Archivio | aprile 17, 2011

VITTORIO – Quell’odio anche dopo la morte de ‘il Giornale’

Quell’odio anche dopo la morte de ‘il Giornale’

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E’ apparso su il Giornale, a firma Gabriele Villa, l’articolo Quell’odio anche dopo la morte «La bara non passi da Israele» che è un ‘capolavoro’ di pressapochismo giornalistico e di costruita tesi da argomenti precotti.

Il Gabriele autore, forse scambiandosi per l’Arcangelo, si scaglia con malcelato livore sulle spoglie di Vik e sul dolore di una madre per accumulare una lunga serie di menzogne travestite da ‘supposte’ verità (supposte destinate all’abituale lettore, immagino) per indurre emotivamente chi legge a credere che Vittorio fosse un terrorista tout-court e Israele il placido Davide pastore di pecore minacciato da sitanto Golia. Così placido e gentile da doversi ritenere oltraggiato dalla richiesta, peraltro legittima, di una madre sul non passaggio in terra sionista della salma di un figlio.

Sostiene il Villa che un simile atteggiamento è pura offesa nei confronti di Israele perché gli si impedisce di ‘omaggiare’ (chi? come?). Fa credere al lettore dai salsicciotti sugli occhi che Arrigoni fosse un delinquente già ‘paternamente’ sculacciato e detenuto, per il suo bene, ovviamente, nelle galere israeliane (da cui non si capisce questa sua irriconoscenza da morto). Stranamente il Villa non ricorda, a proposito della detenzione, che Vittorio fu illegalmente rapito e altrettanto illegalmente portato, detenuto e torturato, in terra d’Israele da quei pacifici discendenti della Shoah. Ma tant’è.

La storia la scrivono i vincitori, si sa, e i vincitori sono coloro che detengono il potere dei media, Berlusconi in testa. E i giornalisti proni, come il Villa, scrivono ciò che il padrone vuole, o si suppone che voglia, al fine di manipolare le coscienze. Che in questo caso non il B. (se non per il fatto che è interposta persona) e neanche Israele ma per un favore all’America ed alla sua politica di dominio mondiale. Israele è una delle tante mani armate della democrazia americana d’esportazione, che gioca un ruolo primario nella lotta a chi lotta, veramente, per il diritto alla propria libertà d’esistenza. E che sopprime i Vik di tutto il mondo al puro scopo di garantire la continuità di se stessa.

Per giornalisti così non si può che provare moti di pietà, in quanto uomini, perché in quanto burattini hanno il destino già segnato. Scrive bene Andrea Scanzi: “Nella guerra civile fredda (cit) che contraddistingue il crepuscolo di questo paese, c’è anche – compresa nel prezzo – l’incapacità di unirsi di fronte alla morte. Non che essa cancelli le diversità, certo. Basterebbe però l’umana pietas.” ( Le lacrime degli sciacalli (in morte di Vittorio Arrigoni).

mauro

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VITTORIO NON E’ MAI STATO COSI’ VIVO COME ORA

DI EGIDIA BERETTA ARRIGONI 

dal manifesto di oggi

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Bisogna morire per diventare un eroe, per avere la prima pagina dei giornali, per avere le tv fuori di casa, bisogna morire per restare umani? Mi torna alla mente il Vittorio del Natale 2005, imprigionato nel carcere dell’aeroporto Ben Gurion, le cicatrici dei manettoni che gli hanno segato i polsi, i contatti negati con il consolato, il processo farsa. E la Pasqua dello stesso anno quando, alla frontiera giordana subito dopo il ponte di Allenbay, la polizia israeliana lo bloccò per impedirgli di entrare in Israele, lo caricò su un bus e in sette, una era una poliziotta, lo picchiarono «con arte», senza lasciare segni esteriori, da veri professionisti qual sono, scaraventandolo poi a terra e lanciandogli sul viso, come ultimo sfregio, i capelli strappatagli con i loro potenti anfibi.

Vittorio era un indesiderato in Israele. Troppo sovversivo, per aver manifestato con l’amico Gabriele l’anno prima con le donne e gli uomini nel villaggio di Budrus contro il muro della vergogna, insegnando e cantando insieme il nostro più bel canto partigiano: «O bella ciao, ciao…»

Non vidi allora televisioni, nemmeno quando, nell’autunno 2008, un commando assalì il peschereccio al largo di Rafah, in acque palestinesi e Vittorio fu rinchiuso a Ramle e poi rispedito a casa in tuta e ciabatte. Certo, ora non posso che ringraziare la stampa e la tv che ci hanno avvicinato con garbo, che hanno «presidiato» la nostra casa con riguardo, senza eccessi e mi hanno dato l’occasione per parlare di Vittorio e delle sue scelte ideali.

Questo figlio perduto, ma così vivo come forse non lo è stato mai, che come il seme che nella terra marcisce e muore, darà frutti rigogliosi. Lo vedo e lo sento già dalle parole degli amici, soprattutto dei giovani, alcuni vicini, altri lontanissimi che attraverso Vittorio hanno conosciuto e capito, tanto più ora, come si può dare un senso ad «Utopia», come la sete di giustizia e di pace, la fratellanza e la solidarietà abbiano ancora cittadinanza e che, come diceva Vittorio, «la Palestina può anche essere fuori dell’uscio di casa». Eravamo lontani con Vittorio, ma più che mai vicini. Come ora, con la sua presenza viva che ingigantisce di ora in ora, come un vento che da Gaza, dal suo amato mar Mediterraneo, soffiando impetuoso ci consegni le sue speranze e il suo amore per i senza voce, per i deboli, per gli oppressi, passandoci il testimone. Restiamo umani.

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INCREDIBILE – «Cancellate Arrigoni da Wikipedia»

Votazione in corso

«Cancellate Arrigoni da Wikipedia»

fonte immagine


Genova – Un personaggio come Vittorio Arrigoni, merita una voce su Wikipedia? A giudicare dai tanti nomi di illustri sconosciuti, magari creati da agenti, amici, parenti o dagli stessi interessati, si potrebbe rispondere di sì, anche se lo staff di Wikipedia negli ultimi tempi sta cercando di sfrondare un po’ l’enciclopedia libera dalle voci puramente autocelebrative.

Sia come sia, la voce con il nome di Arrigoni è stata inserita ieri, qualche ora dopo la notizia del suo omicidio. Ma poco dopo è arrivata la richiesta di cancellazione, da parte di un utente che si firma Valerio: «Voce biografica su un personaggio divenuto suo malgrado protagonista di un tragico fatto di cronaca, troppo recente per essere già considerato enciclopedico», scrive Valerio alle 15.38 del 15 aprile.

Scatta allora il meccanismo dell’enciclopedia: si va ai voti. Da ieri e per una settimana (fino al 22 aprile), i lettori (ma non tutti) potranno pronunciari per il sì o per il no. Come si diceva non tutti possono votare, ma solo coloro i quali hanno già messo le mani in Wikipedia, che infatti ricorda: «Se hai fatto la tua prima modifica da almeno 30 giorni e hai all’attivo almeno 50 edit al momento della messa in cancellazione, aggiungi qui sotto *+1 per cancellare la voce o *-1 per mantenerla».

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16 aprile 2011

fonte:  http://www.ilsecoloxix.it/p/italia/2011/04/16/AOxsr6M-cancellate_arrigoni_wikipedia.shtml?hl

MALTEMPO – I tornado flagellano gli Usa: Più di 40 morti in sette stati

MALTEMPO

I tornado flagellano gli Usa
Più di 40 morti in sette stati

I danni dei tornado in Usa

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Drammatico bilancio delle violente trombe d’aria  che hanno investito le regioni meridionali. Lo stato più colpito è la Carolina del Nord. E il conteggio delle vittime potrebbe essere più alto

I tornado flagellano gli Usa Più di 40 morti in sette stati

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CHICAGO – Una serie di tornado e temporali di incredibile intensità ha causato decine di morti e molti feriti nel sud e sulla costa atlantica degli Stati Uniti. Le autorità hanno precisato di non avere ancora un bilancio complessivo delle vittime e dei danni, ma finora i morti accertati sarebbero almeno 47.

LE IMMAGINI DELLE DISTRUZIONI 1

I VIDEO DEI DANNI E DEI TORNADO 2

Le conseguenze più gravi delle grandinate e dei venti fortissimi che hanno attraversato nelle ultime 48 ore gli Stati del Sud si sono verificate soprattutto in North Carolina: 24 i morti accertati in seguito al passaggio di qualcosa come 62 tornado, secondo quanto ha riferito il Servizio Meteorologico. Il governatore dello Stato, Bev Perdue, ha proclamato lo stato d’emergenza.

L’ondata di maltempo è stata causata da condizioni atmosferiche molto particolari: correnti di aria calda provenienti dal Golfo del Messico si sono sovrapposte e mischiate a correnti di aria fredda provenienti dalle zone settentrionali dei Grandi Laghi. Sbalzi di temperatura superiori ai 15-20 gradi hanno consentito la formazione di tornado e tempeste di vento violentissime, in molti tradottesi in grandinate di rarà intensità.

Case scoperchiate e alberi abbattuti in Arkansas (7 morti da giovedì scorso), in Virginia (4 morti la notte scorsa), in Alabama (7 morti da venerdì), in Oklahoma (2 morti), in Mississippi (1 morto). E, appunto, in North Carolina (24 morti).

Le autorità hanno riferito che 14 delle vittime sono state segnalate nella sola Bertie County. Colpita anche la base militare di Camp Lejuene, dove una trentina di persone sono rimaste lievemente ferite e dove sono stati riportati danni ad alcune abitazioni.

Le violente perturbazioni avevano avuto inizio tre giorni fa in Arkansas, Oklahoma, Alabama e Mississippi, ma si sono estese e intensificate fino a interessare anche Virginia, North Carolina e lo Stato di New York. Il Centro Meteorologico ha riferito che, stando alle segnalazioni raccolte, i tornado che hanno attraversato il North Carolina sono stati 62. “E’ molto insolito avere un così alto numero di tornado, e di questa intensità, concentrati su una sola area” ha commentato il metereologo Jacqui Jeras. In base alle statistiche del National Climatic Data Center, il North Carolina è attraversato da una media di 19 tornado all’anno.

Tra le vittime in Alabama, una madre e due figli, che erano all’interno di una casa prefabbricata, che è stata letteralmente strappato dalle fondamenta e scaraventata a circa 500 metri di distanza, dove è atterrata sul tetto.

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17 aprile 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/esteri/2011/04/17/news/tornado_in_usa_44_le_vittime-15062770/?rss

FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL GIORNALISMO – Dall’Africa all’Aquila diritto all’informazione

IL FESTIVAL

Dall’Africa all’Aquila diritto all’informazione

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L’ultima giornata della kermesse di Perugia, nel segno di Facebook e di qualche polemica. Il bilancio dell’organizzatrice, Arianna Ciccone: “Sempre più internazionali”

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di LEONARDO MALA’

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Dall'Africa all'Aquila diritto all'informazione

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PERUGIA – Il quinto Festival internazionale del giornalismo 1 finisce in piena corsa e senza neanche il  fiatone. Cinquecento gli ospiti chiamati a parlare, tre volte tanto gli accrediti, con gli organizzatori già ai blocchi di partenza per l’anno prossimo (ci sono avviate trattative con Al Jazeera per la stagione ventura). Un’edizione che ha ribadito l’utilità di aggiungere sempre più temi specifici, dispiegando tra i vecchi palazzi perugini lo stesso reticolo del web. Lentamente, ma inarrestabilmente, si accorcia il codazzo di giovani dietro i nomi famosi, mentre trovano sempre più spazio le iniziative di piccoli gruppi che accedono alla professione bypassando i varchi istituzionali. C’è da fare sul campo, come denunciano i tanti giornalisti abusivi che hanno infiammato l’incontro con i vertici dell’Ordine e della Federazione della stampa, impegnati nella nuova legge per garantire un minimo garantito ad articolo. Un impegno che riguarda entrambi i fronti: emblematico, a questo proposito, il lamento di una ragazza aquilana che denunciava l’assenza di informazione durante una recentissima scossa di terremoto: “L’unica forma di comunicazione era Facebook!”, ha gridato. Davanti a lei la keniota Juliana Rotich, celebre per la sua piattaforma Ushahidi, un sistema che permette ai cittadini di scambiare informazioni vitali a sciagura appena avvenuta. Fondamentale, per il suo staff, conoscere le abitudini delle popolazioni colpite, i sistemi di comunicazione più usati, per poi passare all’azione e mappare le richieste di aiuto. In altre parole, se il sistema che funziona all’Aquila è Facebook si lavora con quello, senza aspettare la troupe del Tg1.

Tornando all’Ordine e alla natura giuridica del giornalismo contaminato dalla rete, autentiche bordate sono giunte da Mark Stephens, avvocato londinese di Julian Assange. “Una roba così  –  dice alludendo all’istituto italiano  –  l’ho vista solo in Zimbabwe, Bielorussia e Cina. Liberatevene prima possibile”. Stephens, nel panel condotto da Mario Tedeschini Lalli, esorta “i tanti, brillanti avvocati italiani a ricorrere alla Convenzione europea per i diritti umani”, non solo per l’abolizione dell’Ordine ma per le tante leggi che interferiscono con il diritto all’informazione. A suo dire fa poca differenza se una notizia arriva da un giornale o da un privato cittadino. “La rete offre a tutti il diritto di replica e questo dovrebbe bastare per consentire ai cittadini di avere una corretta informazione”. Da una parte che non è all’opposto ma è comunque altrove, Jonathan Hart, tra i più noti avvocati americani che si occupano di giornalismo, considera vitale aiutare i quotidiani tradizionali a sostenere i rischi legali di fronte al brusco decremento pubblicitario registrato dalla carta stampata, come dire che in attesa di leggi libertarie a livello planetario ci si dovrebbe occupare di mantenere in vita le testate esistenti. Spunti che verranno sicuramente ripresi nella sesta edizione.

Gratteri, attacco alla Dia. Per la cronaca, ieri il Procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Nicola Gratteri, non ci era andato leggero, com’è sua abitudine. “La Procura nazionale antimafia può essere dimezzata mentre la Dia andrebbe chiusa”, ha detto a Gianluigi Nuzzi. Secondo Gratteri la Dia fa sostanzialmente misure di prevenzione, né più né meno di quanto fa già la Polizia. “Facciamo tornare questi uomini ai loro corpi di appartenenza e risparmiamo milioni di euro in uffici e appartamenti. E poi perché un ispettore della Dia deve guadagnare più rispetto a un ispettore della Mobile?”. Gratteri sostiene che contro la mafia non si vince ma, bene che vada, si pareggia. E per riuscirci occorre una nuova legge elettorale. “Preferisco – ha detto – correre il rischio di avere una decina di capimafia dentro un Parlamento sostanzialmente pulito, piuttosto che l’attuale sistema, ostaggio delle liste e dei centri di potere”.

Nella slide-show di fine festival scorrono le immagini di un teatro Morlacchi assediato per Saviano, del frenetico ticchettio di tastiere durante le affollate lezioni degli hacker, di una platea attenta e preoccupata  alle parole di Ezio Mauro, di sciami intirizziti dal vento perugino, dei fischi a Vendola per un ritardo incolpevole (con Ligabue non sarebbe successo ma la politica, ormai, non gode più di sconti), fino alla vibrata invettiva del più celebre anchorman locale Riccardo Marioni (sconosciuto agli altri), smanioso di restituire il “coglione” che il paraopinionista radiofonico Cruciani aveva rivolto al pubblico in sala.

I progetti per l’anno prossimo. Arianna Ciccone, anima, testa e suole del Festival perugino, insieme al suo compagno Christopher Potter, si gode l’ulteriore consacrazione della propria creatura. “Stiamo diventando sempre più internazionali – dice -, abbiamo quasi raddoppiato gli appuntamenti ma soprattutto camminiamo con la testa rivolta in avanti. Moltissimi i giovani, in crescita le presenze extracontinentali, minore l’esigenza di eventi-civetta per richiamare pubblico. E poi si comincia a vedere qualche figlioletto, ci sono i primi siti e le prime associazioni nati nei giorni del Festival. Non posso trascurare, infine, la grande presenza di Repubblica che fin dall’inizio, quando davvero avevamo bisogno di ascolto e attenzione, ha sempre creduto nel nostro progetto”.

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17 aprile 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/2011/04/17/news/chiusura_festival-15066570/?rss

Quel poligono uccide. Sulla costa sud orientale della Sardegna si sperimentano da decenni armi e materiali segreti

Quel poligono uccide

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Gigantesche esplosioni, colonne di fumo alte chilometri, nubi tossiche. E troppe morti sospette. In una struttura militare sulla costa sud orientale della Sardegna si sperimentano da decenni armi e materiali segreti. E ora la Procura di Lanusei indaga

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di Riccardo Bocca

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Un esplosione nel poligono di Salto di Quirra Un’esplosione nel poligono di Salto di Quirra
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Mauro Artizzu non sospetta niente. E’ a Cagliari, in casa, e il 3 marzo scorso si sta confidando con la sua ragazza e un amico. Sapesse che c’è un registratore, nascosto nella stanza, tacerebbe subito. Invece ignora l’interesse che gli investigatori hanno per i suoi ricordi, e racconta ciò che ha visto e fatto nel 1997, quand’era militare di leva al Pisq: il Poligono sperimentale interforze Salto di Quirra.
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Dodicimila ettari di meraviglia naturale sulla costa sudorientale della Sardegna, convertiti nel 1956 in area per operazioni off limits. Un territorio dove nei decenni eserciti e aziende di mezzo mondo, incluse quelle italiane, hanno sperimentato armi e materiali segreti. Ma dietro i cancelli del poligono, sarebbe successo anche altro: ed è appunto questo il retroscena che Artizzu, classe 1978, riferisce agli amici: “Ho fatto un giuramento per non dire niente!”, frena all’inizio. Ma poi prevale la rabbia, la voglia di condividere quei pensieri. E ricostruisce quella che, a suo dire, era un’abitudine consolidata al poligono di Quirra: brillare giganteschi cumuli di armi e munizioni, con esplosioni avvolte dal silenzio dei militari.
“Lì hanno brillato tutte le armi di tutto, non solo della Sardegna: di tutta l’Italia”, dice Artizzu. “Venivano da Milano, da ogni parte arrivavano i camion…”.
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Entravano nella base e, a circa un chilometro e mezzo dagli uffici di Perdasdefogu, raggiungevano una buca profonda 80 metri: “un vulcano”, lo definisce Artizzu, in cui scendevano mezzi articolati carichi di munizioni e armi. Dopodiché i militari piazzavano più cariche, certe volte senza neppure togliere i proiettili dai rimorchi, e procedevano con le esplosioni. Che avevano esiti indimenticabili, almeno per questo ex militare di leva: “Il posto intorno diventava bianco”, dice Artizzu, “che ne so, nel mese di maggio, come se avesse nevicato!”.
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All’improvviso, continua, il terreno si copriva di una strana sostanza: “Ce l’hai presente un pezzo di gommapiuma? Però era pesante”. E i militari “la raccoglievano… sì, la mettevano nei barili e la sotterravamo”. Perché era tanta, tantissima, quella materia. Così parte dei fusti venivano trasferiti altrove, a bordo di camion, mentre la “gommapiuma” in eccesso finiva dentro contenitori seppelliti sotto al poligono: proprio dove passavano i pastori, che avevano terreni in concessione nella zona militare. Calpestavano quegli spazi con il bestiame, e le mucche “morivano perché mangiavano quell’erba…”.
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Non ha dubbi, Mauro Artizzu: “L’esercito nasconde tutto!”. E parlando con gli amici, sottolinea la ragione di tanta prudenza: il problema, “quello che frega” insomma, è “quando brillavano nell’aria”, dice. Perché la sostanza sprigionata da quelle esplosioni, bianca e pesante, ricadeva sui paesi vicini: “Se era il vento che andava a Jerzu, se la prendeva Jerzu, se soffiava verso Villaputzu se la prendeva Villaputzu…”. Così, quando “la settimana successiva pioveva”, il manto bianco era assorbito dalla terra e “inquinava le falde acquifere”.
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Uno scenario che pone mille domande. Le stesse che muovono il 2 aprile Domenico Fiordalisi, capo della Procura di Lanusei, provincia dell’Ogliastra, il quale scrive alla Procura generale cagliaritana citando proprio, tra le testimonianze raccolte, quella sulle “gigantesche esplosioni a Perdasdefogu che avevano provocato nubi tossiche e disperso particelle altamente nocive”. La premessa da cui parte per ipotizzare reati che vanno dall’omicidio plurimo di pastori all’omissione di atti d’ufficio “per ragioni di giustizia e sanità”; dall’omissione dei controlli nel demanio militare, all’omissione di provvedimenti amministrativi e sanitari. Fino al capitolo più delicato e importante: il sospetto, sul quale Fiordalisi indaga da mesi, di “introduzione nello Stato, detenzione e porto illegale in Ogliastra di armi da guerra all’uranio impoverito”. Che si lega, in un crescendo inquietante, all’ipotesi del disastro ambientale per “dispersione di materiali all’uranio impoverito e materiali radioattivi”: sparsi in parte “da vari missili”, e in parte dal brillare al Pisq “tutte le munizioni e bombe obsolete d’Italia, senza cautele per l’ambiente e la salute umana e animale”.
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Un veicolo militare abbandonato nell area del poligono
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Parole pesanti e sconcertanti assieme. Accuse che, in questa fase, agitano il ministero della Difesa.  Un veicolo militare abbandonato nell’area
del poligono
Anche perché Fiordalisi, nelle carte ufficiali, parla di lunghi anni marchiati da una “totale e generalizzata inerzia”, con omissioni sia dei comandanti dei carabinieri, che al poligono avevano compiti di polizia giudiziaria e controllo territoriale, sia dei “generali dell’aeronautica che hanno comandato”. Non basta, che il 10 marzo il generale Sanzio Bonotto, attuale comandante del poligono, assicuri alla squadra mobile di Nuoro che “non sono mai state effettuate operazioni di distruzioni di munizioni e armi che, trasportate a bordo di camion, venivano sotterrate e fatte brillare”. A contraddirlo, lo stesso giorno, è il tenente colonnello Antonino Bertino, il quale invece ricorda quelle esplosioni: “L’attività”, spiega, “consisteva nell’arrivo di camion e Tir pieni di munizionamento e bombe di aereo, suppongo radiate dal servizio e forse risalenti al periodo della Seconda guerra mondiale”. Si scavavano “fornelli abbastanza capienti”, si infilava all’interno il materiale da brillare, e “successivamente (i cumuli) venivano fatti esplodere…”.
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Una volta, racconta l’ufficiale, fu sbagliata la quantità di esplosivo e andarono a pezzi i vetri del paese di Perdasdefogu. Ma anche quanto tutto filava liscio, il risultato era impressionante: “Le esplosioni producevano fiamme e una colonna di fumo visibile da diversi chilometri”, dice Bertino, tant’è che si fissava un’ampia zona di rispetto per “il quantitativo molto elevato di esplosivo da distruggere”. E per chiarire ancor meglio il contesto globale, e l’approccio militare a simili operazioni, Bertino aggiunge che “tutte le attività del poligono sono, ed erano, programmate e regolarmente autorizzate dallo Stato maggiore della Difesa”.
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Da qui, derivano l’amarezza e la paura di chi abita a Quirra, Perdasdefogu, Escalaplano: tutti centri prossimi al poligono. “Vogliamo la verità, qualunque essa sia, sulle attività nel poligono”, insiste dal 1997 Valentina Cao, portavoce del comitato Gettiamo le basi. Ed è una strada in salita, la sua: soprattutto quando afferma che “la dispersione di uranio impoverito, e altre sostanze tossico-radioattive, ha ucciso decine di persone e un numero incalcolabile di bestie”. Non è abbastanza, per le autorità italiane, che l’indagine affidata dal procuratore Fiordalisi a Maria Antonietta Gatti, responsabile del laboratorio dei biomateriali all’università di Modena, abbia certificato il 22 marzo “evidenze di profonda interazione tra le polveri generate dalle combustioni delle attività del poligono e la salute di uomini e animali”.
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Non può bastare, alle autorità, che Gettiamo le basi abbia censito, con l’aiuto di medici ed esperti, almeno “27 militari e 43 civili morti o colpiti da tumori e leucemie varie, riconducibili in qualche misura al Pisq”. E neppure è sufficiente, che l’indagine di Fiordalisi sia partita dai dati shock di Giorgio Melis e Sandro Lorrai, veterinari alle Asl di Lanusei e Cagliari: anche se “nella loro relazione finale”, spiegano fonti di polizia, “si illustra che entro 2,7 chilometri dalla base di capo San Lorenzo a Quirra, circa il 60, 65 per cento dei pastori è stato colpito da tumori, mentre tra gli animali sono emerse frequenti malformazioni”.
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Elementi al centro di infinite polemiche, nella provincia dell’Ogliastra. Certo, dicono i residenti, “lo Stato ha svolto vari monitoraggi, anche molto costosi e con risultati tranquillizzanti: ma nessuno garantisce certezze assolute”. Al contrario, nell’ultimo periodo il giallo di Quirra si è fatto più cupo: “Di recente”, ricordano a Gettiamo le basi, “il quotidiano “La nuova Sardegna” ha pubblicato le rivelazioni del capitano Giancarlo Carrusci, operativo al poligono di Quirra dal 1977 al 1992″. E dalle sue sette agende, consegnate agli inquirenti, risulta che nel 1988, durante un’esercitazione dell’Aeronautica della Repubblica federale tedesca, “un Tornado ha lanciato un missile Kormoran Due (a sentire il capitano) con uranio impoverito, il quale ha colpito un rimorchiatore ancorato in mare come bersaglio”.
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Circostanze, ha scritto il 17 marzo Fiordalisi ai capi di Stato maggiore della Difesa e dell’Aeronautica, che stridono con “le plurime dichiarazioni ufficiali fatte, nel corso degli anni, da autorevoli organi istituzionali italiani”, i quali hanno sempre garantito “l’assenza di alcuna notizia e autorizzazione” all’uso “di armi all’uranio impoverito in tutte le basi militari della Sardegna”, e in particolare “in quella del poligono di Quirra”. Ma non è questo il punto, ormai. Il dettaglio spiazzante, piuttosto, è che l’11 marzo il capitano Carrusci dichiara alla polizia che fino al 1992 quella da lui descritta “è stata l’unica occasione che conosco in cui è stato usato l’uranio impoverito”. E sarà certamente vero, ma dalle ultime verifiche della Procura, esce la notizia che l’Aeronautica tedesca, d’accordo con i militari italiani, dopo aver sparato nel poligono un missile Kormoran Due il 30 novembre 1988, ne ha lanciato un altro (ancora non si sa se all’uranio impoverito) il 23 ottobre 1989, che ha mancato il bersaglio “ed è finito sui fondali di fronte al poligono”.
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Così parte il nuovo fronte dei riscontri investigativi: analizzando i filmati che riguardano i Kormoran. “Nel frattempo”, informa un militare del Pisq, “l’attività del poligono è stata spesso interrotta dai sopralluoghi dei magistrati e del Corpo Forestale, che hanno sequestrato aree a terra e a mare con missili, proiettili e materiali radioattivi (vedi box accanto)”. Mentre ulteriori novità, a breve, potrebbero arrivare anche dalle 18 salme di pastori che il procuratore riesumerà, il 20 aprile, per sottoporle al professor Marco Grandi, direttore della Scuola di specializzazione in medicina legale dell’Università di Milano.
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“Cruciale”, dice Valentina Cao, “è che in questa brutta storia i riscontri avvengano senza pressioni su testimoni e tecnici”. Che dovrebbe essere scontato, come concetto: e invece non lo è affatto. Almeno a giudicare dall’sms che un sottufficiale della base di Teulada (anch’essa sotto accusa, in Sardegna, per il presunto nesso tra attività svolte e insorgere di tumori ) ha inviato il 5 aprile a un investigatore: “Oggi”, scrive, “all’alzabandiera il comandante della caserma (…) ha comunicato che è pervenuto un dispaccio dal Comando delle forze di difesa (a) Verona, (con) il divieto assoluto di parlare di uranio impoverito. Soprattutto con i giornalisti. Siamo alle minacce e ostacolo alla giustizia”.
Fino a quando, si chiedono i cittadini sardi, sarà questa la posizione dei militari?
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ha collaborato Paolo Orofino
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14 aprile 2011
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Francia: «Stop a tutti i treni dall’Italia». I tunisini occupano i binari a Ventimiglia

La decisione delle autorità francesi : «Misura temporanea». Agenti antisommossa al confine

Francia: «Stop a tutti i treni dall’Italia»
I tunisini occupano i binari a Ventimiglia

(Ansa)

Nessun convoglio, secondo la Polfer e la polizia di frontiera italiana, può varcare la frontiera di Mentone

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La protesta sui binari a Ventimiglia (Ansa)
La protesta sui binari a Ventimiglia (Ansa)

VENTIMIGLIA – Dopo la «sospensione unilaterale del traffico ferroviario a Ventimiglia, il Ministro degli Esteri Franco Frattini ha dato immediate istruzioni all’Ambasciatore d’Italia a Parigi di svolgere un passo diplomatico presso le Autorità francesi per esprimere la ferma protesta da parte del Governo italiano». Lo comunica la Farnesina in una nota spiegando che sono stati chiesti «chiarimenti per le misure che appaiono illegittime e in chiara violazione con i generali principi europei». È stato «altresì sollecitato il Consolato a Nizza per attivare contatti immediati con le Autorità locali e ottenere chiarimenti al riguardo».

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La protesta a Ventimiglia La protesta a Ventimiglia La protesta a Ventimiglia  La protesta a Ventimiglia

La protesta a Ventimiglia La protesta a Ventimiglia  La protesta a Ventimiglia La protesta a Ventimiglia

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IL BLOCCO ALLA FRONTIERA – In precedenza infatti le autorità francesi hanno sospeso tutti i treni che si recano in Francia. Nessun convoglio, secondo quanto confermato dalla Polfer e dalla polizia di frontiera italiana, può varcare la frontiera di Mentone. Un reparto della Compagnie republicaine de securite (Crf) è stato schierato al confine ferroviario di Mentone dopo che venerdì a Ventimiglia le autorità italiane avevano consegnato i permessi di soggiorno provvisori che la Francia non sembrava contestare.

MANIFESTAZIONE A VENTIMIGLIA – Una portavoce del ministero dell’Interno francese ha precisato che il blocco dei treni diretti in Francia è «una misura temporanea per ragioni di ordine pubblico motivata dal fatto che era in corso una manifestazione» pro-migranti davanti la stazione di Ventimiglia. Agli immigrati si erano aggiunti infatti domenica mattina anche alcuni giovani dei centri sociali, arrivati a Ventimiglia a bordo di un treno e di alcuni pullman. Circa 250 tra giovani dei centri sociali e migranti tunisini hanno occupato nel primo pomeriggio i binari della stazione di Ventimiglia, causando ritardi e disagi per i viaggiatori. Dopo alcune ore è stato raggiunto un accordo con il responsabile del locale centro di accoglienza, affinché gli oltre 150 immigrati tunisini siano ospitati per la notte, in attesa di ripartire, eventualmente lunedì, per la Francia. Gli attivisti dei centri sociali hanno voluto trattare con il responsabile del centro, Stefano Zerbone della Croce Rossa, e non direttamente con le forze dell’ordine che hanno presidiato tutta la zona di confine e in special modo la ferrovia. Dopo l’okay della Croce Rossa, che ha garantito l’ospitalità a tutti i migranti, fino ad un numero di 150 posti letto, i manifestanti hanno interrotto il sit-in e liberato la ferrovia, ma una delegazione di autonomi, comunque, rimarrà a Ventimiglia anche la notte in attesa degli sviluppi di domani. La manifestazione si è svolta in modo pacifico, con alcuni momenti di tensione ma sempre nella normalità.

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Redazione online
17 aprile 2011

fonte:  http://www.corriere.it/cronache/11_aprile_17/francia-treni-immigrati_fa1c7dec-68de-11e0-a121-46bb9d21a26f.shtml

Fini: “Intollerabile escalation di quotidiane menzogne di Berlusconi

Fini, intollerabile escalation menzogne

Sfido premier a dimostrare patto con Pm. Non conosce la vergogna

lady justitia By Joep Bertrams, The Netherlands  –  2/15/2011 – fonte immagine

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(ANSA) – ROMA, 17 APR – ‘L’escalation di quotidiane menzogne di Berlusconi non e’ piu’ tollerabile’ afferma Fini. Il presidente della Camera ‘sfida’ il premier a provare l’esistenza del ‘patto scellerato’ con la magistratura per impedire le riforme della giustizia. ‘Lo sfido a dimostrare quel che dice: dica il nome del magistrato che glielo avrebbe detto, e fornisca le prove a sostegno delle sue parole: se non rispondera’, e ne sono certo, gli italiani avranno la prova che non sa cosa significhi la parola vergogna’.

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fonte:  http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/topnews/2011/04/17/visualizza_new.html_900594118.html

“Ingiusti non vogliono essere giudicati” Giustizia e immigrati, l’omelia di Tettamanzi

“Ingiusti non vogliono essere giudicati”
Giustizia e immigrati, l’omelia di Tettamanzi

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L’arcivescovo nel discorso della Domenica delle Palme non risparmia riferimenti all’attualità
“Viviamo giorni strani”. “Perché tanti ricchi si rifiutano di accogliere chi fugge dalla miseria?”

"Ingiusti non vogliono essere giudicati" Giustizia e immigrati, l'omelia di Tettamanzi

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MILANO – “Perché molti agiscono con ingiustizia, ma non vogliono che la giustizia giudichi le loro azioni?”. Se lo chiede l’arcivescovo di Milano, Dionigi Tettamanzi, nel corso dell’omelia pronunciata in Duomo in occasione della Domenica delle Palme. Quelli che stiamo vivendo oggi, secondo l’arcivescovo sono “giorni strani. I più dotti potrebbero dirli giorni paradossali”.

Nella sua omelia l’arcivescovo spiega che le motivazioni di ciò “sono moltissime e differenti” e, facendo riferimento all’attualità, ha parlato di giustizia, ma anche di guerra e immigrazione: “Perché ci sono uomini che fanno la guerra, ma non vogliono si definiscano come ‘guerra’ le loro decisioni, le scelte e le azioni violente? – ha detto il presule – Perché molti agiscono con ingiustizia, ma non vogliono che la giustizia giudichi le loro azioni? E ancora: perché tanti vivono arricchendosi sulle spalle dei Paesi poveri, ma poi si rifiutano di accogliere coloro che fuggono dalla miseria e vengono da noi chiedendo di condividere un benessere costruito proprio sulla loro povertà?”.

Tettamanzi dopo la lettura del Vangelo secondo Giovanni, che presenta un Gesù come re “umile e mite, e insieme come il re che dona tutto se stesso per amore e che, proprio così, annuncia la pace”, ha analizzato “la nostra situazione storica”. “Come sono oggi i giorni che viviamo? Potremmo definirli ‘giorni strani’ – spiega Tettamanzi – I più dotti potrebbero definirli ‘giorni paradossali'”.

L’arcivescovo, interrogandosi ancora sulla attualità, ha spiegato: “Come sono, quindi, i giorni che oggi viviamo? Possiamo rispondere nel modo più semplice, ma non per questo meno provocatorio per ciascuno di noi, interrogandoci con coraggio sul criterio che ispira nel vissuto quotidiano i nostri pensieri, i sentimenti, i gesti. È un criterio caratterizzato da dominio superbo, subdolo, violento, oppure è un criterio contraddistinto da attenzione, disponibilità e servizio agli altri e al loro bene?” “Siamo allora chiamati a interrogarci sull’unica vera potenza che può realmente arricchire e fare grande la nostra vita, intessuta da tanti piccoli gesti – ha aggiunto l’arcivescovo di Milano – la vera potenza sta nell’umiltà, nel dono di sé, nello spirito di servizio, nella disponibilità piena a venerare la dignità di ogni nostro fratello e sorella in ogni età e condizione di vita”.

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17 aprile 2011

fonte:  http://milano.repubblica.it/cronaca/2011/04/17/news/tettamanzi_ingiusti_non_vogliono_essere_giudicati-15051581/?rss

50 anni fa la ‘Baia dei porci’, la tentata invasione degli Usa a Cuba fallita in 65 ore / EX AGENTE CIA CONFESSA: HO PARTECIPATO ALL’OMICIDIO DI JFK

50 anni fa la ‘Baia dei porci’, la tentata invasione degli Usa a Cuba fallita in 65 ore

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ultimo aggiornamento: 17 aprile, ore 13:18
L’Avana – (Adnkronos) – Oggi il secondo giorno del Congresso del Partito comunista cubano che cade nell’anniversario del flop strategico degli Stati Uniti. Era il 17 aprile 1961 quando circa 1.500 esuli cubani, addestrati e guidati dalla Cia, sbarcarono sulla ‘Playa Giron’ con l’intenzione di invadere l’isola senza successo.
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L’Avana, 17 apr. – (Adnkronos) – Il secondo giorno del Congresso del Partito comunista cubano, in corso all’Avana, cade nel 50mo anniversario della vittoria della Baia dei Porci, celebrata ieri, con una grande parata militare, in piazza della Rivoluzione.
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Considerata da alcuni analisti uno dei più grossi flop degli Stati Uniti dal punto di vista strategico, l’invasione della Baia dei Porci da parte di un gruppo di anti-castristi esuli e forze statunitensi intendeva rovesciare il regime di Fidel Castro, ma fallì in appena 65 ore.
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L’allora ‘lider maximo’ la bollò come “la più grande sconfitta dell’imperialismo nordamericano nell’America Latina”. A cinquant’anni di distanza, il regime cubano è ancora in sella, anche se Fidel ha ceduto il potere al fratello minore Raul che ora, dalla tribuna del Congresso del Partito comunista, annuncia la volontà di rinnovare la classe dirigente cubana e il varo di riforme economiche.
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Il 17 aprile 1961 circa 1.500 esuli cubani, addestrati e guidati dalla Cia, sbarcarono sulla ‘Playa Giron’, la cosiddetta Baia dei Porci, con l’intenzione di invadere l’isola. L’idea era di preparare l’arrivo da Miami di un governo provvisorio, ma entro il 19 aprile le truppe di Castro avevano catturato anche l’ultimo degli invasori.
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La vicenda mandò in frantumi il mito dell’invincibilità americana, rafforzò il governo rivoluzionario di Cuba e porto’ l’Avana ancor più nell’orbita dell’Unione Sovietica per i successivi trent’anni di guerra fredda. Il mese scorso le autorita’ cubane hanno terminato il restauro del museo di ‘Playa Giron’, dove sono esposte armi, munizioni e uniformi usate nella battaglia dell’epoca.
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Molto meno rivoluzionaria è diventata la spiaggia dopo tanti anni, trasformata in meta turistica per migliaia di vacanzieri che ne ammirano le bellezze naturali. Anche se inizialmente riconosciuta dal governo Usa, la rivoluzione cubana che rovesciò il dittatore Fulgencio Batista il primo gennaio del 1959 inizio’ ben presto a preoccupare Washington, per l’orientamento sempre piu’ comunista del governo Castro.
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Nel maggio del 1959 la riforma agraria di Fidel Castro portò all’esproprio di ampie piantagioni, molte delle quali operate da aziende americane. Dopo la nazionalizzazione, gli Usa tagliarono gli acquisti dello zucchero cubano, prima voce dell’export dell’isola.
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Lo zucchero venne così assorbito dall’Unione Sovietica che in seguito fornì petrolio a Cuba, quando Washington chiuse i rubinetti. Di fronte agli ordini arrivati da Washington di fermare la raffinazione di greggio sovietico negli impianti di proprietà Usa sull’isola, Castro decise di espropriare anche le raffinerie. L’allora presidente Usa, Dwight Eisenhower, avvio’ nuove strategie dopo aver constatato il fallimento delle pressioni politiche. E diede luce verde all’invasione della Baia dei Porci, attuata poi dalla Cia sotto il suo successore, John F. Kennedy.
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Due giorni prima della data dello sbarco, aerei Usa con la bandiera cubana sulla fusoliera bombardarono tre basi militari aeree a Cuba, per ridurre la capacità di risposta del nemico. Il giorno dopo, ai funerali di un cubano ucciso nell’attacco, Castro per la prima volta dichiara socialista la sua rivoluzione, in un infuocato discorso all’Avana. “Ciò che l’imperialismo non ci perdona -afferma- sono la dignità, l’integrità, il coraggio, la fermezza ideologica, lo spirito di sacrificio e lo spirito rivoluzionario del popolo cubano”. “Non possono perdonarci che proprio davanti al loro naso abbiamo fatto una rivoluzione socialista, proprio davanti agli Stati Uniti”, aggiunge.
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La mattina dopo, gli esuli cubani arrivano alla Baia dei Porci dal Nicaragua e inizia la battaglia: le stime parlano di 160 morti sul fronte americano e altri 100 tra civili e militari cubani. Nel dicembre del 1962 Washington e l’Avana si accordano per lo scambio di 1.113 prigionieri detenuti a Cuba contro medicine e cibo. Kennedy aveva rinunciato a ogni piano di invasione dell’isola dopo la crisi dei missili a Cuba dell’ottobre 1962.
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EX AGENTE CIA CONFESSA: HO PARTECIPATO ALL’OMICIDIO DI JFK

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DI LARRY CHIN

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Il numero del cinque aprile di Rolling Stone presenta “The Last Confession of E. Howard Hunt” di Erik Hedegaard, la confessione sul letto di morte di E. Howard Hunt, agente operativo della C.I.A. e personaggio chiave dell’amministrazione Nixon, dello Watergate e della Baia dei Porci [la fallita invasione di Cuba da parte di esuli cubani organizzati dalla CIA n.d.t.]. Questo articolo è significativo non solo per la sua esplorazione di Hunt, ma per le dirompenti informazioni che sembrano confermare appieno il lavoro dei maggiori storici e ricercatori sull’omicidio di John F. Kennedy.

Chi ha ucciso JFK?
Secondo la confessione di Hunt, che è stata raccolta da suo figlio, St. John (“Santo”) Hunt, nel corso di numerosi e accuratamente pianificati incontri personali tra padre e figlio, i seguenti individui erano tra i personaggi chiave che parteciparono all’omicidio:

Lyndon B. Johnson: LBJ, la cui stessa carriera fu assistita dalla nemesi di JFK, J. Edgar Hoover (FBI), diede ordini a un gruppo di fuoco guidato dalla C.I.A., e aiutò l’insabbiamento operato dalla commissione Warren con la storia del killer solitario.

Cord Meyer: agente della C.I.A., architetto dell’apparato di disinformazione della operazione “Mockingbird” [operazione CIA volta a infiltrare, manipolare e usare i mezzi di informazione, vedi questo link n.d.t.], e marito di Mary Meyer (che aveva una relazione con JFK).

David Atlee Philips: veterano della C.I.A. e della Baia dei Porci. Reclutò William Harvey (CIA) e l’esule cubano militante Antonio Veciana.

William Harvey: veterano della C.I.A. e della Baia dei Porci. Collegato ai personaggi della mafia Santos Trafficante e Sam Giancana.

Antonio Veciana: esiliato cubano, fondatore del gruppo appoggiato dalla C.I.A. “Alpha 66”.

Frank Sturgis: agente operativo della C.I.A., mercenario, veterano della Baia dei Porci e in seguito protagonista dello scandalo Watergate.

David Morales: killer della C.I.A., veterano della Baia dei Porci. Morales è stato anche coinvolto nell’omicidio di Robert F. Kennedy.

Lucien Sarti: assassino corso e trafficante di droga, probabilmente il “cecchino francese”, il secondo a sparare dalla Grassy Knoll (collinetta erbosa) [la collinetta posta di fronte al luogo dell’omicidio da cui, secondo perizie balistiche, è provenuto il colpo mortale. Il capro espiatorio Oswald si trovava invece dietro Kennedy n.d.t.].

Hunt potrebbe continuare a dire bugie sul suo letto di morte? Forse. Sarebbe capace di raccontare una o due storielle finali per proteggere se stesso, o forse dare uno schiaffo finale sul viso del governo Usa (che lo rese il capro espiatorio dello scandalo Watergate)? Sì. Sarebbe capace di nascondere il coinvolgimento di alcuni individui a cui è rimasto leale, tra cui persone che sono ancora in vita? Certamente. Qualunque cosa proveniente da un agente operativo come Hunt può essere solo presa con cautela e un sano scetticismo.

Non di meno, lo scenario descritto da Hunt suona come vero.

Tutti i nomi che ha fatto sono ben noti protagonisti della C.I.A., o legati alla C.I.A., indicati da molti ricercatori e storici che hanno descritto in dettaglio la duratura connessione tra l’episodio della Baia dei Porci, l’omicidio di Dallas, lo Watergate e l’ Iran-Contra [scandalo che coinvolse membri della amministrazioni Reagan e Bush I: riguardava vendite illegali di armi, spaccio di droga e finanziamenti illegali ai terroristi contras nicaraguensi n.d.t.].

La confessione di Hunt vendica generazioni di storici, ricercatori e informatori che hanno dato le loro vite e le loro carriere per esporre la verità su quanto avvenuto nella Dealey Plaza. Ce ne sono troppi che andrebbero nominati, e, tra di essi, in nessun ordine particolare: Jim Garrison, Mark Lane, Fletcher Prouty, Josiah Thompson, Carl Oglesby, Peter Dale Scott, Anthony Summers, Robert Groden, Victor Marchetti, David Lifton, Harrison Livingstone, Michael Canfield, A.J. Weberman, Sylvia Meagher, William Turner, Jim Marrs, Pete Brewton, John Newman, Philip Melanson, Hal Verb, Mae Brussell, Harold Weisberg, Oliver Stone, Mike Ruppert e Dan Hopsicker, Jim diEugenio e Linda Pease.

Nel frattempo gli inganni criminali del governo Usa e dei suoi media aziendali, la commissione Warren, il lavoro sporco di specialisti dell’insabbiamento quali Gerald Posner e Mark Fuhrman, e le legioni di teorici revisionisti dell’omicidio di JFK, meritano un rimprovero finale e il disprezzo eterno.

Il ruolo di Hunt

Sebbene l’articolo di Rolling Stone non se ne occupi, la confessione di Hunt corrobora in maniera diretta le due indagini classiche che hanno in precedenza esposto il ruolo di Hunt. Queste sono Plausible Denial di Mark Lane e Coup D’Etat in America di Michael Canfield e A.J. Weberman. Il libro di Lane descrive in dettaglio come egli portò in giudizio Hunt vincendo una causa per diffamazione essenzialmente provando che la C.I.A. aveva ucciso JFK e che Hunt mentì su dove si trovava in quel momento [Lane disse che Hunt era sul luogo del delitto, quando Hunt lo denunciò, Lane vinse la causa dimostrando che essenzialmente quanto aveva detto era vero n.d.t.]. L’indagine di Canfield e Weberman identifica Hunt e Frank Sturgis come due dei tre “vagabondi” che erano stati arrestati sulla Dealey Plaza.

[Al centro il vagabondo fermato sulla Delay Plaza dopo l’omicidio Kennedy. Ai lati due foto di H. Hunt]

[Al centro un altro vagabondo fermato sulla Delay Plaza. Ai lati due foto di Frank Sturgis]

Il tempo ha solo reso queste indagini più importanti. Più che mai oggi, i loro libri, e quelli dei ricercatori e storici del caso Kennedy elencati sopra meritano di essere trovati, letti e studiati.

Hunt da Nixon a Bush

L’articolo di Rolling Stone però non indaga sui ruoli di Richard Nixon e George Herbert Walker Bush. Ma la confessione di Hunt, se è autentica, porta direttamente a loro, ai loro complici di una vita, e direttamente all’attuale amministrazione di George W. Bush.

Il legame Dallas-Watergate-Iran-Contra è stato pienamente documentato dai maggiori ricercatori sul caso JFK e in particolare dal lavoro di Peter Dale Scott, uno dei primi a mostrare la profonda continuità politica attraverso tre decenni. Il libro di Daniel Hopsicker, Barry and the Boys si addentra anche in maggiori dettagli sui protagonisti.

Considerate la carriera di George H.W. Bush. Egli era un petroliere del Texas (Zapata Oil) e un agente operativo della C.I.A., coinvolto nella Baia dei Porci. Il nome di Bush fu trovato nelle carte di George DeMohrenschildt, uno degli agenti C.I.A. che gestivano Lee Harvey Oswald. Come documentato da Pete Brewton, autore di The Mafia, the CIA and George Bush [la mafia, la C.I.A. e George Bush n.d.t.], Bush era strettamente connesso con una piccola cerchia di membri dell’elite texana legati alla C.I.A. e alla mafia, così come all’ambiente della Florida che univa la C.I.A., gli esiliati cubani anti -castro e la mafia. Come presidente del Comitato Nazionale Repubblicano, scelto da Richard Nixon, e più tardi direttore della C.I.A., Bush insabbiò costantemente e fece muro per conto del suo capo sul caso Watergate, che era esso stesso (per ammissione di Frank Sturgis e altri) legato all’insabbiamento dell’omicidio di JFK.

Seguendo le tracce di ciascuno degli agenti CIA coinvolti nell’episodio della Baia dei Porci è impossibile ignorare o negare dirette connessioni a George H.W. Bush e alla sua famiglia criminale, attraverso l’omicidio Kennedy, le operazioni segrete in Indocina, e, più tardi, in America Latina.

Al di là di ogni ragionevole dubbio il governo Usa uccise John F. Kennedy. Vi sono persone ancora vive oggi che erano direttamente coinvolte o indirettamente implicate. Alcune probabilmente occupano addirittura posizioni di grande potere. Altri non sono ancora mai stati identificati o sfiorati.

Tutti questi individui devono ancora essere indicati, perseguiti e portati davanti alla giustizia.

Titolo originale “The last confession of E. Howard Hunt: US government/CIA team murdered JFK”

Copyright © 1998-2007 Online Journal

Larry Chin
Fonte: http://onlinejournal.com/
Link: http://onlinejournal.com/artman/publish/article_1918.shtml
03.04.2007

Scelto e tradotto per http://www.comedonchisciotte.org da ALCENERO

VEDI ANCHE:

LA FAMIGLIA BUSH, LA MAFIA CUBANA E L’ASSASSINIO DI KENNEDY

UN’ALTRA GEMMA DAGLI “X-FILE” CRIMINALI DELLA FAMIGLIA BUSH

E’ STATA LA CIA AD UCCIDERE BOB KENNEDY?

OSAMA & OSWALD

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fonte:  http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=3245

LIBIA – Gheddafi bombarda Misurata «Usate bombe a grappolo» / VIDEO: Misurata sotto le bombe

Misurata sotto le bombe

Da: | Creato il: 16/apr/2011

La guerra in Libia. L’esecito di Gheddafi ora su Misurata, la città martire, avrebbe lanciato bombe a grappolo. una carneficina. Servizio di Lucia Goracci

La guerra in Libia – Aspri combattimenti dopo la ripresa dei sorvoli della Nato

Gheddafi bombarda Misurata
«Usate bombe a grappolo»

Le armi sono vietate: contengono sub-munizioni che si disperdono e possono esplodere anche dopo anni

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Combattimenti sempre più violenti a Misurata, città circa 200 chilometri a est di Tripoli, bombardata e sotto assedio dall’inizio della rivolta libica da parte delle forze del colonnello Gheddafi: sabato, secondo fonti mediche, sono morte almeno 6 persone e altre 31 sono rimaste ferite. Nell’attacco, durato circa 30 minuti con lanci continui di razzi, è stata danneggiata una fabbrica per la produzione di derivati del latte. Sabato nel tardo pomeriggio l’ospedale Hikma, l’unico ormai dove funziona il pronto soccorso, contava già diverse vittime, mentre nei giorni precedenti la maggior parte dei feriti arrivava a sera: «Oggi è stata una giornata molto difficile, ci sono stati numerosi feriti», ha dichiarato Paolo Grosso, un medico italiano che lavora per Emergency.

LE BOMBE A GRAPPOLO – Frammenti di bombe a grappolo, di cui sia i ribelli che Human Rights Watch avevano denunciato l’uso, sono visibili in diversi quartieri della città. I frammenti di queste munizioni vengono raccolti sulla via Tripoli, arteria principale della città, con l’indicazione della data e del luogo dell’esplosione. Venerdì il portavoce del governo libico, Moussa Ibrahim, aveva negato di aver mai usato bombe a grappolo. Queste armi sono state messe al bando da gran parte del mondo perché, per come sono strutturate, non possono colpire con precisione e, quando sono lanciate in aree densamente popolate, mettono la popolazione a gravissimo rischio, anche anni dopo il loro lancio. Le bombe a grappolo, che vengono lanciate dall’artiglieria o dai razzi, possono disperdere su una vasta area le sub-munizioni, che spesso non esplodono immediatamente, ma dopo anni dal conflitto, causando la morte o la mutilazione delle persone.

BREGA E TRIPOLI – Un responsabile del porto, ancora nelle mani dei rivoltosi, ha raccontato che le forze fedeli a Gheddafi hanno sparato centinaia di razzi Grad nella notte tra venerdì e sabato, prima di fermarsi con la ripresa dei sorvoli della Nato. I ribelli sarebbero riusciti, dal canto loro, a distruggere quattro blindati. Scontri e battaglia anche nell’est, dove i ribelli stanno cercando di aprirsi la strada verso Brega. Sei persone sono morte e oltre 20 sono rimaste ferite nei combattimenti di sabato ad Ajdabiya, strategico snodo nell’est della Libia dove i ribelli stanno effettuando un’avanzata dopo una serie di raid della Nato contro le forze governative. Lo hanno riferito fonti sanitarie locali. In serata, un intenso fuoco di contraerea è stato sentito a Tripoli, secondo quanto riferito da un giornalista della Reuters nella capitale libica. Secondo la fonte, si sono sentiti anche scoppi che sembravano lontane esplosioni ma non è chiaro cosa li abbia causati. I colpi della contraerea venivano sparati sia dal nord che dal nord-ovest di Tripoli.

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Redazione online
16 aprile 2011

fonte:  http://www.corriere.it/esteri/11_aprile_16/libia-misurata-scontri-bombe-grappolo_8192aa48-6868-11e0-af60-fa6008356b52.shtml