Archivio | giugno 1, 2011

SERBIA – Mladic davanti ai giudici venerdì mattina “Non tornerò vivo. Perdonatemi”

SERBIA

Mladic davanti ai giudici venerdì mattina
“Non tornerò vivo. Perdonatemi”

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 L’ex generale serbo bosniaco, accusato di crimini di guerra, crimini contro l’umanità e di genocidio per la Guerra di Bosnia, dovrà dichiararsi colpevole o innocente

Mladic davanti ai giudici venerdì mattina "Non tornerò vivo. Perdonatemi" Ratko Mladic

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L’AJA – Ratko Mladic, estradato ieri all’Aja, farà la sua prima apparizione davanti ai giudici del Tpi venerdì mattina alle 10. Lo comunica il Tribunale penale internazionale dell’Aja. In questa prima comparizione l’ex generale serbo bosniaco dovrà rispondere alla domanda che i giudici gli faranno dopo avere letto i capi di imputazione: “Signor Mladic, si dichiara innocente o colpevole?”. L’imputato potrebbe anche non rispondere, obbligando così i giudici a riconvocarlo dopo un mese. Nella seconda comparizione, se continuasse a non rispondere, potrà essere un giudice a rispondere al suo posto. Dopo questo primo atto formale, potrà cominciare il processo preliminare, che dovrà stabilire il numero dei testimoni e altre procedure formali, per arrivare poi al processo vero e proprio. Tutta questa fase potrebbe durare all’incirca un anno. Per consentire lo svolgimento del processo conto Mladic, il Tpi dovrà essere prorogato, in quanto la sua scadenza era prevista per il 2014. Mladic è accusato di crimini di guerra, crimini contro l’umanità e di genocidio per la Guerra di Bosnia, che nel periodo 1992-1995 provocò migliaia di morti nei Balcani.

Cancelliere: “Mladic non è sotto sorveglianza contro il rischio di suicidio”. Rakto Mladic non è sotto sorveglianza contro il rischio di suicidio. ”Lo posso dire in modo categorico”, ha affermato il cancelliere del Tpi, parlando all’Aja, riferendo che l’ex generale serbo-bosniaco ”è molto comunicativo e molto attento”.

Tpi: “Poteva essere arrestato prima”.  Rakto Mladic poteva essere arrestato prima e 16 anni di attesa sono un periodo ”troppo lungo” per la giustizia, ha detto il procuratore del Tpi Serge Brammertz, chiedendo alle autorità serbe di fare chiarezza sui motivi del ritardo della cattura. Il procuratore, poi, ha detto che l’atto di accusa per genocidio e crimini di guerra è stato modificato, precisando che ora l’atto include 11 capi di accusa e non più 15 come previsto originariamente.

Mladic: “Non tornerò vivo”. “Non tornerò vivo. Ma perdonatemi per tutti i problemi che vi ho procurato. Perdonatemi. Proteggete la famiglia, i nipotini, e mantenete per me il posto accanto alla tomba di Ana”, la figlia suicidatasi nel 1994. Con queste parole, riferite oggi dal quotidiano Blic, Ratko Mladic si è congedato ieri pomeriggio dalla moglie Bosiljka, prima di lasciare la cella del Tribunale speciale per i crimini di guerra di Belgrado e raggiungere l’aeroporto, dove è stato imbarcato sull’aereo governativo diretto a Rotterdam. La signora Mladic è stata poi vista uscire piangendo dal Tribunale e posizionarsi lungo la strada per la quale sarebbe passata la colonna di auto e jeepponi blindati con a bordo l’ex generale serbo-bosniaco. Mladic prima di entrare in auto ha abbracciato a lungo e baciato la moglie, la sorella Milica venuta dalla Bosnia e la moglie del figlio Darko. Prima di lasciare Belgrado, ieri mattina 1 Mladic era stato condotto, su sua richiesta, sulla tomba della figlia Ana, un desiderio espresso sin dai primi momenti dopo la cattura giovedì scorso a Lazarevo (nordest della Serbia). “Vado. Sapevo che prima o poi sarebbe andata a finire così”, ha detto, come riferito dall’altro giornale Press, prima di salire la scaletta dell’aereo ai poliziotti che lo scortavano, e che lui ha salutato con una stretta di mano. Secondo Blic, da Belgrado Mladic è partito non con la divisa da generale come, sembra, avrebbe voluto, ma in abito scuro e cravatta, lo stesso che aveva indossato al matrimonio del figlio Darko una quindicina di anni fa. Non era ammanettato in considerazione del suo stato di salute e dell’età, osserva il giornale. Per l’operazione di trasferimento di Ratko Mladic dal Tribunale speciale all’aeroporto sono stati mobilitati complessivamente 300 poliziotti.

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01 giugno 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/esteri/2011/06/01/news/mladic_davanti_ai_giudici_venerd_mattina-17061505/?rss

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Solare termico e fotovoltaico integrati: perché prendere in considerazione l’installazione

Solare termico e fotovoltaico integrati: perché prendere in considerazione l’installazione

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di Angelo Prete e Porfirio Squadrone (Archetipo)

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Gli impianti fotovoltaici integrati sono elementi strutturali, che usati in sostituzione di altri materiali quali, ad esempio, i pannelli vetrati utilizzati nelle facciate, permettono di ottenere benefici concreti e risparmi di costi non indifferenti. L’edificio diventa energeticamente attivo e per molti anni la sua facciata o il suo tetto fotovoltaico produrranno energia elettrica, che non solo consentirà un guadagno dagli incentivi e dalla vendita di energia o dal risparmio sulle bollette, ma permetterà anche di evitare notevoli emissioni di Co2. Infiine, rimane un investimento che fornisce dei ritorni importanti anche dal punto di vista dell’immagine aziendale.

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Il Nuovo conto energia – che sancisce le regole di assegnazione degli incentivi per gli impianti fotovoltaici – promuove l’integrazione del fotovoltaico in architettura e arredo urbano. In tal modo il legislatore intende limitare l’impatto ambientale e visivo degli impianti solari, non stravolgendo il profilo architettonico degli edifici in cui vengono installati. Sfruttare le superfici inutilizzate presenti sugli edifici consente di disporre di quantità, anche ragguardevoli, di energia elettrica, con benefici economici sia diretti, tramite gli incentivi e attraverso i ricavi dalla vendita o dal risparmio dell’energia elettrica, che indiretti con miglioramento dell’immagine aziendale e abbattimento della Co2. L’edificio diventa energeticamente attivo e per molti anni la copertura fotovoltaica installata produrrà energia elettrica, che non solo consentirà un guadagno dagli incentivi, dalla vendita di energia e dal risparmio sulle bollette, ma eviterà l’immissione nell’atmosfera di grandi quantità di Co2 (0,3-0,4 kg di Co2 per ogni kWh prodotto da fonte fotovoltaica).

Oltre a questi benefici “collaterali” gli impianti connessi alla rete elettrica rappresentano una fonte integrativa di approvvigionamento energetico, avendo la possibilità di migliorare il bilancio elettrico globale dell’edificio. L’inserimento dei moduli fotovoltaici in tetti, serre o pensiline per parcheggi risponde alla natura distribuita della fonte solare e presenta diversi vantaggi.
Secondo un recente studio della Commissione Europea, in Italia la superficie di tetti disponibile (con orientamento verso Sud, Est o Ovest) è di 370 milioni di mq, mentre quella delle facciate è di quasi 200 milioni di mq. Se questi spazi fossero coperti da pannelli solari fotovoltaici, sarebbe possibile produrre circa 85 TWh/anno, ossia 85 mila milioni di kWh l’anno, pari al consumo annuo di energia elettrica paragonabile a quello di 20 milioni di famiglie. Sono ovviamente calcoli ipotetici, ma che fanno comunque ben comprendere l’enorme potenziale offerto da simili applicazioni.
L’integrazione architettonica dei sistemi solari si basa sulla possibilità di utilizzare il modulo fotovoltaico non solo nella più ampia libertà, ma anche in armonia strutturale con l’edificio oggetto di intervento: forma, misura, strutture leggere e poco invasive, sono caratteristiche fondamentali per effettuare un intervento di integrazione realmente efficace.

Fotovoltaici integrati: aspetti salienti
Il modulo costituisce, nell’immaginario comune, il componente principale dell’impianto FV. Le prestazioni dei moduli fotovoltaici sono suscettibili di variazioni, anche sostanziose, in base al rendimento dei materiali; alla tolleranza di fabbricazione percentuale rispetto ai valori di targa; all’irraggiamento a cui le sue celle sono esposte; all’angolazione con cui questa giunge rispetto alla sua superficie; alla temperatura di esercizio dei materiali, che tendono ad “affaticarsi” in ambienti caldi e alla composizione dello spettro di luce.
Per motivi costruttivi, il rendimento dei moduli fotovoltaici è, in genere, inferiore o uguale al rendimento della loro peggior cella. Con rendimento si intende la percentuale di energia captata e trasformata rispetto a quella totale giunta sulla superficie del modulo; è quindi proporzionale al rapporto tra watt erogati e superficie occupata, ferme restando tutte le altre condizioni. Alcuni pannelli a concentrazione per uso terrestre, derivati dal settore aerospaziale, hanno rendimenti nominali che superano anche il 40%. Nei prodotti comunemente in commercio i tassi di rendimento si attestano intorno al 15% nei moduli in silicio monocristallino (singolo cristallo); al 13% nei moduli in silicio policristallino (più cristalli adiacenti) e al 6% nei moduli a film sottile (a base di silicio o di altri materiali).

Il minor rendimento dei moduli a film sottile è compensato dalla grande duttilità di utilizzo dovuta alla leggerezza e alla flessibilità dei materiali di supporto (non c’è bisogno di strutture in vetro e metallo come per i moduli tradizionali). Inoltre, i moduli amorfi consentono di assorbire la luce solare anche in condizioni di irradiazione indiretta a differenza dei moduli a tecnologia cristallina.
Recentemente sono state sollevate perplessità sulla pericolosità degli elementi chimici presenti all’interno dei moduli a film sottile (ad esempio il telluriuro di cadmio) che, in condizioni particolarmente avverse, potrebbero trasformarsi in vere e proprie “bombe chimiche”. In realtà, l’aspetto più importante per l’ottenimento di un efficace e duraturo impianto fotovoltaico, risiede nelle caratteristiche progettuali dello stesso. La progettazione dell’impianto elettrico può incidere considerevolmente sulla producibilità dell’impianto; oltretutto è opportuno prevedere sistemi di monitoraggio – anche a distanza – della produzione elettrica effettiva, sia per verificare l’effettiva performance dell’impianto, sia per pianificare gli eventuali interventi di manutenzione sull’impianto. Nella parte di progettazione hanno, inoltre, un ruolo centrale le misure di sicurezza: non solo in fase di realizzazione (quando è necessario prevedere misure adatte per un ambiente di lavoro sicuro), ma anche in fase di funzionamento dell’impianto, nella quale l’energia deve essere prodotta in completa sicurezza, grazie alla presenza di appositi componenti (a volta trascurati per motivi di costo) che assicurino tanto la sicurezza degli operatori quanto quella dell’impianto stesso (scaricatori di sovratensione).
L’integrazione architettonica dei moduli fotovoltaici è riconducibile a tre categorie principali: tetti fotovoltaici strutturali; facciate fotovoltaiche e frangisole.

Considerazioni energetiche ed economiche
Il massimo irraggiamento solare è ottenibile, alla nostra latitudine e su base annua, orientando l’impianto fotovoltaico verso Sud e inclinandolo, rispetto all’orizzontale, con un’angolazione compresa, a seconda della latitudine, tra i 28° e i 32°. Spesso però s’interviene su edifici già esistenti che non presentano superfici disponibili ad accogliere, correttamente, i moduli fotovoltaici. Rivolgendo, ad esempio, l’impianto verso Est o Ovest si perde circa il 10% dell’energia massima ottenibile rispetto a un preciso orientamento a Sud (con riferimento a un’inclinazione di 30°). Nel caso in cui la superficie su cui si applica l’impianto fotovoltaico è verticale, se l’orientamento è verso Sud si perde circa 1/3 dell’irraggiamento solare annuale disponibile (rispetto alla massima captazione di energia che si verifica con l’inclinazione di 30° a Sud), mentre se è verso Est o Ovest solo il 55% dell’energia disponibile è effettivamente sfruttabile. Ciò significa che analoghi impianti in Italia possono fornire maggiori quantità di energia elettrica, grazie ovviamente alla nostra migliore insolazione. Riducendo l’inclinazione dei moduli la producibilità aumenta, fino ad arrivare a circa 100 kWh/m2/anno. Riportiamo a titolo di esempio una tabella (Tabella 1) riassuntiva dei numeri salienti relativi al rendimento di un impianto fotovoltaico “tipo” realizzato in maniera architettonicamente integrata e con criteri di progettazione ottimali.
L’integrazione – specie con caratteristiche innovative – presenta indubbiamente delle difficoltà dal punto di vista progettuale, e spesso, prevede dei costi maggiori rispetto a quelli di un impianto fotovoltaico “normale”. A fronte di un maggiore sforzo, si avranno comunque dei benefici tangibili.

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31 maggio 2011

fonte:  http://www.casa24.ilsole24ore.com/art/arredamento-casa/2011-05-31/solare-termico-fotovoltaico-integrati-173933.php?uuid=AaRZECcD

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LIBIA – Nato, missione estesa fino a settembre “Chiaro messaggio a Gheddafi”

LIBIA

Nato, missione estesa fino a settembre
“Chiaro messaggio a Gheddafi”

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Rasmussen: “La proroga indica che la comunità internazionale rimane solidale al fianco del popolo libico”

Nato, missione estesa fino a settembre "Chiaro messaggio a Gheddafi" Il segretario Nato Anders Fogh Rasmussen

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ROMA – La Nato ha deciso oggi di prolungare per altri 90 giorni la missione militare “Unified Protector” in Libia. Lo hanno reso noto fonti diplomatiche.

“Con questa decisione la Nato e i suoi partner inviano un chiaro messaggio al colonnello Muammar Gheddafi”, ha dichiarato il segretario generale della Nato Anders Fogh Rasmussen. “Siamo determinati a continuare le nostre operazioni per proteggere il popolo della Libia.

Sosterremo i nostri sforzi per soddisfare il mandato ricevuto dalle Nazioni Unite”. Rasmussen sottolinea anche che la proroga fino a fine settembre della missione, che scade il 27 giugno ed inizialmente era stata stabilita a 90 giorni come da procedura standard, invia un chiaro messaggio al popolo libico, “al fianco del quale l’Alleanza e la Comunità internazionale continueranno a stare solidali”.

Le azioni aeree contro le zone del paese controllate dal rais si sono intensificate nelle ultime settimane, ma gli esperti ritengono che l’operazione concertata finale debba ancora essere sferrata. Oggi sei potenti esplosioni hanno scosso la città di Tripoli. Lo riferisce un corrispondente dell’afp, precisando di aver visto aerei della Nato sorvolare la capitale libica, ma che non è stato possibile determinare gli obiettivi colpiti dagli attacchi.

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01 giugno 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/esteri/2011/06/01/news/libia_missione-17060369/?rss

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Nucleare: il referendum si farà. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione

Nucleare: il referendum si farà

Accolta l’istanza del Pd. L’Agcom richiama la Rai: migliorare collocazione dei messaggi sui referendum

fonte immagine

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MILANO – Il referendum sul nucleare si terrà il 12 e 13 giugno insieme ai due sulla privatizzazione dell’acqua e a quello sul legittimo impedimento. La Corte di Cassazione ha accolto l’istanza presentata dal Partito democratico che chiedeva di trasferire il quesito sulle nuove norme votate nel decreto legge Omnibus. La richiesta di abrogazione rimane quindi la stessa, ma invece di applicarsi alla precedente legge si applicherà alle nuove norme (art. 5, commi uno e otto) e dovrà essere modificato il quesito. La Suprema Corta ha stabilito a maggioranza quindi che le modifiche apportate dal governo alle norme sull’energia nucleare non precludono lo svolgimento del referendum.

APPLAUSI – Alla notizia della sentenza i manifestanti di Verdi e Italia dei valori davanti alla sede della Cassazione hanno brindato e applaudito. Soddisfazione da parte dell’avvocato Gianluigi Pellegrino, legale del Pd. «Si afferma la forza serena della Costituzione contro il tentativo giuridicamente maldestro di raggirare il corpo elettorale, cioè 40 milioni di cittadini».

COMMENTI – «Le furberie alle spalle degli italiani non passano», è stato il commento del Comitato Vota sì per fermare il nucleare. «La Cassazione riconsegna nelle mani dei cittadini il diritto a decidere sul nucleare e del proprio futuro». «Ora l’opinione pubblica, contrariamente a ciò che pensa il presidente del Consiglio, potrà dimostrare la sua maturità votando sì a tutti i quesiti», ha affermato Rosy Bindi, presidente del Pd. «Metteremo il massimo impegno affinché si raggiunga il quorum», ha aggiunto il segretario Pd, Pier Luigi Bersani. «Ha vinto la democrazia», si è espresso il presidente dei Verdi, Angelo Bonelli. «Il problema ora è capire chi paga il costo di tutto questo. E io credo che lo debba pagare chi ci ha portato a questa situazione con un provvedimento truffa». «Nessuno può aggirare la legge», dice il lapidario commento di Antonio Di Pietro. «Il governo e la sua maggioranza asservita si sono dati la zappa sui piedi».

AGCOM RICHIAMA RAI SUI REFERENDUM – Richiamo dell’Autorità per le garanzie nelle Comunicazioni alla Rai affinché collochi i messaggi autogestiti sui referendum in modo da «garantire l’obiettivo del maggior ascolto, come previsto dalle disposizioni vigenti». Lo ha deciso oggi la commissione Servizi e Prodotti dell’organismo di garanzia, che ha ritenuto «non conforme ai principi del regolamento» sulla par condicio la collocazione in palinsesto dei messaggi finora attuata dalla Rai.

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Redazione online
01 giugno 2011

fonte:  http://www.corriere.it/politica/11_giugno_01/nucleare-si-cassazione_75ebbc1a-8c36-11e0-a34b-093db30f09b8.shtml

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Calcio-scommesse, 16 arresti; c’è anche l’ex della Lazio Signori

Calcio-scommesse, 16 arresti
c’è anche l’ex della Lazio Signori

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L’indagine condotta dalla squadra mobile di Cremona. Avrebbero condizionato il risultato di alcuni incontri di serie B e Lega pro

Calcio-scommesse, 16 arresti c'è anche l'ex della Lazio Signori Beppe Signori

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Ritorna l’ombra del calcio-scommesse. Sedici persone, tra cui ex giocatori di serie A (tra i quali spicca Beppe Signori, ex della Lazio ed ex attaccante della nazionale), calciatori di serie B e Lega pro ancora in attività e dirigenti di società di Lega pro, sono stati arrestati dalla polizia a conclusione di un’indagine condotta dalla squadra mobile di Cremona e coordinata dal servizio centrale operativo.

Dall’inchiesta è emerso che gli arrestati avrebbero fortemente condizionato negli ultimi mesi il risultato di alcuni incontri dei campionati di serie B e di Lega pro. Tra gli arrestati vi sono anche titolari di agenzie di scommesse e liberi professionisti, mentre gli indagati a piede libero sarebbero in tutto 28. Gli arresti sono stati eseguiti dagli uomini della polizia anche a Roma, oltre a Bari, Como, Bologna, Rimini, Pescara, Ancona, Ascoli, Ravenna, Benevento, Torino, Napoli e Ferrara.

Nei loro confronti la magistratura di Cremona ha emesso sette ordinanze di custodia cautelare in carcere e nove agli arresti domiciliari (Signori è tra questi). Per tutti le accuse sono associazione a delinquere finalizzata alla truffa e alla frode in competizioni sportive. Secondo gli investigatori l’organizzazione criminale si assicurava affari fino a diverse centinaia di migliaia di euro a partita.
Nel corso dell’operazione sono state eseguite anche una serie di perquisizioni nelle abitazioni degli indagati, in alcune ricevitorie e presso uno studio di commercialisti che avrebbero consentito di acquisire ulteriori elementi utili alle indagini.

I calciatori e gli ex giocatori professionisti arrestati dalla polizia erano, secondo l’accusa, parte integrante di una vera e propria ‘organizzazione criminale’ in cui ognuno aveva specifici compiti e ruoli, il cui obiettivo era quello di manipolare gli incontri a loro vantaggio. Gli indagati, secondo l’indagine, sarebbero anche riusciti a condizionare alcune partite, attraverso accordi verbali e impegni di carattere pecuniario. Nei confronti dei sedici arrestati, sostengono gli investigatori, ci sono prove “importanti ed inconfutabili”.
L’indagine, partita sei mesi fa, avrebbe consentito inoltre di individuare la responsabilità dell’organizzazione in un grave evento verificatosi in occasione di un incontro di calcio disputatosi al termine dello scorso anno proprio a Cremona.

Secondo il capo della mobile di Cremona, Sergio Lo Presti, nel novembre del 2010 sei giocatori della Cremonese sarebbero stati intossicati a causa dell’assunzione di alcune bevande. Per il dirigente della polizia il fatto sarebbe stato intenzionale: si voleva modificare il risultato della partita che si stava per disputare. Quanto avvenuto in occasione di quell’incontro ha permesso ai poliziotti di allargare l’indagine a diversi soggetti gravitanti nel mondo del calcio che, grazie ai contatti diretti ed indiretti, erano in grado di condizionare i risultati di alcuni incontri per poi effettuare puntate di consistenti somme di denaro attraverso i circuiti legali delle scommesse sia in Italia che all’estero.

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01 giugno 2011

fonte:  http://roma.repubblica.it/cronaca/2011/06/01/news/calcio-scommesse_16_arresti_c_anche_l_ex_della_lazio_signoi-17055468/

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PAKISTAN – Trovato morto il reporter rapito. Shahzad era stato minacciato dai servizi segreti. L’ultimo scoop fatale / VIDEO

Saleem Shahzad’s body found in Mandi Bahauddin

Caricato da in data 31/mag/2011

ISLAMABAD: Deadbody of the missing journalist, Syed Saleem Shahzad, was found along with a car at Mandi Bahauddin city situated in upper Punjab, ARY NEWS reports.

His office card and diary was also found near his body recovered from Haid Rasool area of the Mandi Bahauddin city, according to police. The car was found at Sarai Alamghir near Jhelum city this afternoon.

Police said his postmortem has been conducted at the city, which shows he was tortured. “Clear signs of torture were found under his chest and on the face,” an official said.

Shahzad, the Pakistan bureau chief of Asia Times Online, went missing days after authoring an article in which he contended that Al Qaeda attacked a naval airbase in Karachi after failed talks with the navy to release some arrested persons.

He had left his house in Islamabad to participate in a television programme on Sunday but did not reach the TV station.

International organizations including the International Federation of Journalists, Reporters Without Borders and Human Rights Watch have condemned the murder of the young journalist.

News of ARY NEWS at 18:00
Tuesday, May 31 2011

اسلام آباد : اسلام آباد سے لاپتہ ہونے والے صحافی سلیم شہزاد کی منڈی بہاﺅالدین سے مل گئی ہے ، سلیم شہزاد تین روز پہلے پر اسرار طور پر اسلام آباد کے سیکٹر ایف سِکس میں واقع ایک نجی ٹی وی چینل کے دفتر انٹرویو دینے کے لیے گھر سے نکلے اور پھر لاپتہ ہو گئے تھے ۔

پولیس کے مطابق منڈی بہاﺅالدین کے علاقے ہیڈرسول سے پہلے سلیم شہزاد کی سفید رنگ کی گاڑی ملی جس کا نمبراے ایل آر ۔ صفر آٹھ پانچ بتایا جا رہا ہے ۔ گاڑی سے دو آئی ڈی کارڈز بھی ملے ہیںجس میں سے ایک کارڈنیوز ویب سائٹ ایشیا ٹائم سے تعلق رکھنے والے سیلم شہزاد جب کہ دوسرا مدثر حمزہ حمید کا ہے جن کا تعلق القدس میڈیا سینٹر ہے۔ کچھ دیربعد سلیم شہزاد کی لاش بھی گاڑی کے پاس سے مل گئی ۔

ابتدائی اطلاعات کے مطابق سلیم شہزاد کی موت سے قبل انہیں شدید تشدد کا نشانہ بنایا گیا جس کے باعث ان کی چھاتی کے نیچے والے حصے پر واضح نشانات موجود ہیں اس کے علاوہ ان کے چہرے پر بھی خراشیں دیکھی جا سکتی ہیں ۔ سلیم شہزاد کا تعلق کراچی سے تھا اور وہ اسلام آباد میں ایشا ٹائم نامی ویب سائٹ کیلئے اپنے فرائض سر انجام دے رہے تھے ۔ سلیم شہزاد کے برادر نسبتی حمزہ امیر کے مطابق مرگلہ تھانے میں سلیم شہزاد کے لاپتہ ہونے کی رپورٹ درج کی گئی تھی ۔

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http://www.arynews.tv/english/index.asp

01/06/2011 – PAKISTAN

Trovato morto il reporter rapito

Shahzad era stato minacciato dai servizi. Sul corpo segni di tortura

Syed Saleem Shahzad

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di FRANCESCA PACI
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ROMA – Il giornalista pakistano e collaboratore de «La Stampa» Syed Saleem Shahzad, scomparso domenica pomeriggio a Islamabad, è stato picchiato selvaggiamente e poi ucciso dagli uomini che lo avevano rapito. Lo rivelano i poliziotti che ieri hanno ritrovato il cadavere in un canale del Mandi Bahauddin, un distretto del Gujarat settentrionale a circa due ore di distanza dalla capitale. La sua automobile era parcheggiata dieci chilometri più in là, all’ingresso del vicino villaggio di Sarai Alamgir. Racconta un collega e amico che nelle foto, parte delle quali inviate al fratello Hamza Amir per il riconoscimento, erano distinguibili «lividi sul volto e ferite sul corpo», segni «evidenti» delle torture subite.

Il Pakistan è sotto choc, ammette Ali Imran, responsabile nazionale della South Asia Free Media Association (Safma). Syed Saleem Shahzad, uno dei massimi esperti di terrorismo islamico e tra i pochissimi a conoscere direttamente le zone tribali del Nord-Ovest pakistano, era un cronista scomodo per Al Qaeda quanto per l’establishment del suo Paese, dove era noto come un «rompiscatole», un cane da caccia capace di muoversi a naso nella zona grigia in cui le tracce dei servizi segreti e dei fanatici del jihadismo si confondono sovrapponendosi. Ovvio che «i fiutati» provassero per lui a dir poco antipatia. La sua ultima inchiesta pubblicata venerdì sul sito di «Asia Times», di cui era il referente pachistano oltre ad essere il corrispondente per «AdnKronos International», svelava l’infiltrazione degli eredi di Osama bin Laden tra gli ufficiali della Marina pachistana, un’operazione da romanzo di spionaggio sfociata nell’attentato del 22 maggio scorso alla base navale di Karachi.

La settimana scorsa, dopo aver visionato ed elaborato il materiale «esplosivo» sulla connection che probabilmente gli sarebbe costata la vita, Shahzad si era presentato alla sede locale di Human Rights Watch denunciando le attenzioni affatto amichevoli ricevute dall’Inter-Service Intelligence (Isi), i potenti e temutissimi servizi segreti pakistani. Lo conferma Ali Dayan Hasan, uno dei responsabili dell’organizzazione non governativa umanitaria: «Venne a trovarci e ci informò che l’Isi lo aveva minacciato. Disse che se mai gli fosse capitato qualcosa avremmo dovuto parlare della cosa con i media». Difficile, concede, non ripensarci oggi: «Aspettiamo le indagini e il verdetto del tribunale per tirare le conclusioni. A dire il vero però… è già successo che l’Isi fosse coinvolto in incidenti del genere».

Sostiene Hasan che secondo «alcune fonti ufficiali» Shahzad si trovasse proprio nelle mani dell’Isi. «In passato giornalisti che avevano provato a ficcare il naso nei giochi geostrategici degli 007 pakistani sono stati prelevati ed edotti su cosa rischiasse chi oltrepassava il limite», nota sulla Bbc l’analista M. Ilyas Khan. Alcuni di loro si sono gradualmente ritratti dalla prima linea, altri hanno capito la lezione e si sono dedicati a miglior causa. Sebbene nessuno lo abbia mai affrontato pubblicamente, l’ambiente dei media conosceva alla perfezione il problema. Poi c’erano quelli come Syed Saleem Shahzad, agguerriti, sicuri del fatto proprio e, aggiunge M. Ilyas Khan, «più vulnerabili perché impiegati presso gruppi editoriali relativamente meno conosciuti o meno influenti». Che ci sia dietro l’estremismo religioso o quello politico, notizia seccamente smentita dall’Isi, il premier pachistano Raza Yousuf Gilani ha ordinato di aprire un’indagine sulla morte di Shahzad che è ancora senza rivendicazioni.

La richiesta giunge pressante anche da associazioni impegnate per la libertà d’informazione, come «Amnesty International» e «Reporters sans Frontières», che giudicano il Pakistan «uno dei Paesi in cui muoiono più giornalisti». Dal 1992 a oggi la lista dei cronisti caduti annovera 50 nomi, gli ultimi dei quali, prima di Shahzad, sono Narullah Khan Afridi della Khyber News Agency e Zaman Ibrahim del Daily Extra News. «È una grave perdita, era un grande giornalista d’inchiesta», chiosa il sommo esperto di taleban Ahmed Rashid, che nella libreria tiene il saggio di Shahzad «Inside Al-Qaeda: Beyond Bin Laden and 9/11».

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fonte:  http://www3.lastampa.it/esteri/sezioni/articolo/lstp/405011/

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31/05/2011 – AGGUATO A ISLAMABAD

Il giornalista scomodo: lo scoop fatale e l’ombra dei servizi segreti pakistani

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Ucciso Saleem Shahzad. Aveva da poco denunciato l’esistenza di un nucleo di Al Qaeda dentro la Marina. L’ultimo messaggio: “Se sparisco è colpa degli 007”

fonte immagine

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di CLAUDIO GALLO
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E’ stato rapito, picchiato e torturato. Forse nella speranza che rivelasse le sue fonti. Così è morto il giornalista Syed Saleem Shahzad, capo dell’ufficio pakistano di “Asia Times”, collaboratore de “La Stampa” e corrispondente dell'”Aki”.

Era un giornalista scomodo, ma non certo imprudente: aveva buone fonti sia tra i jihadisti sia tra i servizi segreti. Shahzad era consapevole dei rischi che correva. Poco prima di sparire aveva lasciato una nota a “Human Rights Watch”: nel caso gli fosse accaduto qualcosa i responsabili andavano cercati nell’Isi, l’intelligence pachistana. Un macabro presentimento che si presto è trasformato il realtà.

Nato a Karachi, 39 anni, una moglie, Anita, un figlio e una figlia piccoli, Saleem era considerato uno dei maggiori esperti di terrorismo e guerriglia nell’Af-Pak, la martoriata area che comprende Afghanistan e Pakistan. Da poco è uscito il suo libro «Inside Al Qaeda and Taliban», si trova su Amazon. Aveva già vissuto situazioni difficili, come nel 2006 quando nell’Helmand afghano fu arrestato come spia dai taleban che però, avendo verificato che era davvero un giornalista, lo rilasciarono dopo pochi giorni. Oppure lo scorso anno a Islamabad: per una discussione una guardia privata della piscina che frequentava gli sparò un colpo di pistola nello stomaco. Rischiò di morire.

Ma questa volta le circostanze eran sembrate da subito più inquietanti che in passato. Aveva appena scritto un articolo in due parti per “Asia Times. net” dove in riferimento al recente attacco terroristico alla base aero-navale di Mehran a Karachi rivelava l’esistenza di un nucleo segreto di Al Qaeda tra i ranghi degli ufficiali della Marina. Nel clima infuocato di polemiche e sospetti seguito in Pakistan all’uccisione di Bin Laden, le sue affermazioni sono state una bomba. Nel servizio parla un ufficiale sotto anonimato. Da un po’ di tempo, racconta, «si notavano strani raggruppamenti in alcune basi di Karachi che sembravano tradire lo spirito della disciplina militare». I servizi segreti decisero di ficcare il naso e scoprirono che il gruppo progettava attentati contro funzionari e militari americani. Una decina di graduati, in maggioranza di basso rango, finirono in prigione.

«Da allora cominciarono i guai», dice l’ufficiale senza nome. I militanti jihadisti a cui probabilmente arrivavano informazioni riservate, cominciarono a preparare attacchi per liberare i compagni arrestati. Il caso fu affidato alla Brigata 313 di Maulana Ilyas Kashmiri, una specie di formazione d’élite di Al Qaeda che di solito ha la sua base in Waziristan, l’ex «buen retiro» di Bin Laden. Al Qaeda giocò per prima la carta della trattativa chiedendo la liberazione dei militari. Il risultato preliminare la dice lunga sulla forza di Al Qaeda in Pakistan: fu dato subito via libera alle visite dei parenti ai militari arrestati. Pare che l’esercito avesse accettato di cacciare gli ufficiali senza pene detentive in cambio di una tregua. L’uccisione di Bin Laden ha ribaltato il tavolo e i terroristi, con sicuri aiuti interni, cartine e informazioni precise, il 22 maggio hanno attaccato in grande stile la base aero-navale di Mehran, uccidendo 5 soldati e distruggendo diversi mezzi.

Saleem ha alzato una pietra e ha scoperto che sotto c’erano i vermi: un gruppo di ufficiali fedeli ad Al Qaeda dentro la Marina pachistana. Nessuna traccia permette in questo momento di dire chi lo abbia ucciso, ma il contesto consente di indirizzare sospetti ragionevoli: forse proprio sull’Intelligence militare che in questa vicenda ha perso ancora una volta la faccia. «È stupefacente – ha detto ieri il direttore della South Asian Free Media Association, Ali Imran – che in una città come Islamabad, sempre sottoposta a strette misure di sicurezza, i giornalisti siano ripetutamente oggetto di incidenti simili». Benvenuti nel Pakistan dove i reporter spariscono e Al Qaeda è infiltrata nei gangli vitali dello Stato. Per fortuna, come dicono i generali, l’arsenale atomico è al sicuro. Oppure no?

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fonte:  http://www3.lastampa.it/esteri/sezioni/articolo/lstp/404955/

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+ L’ultima inchiesta pubblicata su “AsiaTimes” 

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1/6/2011 – UCCISO IN PAKISTAN

Addio a un reporter coraggioso

 

fonte immagine

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di Mario Calabresi

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Ogni volta che la situazione in Pakistan si incendiava, che Al Qaeda o i taleban alzavano il livello della sfida, che un attentato o un rapimento sconvolgevano quell’area immensa che va da Mumbai a Kabul, in riunione qui alla Stampa usciva sempre la stessa domanda: «Cosa dice Saleem?».

Questo giovane giornalista laico e coraggioso era la nostra bussola, ci aiutava a capire qualcosa delle trame politiche, militari e spionistiche pachistane.

Orientarsi in quel mondo complesso dove si mescolano interessi economici, politici e religiosi è esercizio quasi impossibile per un occidentale, come è impossibile capire qualcosa delle zone grigie che coprono o sponsorizzano il terrorismo islamico. Per questo contattavamo Saleem cercando di parlargli con Skype o, quando era in giro per i suoi reportage, lasciandogli una mail nella speranza che la vedesse prima della chiusura del giornale.

Il suo lavoro era prezioso anche per noi italiani in tempi in cui il Pakistan è diventato cruciale per la sicurezza globale come per il contingente che abbiamo in Afghanistan. Ma Saleem, papà di tre bambini, non era solo un buon giornalista, di quelli che si limitano a raccontare quello che succede sulla scena. Era un coraggioso analista, un reporter investigativo capace di smascherare quei legami pericolosi che hanno permesso a Osama bin Laden di vivere indisturbato per anni a poca distanza da una base militare. Non si era mai fatto scrupolo Saleem di raccontare i doppi e tripli giochi dell’Isi, il servizio segreto di Islamabad. Ma negli ultimi giorni aveva alzato il tiro con un reportage in cui sosteneva che un gruppo di ufficiali della marina militare pachistana dava copertura a una cellula di Al Qaeda. Era la prova delle continue infiltrazioni terroristiche dentro gli apparati di intelligence e militari del Pakistan.

Questa volta però, dopo le accuse americane per la copertura a Osama, il potere occulto non ha più sopportato la pretesa di fare vero giornalismo e ha deciso di spegnere quella luce che Saleem teneva accesa con un lavoro solitario e straordinariamente coraggioso.

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fonte:  http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=8804&ID_sezione=&sezione=

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IL RAPPORTO – Oxfam, una sfida piena di speranza “Coltivare cibo per tutti si può”

IL RAPPORTO

Oxfam, una sfida piena di speranza
“Coltivare cibo per tutti si può”

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Ora viviamo in un paradosso: mentre c’è più fame, nel mondo si produce più cibo che mai. Ma crisi di questa portata quasi sempre danno luogo a cambiamenti. Occorre saper intercettare questo cambiamento e disegnare la strada verso una nuova prosperità. Le tre scelte da compiere e gli esempi positivi da seguire

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di ROSALBA CASTELLETTI

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Oxfam, una sfida piena di speranza "Coltivare cibo per tutti si può"

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ROMA – ll titolo è speranzoso, “Coltivare un futuro migliore”, e ottimistiche sono anche le conclusioni: sfamare oltre 920 milioni di persone è possibile. Il quadro che emerge dal rapporto presentato oggi da Oxfam Italia  1 è però quello di un sistema alimentare al collasso. All’inizio del 2011 oltre 925 milioni di persone soffrivano la fame nel mondo e il loro numero aumenterà vertiginosamente se, come prevedono le ricerche commissionate dal network Oxfam International 2, nei prossimi vent’anni i prezzi di alcuni alimenti base aumenteranno dal 120% al 180%, mentre la domanda d’acqua crescerà del 30% e le terre coltivabili procapite diminuiranno.

C’è più fame ma anche più cibo.
Il paradosso è che, mentre c’è più fame che mai, nel mondo si produce più cibo che mai. Eppure “il futuro non è certo: crisi di questa portata quasi sempre danno luogo a cambiamenti. La sfida che abbiamo di fronte – scrivono gli autori del rapporto – è quella di saper intercettare questo cambiamento e disegnare la strada verso una nuova prosperità, un’era di cooperazione al posto di quella attuale marcata dalla competizione in cui il benessere di tutti viene dopo l’interesse di pochi”.

Le tre cose che devono cambiare.
Per vincere questa sfida, prosegue la ricerca, basterebbero tre cambiamenti.

1)
– Innanzitutto, un nuovo sistema di governance globale per evitare le crisi alimentari. Ad esempio, abolendo le misure di sostegno ai biocarburanti che, ad oggi, costano circa 20 miliardi di dollari l’anno e che portano il 40% del mais statunitense nei serbatoi delle auto e non nelle pance della gente. Ma anche riformando il sistema degli aiuti, raggiungendo un accordo globale sulla lotta ai cambiamenti climatici e regolando le speculazioni sulle materie prime. Come quelle delle tre società – Archer Daniels Midland, Bunge e Cargill – che da sole controllano il 90% del commercio globale dei cereali rendendone i prezzi volatili.

2) – In secondo luogo,
bisognerebbe deviare gli investimenti dai grandi produttori ai produttori di piccola scala dei Paesi più poveri assicurando loro l’accesso alle risorse naturali, alla tecnologia e ai mercati.

3)
– Infine, occorrerebbe modificare i comportamenti di aziende e consumatori dei Paesi ricchi dove un quarto del cibo viene sprecato e raggiungere un accordo globale sulla lotta ai cambiamenti climatici.

Gli esempi di Vietnam e Brasile.
Che questi obiettivi siano davvero alla portata dei governi mondiali, e in particolare delle 20 grandi potenze che si riuniranno in Francia a novembre, lo dimostrano Paesi come Vietnam e Brasile. Il primo, lo scorso anno, ha dimezzato la fame cronica a livello nazionale, conseguendo il primo obiettivo di sviluppo del millennio con cinque anni di anticipo. Ci è riuscito grazie a una riforma agraria che ha trasformato il Paese da importatore a maggior esportatore di riso al mondo. In Brasile la fame è diminuita di un terzo tra il 2000 e il 2007 grazie al programma “Fame Zero” sostenuto nel 2003 dall’allora presidente Luiz Inácio Lula da Silva e risultato di vent’anni di attivismo della società civile e dei movimenti sociali del Paese.

Testimonial: Desmon Tutu e Scarlett Johansson.
Esempi che dimostrano come, per “coltivare” un sistema alimentare più equo, bisogna agire sia dall’alto, sia dal basso. “Abbiamo la capacità di nutrire tutti sul pianeta ora e in futuro. Se c’è la volontà politica, a nessuno sarà negato il diritto fondamentale di essere libero dalla fame”, sostiene lo stesso Lula da Silva che, come l’arcivescovo Desmond Tutu e l’attrice Scarlett Johansson, ha aderito alla campagna di Oxfam “Coltiva. Il cibo. La vita. Il pianeta”. Ma, prosegue, “non possiamo più aspettare. I leader politici e le multinazionali devono agire ora per far sì che tutti abbiano cibo a sufficienza sulle loro tavole”.

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01 giugno 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/solidarieta/cibo-e-ambiente/2011/06/01/news/rapporto_oxfam-17046478/?rss

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