Archivio | aprile 22, 2011

Alla c.a di Bianca Berlinguer – dalla RETE ROMANA DI SOLIDARIETA’ CON IL POPOLO PALESTINESE

Alla c.a di Bianca Berlinguer

Direttora del TG3

Roma

http://a1.sphotos.ak.fbcdn.net/hphotos-ak-ash2/36686_10150196029915246_411712040245_13174324_7676098_n.jpg

Con grande amarezza dobbiamo protestare contro il modo, del tutto inadeguato alla professionalità e alla correttezza necessarie,  con cui il TG3 ha trattato le notizie del rapimento e  dell’assassinio di Vittorio Arrigoni tenendo assolutamente in ombra il rientro della salma, avvenuto a Roma il 20 aprile, adeguandosi alla posizione del governo  che non ha  ritenuto degno di accoglienza ufficiale un cittadino italiano rapito e assassinato.

La sera del 14, infatti, la maggior parte del tg è stata occupata dal chiacchiericcio politico  sulle intenzioni del premier di indicare come successore il ministro Alfano, poi c’è stato il servizio sul consigliere Antonini ferito alle gambe, per una faida tutta interna alle bande della destra romana, e, infine, brevemente, la notizia del rapimento.

La sera successiva,  nel tg di mezzanotte, condotto da Maurizio Mannoni, si è pensato bene di far commentare la figura e l’impegno di pacifista di Vittorio Arrigoni, dopo un breve intervento del presidente di ISM Italia Alfredo Tradardi, addirittura dal direttore de Il Giornale, Alessandro Sallusti, al quale non è parso vero di spiegarci che non di un pacifista si trattasse (ché, a pensarlo, avremmo offeso la nostra intelligenza e  lo stesso Vittorio Arrigoni) ma di un combattente, un uomo di parte che si era distinto per faziosità e per odio verso Israele. E’ stato scelto il direttore del giornale che un anno fa, dopo l’atto di pirateria israeliana costato la vita di 9 volontari, titolò a caratteri cubitali “Israele ha fatto bene a sparare”.

E’ insopportabile che si sia ritenuto di dover chiedere  questo esponente  leghista  che ha dimostrato più volte di essere su posizioni razziste,  un commento sulle scelte di un attivista per la difesa dei diritti umani, quale è stato Vittorio Arrigoni; siamo indignati/e per il fatto che, perfino in presenza di una tragedia come questa si sia ritenuto,  per evidente  opportunismo, di dover rispettare le regole della  par condicio, e “compensare” le  riflessioni  di chi con Vittorio ha condiviso le scelte e gli ideali con lo sprezzante giudizio di chi lavora esattamente contro quegli stessi ideali.

Eppure, che si potesse fare un’altra informazione lo hanno dimostrato, per tutta la giornata del 15, sia Rai News 24 che i tg di Sky, nei quali si sono alternati spezzoni di documentari, estratti dal blog di Arrigoni, interviste a storici, ad esperti , agli stessi familiari, ai suoi amici e collaboratori; in questi tg si è dato conto dell’intensa emozione suscitata dalla sua morte e dal suo esempio, nel suo paese di origine, tra i palestinesi, tra tutti coloro che credono, come Vittorio,  che non si debba  smettere di difendere i diritti umani, e che pacifismo sia  che si debba continuare a denunciarne le  violazioni e battersi per la dignità umana ferita.

Linea notte del 20 ha poi del tutto ignorato l’arrivo della salma che era stata accolta solo qualche ora prima da un migliaio di persone a Fiumicino dove non c’era il TG3 ma  erano convenute diverse televisioni, giornalisti  e radio private che trasmettevano in diretta. Solo il giorno dopo ha dato brevemente notizia del presidio   dinnanzi all’Istituto di medicina legale dove il corpo martoriato di Vittorio era stato portato.

Il TG3  ha perso in questi giorni  l’occasione per un  giornalismo diverso, per una scelta di verità e di lotta agli stereotipi velenosi che stanno degradando il nostro Paese; ha perso l’occasione per dimostrare professionalità e intelligenza di informazione, per distinguersi dai tanti media che si adeguano, alimentandola, alla deriva di superficialità ed inciviltà che è causa, e al tempo stesso effetto, del declino del nostro paese.

Sta per iniziare  l’attività di monitoraggio della barca OLIVA, allestita da ISM, nelle acque territoriali di Gaza per documentare le azioni illegali del naviglio militare israeliano che a sventagliate di mitraglie cerca di impedire ai pescatori palestinesi di allontanarsi da più di tre due miglia dalla costa; è prossimo l’arrivo a Gaza  di una nutrita delegazione di attivisti per rendere omaggio a Arrigoni lì dove è stato ucciso, riallacciando i fili delle relazioni che egli aveva costruito; è in  fase finale la preparazione della partenza della Freedom Flotilla 2, per rompere l’illegale assedio di Gaza.

https://i2.wp.com/freepalestine.noblogs.org/files/2011/03/foto1-300x225.jpg

Vi segnaliamo questi avvenimenti come occasioni che vi si offrono per una informazione all’altezza del TG3 di una volta.

La Rete Romana di Solidarietà con il Popolo Palestinese.

fonte: http://www.facebook.com/notes/rete-romana-di-solidariet%C3%A0-con-il-popolo-palestinese/alla-ca-di-bianca-berlinguer-dalla-rete-romana-di-solidarieta-con-il-popolo-pale/185649464814909

LIBIA, LE VERE RAGIONI DELLA GUERRA: 200 miliardi fanno correre Londra e Parigi / I volenterosi puntano al fondo sovrano libico

LE VERE RAGIONI DELLA GUERRA

Sparsi per l’Europa, i fondi sovrani libici stuzzicano l’appetito degli Occidentali

https://i0.wp.com/www.comedonchisciotte.org/images/tikhomiroff_algeri.jpg

.

 DI IKRAM GHIOUA
lexpressiondz.com
.

Nel 2004 Tony Blair, allora Primo Ministro britannico, è stato il primo Capo di Stato occidentale a recarsi in Libia, divenuta così frequentabile. E nel dicembre 2007 Parigi si è presa la briga di stendere il tappeto rosso nel parco del Marigny Hotel, dove il colonnello Gheddafi aveva piantato la sua tenda. Cosa è cambiato da allora e che può giustificare l’accanimento di Gran Bretagna e Francia contro il regime di Tripoli quando prima andavano d’amore e d’accordo? La risposta è stata data dal quotidiano statunitense The Washington Times.

Questo stesso giornale ci ha rivelato lo scorso marzo che ci sono 200 miliardi di dollari dei fondi libici che fanno impazzire gli occidentali.

Questo è il denaro che circola nelle banche centrali, in particolare in quelle britanniche e francesi. In preda a una crisi finanziaria senza precedenti, la Francia, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti vogliono a tutti i costi impossessarsi di questi fondi sovrani, il cui l’importo è stimato essere circa 200 miliardi di dollari. “Queste sono le vere ragioni dell’intervento della NATO in Libia”, afferma Nouredine Leghliel, analista borsistico algerino trasferitosi in Svezia, che è stato uno dei primi esperti a sollevare la questione.

Questi 200 miliardi di dollari, di cui gli Occidentali non parlano che a mezza voce, sono al momento congelati nelle banche centrali europee. Spesso associano questo denaro alla famiglia Gheddafi, “cosa che è totalmente falsa”, sottolinea il signor Leghliel. I grandi gruppi finanziari nascondono segretamente questi investimenti nelle loro società e filiali.

“Più continua il caos, più la guerra dura e più gli occidentali traggono profitto da questa situazione che torna a loro vantaggio”, chiarisce il nostro analista. Il caos nella regione farebbe comodo a tutto l’occidente. I britannici, soffocati dalla crisi della finanza, troverebbero così le risorse necessarie. Gli statunitensi, per mire squisitamente militari, si istallerebbero in modo definitivo nella fascia del Sahel e la Francia potrà ricoprire il ruolo di subappaltatore in questa regione da lei considerata come una sua appendice.

L’unico scoglio per la Francia, in questa regione, è ovviamente l’Algeria. Questo spiega l’aggressività del Quai d’Orsay (sede del Ministero francese degli Affari Esteri, N. d. T.) nei confronti di Algeri. Parigi sembra privilegiare le vie informali e, invece di collaborare con gli altri paesi alleati, li accusa di non fornire un sostegno sufficiente nella direzione da lei intrapresa. Così, rimette in gioco il dossier della sicurezza dei suoi cittadini nel Sahel e si affretta a dare l’allarme sulle nuove minacce in base a un rapporto dell’ambasciata di Francia in Mali. “Esiste un rischio molto elevato di cattura di cittadini francesi in Mali e in Niger”, indica l’Ambasciata di Francia a Bamako in un’allerta pubblicato sul suo sito web.

Si potrebbe pensare che questo nuovo allarme sia attendibile per quello che riguarda la Libia, una situazione che vede la Francia sicuramente responsabile, ma dobbiamo interrogarci sulla solerzia dei francesi nel raccomandare ai propri cittadini di evitare il sud dell’Algeria. “A causa delle attuali minacce nel Sahel, si raccomanda ai francesi residenti o in transito di evitare qualsiasi movimento nelle aree di Djanet e di Tamenrasset, anche nel contesto di itinerari turistici delle agenzie autorizzate”, sottolinea il Ministero sul suo sito web, nella rubrica “Consigli ai viaggiatori”.

La regione di Mopti si trova a più di 1.000 chilometri dalla frontiera algerina. E’ possibile trasportare, da un punto di vista logistico, uno o più ostaggi su simili distanze? Perché hanno fatto il nome dell’Algeria proprio quando questa nazione sta impiegando ingenti risorse per rendere sicure le sue frontiere con il Niger e la Libia?

La Francia, il cui ruolo in Libia è ambiguo, non sta forse mischiando le carte in tavola? La domanda merita di essere posta.
I francesi, colpiti da una crisi economica e sociale senza precedenti, impantanati nella campagna elettorale per l’elezione presidenziale, si trovano ad affrontare gravi problemi, alcuni dei quali nelle loro ex-colonie.
Ignorando gli accordi bilaterali con i paesi nordafricani e criminalizzando il pagamento di riscatto ai terroristi, Parigi interviene, facendo uso di tutte le carte in suo possesso, per far abortire le iniziative di lotta contro il terrorismo che i paesi del Sahel stanno promuovendo.

Il suo obiettivo è semplicemente quello di riprendere il controllo delle sue ex-colonie. La Francia ha una fissazione per il Sud algerino. Gioca d’astuzia per coinvolgere lo Stato algerino in una controversia avviata dal CNT libico (Comitato Nazionale Transitorio), accusando la stessa Algeria di sostenere Gheddafi.

Ikram Ghioua
Fonte: www.lexpressiondz.com
Link : http://www.lexpressiondz.com/article/2/2011-04-21/88554.html
21.04.2011

Scelto e tradotto per http://www.comedonchisciotte.org da MIMI MOALLEM

.

21 aprile 2011

fonte:  http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=8208

_____________________________________________________________

I volenterosi puntano al fondo sovrano libico

.

DI MANLIO DINUCCI
ilmanifesto.it
.
L’obiettivo della guerra in Libia non è solo il petrolio, le cui riserve (stimate in 60 miliardi di barili) sono le maggiori dell’Africa e i cui costi di estrazione tra i più bassi del mondo, né il gas naturale le cui riserve sono stimate in circa 1.500 miliardi di metri cubi. Nel mirino dei «volenterosi» dell’operazione «Protettore unificato» ci sono anche i fondi sovrani, i capitali che lo stato libico ha investito all’estero. I fondi sovrani gestiti dalla Libyan Investment Authority (Lia) sono stimati in circa 70 miliardi di dollari, che salgono a oltre 150 se si includono gli investimenti esteri della Banca centrale e di altri organismi. Ma potrebbero essere di più. Anche se sono inferiori a quelli dell’Arabia Saudita o del Kuwait, i fondi sovrani libici si sono caratterizzati per la loro rapida crescita. Quando la Lia è stata costituita nel 2006, disponeva di 40 miliardi di dollari. In appena cinque anni, ha effettuato investimenti in oltre cento società nordafricane, asiatiche, europee, nordamericane e sudamericane: holding, banche, immobiliari, industrie, compagnie petrolifere e altre. In Italia, i principali investimenti libici sono quelli nella UniCredit Banca (di cui la Lia e la Banca centrale libica possiedono il 7,5%), in Finmeccanica (2%) ed Eni (1%): questi e altri investimenti (tra cui il 7,5% dello Juventus Football Club) hanno un significato non tanto economico (ammontano a circa 4 miliardi di euro) quanto politico.

La Libia, dopo che Washington l’ha cancellata dalla lista di proscrizione degli «stati canaglia», ha cercato di ricavarsi uno spazio a livello internazionale puntando sulla «diplomazia dei fondi sovrani». Una volta che gli Stati uniti e l’Unione europea hanno revocato l’embargo nel 2004 e le grandi compagnie petrolifere sono tornate nel paese, Tripoli ha potuto disporre di un surplus commerciale di circa 30 miliardi di dollari annui che ha destinato in gran parte agli investimenti esteri. La gestione dei fondi sovrani ha però creato un nuovo meccanismo di potere e corruzione, in mano a ministri e alti funzionari, che probabilmente è sfuggito in parte al controllo dello stesso Gheddafi: lo conferma il fatto che, nel 2009, egli ha proposto che i 30 miliardi di proventi petroliferi andassero «direttamente al popolo libico». Ciò ha acuito le fratture all’interno del governo libico.

Su queste hanno fatto leva i circoli dominanti statunitensi ed europei che, prima di attaccare militarmente la Libia per mettere le mani sulla sua ricchezza energetica, si sono impadroniti dei fondi sovrani libici. Ha agevolato tale operazione lo stesso rappresentante della Libyan Investment Authority, Mohamed Layas: come rivela un cablogramma filtrato attraverso WikiLeaks, il 20 gennaio Layas ha informato l’ambasciatore Usa a Tripoli che la Lia aveva depositato 32 miliardi di dollari in banche statunitensi. Cinque settimane dopo, il 28 febbraio, il Tesoro Usa li ha «congelati». Secondo le dichiarazioni ufficiali, è «la più grossa somma di denaro mai bloccata negli Stati uniti», che Washington tiene «in deposito per il futuro della Libia». Servirà in realtà per una iniezione di capitali nell’economia Usa sempre più indebitata. Pochi giorni dopo, l’Unione europea ha «congelato» circa 45 miliardi di euro di fondi libici.

L’assalto ai fondi sovrani libici avrà un impatto particolarmente forte in Africa. Qui la Libyan Arab African Investment Company ha effettuato investimenti in oltre 25 paesi, 22 dei quali nell’Africa subsahariana, programmando di accrescerli nei prossimi cinque anni soprattuttto nei settori minerario, manifatturiero, turistico e in quello delle telecomunicazioni. Gli investimenti libici sono stati decisivi nella realizzazione del primo satellite di telecomunicazioni della Rascom (Regional African Satellite Communications Organization) che, entrato in orbita nell’agosto 2010, permette ai paesi africani di cominciare a rendersi indipendenti dalle reti satellitari statunitensi ed europee, con un risparmio annuo di centinaia di milioni di dollari.

Ancora più importanti sono stati gli investimenti libici nella realizzazione dei tre organismi finanziari varati dall’Unione africana: la Banca africana di investimento, con sede a Tripoli; il Fondo monetario africano, con sede a Yaoundé (Camerun); la Banca centrale africana, con sede ad Abuja (Nigeria). Lo sviluppo di tali organismi permetterebbe ai paesi africani di sottrarsi al controllo della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale, strumenti del dominio neocoloniale, e segnerebbe la fine del franco Cfa, la moneta che sono costretti a usare 14 paesi, ex-colonie francesi. Il congelamento dei fondi libici assesta un colpo fortissimo all’intero progetto. Le armi usate dai «volenterosi» non sono solo quelle dell’operazione bellica «Protettore unificato».
.
Manlio Dinucci
Fonte: www.ilmanifesto.it
22.04.2011

Vicenza. “Faccetta nera” insegnata agli studenti delle medie: è polemica

Vicenza. “Faccetta nera” insegnata
agli studenti delle medie: è polemica

fonte immagine

Proteste dei genitori, il prof di musica si difende: «Rientra in un ciclo di lezioni che contestualizzano i periodi storici»

.

VICENZA – Nel mezzo delle polemiche sulla scuola che “indottrina” i ragazzi, un nuovo caso aggiunge benzina sul fuoco: “Faccetta Nera”, una delle canzoni simbolo del periodo fascista, suonata a scuola, in una media del Vicentino, per iniziativa del professore di musica. La canzone che evoca la presenza “civilizzatrice” italiana in Abissinia, è stata proposta agli alunni della media di Pove del Grappa (Vicenza) nel corso di un programma multidisciplinare che prevede lo studio sul fascismo e la musica del Ventennio. Solo che quando alcuni genitori hanno sentito i figli provare a casa sullo spartito “Faccetta Nera”, ma anche “Giovinezza”, sono rimasti di stucco. Ora sono intenzionati a chiedere spiegazioni alla scuola, perché loro – spiegano – delle canzoncine del ventennio fascista nel programma non sapevano nulla.

«Mio figlio suona uno strumento – racconta uno dei genitori – e un giorno ho sentito che chiuso nella sua stanza stava provando e riprovando il ritornello di Faccetta nera. Non sono per le censure, ma quella canzone mi è sembrata una forzatura su un ragazzino di 13 anni, visto che con la musica leggeva il testo. Parole che non si associano solo ad un momento storico, ma individuano valori politici ed etici ben precisi che non sono quelli che vogliamo insegnare ai nostri figli. Forse, prima di dare il testo e lo spartito ai ragazzini, il professore avrebbe dovuto parlarne con noi».

Il prof di musica, Nicola Meneghini, si difende: quelle canzoni, come anche “Va Pensiero” e la “Leggenda del Piave”, studiate per il periodo della prima Guerra Mondiale, rientrano «in un ciclo di lezioni che hanno cercato di contestualizzare i periodi storici anche con la musica». «Conoscere non significa né abbracciare né sposare una causa – chiarisce la preside della scuola, Luisa Caterina Chenet – La cosa è stata contestualizzata. Non c’è alcun indottrinamento. La nostra è una scuola seria. Forse è stata una scelta culturale un po’ ingenua, ma l’insegnante non voleva certo sostenere alcuna posizione politica».

Il docente di musica, però, già rilancia: per lo studio della seconda Guerra Mondiale i ragazzini troveranno sui banchi anche lo spartito di “Lili Marleen”.

.

Venerdì 22 Aprile 2011

fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=146719&sez=HOME_INITALIA

Libia, la risposta degli Usa a Gheddafi: Droni armati in aiuto dei ribelli

Libia, la risposta degli Usa a Gheddafi
Droni armati in aiuto dei ribelli

Sono più di cento i soldati libici che incalzati dai ribelli hanno passato la frontiera e si sono consegnati alla Tunisia

Un Predator, aereo senza pilota

.

NEW YORK – Droni americani sulla Libia. Il Pentagono ha annunciato che il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha autorizzato l’invio e l’utilizzo in Libia dei ‘Predator’, gli aerei senza pilota da tempo usati dagli Usa nelle operazioni in Afghanistan e Pakistan. Nel darne l’annuncio, il segretario della Difesa, Robert Gates, ha precisato che si tratta di un «modesto contributo» americano a sostegno delle operazioni condotte dalla coalizione internazionale. Gates non ha messo in relazione l’autorizzazione di Obama con l’uccisione – mercoledì a Misurata – dei due giornalisti occidentali Tim Hetherington (britannico) e Chris Hondros (americano), e con il ferimento dei loro colleghi Guy Martin (britannico) e Michael Brown (americano). Tuttavia l’annuncio viene esattamente il giorno dopo il bombardamento di Misurata, dove secondo gli Usa le forze libiche hanno utilizzato bombe a grappolo (i giornalisti sono stati uccisi da schegge di granate).

Il segretario di Stato, Hillary Clinton, a Washington ha parlato di attacchi feroci
da parte delle forze di Gheddafi. Poche ore dopo il capo del Pentagono, Bill Gates, ha annunciato l’invio dei droni in ragione della situazione umanitaria in corso in Libia. Anche se non lo è sul piano ufficiale, sul piano squisitamente diplomatico può senza dubbio essere considerata la risposta americana ai bombardamenti di Misurata.

Gheddafi: istruttori e missioni Ue è avvio di azione di terra. L’invio di «consiglieri militari» a Bengasi da parte di Italia, Francia e Gb e il piano di intervento militare-umanitario dell’Ue a Misurata vengono «condannati» dal regime di Gheddafi che «considera» tali misure come «l’avvio di un intervento militare terrestre in violazione della risoluzione dell’Onu». Dopo aver minacciato ieri «conseguenze» per Roma, Londra e Parigi, oggi il ministero degli Esteri di Tripoli afferma in un comunicato che tali misure rappresentano «un’ingerenza negli affari interni dello Stato libico e una violazione della sovranità libica».

Sono più di cento i soldati libici che, nelle ultime ore, incalzati dall’offensiva dei ribelli anti-Gheddafi sul versante occidentale della Libia, hanno passato il confine tunisino, a Dhiba, per consegnarsi. I militari, confermano oggi i media locali, hanno attraversato la linea di confine disarmati. Tra essi, anche tredici ufficiali. Secondo alcuni testimoni, citati dai media tunisini, i soldati libici, una volta disfattisi delle armi, hanno percorso a piedi i circa duecento metri che separano i due versanti – della Libia e della Tunisia – del posto di frontiera di Dhiba, ieri teatro di un feroce combattimento. Su di esso, una volta conquistato dagli insorti, il vessillo verde è stato sostituito da quello monarchico scelto dai ribelli, mentre, riferisce l’Afp, un trattore ha demolito il grande ritratto di Gheddafi che, sino a ieri, campeggiava sul confine. Alcuni soldati libici, rimasti feriti negli scontri di ieri, sono stati portati nell’ospedale tunisino di Dhiba.

Unhcr: 15mila in fuga nelle ultime due settimane. Circa 15 mila persone sono fuggite nelle ultime due settimane dai combattimenti nell’ovest della Libia passando il confine con la Tunisia a Dehiba: lo ha fatto sapere oggi l’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati (Unhcr). Andrew Harpers, responsabile delle operazioni dell’Unhcr in Libia ha detto di temere che questo sia solo l’inizio di un esodo ancora più massiccio a causa delle condizioni che vanno sempre più peggiorando.

.

Venerdì 22 Aprile 2011 – 09:36    Ultimo aggiornamento: 19:28
.

ROMA – Rom occupano la basilica di San Paolo. Alemanno: non sono tutti disperati e molti sono delinquenti. I nomadi: non siamo cani

Rom occupano la basilica di San Paolo
Scontro sulle politiche dell’accoglienza

.

Alemanno: non sono tutti disperati e molti sono delinquenti
Amnesty: fermare sgomberi. I nomadi: non siamo cani

I rom nella basilica di San Paolo (foto Yara Nardi – Toiati)

.

ROMA – Una giornata di sgombri, di accuse pesanti al sindaco come quelle di essere razzista e disumano, di repliche altrettanto pesanti sui rom al 67 per cento deliquenti e non proprio poveri come vorrebbero apparire. Una giornata all’insegna dei rom dei rom che nel giorno di venerdì santo hanno occupato (ma poi sono stati allontanati) la basilica di San Paolo e dicono: gli sgombri sono la nostra via crucis.

Oltre 100 rom hanno occupato la basilica di San Paolo nel primo pomeriggio, dopo essere stati sgomberati questa mattina dall’accampamento in via Cluniacensi nel V municipio, a Roma. Il responsabile immigrazione dell’Arci, Claudio Graziano, riferisce: «Stanno arrivando altri rom sgomberati in questi giorni. L’occupazione di una basilica, nel rispetto delle sue funzioni, è un gesto estremo per chiedere soluzioni abitative alternative al campo. Non andiamo via di qui fino a quando non ci verranno date». I rom hanno portato all’interno della Basilica i loro bagagli.

«Questa è la nostra Via Crucis, dopo una settimana di sgomberi siamo giunti qui a san Paolo per chiedere alla chiesa di aiutarci a celebrare la nostra Pasqua e di trovare una soluzione alla strada». Lo dicono alcuni dei rom sgombrati questa mattina dal campo abusivo di via dei Cludiacensi che si sono recati presso la basilica di San Paolo. Sono seduti tra gli ultimi banchi della chiesa che di fatto «abbiamo occupato», continuano. Secondo quanto si appreso, i rom sono intenzionati a restare fino a sera.

«Non siamo cani siamo degli uomini, siamo delle famiglie. Dio ha fatto mondo per tutti non solo per alcuni». A parlare é Augusta, una delle nomadi del campo sulla Tiburtina sgomberato stamattina, seduta, con accanto i suoi bambini, nella basilica di San Paolo. «Abitavo in quel campo con mio marito e i miei due bimbi da circa 6 mesi – ha aggiunto la 24enne romena – In quella baracchina eravamo tranquilli ora la sera in strada abbiamo paura per i nostri bambini. Ci sentiamo perseguitati. Siamo venuti qui perchè siamo poveri e vogliamo dare una vita normale ai nostri bambini». Nella Basilica sono radunate oltre 100 nomadi, principalmente donne e bambini che con passeggini e borse aspettano in silenzio.

I rom che manifestano pacificamente hanno lasciato la basilica accogliendo l’invito loro rivolto di uscire dalla basilica San Paolo per consentire la celebrazione del Venerdì Santo. Soltanto una cinquantina di loro, nelle ultime fila della chiesa, ha chiesto, ed ottenuto, di restare proprio per seguire la funzione religiosa. La situazione è molto tranquilla. Intanto, la basilica si è riempita di fedeli e c’è un continuo viavai di persone, siano essi fedeli che rom con i relativi bambini. Forte tra questi ultimi l’apprensione per il loro futuro, in tanti discutono ai telefoni cellulari per stabilire dove e come trascorrere il resto della giornata e poi la notte. Davanti alla basilica l’assessore alle politiche sociali del comune Gianluigi De Palo discute con colui che viene considerato il capo del gruppo rom. Ai cronisti è stato impedito di avvicinarsi.

Alemanno: molti non sono disperati come dice Sant’Egidio. «Il fatto che venga rifiutata l’assistenza vuol dire che molti non sono nelle condizioni disperate che Sant’Egidio si immagina, ma spesso fanno una scelta di carattere economico e non di disperazione». Lo ha detto il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, tornando sulla polemica con Sant’Egidio in merito ai 75 sgomberi di microaccampamenti abusivi fatti dal primo aprile.

Tanti delinquenti. Questa mattina «abbiamo trovato a Casl bruciato 161 persone, il 67 per cento pregiudicati, ma che rappresentano solo la metà di chi normalmente viveva in quell’accampamento». Per il sindaco, ciò vuol dire che «visto il periodo pasquale alcune di queste persone tornano a casa loro perchè non è vero che nessuno ha un posto dove stare ma molti hanno una casa nel paese di origine e vengono a Roma non perché sono disperati ma perché pensano di avere un reddito maggiori, magari derivante da attività illegali. L’accoglienza va data solo ai soggetti veramente fragili e la fermezza è necessaria».

Sant’Egidio: da Alemanno scelte disumane. La crisi sul fronte dei rom si era inasprita ieri sera quando da Sant’Egidio sono arrivate dure critiche al sindaco Alemanno. «Non si intravede una buona politica e certe scelte sono disumane». La replica era stata altrettanta dura: «A Roma ci sono 22mila senza fissa dimora e ne possiamo accogliere la metà. La nostra linea politica è condivisa con la Prefettura di Roma e oggetto di un continuo confronto con molte organizzazioni del terzo settore e cattoliche».

Catarci: sindaco inverta rotta. «Dopo le squallide e disumane azioni di sgombero di queste ore, il sindaco deve cambiare rotta invece di affossare la politica dell’accoglienza», dice Andrea Catarci, presidente del Municipio XI.

Peciola: da irresponsabili sgomberare i campi. «Roma che saluta la beatificazione di Papa Wojtyla, è la stessa città che espelle i rom e scatena la caccia all’ultimo. La città della cristianità è governata da un sindaco che con i valori cristiani della solidarietà e dell’accoglienza dei più deboli non ha nulla a che fare. È da irresponsabili continuare a sgomberare i campi rom senza essere in grado di offrire un’assistenza dignitosa e umana». A dichiararlo in una nota è Gianluca Peciola, consigliere provinciale di Sinistra Ecologia e Libertà.

Rom di Casal Bruciato rifiutato accoglienza.
È con il censimento dei circa 300 nomadi che abitano nell’accampamento abusivo di via dei Cluniacensi che è partito lo sgombero programmato dal Comune di Roma in zona Casal Bruciato. Cumuli di spazzatura, rame, alluminio, giocattoli rotti e baracche improvvisate: è la fotografia del campo. A condurre le operazioni gli uomini della polizia municipale e di Stato. Presente il delegato del sindaco alla sicurezza Giorgio Ciardi. Un ragazzo, forse minore, è stato portato via dal campo delle forze dell’ordine. I rom per il momento rifiutano l’accoglienza al Cara messa a disposizione da Roma Capitale per le donne ed i bambini così come i rimpatri assistiti non vengono presi in considerazione.

Coratti: durezza ingiustificata. «La Roma cattolica e solidale non può essere quella dei respingimenti di Alemanno nei confronti di Rom e profughi nordafricani. Pur nel rispetto delle leggi, occorre trovare soluzioni che non chiudano le porte ad evidenti esigenze umanitarie». Lo sostiene in una nota il vicepresidente del Consiglio comunale Mirko Coratti (Pd).

Amnesty: fermare sgomberi, accoglienza rifiutata perché divide le famiglie. Amnesty International ha lanciato un’azione urgente per chiedere al prefetto di Roma, Giuseppe Pecoraro, di fermare immediatamente tutti gli sgomberi forzati degli insediamenti rom di Roma e che venga sospeso immediatamente il «Piano nomadi». Secondo quanto riferito ad Amnesty dalle Ong locali, gli sgomberi sono stati eseguiti senza previa notifica o consultazione delle comunità interessate. Solo alle donne e ai bambini è stata provvisoriamente offerta una sistemazione alternativa nel Centro di accoglienza per richiedenti asilo di Castelnuovo di Porto, rifiutata in quasi tutti i casi in quanto le famiglie non vogliono essere divise.

Foschi: crociata non degna del sindaco di Roma. «Questa crociata non è degna del sindaco di Roma, città a vocazione universalistica e quindi di per se solidale. Alemanno – ha ribadito Enzo Foschi del Pd – sembra, invece, più un sindaco da “Ku Klux Klan” come gli sceriffi di quei paesini del Sud degli Stati Uniti, che lasciavano circolare liberamente i banditi, e che però se la prendevano con i neri».

Santori: basta con la polemica dei buonisti .«Prendiamo atto con soddisfazione di come il sindaco Gianni Alemanno sia arrivato con obiettività al nocciolo della questione, rovesciando la trita polemica buonista montata dalla Comunità di Sant’Egidio. L’idea che i nomadi che si accampano a Roma vivendo di espedienti e ignorando le regole lo facciano per disperazione e necessità, è falsa». Lo dichiara in una nota il presidente della Commissione Sicurezza di Roma Capitale Fabrizio Santori (Pdl).

Sabatani Schiuma: cittadini vogliono tolleranza zero. «I romani hanno votato per Alemanno come sindaco perchè sono stufi degli occupanti di professione dei centri sociali, dei rom che pensano di fare il loro “porco” comodo e degli affaristi del volontariato: per questa gente i cittadini si aspettano solo la ‘tolleranza zerò». Lo dichiara in una nota Fabio Sabbatani Schiuma, coordinatore regionale del Movimento per l’Italia e componente dell’esecutivo romano del PdL.

.

Venerdì 22 Aprile 2011 – 16:09    Ultimo aggiornamento: 19:26
.

Siria, venerdi’ di sangue. Morti salgono a 60 / VIDEO: قنص وقتل المتظاهرين في دوما 22/4/2011 Syria-policemen snips protester

قنص وقتل المتظاهرين في دوما 22/4/2011 Syria-policemen snips protester

Da: | Creato il: 22/apr/2011

قنص وقتل المتظاهرين في دوما 22 4 20112 – Syrian policemen snips protesters
المقطع الأصلي الطويل:
http://www.youtube.com/watch?v=zh9cPzFFn2c#

Siria, venerdi’ di sangue. Morti salgono a 60

I manifestanti chiedono la fine del monopolio del Baath

22 aprile, 19:20

Photo: EPA
.

immagine video di un manifestante ucciso oggi
.
BEIRUT – Sono almeno 60 le persone uccise oggi durante le manifestazioni in Siria, il bilancio più alto in cinque settimane di proteste anti-governative. Lo riferisce la Bbc citando dimostranti. Le forze di sicurezza hanno sparato sui dimostranti in varie città siriane, dopo la preghiera del venerdì, secondo le fonti citate dalla Bbc. L’agenzia ufficiale Sana si è limitata invece ad affermare che le forze dell’ordine hanno usato gas lacrimogeni e idranti per “impedire scontri fra manifestanti e cittadini e proteggere la proprietà pubblica”. “Alcune” persone sono rimaste ferite, secondo l’agenzia. Dall’inizio delle proteste contro il regime di Bashar al Assad, il mese scorso, almeno 260 persone hanno perso la vita, secondo i dissidenti siriani.

Per la prima volta dall’inizio delle proteste la piattaforma di attivisti e dissidenti che a livello locale organizza la mobilitazione ha emesso un comunicato congiunto in cui si chiede la fine del monopolio del Baath, il partito al potere da quasi mezzo secolo, e l’instaurazione di un sistema politico democratico. Le proteste sono state convocate sui social network in tutte le città siriane.

A MIGLIAIA MANIFESTANO ANCHE AD ALEPPOMigliaia di siriani sono scesi in piazza a manifestare oggi anche ad Aleppo, seconda città siriana e a nord di Damasco. Lo riferiscono i siti di monitoraggio Rassd e Now Syria che trasmettono anche su Twitter. Citando testimoni oculari, i siti precisano che il corteo di dimostranti si è diretto verso la centrale piazza di Salah ad-Din (Saladino), mentre un numero imprecisato di agenti in borghese delle forze di sicurezza ha fatto irruzione nella moschea Amina della città, malmenando i fedeli anche all’interno della sala di preghiera. Altri testimoni riferiscono di decine di manifestanti arrestati ad al Bab, sobborgo settentrionale di Aleppo.

.

fonte:  http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/mondo/2011/04/22/visualizza_new.html_898652896.html

RIFLESSIONI – I Rom e la raccolta differenziata dei sentimenti

I Rom e la raccolta differenziata dei sentimenti


conversazione con Claudio Dionesalvi
di Angelo Pagliaro

.

“I rom sono gli addetti alla raccolta differenziata dei sentimenti. Selezionano amore e odio che produciamo da mattina a sera.
Se li portano nella baracca, quasi fossero trofei. Li infilano sotto il cuscino prima di abbandonarsi a un sonno umido e imprevedibile. Così difendono i sogni loro, brandiscono i sentimenti nostri buoni e cattivi, agitandoli per distrarre spiriti maligni che attraversano l’umana mente dormiente”.

.

Cosenza, Campo-rom di Vaglio Lise (foto Valerio Panettieri)

.

Caro Claudio, questo è uno dei passi più significativi di un tuo recentissimo articolo, apparso sulla fanzine da te diretta “Tam Tam e Segnali di Fumo” (speciale gennaio 2011) all’indomani del lungo periodo di festività natalizie nel quale metti a nudo le ipocrisie della società ed evidenzi le barriere mentali…

Sì, avere un contatto quotidiano con il campo rom, aiuta a osservare la città da un’angolazione diversa. Ogni mattina, quando mi metto in macchina e oltrepasso gli incroci stradali, incontro molti degli amici rom che poi ritrovo nella baraccopoli sul fiume Crati. Mi raccontano la loro giornata. E ho notato che la quasi totalità dei miei concittadini ha sviluppato nei confronti degli zingari un duplice atteggiamento. C’è un po’ d’odio e un po’ di compassione. Insomma, i sentimenti e i pregiudizi che l’occidente da sempre nutre nei confronti dei gitani: superstizione, paura, disprezzo, o nella migliore delle ipotesi, pietà.

Dopo decenni di impegno civile delle associazioni e una serie di proposte da voi avanzate, cosa ha fatto il Comune di Cosenza per il campo nomadi di Vaglio Lise?

Niente. Assolutamente niente. Mai visti gli assistenti sociali nel campo di Vaglio Lise. Solo qualche convegno e un po’ di bla bla bla sui giornali. Il sindaco Perugini ha confermato in questa vicenda il suo generale approccio alla città. Pur di mantenersi in sella per cinque anni, si è rinchiuso nelle stanze dei partiti. Così si è garantito la stabilità politica in giunta. Attraverso piaceri, pacche e clientele, ha messo la museruola a quei quattro pescecani in doppio petto che infestano il palazzo municipale. Ma si è allontanato dalle associazioni, dai quartieri, dalla vita pubblica reale. Figuriamoci se ha tempo e voglia di dedicarsi alla questione rom!

Quando avete dato vita alla “scuola del vento” pensavate ad un progetto capace di contribuire a disegnare un futuro di speranza per i bimbi Rom?

Da due anni, noi della Coessenza e le altre associazioni impegnate a sostegno dei bambini rom, andiamo nella favela cosentina per un motivo solo: costruire autonomia. È chiaro, si tratta di un cammino solidale. Ma non è il solito, ipocrita, atto compassionevole per guadagnarci il paradiso. Pensiamo che un’Altra Calabria si costruisca a partire da gesti concreti, realizzando pezzi di società alternativa, praticando in rete azioni di ribellione al governo della paura. Il blocco delle ruspe, un anno fa, in occasione del tentativo di sgombero della baraccopoli, sta sullo stesso piano della Scuola Comune che andiamo praticando. Sono due differenti e complementari modi di urlare: mo’ basta!

Da febbraio a ottobre 2010 è stata una continua lotta per evitare gli sgomberi, gli allontanamenti, le deportazioni della comunità Rom di Cosenza. Qual è oggi la situazione?

È drammatica. Le presenze nel campo di Vaglio Lise aumentano ogni giorno. I conflitti interni tra i rom rischiano di degenerare. I bambini hanno i pidocchi. Qualche giorno fa ho visto uno di loro che palleggiava con la carogna di un grosso topo. E c’è il rischio serio che prima o poi alcuni abitanti di via Popilia si lascino rapire dalla xenofobia e passino all’azione contro la baraccopoli. Sarebbero scene già viste a Roma o a Napoli…

.

Cosenza, 1° maggio 2010 – Presidio notturno
(foto Maria Fortino)

.

Due emergenze: i rifiuti e i rom

Integrazione, assimilazione, omologazione sono tutti termini, con significati diversi, di cui gli amministratori abusano quando parlano di Rom… esiste, secondo te, una strategia del linguaggio?

Certo! In una prospettiva di agire comunicativo, il linguaggio ha valore costituente. Ai termini come integrazione e assimilazione, preferisco “compatibilità”. Nell’ultimo anno, questa rete informale di associazioni è riuscita a incrementare il numero di bambini rom che frequentano le scuole italiane, ma anche a portarli fuori dal campo in cui sono stati confinati dopo lo sgombero del 2007. Tutto questo, senza chiedere un centesimo! Non mancano però i sindacalisti etnici, che conoscono bene le strade del finanziamento pubblico e clientelare. Quelli riescono sempre a farsi dare soldi dall’amico politico. Soldi che poi spariscono. Riescono cioè a lucrare sulla disperazione: la desperation economy.

Quale futuro si può ipotizzare per i Rom di Cosenza se si dovesse continuare nelle politiche pubbliche schizofreniche che alternano assistenzialismo e repressione?

Il nuovo prefetto Cannizzaro è stato mandato a Cosenza per risolvere due emergenze: i rifiuti e i rom. L’accostamento, da parte dello Stato, non è casuale. Quindi prevedo un’imminente soluzione di forza, alla quale naturalmente noi ci opporremo con ogni mezzo necessario. Tale opzione poliziesca sarebbe stata già messa in pratica, se quattro poveri bambini non fossero morti carbonizzati a Roma. È incredibile come soltanto gli eventi più atroci riescano a scuotere – seppur minimamente – le coscienze. Il sacrificio di quei bambini grida vendetta. Paradossalmente servirà ad alleggerire la pressione sul mondo rom. Ma tutto questo durerà poco. Qualche giorno prima del rogo, questura, procura e prefettura di Cosenza avevano già iniziato a strappare dalle braccia delle rispettive madri, i bambini dediti all’accattonaggio, affidandoli alle suore. È una barbarie, soprattutto quando simili operazioni si effettuano senza aver prima provato a realizzare concrete politiche d’accoglienza. Vorrei proprio vedere come si sentirebbero i genitori dei giovani disoccupati calabresi, se tra qualche mese, quando ricomincerà la buffonata delle elezioni amministrative, la polizia sequestrasse i loro figli mentre sono in fila davanti le segreterie dei politici, col cappello in mano, alla disperata richiesta di un posto di lavoro. Non è forse pure quello… accattonaggio?!?

Angelo Pagliaro

.

Cosenza – Doposcuola al MOCI (foto Claudio Dionesalvi)

.

Claudio Dionesalvi è un insegnante ribelle di scuola media. Direttore responsabile di Tam Tam e Segnali di Fumo, collabora con Radio Ciroma. È uno dei fondatori dell’associazione Coessenza. Suoi articoli sono apparsi su diverse testate (Il Manifesto, Carta, ecc.) Ha pubblicato:
Comunicazione e potere nello spettacolo calcistico, Cosenza, Edizioni Satem, 1997; Mammagialla, Soveria Mannelli, Rubbettino Editore, 2003; I luoghi e gli spettri (Aa.Vv.), Cosenza, TTSF, 2005; Rubbina, Un racconto sugli zingari di Cosenza (Aa.Vv.), Soveria Mannelli, Cittàcalabriaedizioni, 2006; Za Peppa, Come nasce una mafia. Alle origini della malavita cosentina, Cosenza, Coessenza, 2007. Ha curato la traduzione di Subcomandante Marcos, COSÌ Raccontano i nostri vecchi… Narrazioni dei popoli indigeni durante l’Altra Campagna, Napoli, Edizioni Intra Moenia, 2009.

.

Cosenza – Scuola del Vento (foto Claudio Dionesalvi)

.

A proposito di violenze sessuali, Curia, denunce, ecc.

Claudio Diotenesalvi è molto stimato per il suo quotidiano impegno a favore dei bimbi Rom di Cosenza, ed è stato recentemente assolto (dopo sette anni di vessazioni) nel processo contro il “Sud ribelle” per i fatti di Genova del 2001. Ora un’azione legale è partita dall’arcivescovo di Cosenza Salvatore Nunnari. Ed ecco i fatti.
Nel maggio del 2008 “Tam Tam e segnali di fumo”, la fanzine degli ultras del Cosenza calcio di cui Dionesalvi è direttore responsabile, pubblica un editoriale non firmato in cui si tratta la vicenda giudiziaria che vede coinvolto padre Fedele Bisceglia, animatore dell’Oasi Francescana accusato, con il suo segretario, di violenza sessuale ai danni di una suora. La chiesa cosentina vive i tempi bui dello scandalo che ha travolto l’Istituto lager Papa Giovanni XXIII di Serra d’Aiello, amministrato dall’alto prelato, Mons. Luberto, per sgomberare il quale (e porre così fine alle torture trasferendo i ricoverati in altre strutture pubbliche) è dovuta intervenire la polizia in assetto antisommossa.
A seguito della querela, il Gip di Cosenza ha emesso un decreto penale di condanna nei confronti di Claudio Dionesalvi che non avrebbe vigilato “sui contenuti di un servizio che prendeva le difese di padre Fedele Bisceglia e stigmatizzava il comportamento tenuto dalla Curia”. Ma i motivi reali della denuncia, secondo Dionesalvi, sono altri: “In realtà, ha dichiarato Claudio, vengo punito perché non ho compiuto un atto di delazione, non rivelando il nominativo dell’autore”. Dalla lettura della lettera aperta che Dionesalvi ha inviato al vescovo si evince che, a un certo punto, monsignor Nunnari sarebbe stato disposto a ritirare la querela, purchè il giornalista avesse scritto una lettera di scuse. “Piuttosto che abiurare – ha ancora affermato Claudio – già in passato ho preferito finire davanti una Corte d’Assise. Adesso sarei pronto persino a farmi bruciare sul rogo. Mi creda: non è un atto di indisponibilità nei suoi confronti. Si chiama: dignità umana”.
E così, per un eccesso di onestà intellettuale e umana “Tam Tam e segnali di fumo” è tornata in edicola con uno speciale dal titolo “Nonsignore”. Il direttore editoriale, Sergio Crocco, ultrà storico del Cosenza, dichiara di aver scritto lui il pezzo assumendosi pubblicamente le responsabilità e ribadendo, fra l’altro, l’innocenza di padre Fedele perchè “nessun tribunale civile, penale, nè divino può sovvertire il rispetto della verità. Che è rispetto anzitutto verso l’uomo”. Ma forse “intentare causa contro due straccioni, un po’ ultras, un po’ no-global, è il più importante dei problemi che affliggono i suoi fedeli” scrive Crocco rivolgendosi al vescovo.
Il processo è stato rinviato al 6 maggio nel silenzio totale del sindacato dei giornalisti calabresi in una vicenda che farebbe impallidire anche Franz Kafka: un vescovo (che per anni è stato consigliere nazionale della Fnsi e vicepresidente dell’Ordine dei Giornalisti della Calabria) che denuncia un direttore di un giornale che ha ospitato un articolo in cui si difende un frate accusato di aver stuprato una suora. Nessuna pietà cristiana, messi da parte il Pentateuco e il Vangelo, per capire cosa sta succedendo, dobbiamo ricorrere al vecchio Foucault: sorvegliare e punire!

A.P.

.

fonte:  http://www.anarca-bolo.ch/a-rivista/361/36.htm