Archivio | marzo 22, 2011

Appello per la giornata dei prigionieri palestinesi

Appello per la giornata dei prigionieri palestinesi

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L’International Solidarity Movement (ISM) Gaza chiede una giornata di azione globale per attirare l’attenzione sui prigionieri politici palestinesi che si trovano illegalmente detenuti in Israele. Il 17 aprile è il giorno dei prigionieri palestinesi, una giornata in commemorazione delle 5.834 palestinesi che sono attualmente (al 1 Febbraio 2011), detenuti nelle carceri israeliane. Non meno di 221 di loro sono bambini e 798 sono condannati all’ergastolo.

Vi chiediamo di organizzare eventi il ​17 aprile o nel corso di quella settimana nei vostri paesi per contrastare le numerose violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale da parte di Israele in materia prigionieri palestinesi.

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Aumentate la consapevolezza, incentivate la pressione dell’opinione pubblica i vostri rappresentanti locali e nazionali per far rendere conto ad Israele dei suoi crimini, domandando che vengano rispettati come minimo i seguenti punti:

* Stop alla reclusione di bambini!

* No alle detenzioni amministrative! Queste sono detenzioni che non richiedono alcuna motivazione ufficiale, che vengono usate recludere i palestinesi per 6 mesi senza accuse e che spesso sono prolungate per altri 6 mesi (in un caso fino a 60 mesi)

* Fermare la tortura fisica e psicologica nei confronti dei prigionieri!

* Assicurare il diritto dei prigionieri di Gaza per ricevere le visite dei familiari! Gli abitanti di Gaza nelle carceri israeliane non è stato consentito di ricevere visite da giugno 2007
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Israele riceve enorme pubblicità globale per Gilad Shalit,  l’unico prigioniero israeliano che è attualmente detenuto in Palestina, mentre il mondo rimane in gran silenzio sui 5.834 palestinesi che sono incarcerati in Israele. Essi e le loro famiglie rimangono anonimi e spenti nei media occidentali e negli ambienti politici, nonostante l’enorme numero di persone coinvolte. Mentre la tortura è pratica comune nelle prigioni israeliane, le autorità governative israeliane hanno minacciato che “il cielo cadrà” se si dovesse fare del male a Shalit.

“Ovviamente in carcere ci torturano. Ma non è la cosa peggiore, le ferite fisiche guariscono. Il tormento psicologico è molto più grave. Le guardie ci sveglio nel cuore della notte per tirarci fuori delle nostre celle, mentre calpestano il Sacro Corano e rubano i nostri beni più personali come lettere ed immagini” spiega un uomo che è stato recentemente rilasciato.
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Come ISM Gaza vogliamo in particolare richiamare l’attenzione sul caso dei detenuti di Gaza. Dal giugno 2007, Israele ha vietato a tutti gli abitanti di Gaza di visitare i loro parenti incarcerati in Israele. I 676 abitanti di Gaza che sono attualmente nelle carceri di Israele, non hanno quindi ricevuto un singolo visitatore per più di tre anni e mezzo ormai. I detenuti di Gaza, molti dei quali sono incarcerati a tempo indeterminato senza processo, da allora sono stati in isolamento virtuale, in quanto generalmente non sono autorizzati a comunicare tramite telefono o via Internet, e solo occasionalmente hanno il permesso di inviare una lettera alle loro famiglie.

Dato che ai prigionieri di Gaza sono negate le visite della famiglia, hanno anche un accesso limitato alle necessità di base in carcere – come abbigliamento e denaro – visto che le visite sono spesso unico mezzo per i prigionieri di ricevere questi beni. Agli avvocati è vietato trasferire denaro ai detenuti: l’Israeli Prisoners’ Service insiste sul fatto che solo i parenti possono trasferire denaro, il che ovviamente è impossibile.

Siamo in contatto con le organizzazioni locali che hanno familiari ed ex detenuti che sono disposti a parlare con voi attraverso una conferenza skype che saremmo lieti di creare con voi.
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Soldatessa israeliana posa con un prigioniero palestinese per una foto-ricordo – israeli soldier posing with palestinian prisoners – fonte immagine

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Per informazioni più dettagliate contattate ISM Gaza (gazaism@gmail.com) via e-mail

Vi chiediamo di AGIRE nella settimana del 17 aprile nel nome di palestinesi, uomini, donne e bambini nelle carceri israeliane che non hanno voce e come tutti i palestinesi, e non hanno ancora giustizia.

Cordiali saluti,

ISM Gaza-team

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fonte: via e-mail

Fukushima, radioattività in aumento. Tra 2 giorni nube di radiazioni su Italia

Fukushima, radioattività in aumento
Tra 2 giorni nube di radiazioni su Italia

Ancora fumo da 2 reattori. Nessun allarme per radiazioni su Europa. Nuove scosse di terremoto. Almeno 21mila vittime

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ROMA – Alla centrale nucleare di Fukushima vapore bianco in uscita dai reattori n. 2 e 3 che, per gli esperti, potrebbero probabilmente rilasciare piccole quantità di particelle radioattive: il ministro dell’Industria, Banri Kaieda, ha definito la situazione ancora difficile. Il fumo che fuoriesce dal reattore n. 2, ipotizza l’Agenzia per la sicurezza nucleare, è probabilmente vapore proveniente dalla vasca del combustibile nucleare esaurito. Le operazioni per raffreddare i reattori surriscaldati, afferma la Tepco, che gestisce la centrale, vanno avanti. Tepco afferma che il fumo dai reattori 1 e 4 «non costituisce un problema» per i lavoratori impegnati in prima linea. I lavoratori avevano abbandonato la centrale ieri, dopo che del fumo era uscito dal reattore n. 3, ritenuto il più pericoloso perche alimentato dal “mox”, una miscela di uranio e plutonio altamente radioattiva. Il portavoce governativo Yukio Edano ha detto che, nonostante l’allarme per il cibo radioattivo lanciato ieri, per il momento non verrà estesa la “zona di esclusione” intorno alla centrale.

Radioattività aumentata.
Il ministero della Scienza e della tecnologia di Tokyo ha comunicato che il livello di radioattività è aumentato notevolmente nell’area vicina alla centrale di Fukushima, precisando tuttavia che i livelli non sono tali da rappresentare una minaccia per la salute umana. L’aumento della radioattività è dovuto alla pioggia dei due giorni scorsi, ha spiegato un funzionario. I nuovi alti livelli di iodio e di cesio radioattivi sono stati rilevati in 47 prefetture, tra cui quella di Tokyo, 240 km a sud della centrale.

Radioattività in mare. La Tepco ha rilevato materiale radioattivo nell’acqua di mare nei pressi della centrale. I livelli di radiazione in acqua di mare non costituiscono minaccia immediata per la salute, ha riferito il governo nipponico, ma i valori sono al di sopra del normale, alimentando preoccupazioni sulla contaminazione marina e sugli effetti sui prodotti della pesca. Il ministero della Scienza ha precisato che provvederà a esaminare l’acqua nel raggio di 10 e 30 km dalla centrale di Fukushima. Secondo la Tepco, lo iodio-131 è stato rilevato nei campioni di acqua pari a 126,7 volte il limite di concentrazione legale, mentre i livelli di cesio-134 si sono attestati a 24,8 volte e quelli di cesio-137, inoltre, a quota 16,5. Tracce di cobalto 58, infine, sono state rilevate anche in un campione di acqua prelevato nei pressi dell’impianto.

Quantità minime delle radiazioni provenienti dalla centrale di Fukushima sono già arrivate in Europa, ed entro un paio di giorni dovrebbero raggiungere l’Italia, rimanendo però ben al di sotto dei livelli di allarme. Lo affermano alcune agenzie europee specializzate nella rilevazione delle radiazioni.

Secondo la Comprehensive Test Ban Treaty Organisation, un’agenzia dell’Onu che ha 63 stazioni di osservazione nel mondo, le particelle radioattive giapponesi sarebbero già arrivate in Islanda passando per gli Usa: «È solo una questione di giorni prima che si disperdano in tutto l’emisfero nord – afferma Andreas Stohl, uno degli esperti dell’agenzia – ma per l’Europa non ci sono assolutamente pericoli per la salute». La previsione è confermata dall’agenzia francese per la sicurezza nucleare, secondo cui piccole quantità di ioduro radioattivo proveniente da Fukushima, da mille a 10mila volte inferiori a quelle giunte da Chernobyl, dovrebbero raggiungere la Francia domani, e poi estendersi verso sud nei giorni successivi. Anche il dipartimento per l’energia statunitense ha registrato lo scorso fine settimana un leggero aumento delle radiazioni, attribuito al disastro giapponese.

Nuove scosse di terremoto. Una nuova scossa di terremoto di magnitudo 6,6 della scala Richter è stata registrata in Giappone, al largo dell’isola Honshu. Secondo quanto riferito dallo U.S Geological Survey, l’epicentro del sisma è stato localizzato a una profondità di 10 chilometri ed è avvenuto alle ore 16.18 locali (8.18 in Italia). Successivamente una scossa di magnitudo preliminare 6.2 è stata registrata nel Giappone nordorientale alle 18.44 locali (le 10.44 in Italia) ed è stata avvertita soprattutto nelle prefetture di Miyagi e Fukushima, già devastate dal terremoto-tsunami dell’11 marzo. Sulla base di quanto riferito dalla Japan Meteorological Agency (Jma), che non ha lanciato alcun allarme tsunami, l’epicentro è stato individuato a circa 200 km al largo della costa di Iwate, nelle acque del Pacifico, a una profondità di 10 km.

Bilancio provvisorio: oltre 21mila vittime. Il bilancio delle vittime del terremoto e dello tsunami ha superato quota 21 mila, secondo la polizia giapponese: i morti accertati sono 9.079, i dispersi 12.645. Circa 310 mila persone sono ancora nei 2.100 rifugi di emergenza approntati nelle zone colpite. Le temperature continuano a essere sotto lo zero in molte aree, mentre la pioggia e la neve ostacolano i soccorsi. In Giappone i cadaveri vengono di solito cremati, ma in alcune zone i soccorritori stanno seppellendo quelli che sono stati identificati, dopo aver ottenuto il consenso delle famiglie, a causa della scarsità di carburante. Le prefetture con il maggior numero di vittime sono quelle di Fukushima, di Iwate e di Miyagi, dove il bilancio finale potrebbe raggiungere le 15mila vittime.

Martedì 22 Marzo 2011 – 11:47    Ultimo aggiornamento: 17:10
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Libia, Gheddafi contrattacca dopo i raid. Bombardamenti e scontri verso Tripoli

Libia, Gheddafi contrattacca dopo i raid
Bombardamenti e scontri verso Tripoli

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Attacchi delle forze occidentali su Tripoli, Bengasi e altre zone, colpiti porti e basi aeree. Arrestati 3 giornalisti occidentali

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ROMA – Altri attacchi notturni su Tripoli, dopo quello di domenica sera che ha centrato il bunker di Muammar Gheddafi, e incursioni con missili e bombe anche su Zintan, Misurata, Sabah, nel centro del Paese, Sirte, la città natale del colonnello dove secondo il governo vi sono stati molti morti, e una zona a est di Bengasi, dove le forze del raìs arretrano. Colpiti porti e basi aeree. Secondo quanto ha annunciato anche l’emittente panaraba Al Jazeera, installazioni radar e due basi per la difesa aerea controllate dalle forze di Gheddafi sono state attaccate ieri sera dalle forze della coalizione.

Scontri a Yefren, diversi morti. Almeno nove persone sono rimaste uccise nel territorio di Yefren, a sudovest di Tripoli, durante violenti scontri fra i ribelli, che controllano la zona, e le forze del regime. «Le forze di Gheddafi hanno intrapreso una offensiva fra ieri e oggi nella regione. I combattimenti hanno fatto almeno nove morti e molti feriti» ha detto uno dei testimoni , residente della città che si trova a 130 km dalla capitale. «Noi ci aspettiamo che la coalizione internazionale impedisca ai battaglioni di Gheddafi di avanzare verso questa regione – ha detto – In assenza di un intervento dei volenterosi il regime ha voluto prendere rapidamente il controllo della città, bombardando la regione e perpetrando il massacro, soprattutto a Yefren. Hanno fra l’altro impedito alle famiglie di portare i feriti verso la frontiera con la Tunisia. Hanno tagliato l’elettricità alla città. La maggior parte delle famiglie ha abbandonato le proprie case. Ci serve aiuto. Le tribù amazigh (berbere) si sono unite a quelle arabe per costituire un solo fronte, per contrastare l’offensiva di Gheddafi. Ma le forze sono sproporzionate».

Gheddafi bombarda Misurata. Le brigate di Gheddafi hanno ripreso questa mattina l’attacco alla città di Zintan, in Tripolitania, con bombardamenti sul
centro cittadino da parte dei carri armati che cingono d’assedio la città, causando una decina di morti. Inoltre hanno scatenato un bombardamento di artiglieria sulla città ribelle di Misurata, 200 km a est di Tripoli, ancora in mano agli insorti: a sparare sono i cannoni dei carri armati delle forze fedeli a Gheddafi. Il bombardamento avrebbe provocato una quarantina di morti, tra cui quattro bambini che viaggiavano a bordo di un’automobile.

Tre giornalisti occidentali sono stati arrestati dalle forze armate libiche:
lo ha comunicato il loro autista. Si tratta di due reporter dell’agenzia France Presse e un fotografo della Getty Images, fermati il 19 marzo nella zona di Tobruk. I giornalisti dell’Afp sono il britannico Dave Clark, 38 anni, e il tedesco-colombiano Roberto Schmidt, 45; il fotografo della Getty Images è l’americano Joe Raedle, 45. Di loro non avevano più notizie da venerdì. L’autista libico che ha dato la notizia, Mohammed Hamed, rientrato domenica a Tobruk, nella sua testimonianza ha detto di aver preso i tre giornalisti a bordo della suo auto la mattina del 19 marzo a Tobruk, di averli accompagnati lungo la strada che conduce ad Ajdabiya. Qualche decina di chilometri prima di entrare in quest’ultima, ha raccontato l’autista, hanno incrociata una colonna di mezzi militari libici, jeep e veicoli blindati trasporto truppe, hanno cercato di compiere una inversione a “U”, ma sono stati bloccati dalle armi spianate di quattro militari e costretti a scendere. Dave Clark ha gridato ai militari «Sahafa!, sahafa!» (Stampa!, stampa!), ma i tre giornalisti – dice l’autista – sono stati costretti a inginocchiarsi sul bordo della strada con le mani dietro alla nuca. L’auto, insieme ad altri veicoli che sono passati nel frattempo lungo la strada, fra i quali un’ambulanza, sono stati dati alle fiamme dai militari, che hanno poi caricato i tre giornalisti su un mezzo militare verso una destinazione sconosciuta.

Martedì 22 Marzo 2011 – 09:45    Ultimo aggiornamento: 19:33
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GIUSTIZIA – Processo breve, sì a norma salva premier. “E’ fatta apposta per aiutare Berlusconi”

GIUSTIZIA

Processo breve, sì a norma salva premier
“E’ fatta apposta per aiutare Berlusconi”

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Via libera della commissione giustizia della Camera all’emendamento del relatore al ddl  Maurizio Paniz che riduce i tempi di prescrizione per gli incensurati. Le opposizioni hanno votato contro

Processo breve, sì a norma salva premier "E' fatta apposta per aiutare Berlusconi" Maurizio Paniz

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ROMA – Riecco la norma salva-premier. La Commissione giustizia della Camera ha approvato, a maggioranza, la norma taglia-prescrizione per gli incensurati. Durante il voto sugli emendamenti, alla ripresa dei lavori nel pomeriggio, è passato l’emendamento Paniz quattro-bis che premia chi ha la fedina pulita e allunga i tempi della prescrizione per chi è recidivo. La norma non si applica ai procedimenti in cui è già stata pronunciata sentenza di primo grado. Hanno votato contro Pd, Udc, Idv e Fli. Si da Pdl, Lega e Responsabili.

L’emendamento Paniz stabilisce che le misure predisposte non si applichino ai procedimenti nei quali, alla data dell’entrata in vigore della legge, è già stata pronunciata sentenza di primo grado e modifica l’art. 161 del codice penale prevedendo che “salvo che si proceda per i reati di cui all’articolo 51, comma 3 bis e 3 quater del codice di procedura penale (reati più gravi come quelli di mafia o il sequestro di persona a scopo di estorsione, ndr), in nessun caso l’interruzione della prescrizione può comportare l’aumento di più di un sesto del tempo necessario a prescrivere, di un quarto nel caso di cui all’art. 99 primo comma (che riguarda la recidiva), della metà nei casi di cui all’articolo 99 secondo comma, dei due terzi nei casi di cui all’articolo 99 quarto comma e del doppio dei casi di cui all’articolo 102, 103 e 105”.

Furiosa l’opposizione. “Una disposizione incostituzionale e talmente personale – denuncia Antonio di Pietro – che interessa davvero solo ed esclusivamente Berlusconi”. Duro il capogruppo del Pd in commissione, Donatella Ferranti: “Sono spudorati sembra stiano approfittando della guerra per accelerare tutte le norme che riguardano Berlusconi. La prescrizione breve se sarà approvata in questa forma darà un duro colpo alla lotta alla corruzione”. “Il testo – afferma Pierluigi Mantini dell’Udc – è stato molto modificato e molto migliorato ma contiene il trucco modesto di un favore ad personam sulla prescrizione agli incensurati”. Ma Paniz non ci sta: “In nessun modo si arriverebbe alla fine del processo Mills a fine febbraio dell’anno prossimo. State svilendo il mio lavoro”.

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22 marzo 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/politica/2011/03/22/news/processo_breve-13961840/?rss

MONDO WEB – Arabish, l’alfabeto della rivolta: Numeri e simboli anti-censura

MONDO WEB

Arabish, l’alfabeto della rivolta
Numeri e simboli anti-censura

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Nato per ovviare all’assenza di tastiere arabe agli esordi di internet, è diventato  uno strumento indispensabile per aggirare i controlli dei regimi. E ora è uno dei simboli delle rivolte nel Nordafrica

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di GIULIA CERINO

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Arabish, l'alfabeto della rivolta Numeri e simboli anti-censura

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SI SCRIVE 9aba7 2l5air, ma si legge “sabah al-khayr”. Lo chiamano “arabizi”, “arabish”, “aralish” o “chat arabe”, ma il nome in sé ha poca importanza perché dipende dalla lingua nella quale si intende tradurre la parola o frase. Ciò che conta è la sostanza: l’arabish è l’arabo del web. Un alfabeto virtuale, il primo sorto spontaneamente in rete, frutto dell’ingegno dei giovani internauti. Nato venti anni fa da una necessità pratica, oggi è un escamotage perfetto per raggirare la censura.

La storia. Nel 1990, quando personal computer, world wide web, e-mail, IRC, instant messaging e cellulari sbarcarono ad oriente, le tastiere arabe erano un’eccezione. Per ovviare al problema, su internet, con i cellulari o in chat, i giovani tunisini, marocchini, sauditi, siriani, egiziani e algerini hanno cominciato a traslitterare la loro lingua in alfabeto latino, con l’aggiunta di simboli speciali, numeri o altri caratteri, per contraddistinguere le lettere che non avevano una corrispondenza con quelle a disposizione sulla tastiera latina. I numeri si scelgono seguendo un criterio di somiglianza grafica. Peccato che, molte lettere arabe si distinguano l’una dall’altra solamente grazie ad uno o più punti grafici posti sopra o sotto il corpo della lettera stessa. Così, alcune parole finiscono spesso per assomigliarsi. Il che rende quasi impossibile stabilire quale sia la variante “corretta” o “ufficiale” di una parola e fa di questo linguaggio, informale e spontaneo, un vero e proprio “codice segreto”, impossibile da interpretare per tutti coloro che non siano né arabi né giovani internettiani. Appunto.

Censura. Vent’anni dopo l’invenzione, trovare una tastiera arabofona non è più un’impresa impossibile. Eppure, l’arabish rimane l’arabo più usato sul web. Nato tra un “tweet” e l’altro, questo alfabeto crittografato si è infatti tramutato in strumento efficace, anzi indispensabile, per sfuggire ai controlli delle varie polizie di regime. Stando alle ultime informazioni contenute nel rapporto di Reporter Sans Frontiers 1, su 13 nazioni che controllano e censurano la Rete, tre di queste sono arabe: Egitto, Siria, Tunisia, i cosiddetti “buchi neri di Internet.” L’arabish rappresenta in questo senso un “tesoro”, strumento di evasione dei giovani e per i giovani. Ma non solo.

Contestazione. Se qualcuno “ha messo il naso negli affari altrui”, scriverà “Be7shor anfi bi emour el 3alam”, ma per dire che “io faccio quello che mi rende felice” digiteremo “Ba3mel yelli 3ala kefi”. “Ba9al aw 6ama6em/basal aw tamatem”, in italiano, significano cipolla o pomodoro e per salutare qualcuno la parola giusta è 9aba7 2l5air (“buongiorno”). Un segno dopo l’altro, si potrebbe scrivere un intero libro “numerico”. Magari uno di quelli che racconti la rivoluzione nei paesi arabi. Perché questo alfabeto è diventato uno dei simboli della contestazione. L’arabo puro è infatti spesso percepito dai giovani come il linguaggio del potere, del regime. Quello dei numeri è invece un dialetto sociale, metafora di una generazione che codivide un orizzonete sconfinato, manifesto della volontà di emanciparsi e abbandonare codici imposti e antiquati. Rapidissima nel percepire la “fortunata” tendenza, la compagnia telefonica saudita Mobily non se l’è fatto ripetere due volte e ha lanciato una campagna pubblicitaria per una linea telefonica prepagata: “7ala”.

Fondamentalismo. Ma c’è chi storce il naso. Dietro a codici, sigle e abbreviazioni “innocenti” potrebbe infatti celarsi la propaganda di gruppi fondamentalisti, rivoluzionari e anti democratici. Registrato ad Abu Dhabi, capitale degli Emirati Arabi Uniti, il forum Al-Qal3ah, Qal3ah, o Qal3ati (“the castle “) era conosciuto come “covo virtuale” degli estremisti islamici. I responsabili del sito web dichiaravano ufficialmente di non avere niente a che fare con le attività terroristiche. L’United State Treasury invece lo registrò come “jihadi forum”, potenziale supporto web di Al Qaeda. Oggi, la parola Al-Qal3ah è top secret. I giovani arabi la conoscono ma evitano di usarla, anche su Facebook. Del forum invece sembra si sia persa ogni traccia.

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22 marzo 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/tecnologia/2011/03/22/news/arabish-13731711/?rss

DALLA PALESTINA – Sul 15 marzo a Gaza

Sul 15 marzo a Gaza

First four lines say the same the last says: “Just tell us what language you speak” 

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di Anonimo Gaza

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Vi scrivo questo in forma anonima, perché trovo necessario che queste informazioni escano dalla striscia. Vi chiedo di diffondere queste informazioni ma di mantenerle in forma anonima, e di mantenere alta l’attenzione su cosa sta succedendo qui. Grazie.

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Il 15 di Marzo, il popolo palestinese è sceso in piazza. È sceso in piazza sia a Gaza che in Cisgiordania, sono scese in piazza donne, bambini, uomini, famiglie intere. Vi racconterò quello che è successo e che sta succedendo a Gaza, dove mi trovo, e non parlerò della Cisgiordania solo perché non ne ero testimone oculare. Qui hanno manifestato, secondo le stime, 300.000 persone, soprattutto giovani, su un’idea lanciata da un gruppo “15 di marzo”, gruppo che non fa riferimento a nessun partito, gruppo di ragazzi e ragazze per lo più giovani e giovanissim*, gruppo nato circa un mese prima e che è rimbalzato in facebook e che è riuscito a raccogliere persone di tutti i tipi e facenti parte di tutte (o quasi) le fazioni politiche.

Il popolo palestinese è sceso in piazza perché vuole l’unità. Vuole che i governi di Gaza e Cisgiordania si parlino, vuole nuove elezioni (il mandato di entrambi è terminato da un pezzo) e vuole un governo di unità nazionale. Lo vuole perché “se stiamo divisi siamo più deboli nei confronti del nemico, solo uniti potremo fronteggiare Israele”, lo vuole per porre fine all’occupazione sionista, lo vuole perché è stanco che i suoi governi (entrambi) rispondano agli interessi di qualcuno di diverso dal popolo palestinese.

Even concessions never bring the rights of the refugees down 

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Nel comunicato diffuso via internet le richieste sono chiare e non fanno sconti a nessuno dei partiti in gioco:

1 – rilascio di tutti i detenuti politici nelle prigioni dell’Autorità Palestinese e di Hamas

2 – fine delle campagne mediatiche contro le altre fazioni

3 – dimissioni dei governi di Haniyeh e Fayyad per dare vita ad un governo palestinese di unità nazionale che sia l’espressione di ogni fazione politica e rappresenti il popolo palestinese tutto

4 – ristrutturazione dell’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) in modo da renderla inclusiva di tutti i partiti affinché torni a battersi per lo scopo originario: la liberazione della Palestina

5 –congelamento dei negoziati finché non si raggiunga un accordo tra le varie fazioni su un programma politico comune

6 – la fine di ogni forma di collaborazione con il nemico sionista

7 – l’organizzazione in contemporanea di elezioni presidenziali e parlamentari nei tempi concordati da tutte le fazioni

Le manifestazioni previste si trovavano in tutta la Cisgiordania, a Gaza, nei campi profughi in Giordania e Libano…

Fin dal 2007 anche i prigionieri chiedevano la fine delle divisioni.

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We marched, we cried and once again we fell in love with Palestine.

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Il 15 è stata una giornata bellissima. Inizialmente il governo ha tentato di appropriarsi della manifestazione portando le sue bandiere, sebbene fosse chiaro a tutti che l’unica bandiera ammessa fosse quella palestinese. Di fatto, a parte le bandiere di Hamas, l’unica bandiera che si poteva vedere era quella palestinese. Qui sono iniziati primi pestaggi, ricordo per esempio l’immagine di un’amica che tentava di mettersi di traverso ad una banda di Hamas che stava entrando in un’area dove c’erano solo bandiere palestinesi ed è stata picchiata dalla polizia… Dopo, i manifestanti per l’unità si sono spostati in un’altra piazza, dove -adesso si- c’erano solo bandiere palestinesi. C’era un’atmosfera di festa, con migliaia di persone, tante tante bandiere palestinesi e canti e sorrisi per il grande evento che stava accadendo. Quelle che scandivano più slogan e per più lungo tempo erano le donne. Nessuno degli slogan faceva riferimento ad alcun partito, ed eccovi alcuni esempi: “unione, unione, unità” “il popolo vuole la fine delle divisioni” “al giallo ed al verde: la Palestina è più grande”…

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As we raised our flags up, those Hamas affiliates infiltrated amongst us in attempt to turn the protest into one that functions in their favor.  A bus for Hamas tried to pass when I, Nalan and Lara intercepted its way; they had to run over our bodies if they insisted to go. Other youths tore the Hamas part of the aforementioned pieces away, turning them into the one flag of Palestine.

Here, keep scrolling down, to see how girls dressed themselves in the national Palestinian embroidered dress and how they covered their heads with Kufeyyehs. Here in Palestine, you inhale the aroma of history and exhale a revolution!

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Alle 15:00 del pomeriggio la manifestazione è stata attaccata da componenti di Hamas in borghese con le bandiere verdi, e devo dire che è stata ben difesa. Alle 15:30 ha cominciato a girare la voce che la polizia avrebbe attaccato alle 5, poi la voce che avrebbe attaccato alle 16:30, poi la voce che la manifestazione era autorizzata fino alle 5 e avrebbero attaccato alle 6, poi finalmente un giornalista ci ha riferito di un comunicato secondo cui se i manifestanti restavano pacifici sarebbero potuti restare li tutta la notte. Alle 7 di sera c’erano le tenda dei giornalisti, la tenda dei medici e qualcun altra, allestita per chi si preparava a passare la notte in piazza. I manifestanti continuavano a restare pacifici. Ne’ il 15 ne nessuno dei giorni successivi mi è capitato di vedere manifestanti con bastoni o oggetti atti ad offendere. Le donne continuavano a scandire slogan, ed anche gli uomini. Piano piano la piazza si stava svuotando, quelli e quelle che restavano si preparavano a passare la notte. Qualcuno è andato a cercare del cibo per le donne che non avevano mangiato per tutto il giorno e al ritorno alla piazza è stato fermato dagli sbirri del governo, gli è stato sequestrato il cibo e tutti i soldi che aveva con sé, ed è stato minacciato di morte se si fosse fatto rivedere. Alle 8 di sera la piazza è stata invasa dalla polizia di Hamas, in parte in borghese in parte no, in parte con bastoni in parte con manganelli in parte con fucili (da cui hanno sparato solo qualche colpo in aria per terrorizzare) ed hanno dato fuoco alle tende, hanno picchiato selvaggiamente soprattutto le ragazze, le ricordo piangenti sulla strada per tornare, che si sorreggevano l’un l’altra perché facevano fatica a stare in piedi dopo tutti i colpi alle gambe, mentre venivano ancora bastonate. La caccia all’uomo notturna è durata per diverso tempo. Successivamente le strade erano piene di posti di blocco, era praticamente impossibile muoversi, le voci dicevano che ancora qualche gruppo per la città che scandiva slogan, ma la piazza oramai era vuota.

Il 16 in prima mattinata i caccia israeliani hanno sganciato bombe in alcune località di Gaza, provocando 2 morti ed un ferito, ed hanno sparato alla pancia ad un pescatore.

Il 16 in tarda mattinata c’è stata un’altra manifestazione, questa volta chi la organizzava ha pensato di essere più al sicuro all’interno dell’università, ma anche l’università è stato invaso dalla polizia di Hamas, sono state sequestrate macchine fotografiche, sono state pestate ragazze e ragazzi, sono stati chiusi dentro senza possibilità di uscire, ed all’uscita sono stati inseguit* e picchiat*. Del 16 conservo l’immagine in testa di una ragazza, finalmente convinta ad allontanarsi dall’università, con la bandiera palestinese al collo e di uno sbirro che cercava di strappargliela, e lei che urlava “adha filistiniia!” “questa è palestinese!”. Sempre il 16 hanno cominciato ad arrestare i giornalisti, ed hanno impedito al canale inglese di al Jazeera, al canale setallitare di Al Arabyya ed all’agenzia di stampa Reuters di seguire gli eventi.

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It was the most difficult time for pictures. Whenever they found out that someone is documenting, they would attack him/her at the moment. My camera was sneaking quietly, quickly and carefully to steal a picture here of a plain-clothed Hamas policeman and a picture there of a jeep! They were cutting down branches from a tree to beat the youth with them! Students who were able to see it, asked me to stop taking pictures or “I will be dead.”

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Fino a qui, si potrebbe dire, la polizia è la stessa ovunque. Però ugualmente viene da fare la considerazione che la polizia, qui, dovrebbe avere un nemico più potente da combattere. Uno che continua a bombardare. Uno che porta avanti un’occupazione da 62 anni, uno pericoloso e spietato. Perché Hamas si accanisce così contro il popolo che vuole l’unità in vece che contro Israele? Perché non vuole accettare che solo unito il popolo palestinese può sconfiggere il nemico? Gli interessa davvero di sconfiggere l’occupazione israeliana?

http://ranabaker.files.wordpress.com/2011/03/img_18550.jpg?w=315&h=420

Ma la storia non è finita qui.

Il 17 la manifestazione è stata davanti alla sede dell’URWA, ed alcuni attivisti si sono rinchiusi all’interno dell’URWA e dell’UNDP, per cercare appoggio dagli enti internazionali. In questa fase per passare i posti di blocco della polizia i manifestanti si vedevano costretti a nascondere la bandiera palestinese dentro i pantaloni, perché la bandiera palestinese stessa era diventata il simbolo dell’unità. Se la bandiera palestinese era diventata illegale, per che cosa stava combattendo il governo di Hamas? A questo punto ai giornalisti è stato ufficialmente intimato di non seguire nulla che possa avere a che fare con le manifestazioni per l’unità.

Il 18 era venerdì, ed è rimasto tutto più o meno tranquillo.

La notte tra il 18 ed il 19 sono stati lanciati 49 missili da Gaza, che sono atterrati nel deserto del Negev, senza provocare nessun ferito. Hamas ha rivendicato quest’azione, dopo un lunghissimo silenzio delle azioni di resistenza da parte sua. Il tempismo di quest’operazione mette paura, infatti Israele dichiarato che la vendetta sionista non tarderà, e quando Israele dichiara questo la mente ritorna sempre a due anni fa. Non voglio dire che i 49 missili che Hamas ha rivendicato siano davvero la causa di quest’ultima dichiarazione di Israele, perché non è razionale pensare che 49 missili fatti in casa atterrati nel deserto possano portare ad attacchi spietati come quello di piombo fuso, con più di 1400 morti per la maggior parte civili, migliaia di feriti ed un aumento considerevole dei casi di cancro e di bambini nati con deformazioni… ma le dichiarazioni della propaganda sionista usano questa scusa per sganciare bombe e sparare ai civili, ed il fatto che i missili siano stati lanciati “proprio adesso”, francamente, puzza.

Sempre il 19 era in programma una manifestazione nella piazza principale della città, la polizia la ha dispersa a suon di manganelli prima che iniziasse. Telecamere e macchine fotografiche sono state sequestrate o rotte. Agenti sequestravano i cellulari per controllare se qualcuno o qualcuna avesse scattato foto. Impedivano ai passanti di sostare in piazza, ero con un’amico a mangiare un falafel su un tavolino della piazza e sono venuti ad intimarci di andarcene manganelli alla mano.

Gli organizzatori sono tutti ricercati. Il 19 alcuni di loro erano riusciti a nascondersi, e al loro posto sono stati arrestati il fratello o la madre, per costringerli a capitolare a farsi vedere.

Sono state invase diverse agenzie di stampa: Reuters , Japanes Tv , AP And Myaaden Offices e varie altre testate locali, sono stati sequestrati foto e video, i giornalisti sono stati picchiati e feriti.

Abu Mazen stava preparando il suo ingresso a Gaza per discutere -dice lui- una soluzione comune. Non sappiamo se questo incontro sarebbe stato solo un altro show mediatico senza un nulla di fatto o fosse animato da una reale volontà di riconciliazione, e probabilmente non lo sapremo mai. Perché di fatto non sembra che davvero possa essere il benvenuto. Alle ore 13:00 del 19 è stata data comunicazione ufficiale al “de facto” ministro degli interni di prevenire ogni forma di manifestazione per l’unità.

Arrivando qui già sapevo che Fatah di abu Mazen stavano li per mantenere i loro privilegi e collaborazioni con Israele, sapevo che erano corrotti soprattutto stavano legittimando accordi di “pace” che andavano contro le precedenti risoluzioni degli stessi organismi internazionali, favorendo l’entità occupante in maniera di fatto illegale… e ci speravo, ci credevo che qui fosse diverso, che almeno Hamas, sebbene imponesse molte più restrizioni alla vita soprattutto delle donne, non fosse collaborazionista con l’entità occupante. Mi sono sbagliato, se arrivano a proibire la bandiera palestinese, mi sono sbagliato di grosso. Se solo entrambi, Fatah ed Hamas, i gialli e i verdi, smettessero di rispondere ad interessi esterni alla loro stessa gente, se solo smettessero di usare la loro stessa gente per i interessi personali o di partito…

Il 20 l’entità sionista ha attaccato con i carri armati vicino al campo di Burej: 2 ragazzini, 15 e 16 anni, uccisi.

Il 20 un’altra manifestazione vicino a Khan Younis è stata repressa prima di iniziare, ma ancora i bambini uscendo da scuola continuavano a scandire slogan per l’unità, ancora le ragazzine si disegnano la bandiera palestinese sulla mano. Nonostante tutto ci credo ancora, al popolo di Palestina.

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Il comunicato che lancia le proteste (eng):

http://www.facebook.com/event.php?eid=127208357351300

Il comunicato del Palestinian Center for Human Rights riguardo i fatti del 15 (eng):

http://www.pchrgaza.org/portal/en/index.php?option=com_content&view=article&id=7283:pchr-condemns-forceful-dispersal-of-peaceful-assemblies-in-gaza-&catid=36:pchrpressreleases&Itemid=194

Il comunicato del Palestinian Center for Human Rights riguardo i fatti del 16 (eng): http://www.pchrgaza.org/portal/en/index.php?option=com_content&view=article&id=7293:pchr-condemns-assault-on-educational-institutions-and-use-of-force-to-disperse-peaceful-assemblies-in-gaza-&catid=36:pchrpressreleases&Itemid=194

Il comunicato dello Youth Movement to end the division in Palestine dopo il 16 (eng)

http://mondoweiss.net/2011/03/gaza-march-15-protests-continue-amidst-ongoing-crackdown.html

La testimonianza di una ragazza corredata di belle foto (eng)(alcune sono quelle che vedete a corredo di questo articolo – solleviamoci):

http://ranabaker.wordpress.com/2011/03/16/march-15-gaza-calls-for-end-to-the-palestinian-internal-division/

Il documento dei prigionieri palestinesi per l’unità (in italiano)

http://www.infopal.it/leggi.php?id=3784

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21 marzo 2011

fonte: via e-mail

PRIMA DONNA IN ITALIA – A Palermo la favola della Down diventata dottoressa

22/03/2011 – LA PRIMA DONNA IN ITALIA

A Palermo la favola della Down diventata dottoressa

Ieri si è laureata alla facoltà di Lettere con 105
“Mi resta un sogno: insegnare ai bambini”

Giusi Spagnolo, 26 anni, con la sua tesi di laurea

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di LAURA ANELLO
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PALERMO – Che per lei la parola Down fosse soltanto una declinazione dell’esistenza e non una condanna, lo aveva fatto capire molto presto. Era ancora una bambina, sette anni o giù di lì, quando aveva zittito parenti e amici riuniti in salotto: «Io non sono Down, sono Giusi, Giusi Spagnolo». Adesso quella piccoletta con gli occhi azzurri che sprizzano ironia è una dottoressa, insignita dell’alloro alla facoltà di Lettere dell’Ateneo di Palermo con il voto di 105 su 110. Fiori, parenti commossi, festa con amici e colleghi, tutto normale per questa ragazza di 26 anni che è la prima donna Down a laurearsi in Italia. Al maschile solo due i precedenti noti in Europa: quello di Andrea Brambilla, che nel 2005 coronò i suoi studi universitari alla Statale di Milano, e quello dello spagnolo Pablo Pineda, diventato attore, insegnante, maître à penser.

Un traguardo tagliato proprio, e per caso, nella Giornata mondiale delle persone con sindrome di Down, salutato con emozione dall’associazione delle famiglie, seguito con le lacrime da papà Bernardo e da mamma Teresa, ma pure da Maria Pia Caputo, l’insegnante privata che l’ha accompagnata dalla materna alla maturità classica. Quello fu il primo schiaffo alle diffidenze. «Il commissario d’esami – racconta il padre – credeva che mia figlia non fosse neanche capace di tenere la penna in mano. Accorse l’insegnante di Educazione fisica a dire che lei faceva sport come tutti gli altri».

Adesso eccola davanti alla commissione di laurea, a discutere la sua tesi in Beni demoetnoantropologici, a illustrarla con Romina Mancuso, la dottoranda che l’ha seguita, un gioco multimediale ispirato alla favola della capra e dei cavoli di Fedro. «Un supporto didattico multilingue, interattivo e destinato a tutti i bambini, senza differenze», ha spiegato ai professori mentre cliccava sulla tastiera e le immagini scorrevano sullo schermo. Non a caso, questa creazione andrà a una ludoteca nel cuore della Palermo antica, dove Giusi gioca fin dall’infanzia con bambini normodotati e con handicap, sia siciliani che delle comunità straniere.

Ma la dedica della tesi è per la sorella Laura, morta pochi anni fa e sua più cara compagna di vita. Di fratelli ne ha altri due, parte di una famiglia che non ha mai mollato. Il padre docente universitario di Fisica, la madre assistente sociale nel carcere dei minori. Lei, Giusi, non crede affatto che con la laurea abbia chiuso la stagione delle sfide: «Spero di partecipare come tutor a laboratori con i bambini e che questo sia l’inizio di un lavoro che amo moltissimo». Lo dice guardando il padre che se la mangia con gli occhi, lei che è piccola, delicata ma di ferro. «Il segreto – spiega lui, ex presidente nazionale dell’Associazione famiglie persone Down – è non porsi ostacoli preventivi, conoscere a fondo i propri figli, cercare in loro il germe di un talento di un’opportunità, assecondarla in ogni modo. Una ricetta che credo sia valida per tutti i genitori, e non solo per quelli che hanno figli con difficoltà maggiori. In una parola, crederci».

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fonte:  http://www3.lastampa.it/cronache/sezioni/articolo/lstp/394413/