Archivio | marzo 20, 2011

Meno cause civili nel tribunali: scatta la conciliazione obbligatoria

Meno cause civili nel tribunali: scatta la conciliazione obbligatoria

Avvocati in sciopero: «Illegittima». Alfano: «Giustizia veloce»

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ROMA – Al via la mediazione civile obbligatoria, mentre infuria la polemica. Da domani entra in vigore la mediazione che riguarderà un’area molto vasta della giustizia civile: dalle controversie sulle proprietà alle successioni ereditarie, dai patti di famiglia ai contratti assicurativi. Il provvedimento voluto dal Guardasigilli Angelino Alfano, ed altrettanto contrastato dagli Ordini degli avvocati, è dal nove marzo sotto la lente dei giudici del Tar del Lazio che dovranno valutare se, come sostengono l’Organismo unitario dell’avvocatura e molti Ordini forensi, sia illegittima la nuova normativa nata con l’obiettivo di deflazionare il contenzioso civile rendendo obbligatorio il tentativo extragiudiziale di soluzione delle liti.

Molti i settori nei quali bisognerà tentare la strada della soluzione davanti a un «risolutore di conflitti». Ossia un professionista – non necessariamente di formazione giuridica, anche un ingegnere o un geometra vanno bene – che, per ora, avrà una formazione specifica di 50 ore e che, in futuro, disporrà di una apposita laurea triennale. Il ”problem solving” deve essere capace di sviluppare il dialogo tra le parti e la ricerca di una soluzione condivisa che faccia rinunciare i contendenti dall’intraprendere il lungo percorso giudiziario che dura almeno 10 anni, dal Tribunale alla Cassazione.

Sono quasi sei milioni le cause arretrate. Locazioni, litigi ereditari, contratti bancari e assicurativi, risarcimenti del danno da colpa medica e diffamazioni a mezzo stampa, comodato, affitto di aziende, patti di famiglia e diritti reali: in tutti questi casi, prima di andare in tribunale, bisogna confrontarsi davanti al ”conciliatore”. E tra un anno l’obbligo scatterà anche per le liti condominiali e le cause per risarcimento danni da circolazione stradale e da natanti.

In Italia il numero delle cause civili è diminuito, informa il ministro della Giustizia, Angelino Alfano. La mediazione va in questa direzione: «Darà la possibilità ai cittadini di avere giustizia in soli quattro mesi non attraverso una rissa ma presso un organismo di conciliazione pubblico registrato al Ministero della Giustizia. Se poi non si trova la soluzione in quattro mesi – ha aggiunto – è chiaro che il cittadino si potrà rivolgere al giudice».

Invano l’avvocatura – ma l’Oua, comunque, non demorde e per il 28 marzo ha ottenuto un incontro con il Presidente della Camera Gianfranco Fini – aveva chiesto al Guardasigilli di inserire nella nuova disciplina l’obbligo, per i cittadini, di essere assistiti da un legale di fiducia. La procedura, tuttora, non lo prevede e, dunque, rimangono in campo le barricate degli avvocati che ritengono la mediaconciliazione lesiva del diritto di difesa. Se la ”creatura” di Alfano funzionerà e si raggiungerà il risultato di abbattere anche solo del 20-30% l’iscrizione di nuove cause, per gli avvocati si stima un calo delle entrate.

Ma non tutti gli avvocati si oppongono al cambiamento. Ad esempio Nicola Nanni dell’Ordine degli avvocati di Roma, tra i promotori del centro di formazione per conciliatori ”Adr-Unione europea conciliatori e arbitri”. «Un solo dato: in Francia, e faccio l’esempio di uno dei paesi comunitari a noi più simili – dice Nanni – ogni centomila abitanti si iscrivono ogni anno 2300 nuove cause a ruolo. In Italia se ne iscrivono ben 4800. Dunque si deve intervenire sui meccanismi dissuasivi, o alternativi, allo sbocco della lite nelle aule, già ingolfate, dei tribunali».

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20 marzo 2011

fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=142538&sez=HOME_INITALIA

Egitto, vittoria dei sì al referendum. Yemen: via il governo e in Siria nuovi scontri / VIDEO: 3 protesters shot dead in clashes at Syria’s Deraa

3 protesters shot dead in clashes at Syria’s Deraa

Da: | Creato il: 18/mar/2011

Syrian security forces killed three protesters in the southern city of Deraa on Friday, a resident said, in the first violent clashes to hit Syria since a wave of uprisings swept through the Arab world.

The demonstrators were taking part in a peaceful protest demanding political freedoms and an end to corruption in Syria, which has been ruled under emergency laws by President Bashar al-Assad’s Baath Party for nearly half a century.

Hussam Abdel Wali Ayyash, Akram Jawabreh and Ayhem al-Hariri were among several thousand people chanting “God, Syria, Freedom” and slogans accusing the family of the president of corruption, the resident said.

They were shot dead by security forces who were reinforced with troops flown in by helicopters, he added. Scores of other demonstrators were wounded.

“The confrontations are ongoing. They are heavy,” the resident told Reuters.

A video aired on Facebook showed what it described as demonstrators in Deraa shouting slogans earlier in the day against Syrian tycoon Rami Makhlouf, a cousin of Assad’s who owns several large businesses.

“Makhlouf you thief!” shouted dozens of demonstrators marching in the streets.

Syria’s ruling hierarchy have indicated they believe they are immune from the uprisings which have toppled entrenched leaders in Egypt and Tunisia, but small nonviolent protests this week challenged their authority for the first time in years.

On Wednesday plain-clothed security forces wielding batons dispersed 150 demonstrators in central Damascus who had gathered outside the Interior Ministry to demand the release of political prisoners.

Assad, who succeeded his father 11 years ago, is also head of the Baath party, which has been in power since 1963, banning opposition and imposing the emergency law still in force.

He said in an interview published in January that Syria’s ruling hierarchy was “very closely linked to the beliefs of the people” and that there was no mass discontent against the state.

New York-based Human Rights Watch has said Syria’s authorities were among the worst violators of human rights in 2010, jailing lawyers, torturing opponents and using violence to repress ethnic Kurds.

Bashar’s father, Hafez al-Assad, sent troops into the city of Hama in 1982 to finish off the armed wing of the Muslim Brotherhood. Around 30,000 people were killed and much of the old quarter of the city was razed to the ground.

Egitto, vittoria dei sì al referendum
Yemen: via il governo e in Siria nuovi scontri

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Il fronte dei favorevoli ha raggiunto il 77,2 % dei consensi, i no hanno incassato solo il 22,18 %. L’affluenza alle urne ha superato l’80 %. A Sanaa, il presidente ha destituito l’esecutivo dopo le manifestazioni popolari costate la vita a 52 persone. E nell’altro paese arabo, gravi scontri con un morto e centinaia di feriti

Egitto, vittoria dei sì al referendum Yemen: via il governo e in Siria nuovi scontri

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IL CAIRO – Il sì agli emendamenti costituzionali ha vinto nel referendum che si è svolto ieri in Egitto. I sì hanno raggiunto il 77,2% dei voti mentre i no hanno incassato il 22,18% dei consensi. Lo ha annunciato il presidente della commissione di supervisione del referendum. L’agenzia Mena, dal canto suo, ha indicato che in quattro regioni il sì ha ottenuto fra il 75% e il 90% dei consensi. L’affluenza alle urne ha superato l’80%. Secondo i dati diffusi dall’agenzia Mena, nella regione del Fayum il sì ha ottenuto il 90% dei voti, nel sud Sinai il 75,7%, nelle due regioni del delta di Qalyubiya e di Kafr el Sheikh l’80% e l’87,9% rispettivamente.

Il referendum sulle modifiche alla Costituzione è stato il primo voto del dopo Mubarak. A sostegno del sì si sono schierati i Fratelli Musulmani e il partito dell’ex rais, il partito democratico nazionale. Per il no i giovani della rivoluzione e i partiti che li sostengono e i copti, oltre ai più gettonati candidati alla presidenza Mohamed El Baradei, oggetto ieri di un’aggressione al seggio, e Amr Mussa, attuale segretario generale della Lega araba.

Ai 45 milioni di aventi diritto è stato chiesto  di scegliere se approvare o meno il pacchetto di riforme costituzionali proposto da un Comitato di saggi insediato dal Consiglio militare supremo. La vittoria del sì consentirebbe l’organizzazione di elezioni parlamentari e presidenziali entro la fine dell’anno, mentre il no costringerebbe la giunta militare a prolungare la scadenza dei sei mesi prevista a settembre, per il passaggio del potere nei mani di un governo civile.

La riforma prevede la limitazione del numero di mandati presidenziali, l’allentamento delle restrizioni per candidarsi, il rafforzamento del controllo della magistratura sulle elezioni e l’abolizione del potere presidenziale di ordinare processi militari contro i civili. La riforma rende inoltre più semplice candidarsi alle elezioni presidenziali. La commissione di esperti, per ora, non ha messo mano alle norme relative ai poteri del presidente, che per 31 anni hanno garantito, in pratica, l’onnipotenza a Mubarak. L’indicazione della commissione è che queste norme siano riscritte dopo le elezioni presidenziali e politiche, da parte del nuovo parlamento.

Intanto, nello Yemen, Il presidente Ali Abdullah Saleh ha destituito l’intero esecutivo nazionale, sulla spinta delle pressioni popolari per le violenze che venerdì hanno provocato la morte di almeno 52 manifestanti. Lo riferisce l’agenzia di stampa ufficiale yemenita, senza fornire per il momento ulteriori dettagli.

E in Siria è di almeno un morto e cento feriti il bilancio dei nuovi scontri avvenuti a Daraa, nel sud della nazione, tra migliaia di manifestanti e forze di sicurezza. Gli agenti hanno aperto il fuoco e sparato lacrimogeni contro la folla, che per il terzo giorno consecutivo si era radunata nella città, dove venerdì scorso erano stati uccisi quattro manifestanti. La rabbia oggi è esplosa dopo l’arrivo di una delegazione governativa incaricata di portare le condoglianze del regime alle famiglie delle vittime. Il presidente siriano Bashar al Assad, infatti, ha presentato oggi le sue formali condoglianze “alle famiglie dei due martiri morti” nel sud della Siria venerdì scorso, dove secondo i cittadini di Daraa, teatro delle manifestazioni anti-regime, ci sarebbero stati fino ad oggi sei morti, uccisi dalle forze di sicurezza di Damasco.

Nel corso degli incidenti, centinaia di manifestanti hanno incendiato il palazzo di Giustizia, la sede del partito Baath e altri edifici della cittadina. Anche alcuni veicoli sono stati dati alle fiamme. Come gesto di distensione, Damasco ha deciso la liberazione di 15 giovani, tutti sotto i 16 anni, il cui arresto aveva provocato l’esplodere delle proteste. I ragazzi erano stati fermati per aver scritto graffiti inneggianti alle rivolte tunisina ed egiziana sui muri della città.

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20 marzo 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/esteri/2011/03/20/news/egitto_verso_la_vittoria_dei_s_al_referendum_approvati_gli_emendamenti_alla_costituzione-13866049/?rss

ESCLUSIVO L’ESPRESSO – «Questo mafioso finanziò Berlusconi». Si chiama Giovannello Greco:

ESCLUSIVO L’ESPRESSO

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«Questo mafioso finanziò Berlusconi»

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Si chiama Giovannello Greco, era un killer fedelissimo di Bontate. E secondo le accuse di Giovanni Brusca avrebbe prestato centinaia di milioni al Cavaliere. Uscito dal carcere, è ancora vivo, non si sa dove

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di Lirio Abbate

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Decine di miliardi di vecchie lire: quello che negli anni Settanta era un vero tesoro, pari a centinaia di milioni di euro odierni. E’ l’investimento che una cordata di mafiosi palermitani avrebbe affidato allora a Silvio Berlusconi: denaro raccolto con i proventi del narcotraffico. In prima fila in questa operazione ci sarebbe stato Stefano Bontate. Assieme a lui, un pool di altri boss avrebbe consegnato pacchi di milioni di lire al fondatore dell’Edilnord. Boss sterminati nella spietata guerra lanciata dai killer corleonesi di Totò Riina all’inizio degli anni Ottanta. Tutti morti, tranne uno. Almeno a dare fiducia alle ultimissime dichiarazioni di Giovanni Brusca: uno dei presunti finanziatori di Berlusconi sarebbe ancora vivo. E libero, perché è anche l’unico mafioso che ha ottenuto la revisione del celebre maxiprocesso.

Il nome messo a verbale da Brusca lo scorso 25 novembre è quello di Giovannello Greco, un sopravvissuto: scampato alla strage corleonese, fuggito in Spagna, arrestato 16 anni dopo e poi tornato in libertà grazie alla revisione della condanna definitiva. A 14 anni dal suo arresto si è scoperto che Brusca aveva custodito nel silenzio molte conoscenze. A partire dalla storia del presunto tesoro mafioso affidato a Berlusconi.

Il racconto – scrive l’Espresso nel numero in edicola domani – messo nero su bianco negli ultimi mesi secondo gli inquirenti è importante perché descrive nel dettaglio tutti i tentativi da parte dei boss di recuperare il capitale consegnato all’imprenditore milanese.

Brusca sostiene che ogni anno il Cavaliere avrebbe pagato 600 milioni di lire ai finanziatori siciliani. Poi la guerra corleonese tra il 1981 e il 1982 ha falcidiato Bontate e il suo gruppo, facendo interrompere i rapporti.

Oggi Brusca ha fornito nuovi racconti sui boss che negli anni Settanta avrebbero puntato sul Cavaliere. Tra loro ci sarebbe stato Pietro Marchese, ucciso in carcere nel 1982. E soprattutto Giovannello Greco, un fedelissimo di Bontate, accusato di aver commesso numerosi omicidi: uno dei pochi uomini del padrino palermitano sopravvissuto alla mattanza corleonese. Brusca racconta come Greco riuscì a spiazzare i sicari di Riina con un’azione improvvisa: sarebbe piombato nell’abitazione del mafioso Gaetano Cinà, amico di Dell’Utri e in quel momento alleato dei corleonesi. «Giovannello Greco torna da dove si trovava e fa una specie di sorpresa a questo Cinà, per recuperare i soldi». Cinà, secondo Brusca, è l’uomo che all’epoca poteva arrivare direttamente al braccio destro del Cavaliere. E tramite questo canale sarebbe riuscito a farsi riconsegnare la sua quota dell’investimento. Fuggito dalla Sicilia dopo la morte del suo capomafia, Giovannello Greco è stato arrestato dopo 16 anni di latitanza a Ibiza e – dopo una lunga resistenza all’estradizione – ha poi accettato di tornare in carcere in Italia. Nel 2001 Gaetano Grado, un altro degli alleati di Bontate che secondo i pentiti frequentava Arcore, ha deciso di collaborare e si è autoaccusato dell’unico tentato omicidio per cui Greco era stato condannato nel maxiprocesso.

Su questa base Greco ha ottenuto la revisione della sentenza, con l’assoluzione riconosciuta dalla Corte d’appello di Catania. Dopo avere scontato un’altra pena per associazione mafiosa, oggi Giovannello è libero e vive lontano dalla Sicilia insieme alla moglie e alle figlie.

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17 marzo 2011

fonte: http://espresso.repubblica.it/dettaglio/%C2%ABquesto-mafioso-finanzio-berlusconi%C2%BB/2147128

NUCLEARE – ‘Non ci sono centrali sicure’: Colloquio con Edwin Lyman / VIDEO: Edwin Lyman explains the nuclear crisis in Japan on the Rachel Maddow Show, 3/11/2011

Edwin Lyman explains the nuclear crisis in Japan on the Rachel Maddow Show, 3/11/2011

Da: | Creato il: 12/mar/2011

UCS Senior Scientist Edwin Lyman explains the nuclear crisis in Japan on the Rachel Maddow show on Friday, March 11, 2011.
Nuclear Crisis in Japan
The massive earthquake off the northeast coast of Japan has caused a potentially catastrophic situation at one of Japan’s nuclear power plants. The situation is still evolving, but we have linked to a preliminary assessment based on the facts as experts at the Union of Concerned Scientists currently understand them as of Friday afternoon, March 11.

‘Non ci sono centrali sicure’

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Nessun impianto è garantito. Neanche quelli di nuova generazione. Bisognerebbe rendere più severi gli standard di sicurezza, ma i costi supererebbero i vantaggi ottenuti dalla produzione di energia. Parla il massimo esperto Usa. Colloquio con Edwin Lyman

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Colloquio con Edwin Lyman di Antonio Carlucci

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Non è bastato il comunicato di domenica 13 marzo della Nuclear Regulatory Commission per rassicurare che “le rigorose norme di sicurezza assicurano che le centrali nucleari americane sono progettate per fronteggiare tsunami, terremoti e altri disastri naturali”. Neanche 24 ore più tardi, lunedì 14, Gregory Jaczko, il numero uno della Nrc, l’ente che si occupa della sicurezza e del controllo delle centrali atomiche sul suolo americano, si è presentato nella sala stampa della Casa Bianca e ha affrontato un fuoco di fila di domande su quanto sta accadendo in Giappone, ma soprattutto sulla situazione degli impianti americani alcuni dei quali sono in funzione nella sismica California.

La paura dell’olocausto nucleare, dell’incidente che ripete in modo esponenziale quanto abbiamo già visto nel 1986 a Cernobyl e oggi si rischia in Giappone, non è mai sopita. Negli Stati Uniti esistono 104 impianti che forniscono il 20 per cento dell’energia consumata dalle famiglie e dalle industrie americane: 30 di queste centrali sono identiche a quella esplosa a Fukushima. Nel 1979 il terrore del meltdown fu vissuto a Three Mile Island, in Pennsylvania, per una fuga radioattiva dovuta al surriscaldamento del nocciolo del reattore. Da quel giorno la costruzione di una dozzina di centrali è stata bloccata dalle comunità locali in nome della politica del “Not in my backyard”, non nel mio cortile. Ma per diminuire la dipendenza dal petrolio, insieme a progetti per l’eolico, il solare e il gas, Barack Obama ha dato via libera alla costruzione di nuove centrali nucleari e ha messo sul tavolo 54 miliardi di dollari in prestiti federali.

Il dibattito tra gli scienziati americani gira tutto intorno al problema della sicurezza e alle regole che vengono stabilite a livello federale e che devono essere applicate dalle società private che hanno la licenza di costruire e di gestire un impianto nucleare. “l’Espresso” ne ha parlato con il fisico nucleare Edwin Lyman, per molti anni presidente del Nuclear Control Institute e oggi membro del Global Security Program della Union of Concerned Scientist, una associazione che è a favore della scelta nucleare ma mette al primo posto la ricerca della sicurezza totale.

Che ammonimento arriva dalla debolezza degli impianti giapponesi di fronte al terremoto e allo tsunami?
“Gli avvenimenti hanno messo a nudo la vulnerabilità del modo di affrontare la questione delle norme di sicurezza delle centrali nucleari non solo in Giappone, ma anche negli Stati Uniti e nel resto del mondo. Quanto sta avvenendo a Fukushima ci obbliga a prendere molto più seriamente il processo di formazione delle norme di sicurezza. Ci vuole ancora più attenzione nella previsione di gravi incidenti e, quindi, ulteriori sistemi di prevenzione da parte della Nuclear Regulatory Commission”.

Nel concreto a che cosa pensano gli scienziati preoccupati?
“Bisogna rivedere l’intero processo di valutazione dei rischi per stabilire che cosa è essenziale per aumentare la sicurezza degli impianti. Oggi siamo obbligati a chiederci se abbiamo fatto abbastanza, per esempio se abbiamo valutato correttamente i pericoli sismici. Non possiamo non rivedere il modo in cui abbiamo pensato alle regole che riguardano le strutture di contenimento per verificarne l’adeguatezza. Così come va rivisto l’intero complesso delle misure di reazione davanti a incidenti come quello giapponese. Infine, dobbiamo verificare sin da oggi il complesso delle norme di sicurezza delle centrali di nuova generazione e capire se esse siano davvero meno pericolose rispetto a quelle in funzione oggi”.

Insomma, non bisogna mai dare per acquisito il livello di sicurezza raggiunto.
“Se gli standard delle norme aumentano di livello, bisogna subito andare a ricontrollare tutti gli impianti esistenti per adeguarli alle nuove regole. E il costo che naturalmente ne deriva va soppesato per valutare se il valore degli interventi ha ragione di essere rispetto ai vantaggi che otteniamo dalla produzione di energia con quegli impianti”.

E’ vero che le centrali di nuova generazione sono intrinsecamente più sicure?
“A dire il vero, no. Ritengo che davvero pochi nuovi progetti abbiano aumentato la sicurezza rispetto agli impianti attualmente in funzione. Una eccezione è quella dell’Areva Epr che è stata progettata secondo le regole di Francia e Germania riguardo ai possibili incidenti (e che il nostro governo ha scelto per quattro centrali, ndr). Ma ha un costo elevato e molti Paesi o molte società di gestione del nucleare non sono interessati ad acquistarla”.

La centrale giapponese era stata testata per terremoti di grado 7,5 della scala Richter, ma ne è arrivato uno di grado 9. Che senso ha costruire una centrale nucleare in zona sismica?
“Il problema centrale resta quello della sicurezza. In Giappone la scossa di terremoto è stata accompagnata dallo tsunami che ha messo fuori uso prima la rete elettrica e poi i generatori che davano la corrente necessaria a raffreddare l’impianto. La centrale è stata costruita pensando alla possibilità di terremoti e di allagamenti, ma il problema è l’intensità di eventi naturali che vengono previsti. Se si resta a un livello troppo basso e poi arriva lo tsunami o il terremoto devastante, il progetto è sbagliato e si corrono rischi troppo alti”.

Qual è la situazione delle regole negli Stati Uniti?

“In qualche caso le regole sono state allentate. Secondo me non funziona il sistema di concedere una sola licenza che prevede la costruzione e la gestione dell’impianto. Meglio sarebbe tornare al sistema che vuole una prima licenza per la costruzione, quindi la verifica di quanto è stato fatto e sulla base dei risultati un nuovo permesso che dia il via libera alla gestione. Manca anche una chiara norma che dica che i nuovi reattori devono essere progettati con maggiore attenzione alla sicurezza rispetto a quelli in funzione”.

Qual è il ruolo del Dipartimento dell’energia nel capitolo sicurezza?
“Non si occupa di questioni legate alle norme di salvaguardia delle centrali per uso commerciale, attività che invece è svolta dalla Nuclear Regulatory Commission. Ma sia la Nrc che altri enti simili in tutto il mondo sono diventati molto compiacenti in tema di sicurezza. Hanno cominciato a pensare che incidenti come quelli di Chernobyl o di Three Mile Island non possano accadere di nuovo. Gli avvenimenti del Giappone dimostrano l’esatto contrario”.

Quale lezione viene da quanto sta accadendo a Fukushima?
“La prima indica chiaramente che bisogna pensare a tutto ciò che può accadere a un impianto nucleare e ad essere molto conservatori nel giudicare quanto si sta facendo, prendendo sempre precauzioni extra in tema di sicurezza. E gli avvenimenti dimostrano che nel mondo non è stato questo l’approccio. La seconda lezione traccia una strada chiara riguardo alla costruzione di nuove centrali: bisogna che siano più sicure di quelle in funzione oggi, anche se questo dovesse aumentarne i costi e rendere la produzione di energia nucleare meno competitiva tra le opzioni che hanno come obiettivo la riduzione dell’impatto sui cambiamenti climatici”.

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17 marzo 2011

fonte: http://espresso.repubblica.it/dettaglio/non-ci-sono-centrali-sicure/2147188

WIKILEAKS – Un cablo segreto americano rivela che il Governo Berlusconi ha preso tangenti dai francesi per il nucleare

“All’Italia mazzette sull’atomo”

Il Tumore, di Stoney64 – fonte immagine

In un cablo segreto spedito a Washington, l’ambasciatore americano rivela che ‘alti ufficiali’ dell’esecutivo di Berlusconi avrebbero preso tangenti per comprare tecnologie e centrali francesi

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di Stefania Maurizi

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All’inizio è solo un timore, poi si trasforma in più di un sospetto: la rinascita del nucleare in Italia è condizionata dalle tangenti. Un’ipotesi circostanziata, messa nero su bianco in un rapporto del 2009 per il ministro dell’Energia di Obama, Steven Chu. Negli oltre quattro mila cablo dell’ambasciata americana di Roma la parola corruzione compare pochissime volte e in termini generici. Quando invece si parla delle nuove centrali da costruire, allora i documenti trasmessi a Washington diventano espliciti, tratteggiando uno scenario in cui sono le mazzette a decidere il destino energetico del Paese.

Nel momento in cui il devastante terremoto giapponese obbliga il mondo a fare i conti con i rischi degli impianti e lo spettro di una colossale contaminazione, i documenti ottenuti da WikiLeaks che “l’Espresso” pubblica in esclusiva permettono di ricostruire la guerra nucleare segreta che da sei anni viene combattuta in Italia.

Uno scontro di Stati prima ancora che di aziende, per mettere le mani su opere che valgono almeno 24 miliardi di euro e segneranno il futuro di generazioni. Francesi, russi e americani si danno battaglia su una scacchiera dove si confondono interessi industriali, politici e diplomatici: cercano contatti nel governo, nei ministeri, nei partiti e nelle aziende. Per riuscire a conquistare quello che appare il mercato più ricco d’Europa. E lo fanno – secondo i dossier statunitensi – senza esclusione di colpi.

LA FENICE ATOMICA

Gli americani cominciano a muoversi nel 2005, quando con una certa sorpresa scoprono che l’energia nucleare sta risorgendo dalle ceneri del referendum del 1987. Per gli Usa si tratta di un’occasione unica: lo strumento per allontanare l’Italia dalla dipendenza nei confronti del gas russo, l’arma più potente nelle mani di Vladimir Putin. La questione diventa quindi “prioritaria” per l’ambasciata di Roma, che si muove verso due obiettivi: convincere i politici a concretizzare il programma atomico e far entrare nella partita i colossi americani del settore. Complici il prezzo sempre più alto degli idrocarburi, i rincari delle bollette e le promesse di sicurezza dei reattori più avanzati, gli italiani sembrano sempre meno ostili al nucleare. E il governo di Silvio Berlusconi non mostra dubbi su questa scelta. Più difficile – scrivono nel 2005 – convincere il centrosinistra che “si oppone largamente all’idea. Comunque, i nostri contatti sostengono che, anche se dovesse tornare al governo, il rinnovato impegno dell’Italia nei programmi nucleari non si fermerà”.

La componente verde della maggioranza di Romano Prodi si oppone a ogni programma. Il ministro Pier Luigi Bersani invece apre alle sollecitazioni statunitensi e nel 2007 spiega all’ambasciatore che “l’Italia non è fuori dalla produzione di energia nucleare, l’ha solo sospesa”, per poi riconoscere che “carbone pulito e nucleare probabilmente giocheranno un ruolo importante nell’assicurare i bisogni del futuro”. Lo stesso Bersani che in questi giorni, dopo la crisi nipponica, è stato pronto a condannare “il piano nucleare del governo”.

Lo scontro più feroce però è quello che avviene per costruire i futuri impianti: almeno sei centrali, ciascuna del costo di circa 4 miliardi. Si schierano aziende-Stato, che sono diretta emanazione dei governi e godono dell’appoggio di diplomazie e servizi segreti. In pole position i francesi di Areva, quasi monopolisti nel Vecchio continente dove hanno aperto gli unici cantieri per reattori di ultima generazione: hanno 58 mila dipendenti e 10 miliardi di fatturato l’anno. E anche i russi, che nonostante Chernobyl continuano a esportare reattori in Asia, cercano di partecipare alla spartizione della torta. Negli Usa ci sono Westinghouse e General Electric che “sono interessate a vendere tecnologia nucleare all’Italia, ma si trovano a dover affrontare una dura competizione da parte di rivali stranieri i cui governi stanno facendo una pesante azione di lobbying sul governo italiano”.

MAZZETTE ALLA FRANCESE

L’allerta diventa massima nel 2008, quando Berlusconi assicura agli Usa che stavolta il suo esecutivo “rilancia sul serio il settore. Se andranno davvero avanti, ci saranno contratti per decine di miliardi”. Con una minaccia: “Vediamo già un’azione di lobbying ad alto livello da parte dei leader del governo inglese, francese e russo”. I colloqui con il consigliere diplomatico del ministro Claudio Scajola, Daniele Mancini, “suggeriscono che i francesi e i russi stanno già manovrando e facendo lobbying per i contratti”. Ed ecco la previsione: “La corruzione è pervasiva in Italia e temiamo che potrebbe essere uno dei fattori che dovremo affrontare andando avanti”. L’avversario è Parigi, che può sfruttare gli intrecci economici tra Enel ed Edf per stendere la sua trama. “Temiamo che i francesi abbiano una corsia preferenziale a causa della loro azione di lobbying ai più alti livelli e a causa del fatto che le compagnie che probabilmente costruiranno gli impianti in Italia hanno tutte un qualche tipo di French connection. Continueremo i nostri energici sforzi per garantire che le aziende americane abbiano una giusta chance”.

Pochi mesi dopo i francesi danno scacco: Sarkozy e il Cavaliere firmano l’accordo che assegna ad Areva la costruzione di quattro reattori modello Epr in Italia. Siamo a febbraio 2009, la diplomazia statunitense vuole impedire che il successo di Parigi si trasformi in scacco matto. E intensifica gli sforzi per occupare gli spazi rimasti, ossia la fornitura di almeno altre due centrali. A maggio arriva a Roma il Mister Energia di Obama, Steven Chu.

L’ambasciata lo mette in guardia: “L’intensa pressione dei francesi, che forse comprende tangenti (“corruption payment”) a funzionari del governo italiano, ha aperto la strada all’accordo di febbraio tra le aziende parastatali italiana e francese, Enel e Edf, in modo da formare un consorzio al 50 per cento per costruire centrali in Italia e altrove. L’intesa prevede la costruzione di quattro reattori dell’Areva entro il 2020 e, cosa ancora più preoccupante, può imporre quella francese come tecnologia standard per il ritorno dell’Italia al nucleare”.

Gli americani ipotizzano che dietro la scelta degli standard a cui affideremo il nostro futuro e la sicurezza del Paese ci possano essere state bustarelle. E chiedono al ministro per l’Energia: “Dovrebbe far presente che abbiamo preoccupanti indicazioni del fatto che alle aziende americane sarà ingiustamente negata l’opportunità di partecipare a questo programma multimiliardario”. L’ambasciata è molto decisa nel delineare un contesto di scorrettezza. Il promemoria scritto da Elizabeth Dibble, all’epoca reggente della sede di Roma oggi diventata consigliera di Hillary Clinton, insiste: “� anche molto importante che ricordi al governo italiano che ci aspettiamo pari opportunità per le nostre aziende, visto quello che abbiamo notato fino a oggi nel processo di selezione”.

RUSSIA? NO GRAZIE

Alla fine del 2008 gli Usa ritengono che Berlusconi stia per annunciare un accordo per il nucleare anche con Mosca. Ma uno degli uomini chiave del ministero dello Sviluppo Economico, Sergio Garribba, rassicura gli americani e “ridendo” spiega la reale natura della collaborazione atomica con i russi: “� una barzelletta, solo pubbliche relazioni”. L’ambasciata scrive che l’alto funzionario “probabilmente ha ragione: gli italiani nel 1987 hanno chiuso il loro programma in risposta a Chernobyl…”. Ma non si fidano completamente “visti gli stretti rapporti tra Berlusconi e Putin”. E temono che comunque la coalizione tra Eni e Gazprom per il gas, che alimenta anche le centrali elettriche, si trasformerà in un muro per ostacolare il nucleare. “Si dice che l’Eni stia facendo una dura azione di lobbying contro la riapertura della partita da parte di Enel”, registra nel 2005 l’ambasciatore Sembler, “perché ridurrebbe sia il mercato di Eni che la sua influenza politica”. Anche se le resistenze più forti verranno dal nimby, l’opposizione delle comunità locali ai nuovi reattori. “L’Italia è una penisola lunga e stretta, con una spina dorsale di catene montuose e con coste densamente popolate. Il numero dei siti dove costruire impianti è limitato… Se continua a decentralizzare i poteri alle regioni attraverso le riforme costituzionali – sostengono i nostri contatti – un revival nucleare sarà veramente improbabile”. Forse per questo, in tempi più recenti, l’ambasciata “programma” di contattare anche il leghista Andrea Gibelli, che presiede la commissione Attività produttive della Camera.

LA QUINTA COLONNA

Nei ministeri di Roma la battaglia nucleare si combatte stanza per stanza. Gli americani cercano di avere referenti fidati negli uffici chiave e ogni nomina viene analizzata. Nel 2009 guardano con diffidenza ai tre tecnici italiani designati per il G8 dell’energia: “Uno attualmente lavora per la potente Eni”. Fino ad allora, si erano spesso rivolti a Garribba, “uno dei grandi esperti di energia, consulente tecnico del ministro Scajola”: è definito “uno stretto contatto dell’ambasciata”. Ma nel 2009 temono di venire tagliati fuori. Nella gara per la direzione del dipartimento Energia del ministero, Garribba viene battuto da Guido Bortoni, “un tecnocrate poco noto che attualmente sta all’Autorità per l’Energia. Avendo lavorato 10 anni all’Enel, Bortoni potrebbe ancora avere legami stretti con l’azienda e gli investimenti comuni tra Enel e l’industria nucleare francese ci fanno preoccupare che Bortoni possa portare questa preferenza per la tecnologia francese nella sua nuova posizione”. Ad aumentare i loro timori c’è “la dottoressa Rosaria Romano, che guiderà la divisione nucleare del nuovo dipartimento energia”: un fatto “potenzialmente preoccupante” visto che “nel corso degli anni, la Romano ha ripetutamente rifiutato in modo deciso i tentativi dell’ambasciata di incontrarla”. Ma i diplomatici americani “stanno già lavorando per assicurare che le nomine di Bortoni e Romano non danneggino gli interessi delle aziende Usa (General Electric e Westinghouse)”.

Nel luglio 2009, il ritorno all’atomo diventa legge. A quel punto, Francesco Mazzuca, presidente dell’Ansaldo Nucleare, azienda genovese del gruppo Finmeccanica e unico polo italiano del settore, consiglia “un impegno ai più alti livelli del governo italiano, in modo da contrastare i continui sforzi di lobbying da parte di Parigi. Mazzuca ha detto che il governo francese sta addirittura aumentando la sua pressione, inviando a Roma un secondo funzionario con portfolio nucleare”. Il top manager di Ansaldo ipotizza che il governo Berlusconi potrebbe costruire i nuovi impianti nei siti delle vecchie centrali in corso di smantellamento: Trino Vercellese, Caorso, Latina e Garigliano. E per l’Agenzia di sicurezza nucleare che dovrà vigilare su reattori e scorie, Mazzuca dichiara che la vorrebbe guidata dal professor Maurizio Cumo. Ex presidente della Sogin, in ottimi rapporti con Gianni Letta, nel novembre scorso Cumo è stato nominato dal Consiglio dei ministri come uno dei cinque membri dell’Agenzia guidata da Umberto Veronesi. Cumo è il nome che piace anche a Washington perché “è a favore della tecnologia nucleare Usa”.

Ogni mossa in questa sfida ha ricadute anche sul futuro di tutti gli italiani. Nei cablo non si entra mai nel merito delle tecnologie contrapposte, se siano più sicuri i reattori francesi o americani. Ma l’attivismo dell’ambasciata mette a segno un risultato importante: “Siamo stati capaci di convincere il governo italiano a cambiare una bozza della legislazione sul nucleare che avrebbe lasciato l’approvazione dei certificati per le nuove centrali agli altri governi europei. La nuova versione estende la certificazione a qualsiasi paese Ocse. Questo apre la porta alle aziende americane”. In pratica, si passa dagli standard di sicurezza dell’Unione europea a quelli di qualunque membro dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo, che comprende 34 nazioni inclusi Giappone, Australia e Usa.

VIVA SCAJOLA

Dal 2009 le attenzioni degli americani si concentrano su Claudio Scajola, “un collaboratore di lunga data di Berlusconi, che guida un superministero”. Affidano a Chu il compito di “conquistarlo”, sin dal summit romano del maggio 2009. Ma il momento chiave è il viaggio negli States del settembre successivo: “Vediamo questa visita come un’opportunità decisiva per gli Stati Uniti per contrastare la preferenza italiana nei confronti della tecnologia nucleare francese e per aprire le porte a lucrativi contratti per le aziende statunitensi”. Scajola accetta anche “l’invito di Westinghouse a fare un tour nei suoi impianti”. Lo strumento per fare leva sul ministro è l’Ansaldo Nucleare, la società di Finmeccanica “che ha stretti rapporti con Westinghouse”. L’ambasciatore Thorne scrive: “Noi abbiamo saputo che Scajola ha un’altra ragione per appoggiare il coinvolgimento delle aziende statunitensi. L’accordo con la Francia ha tagliato fuori dai contratti le società italiane che vogliono contribuire a costruire le centrali. Una di queste, Ansaldo Nucleare, ha sede nella regione di Scajola: la Liguria. E così se Westinghouse ottiene la sua parte, Ansaldo – azienda della terra di Scajola – ne beneficia. Noi abbiamo bisogno di tutto l’aiuto possibile nel nostro sostegno alle aziende Usa. Se Scajola ha anche un interesse locale nel cercare di fare in modo che le ditte americane ottengano commesse, questo è un vantaggio da cogliere e da massimizzare a beneficio degli Stati Uniti”. L’interesse statunitense si è tradotto la scorsa settimana nella cessione del 45 per cento di Ansaldo Energia – che controlla Ansaldo Nucleare – al fondo First Reserve Corporation, con un’operazione da 1.200 milioni di euro.

E anche il tour di Scajola negli States del 2009 si è rivelato un successo, con la firma di due accordi di cooperazione con Chu: gli interessi del ministro e di Washington sembrano sposarsi. Il cablo ha toni sollevati: i francesi non sono più “l’unico protagonista (“the only game in town”). Il reattore AP1000 della Westinghouse è diventato un forte concorrente per le centrali nucleari che saranno costruite oltre a quelle proposte dal consorzio Enel-Edf”. E una schiera di aziende americane si prepara a sfruttare la breccia nel dicastero di via Veneto: “General Eletric, Exelon, Battelle, Burns and Roe, Lightbridge ed Energy Solutions”, elenca Thorne.

Il database di WikiLeaks si ferma prima del maggio 2010, data delle dimissioni di Scajola per la casa con vista al Colosseo “pagata a sua insaputa”. Nelle primissime dichiarazioni, il ministro ligure grida al complotto e comincia la sua lista di sospetti con un riferimento esplicito: “Le mie dimissioni indeboliscono il governo, ma chi può avere interesse a farlo? La Francia, in prospettiva, ha tutto da perdere dal nostro programma nucleare…”. Ma se le scelte sul nostro futuro energetico nascono da questi oscuri giochi di potere, a perderci rischiano di essere tutti gli italiani.

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18 marzo 2011

fonte: http://espresso.repubblica.it/dettaglio/allitalia-mazzette-sullatomo/2147155//0

MILANO – «Liberiamo la musica»presidio contro le chiusure dei locali / VIDEO: Un ‘imperdibile’ intervento di Bergonzoni

Alessandro Bergonzoni alla manifestazione “Milano l’è bela”

Da: | Creato il: 20/mar/2011

Alessandro Bergonzoni alla manifestazione “Milano l’è bela”
Piazza Fontana – 19 Marzo 2011

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VIDEO DEL CORRIERE QUI

MILANO

«Liberiamo la musica»presidio contro le chiusure dei locali

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MILANO- Chiuse le Scimmie, chiusa la Casa 139: nelle settimane scorse, a due luoghi storici della musica dal vivo milanese era stata tirata giù la saracinesca per ingiunzione «comunale». Vuoi per ragioni di sicurezza o per tesseramenti Arci ( a suo dire) irregolari, la polizia annonaria aveva detto basta. Ultimi di una lunga serie, perchè per ragioni analoghe e diverse, nel capolugo lombardo negli ultimi due anni erano scomparsi anche altri club importanti come il Rolling Stone, il Rainbow o il Music Drome.

Hanno deciso però di dire basta anche gli artisti nonché i proprietari di locali, i deejay, perfino i baristi e i bodyguard. Oltre ai clienti, ovviamente. Contro le chiusure in questo caso. Con un presidio colorato e rumoroso «Liberiamo la musica», in Piazza Fontana, 500 persone e personaggi noti come Alessandro Bergonzoni e Cochi Ponzoni. Perché le esigenze della sicurezza di chi frequenta i locali sono sacrosante e importanti, ma se, nella capitale della musica italiana, delle case discografiche e dei talent show, non suona più nessuno, sarà pure un problema. O no?

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Matteo Cruccu
19 marzo 2011(ultima modifica: 20 marzo 2011)

fonte:  http://milano.corriere.it/milano/notizie/cronaca/11_marzo_19/presidio-chiusure-locali-musica-190262566924.shtml

ENERGIA – Rinnovabili, l’idea di Tremonti “Finanziarle con gli Eurobond” / «L’Italia non ha il debito nucleare»

Rinnovabili, l’idea di Tremonti
“Finanziarle con gli Eurobond”

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“Dopo quello che è successo in Giappone è impossibile che tutto proceda come prima”, ha detto al Forum della Confcommercio il responsabile dell’Economia. E sul nucleare ha aggiunto: “Ci vuole una fase di riflessione e di calcolo, perché c’è anche il costo delle dismissioni delle centrali”.

Rinnovabili, l'idea di Tremonti "Finanziarle con gli Eurobond" Giulio Tremonti, ministro dell’Economia

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CERNOBBIO – “C’è il debito pubblico, c’è il debito privato, ma c’è anche il debito atomico da calcolare”. Secondo il ministro dell’Economia, sulla questione nucleare “bisogna riflettere, discutere e vedere chi ci ha guadagnato e chi ci ha perso”. Riferendosi ai Paesi dotati dell’energia atomica ha detto, parlando al Forum della Confcommercio a Cernobbio: “Se gli altri Paesi non avessero il nucleare bisognerebbe ricalcolare il Pil”. “Pensate – ha proseguito – che nel calcolo di chi ha il nucleare non è considerato il costo del decommissioning (lo smantellamento delle centrali atomiche, ndr)”. Un costo che, secondo il ministro, “sicuramente va calcolato e se lo si facesse, molti dei Paesi che hanno il Pil maggiore del nostro sarebbero indietro”.

La situazione attuale, con “la Storia che è tornata a camminare tra noi” con i moti nel Nordafrica e nel Medio Oriente e la crisi nucleare in Giappone, “secondo me – ha aggiunto Tremonti – sarebbe una ragione in più per fare delle scelte, come finanziare con gli Eurobond forme di energie alternative”.

Tremonti ha parlato anche degli effetti economici generali del sisma in Giappone. “Potrebbe avere conseguenze sulla stabilità finanziaria dei mercati globali. “E’ probabile – ha spiegato Tremonti parlando della situazione in Giappone – che questo processo generi ulteriori effetti di instabilità finanziaria, anche a causa del ritiro dei capitali per la ricostruzione del Paese”. Per Tremonti, infatti, dopo il terremoto che ha colpito il paese,  “è abbastanza difficile che tutto proceda come prima”.
Inoltre, la calamità naturale che ha colpito il Giappone rende più facile che si avvii una fase di riflessione sul tema energetico piuttosto che tutto continui come prima, ha aggiunto Tremonti. “Quello che è successo in Giappone – ha spiegato il ministro – pone una questione fondamentale che è quella energetica. È più difficile che tutto continui come prima, è più facile una fase di riflessione e di calcolo”.

E sul tema delle energie rinnovabili interviene la Cgil, criticando la riduzione degli incentivi: rischia di mettere in ginocchio un settore che conta oltre 100mila addetti e il futuro di centinaia di aziende. Nel corso di questi anni, infatti, le energie rinnovabili hanno offerto concrete opportunità di crescita industriale, creando un segmento di occupazione ‘verde’ che nel tempo ha superato per dimensioni settori tradizionali come quello della ceramica e del legno. L’impatto del decreto approvato dal governo, in attesa di ridefinire il meccanismo degli incentivi come annunciato ieri, si prospetta infatti ‘catastrofico’ nei confronti di un settore fatto di 85mila imprese e che, soprattutto, è l’unico in crescita, e non in recessione, nel Mezzogiorno.

Sono soprattutto le prospettive del settore, antecedenti alle decisioni di una stretta ai bonus varata dal governo, a fornire l’importanza strategica del settore sul piano economico e occupazionale. “Dall’analisi effettuata sui diversi studi realizzati – spiega il dossier realizzato dalla Cgil – sia da osservatori nazionali che internazionali sono infatti emerse interessanti possibilità di sviluppo delle rinnovabili secondo le quali, nella ipotesi di massima potenzialità delle opportunità, l’occupazione lorda nel settore può raggiungere le 250 mila unità con una predominanza delle biomasse, del fotovoltaico e dell’eolico”.

Sul decreto Romani, la Cgil non si pone in maniera pregiudiziale contro la riduzione degli incentivi per le rinnovabili, “ritenendo infatti che un naturale abbassamento sia nella natura stessa dell’incentivo”, ma sostiene sia “inammissibile la revisione retroattiva del periodo di vigenza i”. Secondo il decreto Romani, infatti, il fotovoltaico potrà godere degli incentivi previsti dal terzo conto energia (2011-2013), fissati nell’agosto dello scorso anno ed entrati in vigore il primo gennaio 2011, solo fino al 31 maggio sempre di quest’anno, e non più fino al 2013.

Successivamente a tale data verranno stabilite nuove tariffe e nuove modalità di incentivazione, ridotte rispetto a quelle previste dal terzo conto energia solo 6 mesi prima, che dovranno essere rese note a breve. A preoccupare infatti è il cambio delle regole mentre si sta giocando: “Bisogna salvaguardare gli investimenti che sono stati avviati con il quadro precedente di incentivazione e, allo stesso tempo, bisogna dare certezza alle imprese che scommettono e alle banche che investono per non esporre l’Italia al rischio di screditarsi con l’intera comunità finanziaria internazionale”.

Dal canto suo, il ministro Romani, parlando anche lui a Cernobbio, ha spiegato che “è arrivato il momento per questo paese di fare un bilancio, di fronte alla grande possibilità di espansione delle rinnovabili va però valutata la questione che questa espansione non venga caricata sulla bolletta degli italiani. Gli italiani non possono pagare un costo eccessivo delle energie rinnovabili nella loro bolletta”. Romani ha invocato l’adozione di un “meccanismo di sistema che sia compatibile con gli investimenti fatti finora e con il fatto che cittadini e imprese non possono pagare l’energia più cara del 30% rispetto agli altri paesi”.

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19 marzo 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/economia/2011/03/19/news/tremonti_instabilit_finanziaria_dopo_il_sisma_in_giappone-13833620/

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«L’Italia non ha il debito nucleare»

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Photograph taken during the dismantling of the Vandellós I nuclear power plant – fonte immagine

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CERNOBBIO. Dall’inviato Sole24Ore
C’è un debito pubblico, un debito privato ma c’è anche «un debito atomico» che va calcolato nella valutazione del Pil di un paese e della sua bilancia commerciale perché i costi della chiusura di una centrale nucleare, il cosiddetto “decommissioning”, non sono un rischio assicurativo ma «una certezza». Senza tener conto del fattore nucleare, l’Italia risulterebbe con una crescita più elevata di altri paesi: e scontando i costi del decommissioning, il Pil di molti stati ora più alto di quello italiano «andrebbe indietro». Il ministro dell’Economia Giulio Tremonti ha introdotto così ieri, intervenendo al 12° Forum della Confcommercio a Cernobbio, il concetto del «debito nucleare», come spunto di riflessione su quanto sta accadendo in Giappone.
Il presidente di Confcommercio Carlo Sangalli, dando la parola al ministro, ha detto che le imprese sanno che il debito divora il futuro ma auspicano il ritorno alla crescita e una riforma fiscale.

Tremonti ha annunciato che sugli appalti è in arrivo un decreto pronto da tempo per limitare riserve e compensative per colpa delle quali ora «per fare le opere pubbliche in Italia si impiega il doppio del tempo con il doppio dei costi». Il limite alle riserve sarà posto al 30% o per forza maggiore. «I soldi ci sono – ha assicurato – per far ripartire le opere pubbliche basta intervenire sulla burocrazia politica che è tra le peggiori». Nelle riforme che il governo includerà nel programma da presentare a Bruxelles in aprile sarà posta la questione meridionale anche perché le gare europee non funzionano dove non c’è mercato.

All’inizio del suo intervento, il ministro dell’Economia ha detto di condividere la «suggestione» del presidente della Repubblica di un’Italia in mare aperto. «Noi siamo in mare aperto, la realtà sta cambiando velocemente e i vecchi schemi, la retorica, gli slogan e i paradigmi del passato non si possono più applicare». Tra «i cambiamenti strutturali e fondamentali in atto», quello che sta accadendo in Giappone secondo il ministro impone una riflessione, un’analisi e un nuovo calcolo sulla questione dell’energia perché «è difficile che tutto torni come prima». In quanto al nucleare, ha ricordato che l’Italia deve importare energia e questo vuol dire «sbilanciare la bilancia e abbattere il Pil». Se altri paesi non avessero il nucleare, il loro Pil sarebbe più basso. E comunque questo tipo di energia comporta un costo di decommissioning, della chiusura delle centrali nucleari, del quale bisogna tener conto perché è una spesa certa, il nucleare finisce. «C’è un debito atomico che va calcolato». E sulla questione dell’energia, Tremonti ha rilanciato la proposta degli eurobond, cioè del debito europeo. «Questa crisi dovrebbe portare all’emissione degli eurobond per finanziare le energie alternative», ha sottolineato, affermando che oltre agli stress test sulla sicurezza delle centrali nucleari l’Europa avrebbe una ragione in più adesso per finanziare con gli eurobond le energie rinnovabili. «Questo vuol dire avere una visione e guardare verso il futuro», ha rimarcato. E anche questo va nella direzione di applicare nuovi schemi a una realtà nuova.

In Italia comunque qualcosa si può fare nel contesto di questa crisi e delle forti instabilità su scala mondiale in corso. A proposito di mercato e concorrenza, lasciando Cernobbio, Tremonti ha detto ai giornalisti che il governo sta facendo «shopping giuridico»: è in preparazione un decreto sulle opa per difendere l’industria italiana dai take over stranieri. «Stiamo studiando la legge canadese – ha rivelato – mi hanno detto che è stata applicata all’Eni».

Alla platea di imprenditori riunita dalla Confcommercio, Tremonti ha invece ricordato che è stata già fatta una delle migliori riforme pensionistiche in Europa ed è iniziato il processo del federalismo fiscale sul quale il ministro si è detto d’accordo con il capo dello Stato Napolitano perché «va visto in una prospettiva storica, non è una finanziaria». Il governo ha evitato la chiusura del rubinetti del credito alle imprese e ha concentrato un’enorme spesa pubblica sul sociale, sanità, pensioni e ammortizzatori non avendo ricevuto proposte «intelligenti» ma «solo proposte che avrebbero portato al disastro».

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20 marzo 2011

fonte:  http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-03-20/litalia-debito-nucleare-081244.shtml?uuid=Aaki41HD

Lampedusa, ancora sbarchi e proteste. L’isola al collasso: altri 144 immigrati

20/03/2011 – EMERGENZA IMMIGRATI

Lampedusa, ancora sbarchi e proteste
L’isola al collasso: altri 144 immigrati

Gli isolani esasperati: «Non vogliamo un’altra tendopoli»

La protesta del sindaco Bernardino De Rubeis e dei cittadini

LAMPEDUSA (AGRIGENTO) – Ha toccato terra l’ultimo barcone carico di disperati in fuga. Lampedusa, come un miraggio diventato realtà per 144 immigrati, tutti uomini, è vicina al tracollo. All’attracco nel porto ormai saturo, due uomini sono stati portati via in barella. Mancano acqua per lavarsi e cibo a sufficienza per sfamare gli oltre 3.800 clandestini approdati stremati dopo ore di viaggio in condizioni limite. Non c’è più ordine, ovunque bivacchi improvvisati e immondizia, che fanno temere il peggio: giorno dopo giorno cresce il rischio dettato dalle precarie condizioni sanitarie in cui versano i centri di accoglienza dell’isola.

Il primo sbarco della giornata porta con sé un carico di sofferenza a cui si aggiunge la paura che anche dalla Libia possano arrivare nuove ondate di espatriati. Resta alta la tensione. I cittadini di Lampedusa sono scesi di nuovo in piazza per impedire a un traghetto proveniente da Porto Empedocle di scaricare tende e bagni chimici per allestire l’ennesima tendopoli nell’area della ex base Loran. «Noi la tendopoli non la vogliamo». Non usa mezzi termini il sindaco di Lampedusa, Bernardino De Rubeis, che ha preso parte alla manifestazione: «Siamo determinati a non far sbarcare dalla nave le attrezzature necessarie, le tende se ne torneranno da dove sono venute».

La decisione di allestire l’accampamento è giunta il collasso al centro d’accoglienza di contrada Imbriacola: nella struttura infatti sono ospitate circa tremila persone, a fronte di una capienza di 850 posti. A questi sono da aggiungere i quasi 800 clandestini in giro per le strade del paese, e che al momento non hanno un riparo dove trascorrere la notte.

Il prefetto di Palermo Giuseppe Caruso, commissario straordinario per l’emergenza immigrati che sta seguendo le proteste dei lampedusani che si oppongono all’arrivo della tendopoli sull’isola, ha lanciato un appello ai cittadini: «Chiedo agli abitanti di Lampedusa di pazientare ancora un pò in attesa di avere la disponibilità in altri siti per ospitare gli immigrati, oltre alla nave militare che è già stata individuata e che potrà accogliere oltre 2 mila persone. Intanto la nave con la tendopoli è arrivata a Lampedusa -ha spiegato Caruso- e la stiamo scaricando, nel frattempo vediamo come si evolve la situazione per procedere allo smistamento dei migranti presenti a Lampedusa. Ma nel frattempo non si possono tenere tutte queste persone all’addiaccio, ecco perchè necessita la tendopoli».

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MULTIMEDIA

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fonte:  http://www3.lastampa.it/cronache/sezioni/articolo/lstp/394208/

LIBIA, LA GUERRA – Che cosa rischia l’Italia

I missili libici hanno una gittata di 300 chilometri e quindi non arrivano neanche a Lampedusa

Che cosa rischia l’Italia

Missili, armi chimiche e azioni isolate: tutte le incognite della vendetta del Raìs

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ROMA – L’incognita adesso riguarda la potenza militare del regime di Gheddafi. Perché alcuni analisti e lo stesso presidente Silvio Berlusconi affermano pubblicamente che i missili a disposizione non hanno la gittata sufficiente per raggiungere il suolo italiano. Ma in realtà nessuno è in grado di fornire certezze sugli armamenti accumulati dopo la revoca dell’embargo e dunque sull’eventualità che il Colonnello sia in grado di colpire Lampedusa, Linosa e addirittura arrivare fino a Pantelleria. Del resto gli accordi economici stretti negli ultimi anni da numerosi Stati occidentali riguardano anche l’industria bellica, però non esiste una lista ufficiale delle apparecchiature consegnate. Gli apparati di sicurezza sono in regime di massima allerta e nessuna ipotesi viene scartata quando si analizzano le possibili «ritorsioni» già annunciate dal Raìs contro quegli Stati che gli hanno voltato le spalle, in testa proprio il nostro Paese. Non rassicura il fatto che nel suo proclama di ieri Gheddafi abbia minacciato esplicitamente soltanto Francia e Gran Bretagna. Perché il conto con l’Italia non appare affatto chiuso, soprattutto tenendo conto delle promesse che gli erano state fatte per ottenere la firma al Trattato di Amicizia e così bloccare i flussi dell’immigrazione clandestina.

Allerta alle frontiere
di terra e mare
Un dispositivo particolare è scattato a protezione delle ambasciate e più in generale di tutte le sedi diplomatiche degli Stati coinvolti nei raid, così come sempre avviene in caso di una crisi internazionale tanto grave. Non risulta che i servizi di intelligence abbiano trasmesso al governo segnalazioni specifiche su possibili azioni progettate sul territorio. Ma due anni fa nessuno previde che Mohamed Game, cittadino libico residente da anni in Italia, si sarebbe fatto esplodere di fronte alla caserma Santa Barbara di Milano per protesta «contro il governo e Silvio Berlusconi responsabile della politica estera». Ed è proprio un eventuale gesto isolato ad allarmare, come è stato ribadito due giorni fa durante la riunione del Comitato per l’ordine e la sicurezza convocato al Viminale dal ministro dell’Interno Roberto Maroni.
La circolare firmata dal capo della polizia Antonio Manganelli e indirizzata a prefetti e questori al momento si limita a sollecitare «la massima attenzione per gli obiettivi sensibili e soprattutto per le frontiere marittime e terrestri», ma la decisione di convocare in maniera permanente il Comitato di analisi strategica conferma le preoccupazioni relative all’evolversi di «una situazione di guerra che può diventare simile all’Iraq e all’Afghanistan però questa volta in un Paese che si trova a poche centinaia di miglia da noi». In queste ore si cerca di scoprire se negli arsenali del Raìs ci siano armi chimiche. Le voci sono contrastanti, ma è pur vero che l’analisi su quanto stava accadendo nel Paese è apparsa da tempo carente se si tiene conto che nessun servizio segreto occidentale aveva previsto che cosa sarebbe accaduto in Libia: né la rivolta degli oppositori partita dalla Cirenaica, né tantomeno la capacità di Gheddafi di riconquistare la maggior parte del Paese come ha mostrato di poter fare negli ultimi giorni, prima della risoluzione dell’Onu di due giorni fa che ha deciso l’intervento militare a protezione della popolazione.

La rete
degli ambasciatori

Per cercare di raccogliere il maggior numero di informazioni i servizi di intelligence occidentale si affidano dunque a quegli ambasciatori libici che il 21 febbraio hanno deciso di abbandonare il regime e schierarsi con i ribelli. Un documento congiunto diramato quattro giorni dopo si rivolgeva al «popolo in lotta» con un messaggio esplicito: «Popolo nostro, in questi momenti noi siamo con te, noi non ti abbandoneremo e ci impegneremo al massimo per servirti come soldati leali al servizio dell’unità nazionale, della libertà e della sicurezza. Noi rimarremo al nostro posto per servire il nostro popolo nei Paesi in cui siamo, nei quali rappresentiamo il popolo libico. Dio abbia misericordia dei martiri del popolo libico». Firme di spicco erano quelle del rappresentante diplomatico in Italia Hafed Gaddur, quello all’Onu Abdurrahman Shalgam che con Gheddafi era stato anche ministro degli Esteri, entrambi ritenuti fedelissimi del Colonnello.
La nota era stata sottoscritta anche dai loro colleghi in Gran Bretagna, Francia, Spagna, Germania, Grecia e Malta. Adesso sono tutti loro a poter fornire un aiuto prezioso per comprendere dove e come possa essere indirizzata la vendetta di Gheddafi. Il pericolo maggiore riguarda gli italiani e gli altri occidentali che si trovano ancora in Libia e potrebbero essere catturati per essere utilizzati poi come merce di scambio o comunque in un’azione di propaganda contro l’Occidente. Ma la paura per quanto potrà accadere ormai supera i confini dello Stato africano.

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Fiorenza Sarzanini
20 marzo 2011

fonte:

DIRETTA – LIBIA SOTTO ATTACCO, LA CNN: “RAID AEREO SU TRIPOLI” -VIDEO I LIBICI: “CESSATE IL FUOCO”

LIBIA SOTTO ATTACCO, LA CNN:
“RAID AEREO SU TRIPOLI” -VIDEO
I LIBICI: “CESSATE IL FUOCO”

20 Marzo 2011 – 20:08

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https://i1.wp.com/www.leggonline.it/LeggoNews/HIGH/20110320_bengasi-bus-a-fuoco.jpg

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TRIPOLI – Le Forze armate libiche hanno deciso un “cessate il fuoco” immediato, a partire dalle 21.00 ora locale. Ad annuncliarlo è stato il portavoce dell’esercito della Libia attraverso la Bbc. Queste dichiarazioni arrivano dopo una serie di attacchi aerei su Tripoli a cui aveva iniziato a rispondere la contraerea di Gheddafi.

GHEDDAFI RISPONDE Muammar Gheddafi ha fatto sentire la sua voce, mentre stamani riprendevano i raid aerei contro la Libia e il capo dei militari Usa dichiarava che la no fly zone è stata «imposta». Nella sua prima manifestazione dall’inizio dell’attacco della coalizione il rais ha promesso ai nemici, paragonati ai nazisti, «l’inferno» di una «lunga guerra» che alla fine sarà vinta dalla Libia, perchè la Libia è «alla testa dei popoli in rivolta». Dunque, occidentali, «pensateci». Breve, violento e infuocato il discorso del rais, un messaggio in audio in diretta dalla tv libica e ritrasmesso in tutto il mondo. Un messaggio che chiama i popoli alla rivolta e pieno di minacce per gli occidentali, definiti «barbari, terroristi, mostri, criminali», il cui unico scopo è di «appropriarsi del nostro petrolio». «Avete attaccato il civile popolo libico che non vi aveva fatto nulla», ha detto. Ma il terreno libico, ha detto il rais nella sua sfuriata audio, diventerà «l’inferno» per i suoi attaccanti. Gheddafi ha detto che i depositi di armi sono aperti, che i libici si stanno armando. «Vi combatteremo», ha assicurato, e «sarà una guerra lunga», combattuta su «un fronte vasto, su un terreno troppo vasto» per gli attaccanti, da persone «pronte a morire da martiri». «Voi (occidentali) volete il nostro petrolio, ma la nostra terra ci è stata data da Dio. Noi non la lasceremo a voi francesi, americani o britannici e continueremo la guerra per liberarla… Noi siamo oppressi e colui che è oppresso vincerà, mentre coloro che opprimono saranno sconfitti», ha detto mentre la tv di stato libica mostrava un fermo immagine sul monumento del pugno che distrugge l’aereo americano, eretto nella casa di Gheddafi distrutta nel raid Usa del 1986. Gheddafi, ricordando che il popolo libico ha «già sconfitto gli italiani» colonizzatori, ha rimarcato che gli occidentali, non imparano mai le lezioni del passato: «L’attacco alla Libia è una nuova crociata contro l’Islam, ma sarete sconfitti, come già siete stati sconfitti in Iraq e in Somalia, come vi ha sconfitto Bin Laden» e come «siete stati sconfitti nel Vietnam». Quindi l’invito agli attaccanti: «Chiudetevi nelle vostre basi» e «pensateci bene». Poi il Colonnello ha chiamato a raccolta tutti i popoli «oppressi», rivendicando a sè la primogenitura, in largo anticipo, della rivoluzione dei popoli, delle ribellioni nel mondo arabo: «I popoli sono in ribellione dappertutto, anche nel Golfo Persico, e noi, il popolo libico della Jamahiriya, siamo alla testa della rivoluzione». Stamani i raid, che erano cessati verso l’alba, sono ripresi intorno alle 11:00 italiani. Fra i vari attacchi, tre bombardieri invisibili (stealth) hanno colpito con 40 bombe una base aera libica, secondo la tv americana Cbs. A mezzogiorno (in Italia) il capo di stato maggiore Usa, ammiraglio Mullen dichiarava: la no fly zone «è stata effettivamente imposta sui cieli libici» e che la contraerea libica è stata «resa inoffensiva».

FRANCIA: «NESSU CIVILE UCCISO» I raid dell’aeronautica francese non hanno causato la morte di nessun civile libico: lo ha detto a Parigi il colonnello francese Thierry Bukhard, nel corso di una conferenza stampa a Parigi.

COLPITI 20 OBIETTIVI SU 22 Gli attacchi aerei condotti nella giornata di ieri da Stati Uniti e Gran Bretagna contro le forze di Muammar Gheddafi hanno colpito e distrutto 20 obiettivi su 22 e hanno visto impegnati anche tre bombardieri B2. Lo ha confermato il comandante James Stockman, portavoce per l’US Africa Command, il comando che coordina le operazioni della forze internazionali in Libia. Stockman non ha escluso che danni significativi siano stati portati anche agli altri due obiettivi dei bombardamenti.

«ITALIA TRADITRICE» L’Italia ha tradito la Libia e il suo popolo: lo ha detto oggi il colonnello Muammar Gheddafi durante il suo messaggio alla Tv di Stato libica. «Italia, sei traditrice», ha affermato Gheddafi che ha esplicitamente accusato di tradimento anche la Gran Bretagna, la Francia e gli Stati Uniti.

GHEDDAFI ARMA I CIVILI Il regime di Tripoli starebbe armando anche i civili nel disperato tentativo di rispondere agli attacchi aerei della coalizione internazionale. «Abbiamo ricevuto una telefonata alle 3 del mattino, nella quale si chiedeva a tutti di andare nelle strade», afferma una donna dalla capitale libica, secondo quanto riporta la Cnn. «Ai civili è consentito prendere fucili mitragliatori e armi anti aeree per sparare contro gli aerei», ha spiegato la donna.

PORTAEREI FRANCESE SALPATA DA TOLONE È salpata alle 13:00 da Tolone, nel sud della Francia, la portaerei nucleare Charles de Gaulle, che appoggerà le incursioni aeree dell’aviazione di Parigi già in corso da ieri. «Le operazioni francesi continuano – ha detto un portavoce del ministero della Difesa a Parigi – gli aerei sono sul posto». Il portavoce non ha confermato la partenza, insieme alla Charles de Gaulle – unica portaerei a propulsione nucleare in possesso della Francia – di una fregata che potrebbe andare a raggiungere le due fregate francesi che già operano nelle acque del Mediterraneo, al largo della Libia.

19 CACCIA USA CONTRO MEZZI DEL RAÌS Diciannove caccia Usa sono stati impiegati stamani in operazioni sui cieli libici contro le truppe di Gheddafi e le difese aeree libiche, hanno reso noto le forze armate americane

DISTRUTTI I MEZI DI GHEDDAFI A BENGASI Nuovi raid aerei compiuti stamani in Libia e intorno a Bengasi hanno distrutto decine di mezzi di Gheddafi: lo constatano fonti giornalistiche e degli insorti sul posto.

CACCIA DANESI IN PARTENZA DA SIGONELLA «Sono arrivati ieri 6 caccia danesi F16 e sono pronti a partire per eventuali operazioni. Non sappiamo se ne arriveranno altri, non abbiamo avuto notizie e siamo pronti a dare tutto il supporto di cui hanno bisogno. Siamo in attesa. Il codice di allertamento, da diversi mesi è sempre rimasto uguale: Bravo plus». Lo ha detto, a margine di un incontro con i giornalisti, Rocco Massimo Zafarana, capoufficio comando pubbliche relazioni del 41° stormo, con Paolo Bruno comandante centro addestramenti equipaggio dello stormo. «La base italiana di Sigonella, sede del 41° stormo dell’Aeronautica -ha aggiunto Zafarana- ha il compito di fornire il massimo supporto alle forze internazionali che vengono a schierarsi qua per operazioni inerenti la crisi libica. Il 41° stormo -ha concluso- opera con il veivolo Atlantic, pattugliatore aereo antisommergibile e continuiamo a svolgere la nostra attività».

VEICOLI DI GHEDDAFI DISTRUTTI A BENGASI È possibile vedere decine di veicoli militari delle brigate di Muammar Gheddafi distrutti lungo la via che porta da Bengasi ad Ajdabiya. Lo riferisce la tv satellitare ‘al-Arabiyà, secondo la quale i veicoli sarebbero stati distrutti dai raid aerei compiuti ieri nella zona contro le truppe del regime.

NEW YORK TIMES: “RAID FRANCESI NON COORDINATI” I primi raid aerei francesi che alle 17.45 di ieri hanno dato il via all’intervento militare contro la Libia non sono stati coordinati con gli altri Paesi alleati. Lo rende noto il New York Times, citando una fonte diplomatica di un Paese della Nato, per cui alcuni leader ieri a Parigi non hanno nascosto il loro disappunto per tale accelerazione che ha fatto seguito alla decisione di Parigi di prevenire, già venerdì, un accordo in sede Nato per l’intervento che avrebbe così potuto iniziare un giorno prima. Il quotidiano americano parla infatti di un certo nervosismo fra alcuni dei paesi coinvolti nell’operazione per l’insistenza della Francia nel voler organizzare il vertice di ieri a Parigi per concordare le modalità dell’attuazione della risoluzione 1973 approvata giovedì sera dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Tale riunione, spiegano le fonti diplomatiche del New York Times, avrebbe rallentato l’avvio delle operazioni militari, che invece era necessario accelerare per scongiurare l’ingresso delle forze di Gheddafi a Bengasi, un’accusa che i francesi hanno respinto, attraverso le parole del portavoce del ministero degli esteri, Bernard Valero. Venerdì, la Francia ha di fatto costretto la Nato a sospendere il suo intervento fino a dopo la riunione di Parigi.

MORTI E FERITI A MISURATA I carri armati della brigate fedeli a Muammar Gheddafi hanno raggiunto poco fa il centro di Misurata, in Tripolitania. Lo ha annunciato un testimone contattato all’edizione araba della Bbc. Parlando degli scontri in corso oggi tra i soldati del regime e i ribelli che difendono il centro cittadino, la fonte ha parlato di «un vero e proprio massacro in corso», sostenendo che si contano 10 morti e 40 feriti sul campo.

CARRI ARMATI VERSO LA CIRENAICA I carri armati dei ribelli libici stanno avanzando verso la città di Ajdabiya, in Cirenaica, dove hanno ripiegato le brigate di Muammar Gheddafi dopo i raid aerei subiti ieri dalle loro postazioni nella periferia di Bengasi. Lo riferisce la tv araba ‘al-Jazeerà. Intanto i siti dell’opposizione libica in internet annunciano che i rivoltosi di Misurata sarebbero riusciti a mettere fuori uso due carri armati che da questa mattina sparavano verso il centro cittadino.

MISSILI DA TORNADO BRITANNICI Hanno iniziato a effettuare raid sulla Libia anche i Tornado britannici. Lo ha reso noto questa mattina un portavoce della difesa a Londra, il generale John Lorimer. «Posso ora confermare che anche la Raf ha lanciato missili da crociaere Storm Shadow da alcuni aerei Tornado GR4», ha precisato Lorimer. «Le forze armate britanniche, così come autorizzate dalla risoluzione del Consiglio di sicurezza 1973, hanno partecipato a un attacco coordinato per colpire i sistemi di difesa aerea libici», ha precisato il generale Lorimer, il responsabile dell’ufficio comunicazioni strategiche dello stato maggiore della difesa. I Tornado sono quindi entrati in azione dopo che i sottomarini di classe Trafalgar avevano lanciato missili Tomahwak. I Tornado entrati in azione erano decollati dalla base della Raf di Marham: hanno così effettuato la missione più lunga da quando non erano entrati in azione nelle Falklands, grazie al sostegno degli aerei per il rifornimento in volo VC10 e Tristar e degli aerei da ricognizione E3D e Sentinel. Le operazioni sono sostenute dalle unità navali HMS Westminster e dalla HMS Cumberland. Pronti a entrare in azione anche gli aerei Typhoon. Nella giornata di oggi, il premier britannico, David Cameron, presiederà un incontro della commissione per la gestione delle situazione di emergenza per valutare l’impatto dei primi raid.

BOMBARDATO AEROPORTO VIP
Tra gli obiettivi colpiti nei primi raid di Odissey Dawn c’è anche un aeroporto vicino a Tripoli usato per i voli dei Vip del regime. Sarebbe stato preso di mira per impedire ai fedelissimi di Gheddafi di fuggire, scrive il Sunday Times. Colpita anche, secondo il Times, una base aerea vicino a Misurata che sarebbe diventato un centro per le forze favorevoli al colonnello

FIGHTER 2000 IN ARRIVO A TRAPANI Sono in arrivo nella base di Trapani Birgi dove si trova il comando del 37simo stormo dell’aereonautica militare gli aerei Euro Fighter 2000 che sono utilizzati per la difesa da eventuali attacchi. È questa l’unica novità rispetto allo stato di allerta scattato ieri dopo l’attacco dei mezzi francesi e Usa alla Libia. La notte è trascorsa «con la predisposizione per affrontare minacce che – dicono alla base – per fortuna non sono arrivate». Attenzione quindi rivolta alla difesa più che all’attacco. Rimangono schierati sulla pista gli aerei Awacs, una sorta di radar volanti, gli F16, i Tornado, gli F18 canadesi atterrati ieri e gli elicotteri «pronti a decollare questi ultimi – spiega il capitano Angelo Mosca, pilota elicotterista – per prestare eventuali aiuti agli equipaggi in difficoltà o colpiti dal nemico».

QUASI 100 MORTI A BENGASI IN ATTACCO GHEDDAFI È di 94 morti il bilancio delle vittime dell’attacco compiuto ieri dalle brigate di Muammar Gheddafi nella città di Bengasi. Lo riferiscono fonti mediche alla tv araba ‘al-Jazeerà. Intanto secondo l’emittente ‘al-Arabiyà, i militari fedeli a Gheddafi stanno ripiegando verso Ajdabiya, mentre secondo Mustafa Gheriani, portavoce del Consiglio nazionale dell’opposizione, «i raid aerei di ieri hanno indebolito le forze fedeli al regime che stanno lasciando la città».

CINA “RAMMARICATA” DALL’ATTACCO La Cina, attraverso il ministero degli Esteri, esprime rammarico per i bombardamenti della coalizione internazionale sulla Libia, dicendo di non condividere l’uso della forza nelle relazioni internazionali. «La Cina ha preso atto degli ultimi sviluppi in Libia ed è rammaricata per gli attacchi militari contro il Paese», ha affermato la portavoce del ministero, Jiang Yu, aggiungendo che Pechino «auspica che in Libia possa essere ripristinata la stabilità il prima possibile per evitare ulteriori vittime civili e l’escalation del conflitto militare».

QATAR: “PARTECIPIAMO A INTERVENTO” Il Qatar conferma la sua partecipazione all’intervento militare contro la Libia. Il premier, Sheikh Hamad Bin Jassim Bin Jabr Al-Thani, ha precisato che la decisione è stata presa per «porre fine al bagno di sangue» messo in opera dalle forze di Gheddafi. L’operazione, ha aggiunto, «non è diretta contro il popolo libico, e neanche contro il colonnello (Gheddafi, ndr) e i suoi figli».

LA RUSSA: “FACCIAMO IL NOSTRO DOVERE” «Facciamo il nostro dovere fino a in fondo e non potevamo farne a meno di fronte a questa tragedia che di certo non avremmo mai voluto», con queste parole il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, è tornato a giustificare il coinvolgimento dell’Italia nella missione militare contro la Libia di Gheddafi. Il ministro La Russa ha voluto sottolineare la «moderazione» con cui l’Italia ha seguito le fasi di preparazione dell’attacco militare, ricordando che il governo italiano ha sempre voluto operare nell’ambito della risoluzione dell’Onu e di concerto con la comunità internazionale e le stesse Nazioni unite. «Fino ad allora, lo ammetto – ha osservato La Russa – l’Italia ha tenuto una posizione di doverosa prudenza».

LA RUSSA: “OBIETTIVO PROTEGGERE I CIVILI” Il compito assegnato dall’Onu alla coalizione non è colpire Gheddafi ma difendere i civili. Lo ha ricordato il ministro della Difesa, Ignazio La Russa che ha osservato: «il compito che le Nazioni Unite hanno assegnato ai singoli Stati e alla coalizione, per esempio alla Nato che noi continuiamo ad auspicare entri presto in campo, non è quello di intervenire sulle basi ma proteggere i cittadini libici, quindi il nostro compito principale resta questo».

LA RUSSA: “NESSUN AEREO HA ANCORA PARTECIPATO” «Finora nessun aereo ha partecipato ad azioni» sui cieli della Libia: così il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, ha risposto a una domanda arrivando a Palazzo Marino a Milano, dove è in programma un convegno sulla figura di Carlo Cattaneo.

LA RUSSA: “L’ITALIA ADERISCE ALLA MISSIONE”
«L’Italia ha ufficialmente notificato al segretario generale dell’Onu e alla Lega araba la sua adesione alla coalizione che dà seguito alla risoluzione dell’Onu per la salvaguardia dei civili in Libia». Lo ha annunciato il ministro della Difesa Ignazio La Russa parlando con i giornalisti a margine della visita milanese del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

NAPOLITANO: “MAI CEDERE ALLE PAURE” «Sono del parere che non si debba mai cedere alle paure, immaginiamoci in questo caso». Lo ha detto il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, al suo arrivo a Milano, rispondendo alle domande dei giornalisti che gli hanno chiesto se poteva rassicurare gli italiani in relazione alla crisi libica.

BASE DI TRAPANI, PRONTI A INTERVENIRE È tutto pronto all’aeroporto militare di Trapani Birgi, sede del 37/o stormo dell’Aeronautica militare, dove da ieri, dopo l’attacco dei jet francesi e dei cruise americani e britannici in Libia, si sono rischierati i Tornado Ecr arrivati da Piacenza e specializzati nella distruzione delle difese missilistiche e radar, i Tornado Ids di Ghedi e i caccia intercettori Eurofighter di stanza a Grossetona. Nella notte appena trascorsa sono stati in pochi a chiudere occhio a Birgi. Sono tutti pronti a intervenire, in caso di attacco, «in poco meno di quindici minuti», come tiene a sottolineare il Comandante della base militare, colonnello Mauro Gabetta. «Stiamo predisponendo gli assetti necessari a disposizione dell’Aeronautica Militare – ha aggiunto – Siamo a questo punto in una fase di crescita di questo sistema difensivo». Lo stato di allerta è massimo, anche se gli ufficiali che prestano servizio nella base preferiscono non parlare di tensione. «Siamo addestrati a intervenire in qualunque momento», ribadisce il colonnello Fabrizio Genova, top gun di F16 e addestratore di piloti di caccia tornado. «Noi siamo pronti 365 giorni all’anno – spiega ancora Genova – ma naturalmente dopo gli ultimi avvenimenti dobbiamo essere subito in grado di garantire la sicurezza».

TESTIMONE: “14 MORTI IN STRADA BENGASI-AJDABIYA” Almeno quattordici morti sono stati visti oggi da un corrispondente delle Reuters attorno a veicoli dell’esercito del regime libico bombardati dalla coalizione internazionale sulla strada che collega Bengasi e Ajdabiya, nell’est del Paese. Il corrispondente ha riferito di scene di distruzione, con dozzine di veicoli bruciati

48 MORTI È di 48 morti e 150 feriti il bilancio provvisorio fornito dal regime libico delle vittime dei raid aerei compiuti ieri in diverse zone della Libia. Lo riferisce una fonte del regime di Tripoli, citata dalla tv araba ‘al-Jazeera’.

CECCHINI IN AZIONE A MISURATA La città libica insorta di Misurata è ancora circondata dalle forze fedeli a Gheddafi e nel centro sono entrati in azione i cecchini sui tetti. Lo dicono testimoni residenti della terza città libica, circa 200 km a est di Tripoli. «I cecchini sono posizionati sui tetti di tre edifici sulla strada principale della città. Sembrano pronti a sparare su qualunque cosa si muova. Nessuno osa passare per quella strada», dice al telefono il testimone, Mohammed. «Misurata oggi è tranquilla, ma le brigate di Gheddafi sono ancora posizionate nelle periferie e la circondano», dice.

FRATTINI: “AVANTI FINO ALLA CADUTA DI GHEDDAFI” «La nostra scelta è irreversibile, assolutamente irreversibile. Andremo avanti fino a quando il regime non verrà rovesciato». È questo l’obiettivo della comunità internazionale in Libia, secondo quanto riferisce il ministro degli Esteri Franco Frattini, che in un’intervista all’Avvenire ribadisce come in questo momento l’Italia non poteva «defilarsi»: «Questo è il momento della responsabilità. E confermare l’impegno italiano è stata la scelta giusta perchè era in gioco il prestigio internazionale e non potevamo certo correre il rischio di essere marginalizzati». Con un occhio alle polemiche interne della Lega, il titolare della Farnesina spiega che «se la conseguenza dello scontro libico dovesse davvero essere un’ondata migratoria, l’Italia avrà uno straordinario argomento in più per rivendicare il burden sharing con l’Europa». Sempre per il contrasto dell’immigrazione clandestina, annuncia il capo della diplomazia italiana, «martedì io e Maroni saremo quasi certamente a Tunisi per definire un accordo bilaterale. Incontreremo il nuovo primo ministro. Siamo pronti ad un aiuto concreto, abbiamo sbloccato 90 milioni di euro, ci sono mezzi italiani per il pattugliamento navale delle coste tunisine, ma vogliamo garanzie che questo traffico di esseri umani venga bloccato».

GHEDDAFI BOMBARDA DI NUOVO BENGASI Le forze di Gheddafi hanno bombardato di nuovo Bengasi, secondo quanto riportato da Al Jazira. Citando fonti anonime, il canale satellitare ha parlato di fuoco da carriarmati e lancio di razzi.

GENERALE CLARK: “TUTTO LECITO PER DIFENDERE I CIVILI” «La risoluzione dell’Onu è nettissima riguardo all’obiettivo finale: sbarazzare la Libia del dittatore Muhammar Gheddafi. Per questo il Consiglio di sicurezza ha autorizzato il ricorso a ogni mezzo, salvo l’occupazione militare del Paese. In breve tutto è lecito, o quasi». Lo dice a Repubblica il generale Wesley Clark, ex comandante supremo delle forze Nato durante la guerra del Kosovo. I raid aerei, spiega, potranno prendere a bersaglio anche il quartier generale del Colonnello. Nessun ritardo d’intervento, afferma il generale, da parte della Casa Bianca: «Bisognava stabilire delle pre-condizioni, esplorare la compagine dei ribelli, capire meglio chi fossero. Poi serviva l’assenso della Lega araba, degli alleati. E infine bisognava completare tutto il percorso diplomatico all’interno dell’Onu».

ARRESTATI 4 GIORNALISTI DI AL JAZEERA Il regime libico di Muammar Gheddafi ha arrestato ieri sera quattro giornalisti della tv araba ‘al-Jazeera’ che operano nel paese. Secondo quanto riferisce l’edizione inglese della tv qatariota, i quattro giornalisti arrestati sono il corrispondente Ahmed Vall Ould Addin, cittadino mauritano, il cameraman Kamel Atalua, cittadino britannico, l’altro cameraman Ammar al-Hamdan, cittadino norvegese, e il corrispondente Lotfi al-Messaoud, cittadino tunisino. «Il nostro network – si legge sul sito di ‘al-Jazeera’ – ritiene le autorità libiche responsabili della loro sicurezza e chiede ai paesi arabi di intervenire in loro aiuto».

‘ODISSEA ALL’ALBA’ Pioggia di missili sulla Libia dal cielo e dal mare. È scattata l’operazione ‘Odissey Dawn’, cui partecipano al momento Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti. Italia e Canada, gli altri due membri della coalizione internazionale, non hanno ancora preso parte attivamente ai raid. Ma l’Italia sta fornendo un importante supporto logistico attraverso la messa a disposizione della coalizione di ben sette basi militari. Gheddafi per ora ha reagito solo a parole con minacce gravissime: «il Mediterraneo è diventato un campo di battaglia», ha detto in serata attraverso un inusuale messaggio audio. «Attaccherò obiettivi civile e militari», ha aggiunto mentre la televisione libica diffondeva notizie secondo le quali i raid americani avrebbero colpito obiettivi civili in diverse zone del Paese, nonchè un ospedale in un sobborgo della capitale seconde alcune testimonianze. Secondo fonti del Pentagono, sono almeno 110 i missili da crociera Tomahawk lanciati su una ventina di obiettivi sensibili del Colonnello: batterie contraeree e depositi di carburante. La tv libica parla di «attacchi dei crociati» mentre migliaia di cittadini libici si sono offerti come scudi umani attorno al bunker del Colonnello a Tripoli. I primi missili contro le forze governative li hanno lanciati i jet francesi alle 17:45: centrati in pieno i bersagli, quattro carri armati di Gheddafi.

GIOIA IN PIAZZA A TOBRUK
A Tobruk è esplosa la gioia incontrollata degli insorti che seguivano su un maxi-schermo la diretta della tv satellitare Al Jazira. «Finalmente la Francia ha dato una speranza al popolo libico», ha detto il portavoce del governo di transizione degli insorti. Il via libera all’attacco militare è giunto dal vertice di Parigi con Onu, Ue, Usa e Paesi arabi, che ha dato luce verde ai caccia della coalizione internazionale per imporre con la forza il rispetto della risoluzione 1973 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che prevede una no-fly zone rafforzata contro le truppe di Gheddafi e l’immediato cessate il fuoco per proteggere la popolazione civile. I primi aerei a raggiungere lo spazio aereo libico sono stati i caccia di Parigi, che hanno anticipato di qualche ora i Tomahawk americani. Poco dopo mezzogiorno, cinque aerei francesi sono decollati dalla base di Saint-Dizier per una missione di ricognizione su tutto il territorio libico. Quattro cacciabombardieri, 2 Rafale (Raffica) e due Mirage, ed un aereo radar Awacs hanno sorvolato la Libia «impedendo attacchi aerei delle forze di Gheddafi contro Bengasi», ha annunciato il presidente francese Nicolas Sarkozy al termine del vertice straordinario di Parigi. Sarkozy aveva concesso un’ultima possibilità al Colonnello per evitare l’attacco militare. «Gheddafi è ancora in tempo per evitare il peggio, se rispetterà senza ritardi e senza riserve» la risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu, aveva detto il presidente francese.

OBAMA: “PROTEGGERE I CIVILI”
Da Brasilia, dove si trova in visita di stato, Barack Obama ha detto che «la popolazione civile libica deve essere protetta». «A Parigi c’è stato un forte consenso, siamo pronti ad agire con urgenza», ha detto il presidente americano che ha schierato numerose unità nel Mediterraneo per colpire le postazioni antiaeree di Gheddafi. Hillary Clinton ha precisato lo scopo della missione: non vogliamo rovesciare Gheddafi, il nostro obiettivo è proteggere i civili e permettere l’accesso degli aiuti umanitari. Berlusconi ha annunciato che per il momento l’Italia mette a disposizione solo le basi militari ma ha aggiunto che se sarà necessario parteciperà anche ai raid aerei. Intervenendo al vertice di Parigi, il presidente del Consiglio ha anche proposto Napoli come centro di coordinamento delle operazioni militari contro il Colonnello ed ha assicurato che non esiste un pericolo di ritorsione missilistica verso l’Italia. «Le forze armate assicurano che i missili libici hanno una gittata insufficiente», ha spiegato. Dopo i raid, la Russia ha condannato «l’intervento straniero» in Libia. I primi caccia sono decollati mentre era ancora in corso il vertice di Parigi e da Bengasi giungevano notizie drammatiche di bombardamenti contro molti quartieri della città e perfino contro l’ospedale.

GHEDDAFI MINACCIA OBIETTIVI CIVILI
Testimoni parlano di decine di morti e di migliaia di civili terrorizzati in fuga con ogni mezzo verso il confine col l’Egitto. L’attacco di Gheddafi contro Bengasi è stato rabbioso: la città è stata martellata per ore con lanci di razzi e colpi di artiglieria pesante. I tank hanno poi sferrato un attacco da terra cercando di rompere le sacche di resistenza nella parte orientale della città. La superiorità delle forze messe in campo da Gheddafi era talmente schiacciante che il leader degli insorti, Mustafa Abdul Jalil, ha invocato l’immediato aiuto della comunità internazionale. «È in corso un bombardamento su tutti i distretti di Bengasi. Oggi ci sar… una catastrofe se la comunità internazionale non attuerà le risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu. Ci appelliamo alla comunit… internazionale, a tutto il mondo libero affinchè fermi questo sterminio di civili. Sulla strada per uscire dalla città ad est c’è una colonna di 160 chilometri di auto con famiglie terrorizzate», ha detto Jalil, che ha anche chiarito il giallo dell’aereo abbattuto oggi a Bengasi. «Era uno dei nostri», ha detto.

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Continuano gli scontri in Libia (foto Ap/Lapresse) 

Libia, soldati fedeli a Muammar Gheddafi (Lapresse)

Libia, soldati fedeli a Muammar Gheddafi Libia, soldati fedeli a Muammar Gheddafi Libia, soldati fedeli a Muammar Gheddafi Libia, soldati fedeli a Muammar Gheddafi

L’Onu approva la ‘no-fly zone’ in Libia

Il consiglio di sicurezza dell'Onu Folla in strada a Bengasi festeggia la decisione dell'Onu Mentre si vota all'Onu, Bengasi scende in piazza

I caccia francesi partono per la missione

I caccia francesi partono per la missione I caccia francesi partono per la missione I caccia francesi partono per la missione I caccia francesi partono per la missione
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Gheddafi: “Colpiremo obiettivi civili”
Aerei francesi partono per la Libia
Il lancio dei missili USA (Youreporter)
19 marzo: Guerra a Bengasi, il servizio di Euronews
19 marzo: Al Jazira, Colonne di fumo a Bengasi (Youreporter)
19 marzo: abbattuto aereo a Bengasi
19 marzo: attacco a Bengasi
Le forze di Gheddafi alle porte di Bengasi

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fonte:  http://www.leggo.it/articolo.php?id=112648