Archivio | aprile 26, 2011

Reportage da Cernòbyl 25 anni dopo. Pripiat, la Pompei sovietica / Černobyl’ venticinque anni dopo, intervista a Igor Kostin

Reportage da Cernòbyl 25 anni dopo. Pripiat, la Pompei sovietica

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di Jacopo Giliberto

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Cernòbyl / Pripiat, la Pompei sovieticaCernòbyl / Pripiat, la Pompei sovietica
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Questa è la seconda parte della cronaca della prima visita ufficiale di giornalisti a Cernòbyl, 25 anni dopo la catastrofe nucleare (leggi la prima parte). Da allora nessun giornalista è potuto entrare nel sarcofago della centrale, se non per astuzia. Per la prima volta da allora, libertà totale di fotografare. Si può fotografare tutto, proprio tutto; tranne le recinzioni di reticolato, per non dare strumenti tattici a eventuali terroristi. La visita è stata organizzata dallla Commissione Ue di Bruxelles e dalla Bers, la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo, e si è svolta giovedì 24 febbraio.

Pripiat è la Pompei della tecnologia moderna e del socialismo realizzato.
Pripiat è la città a un paio di chilometri dalla centrale di Cernobyl, era la città al servizio della centrale. È deserta dall’aprile 1986. Chiusa. Cintata con il filo spinato. Fu sorpresa dall’esplosione del reattore numero 4 della centrale.

Da allora, Pripiat è rimasta all’età di Breznev (1964-1982), quando la città fu realizzata; è rimasta agli anni di Juri Andropov (1982-1984) e di Konstantin Cernenko (1984-1985). Quando Pripiat fu vuotata e chiusa, Mikhail Gorbaciov era segretario generale del partito comunista da un anno e l’Urss era impaludata in Afganistan. La città è rimasta così, come allora, congelata a 25 anni fa. Non sono passate di qui perestroika e glasnost, non sono passati il colpo di stato dei militari contro Gorbaciov né la rivolta di Boris Elzin per la democrazia. Non gli oligarchi del petrolio o della bauxite, non Vladimir Putin che a quei tempi era colonnello del Kgb. Non l’eco dei grandi eventi, non le torri gemelle del 2001.

Non l’indipendenza dell’Ucraina. Perché oggi Pripiat e Cernobyl sono Ucraina, paese che è passato per Kucma, Juscenko e Timoscenko e per la rivoluzione arancione del 2004; oggi confina con Russia e Bielorussia che a quei tempi erano Urss e confina con la Slovacchia che allora era Cecoslovacchia.

Nel citare questi paesi, questi stati, mi viene in mente uno spassosissimo (e indovinato) spot di quindici anni fa. Entrare a Pripiat è come entrare nella capsula spaziale del cosmonauta dello spot. La città è a un paio di chilometri della centrale. C’è una buona strada asfaltata, rettilinea, parallela al fiume Pripiat, affluente del Dnepr che sbocca nel mar Nero. Del fiume si intuisce la presenza laggiù, oltre i pioppeti e i boschi di betulle.

Tutta questa zona è “zona di esclusione di Cernobyl”, cintata e vietata.
A metà della strada tra la centrale e la cittadina c’è il cavalcavia della ferrovia, la linea a un binario che venendo da ponente sfiora la stazione ferroviaria e va verso la centrale nucleare. Dall’alto del cavalcavia, in questi giorni bianchi di neve gelata, si intravedono nel nevischio entrambi i monumenti del socialismo; da una parte, i casermoni della cittadina abbandonata, e dall’altra le ciminiere e i cubi di cemento della centrale del disastro.

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26 aprile 2011

fonte:  http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-03-10/reportage-cernobyl-pripiat-pompei-172154.shtml

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Černobyl’ venticinque anni dopo, intervista a Igor Kostin

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Riproponiamo l’intervista al fotoreporter Igor Kostin, realizzata dal direttore di Narcomafie, Manuela Mareso. Kostin fu colui che per primo immortalò il disastro di Černobyl‘ nel lontano 1986. Lontano, ma vicino. A venticinque anni dall’esplosione della famigerata centrale nucleare, un’altra catastrofe si profila all’orizzonte: quella di Fukushima. Ecco allora che l’intervista a Kostin diventa ulteriore occasione di riflessione su un tema tanto attuale. Proponiamo anche una selezione delle fotografie di Kostin, prese dal suo libro (Chernobyl. Confessioni di un reporter, Edizioni Gruppo Abele 2006) che -per la gravità dei contenuti- potrebbero impressionare i lettori più sensibili.

di Manuela Mareso

da Narcomafie

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Tornato a casa dopo aver sorvolato in elicottero la centrale nucleare di Chernobyl per fotografare l’esplosione del reattore 4, Igor Kostin, primo fotoreporter accorso sul posto quel 26 aprile del 1986, ebbe una brutta sorpresa: tutte le fotografie scattate risultavano nere, tranne una. Del resto la missione era già partita con il piede sbagliato: buttato giù dal letto prima dell’alba da una telefonata, giunto con l’elicottero in prossimità della centrale riuscì a fare solo 20 scatti, dopodiché la macchina si inceppò.

Kostin non sapeva ancora che la causa di quelli che all’inizio sembravano imprevisti era in realtà la tremenda quantità di radiazioni cui era stato esposto. Per questo non c’è altra traccia fotografica dello scenario di guerra di quel 26 aprile, di quel viavai di veicoli militari che gli ricordava le sue missioni da reporter di guerra in Afghanistan o in Vietnam. Quell’unica immagine fece immediatamente il giro del mondo e venne pubblicata su tutti i principali quotidiani del globo. Tranne quelli russi, che, secondo un “grande classico” dell’informazione sovietica, blindarono la notizia. Anche perché il Partito comunista, dopo aver rifiutato gli aiuti internazionali, sapeva che per rimediare al danno non aveva altra risorsa se non i “robot biologici”.

Per liquidare il disastro i vertici del regime mandarono sul posto 600-800 mila uomini (il numero esatto non si potrà mai sapere), soprannominati, appunto, “i liquidatori”: equipaggiati di materiale ridicolo (come tute per la guerra chimica e maschere inadatte per le radiazioni), si trovarono a fronteggiare la catastrofe armati di badile, costretti a spostare con le mani blocchi di materiale radioattivo.
E mentre i piloti degli elicotteri dai quali si lanciava il liquido per evitare che le polveri radioattive si spargessero svenivano ai comandi per morire poco dopo, i giornali russi titolavano trionfalisticamente “Chernobyl, luogo di grandi imprese”, “Il reattore è vinto”, “La vita continua”. E il Primo maggio, quando a noi italiani – e così negli altri Paesi europei – venivano fatte decine di raccomandazioni (non bere latte, lavare bene la verdura, non mandare i bambini a giocare nei parchi) e gli studenti dei nostri Politecnici riuscivano a fare esperimenti e rilievi di elementi radioattivi analizzando le foglie degli alberi davanti agli istituti, a Kiev, per non seminare il panico, il regime decise di non annullare la consueta sfilata e migliaia di persone vennero lasciate attraversare una città in cui i livelli di radioattività erano al di là di ogni rischio accettabile.

Tutti i documenti secretati relativi alla tragedia sono stati resi pubblici solo nel 1992. Ma Chernobyl resta ancora oggi un buco nero dell’informazione, e non solo nei Paesi post-sovietici, perché i dati sulle dimensioni e le conseguenze del disastro sono stati falsificati fin dal primo momento, dunque anche nel “libero” Occidente qualunque ricostruzione deve fare i conti con quel vizio iniziale. Ufficialmente si parla “solo” di 4 mila morti, ma i decessi e le patologie scaturite da quell’incidente non sono mai state seriamente censiti. Come Galia Ackerman ha scritto nel libro fotografico di Kostin (Igor Kostin, Chernobyl. Confessioni di un reporter, Ega 2006), basta andare in qualunque cimitero della zona contaminata e leggere sulle tombe le date dei decessi e l’età dei deceduti per aver idea dell’ampiezza della catastrofe. Nei territori contaminati, ha rilevato Silvia Pochettino, autrice del libro Chernobyl. Una storia nascosta, 1 bambino su 4 oggi non può seguire i regolari programmi di ginnastica. E la maggior parte di noi sa quanto numerose siano le iniziative di accoglienza dei bambini malati di Chernobyl.

Invece di lasciare il suo Paese, come avrebbe potuto fare, Kostin tornò sul campo più volte, consapevole di rischiare la vita, per documentare il lavoro di migliaia di martiri, lo sfollamento e il letterale seppellimento di interi villaggi, la disperazione di coloro che vedevano morire i propri cari e distrutte e sotterrate le poche cose che avevano.
Le continue esposizioni lo avrebbero costretto a pesanti cure; ma ancora oggi, che per le sue condizioni di salute non può permettersi di assorbire neanche più un milli-röntgen, Kostin dice che finché sarà in vita continuerà ad occuparsi di Chernobyl.
Animato da questa tensione, il reporter soprannominato dal «Washington Post» “l’uomo leggendario” ringrazia coloro che si interessano alla sua denuncia, e all’età di settant’anni, dopo aver trascorso l’intera giornata spostandosi in diverse città, incalzato dai giornalisti per la presentazione del suo libro fotografico, ora in uscita in 20 Paesi del mondo, è entusiasta di accoglierci nel suo albergo, dove risponde alle nostre domande fino all’una di notte.

Kostin, nel suo libro ha scritto che Chernobyl le ha cambiato la vita, l’ha fatta rinascere. Perché, tra le tante difficoltà e tragedie che ha affrontato nella sua vita privata e professionale, proprio Chernobyl l’ha segnata così profondamente?
Perché lì ho visto un dolore immenso, di cui tuttora mi duole parlare. Pensi che la soglia massima di assorbimento di radioattività per il corpo umano è fissata a 25 röntgen. Con 500 röntgen se si prende un bicchiere in mano la pelle vi resta attaccata. Sul tetto del reattore numero 3, dove si erano depositati i detriti dell’esplosione del reattore 4, i röntgen erano a un livello di 10-15 mila. I “gatti del tetto”, come venivano soprannominati gli addetti alla bonifica di quell’area, potevano starci per 40 secondi, correndo a ogni suono di sirena. Per proteggersi si coprivano con fogli di piombo malamente ritagliati e modellati artigianalmente come maschere, caschi e protezioni per il cervello, i genitali e il midollo osseo. Quegli uomini hanno salvato mezza Europa, che altrimenti avrebbe dovuto essere sfollata.
Oggi faccio molta fatica a vivere con gli altri. Non capisco di che cosa si preoccupino: il salario, il quotidiano, le piccole storie sentimentali. Rispetto al male che ho visto non è niente. Ringrazio Dio perché tutto ciò che ho fatto negli ultimi vent’anni ha avuto un frutto e sono contento che la verità abbia la possibilità di essere resa nota in tutte le nazioni in cui il mio libro esce. Perché l’esplosione di quella centrale non è stata un problema solo del mio Paese.

Lei ha scritto che un sacrificio come quello di Chernobyl non sarebbe potuto accadere che in Unione Sovietica…
Perché lì il regime non dava nessuna importanza alla vita e perché i sudditi per il regime avrebbero fatto qualunque cosa. Ho visto personalmente alcuni “gatti del tetto” falsificare i registri in cui dovevano segnare il grado di radioattività che il loro corpo aveva assorbito per poter restare più giorni a lavorare. C’era un eroismo che all’epoca nessuno ha considerato. C’era da fare questa cosa ed è stata fatta. Non si sa il numero esatto di queste persone, non si sa neanche chi fossero. Le cerimonie di sepoltura erano sbrigative, i vitalizi garantiti alle famiglie di questi martiri non si sono mai visti, perché concederli avrebbe significato lasciare un’ulteriore traccia dell’accaduto e ammetterne anche la responsabilità.
Dalla sua descrizione degli imputati, in particolare di Briukhanov, il direttore della centrale condannato a dieci anni di reclusione, emerge un’altra tipologia di vittima, certo diversa dalla povera gente e dai liquidatori, ma comunque specchio di un’umanità fragile perché tesa ad assecondare e compiacere il potere sopra ogni altra cosa… Chi è allora il responsabile del disastro di Chernobyl?
Il responsabile è l’Ideologia comunista, il regime e il suo modo di plasmare e plagiare le persone. Questo è il vero e unico responsabile di quella tragedia. L’ideologia, che era al di sopra di ogni senso di responsabilità e di umanità.

Che giudizio ha di Gorbaciov?
Dobbiamo ringraziarlo perché ha portato alla caduta del muro di Berlino e con esso della Cortina di Ferro. Gorbaciov ha fatto soffiare il vento del cambiamento, ma era comunque un uomo con un passato organico ai tempi oscuri del comunismo. Lui stesso, come uomo, non poteva cambiare d’un tratto e dunque in relazione al disastro, anche negli anni successivi, ha sempre lasciato trapelare solo quanto non recava danno all’Ideologia. E tutt’oggi noi risentiamo di questo atteggiamento: il mio libro non ha ancora nessuna possibilità di essere pubblicato nel mio Paese.

Nel 1991 alla centrale ci fu una nuova esplosione, di cui l’unica traccia sono state solo le sue fotografie. Il tutto dopo che fin dall’87 si erano susseguite proteste da parte della popolazione. Chernobyl non aveva insegnato nulla dunque?

No, nulla. E il fatto drammatico è che tutt’oggi non ha insegnato nulla. Proprio il 23 marzo scorso il Governo ucraino ha approvato un piano per la costruzione di 22 reattori nucleari entro il 2030. Un fatto clamoroso, tenuto conto che la ferita di quel 26 aprile 1986 è tuttora sanguinante.

Nell’autunno del 2004 Kiev è sembrata risorgere con la “rivoluzione arancione”. Quanto ha contato Chernobyl in quella reazione?
In quel periodo ero a Parigi, e avevo deciso di posare le mie tre macchine fotografiche. Ma quando ho sentito della “rivoluzione arancione” sono partito immediatamente. Ho letteralmente pianto di gioia nel vedere il mio popolo rivoltarsi contro quell’Ideologia. Mi sono trasferito nella tenda n. 26 per stare a fianco di coloro che protestavano. Ho assistito a qualcosa di unico: c’erano delle vecchiette, con pensioni da fame, che spendevano il loro denaro per comprare cibo per i manifestanti. È difficilissimo rendere l’idea di quello che è successo in quella piazza a chi non sa che cosa abbia significato vivere sotto il regime.
Si è trattato di un avvenimento epocale, anche perché gli ucraini sono un popolo molto paziente. L’origine di quella rivolta sta in un’insofferenza per la mancata trasparenza dell’informazione e il continuo imbavagliamento dei giornali; il popolo era stanco di vivere nella menzogna e la goccia che aveva fatto traboccare il vaso era stata l’uccisione nel 2002 del giornalista Géorgiy Gongadze. Ma di sicuro Chernobyl è stato un punto di partenza fondamentale per questo risveglio e di questa ribellione.

Tornando alla catastrofe del 1986, senza il suo contributo ci troveremmo di fronte a un buco irrimediabile dell’informazione. La pubblicazione della fotografia di un bambino malformato ospite in un orfanotrofio ha spinto un pool di medici britannici a occuparsi di questi bambini e quel piccolo è stato poi adottato…
Facendo il reporter ho fatto del bene semplicemente perché ho fatto bene il mio lavoro. Tutto quello che potevo fare contro quel mondo politico sporco, quelle ingiustizie, ho cercato di farlo esercitando al meglio la mia professione. Sì, mi sento di aver salvato il destino di quel bambino, ma questo deve stare nel compito, nella missione di chiunque faccia questo mestiere.

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Puledro nato con otto zampe

Bambini nati deformi a causa delle radiazioni

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26 aprile 2011

fonte:  http://estjournal.wordpress.com/2011/04/26/cernobyl-venticinque-anni-dopo-intervista-a-igor-kostin/

ROMA – Bacio libero all’Ikea contro Giovanardi. Sabato 29 flash mob

Bacio libero all’Ikea contro Giovanardi

Sabato 29 flash mob al grande magazzino di Porta di Roma in risposta alle critiche del sottosegretario per uno spot del gruppo svedese: 60 secondi di baci

fonte immagine
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La locandina Ikea incriminata (Ansa)
La locandina Ikea incriminata (Ansa)

ROMA – «Bacio libero all’Ikea». Quando? Sabato 29 aprile: l’appuntamento è al centro commerciale Porta di Roma. «Saremo alla sede Ikea della Bufalotta per il nostro “bacio libero” in risposta al sottosegretario alla famiglia Giovanardi– si legge sulla pagina Facebook del flash mob –. Per questo quel giorno ci divideremo in coppie e comunque saremo composti, qualunque sia il nostro genere di famiglia, alle 15 in punto, ci baceremo per un minuto in modalità freeze. Entreremo poi mano nella mano nel negozio».

Il sottosegretario Giovanardi – fonte

FLASH MOB – Il tam tam multimediale è già scattato. Casus belli: l’ultima pubblicità lanciata da Ikea. Sullo sfondo una coppia omosessuale: «Siamo aperti a tutte le famiglie», recita lo slogan del commercial. L’idea non è piaciuta al sottosegretario alla Famiglia, Carlo Giovanardi, che ha commentato: «È in contrasto con la Costituzione». Immediata la risposta della Rete che ha lanciato la singolare iniziativa: «Noi ci riconosciamo in un’idea di famiglia fondata sull’affetto, sulla solidarietà e sulla scelta di stare insieme – fanno sapere gli organizzatori del “bacio libero” – e per questo saremo sabato davanti all’Ikea di Porta di Roma, a scambiarci un bacio che simboleggia quella scelta e quella solidarietà di tutti e per tutti».

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Simona De Santis
26 aprile 2011
fonte:  http://roma.corriere.it/roma/notizie/cronaca/11_aprile_26/bacio-libero-ikea-bufalotta-sabato-desantis-190514078924.shtml

NAPOLI – Rifiuti, è rivolta in vari quartieri, bloccato Corso Vittorio Emanuele

Rifiuti, è rivolta in vari quartieri
bloccato Corso Vittorio Emanuele

Le immagini delle rivolte

Sempre più grave la situazione e intere zone si ribellano. In via Pietro Colletta bloccate anche due ambulanze

Rifiuti, è rivolta in vari quartieri  bloccato Corso Vittorio Emanuele Corso Vittorio Emanuele

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I cumuli continuano ad assediare la città e i cittadini sono sempre più esasperati. Così si segnalano, oltre ai roghi, altre forme di protesta contro l’eterna emergenza rifiuti.  E scattano i blocchi stradali. Se ne registrano tra ieri notte e oggi in alcune zone. La protesta più evidente al Corso Vittorio Emanuele.

LE FOTO DELLA RIVOLTA

Un folto gruppo di donne ha disseminato i rifiuti non raccolti negli ultimi giorni lungo la strada all’altezza del viale del Pino, a circa duecento metri da piazza Mazzini.

La conseguenza è che il traffico è bloccato. Ma identica scena si registra in via Pietro Colletta nei pressi della pizzeria Trianon dove persino due ambulanze sono rimaste coinvolte nel blocco stradale. Nei giorni scorsi iniziative analoghe si sono verificate in altre zone della città e alla fine quelle strade poi sono state ripulite.

Sono oltre duemila le tonnellate di rifiuti rimasti a terra, circa 500 più di ieri. L’ufficio flussi della Regione sta monitorando la situazione 24 ore su 24. La situazione è stata aggravata dal mancato conferimento di 200 tonnellate di immondizia nell’impianto di Tufino. Disposta la precedenza assoluta dello sversamento dei rifiuti del comune napoletano nella discarica di Chiaiano.

Fallito il piano Pasqua pulita. Non ha dato gli esiti sperati il piano straordinario approntata dal Comune per garantire strade pulite durante le feste pasquali. I turisti italiani e stranieri sono arrivati in una città assediata dai cassonetti straboccanti e i cumuli ammassati nelle principali strade del centro. Il caldo e la raccolta in ritardo hanno peggiorato ulteriormente la situazione

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26 aprile 2011

fonte:  http://napoli.repubblica.it/cronaca/2011/04/26/news/rifiuti_donne_in_rivolta_bloccato_corso_vittorio_emanuele-15405692/?rss

Regno Unito, tre incidenti nucleari in tre mesi. Ma i cittadini erano all’oscuro di tutto

Regno Unito, tre incidenti nucleari in tre mesi Ma i cittadini erano all’oscuro di tutto

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Il documento redatto dall’Office for nuclear regulation ha rilevato tre malfunzionamenti su altrettanti impianti atomici. Fuoriuscite di liquido radioattivo e guasti nell’impianto di raffreddamento

L’impianto inglese di Sellafield

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di Davide Ghilotti

26 aprile 2011

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Due fuoriuscite di materiale radioattivo e la rottura dell’impianto di raffreddamento di emergenza di una centrale. Non si tratta del Giappone ma del vicino Regno Unito, dove si sono verificati tre diversi incidenti in altrettanti impianti nucleari del Paese negli ultimi tre mesi. E’ questo il bilancio che emerge da un rapporto riservato consegnato ad esponenti del governo sulla situazione degli impianti nucleari in territorio britannico da inizio 2011 – questione tornata di primo piano anche in Gran Bretagna dopo quanto avvenuto nella centrale giapponese di Fukushima.
Il documento è stato compilato dall’Office for nuclear regulation (ONR), l’organo che si occupa della supervisione delle 10 centrali nel Paese, e viene redatto ogni tre mesi, secondo le norme sulla sicurezza nucleare approvate dopo l’incidente di Chernobyl del 1986.  Il rapporto relativo al primo trimestre del 2011 registra dunque tre diversi incidenti in altrettanti impianti. Copie del documento, firmato da Mike Weightman, a capo dell’ONR, sono state consegnate lo scorso 18 aprile al ministro dell’Energia Chris Huhne, al ministro dell’Ambiente Caroline Spelman, oltre ad Alex Salmond, primo ministro scozzese – che si sono però ben guardati dal diffondere subito la notizia.

Il primo episodio risale a inizio febbraio e si è verificato nel complesso nucleare di Sellafield. Si apprende dal documento che il personale della centrale ha rinvenuto una “pozza di liquido marrone” che presentava un livello di plutonio cinque volte superiore al limite.  “Quanto avvenuto– è scritto nel rapporto – ha messo in luce una serie di difetti nel design dell’impianto [la cui costruzione risale a 20 anni fa, ndr].”  Sellafield è un complesso di reprocessing oltre che di produzione di energia, ed è gestito da un gruppo di compagnie americane, francesi e britanniche.
Un portavoce del gruppo ha detto che la fuoriuscita constava solo di circa “mezza tazza” di liquido radioattivo – una quantità le cui radiazioni non hanno costituito un pericolo per il personale.  “Non appena il liquido è stato rinvenuto, l’accesso all’area è stato ristretto per non esporre i lavoratori,” ha riferito il portavoce. “Non c’è stata alcuna dispersione nell’ambiente e nessun pericolo per persone all’esterno della struttura.”

Altro caso di fuoriuscita è avvenuto nella centrale di Torness, nei pressi di Edimburgo, dove alcune riserve sotterranee di acqua sono state contaminate con tritium radioattivo fuoriuscito da due condotti.

Alla centrale nucleare di Hartlepool, costa nord-orientale inglese, il sistema di ventilazione di emergenza è andato fuori uso per alcune ore a causa di una “valvola difettosa”. In questo ultimo episodio, l’inchiesta preliminare dell’ONR ha constatato che “la gestione compiuta dai responsabili dell’impianto è stata efficace nell’individuare la causa del problema e ad estendere la verifica ad altre parti del sistema che potrebbero presentare punti di vulnerabilità”.

Anche nei due casi precedenti, l’organo regolatore definisce tempestiva ed efficace la risposta agli incidenti da parte dei gestori degli impianti.  Casi contenuti dunque, ma che denotano la necessità di stare sempre all’erta per evitare pericoli maggiori.

Oltre ai tre incidenti dettagliatamente documentati nel rapporto, ve ne sarebbe anche un quarto, avvenuto nello stesso periodo, i cui rilevamenti sono in fase iniziale.  “Riguarda un’area ristretta di suolo contaminato – scrive Weightman – i cui dettagli verranno forniti nel rapporto successivo”.  Ulteriori inchieste dell’ONR sono infatti ancora in corso, ma la notizia degli incidenti, avvenuti nello stesso periodo in cui il mondo assisteva inerme a Fukushima, è passata in sordina tra i media e nel governo.

I risultati delle inchieste potrebbero infatti rallentare ulteriormente i precedenti piani governativi di potenziare il settore energetico nucleare – già congelati a fronte di un controllo di sicurezza trasversale ordinato nel pieno del disastro giapponese e di una opinione pubblica sempre più contraria.

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fonte:  http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/04/26/regno-unito-tre-incidenti-nucleari-in-tre-mesi-ma-i-cittadini-erano-alloscuro-di-tutto/107059/

VERTICE ITALIA-FRANCIA – Berlusconi concede tutto a Sarkozy. E sul nucleare ammette il bluff

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‘Cip e Ciop’ della politica europea

Vertice Italia-Francia, Sarkozy: “Creare gruppi europei, sì a Draghi alla Bce”

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Convergenza anche sugli altri temi. Berlusconi cede sulla modifica di Schengen e il presidente francese si dice soddisfatto della scelta italiana d’intervento in Libia. Pronta una lettera per i vertici Ue: necessario un maggiore coinvolgimento

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“Un incontro molto positivo”. Così il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi ha definito il vertice intergovernativo a Villa Madama con il presidente della Repubblica francese, Nicolas Sarkozy, appena concluso. La convergenza dei due leader sui tanti temi affrontati sarebbe stata totale, secondo quanto dichiarato dal premier italiano nella conferenza stampa a margine. Durante il suo intervento, il premier italiano ha anche accennato alla recente decisione del governo di frenare sull’energia nucleare, nonostante “siamo assolutamente convinti che sia il futuro per tutto il mondo”, ha detto.  Berlusconi ha così spiegato il motivo della moratoria governativa: il timore dell’opinione pubblica dopo il disastro di Fukushima avrebbe reso il nucleare “impossibile per anni”. Meglio aspettare “uno o due anni perché si tranquillizzino”, ha concluso. “Tra Italia e Francia ci sono delle tensioni, – ha dichiarato Sarkozy sul merito dell’incontro – non ha importanza sapere di chi è la colpa, ma non hanno motivo di esistere”. Nemmeno sulla gestione dell’immigrazione e sulla questione libica, quindi. Proprio su quest’ultimo punto, il presidente francese ha sottolineato di aver accolto positivamente la decisione italiana di un maggiore coinvolgimento militare. Non si tratterà di bombardamenti, ha chiarito ancora una volta Berlusconi, ma di “inteventi con razzi di estrema precisione su singoli obiettivi militari, dove si possa eslcudere con certezza la possibilità di danni alla popolazione civile”. Un passaggio dell’incontro è stato dedicato anche alla Siria, nuovo fronte caldo di proteste anti-regime. “Siamo molto preoccupati per gli sviluppi e le numerose vittime. – ha dichiarato Berlusconi – Facciamo un appello forte alle autorità di Damasco affinché diano un seguito concreto e immediato alle riforme annunciate”.

Il coinvolgimento in Libia. Durante il vertice, Berlusconi e Sarkozy hanno discusso al telefono con il leader del Comitato nazionale transitorio di Bengasi, Mustafa Jalil, per fare il punto della situazione. Entrambi i leader hanno ribadito ancora una volta la necessità di un appoggio internazionale al Cnt e di un passo indietro di Muammar Gheddafi. Jalil ha ringraziato l’Italia per la decisione di utilizzare i propri veivoli in azioni militari in Libia. Scelta del tutto condivisa anche dal presidente francese che, sin dai primi momenti delle operazioni, aveva richiesto un maggiore coinvolgimento. Una decisione difficile, ha dichiarato Berlusconi, “per il passato coloniale e per i trattati di amicizia siglati con il popolo libico, ma riteniamo che del nostro intervento ci sia bisogno”. Anche perché, ha specificato il premier italiano, era stato richiesto dalla Nato e dagli Stati Uniti. Nessun problema con i vertici della Lega, secondo Berlusconi, nonostante il Carroccio si sia opposto con fermezza. “Ci siamo già sentiti – ha spiegato il premier – e li richiamerò anche tra poco per spiegare la questione”. Ma il ministro per la Semplificazione, Roberto Calderoli, insiste: “La Lega Nord è contraria alla guerra. Questa è la posizione che porteremo con Umberto Bossi al prossimo Consiglio dei Ministri”.

Dichiarazione congiunta sul tema immigrazione. I due leader hanno firmato una dichiarazione congiunta su Libia e Nord Africa, con la richiesta alla Ue di una maggiore cooperazione – anche sul piano degli investimenti – con i paesi della sponda sud del Mediterraneo. Durante il vertice, inoltre, è stata decisa la nomina di due stretti collaboratori di Berlusconi e Sarkozy, che si occuperanno di “affrontare il tema immigrazione, sviluppando i trattati già esistenti”, ha spiegato il premier italiano. Che ha voluto anche porre fine alle polemiche di questi giorni con la Francia a proposito dei permessi temporanei ai migranti tunisini. “Non hanno diritto all’asilo, è un’immigrazione economica, non dovuta a nessuna guerra”, specificava l’Eliseo. Oggi, Berlusconi ha dato pubblicamente ragione al collega francese, riconoscendo lo sforzo della Francia “superiore cinque volte a quello italiano”. “Nessuna accusa quindi”, ha chiarito. Insieme alla dichiarazione congiunta, i due leader hanno firmato una lettera, indirizzata al presidente dell’Unione europea, Herman Van Rompuy, e al presidente della Commissione europea, José Manuel Barroso, con alcune proposte di modifica provvisoria del trattato di Schengen, in situazioni eccezionali, e la richiesta di potenziamento dell’agenzia Frontex, il sistema di pattugliamento europeo delle frontiere esterne. “E’ necessaria la solidarietà di tutti i Paesi della Ue”, ha concluso Berlusconi.

Lactalis-Parmalat, sì a gruppi italo-francesi. “Crediamo nel futuro dei gruppi europei, l’abbiamo sempre detto”, ha spiegato il presidente francese riguardo al capitolo economico dell’incontro. Che, proprio stamattina, ha visto scendere in campo il gruppo d’oltralpe Lactalis con l’opa lanciata per l’acquisto del gruppo italiano Parmalat. Una proposta “non ostile”, ha spiegato Berlusconi, che pure ha ammesso quanto sia singolare che l’iniziativa sia arrivata proprio questa mattina, data dell’appuntamento tra i due Paesi. La strada che Italia e Francia intendono percorrere, nel caso Lactalis-Parmalat e più in generale, è quella di una co-partecipazione. Per raggiungerla, secondo Sarkozy, è naturale “un periodo di tensione, per mettersi d’accordo”. “Voi avete le piccole e medie imprese, noi i grandi gruppi. – ha continuato il presidente – Non c’è bisogno di farci la guerra”. Massima disponibilità da parte della Francia, invece, ad appoggiare la candidatura di Mario Draghi alla presidenza della Banca centrale europea. Il presidente Sarkozy si è detto “molto felice” di sostenere la figura di Draghi, “perché è una persona di grande qualità, e in più é italiano”.

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fonte:  http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/04/26/al-via-il-vertice-italo-francese/107092/

AMBIENTE, COME ROVINARLO E RIMETTERCI PURE DEL DENARO – Davanti alle coste siciliane arrivano le trivelle dei petrolieri

Davanti alle coste siciliane arrivano le trivelle dei petrolieri 

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La Transunion comincerà a sondare i fondali tra qualche giorno. In estate potrebbero iniziare le trivellazioni a 13 miglia da Pantelleria. L’Italia chiede il 4 per cento di royalty contro l’85 per cento della Libia e l’80 della Russia

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di DARIO PRESTIGIACOMO e LORENZO TONDO 

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Davanti alle coste siciliane  arrivano le trivelle dei petrolieri 

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La Transunion ha già annunciato ai comuni iblei che a fine aprile inizierà a sondare il fondale dello specchio d’acqua davanti a Pozzallo, a 27 chilometri dalla costa. L’Audax, invece, di sonde non ha più bisogno: in estate, si legge sul suo sito web, potrebbe cominciare a trivellare a 13 miglia da Pantelleria. Non molto lontano, nei dintorni delle Isole Egadi, anche la Northern Petroleum riscalda i motori delle sue piattaforme.

Sotto l’ombra dell’inferno libico e quella di un possibile blackout energetico, la primavera delle trivelle sul mar Mediterraneo – esorcizzata dal ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo che prometteva di difendere a spada tratta il Canale di Sicilia, costi quel che costi – è oramai alle porte.

Secondo i dati delle associazioni ambientaliste, sarebbero più di cento i permessi di ricerca di idrocarburi richiesti o vigenti nel Mediterraneo. Alcuni concessi a un tiro di schioppo da sabbie dorate e banchi corallini. Le piattaforme, che – secondo quanto riportato dai bollettini pubblicati sui siti delle compagnie petrolifere – potrebbero già entrare in azione tra poche settimane, confermano i timori manifestati negli ultimi mesi dagli ambientalisti: il decreto anti-trivella, firmato e fortemente voluto dal ministro Prestigiacomo, emanato lo scorso 26 agosto, non servirà a proteggere le acque del Mediterraneo.

La Northern Petroleum lo sa e lo scrive: “La legislazione italiana che vieta le trivellazioni off-shore entro le 12 miglia dalla costa – si legge nel comunicato – avrà un effetto irrilevante sugli assetti della compagnia”. Così, in barba al no della Regione e a quello dei sindaci, la Northern fa sapere di poter estrarre dai suoi giacimenti ben 4 miliardi di barili che tradotti in quattrini significano 400 miliardi di euro nelle tasche dei petrolieri. Briciole o nulla per lo Stato italiano dove le royalty che le compagnie minerarie lasciano al territorio dove estraggono senza imporre franchigie arrivano a malapena al 4 per cento contro l’85 di Libia e Indonesia, l’80 di Russia e Norvegia, il 60 in Alaska, e il 50 per cento in Canada.

“Al di là dell’aspetto ecologico, per l’Italia le trivelle sono anche antieconomiche” spiega Mario Di Giovanna, portavoce di “Stoppa la Piattaforma”. “Se ci adeguassimo agli standard delle royalty degli altri paesi, facendo i conti della serva, potremmo estinguere, solo con una minima parte del canale di Sicilia, il 25 per cento del debito pubblico italiano”.

In Italia, la franchigia per le piattaforme off-shore è di circa 50.000 tonnellate di greggio l’anno, equivalenti a 300 mila barili di petrolio. Sotto questo tetto di estrazione, le società non sono tenute a pagare nemmeno l’esiguo 4 per cento di royalty. La piattaforma Gela 1, a 2 km dalle coste siciliane, dal 2002 al 2008 ha prodotto petrolio e gas sempre sotto la soglia di franchigia. La Prezioso e la Vega producono invece il doppio oltre il limite (circa 100/120 mila tonnellate), pagando la franchigia solo per la metà della loro produzione. Forti delle agevolazioni fiscali italiane, le società le decantano ai loro investitori. A pagina 7 del rapporto annuale della Cygam (società petrolifera con interessi nell’Adriatico) si parla del nostro paese come il “migliore per l’estrazione di petrolio off-shore”, sottolineando la totale “assenza di restrizioni e limiti al rimpatrio dei profitti”.

Intanto Atwood Eagle, la contestatissima trivella dell’Audax che dall’11 luglio scorso galleggiava a 13 miglia dalle coste di Pantelleria, dopo un temporaneo abbandono dell’area, tra qualche mese potrebbe riprendere i sondaggi, mentre Shell ha già detto di aspettarsi dal Canale di Sicilia 150mila barili al giorno. Qualche settimana fa la Transunion Petroleum Italia ha inviato ad alcuni comuni della zona iblea, tra cui Pozzallo, Modica e Ragusa, un’istanza di avvio della procedura di valutazione d’impatto ambientale relativa ad un’area con un’estensione di 697,4 km quadrati, situata nel Canale di Malta. Le autorità locali hanno tempo fino al 27 aprile per le dovute osservazioni.

Il decreto anti-petrolio potrebbe non salvare nemmeno il mare agrigentino, dove la Hunt Oil Company ha avanzato una richiesta di permesso a poche miglia dall’Isola Ferdinandea, una delle tante bocche vulcaniche di un massiccio complesso sottomarino: il regno di Empedocle, l’Etna marino, il gigante sommerso che fa ancora tremare i fondali.

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26 aprile 2011

fonte:  http://palermo.repubblica.it/cronaca/2011/04/26/news/davanti_alle_coste_siciliane_arrivano_le_trivelle_dei_petrolieri-15387797/?rss

A Misurata tra morti senza pace. E bambini-soldato al soldo di Gheddafi / VIDEO: Alex Crawford Reports From Inside Misrata

Alex Crawford Reports From Inside Misrata

Da: | Creato il: 25/apr/2011

A Misurata tra morti senza pace
E bambini-soldato al soldo di Gheddafi

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Viaggio nella città martire da giorni sferzata dai bombardamenti lealisti. I ribelli raccontano che buona parte delle strade sono nelle loro mani. Anche se i fedelissimi del Raìs stanno ancora asserragliati in alcuni palazzi. Tra loro molti sono giovanissimi

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Photo of sixteeen year old Murad. He was too scared to show his face.

boy soldier captured by insurgents – fonte

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A Misurata neppure i morti trovano pace. Il piccolo cimitero del quartiere di Kharouba è stato bersaglio fino a ieri dei colpi di mortaio dell’esercito lealista e la metà delle tombe sono andate distrutte. “Questo cimitero è stato bombardato dalle forze di Gheddafi per 65 giorni”, racconta Seilam mentre con le mani riempie di terra il buco che uno dei tanti grad ha provocato. I pochi residenti che non sono fuggiti riesumano i corpi e scavano nuove fosse. Un ragazzo piange appoggiato al cancello principale. “Questo era mio cugino, 9 anni – racconta in lacrime – cosa ha fatto a Gheddafi da meritarsi la morte?”, si domanda senza trovare risposta. Gli amici cercano di consolarlo stringendolo. Ma il dolore e la rabbia, per adesso, sono ancora troppo forti.

La città martire di Misurata è ancora in guerra. Le battaglie degli ultimi tre giorni a suon di kalashnikov, mortai e razzi RPG, con ribelli che casa per casa cercavano di conquistare la parte Sud della città sono quasi terminate. “Misurata è praticamente nelle nostre mani – dice Salem, un ribelle di 23 anni che fino a 3 mesi fa lavorava per una delle tante compagnie italiane in Libia, mentre sta in guardia con il suo fucile di precisione al mercato della frutta di Tripoli street – ma ci sono ancora miliziani di Gheddafi intrappolati in alcuni edifici tra la facoltà di medicina e l’ospedale pubblico. Non sappiamo in che condizioni sono, visto che da tre giorni abbiamo praticamente circondato la zona e sono senza rifornimenti di munizioni e cibo”. Ma a fare paura, adesso che il grosso delle truppe del colonnello è all’esterno della città, sono i razzi sparati a random. Che anche ieri, sono arrivati al porto. In uno strano lunedì, dove i rumori delle mitragliatrici sono stati sostituiti da quelli dei mortai e missili, anche le ambulanze, che solitamente arrivano al fronte, stavano a distanza di sicurezza dal Western Gate della città, dove i ribelli hanno posizionato le mitragliatrici pesanti di stampo sovietico.

Il giorno di Pasqua, la città è rimasta sveglia con gli occhi verso il cielo per cercare di capire da dove arrivavano i missili. I minareti hanno scandito cori senza fermarsi dal tramonto all’alba. Difficile fare una stima delle esplosioni udite, ma da mezzanotte alle nove del mattino non si sono quasi mai fermate. Quattro, forse cinque grad, sparati uno dopo l’altro, hanno centrato una casa nel quartiere di Ras Amar. Le sette persone che c’erano dentro, tra cui un bambino, sono morti senza neppure arrivare all’ospedale. In uno scatolone bianco un anziano mostra i pezzi di corpo carbonizzati del piccolo che sono riusciti a recuperare tra le macerie della sua camera. Nello stesso quartiere almeno 5 edifici sono andati distrutti dai missili sparati dai lealisti. “In questa zona non ci sono mai stati scontri a fuoco – racconta Yousef, un residente dell’area – la maggior parte della gente se ne è andata da due mesi. Chi è rimasto nel quartiere ha passato le notti nelle case all’inizio della strada, in alcune case che hanno stanze sotto terra e sono più sicure. Quello che è successo ieri notte significa che oramai sanno di aver perso Misurata e vogliono ucciderci tutti”. A meno di duecento metri, nel grande cimitero del quartiere, si celebra il funerale dei civili morti. Un centinaio di persone, tutti uomini, danno l’ultimo saluto alle salme avvolte nei teli di nylon bianchi. Le mitragliatrici scaricano colpi di rabbia verso il cielo.

Intanto, alla clinica dove vengono portati i feriti, da due giorni arrivano miliziani di Gheddafi catturati dai ribelli. Hanno la faccia di ragazzini, spesso sono feriti e in condizioni pietose. Uno di loro, vivo, è seduto sul cassone del pick-up con tre giovanotti che gli puntano il mitra alla testa. “Hai ucciso mio figlio”, gli urla un uomo prima di sputargli. Ma viene subito fermato dai ribelli presenti e allontanato. Quando gli scatti delle macchine fotografiche sono abbastanza l’auto si allontana lasciando dietro di se la scia di polvere. Il luogo dove vengono portati i “prigionieri di guerra” deve rimanere segreto alla stampa. Su una barella c’è un altro combattente di Gheddafi. Dice di venire dalla “Mauritania, dove non c’è cibo e neppure vestiti”. “Sono venuto in Libia – racconta ai dottori – per trovare lavoro. Mi hanno reclutato e mandato a Misurata”. Ma giura che non ha mai “ucciso nessuno”. Quando la visita è finita un infermiere chiude la tenda del suo spazio e chiede gentilmente ai presenti di allontanarsi. Che fine farà nessuno lo sa.

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26 aprile 2011

fonte:  http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/04/26/a-misurata-tra-morti-senza-pace-e-i-soldati-bambini-al-soldo-di-gheddafi/107067/

BARI – Isabel, no all’accompagnamento: Per la legge è «troppo invalida»

Isabel, no all’accompagnamento
Per la legge è «troppo invalida»

Ventunenne, è totale inabile. L’assegno viene concesso a chi ha una capacità lavorativa tra il 74 e il 99%

La sede Inps di BariLa sede Inps di Bari

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BARI – Vittima due volte: prima di una malattia improvvisa che le ha fatto perdere parte delle mani e dei piedi; poi della burocrazia che le ha tolto, per un cavillo, l’indennità di accompagnamento. Poche centinaia di euro che, però, avrebbero consentito a Isabel di aiutare economicamente la famiglia che, per garantirle le cure, ha speso i risparmi di una vita e ha dovuto subire anche uno sfratto. Arriva da Bari una storia che con un pizzico di elasticità e di sensibilità si sarebbe potuta risolvere senza dover finire in un’aula del Tribunale civile. E avrebbe risparmiato alla ragazza, una 21enne mauriziana giunta a Bari nel 2006 per ricongiungersi ai genitori, emigrati in Italia qualche anno prima in cerca di fortuna. Per l’Inps e la legge, Isabel – non vivendo in Italia da almeno cinque anni – è «troppo invalida» per aver diritto all’assistenza economica. Un paradosso che sta procurando solo dolore ad una famiglia perbene (il papà di Isabel è un operaio della Toyota, la mamma casalinga) che sperava di cominciare una nuova e serena vita qui.

Ma andiamo con ordine e ricostruiamo la vicenda della ragazza. Nel 2006 una terribile ed improvvisa malattia (la vasculite necrotizzante) la costringe ad un ricovero in rianimazione, dove entra in coma e ci rimane per più di un mese. Quando Isabel si risveglia la malattia ha già prodotto danni irreversibili agli arti inferiori e superiori. Inizia un altro calvario per la ragazza e per i suoi genitori: il viaggio della speranza a Milano, all’istituto di chirurgia plastica, per cercare una guarigione definitiva dalla necrosi che avanza impietosamente. Purtroppo però non c’è nulla da fare. Per salvarle la vita, i medici le amputano le falangi superiori delle mani e dei piedi. Il papà e la mamma non si arrendono e sopportano spese ingenti per farla curare al meglio. La ragazza, lentamente, si riprende, superato il peggio presenta domanda alla Asl Bari per il riconoscimento della sua invalidità. Dopo la visita, le viene riconosciuta una invalidità del 100 per cento con diritto alla indennità di accompagnamento, perché la ragazza «necessità di assistenza continua non essendo in grado di compiere gli atti quotidiani della vita», recita la formuletta di legge. Isabel ha diritto a 470 euro al mese, pochi soldi che però le consentirebbero di aiutare la famiglia ed evitare lo sfratto.

Ma un altro fulmine a ciel sereno irrompe nella sua vita: una comunicazione del Comune e dell’Inps blocca tutto perché «non in possesso di carta di soggiorno o permesso di soggiorno «Ce» per soggiornanti di lungo periodo». In altre parole, Isabel è in Italia da troppo poco tempo per una legge approvata dal centrosinistra: la norma stabilisce un limite di 5 anni. Non solo, al danno si aggiunge la beffa. «La Corte Costituzionale – spiega l’avvocato Saverio Macchia, il legale che sta seguendo il caso in Tribunale – nel 2010 è intervenuta per stabilire che è illegittima tale norma nella parte in cui subordina la sussistenza del requisito dei 5 anni di soggiorno alla erogazione dell’assegno mensile di assistenza, che è una prestazione assistenziale economica che viene concessa a chi, cittadino o straniero, ha una invalidità che determina una riduzione della capacità lavorativa ricompresa tra il 74 e il 99 per cento». Ma Isabel è risultata invalida al 100 per cento, quindi per lo Stato italiano è troppo invalida per avere diritto all’assistenza. «Solleveremo davanti al giudice questione di legittimità costituzionale della norma per violazione del principio di uguaglianza», dice l’avvocato.

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Vincenzo Damiani
26 aprile 2011

fonte:  http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/bari/notizie/cronaca/2011/26-aprile-2011/isabel-no-accompagnamentoper-legge-troppo-invalida-190510990656.shtml

SIRIA – «Prima ci arrestavano, ora ci uccidono» / Video 90 killed, 80 injured in Syria clashes

Video 90 killed, 80 injured in Syria clashes

Da: | Creato il: 25/apr/2011

«La gente non ne può più di questo governo e non ha intenzione di fermare le proteste»

«Prima ci arrestavano, ora ci uccidono»

Parla il blogger siriano Rami Nakhle, ricercato dal regime di Damasco è dovuto fuggire all’estero

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Una manifestazione contro il regime in Siria (Ansa)
Una manifestazione contro il regime in Siria (Ansa)

«They want to kill me, but I will not stop my work». Vogliono ucciderlo, ma lui non ha intenzione di fermarsi. Il messaggio arriva forte e chiaro via skype, mentre sul suo computer si sente piovere una tempesta di messaggi. Arrivano dai giornalisti di tutto il mondo: Cnn, Bbc, Ap, Al Jazeera. Il suo vero nome è Rami Nakhle, ma è meglio conosciuto con lo pseudonimo Malath Aumran. Chiuso in una stanza di Beirut, dove si trova in esilio, tiene le redini della guerra telematica contro il regime siriano di Bashar Al-Assad. Vive di facebook, twitter, flickr. Rilascia interviste, organizza le rivolte, conta i morti, carica in rete «almeno 100 video al giorno», ognuno dei quali testimonia «le violenze di piazza commesse dall’esercito siriano». Sa di rischiare grosso: «Non soltanto il carcere, perfino la vita». L’anno scorso è miracolosamente scampato all’arresto, oltrepassando il confine libanese con la polizia siriana alle calcagna. I servizi segreti siriani gli stanno dando la caccia anche a Beirut, «ma sono ben nascosto», assicura lui. Vive da recluso, «non metto mai piede fuori di casa», passando le giornate attaccato al computer, alimentando l’onda della rivoluzione on line. Ventotto anni e una laurea in scienze politiche, ha iniziato a percorrere le vie del web cinque anni fa, fondando la rivista on line Siria News. Poco dopo ha lanciato la campagna contro la rete di telefonia cellulare Syriatel, accusata di corruzione e di proprietà di Makhlouf, cugino del leader Assad. Oggi è uno dei cyber-attivisti siriani più ricercati dai servizi segreti. Nei giorni scorsi, un messaggio via Facebook lo ha avvertito che sua sorella sarebbe stata arrestata qualora non avesse interrotto la sua propaganda antigovernativa.

Rami Nakhle, le minacce sul web l’hanno messa di fronte ad una scelta. Cosa pensa di fare?

«Vado avanti. Sono molto preoccupato, la mia vita e quella dei miei familiari è in pericolo, ma voglio continuare questa battaglia. Quando hanno minacciato di arrestare mia sorella, ho passato il giorno più brutto della mia vita, ma non posso fermare il mio lavoro proprio adesso, è una battaglia che ci riguarda tutti da vicino e che dobbiamo vincere».

I suoi familiari la pensano allo stesso modo?

«I miei genitori mi chiamano ogni giorno. Hanno paura, sono molto spaventati da quello che sta accadendo e mi suggeriscono di non andare oltre».

Ma lei continua.

«Sì, perché stiamo per vincere una guerra epocale e il regime sta per cadere».

Adesso lei si trova a Beirut. Si sente sicuro?

«Assolutamente no. I servizi segreti siriani mi stanno cercando anche qui. Conoscono la mia faccia e potrebbe essere pericoloso persino stare per strada. Non esco mai, né il giorno né la notte. Vivo insieme a un gruppo di amici e un giornalista americano. Pensano loro a comprare tutto quello che mi serve».

Ha mai pensato di scappare anche dal Libano?

«Non voglio scappare ancora, presto tornerò nel mio Paese, finalmente libero».

Sembra ottimista: quale scenario prospetta per la Siria?

«Seppur preoccupato per la nostra incolumità, rimango fiducioso per il futuro della Siria. Conosco il mio popolo, la gente è esausta di questo governo, è arrabbiatissima e non ha intenzione di fermare le proteste. Tutti i siriani vogliono il cambiamento».

Come si svolgono le sue giornate?

«Dormo tre ore a notte, sono connesso a internet tutto il giorno. Mi contattano tantissimi giornalisti da ogni parte il mondo. Rilascio interviste, aggiorno le mie pagine di facebook e twitter per denunciare le violenze quotidiane sulle strade delle nostre città, sono in contatto perenne con altri attivisti in Siria, ci scambiamo informazioni e organizziamo le rivolte. E’ l’unico modo per denunciare quello che succede. I giornalisti rimasti in Siria sono pochissimi, e quei pochi sono controllati dal Governo. I giornalisti siamo diventati noi».

Il Governo siriano ha annunciato cambiamenti e aperture politiche. Qualcosa è cambiato?

«No, anzi. Le cose sono notevolmente peggiorate: prima i manifestanti venivano arrestati, adesso vengono uccisi per strada». Alcuni bilanci parlano di circa 300 morti civili. Ce ne sono molti di più: almeno 400, forse 500».

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Jacopo Storni
26 aprile 2011
fonte:  http://www.corriere.it/esteri/11_aprile_26/siria-intervista-jacopo-storni_c3b2a3ca-6fe2-11e0-9dd7-595a41612a44.shtml