Archivio | marzo 25, 2011

Fini: “Lega brava a imporre federalismo. Ma la Padania è una grande sciocchezza”

“UMBERTO MAGNO. LA VERA STORIA DELL’IMPERATORE DELLA PADANIA”

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Fini: “Lega brava a imporre federalismo
Ma la Padania è una grande sciocchezza”

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Il presidente della Camera: “Non si può sostituire all’identità nazionale una identità artefatta”

Fini: "Lega brava a imporre federalismo Ma la Padania è una grande sciocchezza"

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ROMA – “La più grande sciocchezza è quella di parlare di Padania. Che cosa tiene insieme, infatti, Ventimiglia con il Cadore se non l’essere italiani?”. Lo ha detto il presidente della Camera, Gianfranco Fini, conversando con l’ex presidente del Consiglio, Giuliano Amato, durante la presentazione del suo libro “L’Italia che vorrei”.

“Non si può sostituire all’identità nazionale – dice il presidente della Camera – quella artefatta della Padania. Che non è una identità culturale, è una pianura…”.

La terza carica dello Stato si è soffermato anche sulla parola e sul significato di federalismo: “La Lega è riuscita a mettere tutti insieme anche cose che non c’entrano nulla grazie alla parola magica federalismo. E questo è stato il capolavoro di Bossi, tanto di chapeau. E’ riuscito a imporre questa parola non solo nel lessico politico ma anche nel comune sentire dei cittadini. Già Cattaneo -sottolinea Fini- parlava di federalismo perchè voleva unire quello che era diviso”.

“La Lega è stata dunqe bravissima – continua Fini – a presentare un’esigenza reale, presente tra l’altro nella Costituzione, che in realtà è l’autonomia portata a conseguenze più avanzate”. “L’abilità della Lega è stata anche di far rientrare con il federalismo ciò che non c’entra nulla e cioè quell’orgoglio per le radici del focolare, per le piccole patrie, che non è necessariamente in antitesi con la grande patria: è il tuo gonfalone, il tuo comune. Il culto e la difesa delle tradizioni locali che è una ricchezza”.

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25 marzo 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/politica/2011/03/25/news/fini_padania_una_grande_sciocchezza-14100898/?rss

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“UMBERTO MAGNO. LA VERA STORIA DELL’IMPERATORE DELLA PADANIA”

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21.12.2010
‘Umberto Magno’, buco nero della Lega

Il libro è stato subito ‘adottato’ dal Movimento 5 Stelle e dall’associazione Grillireggiani, che hanno organizzato una campagna informativa natalizia (leggi: “A Natale regala un libro ad un leghista…n.d.r.) che culminerà martedì 21 dicembre alle 21 all’Hotel Posta di Reggio, dove il testo sarà presentato alla presenza dell’autore: grande eco dunque per Umberto Magno, la vera storia dell’imperatore della Padania, il volume di Leonardo Facco edito da Aliberti che traccia la parabola politica del partito del Nord e del suo leader, il senatùr Umberto Bossi, a quasi trent’anni dalla nascita della Lega Lombarda.

430 pagine dalle quali emerge il ritratto di un partito-azienda rigorosamente a disposizione del leader e capo assoluto, un vero e proprio padre-padrone del Carroccio: per Facco Bossi è la Lega e la Lega è Bossi, anche al giorno d’oggi, nonostante la malattia abbia ridotto il senatùr all’ombra di quel personaggio movimentista e carismatico del recente passato. Un personaggio raccontato e delineato da chi ha vissuto in prima persona l’esperienza e la crescita impetuosa della Lega negli ultimi 15 anni, credendo in un primo momento nelle battaglie del movimento ma scontrandosi poi con quel che definisce “un fallimento dietro l’altro fatto di bugie a ripetizione”. Facco infatti, giornalista, scrittore, musicista e autore teatrale, ha conosciuto la Lega da molto vicino avendo per altro lavorato per 4 anni al quotidiano di partito “La Padania”.

Nel testo trova ampio spazio lo scandalo delle cooperative padane, il tentativo leghista della fine degli anni ’90 di convertire il sistema delle coop “di sinistra” a favore dell’ideale padano, ha prodotto alla fine dei conti solo un buco da diverse centinaia di milioni di lire e una serie di fallimenti a catena, oltre alla scia di delusioni e debiti lasciati in giro che ha lambito anche l’Emilia, e nemmeno troppo marginalmente, avendo toccato in prima persona la stessa militanza reggiana del partito del Nord.

La strategia delle cooperative leghiste, tra le tante iniziative promosse dal partito con l’obiettivo di finanziarsi, pubblicizzare e dare concretezza al progetto indipendentista padano, ha visto fin da subito nomi illustri: se l’idea viene dallo stesso vertice del movimento politico, infatti, all’atto costitutivo – sottoscrittori di quote per centomila lire – figurano anche i nomi dei parlamentari Davide Caparini e Paolo Grimoldi e di Ludovico Maria Gilberti (amministratore del quotidiano “La Padania” e vicepresidente della prima coop di Paderno Dugnano), Piergiorgio Martinelli (già sindaco di Chiuduno e amministratore della Lega lombarda), Davide Boni (oggi presidente del Consiglio regionale lombardo ed ex presidente della Provincia di Mantova), Andrea Angelo Gibelli (parlamentare e vicegovernatore della Regione Lombardia). Non manca naturalmente Roberto Calderoli, a quel tempo segretario della Lega lombarda, in veste di legale rappresentante e presidente della neonata società cooperativa a responsabilità limitata.

Nell’atto costitutivo, registrato il 27 maggio 1998 presso lo studio di Guido Malusa, notaio di Carate Brianza, repertorio n. 2805I, si legge: “È costituita con sede in Milano in Corso Italia n. 16 una società cooperativa a responsabilità limitata denominata in breve Made in Padania Coop Scrl”. Il patrimonio sociale della società è costituito da un capitale sociale variabile formato da un numero illimitato di quote, ciascuna delle quali di valore nominale non inferiore a 50mila lire, e da un numero illimitato di azioni nominative trasferibili di valore nominale pari a 500mila lire.

Tra gli azionisti anche numerosi militanti reggiani, organizzatisi sul territorio locale per dare manforte al progetto di Bossi e Calderoli. Il documento che attesta uno dei numerosi versamenti in favore della neonata società è infatti, tra i tanti, proprio quello relativo a un bonifico autorizzato l’8 aprile del 1999 da una filiale modenese della Cassa di Risparmio di Carpi e indirizzato, per l’importo di un milione di lire, da Fabio Ferrari (attuale consigliere comunale del Carroccio a Scandiano e capogruppo della Lega Nord nell’unione dei comuni Tresinaro-Secchia) alla “Made in Padania Coop Scrl” con la causale “quota di adesione a socio coop”.

Una società da subito apparsa mal gestita e disorganizzata, finanziariamente destinata al fallimento per la sua conduzione dilettantistica, con una facciata dallo spirito puramente padani ma con un ‘dietro le quinte’ paradossale, fatto di magazzini in costante esubero di merce, scaffali con prodotti griffati col Sole delle Alpi, debiti nascosti, controlli inesistenti, volontari che lavoravano pagati in nero, favori e assunzioni per le persone vicine ai leader del Carroccio e ai suoi fedelissimi.

“Un giorno con una raccomandata a me intestata – ha ricordato nel libro Mario Morelli, ex dirigente del Carroccio ed ex presidente del consiglio di amministrazione della “Made in Padania Coop” – venni a sapere che esistevano degli azionisti emiliani della cooperativa. Essi, per diventare soci, avevano versato diversi milioni all’ex presidente Calderoli. Nei loro programmi c’era l’intenzione di aprire un punto vendita in una città della loro regione. Il made in Padania non andava bene e loro, per mezzo di un responsabile, mi chiedevano indietro i quattrini che avevano investito“.

Le lamentele provenivano direttamente da Genesio Ferrari, a quei tempi presidente nazionale della Lega Nord Emilia (una sorta di segretario sovraprovinciale del partito per i territori da Bologna a Piacenza) e ora recentemente eletto segretario del Carroccio nella zona ceramiche, a suo tempo fortemente intenzionato a realizzare un punto vendita della catena “Made in Padania Coop” nella città di Reggio: Ferrari si era adoperato sia per trovare i locali necessari all’apertura sia per mettere in piedi l’organizzazione necessaria alla sua gestione, compreso l’arruolamento dei soci necessari ad avviare le attività. Dopo aver ottenuto l’ok all’operazione direttamente dai vertici della Lega, lo stesso Ferrari aveva anche versato una parte dei soldi necessari, raccolti grazie all’impegno e alla generosità dei militanti locali.

Tuttavia, a dicembre del 2000, l’assenza di risposte dai vertici del partito aveva spazientito Genesio Ferrari e la Lega reggiana tutta, non più disposta – dopo tanti sforzi – ad accettare di subire in silenzio questa situazione di stand-by. Da qui la raccomandata al presidente della coop leghista e per conoscenza allo stesso segretario federale Umberto Bossi, con la richiesta di poter avere indietro quanto versato a suo tempo nelle casse della società cooperativa: una somma pari in tutto a 8 milioni e 150mila euro.

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QUANDO LA MAFIA ‘BRUCIA’ – Formigoni: «Vendola? Un miserabile sotto l’effetto di qualche sostanza» / NUOVA INIZIATIVA: Lancia una ‘piantina’ a Formigoni

Lega: tutelare il “prestigio e l’onore dei lombardi”. Da piangere.

mauro

Lanciamo una nuova iniziativa:

UNA PIANTINA PER FORMIGONI

‘Lanciala’ anche tu, fai del bene alla Lombardia!

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Il governatore della Lombardia: «Come mai non è in galera?»

Formigoni: «Vendola? Un miserabile sotto l’effetto di qualche sostanza»

La replica: «Un direttore di Asl da lui scelto era un mafioso. Io drogato? Si guardi intorno»

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Scontro tra Formigoni e Vendola
Scontro tra Formigoni e Vendola

MILANO – «Nichi Vendola è un miserabile, probabilmente sotto effetto di qualche sostanza». È stata questa la replica del presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, alle accuse rivolte dal governatore della Puglia sulle infiltrazioni mafiose nella sanità lombarda.

VENDOLA – «Non abbiamo avuto la fortuna di vedere sui tg nazionali la faccia di Letizia Moratti e Roberto Formigoni associati alle vicende di cronaca giudiziaria che raccontano quale sia il livello di pervasività della ‘ndrangheta» nella sanità lombarda, aveva detto Vendola a chi gli chiedeva un commento sullo stato della sanità in Lombardia a margine di un incontro alla Borsa di Milano. «La ‘ndrangheta controlla le Asl e i boss organizzano le proprie riunioni negli ospedali, ha un circuito di appalti interno a tutte le pubbliche amministrazioni lombarde. Sarebbe interessante affrontare questo nodo» e il fatto che «la Lombardia è la regione più mafiosa d’Italia. La Lega Nord, nonostante una sistematica predicazione antimeridionale, non è stata molto schizzinosa verso quei meridionali che fanno riferimento alle ‘ndrine. È convenuto alle classi dirigenti del nord vivere di omertà istituzionale raccontando le mafie come un problema etnico-territoriale del Mezzogiorno. Faceva parte del racconto malevolo di un’altra parte del Paese, però oggi il risveglio è amaro».

PIGNATONE – Giovedì in una lettera pubblicata sul Corriere della Sera, il procuratore di Reggio Calabria, Giuseppe Pignatone, aveva invitato la Lombardia, politici e imprenditori, a «uscire dal cono d’ombra» e reagire all’omertà che favorisce la ‘ndrangheta e i boss.

FORMIGONI – Alle accuse di Vendola, Formigoni ha replicato citando la vicenda del senatore del Pd ed ex assessore della giunta di Vendola, Alberto Tedesco, di cui il giudice per le indagini preliminari ha di nuovo chiesto l’arresto. «Tedesco ha detto con chiarezza che gli stessi reati commessi da lui li ha commessi Vendola. Come mai due pesi e due misure? Risponda Vendola come mai non è in galera, poi potrà dire qualcosa della Lombardia, esempio per la sanità per tutti».

REPLICA – «Formigoni non si è arrabbiato, ha letteralmente perso le staffe», ha replicato Vendola. «Se cerca qualcuno dedito all’uso di sostanze stupefacenti non si deve rivolgere a me, può guardarsi attorno. Formigoni evita il merito della questione: uno dei capi dell’ndrangheta era il direttore generale che lui aveva scelto per dirigere un’Asl» (con allusione al caso di Pietrogino Pezzano). E poi sul caso Tedesco: «Quando hanno indagato qualcuno nella mia giunta, ho azzerato la giunta. Lui quando hanno arrestato Prosperini, ha manifestato solidarietà nei confronti del suo assessore fino a quando ha patteggiato la pena, quindi riconoscendo il reato. Su di me hanno indagato per tre anni, non provando neanche una parolaccia nelle intercettazioni telefoniche e ambientali».

COMMENTI – Il vice presidente leghista della Lombardia, Andrea Gibelli, ha chiesto a Formigoni di «avviare tutte le azioni che si renderanno opportune per tutelare il prestigio e l’onore dei lombardi». Secondo il ministro per l’Attuazione del Programma Gianfranco Rotondi, «la Regione Lombardia è un modello di governo ammirato in tutta Europa, la Puglia no». Per il parlamentare pugliese del Pd Alberto Losacco, «le parole di Formigoni sono un regalo alla malavita».

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Redazione online
25 marzo 2011

fonte: http://milano.corriere.it/milano/notizie/cronaca/11_marzo_25/vendola-formigoni-insulti-replica-190306145446.shtml

fonte immagine di testa

Yemen, Saleh dice che rimetterà potere in mani sicure / VIDEO: Yemen leader’s speech fuels defiance

Yemen leader’s speech fuels defiance

Da: | Creato il: 25/mar/2011

President Ali Abdullah Saleh said protesters intended to loot banks and offered amnesty to military officers who had joined the opposition movement.

But his speech increased the mood of defiance on the streets of the capital, Sanaa, ahead of planned protests dubbed “Friday of Departure” by protesters demanding Saleh’s immediate resignation.

Yemen, Saleh dice che rimetterà potere in mani sicure

venerdì 25 marzo 2011 18:34

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Di Cynthia Johnston e Mohamed Sudam

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SANAA (Reuters) – Il presidente yemenita Ali Abdullah Saleh ha detto oggi di essere pronto a lasciare il potere per evitare un altro bagno di sangue, ma consegnerà il Paese soltanto in “mani sicure”, mentre decine di migliaia di persone hanno manifestato contro di lui nel “Giorno della Dipartita”.

Proseguono intanto i colloqui per definire le clausole di un accordo sulla transizione nello Stato della penisola arabica, dove si è costituita una forte cellula di al Qaeda, come riferiscono fonti politiche.

I paesi occidentali sono preoccupati perché i militanti di al Qaeda potrebbero approfittare del disordine provocato da una fase di confusa transizione, se Saleh, alleato di lungo corso degli Usa e dei sauditi, lasciasse il potere dopo 32 anni.

“Non vogliamo il potere, ma dobbiamo cederlo in mani sicure, non in mano a chi è malato, pieno di risentimento o corrotto… Siamo pronti a lasciare il potere, ma solo in mani sicure”, ha detto Saleh in un discorso trasmesso dalla tv di Stato, mentre decine di migliaia di oppositori dimostravano in un’altra parte della capitale.

“Siamo contrari a sparare un solo proiettile e quando facciamo concessioni è per evitare un bagno di sangue”, ha aggiunto il presidente.

I suoi oppositori sono scesi in piazza in questo venerdì che hanno ribattezzato il “Giorno della Dipartita” di Saleh. Molti cartelli rossi portavano la scritta: “Vattene”.

Una sparatoria è scoppiata quando militari fedeli ad un generale passato con l’opposizione hanno sparato in aria per evitare il contatto con un folto gruppo di sostenitori di Saleh, come hanno riferito testimoni. Un soldato è rimasto ferito da un colpo sparato da una finestra vicina.

Ma le violenze di oggi non sono state nemmeno paragonabili a quelle di una settimana fa, quando cecchini in borghese hanno sparato sulla folla dei dimostranti, uccidendo 52 persone.

Il bagno di sangue ha indotto diversi generali, diplomatici e leader tribali ad abbandonare Saleh, indebolendo la sua posizione.

Fonti politiche yemenite hanno detto che sono in corso colloqui per risolvere la crisi, con l’aiuto di mediatori occidentali. In questo contesto Saleh ha incontrato il generale Mohsen, passato con i dimostranti, per discutere del futuro di entrambi.

Una fonte vicina a Mohsen ha detto che lui e Saleh hanno discusso di un accordo per il quale entrambi lascerebbero il paese, portandosi dietro figli e parenti.

“L’accordo non è stato ancora firmato. Ma riteniamo che Saleh farà un passo indietro”, ha aggiunto la fonte.

— Sul sito http://www.reuters.it le altre notizie Reuters in italiano. Le top news anche su http://www.twitter.com/reuters_italia

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fonte:  http://it.reuters.com/article/topNews/idITMIE72O0IZ20110325?sp=true

PUGLIA – Fotovoltaico, i forzati dei pannelli: si indaga per riduzione in schiavitù / Schiavi del fotovoltaico: Ute pagherà arretrati

Fotovoltaico, i forzati dei pannelli
si indaga per riduzione in schiavitù

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La valanga di denunce dei lavoratori extracomunitari impiegati nel montaggio dei pannelli fotovoltaici per il colosso spagnolo Tecnova, ‘scappato’ dalla Puglia senza pagare gli stipendi. Le condizioni di lavoro disumane, le irrogolarità nei contratti, il lavoro nero. Mantovano: “Sfruttamento indegno”. E il caso arriva in parlamento

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di ALESSANDRA BIANCO

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Fotovoltaico, i forzati dei pannelli si indaga per riduzione in schiavitù

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Riduzione in schiavitù. E’ questo il reato ipotizzato dalla procura di Lecce che da oltre un mese indaga sulla vicenda dei lavoratori extracomunitari del fotovoltaico, abbandonati nelle ultime ore anche dalla Tecnova, l’azienda spagnola che ha letteralmente preso il volo anziché presentarsi per pagare gli stipendi. Sono la faccia nera delle rinnovabili, i “nuovi schiavi” li hanno chiamati. Non lavorano nei campi di ortaggi, ma nelle distese di panelli solari del nuovo business color oro di Puglia. Sullo scandalo dei lavoratori sfruttati è intervenuto oggi anche il sottosegretario Alfredo Mantovano: “Mi auguro che l’episodio trovi in tempi rapidi una sanzione giudiziaria dura, adeguata alla gravità dello sfruttamento indegno”.

Arrivano dal Pakistan, Ghana, Kenya, Senegal, Sudan e chiedono giustizia. Un piccolo pacifico esercito costretto a lavorare nei cantieri, che da Galatina a San Pancrazio, passando da Salice, Nardò, Guagnano, Collepasso, Francavilla fino al Capo di Leuca, tutto il giorno monta pannelli solari a ritmo serrato, per 12 ore, a volte fino a 24 consecutive, spesso anche il sabato e la domenica, senza contratto, senza assicurazione, senza contributi, a 40-55 euro al giorno e da tre mesi anche senza stipendio. Alcuni non l’hanno mai ricevuto. Altri avrebbero anche pagato per avere quel posto, da 300 a 800 euro, il contratto solo per il primo mese di lavoro, poi più nulla, solo accordi verbali. Chi parla troppo o protesta viene cacciato senza possibilità di appello, chi non accetta di restare più ore oltre quelle stabilite non viene richiamato, chi si fa male resta a casa. Va avanti così da mesi, ma a novembre le prime denunce squarciano il velo su una situazione che è dilagante, proprio come quei campi di silicio che in Salento sorgono dalla sera alla mattina come fossero funghi.

Martedì scorso il primo sciopero. In centinaia incrociano le braccia ad Erchie davanti ad una delle basi logistiche della Tecnova che nel territorio conta circa 500 lavoratori. Chiedono stipendi ed orari più umani. Poi le denunce, una cinquantina in tutto, al commissariato di Galatina. Ma, in queste ore gli esposti stanno diventando una valanga. Gli schiavi della green economy hanno preso coraggio dopo che ieri pomeriggio alle 17 si sarebbero dovuti pagare i salari, ma all’appuntamento non si è presentato nessuno. A quanto pare i dirigenti dell’azienda spagnola avrebbero già preso il volo dall’aeroporto di Brindisi per tornare a casa. In serata in centinaia si sono presentati davanti alla sede della Tecnova a Brindisi per cercare invano di parlare con qualcuno dei responsabili, ma dall’azienda nessuna risposta. Solo la mediazione dei sindacati e le forze dell’ordine hanno riportato la calma, concordando un incontro con il questore e il prefetto di Brindisi. L’obiettivo è capire se sia possibile avviare un processo di congelamento dei beni della società. Intanto, l’azienda milanese che, secondo quanto emerso nella riunione nella sede dell’Ugl, avrebbe appaltato i lavori alla Tecnova avrebbe riferito di essere completamente all’oscuro delle condizioni in cui si lavorava nei cantieri e si sarebbe impegnata a risarcire gli operai.

Anche la Cgil si è mobilitata e ha chiesto un incontro urgente al Prefetto di Lecce per affrontare la questione definita in una nota ”una pratica vergognosa e ignobile ai danni dei lavoratori stranieri”. Già un mese fa la procura di Lecce aveva aperto un fascicolo sulle possibili irregolarità commesse da una grande società che ha in appalto la realizzazione di diversi impianti fotovoltaici, ma ora il reato ipotizzato è ben più grave: riduzione in schiavitù. Il fascicolo con l’informativa redatta dalla squadra mobile di Lecce è sulla scrivania del procuratore capo Cataldo Motta poiché il reato è di competenza distrettuale. Il caso è sbarcato anche in parlamento: la deputata del Pd Teresa Bellanova avrebbe già fatto un’interrogazione per sollecitare il ministro Sacconi a intervenire affinché gli organi territoriali preposti intensifichino i controlli.

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25 marzo 2011

fonte:  http://bari.repubblica.it/cronaca/2011/03/25/news/fotovoltaico-14093092/?rss

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Schiavi del fotovoltaico: Ute pagherà arretrati

Dopo le proteste degli immigrati sul loro sfruttamento, l’azienda che ha affidato in appalto a Tecnova i lavori, si è impegnata a risarcire i danni. “Ma le denunce sul caporalato devono continuare”

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Alcuni degli extracomunitari coinvolti nella vicenda Tecnova, davanti alla sede del sindacato Ugl

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LECCE – Fotovoltaico in Puglia e caporalato moderno: un binomio preoccupante, sintomo di un fenomeno che sta emergendo in tutta la sua gravità negli ultimi giorni, in seguito alle proteste di centinaia di lavoratori immigrati impiegati nelle operazioni di montaggio dei pannelli solari in molti cantieri salentini, da Galatina a San Pancrazio Salentino (in provincia di Brindisi) per conto della Tecnova srl.

L’azienda spagnola, con sede legale a Brindisi, aveva già collezionato nove denunce, presentate nel mese di ottobre presso la Procura della Repubblica, da altrettanti lavoratori che lamentavano condizioni di sfruttamento ai limiti della legalità, con turni che coprivano dalle dodici alle diciotto ore quotidiane, per uno stipendio di appena 500 euro.

I contratti, stipulati di mese in mese, spesso hanno ceduto il passo ai pagamenti in nero: l’altra faccia dello schiavismo moderno. Ad oggi, le denunce per sfruttamento dell’immigrazione sono arrivate ad oltre quaranta, e a questo si sono aggiunte tre mensilità di arretrato sullo stipendio dei giovani lavoratori (tutti di provenienza africana): decisamente troppo anche per loro, abituati a sottostare a qualunque condizioni pur di racimolare qualcosa per sopravvivere in terra straniera.

“E’ quasi impossibile sapere in quanti cantieri abbiano prestato servizio queste persone – spiega Antonio Verardi dell’Ugl, il sindacato che ha preso in mano la situazione – poiché ogni mattina gli immigrati vengono caricati su pulmini e trasportati in giro per il salento, in luoghi che non riescono ad identificare”.

Tra gli impianti interessati, il principale sembra essere comunque quello di 3mw a Galatina: da lì è partita la vibrante protesta dei 150 cittadini di origine africana che hanno deciso di incrociare le braccia e rivolgersi presso il commissariato di polizia della città per ottenere, finalmente, giustizia. Ma dopo la promessa di ieri, puntualmente disattesa da parte di Tecnova, del pagamento degli arretrati, è emersa una novità che fa ben sperare: “L’azienda Ute che ha affidato il servizio in appalto agli spagnoli, ha voluto dichiarare la sua totale estraneità ai fatti – dice Verdardi – e si è fatta carico del risarcimento immediato per tutti i lavoratori”.

Così, mentre da un lato proseguono le indagini della magistratura sulle mancate risposte della ditta spagnola, stanno emergendo però due profili non meno interessanti. “Il primo riguarda la totale deregolamentazione delle energie alternative da parte della Regione Puglia”, e ciò, secondo Verardi, è la causa della mancata tracciabilità degli impianti fotovoltaici che proliferano in modo incontrollato.

Le maglie larghe della legislazione, avrebbero inoltre favorito i fenomeni criminosi del riciclaggio di denaro sporco nel business del fotovoltaico e dello sfruttamento dell’immigrazione clandestina “che gioca su contratti discutibili, con gente disposta a tutto per ottenere il permesso di soggiorno”, conclude il sindacalista. “Ora è imporante proseguire su questo percorso giudiziario per far emergere tutto il sommerso”, conclude Verardi, perché, arretrati a parte, lo sfruttamento clandestino non può e non deve continuare.

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25 marzo 2011

fonte:  http://www.lecceprima.it/articolo.asp?articolo=26543

ISTRUZIONE E LAVORO- Precari, sentenza shock nella scuola con maxi risarcimento a 15 prof. E ora…

Precari, sentenza shock nella scuola
maxi risarcimento a 15 prof. E ora…

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Il Tribunale del Lavoro di Genova ha condannato il Ministero a versare 500 mila euro a 15 lavoratori in contratto a termine. Solo in Liguria altri 450 ricorsi. E in Italia potrebbero essere decine di migliaia per una cifra di oltre 4 miliardi

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di SALVO INTRAVAIA

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Precari, sentenza shock nella scuola maxi risarcimento a 15 prof. E ora...

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Maxirisarcimento a 15 precari della scuola. La sentenza è a Genova, ma a questo punto il ministero dell’Istruzione rischia di rimanere travolto dalle richieste degli altri supplenti. Quello comminato dal giudice del lavoro del capoluogo ligure è il risarcimento più elevato mai disposto in Italia per il contenzioso riguardante i precari della scuola: quasi mezzo milione di euro. E basta fare due calcoli per comprendere che viale Trastevere rischia una vera e propria emorragia. Ad ognuno dei 15 lavoratori in questione il giudice, patrocinati dalla Uil scuola, ha riconosciuto un risarcimento di circa 30 mila euro, pari a 15 mensilità.

La questione della stabilizzazione dei precari e del riconoscimento agli stessi degli scatti di anzianità riguarda tutti i lavoratori a tempo determinato, in qualche modo discriminati dalle normative italiane. Ma è nella scuola che il fenomeno raggiunge proporzioni consistenti. I precari della scuola in servizio da oltre tre anni sono diverse decine di migliaia. Alcune recenti norme comunitarie prevedono per i precari il diritto agli scatti stipendiali in vigore per il personale di ruolo e la trasformazione, dopo tre anni, del rapporto a tempo determinato in contratto a tempo indeterminato.

Nella scuola, nonostante i tagli agli organici operati dal governo Berlusconi, sono 150 mila i precari con contratti fino al 30 giugno e al 31 agosto. E la maggior parte di questi è in servizio da oltre tre anni, perché a saltare sono stati ovviamente i più giovani. Se tutti si rivolgessero al giudice del lavoro il ministero potrebbe sborsare 4 miliardi e mezzo di euro: una cifra che vanificherebbe metà dei tagli effettuati dalla coppia Tremonti-Gelmini nel triennio 2009/2011. Per tamponare la situazione, alcuni mesi fa, il governo è intervenuto con una norma ad hoc che pone un limite temporale alle richieste di risarcimento danni: il prossimo 31 dicembre.

Ma forse proprio questa manovra ha spinto migliaia di precari della scuola a rivolgersi ai giudici per paura di rimanere tagliato fuori dagli eventuali indennizzi e dalla possibilità di vedersi convertito il contratto a tempo indeterminato. “Per fare ricorso c’è ancora tempo fino al 31 dicembre – spiega – Corrado Artale, segretario generale Uil Scuola della Liguria -. L’unico requisito necessario è essere precari da almeno 3 anni”. “E’ una sentenza fondamentale nel panorama del contenzioso sui precari della scuola – aggiunge l’avvocato Massimo Pistilli  –  Se questa misura fosse ripetuta, determinerebbe infatti la fine del precariato, perché il ministero non potrà pagare risarcimenti del danno così alti per tutti i circa centomila precari del comparto”.

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25 marzo 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/scuola/2011/03/25/news/risarcimento_precari-14096909/?rss

Siria, esplode la protesta: 30 morti. Prima vittima anche in Giordania / VIDEO: Bashar al-Assad’s forces kill people in Al-Sanamin syria 25-3-2011 مظاهرات الصنمين

Bashar al-Assad’s forces kill people in Al-Sanamin syria 25-3-2011 مظاهرات الصنمين

Da: | Creato il: 25/mar/2011

Plz Like Syria page in Facebook http://facebook.com/Youth.Syria.Freedom
syria – daraa – 25/3/2011

Massacre in the city of Alsnumein Syria – Friday – 25-3-2011
Dictator Bashar al-Assad’s forces kill innocent people in the city of Al-Sanamin
Just because they want freedom
More than twenty people dead so far and dozens wounded

مجزرة في مدينة الصنمين سوريا – يوم الجمعة 25 أذار 2011
قوات الديكتاتور المجرم بشار الاسد تقتل الناس الابرياء في مدينة الصنمين
فقط لأنهم يريدون الحرية
أكثر من عشرين شهيد حتى الآن و عشرات الجرحى

March 24 2011 Amman Jordan Protest

Da: | Creato il: 25/mar/2011

This is a compilation of the first four hours of the March 24 protest in Amman, Jordan. #mar24

Continuano le manifestazioni antigovernative

Siria, esplode la protesta: 30 morti Prima vittima anche in Giordania

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La protesta ad Amman in Giordania (Xinhua)  La protesta ad Amman in Giordania (Xinhua)
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ultimo aggiornamento: 25 marzo, ore 19:24
Damasco – (Adnkronos/Aki/Ign) – Gli attivisti siriani denunciano: la polizia spara sui manifestanti. Vittime a Samnin, Daraa, Homs e Ladhiqiya. Convocata la ‘Giornata della dignità’. Una decina di arresti a Damasco. In piazza anche sostenitori del presidente Assad. Ong: ”Almeno 100 morti a Daraa”. Un dimostrante ucciso durante la protesta nella piazza nel centro di Amman. Yemen, tensione a Sana’a: in piazza sostenitori e oppositori del presidente
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Damasco, 25 mar. (Adnkronos/Aki/Ign) – E’ di 30 morti il bilancio degli scontri avvenuti oggi in diverse città della Siria. Lo ha annunciato la tv satellitare ‘al-Arabiya’. Manifestazioni contro il governo si sono registrate in più di dieci città del paese, anche se violenti scontri sono avvenuti nella città di Samnin, nel sud della Siria, dove si contano almeno 20 morti, a Daraa, dove sono morte almeno due persone, e a Damasco dove la polizia ha arrestato una decina di manifestanti. Daraa è la città dove sono iniziate le rivolte in Siria.
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Per oggi gli attivisti siriani hanno convocato, dopo la preghiera islamica del venerdì, la ‘Giornata della dignità’. Gli attivisti accusano la polizia di aver represso le manifestazioni antigovernative e di aver aperto il fuoco a Samnin e Daraa.
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Un numero imprecisato di morti e di feriti si contano anche tra i manifestanti che sono scesi in piazza a Homs e Ladhiqiya. Secondo quanto riferisce la tv araba ‘al-Jazeera’, anche in queste due città la polizia avrebbe aperto il fuoco sui manifestanti. Oggi sono scesi in piazza anche migliaia di sostenitori del regime di Bashar al-Assad.
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E si registra la prima vittima anche in Giordania, un dimostrante morto durante la protesta nella piazza nel centro di Amman. Lo riferisce l’inviato di ‘al-Jazeera’, sostenendo che l’uomo è stato ucciso per mano di un agente della polizia. Negli scontri tra oppositori e sostenitori del governo ci sarebbero stati cento feriti. I militanti dei due fronti contrapposti si sono fronteggiati a colpi di pietre e in scontri corpo a corpo e la polizia giordana è intervenuta con gli idranti. Secondo l’inviato della tv araba, ”violenze di questo genere non si erano mai viste ad Amman”.
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DARAA – Questa mattina alcune migliaia di persone si sono radunate a Daraa per partecipare ai funerali dei manifestanti uccisi negli scontri dei giorni scorsi con le forze di sicurezza. Lo riferisce la Bbc, spiegando che la folla scandiva slogan per chiedere maggiori libertà, mentre i militari impediscono ai giornalisti locali e stranieri di raggiungere la città e hanno sequestrato loro l’attrezzatura e gli effetti personali.
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La polizia siriana si è ritirata dalla moschea al-Omari di Daraa, dove mercoledì scorso è stato condotto un blitz contro un gruppo di manifestanti che aveva fatto del luogo di culto la sua base. Al momento non è possibile avere un bilancio preciso delle vittime degli scontri iniziati la scorsa settimana a Daraa tra manifestanti e polizia, anche se per gli attivisti sarebbero oltre di cento cui vanno ad aggiungersi le vittime di oggi.
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DAMASCO – La polizia è intervenuta per disperdere una manifestazione nella zona di al-Marja organizzata in sostegno della popolazione di Daraa. Circa 200 le persone che scandivano slogan contro il presidente Bashar al-Assad e chiedevano democrazia. Nella carica gli agenti hanno arrestato una decina di manifestanti. A Damasco, dalla moschea degli Ommayadi, nel centro della capitale, è partita anche una manifestazione in sostegno del presidente siriano.
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HOMS – Manifestazione antigovernativa nella città siriana a 180 chilometri a nord di Damasco. Secondo quanto riferisce la tv araba ‘al-Jazeera’, alcune centinaia di persone hanno manifestato davanti alla prefettura per chiedere le dimissioni del governatore locale e per solidarizzare con la popolazione di Daraa. La manifestazione è iniziata subito dopo la tradizionale preghiera del venerdì islamico.
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QRAYA – Una manifestazione antigovernativa si è svolta anche nella città siriana a circa 100 km a sud-est di Damasco. Lo riferisce la Bbc, spiegando che un centinaio di manifestanti ha marciato verso la piazza centrale della città, che tuttavia è stata trovata occupata da un gruppo di sostenitori del partito Baath del presidente al-Assad. Qraya, nel governatorato di Sweida, è la città natale di Sultan al-Atrash, eroe nazionale e noto rivoluzionario siriano, importante leader druso e comandante generale della ‘Grande rivoluzione siriana’ (1925-1927).
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Circa un migliaio di persone hanno manifestato anche nelle strade della cittadina di at-Tall, 20 chilometri a nord di Damasco. Secondo quanto riferisce ‘al-Arabiya’, i manifestanti scandivano slogan in sostegno della popolazione della città siriana di Daraa.
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Per cercare di contenere le manifestazioni, il presidente Bashar al-Assad ha annunciato ieri sera una serie di riforme, che in gran parte coincidono con le richieste avanzate dagli attivisti. Per bocca del suo consigliere Bushaina Shaaban, il presidente ha annunciato l’aumento dei salari pubblici, misure a sostegno dell’occupazione, la creazione di una commissione che dialoghi con i manifestanti e valuti le loro richieste. Il governo valuterà inoltre la revoca dello stato d’emergenza.
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ANTEPRIMA CINEMA – Terzani, dialogo su vita e morte / VIDEO: L’ultima intervista a Tiziano Terzani”Più che un film un’esperienza unica”

Tiziano Terzani – La fine è il mio inizio

Da: | Creato il: 15/gen/2008

Tiziano Terzani, sapendo di essere arrivato alla fine del suo percorso, parla al figlio Folco di cos’è stata la sua vita e di cos’è la vita. Uno dei più bei libri che ho letto… Lo consiglio a tutti!

Terzani, dialogo su vita e morte
“Più che un film un’esperienza unica”

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“La fine è il mio inizio”, dall’omonimo bestseller del grande giornalista scomparso: senza alcun cedimento allo spettacolo, il confronto tra il protagonista (Bruno Ganz) e suo figlio Folco, interpretato da Elio Germano. Che ricorda i suoi due mesi sul set. E il “vero” Folco racconta suo padre: “Era un esploratore, un pellegrino a pagamento”

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di CLAUDIA MORGOGLIONE

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Terzani, dialogo su vita e morte "Più che un film un'esperienza unica" Elio Germano e Bruno Ganz alla presentazione del film

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ROMA – E’ una sfida alle leggi dell’intrattenimento a ogni costo La fine è il mio inizio, film tedesco con Bruno Ganz ed Elio Germano tratto dall’omonimo bestseller di Tiziano Terzani (edito da Longanesi). E lo è per il coraggio di costruire un’opera cinematografica solo sulle parole, sugli sguardi e sui silenzi dei protagonisti, oltre che sulla bellezza di un paesaggio incontamitato. Nessuna scena anche vagamente d’azione, nessuna indulgenza verso il melodramma. Ma invece lo sviscerare tanti temi di solito rimossi, specie su grande schermo: la vita, la morte, la malattia, il rapporto tra l’uomo e la natura che lo circonda. Il tutto raccontato attraverso le riflessioni del grande giornalista e scrittore (scomparso nel 2004), giunto alla fase terminale del cancro che lo ha portato via, e affidate alla memoria del figlio Folco.

LA VIDEOINTERVISTA 1LE IMMAGINI 2IL TRAILER 3

Un incontro tra due personalità in parte diverse – esuberante e gigionica pure nella sua fase ascetica quella del padre, più sfuggente e indefinita quella del figlio – che è il cuore pulsante del film, diretto da Jo Baier, e pronto a sbarcare il primo aprile nelle nostre sale, grazie a Fandango.  Un confronto, quello tra i due personaggi principali,  che si svolge negli ultimi mesi di vita di Tiziano, e che ha come teatro i monti del pistoiese dove il vecchio reporter (Bruno Ganz), testimone del secondo Novecento per tanti giornali (il tedesco Spiegel, Il Corriere della Sera, Repubblica) decide di trascorrere il tempo che gli rimane, insieme alla moglie Angela (Erika Pluhar). E’ qui che lo raggiunge il girovago Folco (Elio Germano). E’ è lui che, armato di registratore, imprime su nastro i pensieri e i ricordi del padre. La sua vita errabonda: il conflitto in Vietnam, la Cina. E la conclusione quasi mistica: la covinzione – o, meglio, il sentire profondo – che ogni uomo è parte di un tutto. E bisogna morire “ridendo”. E quando sul posto arriva anche la figlia Saskia (Andrea Osvart), la famiglia deve prepararsi ad affrontare l’inevitabile…

Un film insolito, che può piacere ed emozionare oppure annoiare: difficile una via di mezzo, vista la particolarità del racconto. Un’opera che ha coinvolto in maniera forte anche gli interpreti, costantemente affiancati dai Terzani (Folco è anche coautore della sceneggiatura). “E’ stata un’esperienza diversa dal solito modo di fare film – spiega Germano, che torna sullo schermo dopo il premio a Cannes, e che è tuttora impegnato sul set della fiction Sky su Felice Maniero –  lontano dagli schemi per cui si cerca di fare un buon lavoro, dell’ottica performativa. Lì eravamo in un mondo distante da quello a cui siamo abituati: le stelle di notte, la montagna, tante domande che tentavamo di farci e di restituire, in una problematica aperta”. “Certo – conclude sorridendo l’attore – ho avuto anche delle sorprese: ad esempio quando raccoglievo castagne ci trovavo dentro dei piccoli bachini, e li ‘salvavo’ portandoli fuoti dalla finestra con un cucchiaino. La mattina, mi svegliavo col suono degli uccellini: mi sentivo San Francesco, però gli uccellini erano lì per mangiare i bachini! La realtà è che questo film mi ha preso per mano. Mi sono potuto permettere, per i due mesi di riprese, pensieri del genere”.

Quanto a Ganz, nel film straordinariamente mimetico rispetto al Terzani dell’ultima fase della sua vita, spiega che è stato un privilegio “ripercorrere la vita di un giornalista importante, che aveva rispetto e curiosità per le culture degli altri. E che anche nel suo pensiero finale, apparentemente esoterico, evita qualsiasi tentazione new age: lui si sentiva in unità col mondo, in maniera profonda. Una verità che va molto al di là dell’esoterismo”. Ma, al di là della personalità incredibile del personaggio, la pellicola deve molto anche all’alchimia tra i due suoi interpreti principali: “Lavorando con Bruno, da fan, tutto mi è venuto più facile – rivela Germano – per me lui rappresenta una figura enorme: un gioco di rimandi interessante, se visto rispetto alla dinamica dei nostri due ruoli”.

E poi c’è il punto di vista dei familiari. Soprattutto quello di Folco, il cui personaggio, nel film, è importante almeno quanto quello del padre: “Un tempo c’erano i pellegrini – spiega – mio padre invece ha avuto l’occasione di fare il pellegrino a pagamento. Lo ha fatto per se stesso, più che per i lettori. Infatti lui aveva come modello, più che i giornalisti, gli esploratori: portava dentro di sé un senso epico della vita”. E sulla sceneggiatura: “Tutte le cose che ci sono nel libro e nel film sono vere. Compreso il nostro litigio, che è solo nel film: non ho avuto dubbi sul fatto che dovessimo raccontarlo sullo schermo. Anche perché mio padre incarnava un pacifismo incazzato, non un pacifismo beato. E comunque, quegli ultimi mesi sono stati i più belli che abbiamo passato insieme: lui e la sua famiglia, alla frontiera dell’ignoto. Io sono stato bene”.

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25 marzo 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/2011/03/25/news/terzani_film-14084878/

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Tiziano Terzani – Anam, il Senzanome – Parte 1/7

Da: | Creato il: 28/mag/2010

L’ultima intervista a Tiziano Terzani.
Parte 2/7 @ http://www.youtube.com/watch?v=I1buW6cWJ6A

SU YOUTUBE TUTTE LE ALTRE PARTI

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L’unica rivoluzione possibile è quella interiore

Da: | Creato il: 29/lug/2009

Una simpatica intervista a Tiziano Terzani che risale al 2002.
Colpisce la naturalezza e la semplicità di questo straordinario uomo, il suo grande amore per la vita e la natura. Le sue parole incoraggiano a guardare la vita con più umiltà.

Fu con Socrate che l’indagine del Mondo cominciò a diventare introflessa. Il “conosci te stesso” è un monito che è stato interpretato variamente, di non agevole comprensione, un’esortazione che suscitò tante ma spesso superficiali incondizionate adesioni e pure un irritato commento di Albert Camus. Egli si chiede se sia possibile la conoscenza, vera e profonda. La sua risposta è senz’altro negativa. “Il conosci te stesso di Socrate ha il medesimo valore del sii virtuoso dei nostri confessionali: allo stesso tempo che una nostalgia rivela anche un’ignoranza”. Camus cita anche il filosofo tedesco Jaspers: “Questa limitazione mi conduce a me stesso, là dove non mi ritraggo più dietro un punto di vista obiettivo che riesco soltanto a rappresentare, là dove né io stesso né l’esistenza altrui possono ormai divenire un oggetto per me”.
Conoscere sé stessi può significare riscoprire una natura sub-lime, dove tale sub-limità è duplice, celestiale ed infera. Sub limen, sotto la soglia della coscienza, vedremo baluginare una luce divina, primigenia, ma tra le ombre divoranti della notte più nera. Sarebbe improvvido ignorare il male che alberga nell’uomo, forse anche come influsso di agenti esterni (Basilide docet) e pensare che il percorso verso noi stessi sia una strada diritta, piana ed ombreggiata da alberi frondosi e verdeggianti.
Edipo conobbe sé stesso, l’uomo che veramente era: sarebbe stato meglio per lui ignorare! D’altronde il 666 è numero d’uomo.
Chi dunque ha il coraggio per affrontare questa avventura che certamente lo condurrà verso dimensioni dove l’Anima si espande, ricongiungendosi al Principio, dove il silenzio interiore diventa melodia, dovrebbe sapere che lo attende al varco il Guardiano della soglia. Si armi dunque di una spada per intraprendere un cammino emozionante, ma irto di ostacoli. La meta è la Vita, misterioso affioramento dalla misteriosa energia. Ne vale senz’altro la pena, ma non so quanto giovino a tale conseguimento artifici, tecniche, metodi. Ognuno scelga la via che sente più confacente alla sua natura, puntando sulla qualità. E’ più giovevole un minuto intenso di ascolto dell’Essere che un corso di mille ore per apprendere tecniche di meditazione.
Certamente è imperativo tener desta la coscienza per evitare che il bombardamento mediatico, elettromagnetico, (siamo, in parte, esseri elettromagnetici), sottile etc. distrugga l’identità di ognuno di noi. In questo caso alcune tecniche saranno utili, ma sempre ancorate all’amore per la verità che è il rimedio per eccellenza.
Inoltre, sebbene non sia facile coniugare la prassi con il ritorno a sé stessi, anzi col tentativo di trascendimento della propria natura caduca per riscoprire una sintonia con l’essere atemporale ed aspaziale, non credo si possano trascurare né l’azione né l’informazione.
A mio parere, quindi coglie nel segno Francesco Lamendola, quando, nell’articolo intitolato Il paese della felicità è un luogo dove il male non esiste?, chiosa: “Nella nostra attuale condizione, non ci viene domandato di cancellare il male dal mondo, ma di combatterlo per quanto possibile e, per quanto eccede le nostre forze, di accettarlo e trasformarlo in qualche cosa di diverso, che ci purifichi da una parte delle nostre imperfezioni e ci renda un poco migliori”.
Il male dunque (naturale, morale, ontologico) è imprescindibile: anche la conoscenza di noi stessi potrà riservarci qualche brutta sorpresa.

Condannati i 12 lavoratori di Eutelia che avevano occupato la fabbrica / LIBRI – «L’ISOLA DEI CASSINTEGRATI» di Tino Tellini

Ghita Marzano, una lavoratrice ex Eutelia

Da: | Creato il: 18/dic/2010

Bari, 15 dicembre 2010. Le lavoratrici e i lavoratori dell’ex-Eutelia manifestano davanti alla sede della Regione Puglia per rivendicare il loro diritto al lavoro. La manifestazione si è svolta in concomitanza con la decisione del Tribunale di Roma che ha respinto il ricorso presentato dai commissari dell’Eutelia contro la sentenza di primo grado che già aveva condannato la cessione illegale del ramo informatico-tecnologico (Agile), e il trasferimento di 1.900 lavoratori altamente qualificati, alla Omega, che, dopo due mesi dalla cessione, smise di pagare gli stipendi e avviò una serie di licenziamenti di massa. La sentenza, quindi, oltre ad annullare gli effetti della cessione di Agile, ha ribadito la condanna a Eutelia di “comportamento antisindacale” e si aggiunge alle già avvenute condanne per bancarotta fraudolenta di Omega ed Eutelia. In questa vertenza, in particolare nel comportamento del padronato, si ha l’impressione di un ritorno a condizioni e a concezioni ottocentesche, da tempo superate grazie alle lotte dei lavoratori, i quali non hanno nessuna intenzione di farsi ricacciare indietro.
Le dichiarazioni della lavoratrice Ghita Marzano spiegano la situazione degli stabilimenti e dei lavoratori ex-Eutelia a Bari.

L’Idv: «Incredibile. il fondatore dell’azienda è latitante a Dubai»

Condannati i 12 lavoratori di Eutelia
che avevano occupato la fabbrica

fonte immagine

Pena di tre mesi convertita in 7.600 euro. Fiom: «Ricorreremo in appello»

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Una foto dell'ex amministratore delegato di Eutelia Samuele Landi attaccata al cancello d'ingresso dell'azienda (Ansa)
Una foto dell’ex amministratore delegato di Eutelia Samuele Landi attaccata al cancello d’ingresso dell’azienda (Ansa)

MILANO – Il tribunale di Roma ha condannato 12 lavoratori di Eutelia per il presidio dell’azienda da loro effettuato durante la fase più dura della lotta aziendale e dopo diversi mesi passati senza ricevere lo stipendio. La condanna a tre mesi di reclusione è stata convertita in una pena pecuniaria di 7.600 euro a testa. Il procedimento era stato aperto su querela del fondatore e amministratore delegato, Samuele Landi, colui che tentò lo sgombero della sede di via Bona, a Roma, utilizzando uomini di una società di sicurezza che si «spacciarono», insieme allo stesso Landi, per appartenenti alle Forze dell’ordine.

FIOM – La sentenza è del 16 marzo e ha scatenato la reazione di molti esponenti del mondo del lavoro. Fabrizio Potetti, coordinatore nazionale Fiom-Cgil del gruppo Agile-Eutelia a commento della sentenza ha detto: «Riteniamo totalmente ingiustificata tale decisione che non tiene conto, in nessun modo, della gravità della situazione allora attraversata dai lavoratori», sottolinea Potetti che aggiunge: «Per fermare lo scellerato piano della proprietà, i lavoratori si videro costretti a presidiare l’azienda, non solo per protestare contro il mancato pagamento dei loro stipendi per diversi mesi consecutivi, ma soprattutto per bloccare la sistematica distruzione dell’Azienda stessa intrapresa dai soggetti a cui era stata ceduta la Società; un fatto, questo, asseverato prima dai custodi giudiziari e poi dalle sentenze di condanna emesse al termine del processo per bancarotta fraudolenta». «Oltretutto, come testimoniato dalle Forze dell’ordine intervenute subito dopo l’attivazione del presidio da parte dei lavoratori, tutte le attività lavorative e di servizio ai clienti sia di Agile che di Eutelia sono state effettuate con continuità proprio grazie all’impegno dei lavoratori che, pur nello stato di disperazione nella quale si trovavano – conclude il sindacalista Fiom – hanno sempre salvaguardato, a differenza di altri, le attività ed i beni aziendali».

L’IDV – «Gli ultimi risvolti della vicenda Agile-Eutelia dimostrano che in Italia si è superato qualsiasi limite nei confronti dei diritti fondamentali dei lavoratori» afferma in una nota il responsabile lavoro e welfare dell’Italia dei Valori, Maurizio Zipponi. «Vogliamo ricordare – prosegue la nota – che i manager di Eutelia hanno spolpato l’azienda, si sono intascati milioni di euro di commesse e hanno lasciato senza lavoro migliaia di persone. Oggi, grazie anche agli esposti dell’Italia dei Valori, questi truffaldini sono indagati da diversi tribunali italiani, tanto che il fondatore dell’azienda, Samuele Landi è tutt’ora latitante a Dubai». «Di fronte a questa truffa colossale – spiega Zipponi – è assurdo che alcuni dipendenti vengano condannati a pagare tanto quanto percepirebbero con un anno di cassa integrazione, per aver tentato di difendere il proprio posto di lavoro e il patrimonio aziendale. Italia dei Valori – conclude – farà di tutto affinchè questo procedimento venga sospeso e invita il governo ad intervenire urgentemente sulla questione, per trovare una soluzione industriale che possa rilanciare l’azienda, salvare i livelli occupazionali e risparmiare ai lavoratori ulteriori vessazioni da parte di chi, meritatamente, è stato arrestato ed è sotto processo per aver buttato sul lastrico circa 10.000 famiglie tra Agile, Eutelia, Phonemedia e tante altre aziende».

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Redazione online
24 marzo 2011

fonte:  http://www.corriere.it/economia/11_marzo_24/eutelia-lavoratori-condannati_d1bfb22e-561e-11e0-9d72-1f2c6c541e94.shtml

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«L’ISOLA DEI CASSINTEGRATI» di Tino Tellini

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LA PIU’ SENSAZIONALE LOTTA OPERAIA DEL NUOVO MILLENNIO

Aliberti editore
— In libreria dal 20.05.2010 —

L'ISOLA DEI CASSINTEGRATI di Tini Tellini

L’ISOLA DEI CASSINTEGRATI
di Tino Tellini

Il primo reality reale nella storia del movimento operaio italiano.
La Woodstock operaia del nuovo millennio.
L’isola dei cassintegrati batte l’isola dei famosi.

{ Leggi } la prefazione di LUCA TELESE

«Noi non siamo intellettuali, lo dico sempre,
abbiamo idee semplici, chiare e veloci.
Ci sentiamo come degli indiani metropolitani (…)
Anzi, siamo i nuovi indiani industriali».
«Cosa vi da più fastidio?»
«L’indifferenza».

 

«Pensateci un attimo: gli operai, privati del loro lavoro, che si autorecludono per protesta. E che contemporaneamente fanno la parodia al più noto dei format televisivi: l’isola dei cassintegrati contro l’isola dei famosi, il reale contro il futile, la verità che riprende il sopravvento sulla virtualità. Anche se un produttore televisivo avesse riunito in unico seminario un sinedrio con i migliori autori e i più prestigiosi intellettuali italiani, gente esperta in imprese creative, nessuno sarebbe riuscito a immaginare tanto.
Per poter pensare l’impresa dell’isola “vera” che sfida l’isola “finta” bisogna mettere insieme un cocktail micidiale di elementi diversi, che in questa storia si sono riuniti apparentemente per caso: la conoscenza del territorio, la capacità istintiva di cortocircuitare i simboli, il coraggio personale, la messa a dura prova dei legami e degli affetti privati, il senso della sardità nella sua forma più estrema e immaginifica, il tempo, e – soprattutto – la fantasia.
Ho una certezza: in America su una storia così ci avrebbero già girato un film. E avrebbero fatto bene.
Perché chiunque legga questo libro di Tino Tellini o si appassioni alla storia dell’isola dei cassintegrati, non può non restare incantato dal ritmo incalzante del racconto, dalla successione drammaturgica degli eventi, dal tono antiretorico, da uno spirito di commedia che aleggia in queste pagine e che poi a tratti si fa improvvisamente dramma». (Dalla prefazione di Luca Telese).

L’AUTORE

L’Argentino Tellini, detto Tino, è nato nel 1961 a Sassari. È entrato alla Vinyls nel 1989 come perito industriale dopo essersi diplomato con sessanta/sessantesimi presso l’istituto tecnico industriale G.M. Angioy di Sassari. Divoratore di filosofia e saggistica, iniziata la militanza politica, è diventato consigliere comunale del Comune di Porto Torres per le liste di Rifondazione comunista. Nel 1997 è assessore al Turismo e spettacolo, nel 1998 presidente del Consiglio comunale e, infine, nel 2005 viene nominato assessore alle Attività produttive. Attualmente, in qualità di ministro degli Esteri, è uno dei leader dell’isola dei cassintegrati.

http://www.isoladeicassintegrati.com/
Il gruppo Facebook: L’isola dei cassintegrati

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fonte: http://blog.alibertieditore.it/2010/06/03/%C2%ABlisola-degli-cassintegrati%C2%BB-di-tino-tellini/

In migliaia nelle piazze di Yemen e Siria. A Samnin la polizia spara: 20 le vittime / VIDEO: BREAKING Nerve Gas used in Yemen on innocent protesters – Syria protests, Is Syria Next Target for ‘Coalition’ Forces ?

BREAKING Nerve Gas used in Yemen on innocent protesters

Da: | Creato il: 25/mar/2011

The night nerve gas was used. Reports from Doctors in Yemen say nerve gas used on protesters. Victims complain of symptoms similar to those caused by nerve gas after clashes with government forces.SANAA, Yemen — Doctors from the scene of violent anti-government protests in Yemen’s capital Tuesday night said that what was originally thought to be tear gas fired by government forces on demonstrators might instead have been a form of nerve gas, which is forbidden under international law.

Military personnel opened fire and used what was originally assumed to be tear gas to disperse a group of demonstrators who were trying to bring additional tents into the protest area outside Sanaa University.

According to witnesses, the soldiers fired warning shots into the air before shooting gas — and in some cases live bullets — into the crowd, killing one and injuring at least 50.

Earlier reports indicated that the gas used was tear gas, but doctors who have been treating the wounded refuted that claim today.

“The material in this gas makes people convulse for hours. It paralyzes them. They couldn’t move at all. We tried to give them oxygen but it didn’t work,” said Amaar Nujaim, a field doctor who works for Islamic Relief.

“We are seeing symptoms in the patient’s nerves, not in their respiratory systems. I’m 90 percent sure its nerve gas and not tear gas that was used,” said Sami Zaid, a doctor at the Science and Technology Hospital in Sanaa.

Mohammad Al-Sheikh, a pathologist at the same hospital, said that some of the victims had lost their muscular control and were forced to wear diapers.

“We have never seen tear gas cause these symptoms. We fear it may be a dangerous gas that is internationally forbidden,” Al-Sheikh said.

One of the protest organizers, Rabie Al-Zuraiqi, 23, said he was struck by rubber bullets and gas during the attack.

“They say it’s tear gas, though it’s not. I can’t move my body. I went into a coma for more than four hours and I can’t see well now. I also have internal bleeding after being exposed to the gas,” he told GlobalPost.

Whether or not an illegal substance was used to gas protesters, Tuesday’s violence marked what appears to be a turning point for the country’s protest movement, which has dragged on for months.

Although there had been previous instances of violence, it had always been between plainclothed government supporters and anti-government protesters. The attack Tuesday was the first by uniformed police.

It was also the first time that live ammunition was used. Al-Zuraiqi said that a 30-year-old protester had died of internal bleeding after being shot in the back of the head.

In a makeshift hospital at the grounds of a mosque next to the university, volunteer doctors administered IV drips and treated bullet wounds on Tuesday night.

A surgeon probed a leg wound with forceps, while the man screamed, pulling out a fragment of metal.

“See this?” the doctor said, holding it up. “Do you see this? They are shooting people with live rounds.” Another volunteer brought over a handful of empty shell casings.

In a corner of the mosque, a younger man screamed as a doctor poured coca-cola over his face to ease the pain from the gas.

After opening his eyes, the young man, Majid Al-Awaj, a protester from the northern province of Hajja, said the attack would only increase the strength of the revolt.

“We demand that Saleh be tried by the International Criminal Court,” Al-Awaj said.

At the university on Wednesday morning, protesters cleaned up from the previous night. A woman, crying, searched for her son, who she had sent to take food to the protesters but had never returned.

There have been daily anti-government demonstrations in Sanaa and other cities around the country since Egyptian President Hosni Mubarak’s ouster on Feb. 11. During the past few weeks, 29 people have been killed in the unrest, according to international human rights groups.

President Ali Abdullah Saleh has said he will step down when his term ends in 2013 but has vowed to defend his government “with every drop of blood.”

Video and report by Tom Finn and Shatha Al-Harazi of GlobalPost-
http://www.globalpost.com/dispatch/news/regions/middle-east/110309/yemen-viol…

Syria protests – Is Syria Next Target for ‘Coalition’ Forces ?

Da: | Creato il: 25/mar/2011

La preoccupazione del Consiglio Europeo per l’escalation di violenza

In migliaia nelle piazze di Yemen e Siria
A Samnin la polizia spara: 20 le vittime

Anche a Sanaa, interviene l’esercito. Proteste a Damasco, a Daraa bruciata la statua dell’ex presidente Assad

La protesta a Sanaa (Liverani)
La protesta a Sanaa (Liverani)

MILANO- In migliaia nelle piazze della Siria e dello Yemen. Proprio mentre a Bruxelles il vertice dei capi di Stato e di governo dell’Ue esprime preoccupazione per la crisi nei due Paesi e nel Bahrein, la rivolta continua ad allargarsi. In Siria, in particolare, si registra un nuovo bagno di sangue: le forze di sicurezza, secondo il resoconto di Al Arabiya, hanno aperto il fuoco contro i manifestanti a Samnin, località nei pressi di Daraa, nel sud della Siria ed epicentro delle proteste anti-regime. E si parla di almeno 20 vittime che facevano parte di un gruppo di manifestanti diretto nella cittadina principale per prendere parte alla protesta collettiva. E proprio a Daraa, mentre alcune persone hanno appiccato il fuoco alla statua dell’ex presidente Hafez al Assad, la polizia avrebbe ucciso un altro manifestante, secondo il racconto di Al Jazeera. La stessa emittente ha citato anche un secondo bilancio, fornito dai manifestanti, secondo cui i morti sarebbero due a cui si aggiungono una decina di feriti.

SIRIA– Migliaia di persone si sono erano riunite già in mattinata nel centro di Daraa, teatro delle più massicce proteste anti-governative. Al termine della preghiera del venerdì sono stati intonati slogan per «la libertà» e per «vendicare il sangue dei martiri». A riferirli sono stati testimoni oculari citati da attivisti siriani che trasmettono su Twitter. Fonti mediche locali riferiscono che in una settimana sono morte a Daraa oltre 40 persone, ma il conto non tiene conto delle vittime di questo venerdì nero. Le proteste intanto si sono accese anche in altre città. A partire da Damasco, dove almeno 200 persone hanno tentato di sfilare in centro a sostegno dei manifestanti di Deraa. Le forze di sicurezza, tuttavia, sono subito intervenute per interrompere il corteo che intonava «Sacrifichiamo il nostro sangue, la nostra anima per te, Daraa». Decine di manifestanti sono stati arrestati. E a Samnin, come riportato sopra, le forze di sicurezza hanno aperto il fuoco contro i manifestanti causando diverse vittime. Proteste anche a Homs, nell’ovest del Paese, dove i manifestanti in piazza cantano «Il popolo vuole la caduta del governatore!».

YEMEN – Altro fronte, lo Yemen. I dimostranti anti-regime – decine di migliaia scrive la Bbc online – si sono riuniti per una grande protesta nella mattinata di venerdì nella capitale Sanaa. L’esercito governativo è intervenuto sparando colpi in aria per tenerli a distanza dai sostenitori del presidente Ali Abdullah Saleh, anche loro scesi in piazza. Sempre secondo la Bbc, le ambasciate stanno evacuando il loro personale e i voli per lasciare la capitale sono pieni. Saleh, al potere da 32, anni, si è detto pronto ad abbandonare il potere entro un anno, ma i dimostranti chiedono le dimissioni immediate. L’opposizione pretende anche una nuova Costituzione, le dimissioni del governo e lo scioglimento dei servizi di sicurezza interna. Le proteste durano da circa un mese e hanno conosciuto un’escalation di violenza. Venerdì scorso circa 50 persone sono state uccise da colpi d’arma da fuoco a Sanaa.

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Redazione online
25 marzo 2011

fonte:  http://www.corriere.it/esteri/11_marzo_25/siria-yemen_7517ff04-56d7-11e0-847d-b307f7e234b2.shtml

26 APRILE A ROMA – Acqua, in piazza per il referendum “E ora fermeremo anche il nucleare” / VIDEO: I Garibaldini consegnano la Lettera Aperta per il Presidente Napolitano

I Garibaldini consegnano la Lettera Aperta per il Presidente Napolitano

Torino, 18 marzo 2011, i Garibaldini consegnano la lettera aperta ad un funzionario del Presidente Napolitano durante la visita in occasione del 150-mo dell’Unità d’Italia

LA MANIFESTAZIONE

Acqua, in piazza per il referendum
“E ora fermeremo anche il nucleare”

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Domani a Roma l’appuntamento che lancia la campagna per il voto del 12 e 13 giugno. Alla mobilitazione contro la privatizzazione degli acquedotti, si affiancano anche i timori provenienti dal Giappone: “Basta scelte dettate solo da interessi economici”

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di CARMINE SAVIANO

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Acqua, in piazza per il referendum "E ora fermeremo anche il nucleare"

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SI DEFINISCONO i garibaldini dell’acqua. Hanno percorso il Belpaese raccogliendo oltre un milione e quattrocentomila firme. Per dire no alla privatizzazione di un bene pubblico essenziale, con una mobilitazione dal basso che ha coinvolto movimenti e associazioni. E domani saranno in piazza. Manifestazione nazionale a Roma. Si parte alle 14 da Piazza della Repubblica. Una giornata organizzata dal Forum Italiano dei movimenti per l’acqua 1 per promuovere la battaglia referendaria in vista delle consultazioni del prossimo 12 e 13 giugno. E non solo. Alla piattaforma programmatica si è aggiunto l’impegno contro l’intervento militare in Libia e contro il nucleare in Italia. Per protestare contro “una drammatica crisi economica, sociale, ecologica e di democrazia nella quale siamo tuttora immersi”.

L’appello. La preparazione per la manifestazione è stata lunga e accurata. Documenti, campagne informative, iniziative preparatorie. E un appello, per richiamare l’attenzione dei cittadini sul senso della mobilitazione e sull’importanza del voto referendario: “Noi che ci siamo nelle battaglie per la riappropriazione sociale dei beni comuni e per la difesa dei diritti pensiamo che i referendum siano un’espressione sostanziale della democrazia attraverso la quale i cittadini esercitano la sovranità popolare su scelte essenziali della politica che riguardano l’esistenza collettiva”.

Il referendum. Per il comitato promotore, la vittoria al referendum del 12 giugno “può costituire una prima e fondamentale tappa non solo per riconsegnare il bene comune acqua alla gestione partecipativa delle comunità locali”. L’obiettivo è anche “invertire la rotta e sconfiggere le politiche liberiste e le privatizzazioni dei beni comuni che negli ultimi trent’anni hanno prodotto solo l’impoverimento di larga parte delle popolazioni e dei territori”. E in rete è già attivo il sito 2 con tutte le informazioni sui quesiti referendari.

Contro il nucleare. Poi lo tsunami in Giappone, la tragedia di Fukishima. Eventi che hanno modificato l’impianto della manifestazione. In un documento del Forum si legge: “Il tremendo terremoto che ha colpito recentemente il Giappone e la drammatica situazione venutasi a creare nella centrale nucleare di Fukushima rendono l’appuntamento del 26 ancora più importante e urgente”. Quindi un invito rivolto ai cittadini italiani: “Chiediamo a tutte le donne e gli uomini di questo Paese, di dimostrare il proprio rifiuto a scelte dettate da interessi economici e di potere che disprezzano e distruggono il diritto alla vita, all’acqua, alla salute e ai beni comuni delle popolazioni e del pianeta”.

Napolitano e i garibaldini dell’acqua. E il Forum ha deciso di promuovere le proprie iniziative anche con un dono particolare a Giorgio Napolitano: al Presidente della Repubblica è stata consegnata, in occasione delle celebrazioni per il 150° dell’Unità d’Italia, l’opera “L’Acqua Bene Comune unisce l’Italia in occasione dei 150 anni dell’Unità d’Italia”. Un collage di immagini degli attivisti dell’acqua che ricalca le forme della penisola. E non è mancata la mobilitazione in rete. Con contenuti multimediali e video su YouTube diffusi sui principali social-network. Come I garibaldini dell’acqua 3, una videolettera, sempre indirizzata a Napolitano, che ha fatto il giro della rete.

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25 marzo 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/politica/2011/03/25/news/manifestazione_referendum_acqua-14084377/?rss