ISTRUZIONE – La laurea serve ancora (suggerimenti strategici)

Italians

La laurea serve ancora

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Si sa che la gente dà buoni consigli se non può più dare il cattivo esempio. Certo: in Italia c’è qualcuno, particolarmente dotato, che riesce a unire le due cose. Ma il poeta aveva capito. Quando entriamo nell’età dei padri, diventiamo paternalisti.

Perdonate quindi se, dopo aver letto i dati (Almalaurea) sull’università italiana, esprimo un’opinione. Non è proprio un consiglio. Diciamo un suggerimento strategico.

Un laureato 2005 ha oggi una busta-paga media di 1.295 euro; fosse andato all’estero sarebbe a 2.025 euro. I laureati che hanno trovato lavoro in Italia, un anno dopo la laurea, sono scesi del 7% (periodo 2007/2009). Il calo delle iscrizioni (meno 9% in quattro anni) mostra un cambiamento demografico (meno diciannovenni) ma anche la scarsa fiducia delle famiglie nello studio come mezzo di avanzamento.

Posso dirlo? Sbagliano. Se un ragazzo ha voglia di studiare, ed è portato per gli studi, non deve farsi spaventare. Per il bene suo e del Paese. L’università è un investimento su noi stessi, come ha ricordato Irene Tinagli sulla “Stampa”. E, insieme alla scuola pubblica, resta l’ultimo grande frullatore sociale, capace di mescolare redditi censo e geografia. Se si ferma quello, siamo fritti.

E’ vero che i giovani connazionali hanno motivi di protestare (“Uno spreco di risorse che li avvilisce e intacca gravemente l’efficienza del sistema produttivo”, ha riassunto Mario Draghi). Ma studiare paga, anche in senso letterale. “Non bisogna guardare solo le retribuzioni iniziali – spiega Andrea Cammelli, presidente di Almalaurea – Se consideriamo l’intera vita lavorativa, un diplomato guadagna 100 e un laureato 155”.

Voi direte: d’accordo, studiare. Ma dove, quanto, cosa? Semplifico (e mi scuso con i ragazzi).

DOVE In una buona università lontano da casa (a diciannove anni fa bene!). Vivere e studiare in una T Town (Trieste, Trento, Torino) o in una P City (Pavia, Pisa, Parma, Piacenza, Padova, Perugia, Palermo) cambia la prospettiva. Una laurea al Politecnico di Milano ha lo stesso valore legale di una laurea all’università di Bungolandia: ma un valore intellettuale, morale, sociale, pratico ed economico molto diverso. Le “università tascabili” fondate per accontentare sindaci, governatori, partiti e docenti hanno il destino segnato.

QUANTO Con ragionevole urgenza. I “fuori corso” sono malinconiche figure del XX secolo. Deve studiare chi sa farlo e ha voglia di farlo. Le università sono laboratori per il cervello, non parcheggi per natiche stanche.

COSA Quello che volete. Rifiutate il giochino, caro ai genitori, “quale facoltà offre più opportunità di lavoro”. Tutte ne offrono, se avete attitudine, grinta, entusiasmo e successo. Nessuna ne offre, se vi rassegnate alla mediocrità. Scegliere per esclusione – magari giurisprudenza, rifugio degli indecisi – è una follia. Nei concorsi e negli studi professionali troverete ragazze e ragazzi che l’hanno scelta per passione e predisposizione; e vi faranno a fette. Un destino da salami, interamente meritato.

Beppe Severgnini

Giovedì 10 marzo 2011

fonte:  http://www.corriere.it/italians/

Una risposta a “ISTRUZIONE – La laurea serve ancora (suggerimenti strategici)”

  1. gianni tirelli dice :

    IMMIGRATI: SALVEZZA NAZIONALE.

    Le inette, pavide e rammollite società liberiste, incancrenite e imbrigliate fra le nodosità di una burocrazia carceraria e di una politica fallimentare che a piegato ogni ragione sociale agli interessi particolari del potere economico, sono destinate (a breve) a soccombere di fronte all’invasione delle popolazioni dei paesi più poveri, individui mobili, forti, ben differenziati, sani, passionali e pronti a ogni tipo di difficoltà e di sacrificio.

    Se non fossimo il paese stupido che siamo e, diversamente da quel sudiciume politico, deforme e xenofobo che, strumentalmente, allerta la cittadinanza da una imminente e apocalittica migrazione biblica nord-africana, sapremmo cogliere questa circostanza, come un’opportunità. La nostra è una nazione di vecchi rimbambiti e di tanti giovani fannulloni (retoriche eccezioni a parte) che pianificano la loro vita di fronte a beceri programmi televisivi di intrattenimento, la cui portata diseducatrice e destabilizzante, è totale. Comunque sia, e da qualsiasi lato la si voglia vedere, le nostre società occidentali (Italia in primis) dovranno pagare il prezzo della loro immobiltà, inadeguatezza e presunzione. Siamo gente spenta, incapace di interpretare gli avvenimenti, la storia e, quindi, i possibili vantaggi derivanti da alcune circostanze che, a priori, abbiamo già giudicato negativamente; impegnati, come sempre siamo, nascosti dietro le barricate della nostra stupidità, a difendere le ragioni di una coscienza ammaestrata e i miserabili interessi di un’esistenza relativa, avulsa da ogni concetto di umana solidarietà e vantaggio morale.

    Gianni Tirelli

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