. Qualcuno vocifera che qualche volta abbia investito insieme a Valerio Carducci, il costruttore vincitore di decine di appalti di governo, diventato famoso durante lo scandalo del G8 alla Maddalena. Di certo il fiuto per il denaro non gli manca. Tranne, forse, in un caso: le cronache raccontano che una spa riconducibile a Bisignani è stata coinvolta nel crac della banca Italease, dove aveva sottoscritto derivati per 75 milioni di euro per una perdita stimata di 12,8 milioni. Bazzecole, per l’uomo che risolve in silenzio i problemi dei potenti del Paese.

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07 marzo 2011

fonte:  http://espresso.repubblica.it/dettaglio/san-luigi-dei-misteri/2146124

Ultimatum dei ribelli a Gheddafi

08/03/2011 – IL PAESE IN FIAMME

Ultimatum dei ribelli a Gheddafi

Gli insorti: «Lasci entro 72 ore»

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Ultimatum dei ribelli al raiss, ma in Libia si continua a combattere. «Se Muammar Gheddafi lascerà il potere entro le prossime 72 ore, non sarà processato per i crimini che ha commesso». È questa la proposta lanciata al colonnello libico dal presidente del Consiglio nazionale dell’opposizione, Mustafa Abdel Jalil. Intervenendo telefonicamente sulla tv araba ’Al-Jazeera’, l’ex ministro della Giustizia libico ha chiesto «la fine dei raid aerei, e le sue dimissioni entro le prossime 72 ore. Se lascerà il paese – ha precisato – noi non lo perseguiremo e non sarà processato per i crimini che ha commesso». Abdel Jalil ha aggiunto che «non sono in corso trattative dirette con Gheddafi e questa proposta la lancio ora attraverso i media» ed ha giustificato il suo ultimatum affermando che «è necessario arrivare ad una soluzione che eviti ulteriori spargimenti di sangue».

Sul campo la situazione per ora non cambia e anche questa mattina l’aviazione del raiss è tornata a colpire l’hub petrolifero di Ras Lanuf. Il Consiglio nazionale di Bengasi ha fatto sapere che potrebbe rinunciare a perseguire il leader libico per i crimini commessi, se il colonnello decidesse di lasciare la guida del Paese, riferisce la televisione araba al Jazeera, che riporta anche il rifiuto dei rivoltosi di Bengasi alla proposta di Gheddafi di avviare un negoziato sulla sua uscita di scena.

«Confermo il fatto che abbiamo avuto contatti con un rappresentante di Gheddafi per trattare l’uscita di scena di Gheddafi – ha detto un portavoce del Consiglio, Mustafa Gheriani – abbiamo respinto l’offerta. Non tratteremo con chi ha sparso il sangue libico e continua a farlo. Perchè dovremmo credergli?». Bersagliati dall’aviazione i ribelli hanno anche il timore di rimanere senza combustibile nel giro di una settimana, a causa della cessazione delle attività nelle raffinerie della regione. Un ufficiale dello stesso governo, Tarek Bu Zaqiya, ha ammesso che ci sono scorte solo per una settimana, precisando che «c’è un piano per far fronte al problema», senza però volerne precisare i dettagli. Secondo Gulf News, alcune fonti del governo di Bengasi hanno ipotizzato l’invio in Libia di combustibile dall’Italia.

Un medico giordano appartenente all’organizzazione internazionale Medecins sans frontieres è stato condotto via da un albergo di Bengasi da uomini armati. Lo hanno detto testimoni e un responsabile dell’hotel.

Sul fronte diplomatico, intanto, Francia e Gran Bretagna hanno premuto sull’acceleratore per preparare una bozza di risoluzione da presentare «entro breve tempo» in Consiglio di Sicurezza, con l’obiettivo di creare una no-fly zone sul paese Nordafricano. «La Nato sta considerando diverse opzioni, compresa la possibilità di operazioni militari» in Libia, ha confermato ieri il presidente americano Barack Obama, che deve far fronte però alle resistenze della Russia. Dopo la Lega Araba, questa mattina anche l’Organizzazione della conferenza islamica ha dato il suo assenso alla imposizione di una no fly zone. Sul terreno, la giornata di ieri non aveva fatto registrare svolte: le forze ribelli hanno perso il controllo di Ben Jawad ma resistono a Misurata e Zawiyah, nonostante i rinnovati attacchi delle truppe governative; Ras Lanuf è stata colpita da un raid aereo che avrebbe causato diverse vittime civili.

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fonte:  http://www3.lastampa.it/esteri/sezioni/articolo/lstp/392173/

L’INDAGINE – Crisi, la sanità italiana perde i suoi primati più a rischio cuore e salute delle donne

L’INDAGINE

Crisi, la sanità italiana perde i suoi primati
più a rischio cuore e salute delle donne

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Secondo il Rapporto Osservasalute 2010, il sistema sanitario nazionale arretra su quel rapporto costi-benefici che nel 2000 l’aveva reso tra i miglòiori al mondo. L’aspettativa di vita femminile negli ultimi 5 anni è aumentata di soli tre mesi. Un italiano su 10 l’anno scorso non si è potuto permettere il dentista. Cresce il consumo di cocaina e di antidepressivi. Ritratto di un Paese che invecchia più grasso e pigro / IL NORD 1 / IL CENTRO 2

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di ADELE SARNO

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ROMA – Più grassi, pigri e ‘acciaccati’. La salute degli italiani, e delle italiane soprattutto, per quanto ancora discreta, sta perdendo colpi a causa di cattivi stili di vita. Cresce il consumo di antidepressivi, ma anche quello di cocaina e alcol. Il declino però non dipende solo da cattiva volontà, sedentarietà e poca attenzione nei confronti dei abitudini di vita corrette, ma anche dalle condizioni del Servizio sanitario nazionale. Alla riduzione degli investimenti economici per la prevenzione si aggiunge il problema della chiusura degli ospedali che, sebbene pensata per razionalizzare il sistema, determina di fatto una riduzione dei posti letto e della ricettività per le emergenze.

Sono questi i dati di fondo che emergono dall’ottava edizione del Rapporto Osservasalute (2010), un’analisi dello stato di salute della popolazione e della qualità dell’assistenza sanitaria nelle regioni italiane. Il rapporto è pubblicato dall’Osservatorio nazionale sulla salute dell’università Cattolica di Roma e coordinato da Walter Ricciardi, direttore dell’Istituto di igiene della facoltà di Medicina e chirurgia.

La crisi sul sistema sanitario. Per effetto della crisi economica, si legge nel rapporto, la sanità italiana ha quasi completamente eroso quel “vantaggio di costo” che aveva contribuito, nel 2000, al suo posizionamento come secondo miglior sistema sanitario al mondo nel ranking dell’Organizzazione mondiale della sanità. Basti pensare che l’anno scorso un italiano su 10 (9,7% delle persone dai 16 anni in su), pur avendone necessità, non ha potuto sottoporsi a visita odontoiatrica per ragoioni economiche. “A questo si aggiunge – dice Walter Ricciardi  –  l’incapacità del Ssn di rispettare i tetti di spesa. Per le singole aziende, il disavanzo è la normalità anziché l’eccezione. E ci sono forti differenze tra Centro-Nord e Centro-Sud: Lazio, Campania e Sicilia da sole hanno generato il 69% dei disavanzi accumulati nel periodo 2001-2009. Di qui il carattere asimmetrico del federalismo sanitario italiano”. Le esigenze di contenimento della spesa si vedono anche dal calo dei ricoveri e soprattutto delle giornate di degenza.

Una frattura tra regioni preoccupante, dice il rapporto, anche in vista dell’attuazione del federalismo: quelle più deboli rischiano di essere travolte da Piani di rientro e commissionariamenti. “La soluzione c’è  –  dice Walter Ricciardi – : alla necessaria azione di risanamento dei conti deve essere infatti affiancata una coerente strategia di programmazione e controllo dei servizi sanitari, basata su evidenze epidemiologiche e scientifiche forti, senza le quali i problemi delle regioni in difficoltà sono destinati ad aggravarsi in modo progressivo”.

Il gap Nord-Sud sulla bilancia. In Italia 50mila decessi l’anno dipendono dall’obesità. Più di un terzo degli adulti (35,5%) è in sovrappeso, mentre circa una persona su dieci è obesa; in totale il 45,4% della popolazione è in eccesso ponderale. Il problema riguarda anche bambini e adolescenti. Tra gli otto e i nove anni sovrappeso e obesità riguardano rispettivamente il 22,9% e l’11,1% dei bambini, con ampia variabilità regionale: dall’11,4% di bimbi in sovrappeso in provincia di Bolzano al 28,3% dell’Abruzzo, dal 3,5% di piccoli obesi trentini al 20,5% di alcune città della Campania. Essere obesi fin da bambini, ricorda il rapporto, significa andare incontro a difficoltà respiratorie, problemi articolari, disturbi dell’apparato digerente e di carattere psicologico, e sviluppare sempre prima fattori di rischio quali ipertensione, malattie coronariche, diabete di tipo 2 e ipercolesterolemia.

La salute delle donne “frena”. Inizia a sgretolarsi il dato storico che vedeva le italiane più longeve e più in salute. Negli ultimi cinque anni, l’aspettativa di vita delle donne è aumentata di appena tre mesi (da 84 anni nel 2006 a 84,1 anni nel 2009, 84,3 nel 2010), mentre per gli uomini è aumentata di sette mesi (da 78,4 anni nel 2006 a 78,9 anni nel 2009, 79,1 nel 2010). Le donne sono anche svantaggiate nella lotta ai ‘big killer’: tumori e malattie cardiovascolari preferiscono il genere femminile. “Una conseguenza  –  dice la professoressa Roberta Siliquini, ordinario di Igiene all’Università di Torino  –  legata ai mutamenti comportamentali: si pensi all’abitudine al fumo per la quale pare che le recenti politiche abbiamo avuto uno scarso successo sulle donne (percentuali di ex fumatori del 16% per le donne e 39% per i maschi) ed alla ridotta abitudine a praticare sport (38% uomini vs 24% donne)”. A questo si aggiunge la scarsa attenzione alla prevenzione: il 62% fa lo screening mammografico; la percentuale di tagli cesarei è ancora elevatissima (40%).

Si mangia male e si fa poco movimento. Poco più di cinque persone su cento consumano la quantità di frutta e verdura raccomandata: 5 porzioni al giorno. Si fa fatica a seguire una dieta equilibrata. Dal 2001 è aumentato il numero delle persone che consuma cibi ricchi di grassi, zuccheri semplici, dolci, snack salati, bevande gassate e alcoliche. Le regioni più virtuose sono sempre quelle del Centro-Nord: dove è più diffusa l’abitudine di pranzare fuori casa si registra una percentuale più elevata di persone che dichiarano di mangiare cinque e più porzioni al giorno di ortaggi e frutta. Preoccupa invece la crescita dell’abitudine di bere alcolici fuori pasto, anche diversi da birra e vino, soprattutto nella fascia di età 18-24 anni. La prevalenza di bevitori a rischio riguarda un uomo su quattro (il 25,4%) e quasi una donna su dieci (il 7%). Alla cattiva alimentazione si aggiunge anche la pigrizia: sebbene il numero degli sportivi sia cresciuto rispetto al 2009, si fa poca attività fisica, specie al Sud.

Fumo e droga. Dai 14 anni in su fumano due persone su dieci (22,2%), un dato stabile negli ultimi anni. Aumenta (di pochissimo) invece il numero degli ex fumatori: è passato dal 20,1% del 2001 al 22,9% del 2008. Il Centro-Nord batte il Sud: Valle d’Aosta 25,7%, Umbria 27,3%, Campania 18,9% e Calabria 17,9%. Il numero medio di sigarette fumate quotidianamente è di 13,5, quota che aumenta man mano che si scende verso Sud. Preoccupa la cocaina: dal 2003 il consumo è aumentato in quasi tutte le regioni.

Cervello e cuore. Continua il trend di crescita del consumo di antidepressivi negli ultimi sette anni, come già visto nel precedente Rapporto (+310%). Il fenomeno interessa indistintamente tutte le regioni ed è attribuibile a diversi fattori come l’aumento del disagio sociale e la tendenza dei medici di famiglia a prescrivere sempre più psicofarmaci. Le cause di morte più frequenti sono quelle connesse alle malattie del sistema circolatorio (39% di tutti i decessi registrati annualmente). In particolare, malattie ischemiche del cuore e cerebrovascolari costituiscono circa il 24% della mortalità generale. Nel nostro Paese si stima che, annualmente, sono oltre 300mila gli anni potenziali di vita perduta dalle persone di età non superiore a 65 anni decedute per patologie cardiovascolari.

Un Paese in crescita, ma vecchio. Aumenta la popolazione residente in Italia rispetto al biennio 2007-2008, principalmente perché cresce il numero di immigrati che abita nel nostro Paese. Nel biennio 2008-2009 l’Italia presenta un saldo totale positivo pari a + 6 persone per 1000 residenti per anno. Il numero medio di figli per donna si attesta, nel 2008, a1,4 figli per donna in età feconda, un valore inferiore al livello di sostituzione: ossia quello che garantirebbe il ricambio generazionale che è pari a 2,1 figli per donna. La lieve ripresa (l’anno scorso era 1,373) è imputabile sia alla crescita (specie nel Centro-Nord) dei livelli di fecondità delle over 30 anni, ma soprattutto e all’apporto delle immigrate. Quanto all’età, il 10,3% della popolazione è “anziana” (65-74 anni), il 9,8% è “molto anziana” (75 anni e oltre).

Medici, emergenza dietro l’angolo – Il declino sanitario del paese non risparmia la professione medica. Secondo Walter Ricciardi, “entro pochi anni si registrerà, infatti, una carenza notevole che deve essere affrontata da subito per garantire i livelli di assistenza”. Solo per i medici, calcola il Rapporto, nel 2015 ci saranno 60mila pensionati che non potranno essere sostituiti, ma il problema riguarderà anche infermieri e operatori sanitari. Già oggi mancano medici in pediatria, anestesiologia, rianimazione, radiologia, otorinolaringoiatria, igiene pubblica, ma il futuro porterà, dice ancora Ricciardi, “una crisi terribile in chirurgia” perché da tre anni le scuole di specializzazione contano posti vuoti ai corsi.

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08 marzo 2011

fonte: http://www.repubblica.it/salute/2011/03/08/news/il_rapporto_osservasalute_2010-1-13327372/?rss

RAPPORTO ALMALAUREA – Calano laureati e immatricolati. E le donne sempre peggio…

Calano laureati e immatricolati
E le donne sempre peggio…

L otto marzo al tempo di B.

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di Massimo Franchi

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L’università italiana si allontana sempre di più dal resto d’Europa così come il nostro paese dagli obiettivi europei per “la società della conoscenza”. Complice il calo demografico e nonostante gli effetti positivi della riforma del 2005, in Italia calano laureati e immatricolati (5% in meno nel 2010 rispetto al 2009, negli ultimi quattro anni il calo è del 9,2%). E fra i laureati cala nettamente il numero di chi trova lavora ad un anno dalla laurea: dal 2007 a oggi la percentuale è calata del 7% tra i laureati specialistici (dal 62,8 al 55,7%) e del 6% tra i laureati di primo livello: (dal 77,5 al 71,4%).

L’unico settore a tenere è quello dell’università privata, in controtendenza rispetto ai cali generalizzati di iscrizioni che colpiscono soprattutto gli atenei medio-piccoli. E se il nostro governo brilla per tagli, allontanando sempre più il nostro paese dalla media Ocse per Pil investito in Università e ricerca, anche peggio fanno le aziende nostrane: il divario degli investimenti privati in ricerca è superiore.

Il tredicesimo rapporto Almalaurea sulla condizione occupazionale dei laureati è ancora una volta uno strumento (“Unico in Europa”, sottolinea il fondatore Andrea Cammelli) ottimo per fotografare la situazione di un mondo sempre più ai margini dell’interesse politico e mediatico. Alla vigilia della tanto strombazzata e ancora lontana e poco delineata riforma Gelmini, l’università italiana fa i conti con una crisi che va molto al di là di quella economico-finanziaria globale. “E lo sarà sempre più se continuerà a passare la nefasta idea che in Italia ci sono troppi laureati e pochi diplomati – attacca Cammelli -. È vero il contrario: ci sono troppi pochi laureati e un buon numero di diplomati. Finché non investiremo in conoscenza il nostro paese rimarrà lontanissimo dal resto d’Europa. Un dato valga per tutti: l’Unione chiede a tutti a paesi di raggiungere il 40% di laureati nel segmento di popolazione 30-34 anni. Noi siamo al 19 per cento». Alla vigilia dell’8 marzo il quadro della situazione femminile è ancora più sconfortante. Il divario occupazione e di stipendi fra uomini e donne si allarga sempre più: tra i laureati specialistici ad un anno dalla laurea lavorano il 59% dei ragazzi e solo il 53% delle ragazze; divario che si ampia se si fotografa la situazione a 5 anni dalla laurea: 86% degli uomini hanno un lavoro, solo il 77 % delle donne. E rispetto al 2005 il dato è in aumento del 2%. A parità di laurea poi le donne guadagnano sensibilmente di meno: a cinque anni dalla laurea gli uomini guadagnano in media il 30 % in più delle donne (1.519 contro 1.167 euro). Un quadro sconfortante che però non deve far cambiare idea ai 400 mila ragazzi (e loro famiglie) che stanno decidendo se iscriversi all’università. “Dobbiamo sempre sottolineare – conclude Cammelli – che i laureati andranno sempre a guadagnare di più dei diplomati e che il futuro, nella società della formazione continua, è per loro”. “Il problema – gli fa eco Andrea Lenzi, presidente del Consiglio universitario nazionale – è invece quello dell’orientamento: deve partire già dai primi anni del liceo e delle superiori perché scegliere la facoltà giusta è fondamentale per fare strada nel mondo del lavoro”.

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07 marzo 2011

fonte: http://www.unita.it/italia/calano-laureati-e-immatricolati-br-e-le-donne-sempre-peggio-1.275704