SIRIA – Hamza, vita senza valore. La morte del 13enne non scuote l’Occidente / VIDEO: killing children in Syria – Hamza al-Khatib 13 years by Bashar ALasad

killing children in Syria – Hamza al-Khatib 13 years by Bashar ALasad

Caricato da in data 27/mag/2011

Violation of human rights crimes against humanity, torture of children killing children in syria Hamza al-Khatib 13 years

Hamza, vita senza valore

Siria: la morte del 13enne non scuote l’Occidente

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di Gea Scancarello

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Hamza è diventato famoso, suo malgrado. È sparito dalla sua casa di Deraa in un pomeriggio di aprile e rientrato un mese dopo: cadavere. Aveva 13 anni.
Un video ne ha mostrato il corpo, picchiato e torturato fino a essere irriconoscibile. I suoi genitori almeno lo hanno riavuto indietro: ad altri non è toccata nemmeno questa straziante consolazione. L’Unicef ha denunciato che circa 30 bambini sono stati vittime degli sgherri del presidente siriano Bashar al Assad, dall’inizio della rivolta, in marzo.
Nell’apprenderlo il segretario di Stato americano, Hillary Clinton, non ha saputo trattenere lo sdegno: «La posizione del regime diventa ogni giorno meno difendibile», ha dichiarato.
L’annotazione è interessante: presuppone, infatti, che prima Assad difendibile lo fosse.

Le tre chance dell’America a Bashar

Bashar Al-Assad, presidente della Siria dal 2000.(© Ap Images) Bashar Al-Assad, presidente della Siria dal 2000.

 

 

 

 

 

Il presidente Barack Obama, d’altra parte, nei confronti di Damasco non è mai stato un campione di chiarezza. Nel famoso discorso sul Medio Oriente dello scorso 20 maggio, la Casa Bianca aveva criticato la repressione delle proteste in corso in Siria ed espresso cordoglio per i morti. Ma senza chiudere del tutto con l’autocrate. «Assad faccia le riforme o lasci il potere», aveva ammonito Obama.
E Bashar, che nelle università occidentali ha studiato le dinamiche del potere, ha colto al volo il messaggio. Ha sciolto il governo. Ha abolito – almeno formalmente – lo stato di emergenza in vigore da 30 anni. Ha chiamato a raccolta le forze di opposizione per dare nuova unità al Paese. E, da ultimo, ha promosso un’amnistia generale il 31 maggio.
A parole, insomma, il capo di Stato siriano ha dimostrato di essere il riformatore che si aspettavano gli Stati Uniti quando lo avevano riabilitato nel 2004, dopo un lungo isolamento internazionale causato dalla trentennale dittatura del padre Hafez Assad.

LA BARBARIE CONTINUA. La tragica storia di Hamza ha dimostrato, però, che la realtà dei fatti viaggia su un binario diverso.
Le manifestazioni pubbliche in Siria continuano a essere proibite: per riunirsi i cittadini hanno bisogno del permesso delle autorità. Senza, la polizia è libera di aprire il fuoco per disperdere la folla.
Gli agenti di Damasco non hanno nemmeno bisogno di sporcarsi le mani in prima persona. Molti osservatori hanno denunciato la presenza in Siria di scagnozzi iraniani, mandati in soccorso di Assad dall’alleato di ferro Mahmoud Ahmadinejad.
Questi uomini si prestano a ogni genere di intervento. Possono arrampicarsi sui tetti per sparare alla folla, picchiare con i manganelli o rastrellare i disertori di casa in casa. Bambini inclusi.
Non stiamo elencando notizie riservate: nonostante il regime abbia cacciato dal Paese i giornalisti, scomodi testimoni, i fatti rimbalzano su internet. Esistono foto e filmati. E le testimonianze di reporter che, fingendosi turisti, sono riusciti a restare sul campo.

La svolta che non c’è. E che nessuno vuole

Attivisti anti-regime a Daraa (foto Getty).Attivisti anti-regime a Daraa (foto Getty).

 

 

 

 

 

 

Eppure America ed Europa ancora non si sono decise a mollare Bashar al-Assad. Obama, anzi, gli ha concesso una seconda chance. Se non la terza.
Prima, a metà aprile, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite – trainato dagli Usa – non è riuscito a trovare un accordo su una dichiarazione contro il presidente siriano. Poi, il 29 dello stesso mese, Washington ha varato sanzioni economiche contro il regime, ma senza colpire direttamente il presidente (solo il 18 maggio anche al-Assad è stato incluso). Infine, l’America gli ha offerto la possibilità delle riforme per restare in sella.

IL DESPOTA FA COMODO. Non resta che chiedersi le ragioni di questo trattamento di cortesia. La stessa gentilezza non è stata usata al colonnello Gheddafi: due settimane di rivolta libica sono state sufficienti per decidere di toglierlo di mezzo.
In Siria, le persecuzioni si protraggono da due mesi e hanno fatto almeno 1.000 morti. Ma nessuno ha mai parlato di un intervento militare.
Probabilmente perché Damasco non può contare sulle ottave riserve di petrolio del pianeta. E perché Bashar al-Assad fece il favore all’Europa di contenere i profughi della guerra irachena voluta da George W. Bush, nel 2003.
Infine, perché il despota fa comodo a tutti. Far saltare il presidente siriano comporterebbe travolgere il precario equilibrio del Medio Oriente: da Baghdad a Teheran, passando per Beirut e Gerusalemme. Il regime, con la sua fitta rete di interessi e accordi, offre la sicurezza che nulla cambi.
Insomma, di fronte agli spaventosi bollettini di morte in arrivo da Damasco, l’Occidente troverà magari sempre meno ragioni per difendere al-Assad. Ma ha altrettanti ottimi motivi per lasciarlo al suo posto.
E quindi, basta saperlo: la vita di Hamza non vale tanto quella di un bimbo di Bengasi. Con buona pace dei diritti umani di cui tutti amano riempirsi la bocca. E dell’agognata svolta nella politica estera americana per cui il mondo, nel 2008, si era innamorato di Barack Obama.

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02 giugno 2011

fonte:  http://www.lettera43.it/attualita/17735/hamza-una-vita-senza-valore.htm

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