Archivio | marzo 22, 2011

PROFUGHI – Emergenza migranti, Regioni in campo “Pronte ad accoglierne 50mila” / VIDEO: Tg3, Un migrante per ogni abitante

Un migrante per ogni abitante

Da: | Creato il: 21/mar/2011

Un migrante per ogni abitante. Così è ormai Lampedusa dove con i nuovi sbarchi si sono raggiunti i cinquemila profughi, in un’isola di cinquemila anime. La situazione sanitaria è al collasso

e di fronte all’ira degli isolani verso il governo, il ministro Maroni annuncia: In loro aiuto invieremo una nave. Servizio di Flavia Paone

PROFUGHI

Emergenza migranti, Regioni in campo
“Pronte ad accoglierne 50mila”

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Per il ministro dell’Interno Roberto Maroni: “Si tratterà di una distribuzione con un numero realistico. Terremo conto delle diverse esigenze regionali”. Il piano sarà distribuito nei prossimi giorni per l’approvazione. In corso anche l’intervento per spostare gli immigrati di Lampedusa in altre strutture

Emergenza migranti, Regioni in campo "Pronte ad accoglierne 50mila" Il ministro degli Interni Roberto Maroni

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ROMA – Da regioni, provincie e comuni c’è stata adesione alla richiesta di accogliere fino a 50mila migranti, “un numero molto realistico”. Lo ha detto il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, al termine di un incontro con i presidenti di regioni, Anci ed Upi.

“Il piano predisposto dal ministero dell’Interno – ha spiegato Maroni al termine del vertice – prevede una distribuzione che tenga conto, sul territorio, del numero degli abitanti. Per cui si tratterà di una distribuzione con un numero realistico che terrà conto anche di alcuni, necessari correttivi per regioni che hanno già una forte pressione migratoria come la Sicilia, la Calabria o la Puglia o emergenze quali l’Abruzzo con il terremoto”.

Maroni distribuirà il piano “nei prossimi giorni per l’approvazione definitiva” di regioni, province e comuni. Sul fronte finanziario, di cui si è parlato durante l’incontro al Viminale, Maroni al termine ha confermato che “il piano comporterà un impegno finanziario. Ho ricordato che il Consiglio dei Ministri ha rifinanziato il fondo della protezione civile con le risorse necessarie per gestire l’emergenza umanitaria, facendo le cose che servono”.

Infine verrà rafforzato il sistema Sprar (Sistema di Protezione per richiedenti asilo e rifugiati) che permetterà di accogliere circa un decimo del totale. Il presidente della conferenza delle Regioni, Vasco Errani, ha parlato di “collaborazione inter istituzionale. Ci sarà presentato il piano – ha commentato – poi insieme opereremo per gestire questa fase molto complessa. L’Upi garantisce “piena adesione” alla proposta del governo, “piena disponibilità” anche dai comuni che parlano di criterio di distribuzione sul territorio convincente.

Maroni ha, quindi, accennato al villaggio della solidarietà di Mineo dove si sperimenterà “la creazione di un modello di eccellenza per l’accoglienza, un modello italiano che vogliamo presentare in tutta Europa”. Nel residence di Mineo si trovano 800 rifugiati. Per quanto riguarda l’isola di Lampedusa, Maroni ha spiegato come sia “in corso l’intervento per spostare chi è giunto a Lampedusa in altre strutture. Dall’inizio dell’anno a oggi e dunque in meno di tre mesi sono già arrivati in 14.918 mentre erano stati 4mila nell’intero anno precedente: sono tutti tunisini, maschi, giovani, ovvero si tratta di un’intera generazione che parte dalla Tunisia, dove mi recherò domani perché questo flusso di immigrati clandestini rischia di essere sfruttato dai trafficanti. La Tunisia è un Paese amico dell’Italia e della Ue e ha tutto l’interesse a mantenere con noi buoni rapporti”.

Il ministro della Salute, Ferruccio Fazio, è in “costante contatto” con il ministro Maroni per quanto riguarda il problema di un possibile sbarco di immigrati libici in Sicilia. “Ci sono già – ha detto a margine di una conferenza al Senato – la croce rossa e la regione Sicilia che tengono sotto controllo la situazione. Noi siamo pronti a un coordinamento nazionale, ma serve un coordinamento europeo”.

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22 marzo 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/politica/2011/03/22/news/maroni_regioni-13945042/?rss

RIFIUTI TOSSICI – California, Salton Sea: la città morta

Salton Sea, la città morta

Salton Sea, la città morta

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Un terribile paesaggio lunare dove non c’è vita. Anche i colori, seppur con la loro bellezza, sembrano contribuire a raccontare una storia maledetta  Una città abbandonata, “morta” nel cuore della California. Ecco com’è oggi Salton Sea rovinata dai rifiuti tossici della Runoff che ha contaminato le acque e distrutto l’economia di molte piccole città costruite intorno al lago. Il servizio è stato realizzato dal fotografo Jim Lo Scalzo per l’agenzia Epa

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Salton Sea, la città morta

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22 marzo 2011

fonte: http://www.repubblica.it/ambiente/2011/03/22/foto/salton_sea_la_citt_morta-13945080/1/?rss

Giappone, Tepco: altra acqua per raffreddare reattori 1, 2 e 3 / Ma non ci dicono tutta la verità.. / N.Y.Times: Lessons From Chernobyl for Japan

Ma non ci dicono tutta la verità..

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“Come Chernobyl? Peggio, molto peggio”. Queste sono le traumatiche parole pronunciate da un ingegnere aeronautico giapponese al telefono dall’America. Questo signore (amico di una mia amica) ha ribadito come la situazione alla centrale nucleare Fukushima Daiichi sia ‘terrorrizzante’ e che la società che la gestisce non ha detto nemmeno la metà della verità sulla drammaticità del disastro. Un particolare da lui rivelato: la Tokyo Electric Power era da due anni che non faceva più manutenzione sulla sicurezza. Questo signore, titolare di una importante azienda di componentistica aerea, ha anche affermato che, data la situazione, ha intenzione di spostare la casa madre, attualmente in Giappone, interamente negli Stati Uniti e lì ripararvi con tutta la famiglia. Egli prevede disastri, a breve, ancora maggiori, accusando di fatto la società Tepco di stare intervenendo “in modo incongruo e con scelte del tutto inadatte” alla drammaticità del caso.

mauro

Giappone, Tepco: altra acqua per raffreddare reattori 1, 2 e 3

fonte immagine

martedì 22 marzo 2011 12:16

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TOKYO (Reuters) – La società che gestisce la centrale nucleare giapponese di Fukushima Daiichi ha detto oggi che è necessaria altra acqua per raffreddare i reattori numero 1, 2 e 3.

La Tokyo Electric Power ha aggiunto che preoccupano i dati sull’aumento delle temperature attorno al nucleo del reattore numero 1.

— Sul sito http://www.reuters.it le altre notizie Reuters in italiano. Le top news anche su http://www.twitter.com/reuters_italia

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fonte:  http://it.reuters.com/article/topNews/idITMIE72L09V20110322

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New York Times

Lessons From Chernobyl for Japan

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Joseph Sywenkyj for The New York Times

The abandoned Middle School No. 3 decays in Pripyat, Ukraine, part of the contaminated area surrounding Chernobyl.

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Ghost Town Pripyat once had a population of about 50,000 people. They were given a few hours to evacuate in April 1986. Joseph Sywenkyj for The New York Times

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By ELLEN BARRY
Published: March 19, 2011

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CHERNOBYL, Ukraine — Twelve times a month — the maximum number of shifts the doctors will allow — Sergei A. Krasikov takes a train across the no man’s land and reports for work at a structure enclosing Reactor No. 4 known as “the sarcophagus.”

Among his tasks is to pump out radioactive liquid that has collected inside the burned-out reactor. This happens whenever it rains. The sarcophagus was built 25 years ago in a panic, as radiation streamed into populated areas after an explosion at the reactor, and now it is riddled with cracks.

Water cannot be allowed to touch the thing that is deep inside the reactor: about 200 tons of melted nuclear fuel and debris, which burned through the floor and hardened, in one spot, into the shape of an elephant’s foot. This mass remains so highly radioactive that scientists cannot approach it. But years ago, when they managed to place measurement instruments nearby, they got readings of 10,000 rem per hour, which is 2,000 times the yearly limit recommended for workers in the nuclear industry.

Mr. Krasikov, who has broad shoulders and a clear, blue-eyed gaze, has been baby-sitting this monster for eight years. He’ll stay until he is pensioned off and then leave his job to another man, who will stay until he is pensioned off. Asked how long this will continue, Mr. Krasikov shrugged.

“A hundred years?” he ventured. “Maybe in that time they will invent something.”

The death of a nuclear reactor has a beginning; the world is watching this unfold now on the coast of Japan. But it doesn’t have an end.

While some radioactive elements in nuclear fuel decay quickly, cesium’s half-life is 30 years and strontium’s is 29 years. Scientists estimate that it takes 10 to 13 half-lives before life and economic activity can return to an area. That means that the contaminated area — designated by Ukraine’s Parliament as 15,000 square miles, around the size of Switzerland — will be affected for more than 300 years. All last week, workers frantically tried to cool the six reactors at the Fukushima Daiichi plant 140 miles north of Tokyo. But one had to look at Ukraine to understand the sheer tedium and exhaustion of dealing with the aftermath of a meltdown. It is a problem that does not exist on a human time frame.

Volodymyr P. Udovychenko drove to Ukraine’s Parliament building on Tuesday, dressed in a shiny purple shirt and tie. He is the mayor of Slavutych, which is home to most of the 3,400 workers who are still employed at the Chernobyl Atomic Energy Station. Most of them have not received their full salaries since January, and the mayor was requesting $3.6 million to pay them. “The leadership turns away from this, they think that Chernobyl doesn’t exist,” he said. “Chernobyl does exist. And those 200 tons — they also exist.”

To visit Chernobyl today is to feel time passing.

In Pripyat, the plant workers’ former bedroom community, a little over a mile from the plant, where 50,000 people were given a few hours to evacuate, wallpaper has slipped down under its own weight and paint has peeled away from apartment walls in fat curls. Ice glazes the interiors. On a residential street, where Soviet housing blocks tower in every direction, it is quiet enough to hear the sound of individual leaves brushing against branches.

The wild world is gradually pressing its way in. Anton Yukhimenko, who leads tours of the dead zone, said that wild boars and foxes had begun to take shelter in the abandoned city, and that once, skirting a forest, he noticed a wolf soundlessly loping along beside him. Not long ago, one of the city’s major buildings, School No. 1, came crashing down, its supporting structures finally rotted out by 25 winters and summers.

“This is a city that has been captured by wilderness,” he said. “I think in 20 years it will be one big forest.”

The public is not allowed within 18 miles of Reactor No. 4, but a photographer and I made the journey last week with Chernobylinterinform, a division of Ukraine’s Emergency Ministry. At the checkpoint leading to the exclusion zone, there is a small statue of the Virgin Mary and a placard listing the amounts of cesium and strontium found in mushrooms, fish and wild game.

At the six-mile radius begins the zone of mandatory resettlement. A stand of scorched-looking trees marks the so-called Red Forest, after the color of dead pines that were bulldozed en masse and buried in trenches. As we approached the plant, the guides’ radiation detector suddenly registered 1,500 microrem — 50 times normal, they said, perhaps because we had been caught by a gust of wind.

At the center of it all is the sarcophagus, its sides uneven and streaked with rust.

Since the early 1990s, Ukrainian officials have been working on a plan to replace it, finally launching a project called the New Safe Confinement, a 300-foot steel arch that will enclose and seal off the reactor for the next 100 years. Its cost is estimated at $1.4 billion, to be paid largely by donor nations. The project, originally scheduled to be finished in 2005, has been beset by delays and financing shortfalls.

In the meantime, the winter’s snows are turning to rain, and rainwater leaking into the reactor could have unpredictable results, said Stephan G. Robinson, a nuclear physicist who works for Green Cross Switzerland, an environmental organization.

“In winter, it will freeze,” said Dr. Robinson, who was touring the site last week. “Water expands, and it breaks. Then maybe some of the inside collapses. A little cloud disappears through a crack. If there’s rain, it means there is a way in. And if there is a way in, there is also a way out.”

But even after the new arch is built, Mr. Krasikov doubts that it will be possible to end the long vigil over Reactor No. 4.

“Nobody knows what to do with what is inside,” he said. “There will be enough work for my children and my grandchildren.”

By evening, on our way out of the site, light is tilting through the pine forests, a peaceful enough scene except for the vivid yellow-and-orange triangles planted in the forest floor, warning of radiation. Workers stream out through a wall of man-sized Geiger counters, each one waiting for the machine to thunk and flash green before making his or her way out of the exclusion zone and down the battered highway.

Tomorrow, they will come back to Chernobyl Atomic Energy Station for another day of work.

A version of this article appeared in print on March 20, 2011, on page WK1 of the New York edition.

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fonte:  http://www.nytimes.com/2011/03/20/weekinreview/20chernobyl.html?_r=1&hp

Due sbarchi all’alba a Lampedusa. Nell’isola 5500 migranti

Due sbarchi all’alba a Lampedusa
Nell’isola 5500 migranti

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Complessivamente 127 i migranti a bordo di due carrette del mare. Ora i profughi che si trovano sull’isola, un numero superiore agli stessi abitanti

Due sbarchi all'alba a Lampedusa Nell'isola 5500 migranti

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Due sbarchi nelle prime ore del giorno a Lampedusa. Complessivamente 127 i migranti a bordo di due carrette del mare soccorse dalla Guardia di finanza a largo dell’isola. I due gruppi di 105 e 22 persone sono stati poi portati a terra. Resta difficile e tesa la situazione, con 5500 cinquemila extracomunitari stipati nel centro di accoglienza e nella stazione marittima. L’isola scoppia, il numero degli  immigrati ha superato quello dei residenti.

La nave militare San Marco. A Lampedusa oggi è previsto l’arrivo della nave militare San Marco che dovrebbe evacuare un migliaio di immigrati e di una delegazione del comitato parlamentare di controllo sull’accordo di Schengen, guidata dal presidente Margherita Boniver. Il sindaco Bernardino De Rubeis e la popolazione sollecitano l’immediato trasferimento dei profughi; una posizione condivisa anche da numerose organizzazione umanitarie come l’Alto commissariato Onu per i rifugiati.

La solidarietà degli isolani | Gli aerei militari arrivati a Trapani

Gli arrivi non si fermano. Ieri 124 persone erano approdate sulle coste del Catanese. I clandestini (tutti uomini, tra loro 24 minorenni) hanno detto di essere cittadini libici verosimilmente per avere riconosciuto il diritto all’asilo politico ed evitare così il rimpatrio. In realtà si trattava di cittadini egiziani. Tra la notte di domenica e la giornata di ieri oltre seicento persone sono sbarcate a Lampedusa: ieri sono arrivati in 137.

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22 marzo 2011

fonte:  http://palermo.repubblica.it/cronaca/2011/03/22/news/due_sbarchi_all_alba_a_lampedusa-13933955/?rss

Terza notte di bombardamenti in Libia. Civili e giornalisti usati come scudi umani / VIDEO: Libye : Martyrs et blessés Misrata Libya شهداء و ضحايا مصراته ليبيا

Libye : Martyrs et blessés Misrata Libyaشهداء و ضحايا مصراته ليبيا

Da: | Creato il: 22/mar/2011

Libya : Gaddafi mercenaries targeting civilians in Misurata.
Demonstrators victory in Misurata, Libya on the criminal tyrant al-Qadhafi. Battle 21/03/2011
أنتصار المتظاهرين في مصراته بليبيا على كتائب الطاغية المجرم القذافي. بمعركة 16-3-2011
Les manifestants victoire à Misurata, Libye sur le criminel tyran Kadhafi. Bataille 16/03/2011
Die Demonstranten Sieg in Misurata, Libyen über die strafrechtliche Tyrannen al-Gaddafi. Battle 16/03/2011
示威者的胜利米苏拉塔,利比亚人的刑事暴君卡扎菲。战役16/03/2011
刑事暴君アルカダフィのミスラタ、リビアのデモ隊の勝利。バトル16/03/2011
Los manifestantes victoria en Misurata, Libia sobre el criminal tirano al-Gaddafi. Batalla 16/03/2011
Manifestantes vitória em Misurata, a Líbia sobre o criminoso tirano al-Khadafi. Batalha 16/03/2011
Демонстранты победу в Мисурата, Ливии по уголовному тирана аль-Каддафи. Битва 16/03/2011
Morning By Gaddafi forces.. The Libyan Revolution For Freedom 17 Feb 2011 Stop The Bloodshed in Libya
شباب غريان مصراته لثورة 17 فبراير
Manifestations à Misrata le 10/03/11 مصراتة ليبيا
Massacre à Misrata en Libye ou les chars tirent des obus sur les habitations et les gens sans distinction. Libya libye Massacre Zawiyah Zawiya Feb17 Révolution arab. Massacre en Libye et le monde reste passif
خلاف بين عشائر مؤيدة ومعارضة للقذافي في سرت الليبية
الثوار في مدينة الزاوية غرب العاصمة الليبية طرابلس تمكنوا من دحر الكتائب الموالية للعقيد معمر القذافي التي اقتحمت المدينة صباح اليوم، مشيرين إلى تمكن الثوار من إعطاب عدد من الدبابات والسيارات العسكرية.
وقال الناشط السياسي محمد سالم في اتصال هاتفي مع الجزيرة إن كتائب القذافي حاولت اقتحام ما بات يعرف بميدان الشهداء الواقع وسط المدينة، لكن الثوار تمكنوا من دحرهم وتأمين الميدان -الذي بدأ الناس يتوافدون إليه- بعدما فجروا بضع دبابات لتلك الكتائب.
Au moins sept personnes ont été tuées et des dizaines d’autres blessées dans une offensive samedi de forces à la solde du régime de Mouammar Kadhafi sur la ville de Zawiyah (ouest de Tripoli) en état de siège, a-t-on appris auprès d’une source médicale et d’un habitant

Polemiche per i raid sul bunker del rais: «E’ stata la Daniimarca». Arrestati tre reporter

Terza notte di bombardamenti in Libia
Civili e giornalisti usati come scudi umani

Colpiti obiettivi a Tripoli e Sirte. L’ex numero due libico all’Onu: «Gheddafi vive come topo in tana, va rimosso»

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Una manifestazione a sostegno di Gheddafi (Ansa)
Una manifestazione a sostegno di Gheddafi (Ansa)

MILANO – Mentre la diplomazia internazionale continua a discutere sull’evoluzione della crisi libica, con l’Italia che chiede con forza il passaggio alla Nato del comando delle operazioni, la Libia è uscita dalla terza notte consecutiva di bombardamenti aerei. Nel mirino soprattutto obiettivi legati alla difesa aerea libica a Tripoli e Sirte. Si sono uditi colpi di contraerea seguiti da esplosioni vicino a Bab al-Aziziya, la zona in cui si trova anche il bunker di Gheddafi, colpita la notte prima da alcuni missili, che hanno distrutto un edificio che ospitava un centro di «comando e controllo» delle forze libiche. La televisione di Stato libica ha intanto accusato la Danimarca dell’attacco condotto domenica scorsa contro la residenza-bunker di Muammar Gheddafi a Tripoli, da cui gli Usa avevano preso le distanze spiegando di non avere tra gli obiettivi l’eliminazione del Colonnello (di cui si auspica tuttavia l’abbandono del potere, spontaneamente o sulla base delle spinte da parte della popolazione libica). «L’offensiva contro Bab al-Aziziya è stata comandata dalla Danimarca», ha riferito l’emittente, leggendo un comunicato in inglese, citato dalla Bbc.

SCUDI UMANI VOLONTARI E NO Proprio attorno all’area in cui risiede abitualmente il rais si stanno alternando alcuni sostenitori che si sono resi disponibili a fare da scudi umani per indurre gli aerei della coalizione a non sganciare bombe. Ma si parla anche di civili costretti a radunarsi nei pressi degli obiettivi a rischio contro la loro volontà. Non solo: anche i giornalisti stranieri verrebbero utilizzati allo scopo. Il Times di Londra rivela che un attacco è stato annullato dopo che alcuni reporter sono stati condotti nella zona del bunker del rais apparentemente con lo scopo di far constatare loro la situazione. Manifestazioni a sostegno di Gheddafi, in ogni caso, si susseguono quotidianamente nella capitale.

GLI ALTRI OBIETTIVII raid della coalizione internazionale hanno colpito anche una base navale situata 10 chilometri a est della capitale, dove sarebbe scoppiato un incendio, secondo quanto riferito da diversi testimoni. Le forze armate statunitensi hanno invece annunciato di avere lanciato 20 missili Tomahawk nelle ultime 12 ore. Complessivamente sono 159 i missili Tomahawks lanciati da Stati Uniti e Regno Unito nell’ambito dell’operazione militare avviata sabato scorso dalla coalizione internazionale.

«ROVESCIARE GHEDDAFI»Sul fronte politico, intanto, arriva la netta presa di posizione di Ibrahim Dabashi, numero due della missione libica all’Onu e tra i primi a defezionare già all’inizio della rivolta, intervistato a New York da Giovanna Botteri del Tg3: secondo il diplomatico, la prima cosa da fare in Libia è «delegittimare il regime di Gheddafi e ottenere il riconoscimento del consiglio di transizione nazionale quale unico rappresentante del popolo libico». E rispetto all’intervento nel Paese cominciato lo scorso sabato, a differenza di quanto sostengono altre fonti, Dabashi rivela esserci un «coordinamento tra la coalizione e la gente a Bengasi, specialmente tra i comandi militari», ma anche a New York dove «siamo in contatto con i paesi coinvolti nel bombardamento». Dabashi, ora passato dall’altra parte, ha comunque fatto parte dell’establishment e il rais lo conosce bene: «Gheddafi vive come un topo che costruisce tane sotterranee. E sempre, anche quando sta a casa sua, la sua priorità è di avere a disposizione vie di fuga verso l’esterno da dove fuggire quando è in pericolo». Dabashi non dice dove si trova il colonnello, ma racconta che «a Tripoli ci sono tante tane sotterranee, penso ne abbia tre e con tre uscite. Ma non credo che ora sia in una di queste. Mi aspetto che vada da qualche parte nel sud. Ma alla fine non potrà scappare, finirà nelle nostre mani o verrà ucciso».

«MA DECIDANO I LIBICI» Una replica indiretta arriva da Amr Moussa, segretario generale della Lega Araba: «Resto dell’idea che sia giusto impedire che vengano uccisi i civili e che a decidere la permanenza al potere di Muammar Gheddafi debba essere il popolo libico e non altri – ha detto al quotidiano arabo Al Hayat -. Il nostro non è stato un passo indietro, vogliamo proteggere i civili libici e lasciare loro la libertà di scelta, ma al contempo non vogliamo che vengano attaccati. Per questo vogliamo la no-fly-zone e l’applicazione delle risoluzioni dell’Onu».

LA MISSIONE DEI TORNADO Intanto l’Aeronautica italiana comunica che si sono concluse «positivamente» le «missioni di “accecamento”» dei siti radar libici condotte dai Tornado Ecr di stanza a Trapani. «Il positivo esito di una missione Sead (acronimo che sta per soppressione dei sistemi di difesa aerea, ndr) può essere di fatto conseguito anche in funzione di deterrenza, quando nell’ambito di un’operazione aerea complessa non viene rilevata la necessità di utilizzare l`armamento in dotazione al velivolo in quanto i sistemi radar presenti sul territorio ostile vengono appositamente spenti per non essere localizzati e successivamente colpiti, ha spiegato l’Aeronauitica italiana. «Ciò rende di fatto inoffensivi, come accaduto in queste prime missioni dei Tornado italiani, i sistemi di difesa aerea».

GIORNALISTI ARRESTATIMentre lunedì il New York Times ha annunciato il rilascio dei quattro suoi giornalisti fermati la scorsa settiamna, arriva oggi la notizia della formalizzazione dell’arresto di due reporter dell’agenzia France Presse e un fotografo della Getty Images, fermati il 19 marzo nella zona di Tobruk. La conferma è arrivata dal loro autista. I giornalisti dell’Afp sono Dave Clark (britannico) et Roberto Schmidt (con doppio passaporto colombiano e tedesco) e il corrispondente americano di Getty Joe Raedle . L’autista, Mohammed Hamed, tornato domenica sera a Tobruk ha spiegato di aver preso a bordo i tre uomini venerdì mattina a Tobruk, città controllata dai ribelli, per accompagnarli sulla strada che porta a Ajdabiya. A poche decine di chilometri da Ajdabiya la loro auto ha incrociato una colonna di mezzi militari libici che li ha costretti a fermarsi. Fatti scendere sotto la minaccia delle armi i tre hanno cercato di spiegare di essere giornalisti (Dave Clark, gridava «sahafa, sahafa» (stampa, stampa), racconta l’autista). I tre giornalisti sono quindi stati fatti salire su un mezzo militare e portati via verso una destinazione sconosciuta.

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Redazione Online
22 marzo 2011

fonte:  http://www.corriere.it/esteri/11_marzo_22/libia-quarto-giorno-guerra_f555f37c-5454-11e0-a5ef-46c31ce287ee.shtml

Low cost ed eco-compatibile da casa popolare a social house

Low cost ed eco-compatibile
da casa popolare a social house

 

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Al via anche in Italia il social housing: addio ai “casermoni”, l’edilizia pubblica ora punta sulla sostenibilità. Tanto legno, palazzi di pochi piani e tempi di costruzione brevi per garantire affitti e prezzi di vendita bassi

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di GIOVANNI VALENTINI

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Low cost ed eco-compatibile da casa popolare a social house

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ROMA – Una volta si chiamavano, brutalmente, “case popolari”. E in genere questi falansteri, palazzoni informi e anonimi, alveari umani, abbrutiscono le periferie urbane, più o meno degradate; i quartieri-dormitorio, affollati dai pendolari e dalle loro famiglie; i Bronx emarginati delle città o delle metropoli.

Poi, con il ricorso a uno dei tanti anglicismi che spesso riescono a nobilitare le definizioni nostrane, anche in Italia s’è cominciato a parlare di “social housing”, vale a dire case sociali, edilizia residenziale pubblica, a basso costo. Prefabbricati, per lo più in legno oppure materiali misti con acciaio, cemento leggero, lane artificiali o animali, da realizzare in tempi assai più brevi di quelli normali. Magari per fronteggiare le emergenze abitative: un post-terremoto, come in Trentino o più recentemente all’Aquila, dove – a parte i ritardi della ricostruzione e i disagi della popolazione – sono stati realizzati 196 appartamenti in 72 giorni, per complessivi 12 mila metri quadri. Ovvero, per tamponare le conseguenze di un’alluvione o un’ondata di immigrazione clandestina.

Ma ora, sulla spinta di una tendenza partita dal Nord-Europa, la tecnologia della prefabbricazione punta a fare un doppio salto di qualità, funzionale ed estetico. E dall’idea originaria di abitazione temporanea, provvisoria, precaria, si sta passando a quella di residenza stabile e duratura. Con standard ambientali e anche architettonici più elevati. Una casa – insomma – eco-compatibile, con una maggiore sostenibilità sul piano dei consumi energetici, delle prestazioni termiche e perfino dell’isolamento acustico.

A Londra, è già stato costruito il primo edificio interamente in legno a nove piani. Nella zona nord della stessa capitale inglese, lungo i margini stradali di Murray Grove e Sheepherdess Walk, l’iniziativa promossa dalla Peabody Trust – una fra le più antiche associazioni filantropiche della Gran Bretagna – ha puntato proprio sul controllo del prodotto finale. Altri progetti con le stesse caratteristiche sono stati realizzati o sono in via di realizzazione a Berlino. Ma anche in Italia si vanno diffondendo i tentativi di realizzare un “social housing” per così dire di qualità, a partire dalle esperienze più innovative del Trentino e dell’Alto Adige per arrivare alle aree metropolitane di Roma e di Milano.

In Lombardia e Veneto la Cassa depositi e prestiti ha già assicurato la sua disponibilità a investire 118 milioni di euro in due programmi che prevedono una spesa complessiva di 295 milioni. E lo stesso istituto finanzierà con 25 milioni anche il progetto “Parma Social House” che comprende un mix di 852 alloggi, di cui 252 in locazione a canone sostenibile, 420 in vendita diretta e 180 in locazione a canone convenzionato con riscatto all’ottavo anno (140 milioni di investimento complessivo, realizzazione entro il 2012).

I vantaggi più rilevanti della prefabbricazione riguardano i costi e i tempi di realizzazione. E alla fine i benefici si riflettono sugli utenti. Nel caso degli affitti agevolati dalle amministrazioni locali, i canoni si aggirano intorno ai 6 euro per metro quadro al mese: una casa di 70-80 metri quadrati, può costare quindi meno di 500 euro mensili. I prezzi di acquisto, a seconda che si tratti di vendita a categorie disagiate oppure di vendita libera sul mercato, possono variare dai 2.500-2.700 euro al metro quadro fino ai 3.000-3.200. E in ogni caso, si tratta di livelli più accessibili per una fascia sociale che comprende giovani coppie, famiglie monoreddito, disoccupati, precari, studenti fuori sede, genitori separati, disabili.

Sul fronte energetico, per effetto delle proprietà di isolamento e coibentazione del legno, gli edifici di questo tipo possono ridurre notevolmente il fabbisogno fino alla metà: circa 7 litri di gasolio per metro quadro all’anno, contro una media nazionale di 15 litri. Oltre a diminuire così le emissioni, lo spessore dei pannelli in massello consente di ricavare anche un aumento delle volumetrie (circa il 10%). E infine, l’utilizzo del legno – accompagnato naturalmente da una programmazione del rimboschimento – offre una maggiore flessibilità architettonica, adattandosi alle diverse tipologie edilizie: tanto più nel caso della ristrutturazione di vecchi immobili.

Anche qui, però, c’è l’altra faccia della medaglia. Non si tratta tanto della sicurezza, né sul piano della resistenza anti-sismica né su quello della prevenzione anti-incendio: i prefabbricati in legno o materiali misti sono più elastici, assorbono meglio degli edifici tradizionali le scosse di terremoto e, opportunamente trattati con vernici ignifughe, resistono perfino all’assalto del fuoco. Le riserve sono piuttosto di ordine psicologico e attengono soprattutto alla consistenza di un classico bene-rifugio come la casa, particolarmente caro alle famiglie italiane. Ma è proprio dall’evoluzione della tecnologia che dipenderà in futuro l’espansione di un settore emergente della “green economy”.

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22 marzo 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/ambiente/2011/03/22/news/casa_ecocompatibile-13932852/?rss

LIBRI – Nei segreti di “Malastagione” l’inno ai monti di Guccini / VIDEO: FRANCESCO GUCCINI ospite di FABIO FAZIO – Che tempo che fa

FRANCESCO GUCCINI ospite di FABIO FAZIO – Che tempo che fa

Da: | Creato il: 21/mar/2011

19/03/2011 Che tempo che fa – Francesco Guccini, cantautore, compositore, scrittore e poeta, dal 25 gennaio è tornato in libreria con Malastagione, romanzo giallo scritto a quattro mani con Loriano Macchiavelli e ambientato a Casedisopra, paesino dell’Appennino Tosco-Emiliano; dai primi anni ’60, attraversa la scena musicale italiana diventandone in breve tempo uno dei protagonisti: Piccola città, Canzone per un’amica, Noi non ci saremo, Dio è morto, La locomotiva, L’avvelenata sono solo alcuni dei titoli che contraddistinguono uno stile inconfondibile, raccolti, non a caso, in Storia di altre storie, doppio cd edito nel settembre 2010 che comprende il brano inedito Nella giungla oltre a racconti e storie in musica; più di venti album realizzati dal 1966, autore di una ventina di libri e di cinque fumetti, il 14 giugno 2010 ha festeggiato 70 anni e attualmente è impegnato con il suo tour ripartito a settembre da Torino.
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Nei segreti di “Malastagione”
l’inno ai monti di Guccini

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Oggi la presentazione del nuovo libro scritto a quattro mani con Loriano Macchiavelli: una storia di massacri ambientali e umani. “L’Appennino, come tutte le montagne, richiede vittime sacrificali”

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di MARCO MAROZZI

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Nei segreti di "Malastagione"  l'inno ai monti di Guccini

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“Poi la città. Viveva di stanchezza. O moriva, come moriva l’università. Lungo i corridoi si respirava un’aria stantia. Pure per le strade”. Francesco Guccini per la prima volta scrive male di Bologna. Per fortuna o purtroppo, direbbe Gaber, laico e disincantato quando nessuno lo era. Addio comunque Bologna vecchia signora dai fianchi un po’ molli. Una mala chirurgia plastica l’ha sconquassata, sepolto le osterie di fuori porta. La gente che ci andava non solo è morta. È imputridita. Stantia.

È un canto alla montagna e un canto amaro verso la città il libro che Guccini ha scritto insieme a Loriano Macchiavelli, il compagno di romanzi e zingarate sugli Appennini. “Malastagione”. Addio a Bologna di uno che è scappato a Pavana e di uno che si divide fra San Lazzaro e Zocca. Un addio nascosto, che si cerca di negare e ha piccoli fuochi di rimpianto. Per presentare il libro, prima uscita in Italia, i due amici hanno scelto la gastrolibreria Ambasciatori, fra i funghi vip e i libri doc, regno delle coop, unica struttura ancora portante dell’antica sinistra di governo. Oggi alle 17 in via Orefici si parla di un libro uscito martedì e che è già nono in classifica nelle fiction italiane. Con i due autori ci sarà Beppe Cottafavi, editor della casa editrice Mondadori, modenese: benvenuti forestieri per nascita o scelta in una Bologna dove non c’è un bolognese che conti e dove pure i sindaci vengono da fuori.

“La cosa peggiore è che non si vede futuro – dicono Guccini e Macchiavelli -. Berlusconi sarà anche finito. Ma a sinistra cosa c’è?”. Ai piccoli politici farebbe bene cercare orizzonti al di fuori delle loro stanzette. Capire. “Malastagione” è divertente e istruttivo. Nel titolo e nel protagonista, “Poiana”, l’ispettore della Forestale Marco Gherardi, esordio mondiale per un detective di simile stampo. “L’Appennino non sarà come le Alpi, o le Rocky Mountains, ma ogni tanto, come tutte le montagne, richiede le sue vittime sacrificali”.

Storia di massacri ambientali e umani, omicidi di uomini e posti, ma anche difese e lealtà. Luoghi gucciniani, Casedisopra sembra tanto Pavana, plot di Macchiavelli. E’ un libro non a quattro mani (un capitolo a testa), ma un libro di uno scrittore unico. Autore fusion, come per i romanzi precedenti con il maresciallo Benedetto Santovito, carabiniere, combattente in Russia, partigiano, seduttore amoroso, fumatore di toscano, uno del sud che amava la Bologna dei portici rossi. Addio Santovito, pensionato di storia ed epoca, arriva un giovane “quel tanto che basta”, in una storia – altra novità – ambientata in questi giorni. “Vorremmo fosse il tempo dei giovani. La montagna che raccontiamo non è nostalgia, ricordo. E’ la montagna di adesso. Bellissima, offesa, da difendere”. Macchiavelli ha 77 anni a marzo, Guccini va per i 71. Uno non ha il telefonino, l’altro nemmeno e neanche la patente. Non si sa se Guccini sappia andare in bici, è andato alle Seychelles una volta da vecchio, in compenso nuotava nel bacino di Suviana dalla sponda est alla ovest. Se parlate di giallo ecologico, la coppia sghignazza. “Noir appenninico”. Due così, un poco agées, schivi e fuggitivi, continuano a cantare e a scrivere (Macchiavelli ha ripubblicato e rivenduto “Strage”), raccontano di boschi e cinghiali e dicono a tutti di non abbandonarsi alla Malastagione. In nome di personaggi che si chiamano Adùmas, Cesarino, Adolfino, l’Adele, Cruenti Deodato, ma anche Haled e Semir e Amdi. Con l’Appennino che insegna alla città. Con tanti guai simili e senza presunzione. E nemmeno tristezza.

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05 febbraio 2011

fonte:  http://bologna.repubblica.it/cronaca/2011/02/05/news/nei_segreti_di_malastagione_l_inno_ai_monti_di_guccini-12083795/