Archivio | marzo 15, 2011

GIAPPONE, PERICOLO NUCLEARE – Fukushima: anatomia di un disastro / Fukushima: ora il pericolo è la fusione del nocciolo

Fukushima: anatomia di un disastro

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di Giovanni Spataro

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La sequenza di eventi che ha portato il Giappone sull’orlo del disastro nucleare non è ancora definibile con certezza in ogni dettaglio. Le notizie in arrivo dal paese asiatico sono frammentarie, tuttavia è possibile ricostruire per grandi linee come si è arrivati a questo punto, e cioè: il reattore numero due dell’impianto di Fukushima Daiichi che potrebbe aver sperimentato una fusione parziale del nocciolo, come dichiarato dalla stessa compagnia che gestisce l’impianto, e altri due, rispettivamente il reattore uno e il reattore tre, su cui è stato necessario intervenire per diminuire la pressione al loro interno, liberando fatalmente vapore radioattivo.

Al momento del sisma, lo scorso 11 marzo, nell’area del Giappone colpita con più intensità dal terremoto erano in funzione 11 reattori nucleari, distribuiti su quattro siti differenti. Tutti erano dotati di sistemi di sicurezza antisismici, entrati regolarmente in funzione subito dopo il terremoto. Come spiega Andrea Borio, direttore del Laboratorio Energia Nucleare Applicata all’Università di Pavia: «Appena il sistema antisismico ha rilevato la scossa, tra le barre di uranio del nocciolo sono state inserite, in modo automatico, tutte le barre di controllo, ossia barre composte da materiali che interrompono la reazione di fissione all’interno dei noccioli dei vari impianti».

A questo punto, il problema da affrontare era lo smaltimento del calore residuo generato dal decadimento dei numerosi isotopi radioattivi prodotti dalla fissione. «In condizioni normali – specifica Borio – i sistemi di raffreddamento sono alimentati dalla rete elettrica». In questi sistemi, l’acqua circola all’interno del nocciolo, assorbe il calore prodotto dalla reazione di fissione, esce dal nocciolo, è raffreddata da uno scambiatore di calore e ritorna nel nocciolo, dove assorbe altro calore. Grazie a questo ciclo, la temperatura rimane sotto controllo e a valori normali per la gestione dell’impianto in sicurezza. «Il sistema di raffreddamento, però, nei reattori uno, due e tre di Fukushima Daiichi si è interrotto perché si è interrotta la fornitura di corrente elettrica di rete, probabilmente a causa di danni provocati dal terremoto.»

In questo caso, è prevista l’entrata in funzione di motori diesel di emergenza, che però secondo alcune notizie avrebbero funzionato solo per un’ora circa dal distacco dalla rete elettrica avvenuto subito dopo il sisma, solo sessanta minuti prima di venire travolti e messi fuori gioco dallo tsunami. «Sembra che questi motori fossero stati collocati a sei metri sopra il livello del mare, mentre l’onda del maremoto sarebbe arrivata a 7-8 metri di altezza», rivela Borio. Irresponsabilità? In realtà è molto probabile che i progettisti dell’impianto, entrato in funzione oltre quarant’anni fa, abbiano considerato i registri storici dei terremoti e i dati geologici per poi concludere che sei metri di altezza avrebbero messo al sicuro i motori di emergenza. Ma anche in questo caso ancora non si è arrivati a una conclusione certa e definitiva.

Senza circolazione, l’acqua all’interno dei noccioli dei tre reattori di Fukushima Daiichi ha iniziato a surriscaldarsi, a causa del calore prodotto dal decadimento radioattivo, e a evaporare, lasciando probabilmente scoperta una parte delle barre di combustibile di uranio. La produzione massiccia di vapore ha fatto aumentare sempre più la pressione all’interno delle tre centrali, il rischio era un’esplosione, un po’ come accade in pentole a pressione con valvola di sicurezza otturata. «Quindi è stato deciso di far sfogare parte del vapore, debolmente radioattivo, nell’ambiente, in modo da riportare la pressione a livello normale», spiega Borio. A questo punto, grazie al ripristino del funzionamento dei generatori di emergenza e all’impiego di altri generatori si è ricominciato a pompare acqua nei noccioli, che nel frattempo si erano surriscaldati.

A temperature elevate, il contatto tra acqua e le guaine che rivestono il combustibile produce due gas: ossigeno e idrogeno. Nei reattori numero uno e numero tre, l’estrema volatilità dell’idrogeno ha permesso a questo gas di diffondersi fino a raggiungere l’intercapedine tra la struttura in cemento armato, il cosiddetto contenitore primario, e il tetto dell’edificio reattore. Probabilmente una scintilla ha fatto esplodere l’idrogeno, abbattendo il tetto, come hanno mostrato le immagini che hanno fatto il giro del mondo. Tuttavia, la sezioni più importanti dei reattori uno e tre sono rimaste integre: le barre di combustibile sono confinate all’interno dei recipienti in acciaio (dello spessore di circa 20 centimetri), a loro volta protetti dal contenitore primario. E la temperatura sarebbe sotto controllo, grazie alla continua immissione di acqua di mare.

E qui si verifica un altro problema inatteso, che però riguarda il reattore numero due, quello che ha tenuto con il fiato sospeso il Giappone, e non solo. Durante le prime fasi dell’emergenza, il reattore numero due sembrava il meno problematico dei tre di Fukushima Daiichi. Il raffreddamento con motori che avevano sostituito quelli distrutti dallo tsunami funzionava in modo abbastanza efficace, poi però gli eventi che hanno riguardato il reattore numero tre hanno cambiato lo scenario in modo radicale. «L’esplosione del reattore tre avrebbe compromesso la funzionalità del sistema di raffreddamento del reattore due, che ha iniziato a surriscaldarsi di nuovo». Anche in questo caso l’acqua ha iniziato a bollire ed evaporare, e la diminuzione del livello del refrigerante avrebbe causato la parziale fusione di barre di combustibile. E anche in questo caso, una volta riportata la pressione a valori accettabili, i tecnici hanno ricominciato a pompare acqua nel nocciolo, che ha portato alla formazione di idrogeno. «Ma a differenza dei reattori uno e tre, l’idrogeno prodotto nel reattore due non si è diffuso nello spazio tra cemento armato e parete esterna. Sembrerebbe che il gas si sia diffuso fino a vasche collegate con la struttura di cemento dove poi è esploso», spiega Borio.

Ricapitolando: il reattore uno e il reattore tre al momento sarebbero ragionevolmente sotto controllo. Il reattore due è tornato sotto controllo ma potrebbe aver subito danni strutturali alle vasche di contenimento che sono collegate al contenitore primario di cemento. Se tale evento si rivelasse vero e se il nocciolo fuso riuscisse a perforare il contenitore in acciaio, potrebbe arrivare a contatto con l’ambiente attraverso la crepa aperta dall’esplosione avvenuta nelle vasche. Un percorso «molto improbabile», come lo definisce Borio.

«Per fondere l’acciaio, dovrebbe fondere una parte consistente del nocciolo. Una fusione parziale non dovrebbe creare problemi», rassicura Borio. Che aggiunge: «Siamo ben lontani da Chernobyl. In quel caso, tra nocciolo e ambiente esterno non c’era né una barriera di acciaio né una di cemento armato». Il reattore quattro, l’ultimo arrivato dell’emergenza è un discorso a parte. In questo caso ha preso fuoco una vasca dove sono temporaneamente alloggiati gli elementi di combustibile nucleare scaricati dal nocciolo. L’incendio di questo materiale può rilasciare nell’aria particelle radioattive che possono poi disperdersi nell’ambiente.

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15 marzo 2011

fonte:  http://lescienze.espresso.repubblica.it/articolo/titolo/1347123

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Nel reattore numero due

Fukushima: ora il pericolo è la fusione del nocciolo

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Ogni esplosione può fessurare il cemento armato e creare dei varchi, grandi e piccoli, attraverso cui quelle che erano barre di uranio e ora somigliano a fango bollente possono contaminare l’ambiente

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Nell’incubo che il Giappone sta vivendo da due giorni ormai, si sta delineando lo scenario peggiore: la fusione parziale del combustibile del reattore nucleare numero due della centrale nucleare di Fukushima. L’evento ormai non è escluso nemmeno dalla Tepco, la compagnia che gestisce l’impianto, secondo la quale una fusione potrebbe essere stata causata dal mancato funzionamento della stazione di pompaggio dell’acqua che permette di mantenere immerse nell’acqua le barre di combustibile. Sulla base delle notizie che arrivano e che sono continuamente aggiornate, è possibile solo fare una ricostruzione molto parziale di quello che potrebbe esser avvenuto.

L’elemento chiave del momento critico che si sta materializzando a Fukushima è l’acqua. Come spiega Ken Bergeron, fisico statunitense che ha una lunga esperienza nella simulazione di incidenti nucleari ai Sandia National Laboratory: «Il combustibile è composto da lunghe barre di uranio rivestite con una lega di zirconio. Queste barre sono collocate in una struttura cilindrica, ricoperta di acqua».

In questo contesto l’acqua agisce sia da moderatore per la reazione di fissione nucleare sia da liquido refrigerante per il nocciolo del reattore, cioè la struttura cilindrica dove sono collocate le barre di combustibile. Il tutto avviene all’interno di un circuito chiuso, in cui l’acqua riscaldata dalla reazione viene raffreddata tramuto uno scambiatore di calore e immessa nuovamente nel nocciolo. «Se l’acqua scende al di sotto del livello del combustibile, la temperatura inizia a salire e il rivestimento inizia bruciare, rilasciando una gran quantità di prodotti della fissione nucleare», continua Bergeron. Ed è questo il passaggio critico che sta vivendo il reattore numero due di Fukushima: il flusso di acqua si è interrotto.

I progettisti della centrale avevano pensato a come evitare un’eventualità del genere. Subito dopo il terremoto, l’impianto di Fukushima si era spento in modo automatico e altre barre, fatte di materiale speciale e indicate come barre di controllo, erano state inserite tra le barre di uranio usate come combustibile. In questo modo si ferma la reazione di fissione, ma c’era un altro problema da affrontare. In un reattore atomico, il calore non è solo sprigionato dalla reazione di fissione, ma anche dal decadimento di elementi chimici radioattivi creati proprio dalla fissione. Dunque fermata la reazione nucleare, si deve affrontare questo calore residuo, piccolo ma significante. Anche in questo caso erano state previste procedure di emergenza, motori diesel per alimentare con acqua l’impianto e quindi evitarne il surriscaldamento, che però la concomitanza di terremoto e tsunami avrebbe messo fuori gioco.

Con la crescita incontrollata della temperatura del reattore, la lega di zirconio che riveste le barre di uranio ha iniziato a fondere, e reagendo con l’acqua ha formato idrogeno, un gas estremamente volatile. E proprio l’idrogeno prodotto in questo modo avrebbe causato l’esplosione all’impianto numero uno di Fukushima, che almeno per ora non sembra a rischio fusione. Ma la crescita della temperatura è un pericolo soprattutto per le barre di combustibile, la cui fusione, secondo la Tepco, potrebbe essere avvenuta nel reattore numero due di Fukushima.

«Il calore prodotto dal decadimento si accumula nel nocciolo, deformando prima e poi fondendo le barre di uranio. A questo punto siamo a circa 2000 gradi Celsius, e il nocciolo può diventare una massa informe», spiega Massimo Zucchetti, ingegnere nucleare del Politecnico di Torino. In queste condizioni il nocciolo diventa difficilmente refrigerabile, anche con strategie di emergenza, come l’immissione di acqua di mare. A quel punto l’unica barriera tra il nocciolo fuso e l’ambiente è il contenitore di cemento armato che circonda il reattore. «Questo contenitore è stato progettato per resistere al calore del nocciolo fuso. Il pericolo sono le esplosioni causate dall’idrogeno», afferma Zucchetti. Ogni esplosione può fessurare il cemento armato e creare dei varchi, grandi e piccoli, attraverso cui quelle che erano barre di uranio e ora somigliano a fango bollente possono contaminare l’ambiente. (Giovanni Spataro)

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14 marzo 2011

fonte: http://lescienze.espresso.repubblica.it/articolo/Fukushima:_ora_il_pericolo_%C3%A8_la_fusione_del_nocciolo/1347102

Giappone: Renzi, governo evacui velocemente italiani, noi pagato nostro charter per il rientro dei 274 orchestrali del Maggio Musicale Fiorentino

Giappone: Renzi, governo evacui velocemente italiani, noi pagato nostro charter

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ultimo aggiornamento: 15 marzo, ore 21:14
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30 Maggio, 2010 – Zubin Mehta dirige l’orchestra del Maggio Musicale Fiorentino e rende omaggio a Chopin con la collaborazione di Daniel Barenboim versione pianista – fonte immagine
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Firenze, 15 mar. – (Adnkronos) – ”Spero che il Governo proceda rapidamente a evacuare gli italiani. In ogni caso noi abbiamo gia’ organizzato e pagato il nostro charter ad Alitalia”. Lo scrive su Facebook il sindaco di Firenze, Matteo Renzi (Pd), confermando l’imminente rientro dei 274 orchestrali del Teatro del Maggio Musicale Fiorentino dal Giappone, dove ieri e’ stata interrotta la tournee.
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Bunga bunga, nucleare, giustizia.. MONTA L’ONDA DI PROTESTA – Giovedì 17, ore 21, tutti alla finestra per gridare: “SONO INCAZZATO NERO E TUTTO QUESTO NON L’ACCETTERO’ PIU’!”

Bunga bunga, nucleare, giustizia, lavoro,.. MONTA L’ONDA DI PROTESTA

Giovedì 17, ore 21, tutti alla finestra per gridare:

“SONO INCAZZATO NERO E TUTTO QUESTO NON L’ACCETTERO’ PIU’!”

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LIBIA – Avanzano i pro-Gheddafi, paura a Bengasi. Affondate due navi del Raìs / VIDEO: Gaddafi forces advance in Eastern Libya

Gaddafi forces advance in Eastern Libya

Da: | Creato il: 14/mar/2011

In Libya, Colonel Gaddafi’s forces in the east are continuing to push the rebels back.

That’s as the UN’s security council has again discussed imposing a no-fly zone in the country – but with no firm outcome.

But as Nick Clark reports from Libya, time is running out for a population that has a proud legacy dating back thousands of years.

Il colonnello: «Potrei allearmi con Al Qaeda». G8, nessun accordo su intervento militare

Avanzano i pro-Gheddafi, paura a Bengasi

Una fonte del governo: «Attaccata la sede del governo provvisorio, ci sono vittime». Affondate due navi del Raìs

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Ribelli ai confini della città di Ajdabiya (Ap)
Ribelli ai confini della città di Ajdabiya (Ap)

TRIPOLI – In Libia Gheddafi torna a riacquistare spazio territoriale e politico, con le armi e con le parole. Sul fronte militare continuano i raid dei caccia contro le postazioni dei ribelli nella città di Ajdabiya, in Cirenaica, e a Zuara, in Tripolitania. Lo riferisce l’inviato della tv araba Al Jazeera. Ad Ajdabiya sono entrati in azione solo i caccia, mentre a Zuara si parla anche di intensi attacchi da parte dei carri armati che si trovano nella periferia della città. E a Bengasi, roccaforte dei ribelli e città simbolo della rivoluzione, un gruppo armato avrebbe attaccato il quartier generale del consiglio transitorio libico di Bengasi (Cnt), uccidendo alcuni sui membri e mettendo in fuga altri. Lo ha rivelato all’Ansa una fonte ufficiale del governo libico, precisando che «altre sollevazioni popolari pro-Gheddafi sono scoppiate a Tobruk, nell’est del Paese».

VERSO L’AEROPORTO«La sollevazione popolare contro gli insorti è guidata dalla tribù dei Warfallah, ma non solo quella», aggiunge la fonte: «In tutto l’est del Paese la popolazione ha saputo che l’esercito è arrivato a Ajdabiya, e quindi aspetta con trepidazione il suo arrivo». Le tribù e i cittadini fedeli al governo libico «stanno ora tentando di conquistare l’aeroporto di Bengasi», precisa ancora la fonte.

AFFONDATE DUE NAVI DI GHEDDAFI A favore del fronte dei ribelli si registra il fatto che due caccia guidati da piloti a loro fedeli hanno affondato due navi militari del regime di Muammar Gheddafi al largo di Ajdabiya. La notizia è stata diffusa da Al-Jazeera che cita fonti dell’opposizione. Secondo la tv qatariota, una terza nave sarebbe stata solo colpita. Le tre navi sarebbero responsabili dei bombardamenti compiuti tra dalle brigate di Gheddafi sulla città di Ajdabiya. Fonti dei rivoltosi confermano che le truppe del regime sono entrate in città, ma annunciano di voler restare e condurre una guerriglia urbana per fermare l’avanzata delle brigate di Gheddafi. È la prima volta che i ribelli libici annunciano di avere dei caccia.

GHEDDAFI: «TRADITO DA BERLUSCONI»Intanto, il consolidamento della posizione del Raìs non avviene solo attraverso le armi. Il Colonnello è tornato a minacciare in prima persona. Se i governi occidentali «si comporteranno come in Iraq, la Libia uscirà dall’alleanza internazionale contro il terrorismo. Ci alleiamo con Al Qaeda e dichiariamo la guerra santa». Lo ha detto in un’intervista a il Giornale nella quale si è detto «scioccato dall’atteggiamento degli europei» e di sentirsi «tradito» da Berlusconi. Il colonnello afferma che non c’è spazio di dialogo con i ribelli perché «il popolo» è dalla sua parte, anzi è «la gente» che «chiede di intervenire» contro le «bande armate». «Negoziare con i terroristi legati ad Osama Bin Laden – ribadisce – non è possibile. Loro stessi non credono al dialogo, ma pensano solo a combattere e ad uccidere». A Bengasi, sottolinea il colonnello, «la popolazione ha paura di questa gente e dobbiamo liberarla». Anche i membri del Consiglio nazionale dell’opposizione, aggiunge, è «come se fossero ostaggio di Al Qaida. Il Consiglio è una facciata, non esiste». La riconquista della Cirenaica è una questione di tempo: «Ci sono solo due possibilità: arrendersi o scappare via. Questi terroristi utilizzano i civili come scudi umani, comprese le donne». La comunità internazionale, prosegue il leader libico, «non sa veramente cosa accade in Libia. Il popolo è con me. Il resto è propaganda. Posso solo ridere». Gheddafi si dice quindi «scioccato» dall’atteggiamento degli europei, che «in questa maniera hanno messo in pericolo e danneggiato una serie di grandi accordi sulla sicurezza nel loro interesse e la cooperazione economica». Quando «il vostro governo – dice a proposito di quello italiano – sarà sostituito dall’opposizione ed accadrà lo stesso con il resto dell’ Europa il popolo libico prenderà, forse, in considerazione nuove relazioni con l’Occidente».

NESSUN ACCORDO NEL G8I ministri degli Esteri del G8 riuniti da lunedì sera a Parigi non hanno raggiunto nessun accordo su un intervento militare in Libia. Lo ha annunciato il ministro francese presidente di turno del G8, Alain Juppè, ammettendo di non aver «convinto» i partner su questo punto e ha ammesso che la comunità internazionale non potrà impedire al colonnello libico di riconquistare Bengasi: «Oggi, non abbiamo i mezzi militari, poiché la comunità internazionale non ha deciso di dotarsene». Come annunciato già lunedì sera dal ministro Franco Frattini, i ministri del G8 sono d’accordo per una rapida ripresa delle discussioni in seno al Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite per giungere a una risoluzione che faccia pressioni sul leader libico allo scopo di una cessazione delle violenze. A questa prospettiva dovrebbero, secondo il G8, essere associati Lega araba e Unione africana. Le discussioni fra i leader del G8 riprendono questa mattina per concludersi nel primo pomeriggio.

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Redazione online
15 marzo 2011

fonte:  http://www.corriere.it/esteri/11_marzo_15/libia-gheddafi_e4062a7c-4ede-11e0-9fbe-81b04f5e425c.shtml

Peppe il pizzaiolo, uno degli ultimi italiani rimasti a Tokyo: “Non me ne vado”

Giuseppe Erricchiello, 26 anni, fa il pizzaiolo nella capitale giapponese

«Peppe, uno degli ultimi italiani rimasti a Tokyo»

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Martedì mattina la telefonata dell’ambasciatore: «Ti prego, scappa»

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MILANO – «Peppe, sei l’ultimo degli italiani rimasti a Tokyo. Ti prego, scappa». Inizia così la telefonata dell’ambasciatore italiano in Giappone, ricevuta martedì mattina da Giuseppe Erricchiello, in arte Peppe, pizzaiolo nato 26 anni fa ad Afragola, vicino a Napoli, e residente a Tokyo da cinque anni.

Peppe nella sua pizzeria
Peppe nella sua pizzeria

Peppe è uno dei molti che hanno fatto grande l’Italia all’estero. La sua storia fa comprendere il valore, il coraggio, la dolcezza e la semplicità di questo ragazzo dal naso partenopeo. Peppe non padroneggia un italiano perfetto e l’inflessione dialettale è predominante, ma ciò che dice e racconta arriva sempre dritto al cuore: aveva circa 20 anni quando venne accoltellato perché – sembra impossibile, ma è storia di oggi – si era innamorato di una ragazza di cui non doveva innamorarsi. Era stato avvertito del rischio della sua scelta, ma le motivazioni che gli erano state fornite erano impossibili da comprendere per un ragazzino della sua età. Peppe rimane qualche mese in coma e al suo risveglio chiede aiuto a sua nonna, la donna che lo ha cresciuto: «Nonna, io non voglio rimanere in Italia, ho paura. La cosa che so fare meglio di tutte è la pizza. Secondo te, qual è il Paese dove piace di più la pizza?». La nonna rispose che le pareva che ai giapponesi la pizza piacesse, e Peppe, raccolto tutto il suo denaro, parte da solo per Tokyo, città dove inizia immediatamente a lavorare. Come garzone, aiuto cuoco e poi, finalmente, come pizzaiolo.

Pizza dopo pizza, ristorante dopo ristorante, Peppe in soli cinque anni riesce ad avere una pizzeria tutta sua – che ha chiamato La Bicocca – e a fare breccia nel cuore della gente della città, che lo ama. Oggi, o meglio, sino allo scorso venerdì, Peppe era diventato un personaggio pubblico: andava nelle scuole ad insegnare ai bambini giapponesi a fare la pizza napoletana; era a fare ospitate sulla televisione nazionale per raccontare i segreti del suo impasto; era all’ambasciata italiana, a fondare l’associazione dei pizzaioli napoletani in Giappone. E tutte le sere nel suo locale, a lavorare sodo, sempre, fino a tarda notte.
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Peppe e il futuro piccolo pizzaiolo figlio del mio allievo Jun – dall’album di Peppe

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Oggi Peppe è uno degli ultimi italiani rimasto a Tokyo, molti sono già tornati in Italia o si sono spostati in altre città del Giappone. Altri invece hanno deciso di restare a Tokyo: non hanno lasciato case, lavoro, parenti e amici, sperando che in qualche modo la situazione possa tornare alla normalità. L’Ambasciatore è affiancato da un team di funzionari che stanno lavorando senza sosta per sostenere i nostri connazionali. Peppe ha paura, ma non vuole andarsene. Non vuole scappare dalla città che lo ha accolto, non vuole abbandonare la gente che gli vuole bene. «Venerdì è stata durissima: ho avuto il tempo di pregare, di chiedere scusa per tutti i miei peccati e ho chiuso gli occhi pensando che tutto sarebbe sparito. Poi ho riaperto gli occhi e tutto era ancora lì, ma era caduto per terra. In mattinata mi ha chiamato l’Ambasciatore per dirmi di andare via subito, che è pericoloso. Ma mi dispiace lasciare questa gente. Se non faccio io la pizza, nessuno va più al ristorante. La città è vuota, per le strade non c’è più nessuno: sono tutti chiusi nelle case. I negozi sono serrati e gli alimentari non hanno più nulla da vendere, in alcune zone della città non c’è l’acqua e l’elettricità funziona solo ogni tanto. Sembra di essere in una città fantasma». Proprio lunedì la moglie di Peppe, che si è sposato con una ragazza giapponese, ha scoperto di essere incinta e lui, fiero, ha detto che diventerà papà. E questo è l’unico motivo per cui Peppe prenderà un treno e si sposterà per qualche giorno nel sud del Giappone. «Ma voglio tornare, perché la mia vita è tutta in questa città».

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Massimo Triulzi
15 marzo 2011

fonte: http://www.corriere.it/esteri/11_marzo_15/peppe-pizzaiolo-tokyo-triulzi_911365cc-4f1b-11e0-9fbe-81b04f5e425c.shtml

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l’album di Peppe

 

Inno d’Italia, strappo leghista: i consiglieri fuori dall’aula regionale

Oggi la prima seduta del Pirellone introdotta dalle note patriottiche

Inno d’Italia, strappo leghista: i consiglieri fuori dall’aula regionale

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Goffredo Mameli

Per il Carroccio in Aula solo il presidente Boni. Formigoni: «70 secondi di Inno non fan male a nessuno»

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I banchi vuoti dei consiglieri della Lega Nord (Ansa)
I banchi vuoti dei consiglieri della Lega Nord (Ansa)

MILANO – Alla «prima» dell’inno di Mameli eseguito nell’aula del Consiglio regionale della Lombardia in onore dei 150 anni dell’Unità d’Italia, i leghisti, come annunciato alla vigilia, non hanno partecipato. Gli esponenti della Lega Nord nel Consiglio, che si erano opposti alla legge regionale che prevedeva l’esecuzione dell’inno nazionale nella seduta di oggi, sono usciti dal’Aula prima dell’esecuzione patriottica che ha dato il via alla seduta per celebrare il 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia. Per il Carroccio era in Aula solo il presidente del Consiglio regionale, Davide Boni, per svolgere il suo ruolo istituzionale. Gli esponenti della Lega, si sono fermati a prendere un caffè alla buvette.
Un gesto abbastanza prevedibile, quello della Lega già contraria alla festa del 17 marzo, ma che comunque ha creato scalpore prima ancora di venir messo in pratica. Il governatore Roberto Formigoni, come annunciato, era invece in aula, con una spilla con il simbolo 150 sulla giacca. «Settanta secondi di Inno di Mameli non fanno male a nessuno, sono un simbolo importante di quello che siamo», ha commentato, all’uscita dei consiglieri leghisti. «Da lombardi partecipiamo alla festa del tricolore. La Lombardia ha avuto una parte molto grande nella costituzione dell’Unità di Italia, abbiamo dato un contributo di sangue e di ideali e oggi continuiamo ad essere la locomotiva dello sviluppo dell’Italia in Europa e nel mondo».

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La Minetti canta l’inno, Boni no La Minetti canta l'inno, Boni no La Minetti canta l'inno, Boni no

La Minetti canta l'inno, Boni no La Minetti canta l'inno, Boni no La Minetti canta l'inno, Boni no La Minetti canta l'inno, Boni no La Minetti canta l'inno, Boni no

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BONI: «IN AULA MA IDEALMENTE FUORI» – Il presidente Boni, presente in aula «suo malgrado», ha poi commentato: «Purtroppo non ho potuto bere il cappuccino con gli altri del mio gruppo. Ero in Aula perché sono il presidente di tutti, ma idealmente non l’ho sentito. L’ho vista come una grossa azione demagogica, come se i problemi dei cittadini lombardi si risolvessero con tutta questa enfasi. Oggi il Paese chiede più sobrietà e non autocelebrazioni di sepolcri imbiancati». «La positività che registro – ha aggiunto ironico Boni – è che Formigoni sarà in Aula da qui a tutto il 2011. Vista infatti l’euforia con la quale ha salutato l’iniziativa di suonare l’Inno sono sicuro che non vorrà perdersene neanche uno» all’inizio di tutte le prossime sedute dell’anno. Il presidente dell’Assemblea lombarda ha criticato anche i 3.500 euro spesi dall’ufficio di presidenza per comprare un migliaio di bandiere tricolori ai cittadini, 490 dei quali sono stati però dati ai consiglieri regionali. Boni ha infine dato ordine ai commessi di evitare che durante l’esecuzione dell’Inno venissero sventolati Tricolori. «Queste cose – ha ribadito – vanno fatte con sobrietà e solennità nel rispetto di tutti, non come se fossimo una squadra contro l’altra».

BUFERA SUI LEGHISTI – «Penso che il miglior modo per onorare le istituzioni sia lavorare nell’interesse dei lombardi». Così il vicepresidente della Regione Lombardia, Andrea Gibelli, mentre sui leghisti si scatena la bufera delle polemiche. «Una grave mancanza di rispetto», «un atteggiamento stucchevole», «disprezzo totale per chi disonora la patria». È solo una parte degli attacchi arrivati alla Lega. A criticare sono tanto gli avversari del centrosinistra quanto gli alleati del Pdl: «Chi non rende onore alla patria è un vigliacco e la sua esistenza è meschina – taglia corto durissimo l’assessore alla Protezione e coordinatore milanese del Pdl Romano La Russa (toni che si addicono di più alla Repubblica di Salò che all’Italia, replica il Vicepresidente e Assessore all’Industria e Artigianato Andrea Gibellli) -. «Mi auguro che i consiglieri leghisti sin dal prossimo consiglio rientrino in senno e rendano omaggio, anche loro, all’inno. D’altronde so anche che il capogruppo ha faticato non poco a far passare questa linea intransigente e sciagurata tra i leghisti». Poco tenero anche Vittorio Pesato, sempre del Pdl, che punge gli alleati accusandoli di essere «clandestini»: «La Lega sbaglia – dice -, chi non canta l’inno di Mameli è un clandestino perchè favorisce il principio di clandestinità di coloro i quali vivono senza patria e senza identità». Se questi sono gli alleati, figuriamoci la posizione del Pd: «Sapevamo che i consiglieri leghisti avrebbero disertato l’aula durante l’inno – sottolinea il capogruppo Luca Gaffuri -, ma quello che non ci si poteva attendere era che sarebbero rimasti al bar anche durante il minuto di silenzio dedicato alle vittime del disastro in Giappone». Presa di distanze netta anche dall’Italia dei Valori, che parla di atteggiamento «stucchevole e inutilmente provocatorio» del Carroccio, e ricorda quanto previsto dalla legge: «Abbiamo cantato l’inno oggi, e lo canteremo per tutto il 2011». «È gravissimo che i consiglieri regionali lombardi della Lega siano usciti oggi durante l’esecuzione dell’inno di Mameli. È un vero e proprio schiaffo al Paese. Se non si sentono italiani si dimettano e rifiutino il lauto stipendio che gli arriva puntuale a fine mese», afferma il portavoce dell’Italia dei Valori, Leoluca Orlando. «Chi non riconosce lo Stato che governa – afferma in una nota Alessandro Maran, vicepresidente dei deputati del Pd – dovrebbe trarne le conseguenze. Non si può essere ministri, governatori, sindaci, assessori, consiglieri di un esecutivo nazionale, di una regione, di una provincia e di una città se non si approva l’ordinamento dal quale queste articolazioni discendono. Dal canto suo Alessandro Pignatiello, coordinatore della segreteria nazionale del PdCI-Federazione della sinistra, ritiene «intollerabile che i consiglieri regionali lombardi della Lega siano usciti oggi durante l’esecuzione dell’inno di Mameli. I leghisti che fanno parte del governo o si dissociano pubblicamente da quanto fatto dai loro colleghi di partito a Milano o escano immediatamente dal governo nazionale della Repubblica italiana, che come recita la Costituzione è una e indivisibile, e sulla quale hanno giurato prima di fare i ministri. La Lega è secessionista. Chi non lo ha ancora capito continua a fare del male al Paese e alla sua unità, che ipocritamente festeggia ma che nei fatti calpesta ogni giorno».

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Redazione online
15 marzo 2011

fonte:  http://milano.corriere.it/milano/notizie/politica/11_marzo_15/inno-mameli-190227741202.shtml

Giappone «Fukushima come Chernobyl»

Giappone

«Fukushima come Chernobyl»

Chernobyl – Photo by Robert Knoth – fonte immagine

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Secondo l’Isis la crisi sta per raggiungere il livello sette, lo stesso che fu toccato nella centrale sovietica. Il commissario europeo Oettinger: «Tutto è fuori controllo, non escludo il peggio». Le radiazioni in arrivo nella capitale, molti lasciano la città diretti verso sud. L’incredulità e la paura nelle parole dei blogger stranieri a Tokyo

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di Lara Crinò

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(15 marzo 2011) Le immagini commentate sono state tratte dal sito dell  ISIS Le immagini commentate sono state tratte dal sito dell’ISIS

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La crisi nucleare nell’impianto nucleare di Fukushima Daiichi è da considerarsi a livello sei e potrebbe raggiungere presto il livello 7, cioè lo stesso che fu toccato a a Chernobyl. Lo ha comunicato l’Isis, Institute for Science and International Security di Washington, un autorevole centro studi indipendente che sta monitorando la situazione in Giappone. Il report smentisce quindi il governo giapponese, secondo il quale il livello di guardia è fermo al quarto, tre punti meno di Chernobyl.

Lo statement dell’Isis è stato rilasciato negli stessi minuti in cui il commissario europeo per l’energia, Gunther Oettinger, riferendo sugli incidenti nucleari in Giappone davanti al Parlamento europeo a Bruxelles, ha fatto dichiarazioni ancora più allarmanti: «Praticamente tutto è fuori controllo, non escludo il peggio nelle ore e nei giorni che vengono. La parola apocalisse è la più adeguata per definire quello che sta accadendo».

Mentre il mondo è col fiato sospeso, la rete è stata l’unico mezzo di comunicazione che ha continuato a funzionare. E così i blogger, sia per tranquilizzare amici e parenti, sia per ritrovare una qualche forma di normalità quotidiana, non hanno smesso di ‘postare’ parole e immagini capaci di restituire la tragedia collettiva e il loro spaesamento, l’angoscia di queste ore.

Ecco una selezione di pensieri che blogger giapponesi e stranieri che da anni vivono in Giappone hanno messo in rete nelle ultime ore.
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Allontanarsi
Il blogger italiano Andrea Iannello, che vive nella prefettura di Ibaraki, nei giorni scorsi aveva raccontato che la sua casa e la zona non avevano subito particolari danni a causa del terremoto. Ma la minaccia della nube nucleare lo ha spinto a lasciare la cittadina in cui vive per spostarsi in una zona meno a rischio, più lontana dal reattore di Fukushima. Ecco cosa scrive nel suo post più recente: “Stamattina vedendo le notizie poco chiare in tv riguardo l’effettiva pericolosita dei reattori ho deciso di usare il resto della benzina per portare la famiglia in stazione e abbiamo preso un treno, l’ultimo prima del blackout previsto. Vorrei raccontarvi tante cose ma per ora vi dico che siamo arrivati in Kansai. Intanto spero di poter garantire la salute dei bambini. Affido la casa e tutte le mie cose alla divina provvidenza”

Anche il blog Benoa.net, tenuto da una donna francese che vive a Tokio, racconta la decisione di lasciare la metropoli: “Oggi mi sono svegliata con la prima buona notizia da giorni. Pare che il rischio di un altro terremoto in arrivo entro giovedì si sia ridotto dal 70% al 40%. Tuttavia, subito dopo colazione le cattive notizie sul reattore nucleare di Fukushima hanno cominciato ad arrivare (e con cattive notizie intendo notizie molto peggiori di quelle che già circolano da venerdì. Così ho deciso che la mia famiglia aveva sopportato abbastanza (anche perchè sono con noi anche i miei genitori, che erano venuti a trovarci). Così abbiamo preso uno Shinkansen, un treno rapido per Hiroshima. Prego che le cose si sistemino presto e di poter tornare presto nella città che amo”.

Che fare?
La paura e la grandezza della tragedia spingono i giapponesi e gli ‘expat’ a chiedersi come sia meglio reagire. Scrive architetto di Kawagoe, un’antica cittadina a trenta minuti di treno da Tokio, in un post del suo blog: “In Giappone il 14 marzo è il ‘White Day’, una sorta di risposta a San Valentino. Ho regalato a mia moglie un piccolo gioiello. So che può suonare imprudente. Ma abbiamo bisogno di piccoli piaceri”.

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Dal fotoblog Shoottokyo.com Dal fotoblog Shoottokyo.com

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Poco sotto, invece, aveva affrontato il panico legato all’emergenza nucleare, riportando le parole di un psicoteraupeuta: “Quando accade un disastro, ci sentiamo inutili e deboli. Non auto puniamoci e cerchiamo di essere gentili con noi stessi”.
E il giovane Muravej.jp, che affitta appartamenti a Tokio e Yokohama, affida la tristezza a una sorta di haiku:
“I terremoti continuano a intermittenza, non sappiamo quando finiranno

Si trovano i morti, ma sono soltanto una parte.

Migliaia di persone sono in solitudine, hanno perso il contatto con la società.

E nel nord est del paese fa ancora freddo.

Non ci sono forniture di gas e di elettricità.

I rettori nucleari non sono spenti.

Possiamo solo guardare la televisione. Per la maggior parte del tempo ripete la stessa informazione, ma continuano a guardarla aspettando una qualche novità.

La vita a Kofu va avanti come sempre, ma la mente delle persone non è la stessa.

Tutto quello che abbiamo potuto fare è offrire qualcosa”

‘Qui non esistono i saccheggi’
Gli ‘expat’ che hanno scelto di vivere nel paese asiatico continuano a essere ammirati dal modo in cui i giapponesi affrontano questi giorni di disperazione e di caos: Scrive l’americano Peter Payne: il carattere di questo popolo emerge in questo momento di pericolo. E’ comune che i disastri naturali portino con sé atti disperati della gente, come ad esempio il saccheggio. Una cosa del genere non è pensabile in Giappone. E una giovane americana che insegna in una scuola americana scrive: “Il Giappone ha un modo diverso di reagire alle tragedie, ed è un sollievo che in qualche modo la vita prosegua normalmente. Non lo vivo come insensibilità, piuttosto come un grande senso pratico. Sarebbe uno sbaglio far finta che la vita quotidiana non meriti attenzione.

Così non è strano che Vivian, blogger europea di Osaka, subito dopo aver raccontato che l’ansia non la fa dormire, ma che nonostante questo ha deciso di non partire, offra la ‘sua’ ricetta della miso soup. “Per quelli che non sono qui: provatela, e penserete al Giappone mentre la mangiate”, mentre a Tokio una ragazza che si firma greeneyedgeisha, ovvero ‘geisha dagli occhi verdi’, scrive che non riesce a convincersi

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fonte:  http://espresso.repubblica.it/dettaglio/%C2%ABfukushima-come-chernobyl%C2%BB/2146887