Archivio | marzo 23, 2011

Conviene DoveConviene? A nostro parere si, ma sta a voi accertarlo

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Abbiamo ricevuto la gentile segnalazione della signora Alice Staffieri riguardante un nuovo sito online che promuove la visualizzazione delle offerte di catene commerciali e discount della zona di residenza (o di collegamento) di ognuno di noi internauti.

http://www.doveconviene.it/

In pratica il sito ‘scopre’ immediatamente, in base all’indirizzo IP dei nostri computer, l’origine territoriale del collegamento internet e quindi provvede a farci conoscere le offerte dei volantini delle merci più svariate, dagli alimentari al fai da te.

Non ci permettiamo di giudicare la bontà del servizio (ma che sulla carta ci ha convinti della sua utilità, ad ogni modo) perché, in ultima analisi, sarà la misura del suo utilizzo da parte dei consumatori a decretarne il successo o meno.

Preferiamo non dilungarci oltre. Visitatelo e fateci sapere.

solleviamoci

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INCREDIBILE – La pesca illegale sostenuta da finanziamenti pubblici europei

Lettera di 90 associazioni ambientaliste a Barroso: «Servono controlli piu’ severi»

La pesca illegale sostenuta da finanziamenti pubblici europei

Oltre 26 milioni di euro dal 1994 al 2010 sono finiti per errore a 130 pescherecci fuorilegge

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Una tartaruga finita nelle reti illegali (David Cayless)
Una tartaruga finita nelle reti illegali (David Cayless)

MILANO – Pesca illegale sostenuta con i fondi pubblici europei. Suona strano ma è così: un fiume di denaro finito in mare aperto, proprio dove non avrebbe dovuto. Oltre 26 milioni di euro, dal 1994 al 2010, elargito a favore di oltre 130 pescherecci – italiani, francesi e spagnoli – che in molti casi erano già stati sanzionati per infrazioni gravi. Come offrire sussidi a chi è stato condannato per furto. Oltre novanta organizzazioni ambientaliste, tra cui Wwf, Greenpeace, il Gruppo Ambiente Pew e la coalizione Ocean 2012, hanno consegnato una lettera aperta al Presidente Jose Luis Barroso, affinché la Commissione europea intraprenda azioni concrete verso un’abolizione dei sussidi dannosi per l’ambiente.
Il meccanismo è semplice, ma evidentemente funziona male: i fondi passano dall’ Europa agli Stati membri. Qui, i ministeri competenti – in Italia quello delle Politiche agricole – li distribuiscono tramite le Regioni ai pescatori, non tenendo conto delle loro infrazioni. «E’ gravissimo che non ci siano controlli da parte dei governi prima di assegnare i fondi – dice Ermete Realacci, parlamentare del Pd e responsabile della Green Economy -. La pesca illegale è una piaga dei nostri mari che non solo danneggia l’ecosistema ma anche i pescatori onesti che vivono di questa attività. Ho presentato più di un’interrogazione parlamentare sulla questione dell’errata elargizione dei fondi ma non sono stati presi provvedimenti. Tra l’altro sull’Italia pende anche una condanna del 2009 per non aver provveduto in maniera adeguata a contrastare la pesca illegale né ad aver applicato sanzioni sufficientemente dissuasive».

I CASI – Per Francia e Spagna, parla chiaro una lunga lista, pubblicata sul sito Fishsubsidy.org, che rivela la quantità di denaro pubblico, oltre 13,5 milioni di euro dal 1994 al 2006, elargito in favore di 36 pescherecci sanzionati per infrazioni gravi. Situazione ancora peggiore in Italia, dove circa 100 barche da pesca, molti dei quali ripetutamente multati per pesca illegale con reti derivanti (spadare e ferrettare), hanno ricevuto 13,8 milioni di euro in aiuti pubblici, tra 1999 e 2010. Questi alcuni tra i casi più evidenti: tra il 2005 e 2006 il peschereccio Sibari II viene sanzionato tre volte per attività illegale con le spadare. Nel giugno 2006 gli vengono sequestrate 11 km di spadare, mezza tonnellata di pescespada e 150 kg di tonno. Dopo pochi mesi riceve 545.000 euro di contributi pubblici. In Spagna nel 2005 la barca Hodeiertza riceve una sanzione per pesca illegale in acque francesi. Costruita con 1,2 milioni di euro di fondi europei, dopo essere stata sanzionata, riceve altri 31.906 euro per ammodernamento nel 2006. Un recente caso mostra, inoltre, la disinvoltura con la quale la Spagna, paese che riceve il 46% degli aiuti comunitari, assegna gli aiuti pubblici nazionali. Nel giugno del 2010, l’impresa ittica spagnola Albacora, proprietaria del peschereccio Albacore Uno, riceve una multa di 5 milioni di euro dal governo degli Stati Uniti per pesca di frodo nelle acque statunitensi. Quattro mesi dopo riceve dal governo spagnolo 307.000 euro per aumentare il livello di sicurezza della sua flotta a rischio pirati nell’Oceano Indiano. In Francia, dove arrivano il 9% dei fondi, nel 2005, dopo aver ricevuto 350,000 di aiuti pubblici, il peschereccio La Pérouse viene fermato per pesca con attrezzi vietati.

I COSTI DELLA PESCA ILLEGALE La pesca illegale Inn (non dichiarata e non regolamentata), produce un fatturato annuale di oltre 10 miliardi di euro, e raggiunge livelli ragguardevoli anche in acque europee (tra le stime: 66% di tutto il pescato nel Mare del Nord, 50% degli sbarchi di tonno e pescespada nel solo Mediterraneo). Un fenomeno enorme, in parte quindi alimentato, per “sbadataggine”, con flussi massicci di fondi pubblici. Se ne è parlato anche a Bruxelles, durante un seminario organizzato da Luigi de Magistris, presidente della Commissione per il controllo dei bilanci del Parlamento Europeo, alla presenza di Maria Damanaki, Commissario europeo agli Affari marittimi e della pesca, e di diversi altri esperti. «Mentre a livello internazionale l’Unione Europea ha lanciato una forte iniziativa di contrasto alla pesca Inn, al proprio interno sovvenziona con fondi pubblici europei e nazionali operatori impegnati nell’illegalità, – spiega Domitilla Senni di Ocean 2012 -. Paradossalmente gli aiuti concepiti per promuovere il settore della pesca e le comunità costiere hanno così finito per provocare seri danni ecologici, sociali ed economici». «E’ una situazione gravissima e paradossale che deve cambiare in fretta – ha detto Luigi De Magistris al termine del seminario-. La Commissione ha ribadito la sua volontà di recuperare le some erroneamente erogate. Non va dimenticato che in mezzo a questa vicenda ci sono costi enormi, oltre che sotto il profilo ambientale anche sotto quello sociale: chi pesca onestamente fatica a continuare la sua attività mentre i disonesti vengono premiati».

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Stefano Rodi
22 marzo 2011(ultima modifica: 23 marzo 2011)

fonte:  http://www.corriere.it/cronache/11_marzo_22/pesca-illegale_fb8c630a-54a1-11e0-a5ef-46c31ce287ee.shtml

LIBIA, L’ANALISI – La guerra scatenata da Sarkozy è illegittima

La guerra scatenata da Sarkozy è illegittima

I confini labili del diritto internazionale

https://i1.wp.com/www.comedonchisciotte.org/images/4276656448.jpg

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DI CLAUDIO MOFFA
claudiomoffa.it

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L’intervento armato in Libia è stato autorizzato dalle Nazioni Unite; è dunque legittimo; l’Italia non è coinvolta in una guerra: questo strano sillogismo – anzi più che sillogismo per alcuni è un dogma – non solo non corrisponde a tutto quello che in questi giorni la gente ha potuto vedere a, ma inoltre non regge dal punto di vista dei principi del diritto internazionale. Beninteso, il diritto internazionale è sempre stato basato da Grotius in poi su concreti rapporti di forza dai confini labili, e nello stesso tempo l’invenzione di una cosiddetta no fly zone ha alle spalle una consolidata tradizione operativa da parte delle Nazioni Unite che dura da un ventennio. Eppure in frangenti cruciali come questo, che rischiano di ferire a morte il nostro paese dal punto di vista energetico e migratorio, e di scatenare una conflittualità sempre più estesa provocata da reazioni a catena dallo strappo libico, è opportuno riflettere su tutto quel che non quadra con il sopracitato sillogismo.

Il primo strappo di Sarkozy: via all’azione militare mentre la riunione di Parigi era in corso

Primo punto, l’avvio concreto dell’azione militare. Secondo la ricostruzione del TG1 di qualche giorno fa – e secondo le cronache in diretta nelle ore di svolgimento del vertice di Parigi – la no-fly zone ha preso il via concreto per iniziativa dell’aviazione francese, quando ancora la riunione convocata in tutta fretta da Sarkozy era in corso: mai visto in tutta la storia delle Nazioni Unite che uno Stato prendesse solitariamente una decisione operativa imponendo il fatto compiuto ai partners invitati per definire e implementare con un atto collegiale una risoluzione varata dal Consiglio di Sicurezza, e nel corso della riunione collegiale stessa. E’ un atto di banditismo internazionale quello compiuto dal Presidente francese, che ha creato un precedente per una gestione successiva della stessa crisi sulla base del fatto compiuto, ultronea rispetto al dettato delle risoluzioni 1970 e 1973: tesa cioè, come da reiterate dichiarazioni di alcuni anche in Italia, a trasformare nei fatti la no fly zone in una guerra d’aggressione contro un paese sovrano, finalizzata non a proteggere i civili ma all’ annientamento del regime di Gheddafi, e chissà, “magari” di Gheddafi stesso.

La no fly zone libica e quella irachena del 1991

Secondo punto: questo spiega la dilagante ribellione al comportamento franco-anglo-americano di attori importanti della crisi, che pure si erano convinti ad accettare o a astenersi sul via libera del Consiglio di Sicurezza: dopo il no cruciale della Germania, l’ Unione africana – un intero continente – la Lega araba, la Russia (vedi la ritrovata uità di intenti tra Medvedev e Putin), e più in sordina la Cina; e poi la Norvegia e le riserve della Turchia membro della NATO e allo stesso tempo in buoni rapporti con altri paesi critici verso la guerra, come il Venezuela il Sudafrica lo Zimbabwe.

Questo fatto deve far riflettere sui limiti e le ambiguità della no fly zone. Quando nel 1991 venne per la prima volta istituita in Iraq, essa venne limitata alle peraltro ampie regioni sciita meridionale e curda settentrionale dove il gravoso dopoguerra aveva lasciato sacche di ribellioni antiSaddam. Ovviamente nel clima di quei mesi, alimentato dai soliti mass media “finanziari” che ingigantivano e inventavano stragi e relativi numeri – esattamente come hanno fatto nei primi giorni della crisi libica – ci furono iniziative di bombardamento a terra da parte degli “Alleati”, ma in genere in risposta a spari delle contraeree irachene locali: mai dunque in modo massiccio come in questi giorni in Libia; mai contro la regione priva di insorgenze, quella sunnita di Bagdad, sede dell’allora governo, quello di Saddam Hussein:; mai soprattutto a Bagdad, perché la guerra era stata dichiarata finita dopo che Bush senior aveva stoppato il generale Schwarkopf mentre marciava verso la capitale irachena con il suo esercito di terra.

In Libia, lo strappo parigino di Sarkozy ha aperto una catena di strappi ulteriori che rischiano di incendiare – fra missili, rischio terrorismo e immigrazione – tutta la prateria euro mediterranea: gli aerei franco-britannici non hanno pattugliato solo i cieli delle regioni sedi effettive di insorgenza, ma qui è là in tutto il paese, compresa Tripoli, compreso il compound di Gheddafi, conciostesso schierandosi militarmente a fianco dei ribelli in armi.

Il conflitto tra Bengasi e Tripoli è un affare interno della Libia

Questo fatto – ecco il terzo punto – è gravissimo. Il conflitto tra Bengasi e Tripoli è una crisi interna alla Libia, paese sovrano e unito al di là dei regimi che lo rappresentano alle Nazioni Unite. Queste, per quasi mezzo secolo, dalla fondazione del 1945 fino alla fine del bipolarismo hanno sostanzialmente rispettato la teoria del “dominio riservato” degli Stati sovrani – l’interdizione cioè a Stati e enti stranieri di intervenire sul territorio di un altro Stato membro delle Nazioni Unite. Si possono ritenere non esaustivi o corretti questi criteri e prassi, ma è quel che qui rileva è che prima della fine del bipolarismo, l’ONU – fatte salve le eccezioni “ampie” e consustanziali allo spirito stesso della Carta di san Francisco, delle Colonie e e dei regimi razzisti del Sudafrica e e della Rhodesia – non solo non ha mai preso parte a conflitti interni ai suoi Stati membri, ma anzi ha spesso preso esplicita posizione a favore del governo centrale: dal rifiuto di interferire nella guerra civile greca (1947), alla rigorosa neutralità sulla guerra del Kashmir tra India e Pakistan (1948), via via fino al sostegno al governo di Lagos di fronte al drammatico tentativo degli Ibo del Biafra di separarsi dalla Nigeria (1965) o alla condanna netta del “Fronte di liberazione della Guinea” che nel 1970 aveva cercato di rovesciare Sekou Touré (risoluzione 282/70 che “esige” “il ritiro immediato” dei ribelli. Le Nazioni Unite insomma hanno sempre condiviso il principio contenuto nell’articolo 2 della sua Carta, di non ingerenza negli affari interni di un paese indipendente. Eppure il mondo dei due blocchi Est Ovest era lo “stesso” di oggi, con scenari simili a quelli delle tante crisi mediorientali e africane dell’attuale secolo: corruzione, repressione di minoranze, regimi autoritari fino alla dittatura, guerre civili e/o tribali.

Ma la rigidità delle regole era necessaria: il problema era evitare la logica della “legge della giungla”. Forse il caso più emblematico da questo punto di vista è quello del Congo-Zaire, paese multietnico di un continente multietnico, dove i conflitti intestini sono sempre stati numerosi e spesso ad alta conflittualità reciproca: nella guerra civile degli anni Sessanta –ben più truce e drammatica di quella attuale libica – l’opzione delle Nazioni unite fu di contrarietà netta alle “azioni che possano minacciare l’integrità nazionale e l’indipendenza del Congo” (risoluzione 145/1960) e di rifiuto di intervento: “la Forza ONU nel Congo non sarà parte di alcun conflitto interno, costituzionale o di altro tipo, … essa non interverrà in alcun modo in tale conflitto, né sarà utilizzata per influenzarne l’esito” (ris. 146).[1] Come dire, l’ONU può intervenire ai sensi del capitolo VII della sua Carta, ma non entro gli Stati, ma tra gli Stati. E la concezione classica del Diritto internazionale che si invera nei rapporti interstatuali ma non può riguardare quelli intrastatuali, gli Stati essendo intesi come bocce di biliardo impenetrabili secondo la nota immagine usata spesso dai giuristi internazionalisti.

I “nuovi” principi giuridici della svolta postbipolare

Si dirà, da un punto di vista più “pratico” che prettamente giuridico che la guerra attuale “non può” essere letta con criteri vetusti, che pure hanno avuto il merito di evitare per decenni derive belliche come quelle affermatesi nelle tante e gravissime guerre postbipolari degli ultimi vent’anni. “Non si può” perché il mondo è cambiato, perché a partire dalle concomitanti crisi-guerre del 1991 in Irak e in Jugoslavia, il diritto internazionale nato con la Carta di San Francisco e consolidatosi per quasi mezzo secolo ha subito degli scossoni notevoli, registrati dalle scuole giuridico-internazionaliste o in forma altamente critica – in Italia Aranjo Ruiz, in Francia Monique Chemillier-Gendreau – o in forma positiva – è il caso di certe nuove tendenze teoriche negli USA, il cui diritto internazionale viene assunto come cangiante (ma che diritto è?) perché se ne accetta la quasi meccanica dipendenza dai nuovi rapporti di forza internazionali degli anni Novanta: Sono gli anni della “scomparsa” non solo dell’URSS ma anche della Russia dallo scenario internazionale, gli anni della Mosca non più di Gorbaciov ma di Eltisn. Il Diritto internazionale si piega al monopolarismo, nel caso specifico: e non per demonizzazione aprioristica, USA.

Al di là di queste teorie, ecco comunque che nella pratica si affermano nuovi principi-categorie: come una nuova lettura del principio di autodecisione nazionale non più rigidamente ancorato come nella fase della decolonizzazione al solo mondo coloniale [2] , ma supporto “giuridico” di tante insorgenze secessioniste dagli anni Novanta ad oggi negli Stati sovranui membri delle Nazioni Unite: in primis la Jugoslavia, che si disgrega sotto i colpi di frettolose indipendenze apparentemente tali– in realtà gli staterelli post-titoisti contano assai meno nel consesso internazionale di quanto accadeva nella cornice unitaria panjugoslava : e non c’entra qui il carattere socialista del regime di Tito – e apparentemente liberatorie: ma in realtà foriere di massacri senza fine e dunque di odi interetnici destinati a durare per lungo tempo.

I problemi e le pericolose ambiguità del “diritto di ingerenza umanitaria”

O come il “diritto di ingerenza umanitaria”, chiave di volta per permettere a una comunità internazionale senza più equilibri veri, di sfondare le sovranità degli Stati esistenti, non tutti ma attraverso una selezione di fatto sempre e quegli Stati scomodi del mondo con cui peraltro l’Italia – nella scia della grande tradizione euro mediterranea e terzomondista (nel senso migliore di un termine giustamente usato per condannare certa superficialità “buonista” di sinistra o cattolica) di Mattei e dei suoi successori – ha avuto sempre buoni rapporti quanto meno commerciali: l’Iraq, la Jugoslavia, la Somalia e adesso la Libia. Ovviamente i motivi umanitari possono ben esistere e alle volte esistono davvero, ma – con uno sguardo rivolto anche a quel pensano altri paesi che pesano ormai molto di più che negli anni Novanta: la Russia del discorso di Monaco di Putin del marzo 2008, i nuovi paesi emergenti del Medio Oriente, America Latina e Africa – bisogna fare su tale diritto, che piace anche a sinistra [3] , quattro considerazioni:

1) La prima è che nei fatti e non per principio, il diritto di ingerenza umanitaria è è stato applicato a senso unico solo ai nemici di certo oltranzismo occidentale, che pure con le centinaia di migliaia di morti in Iraq o nel Congo occidentale occupato dal Ruanda di Kagame, è ben passibile di essere accusato di “crimini contro l’umanità “: per q uesta sua applicazione selettiva di fatto, è un principio sostanzialmente colonialista. Contro la lettura buonista e superficiale del terzomondismo, che pensa che tutti gli oppositori al colonialismo erano “buoni”, anche il colonialismo – fenomeno complesso, che ha modernizzato sia pure con l’occhio rivolto ai propri interessi strategici, i paesi conquistati: ha costruite strade e ferrovie, ha introdotto nuove tecniche agricole – aveva i suoi motivi di ingerenza umanitaria: ne valga solo uno, la tratta degli schiavi in Africa orientale che perdurava anche dopo la sua bolizione sulla costa occidentale, gestita da trafficanti arabi criminali e senza scrupoli. Il Sudan di Comboni e di Gordon lo sa bene.

2) La seconda è che un diritto di ingerenza umanitaria negli Stati sovrani, vero e fondato in modo giuridicamente corretto, presuppone un “governo mondiale” effettivo dal punto di vista istituzionale, con regole precise: un governo mondiale esiste, ma è quello assolutamente incontrollato della grande finanza internazionale e delle sue associazioni “informali” (la più noto è la Commissione Trilaterale), che secondo alcuni starebbe dietro a tutte indistintamente le rivolte mediorientali. Non certo corrisponde, il “governo mondiale”, alla “comunità internazionale” e al Consiglio di Sicurezza di una ONU di cui invano si perora da decenni ormai una riforma: una “comunità internazionale” che peraltro agisce quasi sempre sotto l’effetto del martellamento mediatico dei grandi pool editoriali lobbistici di estensione planetaria.

3) Il terzo punto è proprio questo: il ruolo dei mass media nel condizionare se non determinare di volta in volta scelte disastrose con invenzioni accurate di neologismi (dagli “Alleati” di antinazista memoria nella prima guerra contro l’Iraq fino all’incredibile e ridicolo – se non fosse tragico – “Volenterosi” della guerra contro la Libia), ma soprattutto con invenzioni e esagerazioni di fatti. Dalla Ruder & Finn ingaggiata in Jugoslavia per far passare sui grandi media l’equazione pietosa Milosevic = Hitler, alle stragi inesistenti dei primi giorni della rivolta (peraltro armata) libica, l’analisi e connesse dichiarazioni richiederebbero troppo tempo. Si può solo dire telegraficamente questo: che, il ruolo del Mass media lobbisti nelle guerre e crisi postbipolari è stato ed è esattamente lo stesso del ruolo della stampa lobbista italiana nel colpo di stato di Tangentopoli dei primi anni Novanta. Occorrerebbe reagire, al di là delle distinzioni di campo, in quanto ceto politico orgoglioso (sarò ingenuo, ma la speranza è l’ultima a morire) della propria indipendenza e autonomia.

Anche lasciando perdere il passato, la guerra di Sarkozy è illegittima

Quanto detto nel paragrafo precedente non riguarda però il “qui e ora” della illegittimità della guerra scatenata da Sarkozy quattro giorni fa. Esso serve sì a riflettere che l’insistenza di Gheddafi a non accettare il cessate il fuoco al di là se gli convenga o no, non ha nulla di assurdo ma ha fondamento giuridico: nasce cioè dalla convinzione, che è nella lettera della Carta dell’ONU, che i bombardamenti dei Volenterosi e la sua azione bellica quanto meno terrestre, contro i rivoltosi, non sono atti equiparabili. La (non) no fly zone, così come implementata e “guidata” da Sarkozy, è illegittima per quanto detto finora; la reazione gheddafista a un tentativo di rivolta armata è invece legittima, e rientra nei canoni classici delle Nazioni Unite, prassi compresa fino alla fine del bipolarismo. La guerra di Libia inoltre, è sì una cartina di tornasole – come dimostrano le contraddizioni subito emerse nella coalizione, con lo sbando sul problema della direzione dell’azione diimplemenntazione della cosiddetta “no fly zone” – per una riflessione generale sulla crisi del Diritto internazionale postbipolare. Ma in questi giorni drammatici, quel che conta ai fini di una denuncia dell’illegittimità dell’intera operazione Libia sono quattro elementi di cui abbiamo già parlato: 1) i testi delle due risoluzioni 1790, 1793; 2) l’avvio pratico della guerra attraverso un atto di banditismo internazionale di Sarkozy durante la riunione di Parigi; 3) le modalità successive di presunta applicazione dei dettami stessi delle due Risoluzioni da parte dei cosidetti Volenterosi; 4) il tutto preceduto da una lettura corretta, come fondamento di ogni decisione giuridico-internazionalista, degli avvenimenti in Libia, a cominciare dall’avvio della ribellione bengasina;

Quest’ultimo punto è essenziale per riportare ordine e correttezza – dopo le critiche della vasta schiera di paesi e Organismi regionali contro quel che sta accadendo in Libia, ben oltre le zone di insorgenza – dentro lo stesso Consiglio di Sicurezza: una risoluzione dell’ONU che si basi su quel che raccontano le grandi catene mediatiche lobbiste e i loro megafoni (ivi compresa la stupefacente Al jazira), è l’analogo di una richiesta di rinvio a giudizio sulla base di una ”indagine” su un assassinio in un piccolo paese, svolta da un Maigret cialtrone che come unico atto della sua inchiesta sia entrato nel bar della piazza principale e lì abbia raccolto i pettegolezzi della gente, ubriachi compresi. Gheddafi ha ripetutamente chiesto ormai da settimane, che le Nazioni Unite inviino una missione di inchiesta in Libia, per verificare i fatti: come è nata la ribellione, fin da subito armata, quali sono i suoi veri obbiettivi, se per caso anche secessionisti al di là della bandiera prescelta e del suo apparente leader, l’ex ministro della giustizia libico Jalil; chi ha bombardato cosa; fino a che punto e attraverso quali canali i ribelli si sono armati; quante sono le vittime civili dei bombardamenti di Gheddafi (che ormai, purtroppo, esistono) e di quelle dei cosiddetti “volenterosi”, e così via.

L’inchiesta dovrebbe essere fatta al più presto per future, più corrette Risoluzioni. Ma fin da subito, di fronte al caos della situazione e fermo restando che la Francia di Sarkozy non ha nessun titolo, ma proprio nessuno, per “guidare” la “coalizione” (cioè, diciamolo pure, per fare quello che gli pare in Libia), il Consiglio di Sicurezza dovrebbe essere riunito d’urgenza, per evitare nuovi strappi nella deriva bellica ormai intrapresa da quattro giorni, e per bloccare in particolare la tragedia di un eventuale intervento via terra, che non solo costituirebbe un precedente gravissimo nel Mediterraneo, ma potrebbe portare a una soluzione alla Kosovo, con una Libia tripartita tra Fezzan “francese”, Tripolitania “inglese” e Tripoli “italiana”: come ai “bei tempi” del colonialismo di guerra degli anni Quaranta.

E’ questo che vuole l’Italia?

Claudio Moffa
Fonte: www.claudiomoffa.it
23.03.2011

NOTE:

[1] Risoluzione del 9 agosto 1960, approvata con 2 astensioni (Francia e Italia).
[2] Come nella prassi dell’ONU sancita dalla storica Dichiarazione sulla concessione dell’Indipendenza ai paesi e ai popoli coloniali”, ONU, 14 dicembre 1960
[3] Vedi Dominiqye Vidal di le monde diplomatique ai tempi della guerra di Jugoslavia.

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23 marzo 2011

fonte:  http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=8098

ACCADEVA DOMANI – Monsignor Romero, una morte annunciata / VIDEO: Ultima homilia de Monseñor Romero

Ultima homilia de Monseñor Romero


Da: | Creato il: 05/ott/2007

Monsignor Romero, una morte annunciata

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Il Vangelo di oggi ci conferma la tremenda dottrina di Cristo che ci invita a non aver paura della persecuzione, perché credete fratelli chi si scaglia contro i poveri condividerà il loro stesso destino e noi in Salvador sappiamo qual è il destino dei poveri: desaparecidos, essere catturati, essere torturati e riapparire cadaveri”. Mons. Romero

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Le sue denunce contro la violenza, le torture e le sparizioni, le sue scarpe impolverate e il suo stare sempre dalla parte di chi ha bisogno, hanno fatto di lui un prete scomodo. Oggi per la Chiesa è un martire, per i campesinos sudamericani e per chi ama la sua figura un santo non ufficiale.

Per chi ha ordinato la sua morte la sua colpa è proprio questa: aver rotto il silenzio.

Ai poveri dell’America Latina Romero aveva promesso: “Se verrò ucciso, risorgerò nel mio popolo”.

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Romero diventa vescovo di Santiago de Marìa

Oscar Arnulfo Romero y Galdámez nasce il 15 agosto 1917 a Ciudad Barrios un paese vicino alla città di San Miguel, ne El Salvador. Secondo di otto fratelli, la sua è una famiglia modesta. Suo padre è un telegrafista, mentre la madre è casalinga. Nel ’37 entra in seminario e pochi mesi dopo viene mandato a Roma per proseguire gli studi. Qui il 4 aprile del ‘42 viene ordinato sacerdote e inizia la tesi di dottorato, ma con lo scoppio della guerra si vede obbligato a tornare nel suo Paese.

Il suo impegno come sacerdote inizia nella parrocchia di Anamorós, per poi spostarsi a San Miguel, dove rimane per 20 anni. In seguito diviene segretario della Conferenza episcopale di El Salvador, fino a quando il 25 aprile del ’70 viene nominato Vescovo ausiliare di San Salvador ricevendo l’ordinazione episcopale il 21 giugno 1970: diventa così il collaboratore principale di Monsignor Luis Chàvez y Gonzàlez che, insieme a Rivera y Damas, è uno dei protagonisti della Conferenza dell’episcopato latinoamericano di Medellín (Colombia) del 1968 e sta realizzando i cambiamenti pastorali che il Concilio Vaticano II esige per lo sviluppo di un nuovo modo d’intendere il ruolo della Chiesa Cattolica in America Latina.

Questi però non vedono bene la nomina di Romero perché non in linea con il loro pensiero: egli è noto per essere un convinto conservatore. Intanto il 15 ottobre del ‘74 viene nominato Vescovo di Santiago de María, uno dei territori più poveri della nazione.

Il gesuita salvadoregno Salvador Carranza, racconta: «Quando lo elessero come nuovo arcivescovo, elessero quello che probabilmente rappresentava la parte più conservatrice. L’esercito e i giornali de El Salvador si rallegrarono e così anche Roma. Dicevano: “Abbiamo eletto qualcuno che sta dalla nostra parte”». Gli fa eco un altro gesuita Rodolfo Cardenal: «È chiaro che noi non eravamo contenti della sua nomina. Fu il primo ad accusarci pubblicamente di marxismo per l’organizzazione del nostro clero e le nostre convinzioni. Attaccava la nostra stessa teologia della liberazione».

Negli anni ‘70 la violenza ne El Salvador diviene spietata e selvaggia e colpisce soprattutto i campesinos che chiedono sempre più ad alta voce giustizia. Lo stesso giorno della nomina di Romero l’esercito spara su cinquantamila persone riunite in piazza per protestare contro dei brogli elettorali. Un centinaio di persone che si erano rifugiate nella chiesa del Rosario muoiono soffocate dai lacrimogeni lanciati dai militari.

Romero si dà anima e corpo alla causa dei poveri

Quella che da tutti viene chiamata la conversione, l’illuminazione di Romero avviene pochi mesi dopo la sua nomina e precisamente il 12 marzo del ’77 quando viene ucciso il gesuita Rutilio Grande da parte delle squadre della morte che lo trucidano con diversi colpi di mitra insieme ad altri due uomini. Il gesuita aveva fatto della sua vita una missione in aiuto dei poveri, soprattutto attraverso la creazione dei gruppi di auto-aiuto dei campesinos.

Giunto sul luogo del delitto Romero impone subito la sua volontà: verrà fatta una sola messa, un solo funerale. E all’opposizione dell’annunziatura, risponde: “Questi sacerdoti e il popolo stanno aspettando la messa unificata e la messa si farà”. Da questo momento Romero, come un cieco che improvvisamente riacquista la vista, vede chiaramente le ingiustizie, le repressioni, le torture (anche mentali) e gli omicidi che fino a quel momento avevano subito i poveri salvadoregni. Inizia quindi la sua azione di denuncia che pagherà poi con la morte.

La domenica seguente, il 9 marzo, nella Basilica di santa Marta, c’è moltissima gente: è venuta da diverse parti del Paese per assistere al funerale di Rutilio Grande. Nel corso della cerimonia viene trovato un sacchetto con vari candelotti di dinamite, fortunatamente però non esplodono e gli artificieri della polizia li disinnescano.

Nella sua omelia Romero parla chiaramente delle responsabilità dello Stato e del potere giuridico, nonché delle ingiustizie subite dal popolo salvadoregno. Riguardo al suo “cambiamento” Salvador Carranza racconta: «In quella messa di fronte ai cadaveri Romero era molto commosso; da quel momento ci rendemmo conto giorno dopo giorno che ci trovavamo di fronte a un Romero nuovo che iniziava a denunciare e a parlar chiaro». Apre quindi un’inchiesta su padre Rutilio Grande e chiude per tre giorni scuole e collegi. Istituisce inoltre una commissione permanente in difesa dei diritti umani.

Da questo momento condividere la strada degli umili, ascoltare il grido degli oppressi e lasciarsi evangelizzare da loro, sono i suoi imperativi.

Le sue omelie diventano sempre più famose e arrivano alle orecchie di migliaia di persone che vedono in lui la speranza. Una parte della Chiesa comincia però a lasciarlo solo, additandolo come un “istigatore della lotta di classe e del socialismo”.

L’assedio di Aguilares

La situazione politica si fa sempre più critica e intanto il 1 luglio del ‘77, il generale Carlos Humberto Romero leader del PCN (Partito di Conciliazione Nazionale), ovvero il centro-destra dei militari nazionalisti, sale al potere con un colpo di Stato. Romero rifiuta di presenziare alla cerimonia d’insediamento perché non era ancora stata fatta luce sulla morte di padre Grande.

Un anno dopo, il 21 giugno del ’78, a Roma Papa Paolo VI lo incoraggia a continuare sulla via intrapresa.

Intanto l’esercito, guidato dal governo, diviene sempre più violento e arriva anche a occupare le chiese, tra cui quella di Aguilares. È mattino presto e nella città iniziano a suonare le campane. Tutta la gente viene svegliata e viene dato loro l’ordine di non uscire di casa. I soldati sterminano più di 200 fedeli e occupano la città a cominciare dalla chiesa che viene profanata, in quanto “covo di marxisti infiltrati”, calpestando le ostie con gli scarponi. Viene sparso il terrore: molti sono i cittadini picchiati o incarcerati solo perché in casa tenevano una foto di padre Rutilio Grande. I militari per tre mesi non fanno avvicinare nessuno al paese fino a quando finalmente ricevono l’ordine di restituire la parrocchia ai fedeli. «A me tocca il destino di andar raccogliendo violenze e cadaveri e tutto quello che lascia dietro la persecuzione della Chiesa», dice Romero quando lo chiamano ad Aguilares. Arrivato con un gruppo di religiosi e sacerdoti afferma: “Ci troviamo qui oggi per riprendere possesso di questa chiesa parrocchiale e per ridare forza a tutti coloro che i nemici della Chiesa hanno calpestato. Voglio che sappiate che voi non avete sofferto da soli, perché la Chiesa siete voi. Siete voi il popolo di Dio; Gesù, oggi su questa terra”.

El Salvador subisce un nuovo colpo di Stato a opera dei colonnelli Majano e Gutierrez, il 15 ottobre del ’79.

Romero chiede aiuto

In questi anni la repressione conto la Chiesa non si scatena solamente contro Romero: sei sono i preti uccisi nei tre anni dell’episcopato di mons. Romero a San Salvador con una progressione di violenza sino alla strage della UCA del 1989 quando altri sei gesuiti vengono uccisi insieme alla loro cuoca e a sua figlia. Sui muri delle città si legge: “Haga patria, mate a un cura” (sii patriottico, uccidi un prete), è lo slogan della destra estrema. In tutto i preti che perderanno la vita in quegli anni sono 40.

Nel mondo cattolico più impegnato, a cui Romero presta le sue forze, benché si affermi di non avere ideologie politiche proprie, si preme per un impegno politico per la “liberazione” in partiti e guerriglie di sinistra, non avendo più fiducia in soluzioni terze, come quelle proposte dalla Democrazia Cristiana. Romero, comunque, cerca più che altro di mantenere il difficile equilibrio tra il messaggio evangelico e l’impegno politico-sociale senza far coincidere il primo con il secondo. Per questo viene definito reazionario.

Nel 1979 le omelie di Monsignor Romero ormai hanno raggiunto tutto il mondo, viene quindi candidato al premio Nobel per la pace. L’anno seguente, è il febbraio dell’‘80, riceve la laurea Honoris Causa dall’Università di Lovanio. In occasione del viaggio in Europa per ritirare la laurea, incontra Giovanni Paolo II e gli comunica le proprie preoccupazioni di fronte alla terribile situazione che il suo Paese sta attraversando. Con sé ha portato un copioso dossier. Ma in quell’occasione riceverà dal Papa solo un paternale rimbrotto: “Lei, signor arcivescovo, deve sforzarsi di avere una relazione migliore con il governo del suo Paese…” e il consiglio di non opporsi in quel modo alla lotta contro la sovversione.

Ma Romero vuole continuare a seguire la sua strada: il 17 febbraio dell’‘80 scrive al Presidente degli Stati Uniti, James Earl Carter, per chiedere di non inviare più aiuti militari in Salvador. Ma la sua richiesta non verrà esaurita. Durante l’omelia domenicale denuncia di aver ricevuto serie minacce di morte.

Oggi il gesuita Jose Maria Tojeira, dice di Romero: «È stata la cosa più impressionante della mia vita conoscere una persona non solo attraverso quello che vede la gente ma attraverso quello che la gente sente. Questa gente che soffriva terribilmente trovava in Romero la forza per sopportare l’assassinio dei suo figli, la guerra, per sopportare la fame e lottare con tanta speranza. Nella mia vita questo è un caso unico».

La morte

Nelle ore in cui Romero cerca di dare forza agli oppressi, infatti, qualcuno decide per il suo assassinio in una riunione segreta ricostruita da Oliver Stone nel suo film “Salvador” (1986).

Al “National Security Archive” americano di Washington che contiene tutti i documenti della CIA e del FBI resi noti c’è un rapporto datato 21 dicembre 1981, sull’assassinio di Romero. Si legge: “La decisione di assassinare l’arcivescovo fu presa in una riunione presieduta da Roberto d’Aubuisson. Durante al riunione tirarono a sorte il nome di colui che avrebbe premuto il grilletto”.

Romero sa che prima o poi lo uccideranno, ha molta paura ma a tutti dice: “Spero solo che quando ci proveranno non verranno colpiti degli innocenti”. Intanto in quei giorni le religiose che gestiscono l’ospedale della Divina Provvidenza, dove vive l’arcivescovo, ricevono chiamate telefoniche anonime che lo minacciano ancora una volta di morte.

Il 23 marzo del 1980, durante la sua omelia Romero afferma: «Desidero fare un appello agli uomini dell’esercito e in concreto alla guardia nazionale della polizia della caserme: fratelli, siete dello stesso popolo, ammazzate i vostri fratelli campesinos. Davanti all’ordine di ammazzare dato da un uomo deve prevalere la legge di Dio che dice “non ammazzare”. Nessun soldato è tenuto ad obbedire a un ordine che va contro la legge di Dio!».

Forse è proprio con questo discorso che firma la sua condanna a morte.

La mattina del 24 marzo i seminaristi vanno a prenderlo per farlo distrarre un po’, sanno che è molto preoccupato e lo portano a fare una passeggiata al mare. Un suo amico, Salvador Barraza, racconta di quella giornata: «Andai a prendere Monsignore alle tre e mezza per andare dal medico, ricordo che era molto stanco e glielo dissi. Lui si fece una risata e disse: “Il cuore tra una pulsazione e l’altra riposa. E più ne ha più si riposa».

Alla sei del pomeriggio, mentre il sole inizia a tramontare, Romero comincia la consueta messa nell’ospedale della Divina Provvidenza. Ha il volto rivolto verso l’uscita mentre dice l’omelia: “Vi supplico, vi chiedo, vi ordino, che in nome di Dio cessi la repressione”. Terminate le sue parole si sposta nella parte centrale della chiesa per l’offertorio, stende il corporale e appena si trova al centro dell’altare si sente uno sparo. Una pallottola partita dalla porta lo colpisce in pieno petto. Romero cadendo a terra afferra il corporale facendo spargere tutte le ostie; alcune si macchiano del suo sangue.

«Corsi ad aiutarlo – racconta una suora – ma vidi che era impossibile, perché l’emorragia era così forte, il sangue gli usciva dalla bocca, dalle narici, dalle orecchie. Non potevo fare nulla. La mia prima reazione non fu di paura, ma di rabbia. Guardai fuori per vedere chi lo aveva ucciso».

Alla sua morte seguì una vera e propria guerra civile, durata sino al 1992, con circa 80.000 vittime.

Il funerale

Romero, per le sue posizioni apparentemente vicine alla Teologia della liberazione, ebbe sempre un rapporto difficile con la curia romana, tanto da non ottenere l’appoggio del nuovo Papa Giovanni Paolo II anche perché nei suoi primi mesi di pontificato non riusciva ad avere un chiaro quadro della situazione politica salvadoregna, soprattutto a causa delle scarse notizie, talvolta filtrate, che giungevano sulla sua scrivania.

A presenziare il funerale non c’è Giovanni Paolo II, ma il cardinal Corripio Ahumada arcivescovo di Città del Messico. Alla cerimonia partecipano circa 50.000 persone, colpite a loro volta da un’esplosione di cui non è mai stata chiaramente accertata l’origine. I morti sono 30, dovuti più alla folla in preda al panico (che calpesta anche le vittime), che non all’esplosione stessa.

Il Papa, nonostante le pressioni del governo salvadoregno volte a persuaderlo, si recherà a rendere omaggio a Monsignor Romero tre anni dopo, il 6 marzo del 1983 durante un viaggio in Sudamerica.

Nel 1997 viene aperta la causa di beatificazione di Romero della quale è stato nominato postulatore il Vescovo di Terni, Monsignor Vincenzo Paglia.

Giovanni Paolo II il 7 maggio del 2000 ha catalogato Romero tra i «nuovi martiri» del Novecento, facendone una commossa evocazione al Colosseo: «Ricordati, Padre, dei poveri e degli emarginati, di quanti hanno testimoniato la vita: pastori zelanti, come l’indimenticabile arcivescovo Oscar Romero, ucciso all’altare durante la celebrazione del sacrificio eucaristico».

Ma chi lo ha ucciso?

La sua morte diviene un caso internazionale che coinvolge anche la CIA. Roberto White, ambasciatore americano in Salvador nel 1980, racconta: «Sapevamo della sua morte immediatamente, nel giro di un’ora e in 48 ore avevamo già individuato i responsabili del suo omicidio. Si trattava dell’estrema destra del gruppo di d’Aubuisson». FBI e CIA dunque servono assistenza agli investigatori salvadoregni, e la CIA in particolare apre un’inchiesta che però negli archivi di Washington è ancora piena di omissioni. Anche sulle squadre della morte ci sono moltissime censure, l’unico nome reso noto è proprio quello di Roberto d’Aubuisson.

Queste censure fanno capire quanto sia guardata a vista dagli americani tutta la situazione salvadoregna.

Ne El Salvador gli squadroni della morte si sviluppano tra il ‘67 e il ‘79: nascono come organizzazioni paramilitari di destra che hanno come scopo quello di identificare ed eliminare quelli che vengono considerati comunisti, e sono formati da militari, agenti di polizia in borghese e civili. Le loro attività cominciano in modo più violento a partire dalla fine degli anni ‘70 per poi diffondersi durante la Guerra Civile (1979-1992).

L’inchiesta della CIA mette in luce come si siano sviluppati in seno all’Agenzia Nazionale di Sicurezza Salvadoreña (ANSESAL) di cui era  a capo proprio d’Aubuisson. Gli squadroni della morte agiscono clandestinamente e firmano i cadaveri mozzando le loro teste e legandogli i pollici dietro alla schiena; agiscono per runa precisa volontà politica: mantenere il Paese in uno stato di terrore e soggezione mediante l’uso della violenza.

Dalla dichiarazione di testimonianza di Amado Antonio Garay al giudice penale di San Salvador: Lavoravo come autista del capitano Alvaro Savaria. Il 24 di marzo del 1980 verso le 5 del pomeriggio, mi fu chiesto di condurre una macchina che era una Volkswagen rossa verso l’ospedale Divina Provvidenza. Seduto in macchina con me c’era un personaggio che non avevo mai visto, ricordo che aveva la barba. Mi ordinò di fermarmi davanti alla porta della chiesa e mi disse di chinarmi e di fare finta di riparare qualcosa. Sentii sparare un colpo di arma da fuoco, mi girai e vidi che l’uomo imbracciava un fucile. Tranquillo mi disse di ripartire, ma con calma. Tornammo a casa del capitano Alvaro Savaria appena arrivati l’uomo con la barba gli disse: “Missione compiuta”. Tre giorni dopo accompagnai il capitano in una casa dove c’era ad aspettarlo il maggiore d’Aubuisson. Ricordo che il capitano disse al maggiore: “Tutto quello che avevamo programmato per l’assassinio di Monsignor Romero è stato fatto”. Poi entrarono in casa.

Il capitano Savaria in seguito è stato processato, ma grazie alle protezioni politiche di cui aveva sempre goduto è riuscito a scappare come latitante. Mentre Roberto d’Aubuisson, mai processato, è morto a causa di un cancro all’età di 47 anni nel 1992.

Breve storia di Roberto d’Aubuisson

Ex ufficiale della guardia nazionale ed ex membro di ANSESAL, d’Aubisson entra in azione quando lascia i sevizi segreti e porta con sé un bagaglio prezioso di interi dossier messi a punto durante la sua carriera di 007. Nato a San Salvador il 23 agosto del ’43, sposato, con quattro figli, viene da una famiglia che lo educa al cattolicesimo. Giovanissimo entra nella scuola militare e lo mandano alla guardia nazionale, ovvero nel corpo repressivo del Paese. In seguito diviene capo di ANSESAL e inizia a partecipare a gruppi repressivi di estrema destra tra cui FALANGE, ovvero il Frente Armato Anti-comunista por la Guerra d’Eliminacion. Nell’82 fonda il partito di destra ARENA, attualmente al governo nel Paese. Nell’82 è presidente dell’assemblea costituente e fa riscrivere la Costituzione: è sua l’idea di concepire la giustizia non bendata che vede e giudica, così come l’ha fatta raffigurare in una statua ne El Salvador.

Di lui raccontano:

Sua sorella Marisa: Siamo di una famiglia di classe media. Siamo quattro fratelli. Roberto a scuola era un leader, organizzava disordini ed era indisciplinato. Aveva la prepotenza propria di tutti i militari salvadoregni. Quando finì la scuola militare gli diedero un incarico alla guardia nazionale.

In macchina aveva sempre una granata, la teneva sul cruscotto e una mitragliatrice. Inoltre teneva sempre una pistola alla cintura.

Carlos, il cameraman che lo seguiva: Mi chiedevano un certo tipo di riprese: i volti dei sindacalisti, degli studenti e degli operai che partecipavano alle manifestazioni. Poi studiavano dettagliatamente le immagini e dopo pochi giorni la gente che riprendevo veniva trovata morta nelle strade. Era un lavoro degli squadroni della morte. Lui si comportava in modo maleducato, offensivo. Gli piaceva prendere in giro gli altri, era prepotente, e gli piaceva molto l’alcol.

Armando Calderon Sol, presidente del  partito Arena: Era un uomo molto attivo, un lavoratore instancabile, carismatico. Aveva molto successo con le donne, non riusciva a stare fermo. Il partito pensa che era un vero eroe, un vero nazionalista.

Ancora la Sorella: la gente di ARENA fu sempre ostile a Monsignor Romero, lo calunniarono, si burlarono di lui e lo spiavano per indagare le sue intenzioni. Penso che questo fosse il gruppo che Roberto frequentava e da questi nacque l’idea così crudele di assassinare Monsignor Romero. Per noi fu molto duro…era impossibile per noi accettare che fosse stato mio fratello a voler uccidere una persona che amavamo così tanto, una persona che per noi e il nostro popolo rappresentava la speranza.

Dopo la guerra il partito ARENA è sempre uscito vincitore alle urne e così è stato anche alle ultime elezioni, tenutesi nel 2004, che hanno decretato la vittoria netta del candidato Elìas Antonio Saca. In tempi recenti, sono sorte nuove pesanti critiche riguardo la volontà del ARENA di concedere al defunto d’Aubuisson, mandante dell’omicidio dell’arcivescovo Oscar Romero, l’onorificenza di “figlio meritevole de El Salvador”, titolo che alla fine però gli è stato dato.

Appendice: Lettera al presidente Carter

Signor Presidente,

in questi ultimi giorni è apparsa sulla stampa nazionale una notizia che mi ha vivamente preoccupato. Si dice che il suo governo stia studiando la possibilità di appoggiare ed aiutare economicamente e militarmente la Giunta di Governo.

Dal momento che lei è cristiano ed ha manifestato di voler difendere i diritti umani oso esporle il mio punto di vista pastorale su questa notizia e rivolgerle una petizione concreta.

Mi preoccupa fortemente la notizia che il governo degli Stati Uniti stia studiando la maniera per favorire la corsa agli armamenti de El Salvador inviandogli equipaggiamenti militari e mezzi (addestrare tre battaglioni). Nel caso questa notizia giornalistica corrispondesse a realtà, il contributo del suo Governo invece di favorire una maggior giustizia e pace ne El Salvador acutizzerebbe senza dubbio l’ingiustizia e la repressione contro il popolo organizzato, che da lungo tempo lotta perché vengano rispettati i suoi diritti umani fondamentali.

L’attuale Giunta di Governo e soprattutto le Forza Armate ed i corpi di sicurezza, disgraziatamente non hanno dimostrato la capacità di risolvere, nella pratica politica, i gravi problemi nazionali. In generale sono ricorsi alla violenza repressiva provocando un numero di morti e di feriti molto maggiore di quello dei regimi militari precedenti, la cui sistematica violazione dei diritti dell’uomo venne denunciata dalla stessa Commissione Interamericana dei Diritti dell’Uomo.

La forza brutale con cui i corpi di sicurezza hanno recentemente allontanato ed assassinato gli occupanti della sede della Democrazia Cristiana, nonostante che la Giunta di Governo ed il Partito non avessero autorizzato l’operazione evidenzia che la Giunta e la Democrazia Cristiana non governano il Paese ma che il potere politico è nelle mani di militari senza scrupoli che sanno solo reprimere il popolo e favorire gli interessi dell’oligarchia salvadoregna .

Se è vero che nel novembre scorso “un gruppo di sei americani distribuì ne El Salvador duecentomila dollari in maschere a gas e giubbotti antiproiettile e ne insegnò l’uso durante le manifestazioni”, lei si renderà conto che da allora i corpi di sicurezza, dotati di più efficace protezione personale, hanno represso con violenza ancora maggiore la popolazione utilizzando armi mortali.

Perciò, dal momento che, come salvadoregno ed Arcivescovo dell’Archidiocesi di San Salvador, ho l’obbligo di vegliare perché regnino la fede e la giustizia nel mio Paese, le chiedo, se veramente vuole difendere i diritti dell’uomo, di:

-impedire che venga fornito questo aiuto militare al Governo salvadoregno;

-garantire che il suo governo non interverrà direttamente o indirettamente con pressioni militari, economiche e diplomatiche, nella determinazione del destino del popolo salvadoregno.

Stiamo vivendo nel nostro Paese momenti di gravi crisi economica, ma è indubbio che ogni giorno il popolo si organizza e si rende conto di essere responsabile del futuro de El Salvador e l’unico in grado di superare la crisi.

Sarebbe ingiusto e deplorevole che per l’intromissione di potenze straniere il popolo salvadoregno venisse frustrato e represso e le venisse impedito di decidere quale autonomia di tracciato economico e politico che deve seguire.

Significherebbe violare il diritto che il Vescovi latino-americano riuniti a Puebla hanno riconosciuto pubblicamente: “La legittima autodeterminazioni dei nostri popoli permette loro di organizzarsi secondo il proprio carattere e scegliere il cammino della propria storia, cooperando al nuovo ordine internazionale” (Puebla 505).

Spero che i suoi sentimenti religiosi e la sua sensibilità nella difesa dei diritti dell’uomo la muovano ad accettare la mia petizione, evitando ulteriori spargimenti di sangue in questo Paese che soffre tanto.

17 Febbraio 1980

Oscar A. Romero, Arcivescovo.

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fonte immagine di Romero ucciso
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Oscar Romero: il sacrificio di un uomo giusto

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La forza spirituale della parola di Monsignor Oscar Romero

di Pablo Richard

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La camera da letto di una figlia che la mamma vuole tenere bambina: rosa neonato con uno specchio girevole che starebbe bene anche in una casa per le bambole.

La ragazza che abita questa cameretta è sovrappeso, si guarda allo specchio, sovrappone al proprio sedere l’immagine di un paio di chiappe da modella coperte da una culottes di pizzo nero. Così, per vedere come starebbe.

Lo slogan recita: pretendi di più.

Non vorrai mica rimanere a vita il bambolotto della mamma, no? È ora di diventare grandi. Pretendi di essere quello che gli uomini chiamano bambola.

Claim: Pretendi di più
Cliente: Get Fit
Agenzia: non rinvenuta

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23 marzo 2011

fonte:  http://www.unita.it/culture/pubblicita-sessiste-bimba-sei-grassa-1.278444

Bomba alla stazione degli autobus. A Gerusalemme torna il terrorismo / VIDEO: Scene of Bus Bombing in Jerusalem

VIDEO: Scene of Bus Bombing in Jerusalem

Da: | Creato il: 23/mar/2011

Reena Ninan reports live from Israel on the bomb that was planted on a bus near Jerusalem’s central bus station. Israeli officials do not believe the explosion was caused by a suicide bomber and are now searching for a suspect.

For more from the Fox News Insider, check out http://www.foxnewsinsider.com.

Bomba alla stazione degli autobus
A Gerusalemme torna il terrorismo

Morta una donna, decine i feriti.
La polizia a caccia di altri ordigni

I paramedici israeliani soccorrono i feriti dopo l’attentato

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GERUSALEMME – Non è stato un kamikaze ma un ordigno collegato a un traliccio telefonico a provocare l’esplosione che ha investito un’affollata stazione dei bus a Gerusalemme, fuori dal Centro internazionale convegni e proprio di fronte alla stazione centrale, in cui almeno trenta persone sono rimaste ferite e una donna è morta.

Tutti i feriti (alcuni sarebbero in gravi condizioni), ha riportato Haaretz, sono stati trasportati all’ospedale Hadassah di Ein Karem. I servizi di emergenza hanno confermato che non ci sono morti. La deflagrazione è stata avvertita praticamente nell’intera città e ha mandato in frantumi i finestrini di due autobus, il numero 74 e il numero 14. L’ingresso alla città è stato bloccato. Le forze di sicurezza hanno interdetto l’accesso alla zona e stanno cercando altri pacchi od oggetti sospetti.

Il ministro della Sicurezza interna israeliano, Yithzak Aharonovitch, ha indicato che l’ordigno era nascosto all’interno di una borsa. Tutti i feriti, ha riportato Haaretz, sono stati trasportati all’ospedale Hadassah di Ein Karem.L’ingresso alla città è stato bloccato. Le forze di sicurezza hanno interdetto l’accesso alla zona e stanno cercando altri pacchi od oggetti sospetti. Una testimone oculare nella zona al momento dell’esplosione ha raccontato ad Haaretz di aver sentito una forte esplosione vicino alla stazione centrale dei bus e un secondo dopo le sirene hanno iniziato a suonare e le forze di sicurezza sono sopraggiunte sul posto.

Meir Hagid, uno dei conducenti dei mezzi pubblici, ha riferito di aver avvertito una violenta deflagrazione mentre procedeva vicino alla zona, che si trova vicino all’ingresso principale per Jerusalem e alla stazione centrale degli autobus. «Ho avvertito l’esplosione alla fermata», ha spiegato. Ha bloccato il torpedone e ha fatto scendere i passeggeri, tutti incolumi. Gerusalemme ha subito diversi attacchi kamikaze che hanno preso di mira bus e ristoranti nel corso della seconda Intifada. Gli attentati sono però notevolmente calati negli anni recenti: l’ultimo attacco kamikaze risale al 2004. Alla notizia dell’attentato primo ministro Netanyahu ha annullato il suo previsto viaggio a Mosca.

La paternità dell’attentato non è stata ancora rivendicata da alcuna organizzazione. L’ultimo agguato a Gerusalemme risale al 6 marzo 2008, quando un palestinese aveva attaccato un centro studi nella parte ovest della città, provocando otto morti e nove feriti. L’autore dell’attentato era stato ucciso.

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MULTIMEDIA


FOTOGALLERY
Attentato ai bus
a Gerusalemme
ritorna il panico

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23 marzo 2011

fonte:  http://www3.lastampa.it/esteri/sezioni/articolo/lstp/394695/

L’IMBECILLITA’ UMANA NON HA LIMITI – Adelaide: Rapiscono i pinguini blu per metterseli in salotto

Rapiscono i pinguini blu per metterseli in salotto

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https://i0.wp.com/www.ilsecoloxix.it/r/IlSecoloXIXWEB/mondo/foto_trattate/2011/03/23/pengu2--158x237.jpg

Un ranger della colonia dà da mangiare a un gruppo di pinguini korora

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23 marzo 2011

di Valerio Cammarano

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Adelaide – Quando c’è da mettere in pericolo la natura, non esiste limite all’imbecillità degli esseri umani. Una colonia di pinguini nani in Australia Meridionale rischia l’estinzione perché qualche cretino si diverte a rubarli per farne animali da compagnia oppure per liberarli in ambienti dove non hanno alcuna possibilità di sopravvivere. A Granite Island, 80 chilometri a sud della capitale Adelaide, fino a dieci anni fa c’erano circa 1500 esemplari di pinguini fata o korora, come vengono chiamati rispettivamente dagli australiani e dai maori. Oggi la popolazione, nonostante l’area sia protetta, si è ridotta ad appena 146 unità.
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Secondo i responsabili del centro, se non si prendono in fretta delle contromisure c’è il pericolo che tra poco di questi uccelli – i più piccoli rappresentanti della specie con i loro 35 centimetri di altezza per un chilo di peso – rimanga solo il ricordo. «Dobbiamo pensare seriamente ai pinguini che ci restano – afferma Dorothy Langden, coordinatrice del Granite Island Penguin Centre – Se chiudiamo il ponte che unisce l’isola alla terraferma, forse abbiamo una possibilità di salvarli. I ladri scavalcano una barriera in cemento alta quasi due metri e rubano i pinguini. E per farlo distruggono le loro tane. Non importa quante telecamere di sorveglianza piazziamo, perché la gente si mette dei passamontagna e non si fa identificare. Qui conosciamo i pinguini uno per uno e perciò per noi è facile al mattino sapere se qualcuno è stato preso. L’ultima volta ne sono spariti sei. È assurdo». Il ponte di Granite Island si può attraversare a piedi o su un tram trainato da cavalli. I furti, comunque, non sono l’unico problema. Ci sono stati anche episodi di pura crudeltà: un pinguino è stato ucciso a sassate.
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Al Centro arrivano pinguini che sono stati trovati feriti e che hanno bisogno di cure e di rieducazione. La maggior parte viene rimessa in libertà, ma alcuni esemplari, venuti da uno zoo o arrivati in tenera età e dunque non più in grado di vivere in natura, rimangono sull’isola. Tra i residenti più anziani ci sono Pippa e Charles, che con gli anni si sono trasformati: sono loro, a prendersi cura dei korora più giovani.
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da YouTube, i pinguini korora “in azione”

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L’uomo, purtroppo, non è l’unico nemico di questi simpatici uccelli dalla livrea blu, che vivono soprattutto in Australia e Nuova Zelanda, ma anche in Cile e Namibia. I pinguini nani non vanno d’accordo nemmeno con gatti, volpi, foche e cani selvatici. Per proteggerli, sono state adottate diverse misure. Alcune drastiche. Due anni fa, a Manly Point, sempre in Australia, furono assunti due tiratori scelti incaricati di sparare al misterioso predatore, una volpe, che aveva ammazzato 9 korora.

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A Warnnambool, invece, hanno scelto un approccio più morbido, in cui, c’entra anche l’Italia. A guardia della locale colonia, infatti, dal 2005 sono in servizio dei maremmani. Da quando ci sono loro, il numero dei pinguini si è quasi decuplicato, passando da 10 a 180 esemplari. L’idea di mettere dei cani da pastore a protezione dei pinguini è venuta a un contadino, Allan “Swamp” Marsh, che da sempre usa i cani per sorvegliare i polli e si è accorto del sacro terrore che questa razza incute alle volpi.

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Qualche problema c’è stato con gli ultimi due guardiani, Eudy e Tula, che all’inizio si rifiutavano di rimanere soli di notte sull’isoletta di Warnnambool e tornavano indietro a nuoto. Ma col tempo e con l’addestramento si sono abituati. «La colonia stava per essere distrutta, questi fantastici cani l’hanno salvata» esulta uno dei responsabili del parco, Marty Gent. Da italiani, c’è da essere orgogliosi di questi nostri “connazionali” a quattro zampe.

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Confindustria, il pil va a rilento “E la disoccupazione crescerà”

Confindustria, il pil va a rilento
“E la disoccupazione crescerà”

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Secondo le stime del centro studi dell’associazione, lo choc petrolifero potrebbe costare un punto di prodotto interno lordo ed è già avvertibile l’impatto della catastrofe in Giappone. Ancora in sofferenza ordini e fatturati, il mercato del lavoro stenta a creare nuova occupazione. Allarme per i posti di lavoro, che risentiranno della congiuntura

Confindustria, il pil va a rilento "E la disoccupazione crescerà" Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria

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ROMA – Il Pil va al rallentatore e la disoccupazione è destinata a crescere. E’ questa l’analisi sulla congiuntura del centro studi di Confindustria, che evidenza come in italia la dinamica del prodotto interno lordo a inizio 2011 si stia rivelando “più lenta dell’atteso, dopo il +0,1% di fine 2010. Il traino principale viene sempre dalla domanda estera. Ancora fiacchi spesa delle famiglie e investimenti”, dice lo studio.

Rispetto a dicembre, lo scenario 2011 appare migliorato per domanda estera e trascinamento (+0,4 punti per il Pil, da 0,3), ma peggiorato per prezzi delle materie prime, cambio dell’euro e tassi. Si avverte anche l’impatto della catastrofe giapponese, che genererà un rimbalzo anche nel 2012. Viene inoltre sottolineata la debole congiuntura della produzione industriale (-1,5% a gennaio), mentre per febbraio si stima un rimbalzo dell’1,7%, ma servirà a poco in quanto, nota Confindustria, “riduce a solo lo 0,3% l’aumento acquisito nel primo trimestre”.

Per quanto riguarda il mercato del lavoro, a gennaio il tasso di disoccupazione “è rimasto fermo all’8,6% per il terzo mese consecutivo”. Ma, evidenzia l’analisi, “è destinato a salire, ipotizzando che la partecipazione al mercato del lavoro aumenti in corso d’anno, mentre la variazione dell’occupazione (-0,4% a gennaio su dicembre) non tornerà positiva prima del 2012”. Il mercato del lavoro beneficia della diminuzione della cassa integrazione, però la creazione di occupazione risente di produttività e orari molto lontani dai livelli pre-recessione. Qualche progresso nei conti pubblici, ma resta impegnativa la cura nei prossimi anni.

Secondo l’analisi del Csc, lo scenario economico globale è plasmato da forze nuove e contrastanti. Le influenze positive vengono dal commercio mondiale, che ha registrato un maggiore slancio ereditato dal 2010 e  in avvio del 2011. Si attende un miglioramenti dell’8,0% per quest’anno e il prossimo (nel biennio 1,5 punti in più di quanto indicato dal CSC a dicembre), già inglobando una stima dell’impatto degli eventi in Giappone.

E il quadro internazionale agisce su una dinamica interna italiana ancora in sofferenza. Nonostante indicatori qualitativi record, la produzione industriale stenta a prendere velocità, e lo stesso accade a fatturato e ordini.
L’export è molto vivace a seguito del buon andamento degli scambi esteri, ma i consumi delle famiglie e gli investimenti ristagnano. Tra le cause, le condizioni del credito più selettive.

Il Pil italiano potrebbe risentire della congiuntura per un totale di quasi un punto percentuale nel biennio 2011-2012, con l’impatto maggiore l’anno prossimo. L’effetto sarebbe molto attenuato qualora rientrassero rapidamente le turbolenze politiche nei paesi esportatori di beni energetici, e se la Bce non varasse rincari seriali del denaro, calmierando anche il cambio.

Molto dinamici Usa e Germania, sostenuti i ritmi di espansione degli emergenti. Le altre variabili, invece, attenuano la crescita internazionale. Rispetto al quadro delineato tre mesi fa, lo shock petrolifero dovuto a fattori extra-economici, il greggio è di un quarto più costoso e anche le altre materie prime riducono il potere d’acquisto dei paesi consumatori. A questo si aggiungono il rialzo dei tassi anticipato dalla Bce, e il cambio dell’euro, più forte di quasi l’8% sul dollaro.
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val al grafico interattivo

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23 marzo 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/economia/2011/03/23/news/confindustria_pil_al_rallentatore_nel_2011_partenza_fiacca-14005471/?rss

Parte la nave San Marco i clandestini vanno a Mineo

Parte la nave San Marco
i clandestini vanno a Mineo

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Il primo gruppo di 600 migranti prelevati dall’unità della Marina militare saranno ospitati dal Villaggio della solidarietà in provincia di Catania. La denuncia di Save the children: “Minori in condizioni inaccettabili”. La Regione: “Già stasera apriremo a Lampedusa un ufficio”

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di FRANCESCO VIVIANO

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Parte la nave San Marco i clandestini vanno a Mineo La nave San Marco

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Saranno portati a Mineo, nel Catanese, i circa 600 immigrati clandestini prelevati dalla nave San Marco della marina militare nell’isola di Lampedusa. “Non sappiamo ancora – riferisce una fonte qualificata – se la nave attraccherà al porto di Catania oppure a quello di Augusta”. Dopo un intoppo di carattere logistico, “l’imbarco degli immigrati sta procedendo regolarmente. Appena sarà completato la nave partirà verso la Sicilia”, è stato spiegato. Si sono imbarcati donne, minori e richiedenti asilo. Lo ha confermato il sottosegretario all’Interno, Alfredo Mantovano, nel corso di un’informativa urgente del Governo alla Camera, sottolineando che “la San Marco affianca il ponte aereo per queste particolari categorie di migranti”. E con il ponte aereo oggi verranno trasferiti da Lampedusa 670 migranti diretti a Bari, Foggia e Crotone.

Gli sbarchi continuano a Lampedusa. Due imbarcazioni sono state soccorse dagli uomini della capitaneria di porto; 107 le persone arrivate, tra cui 2 donne e 6 bambini.

Pantelleria, arrestati quattro scafisti

Il governatore della Sicilia, Raffaele Lombardo, che ha attivato a Lampedusa un presidio permanente della Regione, ha scritto una lettera al Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, e al premier Silvio Berlusconi al quale ha chiesto la convocazione di un consiglio del ministri straordinario sull’emergenza nell’isola. “Oggi Lampedusa è ufficialmente un’isola della Tunisa”, ha detto polemicamente Lombardo nel corso di una conferenza stampa. “L’economia nell’isola è a picco – ha aggiunto – come nel Trapanese per la chiusura dell’aeroporto di Birgi. Quanto al centro per richiedenti asilo di Mineo, la situazione lì rischia di esplodere. La zona non ha gli strumenti economici per realizzare una vera integrazione. Gli immigrati girano per le campagne e la gente comincia ad avere paura”.

Sul caso è intervenuto anche il sindaco di Mineo, Giuseppe Castania. “Come al solito non siamo stati informati”, ha dichiarato a proposito del prossimo arrivo di 600 clandestini da Lampedusa. “Se sono persone appena sbarcate, e non richiedenti asilo come ripetutamente propagandato dal governo, si configura una colossale presa in giro e un perfido inganno nei riguardi della Sicilia, di Mineo e degli stessi migranti”.

Da inizio gennaio fino ad oggi sono sbarcati sulle coste italiane, dati aggiornati alle 10 di questa mattina, 15.160 migranti, di essi oltre 14 mila tunisini, di cui 69 bambini e 334 minori. Del totale, ha sottolineato Mantovano, “14.033 migranti sono sbarcati a Lampedusa. Nel 2010 ne erano giunti appena 27”.

“Dal 1° gennaio – ha aggiunto il sottosegretario Mantovano – tutti coloro che sono arrivati, sono arrivati partendo dalla Tunisia e sono per grandissima maggioranza cittadini tunisini, ma è agevole prevedere che l’attenuazione del conflitto in Libia avrà come immediato effetto la possibilità di partenza dalle coste libiche, in assenza di controlli di sicurezza, e una previsione attendibile che è stata fatta circa l’entità delle partenze si aggira intorno alle 50 mila unità”.

Paura Tbc. La campagna di screening per la Tbc tra gli immigrati giunti a Lampedusa è “una delle cose che vanno fatte”. E’ quanto ha affermato il ministro della Salute, Ferruccio Fazio, commentando l’iniziativa dell’assessore alla Sanità della Regione siciliana, Massimo Russo, in merito all’avvio in tempi stretti di una campagna di screening tra la popolazione immigrata giunta in questi giorni sull’isola.  C’è inoltre “la previsione – ha detto Fazio – di un piano di spostamento di eventuali immigrati con dei problemi sanitari verso la Sicilia”. Ma Ignazio Marino (Pd) presidente della Commissione d’inchiesta sul Servizio sanitario nazionale ammonisce: “Lo screening per rilevare possibili casi di tubercolosi a Lampedusa è una iniziativa utile, ma non deve scatenare una caccia all’untore”. L’assessore alla Sanità Russo chiede la concessione di un permesso di soggiorno per il periodo delle cure da rilasciare agli immigrati malati.

“I minori non accompagnati attualmente ancora a Lampedusa debbono essere immediatamente trasferiti perché le condizioni generali in cui si trovano sono ormai inaccettabili”. Lo ha detto Raffaella Milano, responsabile programmi Italia-Europa di Save the children. “La struttura che è stata destinata loro, l’area marina protetta – ha aggiunto – è assolutamente inadeguata e di ora in ora le condizioni si fanno più critiche, dal  punto di vista igienico e dell’accoglienza in genere”.

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23 marzo 2011

fonte:  http://palermo.repubblica.it/cronaca/2011/03/23/news/immigrati-13979650/

MUSICA – Assalti Frontali: Hack è per il nucleare, la togliamo dalla canzone

Assalti Frontali: Hack è per il nucleare, la togliamo dalla canzone

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di Stefano Miliani

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La vita a volte riserva delusioni. Prendiamo gli Assalti Frontali: l’agguerrita band rock e hip hop e anticapitalista che dal vivo non lascia respiro ha appena inserito una dedica affettuosa all’astrofisica Margherita Hack nel brano portante del loro nuovo album Profondo rosso. Nel frattempo lei ha dichiarato in pubblico che voterà sì al referendum sull’energia nucleare. Suggerendo inoltre di costruire una centrale in Sardegna perché lì il suolo non balla come in Giappone o nel resto d’Italia (ma perfino il governatore Pdl dell’isola ha rigettato l’idea: qui no). Delusione, cocente delusione, scrive Militant A in una lettera pubblicata oggi dal Manifesto. Eppure quanto è inciso è inciso, gli Assalti non possono cambiarlo. Dal vivo Miltant A promette che sarà un’altra storia e cambierà il testo o lo introdurrà a dovere.

Il testo: “Io sto con Margherita Hack”
“Profondo rosso” è un brano che incalza. Ha – come recita il testo – un discreto pathos, ha una passionalità drammatica. “Io sto con … “ è un refrain piuttosto frequentato, nell’hip hop e qui la band romana – che sta dichiaratamente a sinistra della sinistra parlamentare – esplicita le sue simpatie e insofferenze: “I banchieri fanno crack / gli economisti fanno flop / io sto con Margherita Hack / sto coi pionieri dell’Hip Hop / e coi ribelli on the street / svegliamo i ribelli sotto shock”. Il testo batte perfettamente il tempo e la band – che in concerto si concede generosamente, pesta bene e non risparmia proclami politici – ha tutta la possibilità di correggere la dedica e il tiro davanti ai propri fan. Il gruppo prenderà le distanze dal passaggio sulla Hack.

Anche Beethoven cambiò
D’altro non è la prima volta che un artista deve rivedere la propria dedica per ragioni politiche. Su tutti ricordiamo Beethoven: dedicò la terza sinfonia “Eroica” a Napoleone perché in lui vedeva un messaggero di libertà per l’Europa, il corso si fece incoronare imperatore e il musicista cambiò dedicatario.

Ma un anno fa Margherita già diceva…
Un appunto va tuttavia mosso alla band sulla tempistica. Già un annetto fa l’astrofisica nonché eccellente divulgatrice aveva già manifestato il suo pensiero pro-nucleare: “Credo che intanto si dovrebbero sfruttare al massimo le energie rinnovabili, il solare, che è utilizzato più dalla Svezia che dall’Italia, che è il paese del sole. Le rinnovabili non saranno sufficienti per i bisogni sempre crescenti dell’industria, quindi bisognerà per forza ricorrere al nucleare”. Lo dichiarava a metà maggio 2010 in un’intervista al Riformista rilanciata da agenzie di stampa. Puntualizzando: “C’è molta paura, irragionevole, anche scientifica, per l’energia nucleare, per gli Ogm. Quello per cui invece bisogna essere prudenti e’ stabilire bene modalita’ e luoghi dove mettere le scorie. Io sono un’ambientalista. Essere a favore del nucleare da un punto di vista scientifico non vuol dire certo essere a favore di Berlusconi”. Di questo neppure gli Assalti frontali dubiteranno. Ma l’assist della scienziata al nucleare non possono digerirlo.

Il gruppo suona spesso in centri sociali e festival. Dal 25 marzo va in tour partendo dal Csa Intifada di Empoli (Firenze). Il 1° maggio sarà al Forte Prenestino di Roma.

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22 marzo 2011

fonte:  http://www.unita.it/culture/assalti-frontali-hack-e-per-il-nucleare-la-togliamo-dalla-canzone-1.278310