Archivio | marzo 20, 2011

Meno cause civili nel tribunali: scatta la conciliazione obbligatoria

Meno cause civili nel tribunali: scatta la conciliazione obbligatoria

Avvocati in sciopero: «Illegittima». Alfano: «Giustizia veloce»

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ROMA – Al via la mediazione civile obbligatoria, mentre infuria la polemica. Da domani entra in vigore la mediazione che riguarderà un’area molto vasta della giustizia civile: dalle controversie sulle proprietà alle successioni ereditarie, dai patti di famiglia ai contratti assicurativi. Il provvedimento voluto dal Guardasigilli Angelino Alfano, ed altrettanto contrastato dagli Ordini degli avvocati, è dal nove marzo sotto la lente dei giudici del Tar del Lazio che dovranno valutare se, come sostengono l’Organismo unitario dell’avvocatura e molti Ordini forensi, sia illegittima la nuova normativa nata con l’obiettivo di deflazionare il contenzioso civile rendendo obbligatorio il tentativo extragiudiziale di soluzione delle liti.

Molti i settori nei quali bisognerà tentare la strada della soluzione davanti a un «risolutore di conflitti». Ossia un professionista – non necessariamente di formazione giuridica, anche un ingegnere o un geometra vanno bene – che, per ora, avrà una formazione specifica di 50 ore e che, in futuro, disporrà di una apposita laurea triennale. Il ”problem solving” deve essere capace di sviluppare il dialogo tra le parti e la ricerca di una soluzione condivisa che faccia rinunciare i contendenti dall’intraprendere il lungo percorso giudiziario che dura almeno 10 anni, dal Tribunale alla Cassazione.

Sono quasi sei milioni le cause arretrate. Locazioni, litigi ereditari, contratti bancari e assicurativi, risarcimenti del danno da colpa medica e diffamazioni a mezzo stampa, comodato, affitto di aziende, patti di famiglia e diritti reali: in tutti questi casi, prima di andare in tribunale, bisogna confrontarsi davanti al ”conciliatore”. E tra un anno l’obbligo scatterà anche per le liti condominiali e le cause per risarcimento danni da circolazione stradale e da natanti.

In Italia il numero delle cause civili è diminuito, informa il ministro della Giustizia, Angelino Alfano. La mediazione va in questa direzione: «Darà la possibilità ai cittadini di avere giustizia in soli quattro mesi non attraverso una rissa ma presso un organismo di conciliazione pubblico registrato al Ministero della Giustizia. Se poi non si trova la soluzione in quattro mesi – ha aggiunto – è chiaro che il cittadino si potrà rivolgere al giudice».

Invano l’avvocatura – ma l’Oua, comunque, non demorde e per il 28 marzo ha ottenuto un incontro con il Presidente della Camera Gianfranco Fini – aveva chiesto al Guardasigilli di inserire nella nuova disciplina l’obbligo, per i cittadini, di essere assistiti da un legale di fiducia. La procedura, tuttora, non lo prevede e, dunque, rimangono in campo le barricate degli avvocati che ritengono la mediaconciliazione lesiva del diritto di difesa. Se la ”creatura” di Alfano funzionerà e si raggiungerà il risultato di abbattere anche solo del 20-30% l’iscrizione di nuove cause, per gli avvocati si stima un calo delle entrate.

Ma non tutti gli avvocati si oppongono al cambiamento. Ad esempio Nicola Nanni dell’Ordine degli avvocati di Roma, tra i promotori del centro di formazione per conciliatori ”Adr-Unione europea conciliatori e arbitri”. «Un solo dato: in Francia, e faccio l’esempio di uno dei paesi comunitari a noi più simili – dice Nanni – ogni centomila abitanti si iscrivono ogni anno 2300 nuove cause a ruolo. In Italia se ne iscrivono ben 4800. Dunque si deve intervenire sui meccanismi dissuasivi, o alternativi, allo sbocco della lite nelle aule, già ingolfate, dei tribunali».

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20 marzo 2011

fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=142538&sez=HOME_INITALIA

Egitto, vittoria dei sì al referendum. Yemen: via il governo e in Siria nuovi scontri / VIDEO: 3 protesters shot dead in clashes at Syria’s Deraa

3 protesters shot dead in clashes at Syria’s Deraa

Da: | Creato il: 18/mar/2011

Syrian security forces killed three protesters in the southern city of Deraa on Friday, a resident said, in the first violent clashes to hit Syria since a wave of uprisings swept through the Arab world.

The demonstrators were taking part in a peaceful protest demanding political freedoms and an end to corruption in Syria, which has been ruled under emergency laws by President Bashar al-Assad’s Baath Party for nearly half a century.

Hussam Abdel Wali Ayyash, Akram Jawabreh and Ayhem al-Hariri were among several thousand people chanting “God, Syria, Freedom” and slogans accusing the family of the president of corruption, the resident said.

They were shot dead by security forces who were reinforced with troops flown in by helicopters, he added. Scores of other demonstrators were wounded.

“The confrontations are ongoing. They are heavy,” the resident told Reuters.

A video aired on Facebook showed what it described as demonstrators in Deraa shouting slogans earlier in the day against Syrian tycoon Rami Makhlouf, a cousin of Assad’s who owns several large businesses.

“Makhlouf you thief!” shouted dozens of demonstrators marching in the streets.

Syria’s ruling hierarchy have indicated they believe they are immune from the uprisings which have toppled entrenched leaders in Egypt and Tunisia, but small nonviolent protests this week challenged their authority for the first time in years.

On Wednesday plain-clothed security forces wielding batons dispersed 150 demonstrators in central Damascus who had gathered outside the Interior Ministry to demand the release of political prisoners.

Assad, who succeeded his father 11 years ago, is also head of the Baath party, which has been in power since 1963, banning opposition and imposing the emergency law still in force.

He said in an interview published in January that Syria’s ruling hierarchy was “very closely linked to the beliefs of the people” and that there was no mass discontent against the state.

New York-based Human Rights Watch has said Syria’s authorities were among the worst violators of human rights in 2010, jailing lawyers, torturing opponents and using violence to repress ethnic Kurds.

Bashar’s father, Hafez al-Assad, sent troops into the city of Hama in 1982 to finish off the armed wing of the Muslim Brotherhood. Around 30,000 people were killed and much of the old quarter of the city was razed to the ground.

Egitto, vittoria dei sì al referendum
Yemen: via il governo e in Siria nuovi scontri

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Il fronte dei favorevoli ha raggiunto il 77,2 % dei consensi, i no hanno incassato solo il 22,18 %. L’affluenza alle urne ha superato l’80 %. A Sanaa, il presidente ha destituito l’esecutivo dopo le manifestazioni popolari costate la vita a 52 persone. E nell’altro paese arabo, gravi scontri con un morto e centinaia di feriti

Egitto, vittoria dei sì al referendum Yemen: via il governo e in Siria nuovi scontri

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IL CAIRO – Il sì agli emendamenti costituzionali ha vinto nel referendum che si è svolto ieri in Egitto. I sì hanno raggiunto il 77,2% dei voti mentre i no hanno incassato il 22,18% dei consensi. Lo ha annunciato il presidente della commissione di supervisione del referendum. L’agenzia Mena, dal canto suo, ha indicato che in quattro regioni il sì ha ottenuto fra il 75% e il 90% dei consensi. L’affluenza alle urne ha superato l’80%. Secondo i dati diffusi dall’agenzia Mena, nella regione del Fayum il sì ha ottenuto il 90% dei voti, nel sud Sinai il 75,7%, nelle due regioni del delta di Qalyubiya e di Kafr el Sheikh l’80% e l’87,9% rispettivamente.

Il referendum sulle modifiche alla Costituzione è stato il primo voto del dopo Mubarak. A sostegno del sì si sono schierati i Fratelli Musulmani e il partito dell’ex rais, il partito democratico nazionale. Per il no i giovani della rivoluzione e i partiti che li sostengono e i copti, oltre ai più gettonati candidati alla presidenza Mohamed El Baradei, oggetto ieri di un’aggressione al seggio, e Amr Mussa, attuale segretario generale della Lega araba.

Ai 45 milioni di aventi diritto è stato chiesto  di scegliere se approvare o meno il pacchetto di riforme costituzionali proposto da un Comitato di saggi insediato dal Consiglio militare supremo. La vittoria del sì consentirebbe l’organizzazione di elezioni parlamentari e presidenziali entro la fine dell’anno, mentre il no costringerebbe la giunta militare a prolungare la scadenza dei sei mesi prevista a settembre, per il passaggio del potere nei mani di un governo civile.

La riforma prevede la limitazione del numero di mandati presidenziali, l’allentamento delle restrizioni per candidarsi, il rafforzamento del controllo della magistratura sulle elezioni e l’abolizione del potere presidenziale di ordinare processi militari contro i civili. La riforma rende inoltre più semplice candidarsi alle elezioni presidenziali. La commissione di esperti, per ora, non ha messo mano alle norme relative ai poteri del presidente, che per 31 anni hanno garantito, in pratica, l’onnipotenza a Mubarak. L’indicazione della commissione è che queste norme siano riscritte dopo le elezioni presidenziali e politiche, da parte del nuovo parlamento.

Intanto, nello Yemen, Il presidente Ali Abdullah Saleh ha destituito l’intero esecutivo nazionale, sulla spinta delle pressioni popolari per le violenze che venerdì hanno provocato la morte di almeno 52 manifestanti. Lo riferisce l’agenzia di stampa ufficiale yemenita, senza fornire per il momento ulteriori dettagli.

E in Siria è di almeno un morto e cento feriti il bilancio dei nuovi scontri avvenuti a Daraa, nel sud della nazione, tra migliaia di manifestanti e forze di sicurezza. Gli agenti hanno aperto il fuoco e sparato lacrimogeni contro la folla, che per il terzo giorno consecutivo si era radunata nella città, dove venerdì scorso erano stati uccisi quattro manifestanti. La rabbia oggi è esplosa dopo l’arrivo di una delegazione governativa incaricata di portare le condoglianze del regime alle famiglie delle vittime. Il presidente siriano Bashar al Assad, infatti, ha presentato oggi le sue formali condoglianze “alle famiglie dei due martiri morti” nel sud della Siria venerdì scorso, dove secondo i cittadini di Daraa, teatro delle manifestazioni anti-regime, ci sarebbero stati fino ad oggi sei morti, uccisi dalle forze di sicurezza di Damasco.

Nel corso degli incidenti, centinaia di manifestanti hanno incendiato il palazzo di Giustizia, la sede del partito Baath e altri edifici della cittadina. Anche alcuni veicoli sono stati dati alle fiamme. Come gesto di distensione, Damasco ha deciso la liberazione di 15 giovani, tutti sotto i 16 anni, il cui arresto aveva provocato l’esplodere delle proteste. I ragazzi erano stati fermati per aver scritto graffiti inneggianti alle rivolte tunisina ed egiziana sui muri della città.

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20 marzo 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/esteri/2011/03/20/news/egitto_verso_la_vittoria_dei_s_al_referendum_approvati_gli_emendamenti_alla_costituzione-13866049/?rss

ESCLUSIVO L’ESPRESSO – «Questo mafioso finanziò Berlusconi». Si chiama Giovannello Greco:

ESCLUSIVO L’ESPRESSO

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«Questo mafioso finanziò Berlusconi»

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Si chiama Giovannello Greco, era un killer fedelissimo di Bontate. E secondo le accuse di Giovanni Brusca avrebbe prestato centinaia di milioni al Cavaliere. Uscito dal carcere, è ancora vivo, non si sa dove

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di Lirio Abbate

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Decine di miliardi di vecchie lire: quello che negli anni Settanta era un vero tesoro, pari a centinaia di milioni di euro odierni. E’ l’investimento che una cordata di mafiosi palermitani avrebbe affidato allora a Silvio Berlusconi: denaro raccolto con i proventi del narcotraffico. In prima fila in questa operazione ci sarebbe stato Stefano Bontate. Assieme a lui, un pool di altri boss avrebbe consegnato pacchi di milioni di lire al fondatore dell’Edilnord. Boss sterminati nella spietata guerra lanciata dai killer corleonesi di Totò Riina all’inizio degli anni Ottanta. Tutti morti, tranne uno. Almeno a dare fiducia alle ultimissime dichiarazioni di Giovanni Brusca: uno dei presunti finanziatori di Berlusconi sarebbe ancora vivo. E libero, perché è anche l’unico mafioso che ha ottenuto la revisione del celebre maxiprocesso.

Il nome messo a verbale da Brusca lo scorso 25 novembre è quello di Giovannello Greco, un sopravvissuto: scampato alla strage corleonese, fuggito in Spagna, arrestato 16 anni dopo e poi tornato in libertà grazie alla revisione della condanna definitiva. A 14 anni dal suo arresto si è scoperto che Brusca aveva custodito nel silenzio molte conoscenze. A partire dalla storia del presunto tesoro mafioso affidato a Berlusconi.

Il racconto – scrive l’Espresso nel numero in edicola domani – messo nero su bianco negli ultimi mesi secondo gli inquirenti è importante perché descrive nel dettaglio tutti i tentativi da parte dei boss di recuperare il capitale consegnato all’imprenditore milanese.

Brusca sostiene che ogni anno il Cavaliere avrebbe pagato 600 milioni di lire ai finanziatori siciliani. Poi la guerra corleonese tra il 1981 e il 1982 ha falcidiato Bontate e il suo gruppo, facendo interrompere i rapporti.

Oggi Brusca ha fornito nuovi racconti sui boss che negli anni Settanta avrebbero puntato sul Cavaliere. Tra loro ci sarebbe stato Pietro Marchese, ucciso in carcere nel 1982. E soprattutto Giovannello Greco, un fedelissimo di Bontate, accusato di aver commesso numerosi omicidi: uno dei pochi uomini del padrino palermitano sopravvissuto alla mattanza corleonese. Brusca racconta come Greco riuscì a spiazzare i sicari di Riina con un’azione improvvisa: sarebbe piombato nell’abitazione del mafioso Gaetano Cinà, amico di Dell’Utri e in quel momento alleato dei corleonesi. «Giovannello Greco torna da dove si trovava e fa una specie di sorpresa a questo Cinà, per recuperare i soldi». Cinà, secondo Brusca, è l’uomo che all’epoca poteva arrivare direttamente al braccio destro del Cavaliere. E tramite questo canale sarebbe riuscito a farsi riconsegnare la sua quota dell’investimento. Fuggito dalla Sicilia dopo la morte del suo capomafia, Giovannello Greco è stato arrestato dopo 16 anni di latitanza a Ibiza e – dopo una lunga resistenza all’estradizione – ha poi accettato di tornare in carcere in Italia. Nel 2001 Gaetano Grado, un altro degli alleati di Bontate che secondo i pentiti frequentava Arcore, ha deciso di collaborare e si è autoaccusato dell’unico tentato omicidio per cui Greco era stato condannato nel maxiprocesso.

Su questa base Greco ha ottenuto la revisione della sentenza, con l’assoluzione riconosciuta dalla Corte d’appello di Catania. Dopo avere scontato un’altra pena per associazione mafiosa, oggi Giovannello è libero e vive lontano dalla Sicilia insieme alla moglie e alle figlie.

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17 marzo 2011

fonte: http://espresso.repubblica.it/dettaglio/%C2%ABquesto-mafioso-finanzio-berlusconi%C2%BB/2147128

NUCLEARE – ‘Non ci sono centrali sicure’: Colloquio con Edwin Lyman / VIDEO: Edwin Lyman explains the nuclear crisis in Japan on the Rachel Maddow Show, 3/11/2011

Edwin Lyman explains the nuclear crisis in Japan on the Rachel Maddow Show, 3/11/2011

Da: | Creato il: 12/mar/2011

UCS Senior Scientist Edwin Lyman explains the nuclear crisis in Japan on the Rachel Maddow show on Friday, March 11, 2011.
Nuclear Crisis in Japan
The massive earthquake off the northeast coast of Japan has caused a potentially catastrophic situation at one of Japan’s nuclear power plants. The situation is still evolving, but we have linked to a preliminary assessment based on the facts as experts at the Union of Concerned Scientists currently understand them as of Friday afternoon, March 11.

‘Non ci sono centrali sicure’

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Nessun impianto è garantito. Neanche quelli di nuova generazione. Bisognerebbe rendere più severi gli standard di sicurezza, ma i costi supererebbero i vantaggi ottenuti dalla produzione di energia. Parla il massimo esperto Usa. Colloquio con Edwin Lyman

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Colloquio con Edwin Lyman di Antonio Carlucci

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Non è bastato il comunicato di domenica 13 marzo della Nuclear Regulatory Commission per rassicurare che “le rigorose norme di sicurezza assicurano che le centrali nucleari americane sono progettate per fronteggiare tsunami, terremoti e altri disastri naturali”. Neanche 24 ore più tardi, lunedì 14, Gregory Jaczko, il numero uno della Nrc, l’ente che si occupa della sicurezza e del controllo delle centrali atomiche sul suolo americano, si è presentato nella sala stampa della Casa Bianca e ha affrontato un fuoco di fila di domande su quanto sta accadendo in Giappone, ma soprattutto sulla situazione degli impianti americani alcuni dei quali sono in funzione nella sismica California.

La paura dell’olocausto nucleare, dell’incidente che ripete in modo esponenziale quanto abbiamo già visto nel 1986 a Cernobyl e oggi si rischia in Giappone, non è mai sopita. Negli Stati Uniti esistono 104 impianti che forniscono il 20 per cento dell’energia consumata dalle famiglie e dalle industrie americane: 30 di queste centrali sono identiche a quella esplosa a Fukushima. Nel 1979 il terrore del meltdown fu vissuto a Three Mile Island, in Pennsylvania, per una fuga radioattiva dovuta al surriscaldamento del nocciolo del reattore. Da quel giorno la costruzione di una dozzina di centrali è stata bloccata dalle comunità locali in nome della politica del “Not in my backyard”, non nel mio cortile. Ma per diminuire la dipendenza dal petrolio, insieme a progetti per l’eolico, il solare e il gas, Barack Obama ha dato via libera alla costruzione di nuove centrali nucleari e ha messo sul tavolo 54 miliardi di dollari in prestiti federali.

Il dibattito tra gli scienziati americani gira tutto intorno al problema della sicurezza e alle regole che vengono stabilite a livello federale e che devono essere applicate dalle società private che hanno la licenza di costruire e di gestire un impianto nucleare. “l’Espresso” ne ha parlato con il fisico nucleare Edwin Lyman, per molti anni presidente del Nuclear Control Institute e oggi membro del Global Security Program della Union of Concerned Scientist, una associazione che è a favore della scelta nucleare ma mette al primo posto la ricerca della sicurezza totale.

Che ammonimento arriva dalla debolezza degli impianti giapponesi di fronte al terremoto e allo tsunami?
“Gli avvenimenti hanno messo a nudo la vulnerabilità del modo di affrontare la questione delle norme di sicurezza delle centrali nucleari non solo in Giappone, ma anche negli Stati Uniti e nel resto del mondo. Quanto sta avvenendo a Fukushima ci obbliga a prendere molto più seriamente il processo di formazione delle norme di sicurezza. Ci vuole ancora più attenzione nella previsione di gravi incidenti e, quindi, ulteriori sistemi di prevenzione da parte della Nuclear Regulatory Commission”.

Nel concreto a che cosa pensano gli scienziati preoccupati?
“Bisogna rivedere l’intero processo di valutazione dei rischi per stabilire che cosa è essenziale per aumentare la sicurezza degli impianti. Oggi siamo obbligati a chiederci se abbiamo fatto abbastanza, per esempio se abbiamo valutato correttamente i pericoli sismici. Non possiamo non rivedere il modo in cui abbiamo pensato alle regole che riguardano le strutture di contenimento per verificarne l’adeguatezza. Così come va rivisto l’intero complesso delle misure di reazione davanti a incidenti come quello giapponese. Infine, dobbiamo verificare sin da oggi il complesso delle norme di sicurezza delle centrali di nuova generazione e capire se esse siano davvero meno pericolose rispetto a quelle in funzione oggi”.

Insomma, non bisogna mai dare per acquisito il livello di sicurezza raggiunto.
“Se gli standard delle norme aumentano di livello, bisogna subito andare a ricontrollare tutti gli impianti esistenti per adeguarli alle nuove regole. E il costo che naturalmente ne deriva va soppesato per valutare se il valore degli interventi ha ragione di essere rispetto ai vantaggi che otteniamo dalla produzione di energia con quegli impianti”.

E’ vero che le centrali di nuova generazione sono intrinsecamente più sicure?
“A dire il vero, no. Ritengo che davvero pochi nuovi progetti abbiano aumentato la sicurezza rispetto agli impianti attualmente in funzione. Una eccezione è quella dell’Areva Epr che è stata progettata secondo le regole di Francia e Germania riguardo ai possibili incidenti (e che il nostro governo ha scelto per quattro centrali, ndr). Ma ha un costo elevato e molti Paesi o molte società di gestione del nucleare non sono interessati ad acquistarla”.

La centrale giapponese era stata testata per terremoti di grado 7,5 della scala Richter, ma ne è arrivato uno di grado 9. Che senso ha costruire una centrale nucleare in zona sismica?
“Il problema centrale resta quello della sicurezza. In Giappone la scossa di terremoto è stata accompagnata dallo tsunami che ha messo fuori uso prima la rete elettrica e poi i generatori che davano la corrente necessaria a raffreddare l’impianto. La centrale è stata costruita pensando alla possibilità di terremoti e di allagamenti, ma il problema è l’intensità di eventi naturali che vengono previsti. Se si resta a un livello troppo basso e poi arriva lo tsunami o il terremoto devastante, il progetto è sbagliato e si corrono rischi troppo alti”.

Qual è la situazione delle regole negli Stati Uniti?

“In qualche caso le regole sono state allentate. Secondo me non funziona il sistema di concedere una sola licenza che prevede la costruzione e la gestione dell’impianto. Meglio sarebbe tornare al sistema che vuole una prima licenza per la costruzione, quindi la verifica di quanto è stato fatto e sulla base dei risultati un nuovo permesso che dia il via libera alla gestione. Manca anche una chiara norma che dica che i nuovi reattori devono essere progettati con maggiore attenzione alla sicurezza rispetto a quelli in funzione”.

Qual è il ruolo del Dipartimento dell’energia nel capitolo sicurezza?
“Non si occupa di questioni legate alle norme di salvaguardia delle centrali per uso commerciale, attività che invece è svolta dalla Nuclear Regulatory Commission. Ma sia la Nrc che altri enti simili in tutto il mondo sono diventati molto compiacenti in tema di sicurezza. Hanno cominciato a pensare che incidenti come quelli di Chernobyl o di Three Mile Island non possano accadere di nuovo. Gli avvenimenti del Giappone dimostrano l’esatto contrario”.

Quale lezione viene da quanto sta accadendo a Fukushima?
“La prima indica chiaramente che bisogna pensare a tutto ciò che può accadere a un impianto nucleare e ad essere molto conservatori nel giudicare quanto si sta facendo, prendendo sempre precauzioni extra in tema di sicurezza. E gli avvenimenti dimostrano che nel mondo non è stato questo l’approccio. La seconda lezione traccia una strada chiara riguardo alla costruzione di nuove centrali: bisogna che siano più sicure di quelle in funzione oggi, anche se questo dovesse aumentarne i costi e rendere la produzione di energia nucleare meno competitiva tra le opzioni che hanno come obiettivo la riduzione dell’impatto sui cambiamenti climatici”.

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17 marzo 2011

fonte: http://espresso.repubblica.it/dettaglio/non-ci-sono-centrali-sicure/2147188

WIKILEAKS – Un cablo segreto americano rivela che il Governo Berlusconi ha preso tangenti dai francesi per il nucleare

“All’Italia mazzette sull’atomo”

Il Tumore, di Stoney64 – fonte immagine

In un cablo segreto spedito a Washington, l’ambasciatore americano rivela che ‘alti ufficiali’ dell’esecutivo di Berlusconi avrebbero preso tangenti per comprare tecnologie e centrali francesi

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di Stefania Maurizi

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All’inizio è solo un timore, poi si trasforma in più di un sospetto: la rinascita del nucleare in Italia è condizionata dalle tangenti. Un’ipotesi circostanziata, messa nero su bianco in un rapporto del 2009 per il ministro dell’Energia di Obama, Steven Chu. Negli oltre quattro mila cablo dell’ambasciata americana di Roma la parola corruzione compare pochissime volte e in termini generici. Quando invece si parla delle nuove centrali da costruire, allora i documenti trasmessi a Washington diventano espliciti, tratteggiando uno scenario in cui sono le mazzette a decidere il destino energetico del Paese.

Nel momento in cui il devastante terremoto giapponese obbliga il mondo a fare i conti con i rischi degli impianti e lo spettro di una colossale contaminazione, i documenti ottenuti da WikiLeaks che “l’Espresso” pubblica in esclusiva permettono di ricostruire la guerra nucleare segreta che da sei anni viene combattuta in Italia.

Uno scontro di Stati prima ancora che di aziende, per mettere le mani su opere che valgono almeno 24 miliardi di euro e segneranno il futuro di generazioni. Francesi, russi e americani si danno battaglia su una scacchiera dove si confondono interessi industriali, politici e diplomatici: cercano contatti nel governo, nei ministeri, nei partiti e nelle aziende. Per riuscire a conquistare quello che appare il mercato più ricco d’Europa. E lo fanno – secondo i dossier statunitensi – senza esclusione di colpi.

LA FENICE ATOMICA

Gli americani cominciano a muoversi nel 2005, quando con una certa sorpresa scoprono che l’energia nucleare sta risorgendo dalle ceneri del referendum del 1987. Per gli Usa si tratta di un’occasione unica: lo strumento per allontanare l’Italia dalla dipendenza nei confronti del gas russo, l’arma più potente nelle mani di Vladimir Putin. La questione diventa quindi “prioritaria” per l’ambasciata di Roma, che si muove verso due obiettivi: convincere i politici a concretizzare il programma atomico e far entrare nella partita i colossi americani del settore. Complici il prezzo sempre più alto degli idrocarburi, i rincari delle bollette e le promesse di sicurezza dei reattori più avanzati, gli italiani sembrano sempre meno ostili al nucleare. E il governo di Silvio Berlusconi non mostra dubbi su questa scelta. Più difficile – scrivono nel 2005 – convincere il centrosinistra che “si oppone largamente all’idea. Comunque, i nostri contatti sostengono che, anche se dovesse tornare al governo, il rinnovato impegno dell’Italia nei programmi nucleari non si fermerà”.

La componente verde della maggioranza di Romano Prodi si oppone a ogni programma. Il ministro Pier Luigi Bersani invece apre alle sollecitazioni statunitensi e nel 2007 spiega all’ambasciatore che “l’Italia non è fuori dalla produzione di energia nucleare, l’ha solo sospesa”, per poi riconoscere che “carbone pulito e nucleare probabilmente giocheranno un ruolo importante nell’assicurare i bisogni del futuro”. Lo stesso Bersani che in questi giorni, dopo la crisi nipponica, è stato pronto a condannare “il piano nucleare del governo”.

Lo scontro più feroce però è quello che avviene per costruire i futuri impianti: almeno sei centrali, ciascuna del costo di circa 4 miliardi. Si schierano aziende-Stato, che sono diretta emanazione dei governi e godono dell’appoggio di diplomazie e servizi segreti. In pole position i francesi di Areva, quasi monopolisti nel Vecchio continente dove hanno aperto gli unici cantieri per reattori di ultima generazione: hanno 58 mila dipendenti e 10 miliardi di fatturato l’anno. E anche i russi, che nonostante Chernobyl continuano a esportare reattori in Asia, cercano di partecipare alla spartizione della torta. Negli Usa ci sono Westinghouse e General Electric che “sono interessate a vendere tecnologia nucleare all’Italia, ma si trovano a dover affrontare una dura competizione da parte di rivali stranieri i cui governi stanno facendo una pesante azione di lobbying sul governo italiano”.

MAZZETTE ALLA FRANCESE

L’allerta diventa massima nel 2008, quando Berlusconi assicura agli Usa che stavolta il suo esecutivo “rilancia sul serio il settore. Se andranno davvero avanti, ci saranno contratti per decine di miliardi”. Con una minaccia: “Vediamo già un’azione di lobbying ad alto livello da parte dei leader del governo inglese, francese e russo”. I colloqui con il consigliere diplomatico del ministro Claudio Scajola, Daniele Mancini, “suggeriscono che i francesi e i russi stanno già manovrando e facendo lobbying per i contratti”. Ed ecco la previsione: “La corruzione è pervasiva in Italia e temiamo che potrebbe essere uno dei fattori che dovremo affrontare andando avanti”. L’avversario è Parigi, che può sfruttare gli intrecci economici tra Enel ed Edf per stendere la sua trama. “Temiamo che i francesi abbiano una corsia preferenziale a causa della loro azione di lobbying ai più alti livelli e a causa del fatto che le compagnie che probabilmente costruiranno gli impianti in Italia hanno tutte un qualche tipo di French connection. Continueremo i nostri energici sforzi per garantire che le aziende americane abbiano una giusta chance”.

Pochi mesi dopo i francesi danno scacco: Sarkozy e il Cavaliere firmano l’accordo che assegna ad Areva la costruzione di quattro reattori modello Epr in Italia. Siamo a febbraio 2009, la diplomazia statunitense vuole impedire che il successo di Parigi si trasformi in scacco matto. E intensifica gli sforzi per occupare gli spazi rimasti, ossia la fornitura di almeno altre due centrali. A maggio arriva a Roma il Mister Energia di Obama, Steven Chu.

L’ambasciata lo mette in guardia: “L’intensa pressione dei francesi, che forse comprende tangenti (“corruption payment”) a funzionari del governo italiano, ha aperto la strada all’accordo di febbraio tra le aziende parastatali italiana e francese, Enel e Edf, in modo da formare un consorzio al 50 per cento per costruire centrali in Italia e altrove. L’intesa prevede la costruzione di quattro reattori dell’Areva entro il 2020 e, cosa ancora più preoccupante, può imporre quella francese come tecnologia standard per il ritorno dell’Italia al nucleare”.

Gli americani ipotizzano che dietro la scelta degli standard a cui affideremo il nostro futuro e la sicurezza del Paese ci possano essere state bustarelle. E chiedono al ministro per l’Energia: “Dovrebbe far presente che abbiamo preoccupanti indicazioni del fatto che alle aziende americane sarà ingiustamente negata l’opportunità di partecipare a questo programma multimiliardario”. L’ambasciata è molto decisa nel delineare un contesto di scorrettezza. Il promemoria scritto da Elizabeth Dibble, all’epoca reggente della sede di Roma oggi diventata consigliera di Hillary Clinton, insiste: “� anche molto importante che ricordi al governo italiano che ci aspettiamo pari opportunità per le nostre aziende, visto quello che abbiamo notato fino a oggi nel processo di selezione”.

RUSSIA? NO GRAZIE

Alla fine del 2008 gli Usa ritengono che Berlusconi stia per annunciare un accordo per il nucleare anche con Mosca. Ma uno degli uomini chiave del ministero dello Sviluppo Economico, Sergio Garribba, rassicura gli americani e “ridendo” spiega la reale natura della collaborazione atomica con i russi: “� una barzelletta, solo pubbliche relazioni”. L’ambasciata scrive che l’alto funzionario “probabilmente ha ragione: gli italiani nel 1987 hanno chiuso il loro programma in risposta a Chernobyl…”. Ma non si fidano completamente “visti gli stretti rapporti tra Berlusconi e Putin”. E temono che comunque la coalizione tra Eni e Gazprom per il gas, che alimenta anche le centrali elettriche, si trasformerà in un muro per ostacolare il nucleare. “Si dice che l’Eni stia facendo una dura azione di lobbying contro la riapertura della partita da parte di Enel”, registra nel 2005 l’ambasciatore Sembler, “perché ridurrebbe sia il mercato di Eni che la sua influenza politica”. Anche se le resistenze più forti verranno dal nimby, l’opposizione delle comunità locali ai nuovi reattori. “L’Italia è una penisola lunga e stretta, con una spina dorsale di catene montuose e con coste densamente popolate. Il numero dei siti dove costruire impianti è limitato… Se continua a decentralizzare i poteri alle regioni attraverso le riforme costituzionali – sostengono i nostri contatti – un revival nucleare sarà veramente improbabile”. Forse per questo, in tempi più recenti, l’ambasciata “programma” di contattare anche il leghista Andrea Gibelli, che presiede la commissione Attività produttive della Camera.

LA QUINTA COLONNA

Nei ministeri di Roma la battaglia nucleare si combatte stanza per stanza. Gli americani cercano di avere referenti fidati negli uffici chiave e ogni nomina viene analizzata. Nel 2009 guardano con diffidenza ai tre tecnici italiani designati per il G8 dell’energia: “Uno attualmente lavora per la potente Eni”. Fino ad allora, si erano spesso rivolti a Garribba, “uno dei grandi esperti di energia, consulente tecnico del ministro Scajola”: è definito “uno stretto contatto dell’ambasciata”. Ma nel 2009 temono di venire tagliati fuori. Nella gara per la direzione del dipartimento Energia del ministero, Garribba viene battuto da Guido Bortoni, “un tecnocrate poco noto che attualmente sta all’Autorità per l’Energia. Avendo lavorato 10 anni all’Enel, Bortoni potrebbe ancora avere legami stretti con l’azienda e gli investimenti comuni tra Enel e l’industria nucleare francese ci fanno preoccupare che Bortoni possa portare questa preferenza per la tecnologia francese nella sua nuova posizione”. Ad aumentare i loro timori c’è “la dottoressa Rosaria Romano, che guiderà la divisione nucleare del nuovo dipartimento energia”: un fatto “potenzialmente preoccupante” visto che “nel corso degli anni, la Romano ha ripetutamente rifiutato in modo deciso i tentativi dell’ambasciata di incontrarla”. Ma i diplomatici americani “stanno già lavorando per assicurare che le nomine di Bortoni e Romano non danneggino gli interessi delle aziende Usa (General Electric e Westinghouse)”.

Nel luglio 2009, il ritorno all’atomo diventa legge. A quel punto, Francesco Mazzuca, presidente dell’Ansaldo Nucleare, azienda genovese del gruppo Finmeccanica e unico polo italiano del settore, consiglia “un impegno ai più alti livelli del governo italiano, in modo da contrastare i continui sforzi di lobbying da parte di Parigi. Mazzuca ha detto che il governo francese sta addirittura aumentando la sua pressione, inviando a Roma un secondo funzionario con portfolio nucleare”. Il top manager di Ansaldo ipotizza che il governo Berlusconi potrebbe costruire i nuovi impianti nei siti delle vecchie centrali in corso di smantellamento: Trino Vercellese, Caorso, Latina e Garigliano. E per l’Agenzia di sicurezza nucleare che dovrà vigilare su reattori e scorie, Mazzuca dichiara che la vorrebbe guidata dal professor Maurizio Cumo. Ex presidente della Sogin, in ottimi rapporti con Gianni Letta, nel novembre scorso Cumo è stato nominato dal Consiglio dei ministri come uno dei cinque membri dell’Agenzia guidata da Umberto Veronesi. Cumo è il nome che piace anche a Washington perché “è a favore della tecnologia nucleare Usa”.

Ogni mossa in questa sfida ha ricadute anche sul futuro di tutti gli italiani. Nei cablo non si entra mai nel merito delle tecnologie contrapposte, se siano più sicuri i reattori francesi o americani. Ma l’attivismo dell’ambasciata mette a segno un risultato importante: “Siamo stati capaci di convincere il governo italiano a cambiare una bozza della legislazione sul nucleare che avrebbe lasciato l’approvazione dei certificati per le nuove centrali agli altri governi europei. La nuova versione estende la certificazione a qualsiasi paese Ocse. Questo apre la porta alle aziende americane”. In pratica, si passa dagli standard di sicurezza dell’Unione europea a quelli di qualunque membro dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo, che comprende 34 nazioni inclusi Giappone, Australia e Usa.

VIVA SCAJOLA

Dal 2009 le attenzioni degli americani si concentrano su Claudio Scajola, “un collaboratore di lunga data di Berlusconi, che guida un superministero”. Affidano a Chu il compito di “conquistarlo”, sin dal summit romano del maggio 2009. Ma il momento chiave è il viaggio negli States del settembre successivo: “Vediamo questa visita come un’opportunità decisiva per gli Stati Uniti per contrastare la preferenza italiana nei confronti della tecnologia nucleare francese e per aprire le porte a lucrativi contratti per le aziende statunitensi”. Scajola accetta anche “l’invito di Westinghouse a fare un tour nei suoi impianti”. Lo strumento per fare leva sul ministro è l’Ansaldo Nucleare, la società di Finmeccanica “che ha stretti rapporti con Westinghouse”. L’ambasciatore Thorne scrive: “Noi abbiamo saputo che Scajola ha un’altra ragione per appoggiare il coinvolgimento delle aziende statunitensi. L’accordo con la Francia ha tagliato fuori dai contratti le società italiane che vogliono contribuire a costruire le centrali. Una di queste, Ansaldo Nucleare, ha sede nella regione di Scajola: la Liguria. E così se Westinghouse ottiene la sua parte, Ansaldo – azienda della terra di Scajola – ne beneficia. Noi abbiamo bisogno di tutto l’aiuto possibile nel nostro sostegno alle aziende Usa. Se Scajola ha anche un interesse locale nel cercare di fare in modo che le ditte americane ottengano commesse, questo è un vantaggio da cogliere e da massimizzare a beneficio degli Stati Uniti”. L’interesse statunitense si è tradotto la scorsa settimana nella cessione del 45 per cento di Ansaldo Energia – che controlla Ansaldo Nucleare – al fondo First Reserve Corporation, con un’operazione da 1.200 milioni di euro.

E anche il tour di Scajola negli States del 2009 si è rivelato un successo, con la firma di due accordi di cooperazione con Chu: gli interessi del ministro e di Washington sembrano sposarsi. Il cablo ha toni sollevati: i francesi non sono più “l’unico protagonista (“the only game in town”). Il reattore AP1000 della Westinghouse è diventato un forte concorrente per le centrali nucleari che saranno costruite oltre a quelle proposte dal consorzio Enel-Edf”. E una schiera di aziende americane si prepara a sfruttare la breccia nel dicastero di via Veneto: “General Eletric, Exelon, Battelle, Burns and Roe, Lightbridge ed Energy Solutions”, elenca Thorne.

Il database di WikiLeaks si ferma prima del maggio 2010, data delle dimissioni di Scajola per la casa con vista al Colosseo “pagata a sua insaputa”. Nelle primissime dichiarazioni, il ministro ligure grida al complotto e comincia la sua lista di sospetti con un riferimento esplicito: “Le mie dimissioni indeboliscono il governo, ma chi può avere interesse a farlo? La Francia, in prospettiva, ha tutto da perdere dal nostro programma nucleare…”. Ma se le scelte sul nostro futuro energetico nascono da questi oscuri giochi di potere, a perderci rischiano di essere tutti gli italiani.

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18 marzo 2011

fonte: http://espresso.repubblica.it/dettaglio/allitalia-mazzette-sullatomo/2147155//0

MILANO – «Liberiamo la musica»presidio contro le chiusure dei locali / VIDEO: Un ‘imperdibile’ intervento di Bergonzoni

Alessandro Bergonzoni alla manifestazione “Milano l’è bela”

Da: | Creato il: 20/mar/2011

Alessandro Bergonzoni alla manifestazione “Milano l’è bela”
Piazza Fontana – 19 Marzo 2011

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VIDEO DEL CORRIERE QUI

MILANO

«Liberiamo la musica»presidio contro le chiusure dei locali

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MILANO- Chiuse le Scimmie, chiusa la Casa 139: nelle settimane scorse, a due luoghi storici della musica dal vivo milanese era stata tirata giù la saracinesca per ingiunzione «comunale». Vuoi per ragioni di sicurezza o per tesseramenti Arci ( a suo dire) irregolari, la polizia annonaria aveva detto basta. Ultimi di una lunga serie, perchè per ragioni analoghe e diverse, nel capolugo lombardo negli ultimi due anni erano scomparsi anche altri club importanti come il Rolling Stone, il Rainbow o il Music Drome.

Hanno deciso però di dire basta anche gli artisti nonché i proprietari di locali, i deejay, perfino i baristi e i bodyguard. Oltre ai clienti, ovviamente. Contro le chiusure in questo caso. Con un presidio colorato e rumoroso «Liberiamo la musica», in Piazza Fontana, 500 persone e personaggi noti come Alessandro Bergonzoni e Cochi Ponzoni. Perché le esigenze della sicurezza di chi frequenta i locali sono sacrosante e importanti, ma se, nella capitale della musica italiana, delle case discografiche e dei talent show, non suona più nessuno, sarà pure un problema. O no?

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Matteo Cruccu
19 marzo 2011(ultima modifica: 20 marzo 2011)

fonte:  http://milano.corriere.it/milano/notizie/cronaca/11_marzo_19/presidio-chiusure-locali-musica-190262566924.shtml

ENERGIA – Rinnovabili, l’idea di Tremonti “Finanziarle con gli Eurobond” / «L’Italia non ha il debito nucleare»

Rinnovabili, l’idea di Tremonti
“Finanziarle con gli Eurobond”

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“Dopo quello che è successo in Giappone è impossibile che tutto proceda come prima”, ha detto al Forum della Confcommercio il responsabile dell’Economia. E sul nucleare ha aggiunto: “Ci vuole una fase di riflessione e di calcolo, perché c’è anche il costo delle dismissioni delle centrali”.

Rinnovabili, l'idea di Tremonti "Finanziarle con gli Eurobond" Giulio Tremonti, ministro dell’Economia

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CERNOBBIO – “C’è il debito pubblico, c’è il debito privato, ma c’è anche il debito atomico da calcolare”. Secondo il ministro dell’Economia, sulla questione nucleare “bisogna riflettere, discutere e vedere chi ci ha guadagnato e chi ci ha perso”. Riferendosi ai Paesi dotati dell’energia atomica ha detto, parlando al Forum della Confcommercio a Cernobbio: “Se gli altri Paesi non avessero il nucleare bisognerebbe ricalcolare il Pil”. “Pensate – ha proseguito – che nel calcolo di chi ha il nucleare non è considerato il costo del decommissioning (lo smantellamento delle centrali atomiche, ndr)”. Un costo che, secondo il ministro, “sicuramente va calcolato e se lo si facesse, molti dei Paesi che hanno il Pil maggiore del nostro sarebbero indietro”.

La situazione attuale, con “la Storia che è tornata a camminare tra noi” con i moti nel Nordafrica e nel Medio Oriente e la crisi nucleare in Giappone, “secondo me – ha aggiunto Tremonti – sarebbe una ragione in più per fare delle scelte, come finanziare con gli Eurobond forme di energie alternative”.

Tremonti ha parlato anche degli effetti economici generali del sisma in Giappone. “Potrebbe avere conseguenze sulla stabilità finanziaria dei mercati globali. “E’ probabile – ha spiegato Tremonti parlando della situazione in Giappone – che questo processo generi ulteriori effetti di instabilità finanziaria, anche a causa del ritiro dei capitali per la ricostruzione del Paese”. Per Tremonti, infatti, dopo il terremoto che ha colpito il paese,  “è abbastanza difficile che tutto proceda come prima”.
Inoltre, la calamità naturale che ha colpito il Giappone rende più facile che si avvii una fase di riflessione sul tema energetico piuttosto che tutto continui come prima, ha aggiunto Tremonti. “Quello che è successo in Giappone – ha spiegato il ministro – pone una questione fondamentale che è quella energetica. È più difficile che tutto continui come prima, è più facile una fase di riflessione e di calcolo”.

E sul tema delle energie rinnovabili interviene la Cgil, criticando la riduzione degli incentivi: rischia di mettere in ginocchio un settore che conta oltre 100mila addetti e il futuro di centinaia di aziende. Nel corso di questi anni, infatti, le energie rinnovabili hanno offerto concrete opportunità di crescita industriale, creando un segmento di occupazione ‘verde’ che nel tempo ha superato per dimensioni settori tradizionali come quello della ceramica e del legno. L’impatto del decreto approvato dal governo, in attesa di ridefinire il meccanismo degli incentivi come annunciato ieri, si prospetta infatti ‘catastrofico’ nei confronti di un settore fatto di 85mila imprese e che, soprattutto, è l’unico in crescita, e non in recessione, nel Mezzogiorno.

Sono soprattutto le prospettive del settore, antecedenti alle decisioni di una stretta ai bonus varata dal governo, a fornire l’importanza strategica del settore sul piano economico e occupazionale. “Dall’analisi effettuata sui diversi studi realizzati – spiega il dossier realizzato dalla Cgil – sia da osservatori nazionali che internazionali sono infatti emerse interessanti possibilità di sviluppo delle rinnovabili secondo le quali, nella ipotesi di massima potenzialità delle opportunità, l’occupazione lorda nel settore può raggiungere le 250 mila unità con una predominanza delle biomasse, del fotovoltaico e dell’eolico”.

Sul decreto Romani, la Cgil non si pone in maniera pregiudiziale contro la riduzione degli incentivi per le rinnovabili, “ritenendo infatti che un naturale abbassamento sia nella natura stessa dell’incentivo”, ma sostiene sia “inammissibile la revisione retroattiva del periodo di vigenza i”. Secondo il decreto Romani, infatti, il fotovoltaico potrà godere degli incentivi previsti dal terzo conto energia (2011-2013), fissati nell’agosto dello scorso anno ed entrati in vigore il primo gennaio 2011, solo fino al 31 maggio sempre di quest’anno, e non più fino al 2013.

Successivamente a tale data verranno stabilite nuove tariffe e nuove modalità di incentivazione, ridotte rispetto a quelle previste dal terzo conto energia solo 6 mesi prima, che dovranno essere rese note a breve. A preoccupare infatti è il cambio delle regole mentre si sta giocando: “Bisogna salvaguardare gli investimenti che sono stati avviati con il quadro precedente di incentivazione e, allo stesso tempo, bisogna dare certezza alle imprese che scommettono e alle banche che investono per non esporre l’Italia al rischio di screditarsi con l’intera comunità finanziaria internazionale”.

Dal canto suo, il ministro Romani, parlando anche lui a Cernobbio, ha spiegato che “è arrivato il momento per questo paese di fare un bilancio, di fronte alla grande possibilità di espansione delle rinnovabili va però valutata la questione che questa espansione non venga caricata sulla bolletta degli italiani. Gli italiani non possono pagare un costo eccessivo delle energie rinnovabili nella loro bolletta”. Romani ha invocato l’adozione di un “meccanismo di sistema che sia compatibile con gli investimenti fatti finora e con il fatto che cittadini e imprese non possono pagare l’energia più cara del 30% rispetto agli altri paesi”.

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19 marzo 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/economia/2011/03/19/news/tremonti_instabilit_finanziaria_dopo_il_sisma_in_giappone-13833620/

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«L’Italia non ha il debito nucleare»

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Photograph taken during the dismantling of the Vandellós I nuclear power plant – fonte immagine

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CERNOBBIO. Dall’inviato Sole24Ore
C’è un debito pubblico, un debito privato ma c’è anche «un debito atomico» che va calcolato nella valutazione del Pil di un paese e della sua bilancia commerciale perché i costi della chiusura di una centrale nucleare, il cosiddetto “decommissioning”, non sono un rischio assicurativo ma «una certezza». Senza tener conto del fattore nucleare, l’Italia risulterebbe con una crescita più elevata di altri paesi: e scontando i costi del decommissioning, il Pil di molti stati ora più alto di quello italiano «andrebbe indietro». Il ministro dell’Economia Giulio Tremonti ha introdotto così ieri, intervenendo al 12° Forum della Confcommercio a Cernobbio, il concetto del «debito nucleare», come spunto di riflessione su quanto sta accadendo in Giappone.
Il presidente di Confcommercio Carlo Sangalli, dando la parola al ministro, ha detto che le imprese sanno che il debito divora il futuro ma auspicano il ritorno alla crescita e una riforma fiscale.

Tremonti ha annunciato che sugli appalti è in arrivo un decreto pronto da tempo per limitare riserve e compensative per colpa delle quali ora «per fare le opere pubbliche in Italia si impiega il doppio del tempo con il doppio dei costi». Il limite alle riserve sarà posto al 30% o per forza maggiore. «I soldi ci sono – ha assicurato – per far ripartire le opere pubbliche basta intervenire sulla burocrazia politica che è tra le peggiori». Nelle riforme che il governo includerà nel programma da presentare a Bruxelles in aprile sarà posta la questione meridionale anche perché le gare europee non funzionano dove non c’è mercato.

All’inizio del suo intervento, il ministro dell’Economia ha detto di condividere la «suggestione» del presidente della Repubblica di un’Italia in mare aperto. «Noi siamo in mare aperto, la realtà sta cambiando velocemente e i vecchi schemi, la retorica, gli slogan e i paradigmi del passato non si possono più applicare». Tra «i cambiamenti strutturali e fondamentali in atto», quello che sta accadendo in Giappone secondo il ministro impone una riflessione, un’analisi e un nuovo calcolo sulla questione dell’energia perché «è difficile che tutto torni come prima». In quanto al nucleare, ha ricordato che l’Italia deve importare energia e questo vuol dire «sbilanciare la bilancia e abbattere il Pil». Se altri paesi non avessero il nucleare, il loro Pil sarebbe più basso. E comunque questo tipo di energia comporta un costo di decommissioning, della chiusura delle centrali nucleari, del quale bisogna tener conto perché è una spesa certa, il nucleare finisce. «C’è un debito atomico che va calcolato». E sulla questione dell’energia, Tremonti ha rilanciato la proposta degli eurobond, cioè del debito europeo. «Questa crisi dovrebbe portare all’emissione degli eurobond per finanziare le energie alternative», ha sottolineato, affermando che oltre agli stress test sulla sicurezza delle centrali nucleari l’Europa avrebbe una ragione in più adesso per finanziare con gli eurobond le energie rinnovabili. «Questo vuol dire avere una visione e guardare verso il futuro», ha rimarcato. E anche questo va nella direzione di applicare nuovi schemi a una realtà nuova.

In Italia comunque qualcosa si può fare nel contesto di questa crisi e delle forti instabilità su scala mondiale in corso. A proposito di mercato e concorrenza, lasciando Cernobbio, Tremonti ha detto ai giornalisti che il governo sta facendo «shopping giuridico»: è in preparazione un decreto sulle opa per difendere l’industria italiana dai take over stranieri. «Stiamo studiando la legge canadese – ha rivelato – mi hanno detto che è stata applicata all’Eni».

Alla platea di imprenditori riunita dalla Confcommercio, Tremonti ha invece ricordato che è stata già fatta una delle migliori riforme pensionistiche in Europa ed è iniziato il processo del federalismo fiscale sul quale il ministro si è detto d’accordo con il capo dello Stato Napolitano perché «va visto in una prospettiva storica, non è una finanziaria». Il governo ha evitato la chiusura del rubinetti del credito alle imprese e ha concentrato un’enorme spesa pubblica sul sociale, sanità, pensioni e ammortizzatori non avendo ricevuto proposte «intelligenti» ma «solo proposte che avrebbero portato al disastro».

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20 marzo 2011

fonte:  http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-03-20/litalia-debito-nucleare-081244.shtml?uuid=Aaki41HD