UN BELLISSIMO RICORDO – Come Di Bartolomei

Come Di Bartolomei

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di Francesco Vannutelli

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Vengo qui tutti gli anni.
Al parco, su via Nemorense, dove la mie gambe bambine corsero con gli amichetti da una parte all’altra, confuse e festanti, disordinate e instancabili.
Quante partite, quanti ricordi, su quel campo di terra e polvere che se tira vento non si riesce a tenere gli occhi aperti.
Vengo qui ogni anno, il trenta di maggio, da cinque anni ormai.
Porto il pallone con me, quello di quando ero bambino, quello che ho ritrovato nella vecchia cameretta a casa dei miei genitori, quando lui se ne è andato.
Vengo la mattina presto, prima di attaccare al ministero. Non c’è mai nessuno a quell’ora. Qualche anziano col giornale. Qualche barbone sulle panchine. Le ombre lunghe degli alberi nelle prime luci del giorno.
Arrivo al campetto da calcio e poggio a terra il mio pallone, tutto rovinato, graffiato, usurato.
Mi sfilo la giacca e la poggio a terra. Prendo la rincorsa e tiro, sempre nella stessa rete, piena di buchi, sotto la traversa sverniciata e arrugginita.
Vengo qui ogni trenta di maggio, poco dopo l’alba. Tiro un solo rigore, ogni anno lo stesso, colpendo preciso il pallone al centro dopo una rincorsa breve, per cercare di essere come Agostino di Bartolomei.
Quel trenta maggio del 1984 allo Stadio Olimpico io c’ero.
Ero un bambino di dodici anni con gli occhi grandi e il cuore in tumulto per l’emozione. Non avrei mai immaginato di riuscire a vedere la Roma in finale della Coppa dei Campioni. Mai e poi mai avrei potuto immaginare di essere lì, allo stadio, durante quella partita che mai più c’è stata.
Andavo a vedere le partite di campionato, nel settore distinti, quando mamma me lo permetteva, ma mai ero andato a vedere la partita in mezzo alla settimana, una partita internazionale. Fu sette giorni prima dell’incontro che mio padre tornò a casa dal lavoro con un sorriso e una busta da lettere sigillata in una mano. Io ero al tavolo della sala da pranzo chino sul quaderno a quadretti. “La vuoi vedere la finale?”, mi disse, e aprì la busta tirando fuori due tagliandi per la tribuna Tevere. Io iniziai a saltargli intorno urlando:«Vado a vedere la finale! Vado a vedere la finale!». Lui rideva, felice e orgoglioso.
A cena, di fronte al polpettone con i piselli ci spiegò che Iacovetti dell’ufficio sinistri aveva avuto mesi prima i biglietti come premio aziendale e non sapeva che farsene, visto che tifava per la Lazio. Erano amici, papà e Iacovetti; ogni lunedì commentavano a suon di battute i risultati della domenica. La sera papà tornava a casa e diceva: Iacovetti ha detto così… oppure sai cosa ho detto Iacovetti?. Rideva sempre, il mio papà, e ogni volta che rideva io ridevo con lui. «È stato proprio gentile», disse mio padre versandosi il vino nel bicchiere. «Glielo ho detto: quando la Lazio sarà in finale te li darò io i biglietti!», disse e poi scoppiò a ridere a crepapelle e io con lui.
La settimana che mancava alla finale viaggiò su due diversi binari temporali; da una parte mi sembrava non finisse mai, dall’altra mi sembrava che tra la sera in cui mio padre portò i biglietti e il giorno della grande partita fosse passata solo una notte di sonno.
In classe non ci credeva nessuno. Ero l’unico che conoscevano ad andare allo stadio. Solo il padre di Santucci, il commercialista di piazza Istria, andava in Montemario con una delegazione del suo circolo di canottieri, ma al figlio non se lo portava mica. Rosicava più di tutti, Santucci, mentre mi diceva che tanto dalla Montemario si vedeva meglio che dalla Tevere e che suo padre gli aveva promesso la maglia di Conti a fine partita. “E io gli ho detto: «Tranquillo Santucci, in televisione è come stare allo stadio, uguale uguale! Ti divertirai tantissimo!. Vedessi che faccia ha fatto, papà! Come gli rodeva!».
Quel mercoledì 30 maggio ero paralizzato dall’emozione. A scuola non parlai con nessuno, non incrociai nessuno sguardo, evitai ogni discussione sulla partita.
Salii sulla 127 di papà che ancora non riuscivo a parlare. La sciarpa di lana a bande gialle e rosse che mia madre mi aveva fatto a maglia tre anni prima per il mio esordio all’Olimpico come tifoso mi pizzicava la pelle, avevo caldo, ma non la volevo levare. Non potevo farlo.
Il Liverpool era fortissimo. Erano tutti campioni abituati a vincere, mi diceva papà in macchina. Lui si ricordava quando nel ‘77 avevano battuto proprio qui a Roma i tedeschi del Borussia non mi ricordo cosa. Era la loro prima finale e vinsero subito. E vinsero pure l’anno dopo, contro il Bruges. E di nuovo nell’81, contro il Real Madrid, una delle squadre più forti della storia del calcio. «Ma ‘sta volta è diverso», diceva papà suonando il clacson a festa insieme alle auto degli altri tifosi incolonnati verso lo stadio. «Stavolta noi giochiamo in casa, e anche se loro sono più forti, noi siamo di più, perché stasera la Roma giocherà in ottantamila contro undici, e vedremo se non avranno paura, gli inglesi!» Scoppiò a ridere e io con lui. Non mi sentivo più agitato. Mio papà aveva detto che tutto sarebbe andato bene e io gli credevo. Ci mettemmo a cantare cori da stadio insieme agli altri che a coppie di due ci sfilavano al fianco in motorino.
Allo stadio sentii l’agitazione montare di nuovo, mentre prendevamo posto sulle gradinate facendoci largo tra la folla.
Papà fumava una sigaretta dietro l’altra e io lo guardavo, eccitato e nervoso come non lo avevo mai visto. Mangiammo i panini con la frittata che mamma ci aveva preparato, con il pane fresco del fornaio di via Fibreno, e le zucchine e il prosciutto crudo che univano dolce e salato nella mia bocca. Il sapore mi scioglieva lo stomaco e mi faceva stare meglio. Mamma era bravissima a cucinare, ma quel panino era speciale, c’era qualcosa che lo distingueva da ogni cosa avessi mai mangiato in vita mia. Era più buono di tutto: più buono del ragù di salsiccia che preparava quando veniva nonno a pranzo la domenica; più buono della carbonara che mi faceva quando prendevo un bel voto a scuola. Più buono persino della Nutella che mangiavo a colazione durante le feste di Natale. Era la cosa più buona che avessi mai mangiato. Ne godetti ogni boccone, guardando le bandiere sventolare tutto intorno a me e i fumogeni levarsi pigri verso il cielo.
Quando le squadre entrarono in campo, sentii il cuore esplodermi in petto.
I tifosi inglesi provarono a intonare un timido “You’ll never walk alone”, ma vennero sommersi da un repentino “Roma!” scandito tre volte, in coro, fortissimo, da tutti i tifosi giallorossi. “Roma!”, una volta, per la gioia. “Roma!”, una seconda volta, per la speranza. “Roma!”, la terza volta, per cacciare via la paura.
La Roma giocava con la maglia bianca come segno di cortesia verso i Reds che si trovavano ad essere ospiti.
Battemmo noi, Graziani ebbe la prima occasione della partita, ma furono loro ad andare in vantaggio al quarto d’ora con Neal, al termine di una confusa azione nella nostra area. A pareggiare prima della fine del primo tempo ci pensò Pruzzo con un colpo di testa dei suoi, su cross perfetto di Bruno Conti dalla sinistra. La Roma c’era.
Il resto della partita volò via in una tensione crescente. Il secondo tempo lasciò il risultato invariato, così come i supplementari. I nostri spingevano, Graziani ebbe una buona occasione, ma il Liverpool era ben organizzato e sicuramente più abituato di noi a gestire la tensione.
Si arrivò ai rigori che le squadre erano esauste. Era la prima volta che una finale di Coppa dei Campioni veniva decisa dal dischetto. Era la serata delle prime volte, in qualche modo.
Furono i Reds a calciare il primo rigore, con il difensore Steve Nicol. Tutto l’Olimpico  tratteneva il fiato. Io presi la mano di mio padre e gliela stritolai di incredula felicità quando vidi il pallone volare alto sopra la traversa. Aveva sbagliato! Il Liverpool aveva sbagliato il primo rigore! Ora tutto è possibile!
Toccava a noi adesso. Dovevamo approfittare del vantaggio, portarci avanti e chiudere in bellezza una stagione incredibile. Graziani si avvicinò al dischetto ma fu raggiunto da Agostino Di Bartolomei, il capitano, il numero dieci. «Tiro io», gli disse. Agostino era il nostro rigorista principale. Era sempre lui dal dischetto quando capitava un fallo in area. Un esecutore implacabile, un destro preciso e potente che non dava scampo ai portieri avversari.
Di Bartolomei era il mio giocatore preferito. Così calmo, così ordinato, sempre preciso nelle aperture, violentissimo nel momento in cui si trattava di concludere a rete. Un vero Capitano, che sapeva guidare i compagni, aiutandoli e indirizzandoli sul campo. Ci fu un momento, un paio di anni prima, in cui Falcao stava per diventare il mio idolo prendendo il posto di Agostino. Fu durante la partita contro la Fiorentina. Era una delle prime volte che andavo allo stadio e Falcao fece un assist di tacco al volo per Pruzzo che tutt’oggi rimane uno dei gesti atletici più belli che io abbia mai visto su un campo da calcio. Era facile rimanere ipnotizzati dalla classe del brasiliano, o dalle serpentine di Conti. Ma di Agostino di Bartolomei mi conquistava ogni volta quella serena tristezza che gli si poteva leggere negli occhi, quell’aria che lo faceva apparire a me, bambino appassionato di film western, un eroe, un cowboy solitario e leale, serio e silenzioso, implacabile con la sua pistola.
Il capitano sistemò la palla sul dischetto e prese la rincorsa, breve, come sempre; un passo e mezzo, il minimo necessario per caricare il suo destro, la sua pistola, di potenza pura.
Tirò forte, centrale, spiazzando il portiere del Liverpool. Nel suo destro mise tutta la rabbia, tutta la speranza della sua città, dei suoi tifosi. . Era l’uomo con la pistola che batte l’uomo con il fucile, il pistolero che caccia i banditi all’assalto della banca, solo, con la sua colt.
La gioia fu enorme. Lo stadio stava per esplodere. Una sola voce incitava il nostro portiere Tancredi a neutralizzare anche il successivo rigore inglese. Ma la palla entrò.
Il resto poi è noto; le danze di Grobbelaar e la palla spedita alta da Conti; la traversa di Graziani e il rigore trasformato da Kennedy.
Il Liverpool divenne campione d’Europa per la quarta volta. Avrebbe vinto ancora, negli anni successivi. La Roma non è più tornata così in alto, in Europa.
Quando tutto fu finito, mentre gli inglesi festeggiavano in campo e sugli spalti, mi lasciai crollare sulla gradinata. Ero esausto, come se avessi giocato io la partita. Mio padre mi diede una pacca sulla spalla. Il suo sorriso era pieno di amarezza e delusione, ma batté le mani, insieme agli altri romanisti, per ringraziare la squadra.
In quel momento io ero lontanissimo dagli spalti, lontano dagli altri tifosi, lontano da mio padre.
Mentre sedevo lì, nello stadio che lentamente si vuotava, non riuscivo a pensare alla sconfitta. La partita era una cosa lontana, irreale. Non vedevo la traversa che ci aveva negato la gioia della vittoria, non mi chiedevo perché Falcao non avesse tirato il rigore. Rivedevo solo Di Bartolomei che allontanava il suo compagno e sistemava la palla sul dischetto. E tirava. Forte. E segnava. Per tutti noi. Rivedevo quel rigore all’infinito. Un passo e mezzo e gol. Lo vivevo come se fossi lui. Sentivo la palla battere sul collo del piede destro mentre la calciavo e vedevo la rete gonfiarsi davanti a me.
E all’improvviso capii di essere felice, comunque.  Capii che in quella sconfitta c’era tutta la fatica della squadra e dei suoi tifosi, c’era il sogno di una città intera, c’era il lavoro di mio padre, le sue mani buone che mi avevano dato il biglietto. Quelle mani che ora applaudivano la squadra sconfitta, che ringraziavano insieme a migliaia di altre. Mi unii a loro, battendo le mie, alzandomi in piedi, e guardando mio padre negli occhi, e nel suo sorriso.
Agostino di Bartolomei si sparò un colpo di pistola al cuore sul terrazzo della sua casa di San Marco, in provincia di Salerno, la mattina del 30 maggio 1994, a dieci anni esatti dalla finale contro il Liverpool. Lasciò un biglietto con poche parole; «Mi sento chiuso in un buco». Si disse che era pieno di debiti, che i problemi economici lo avevano portato alla depressione e quindi al suicidio, che si sentiva escluso dal mondo a cui era appartenuto per tutta la vita, a cui aveva dato tutto; il mondo del calcio.
Tu, papà, te ne sei andato nella notte tra il 29 e il 30 maggio di cinque anni fa. Il cuore ha ceduto all’improvviso, ha detto il medico. Si è spento, come una lampadina che si fulmina all’improvviso, mentre stavi dormendo accanto alla mamma, a tua moglie.
Il referto dice che ha smesso di battere poco prima della mezzanotte, ma io non ci credo. Mi piace pensare che abbia resistito quei pochi minuti che mancavano al nuovo giorno per farti andar via in una data importante nella storia della tua squadra, nella tua storia.
Quando il dottore ci disse che ti eri spento serenamente risentii per un istante il sapore di quel panino nella mia bocca, forte e buonissimo come non mai, e vidi il tuo sorriso accanto a me allo stadio, mentre applaudivamo alla sconfitta più bella della nostra storia insieme.
Scappai via dall’ospedale, sfrecciai in macchina verso casa nostra, in via Archerusio. Corsi in camera mia. Cercavo il mio pallone, quello che mi comprasti quando iniziai ad andare al parco a giocare con gli amici. Mi tolsi la giacca e la cravatta e come tanti anni prima mi fiondai per strada, saltando intere rampe di scale, dribblando i pedoni troppo lenti, con il pallone sotto il braccio.
Non trovai nessuno al campo. Solo le porte, una di fronte all’altra, e un gatto, pigra sentinella, accoccolato al centro della distesa d’erba secca.
Iniziai a calciare la palla più forte che potevo dentro la rete. Una, due, dieci, cento, non so più quante volte. Sudavo e calciavo, calciavo e sudavo, e da un momento all’altro, senza preavviso, sentii il pianto esplodermi negli occhi. Mi buttai a terra, nella polvere, piangendo tutte le lacrime del mondo.
Da allora vengo qui ogni anno, il trenta di maggio, al parco, su via Nemorense, dove le mie gambe bambine corsero con gli amichetti da una parte all’altra, confuse e festanti, disordinate e instancabili. Porto il pallone con me, quello di quando ero bambino, quello che ho ritrovato nella mia cameretta a casa  nostra quando tu te ne sei andato.
Arrivo al campetto da calcio e poggio a terra il mio pallone, tutto rovinato, graffiato, usurato.
Prendo la rincorsa, un passo e mezzo soltanto, e tiro, sempre nella stessa rete, sempre nello stesso punto, sotto la traversa  sverniciata e arrugginita.
Un solo rigore. Sempre lo stesso. Per essere come Di Bartolomei.

30 maggio 1984, Roma
Liverpool F.c. – A.S. Roma 5 – 3 ai rigori
(1 – 1 dopo tempi supplementari)

Liverpool: Grobbelaar, Neal, Kennedy, Lawrenson, Whelan, Hansen, Dalglish, Lee, Rush, Johnston, Souness.
A disposizione: Robinson, Bolder, Nicol, Hodgson, Gillespie.
Allenatore: Joe Fagan.

Roma: Tancredi, Nappi, Nela, Righetti, Falcao, Bonetti, Conti, Cerezo, Pruzzo, Di Bartolomei, Graziani.
A disposizione: Malgioglio, Oddi, Strukelj, Chierico, Vincenzi.
Allenatore: Nils Liedholm.

Arbitro: Erik Fredriksson (Svezia).

Marcatori: Neal (L) 14’; Pruzzo ( R) 44’.
Rigori: Nicol (L) fuori; Di Bartolomei ( R) gol; Neal (L) gol; Conti ( R) fuori; Souness (L) gol; Rightti ( R) gol; Rush (L) gol; Graziani ( R) fuori; Kennedy (L) gol.

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(13 febbraio 2011)

fonte:  http://www.flaneri.com/index.php/blog/post/come_di_bartolomei

12 risposte a “UN BELLISSIMO RICORDO – Come Di Bartolomei”

  1. lello dice :

    mai mi sarei immaginato, io di estrema destra di postare su un forum che ha che guevara in front page, ma nella vita non mi sorprendo piu’ di nulla. mi hai fatto commuovere e mi hai ricordato momenti bellissimi e momenti drammatici anche della mia vita. Ero li quella notte come te e altri ottantamila e ho provato le tue stesse emozioni, e anche io come te ho perso mio padre , ma nel 1993 e anche lui per problemi cardiaci. mi hai fatto rivivere una Roma ed un’italia che purtroppo non ci sono piu’, e dalle quali sono scappato per andare a vivere all’estero proprio per non vederle piu’ cosi diverse. C’erano il tabaccaio, il bar, la merceria, adesso ci sono i fast food, i kebab…che tristezza. Come eravamo felici e quanto poco ci bastava, una carbonara o un panino con la frittata di zucchine ci rendevano i bambini piu’ ricchi del mondo. . le opinioni politiche possono divergere ma i sentimenti quelli sono sempre uguali e su questi nessuno ci dividera’ mai, Grazie e grazie ancora di cuore per questi ricordi bellissimi, di una grande notte , di un gran capitano e di una grande Roma che non c’è piu’

    • solleviamoci dice :

      Grazie a te, lello, per il tuo commento pacato. Che tu ci creda o no, anche noi condividiamo le tue emozioni. Io sono juventino (meglio, ero, fino ai tempi di Causio) mentre Elena è romanista da sempre, e c’era anche lei a festeggiare per le vie di Roma la Roma ed il suo ultimo scudetto.. Che dirti, Di Bartolomei è stata una grande persona, prima ancora che un grande giocatore. O meglio, forse proprio per questo. Ed anch’io come te (ma anche Elena), rimpiango tempi un po’ più austeri, fatti di cose semplici ma autentiche. Come vedi, non siamo, umanamente, poi molto diversi…
      mauro

      • lello dice :

        Ciao Mauro, grazie a te per la risposta. si l’umanita’ secondo me viene anche dal fatto di aver combattuto battaglie politiche, anche se su fronti diversi ma sempre credendoci fino in fondo e mai per interesse personale. credimi ho tantissimi amici di estrema sinistra e nutro molto piu’ rispetto per loro che non per questi quattro fighetti che imperversano oggi nelle sedi dei cosiddetti “partiti”. so le rinuncie e le sofferenze che hanno patito e che sono anche le mie. in fondo poi ascoltavamo la stessa musica e nutrivamo le stesse speranze (poi purtroppo andate a pu….e ) di distruggere una societa’ che non ci piaceva per crearne una nuova e migliore , ma alla luce dei fatti forse sarebbe stato meglio tenerci quella che avevamo cercando di cambiarla piu’ dolcemente.grazie per avermi accettato , indice di grande intelligenza e sensibilita’.
        Lello

      • solleviamoci dice :

        Sai lello cosa mi intristisce? Che la gente non si parli più…

      • lello dice :

        non so cosa ci è successo ma siamo cambiati tantissimo,io faccio solo un esempio: quando eravamo adolescenti se volevi vedere un amico passavi semplicemente a casa sua e suonavi il citofono.riflettici e dimmi se lo fa piu’ nessuno.Adesso se vuoi cercare un amico lo devi avvertire, non ti presenteresti mai a casa sua cosi spontanemente…secondo me questo è sintomatico..

      • solleviamoci dice :

        Vero. Io stesso ricordo un’episodio del genere di quando andavo alle superiori: un’amico si è presentato quando avevo appena finito di cenare e mi apprestavo a guardare un film alla tv.. ricordo che subito ne nero stato infastidito, poi sono uscito con lui. Aveva bisogno di parlare.. sai com’è finità? Che ci siamo trovati a guardare l’alba sdraiati sull’erba di un’aiuola.. Abbiamo sempre parlato. Ne’ bevuto, ne’ fumato (non fumavo nemmeno, ai tempi, e chi aveva i soldi?) ne’ fatto cose strane… Da non crederci. Oggi? Oggi se ti vedono passeggiare ad ore tarde come minimo ti guardano storto…

      • lello dice :

        si bell’episodio, adesso forse impensabile, l’amico che ti da una mano quando stai veramente male o hai semplicemente bisogno di aiuto . Adesso tutto mi sembra cosi programmato e freddo. guarda ti cito una cosa che forse non c’entra nulla. io vivo a Brno in Rep, Ceca e me l’ha ricordato un amico di Roma che vive qui come me, In uno di quei film “Sapore di mare! stupidi se vuoi, c’è una scena bellissima nella quale Virna Lisi balla con il figlio raccontandogli quelle forti passioni , quelle amicizie , quegli innamoramenti di quando lei era appunto giovane.Il figlio le domanda “Mamma, ma voi perche’ eravate cosi diversi?” e la mamma gli risponde “non so come spiegarti…ma a noi ci batteva il cuore” Secondo me è una scena bellissima e verissima, a noi ci batteva il cuore per tutto, per tuo padre che ti faceva incazzare, per la ragazza che conoscevi l’estate al mare, per la politica , per la squadra del cuore appunto, adesso vedo veramente tanto tanto distacco. è pur vero che le generazioni piu’ giovani hanno un futuro nero e lo sanno benissimo, noi forse eravamo consapevoli che nonostante tutto ci aspettava un futuro migliore di quello dei nostri genitori, e magari con un po di fortuna il futuro te lo saresti giocato da solo scommettendo sulle tue capacita’. Le opportunita’ sicuramente a noi non sono mancate, a questi poverini che hanno ora 20 anni le opportunita’ chi gliele dara’ mai? Quello che è successo oggi nel centro di Roma e che sto seguendo sulla rete, non è segno di ribellione, ma di disperazione violenta. Noi manifestavamo per degli ideali, loro distruggono perche’ gli ideali non ci sono piu’, Gli hanno rubato pure quelli, Poveracci , nonostante la loro violenza cieca non mi piaccia, in fondo quelli che pagheranno saranno solo loro. Non so se condividi la mia analisi.

  2. solleviamoci dice :

    Credo che ci sia poco da aggiungere, caro Lello, alla tua analisi, che condivido pienamente. Anch’io ho passato il pomeriggio a seguire, per il blog, i fatti di Roma. Ti dirò di più: dovevo andarci anch’io alla manifestazione, ma ci ho rinunciato perché ho sentito ‘odore’ diviolenza. E se c’è una cosa che è contro la mia natura è proprio la violenza. Non la tollero, semplicemente. E da qualsiasi ‘parte’ venga. Questo è un concetto che ho ripetuto più volte, e chi mi ha seguito negli anni lo sa.
    Ideali? Vero anche questo: non ce ne sono più. C’è solo rabbia, rabbia e impotenza. E questa rabbia e impotenza vengono abilmente manipolate. Purtroppo quello che sta succedendo in Italia è solo l’ultimo atto di ciò che sta capitando all’Europa, e non solo. Ho paura a pensare a cosa ci porterà tutto questo. Posso solo dirti questo: io non ci sto; se la parola passerà alle armi me ne andrò in montagna, ma non per combattere ma per vivere il resto della mia esistenza. Se vorrano uccidermi, potranno farlo ma senza la mia complicità.

    Tio cito un episodio, proprio perché ti sei professato di estrema destra, e te lo cito non per farmi bello con te, perché non ne avrei motivo.
    Nel 1970 abitavo in una cittadina di provincia del nord, di 16.000 abitanti, mucche comprese.
    Attraverso il passa parola, senza neanche capire bene perché, mi ritrovo un pomeriggio a manifestare sotto la appena aperta sezione locale del Msi. Gran vociare da parte nostra e dei missini, noi per la strada, loro affacciati alle finestre, scambiandoci insulti e sfottò (in realtà non ricordo di averlo fatto, ma c’ero, e tanto basta). Ad un certo punto, al capetto (uno stronzo, figlio di un ex sindaco democristiano, pieno di soldi) viene la brillante idea di tagliare le gomme a tutte le macchine parcheggiate sotto la sede. Bene, io sono sono stato il primo che si è opposto, e l’ho fatto a gran voce, perché mi sembrava una ‘stronzata’. Non so se poi l’abbiano fatto, perché a quel punto me ne sono andato.

    Ma lasciamo questi ricordi amari e certi ambigui personaggi.
    Si, è vero, a noi ‘ci batteva il cuore’, meglio di così non saprei dirlo. A cosa si appassionano i ragazzi di oggi? E’ una domanda che non trova risposta.
    E forse non l’avrei neanche da mia figlia, che ha 24 anni. Lei mi direbbe: papà, devo pensare a come tirare la fine del mese. E questo quando sai che lavoro non ce n’è.
    E’ tutto molto triste.

    • lello dice :

      eh si caro mauro anche io odio la violenza e la prevaricazione, molti pensano che solo perche’ sei di estrema destra devi odiare , essere becero e ignorante, e invece ti garantisco che non è cosi , ma molti accecati dalla rivalita’ di quei tempi questo non l’avrebbero mai ammesso, stessa cosa succedeva dalla mia parte, quelli di sinistra erano tutti straccioni o viziati figli di papa’ e non era cosi, mi vergogno di aver militato spalla a spalla con gente come Alemanno e Fini che hanno tradito gli ideali di una iintera generazione, hanno svenduto tutto, e in primis la ns. dignita’. Conosco gente che ha pagato con la galera la propria militanza e non si è mai venduta per 30 denari. io oggi credimi non faccio piu’ distinzioni ideologiche, faccio distinxioni tra gente per bene dentro e gente che non lo è . Avere una diversa visione della societa’ non dovrebbe dividere ma solo far discutere e confrontarsi, pur rimanendo ognuno della propria idea. Non è un”volemose bene” credimi , ma solo una convinzione che mi è venuta con l’esperienza e con il tempo, io odio il politicALLY correct quindi le cose le dico come le penso e sono convinto che se discutessimo di politica ci confronteremmo duramente ma da me non ascolterai mai una sola offesa, le offese le fanno quelli della finta destra come la Polverini che vi chiama zecche. ma che cazzo ne sa lei di chi siamo noi e di chi siete voi-? nulla te lo dico io ; Quelli che hanno pagato non li vedi nei consigli regionali o in parlamento, quelli fanno una vita normale come me e come te e molte volte il potere li ha schiacciati e intimiditi fino a farli tacere e relegarli ai margini della societa’.

      • solleviamoci dice :

        Lello, per noi la figura del fascista era rappresentata da ‘picchiatore’… Picchiatori tra i quali non mancavano i ‘figli di papà’… Contrapposizioni ideologiche. Ma cosa sapevamo l’uno dell’altro? Praticamente nulla, nulla di reale, intendo, al di là degli slogan e delle tesi precotte. Ti ho detto che la mia era una cittadina piccola. Inevitabilmente ci conoscevamo tutti. Ed essendo mio padre un reduce di Salò capitava che alcuni giovani fascisti mi fermassero per strada per chiedermi come fosse possibile che io, figlio di tale padre, fossi schierato da un’altra parte.. Io parlavo con loro, non mi tiravo indietro, e per questo sono anche stato rimproverato dai miei compagni perché ‘con i fascisti non bisognava parlare’. Ero differente, e lo sono tutt’ora. A me sono sempre interessate le ‘persone’ e non le etichette. E, oltre le ideologie, ho sempre dato valore a ‘ciò che si fa’ oltre al ‘ciò che si dice’. In parole povere: se, parlandoci, riusciamo ad individuare un obiettivo comune, che entrambi riteniamo giusto, è altrettanto giusto cercare di lavorare insieme per raggiungerlo. Questa è la democrazia. Raggiungere il bene comune dovrebbe essere l’obiettivo di qualsiasi politica, e di chi fa politica a qualsiasi schieramento esso appartenga. Certo, per me compagno significa letteralmente ‘colui che divide il pane’. Ma dividere il pane con tutti, e non a discapito di qualcun altro…

      • lello dice :

        mauro non avresti potuto scegliere parole migliori per esprimere cio’ che fa parte anche del mio retroterra culturale ed umano, Hai centrato perfettamente il problema quando hai scritto ” ma che ne sapevamo gli uni degli altri?” . verissimo, non ne sapevamo nulla .Io pensa che avevo un amico che era di lotta continua e per vederci dovevamo quasi nasconderci per non avere il disprezzo di tutte e due le fazioni o addirittura una sorta di scomunica.In questo forse siamo stati entrambi dei precursori. hai ragione, la persona con tutta la sua complessita’ va messa al centro e non le ideologie. Non so se conosci Pim Fortuyn , se non lo conosci (ma io penso di si) ti prego vai su Wikipedia, la sua figura è particolarmente interessante, proprio perche’ supera ma nello stesso tempo assorbe valori che fanno parte di una parte e dell’altra, solo un esempio: omosessuale ma a capo di un partito che era ritenuto (erroneamente ) xenofobo, in effetti lui voleva solo mettere in evidenza l’incompatibilita’ dell’Islam con le societa’ occidentali evolute, Partendo da questa base io ti dico che quekllo che mi interessa oggi è difendere i diritti delle persone , tutte, gli omosessuali, le donne, i piu’ deboli, ed in generale mantenere tutte le conquiste civili che le nostre societa’ hanno bene o male conquistato e danno per acquisite.Sicuramente sul tema immigrazione ci scontreremo , ma io sono convinto che se si parte dalla difesa di quei diritti dei quali parlavo prima, un percorso comune non sarebbe difficile trovarlo, Cioè come tu hai ben detto, sono gli obbiettivi che bisogna individuare e bisogna essere d’accordo su questo, poi la discussione secondo me puo’ portare a soluzioni comuni inimmaginabili.Altro esempio, uno come me propone blocco dell’immigrazione, negazione della cittadinanza ai cittadini non europei, tu sicuramente (penso eh..) proponi societa’ multiculturale e multietnica.Ok abbiamo due punti di partenza ideologici diversi ma l’obbiettivo della difesa di queil valori secondo me ci potrebbe portare attraverso compromessi (che non necessariamente è una brutta parola) ad individuare una maniera di avere un futuro migliore , ed il futuro migliore non è ne di destra ne di sinistra, appartiene a tutti.Mi interesserebbe davvero sapere su questo la tua opinione.Intanto sono arrivato in Italia, anche qui freddino pero’…

      • solleviamoci dice :

        Caro Lello, eccoci a noi. Tocchi il tasto, dolente, dell’immigrazione. Dolente non perché non mi renda conto che l’accoglienza verso gli stranieri sia non solo doverosa ma giusta ma perché, in modo altrettanto chiaro, va gestita in modo tale che l’integrazione avvenga, e avvenga in modo graduale e ben regolamentato. Cosa che, ovviamente, in Italia non è. Non è perché i politici sono sordi al tema, o non sanno come affrontarlo, non è perché masse sempre più grandi di stranieri sono spinti all’emigrazione verso Paesi economicamente più forti (o ritenuti tali) a causa di povertà, persecuazione politica, volontà di migliorare la propria vita e quella dei propri cari. Il numero, ecco questo sembra fare paura. Non parlo di altre nazioni ma l’Italia ha bisogno degli stranieri (lo dicono i numeri delle statistiche che parlano di un Paese sempre più vecchio e senza quasi più ricambi a livello generazionale), degli stranieri integrati nella nostra cultura e nel nostro regime economico, ha bisogno dei loro figli che nascono sempre più italiani, parlano benissimo i dialetti locali, hanno abitudini e cultura propri dei territori in cui vivono, tifano le stesse squadre con la passione dei coetanei figli di Italiani… Il punto è proprio questo: offrire loro il modo di integrarsi al meglio, ed in cambio vedersi garantiti comportamenti adeguati all’accoglienza nel rispetto delle leggi e degli e costumi propri dell’Italia pena, questo si, l’immediata espulsione. E per stranieri, ovviamente parlo di persone di tutte le razze ed etnie.
        Il discorso dell’Islam è più complesso e, sono d’accordo con te, più grave. Ciò di cui bisogna avere paura non è l’Islam in se ( come qualsiasi altra religione) ma l’interpretazione che alcuni gruppi religiosi ne danno. E mi riferisco ai fondamentalisti islamici. Una religione che predica l’intolleranza, la sottomissione, la legge del taglione o peggio non fa parte, non può far parte, della mia cultura. Io sono più che disposto ad accettare che essi vivano la loro religione come meglio credono ma finché lo fanno nel privato e non pretendono di imporlo agli altri (fossero anche i loro familiari, beninteso), e finché queste loro ‘leggi’ non si scontrano col diritto civile e penale italiano. Altrimenti, se proprio vogliono vivere in una società fondamentalista, vanno a farlo a casa loro. Su questo sono anch’io intransigente. E non lo sono solo con l’Islam, ma con qualsiasi altro tiipo di fondamentalismo, che sia musulmano, cristiano, ebreo ecc.
        La società si evolve, ed è possibile che, nel tempo, si dia leggi e accetti costumi diversi da quelli che abbiamo oggi, ma sempre attraverso un processo democratico rispettoso della volontà popolare. Ma lo Stato è e deve restare laico. E questo è un’altro punto per me imprescindibile. Lo è perché se è giusto rispettare le convinzioni delle varie confessioni religiose è pur giusto che vengano rispettati i diritti (con i relativi doveri) fondamentali che sono propri di tutti gli esseri umani. L’uomo nella sua tangibilità, nei suoi bisogni primari che non può non soddisfare (nutrirsi, ripararsi, socializzare), mentre le convinzioni religiose sono e restano tali perché NON sono dimostrabili. Dio potrà anche dimorare nel mio cuore ma non potrò mai dimostrare la sua presenza in modo tangibile. Esiste Dio? E chi lo sa! Io posso anche pensare di si ma tutto si ferma alla mia convinzione, appunto.

        Per non farla troppo lunga, voglio solo aggiungerti il ‘Buongiorno’ di oggi di Massimo Gramellini de ‘La Stampa’, credo che puoi condividerlo.
        I soliti noti
        Chissà se per calcolo o per pigrizia mentale, politici e commentatori governativi si comportano come dei Cicchitto qualsiasi e affrontano il fenomeno mondiale degli Indignati attingendo all’armamentario del secolo scorso. Li descrivono come un branco di figli di papà che vanno in piazza perché non hanno voglia di lavorare, violenti e complici dei violenti. Si tratta di una ricostruzione fasulla e stucchevole, che non distinguendo fra Indignati e Infiltrati finisce per fare il gioco di questi ultimi nel cancellare dal dibattito pubblico le ragioni della protesta. Vogliamo ricordarle? Le critiche all’avidità dei banchieri di Francoforte, Londra e Wall Street che hanno assassinato il capitalismo dei produttori, avvelenandolo con le loro alchimie finanziarie. La difesa dello Stato Sociale, cioè delle conquiste che, pur fra sprechi evidenti, ci hanno garantito condizioni di sicurezza e benessere mai raggiunte nella storia. Il rifiuto di rinunciare ai propri diritti per consentire ad altri di conservare i propri privilegi. La proposta di una società nuova, fondata sul Noi anziché sull’Io, e contraddistinta dalla partecipazione attiva alla vita del territorio e alla gestione di beni comuni come l’acqua e l’istruzione.

        Sono ideali di destra o di sinistra? Boh, non saprei. Sono ideali. E di questi bisognerebbe discutere, non del teppismo dei soliti noti, che dagli stadi ai cortei sono sempre gli stessi, così come sempre la stessa è l’incapacità dello Stato di toglierli di mezzo, una volta per tutte.
        .
        Ciao, è un piacere discorrere con te.
        mauro

        p.s.: Si, di Pim Fortuyn ricordavo qualcosa, ma sono andato a leggermi su Wiki le notizie relative come hai suggerito tu. Devo dire che non su tutto ma molte cose concordo con lui. Peccato sia morto, morot assassinato da quelle stesse idee di intransigenza che io e te, a quanto pare, aborriamo.

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