Archivio | giugno 8, 2011

VIDEO REFERENDUM (satirico) – Il 12 giugno “Vote!” SI con la Sora Cesira

…Date retta alla Sora Cesira

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Che dire… non penso che questo video abbia bisogno di spiegazioni…semplicemente,
Per favore, il 12 Giugno … VOTE!

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fonte:  http://lasoracesira.blogspot.com/

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Il giallo della blogger siriana Amina “Nessuno l’ha mai vista o incontrata”

Il giallo della blogger siriana Amina
“Nessuno l’ha mai vista o incontrata”

I dubbi sulla giovane arrestata: non esiste, è solo un personaggio inventato. Una donna londinese: “Sono io nelle foto su Facebook”. La Rete si mobilita per il rilascio

La foto di Amina pubblicata sulla pagina Facebook a lei dedicata

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di ALICE CASTAGNERI
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Il caso di Amina Abdallah, la giovane omosessuale siriana arrestata a Damasco, in Rete è diventato un vero giallo. Il sequestro della ragazza era stato denunciato sul suo stesso blog «A Gay girl in Damascus» dalla cugina Rania lunedì sera. Oggi, però, si moltiplicano gli interrogativi sulla vicenda. Così mentre sul Web è già partito un tam tam per chiederne il rilascio, alcuni giornali stranieri sollevano dubbi sulla sua identità. Molti misteri avvolgono le foto apparse sulla pagina Facebook dedicata ad Amina. Una donna londinese ha dichiarato di essere lei la persona ritratta nelle immagini e non la blogger. In effetti nessuno ha mai visto Amina. E le interviste che la ragazza ha rilasciato sono state tutte fatte via e-mail, data la difficoltà per i giornalisti di entrare in Siria. Il Wall Street Journal scrive che in realtà la giovane degli scatti diffusi sul social network è Jelena Lecic.

A sollevare i primi dubbi sulla storia è stato il cronista della radio pubblica americana Andy Carvin che ha domandato ai fan di Amina su Facebook se qualcuno l’avesse mai vista o incontrata. Sul suo blog il reporter elenca i motivi che lo porterebbero a pensare che la ragazza sia un personaggio inventato. «Nella comunità LGBT molti credono che lei non esista. Nessuno l’ha mai vista di persona», scrive Carvin. E aggiunge: «Forse, semplicemente, non ho parlato con le persone giuste, quelle che la conosco e potrebbero confermare la sua identità». Il giornalista rimane cauto perchè l’intera storia potrebbe essere reale e Amina potrebbe davvero essere stata “sequestrata” e trovarsi ora in pericolo. Online, però, Carvin cita un precedente blog che la stessa ragazza avrebbe creato nel 2007. Diario in cui la giovane avrebbe detto espressamente di voler raccontare fatti di fantasia e reali, mischiandoli senza distinzione.

Anche il New York Times ha gettato ombre sull’intera vicenda. Il blog “The Lede“, che per primo aveva intervistato Sandra Bagaria, la fidanzata di Amida, è riuscito successivamente a scoprire che la “relazione” in realtà sarebbe puramente virtuale. Addirittura le due non si sarebbero neanche mai viste su Skype. Per ora non ci sono certezze. E la Rete continua la mobilitazione per Amina, tralasciando le insinuazioni di alcuni media. Su Facebook già oltre 10 mila utenti hanno sottoscritto la pagina “Free Amina Abdallah”. Online compaiono decine di messaggi che chiedono «libertà» per Amina e condannano l’operato del governo siriano. Si moltiplicano anche i micro-blog su Twitter dove molti attivisti siriani esprimono la loro indignazione per l’accaduto. È partita, inoltre, anche una petizione online per raccogliere firme. «Noi firmatari – si legge nell’appello- chiediamo al regime siriano di rilasciarla immediatamente. Chiediamo a tutti coloro che possano fare qualcosa in questa situazione di aumentare gli sforzi per assicurare che sia liberata incolume e in modo rapido».

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08 giugno 2011

fonte:  http://www3.lastampa.it/esteri/sezioni/articolo/lstp/406219/

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Tutti avanti di 20 minuti al giorno: Il mistero degli orologi siciliani

Tutti avanti di 20 minuti al giorno
Il mistero degli orologi siciliani

Il fenomeno riguarda gli apparecchi elettrici

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CATANIA – Al momento l’unico “rischio” reale è di ritrovarsi in ufficio con un quarto d’ora d’anticipo. Ma il fatto in sè incuriosisce e, com’era facile prevedere, il mistero ormai corre sulla Rete. Da oltre una settimana gli orologi elettrici di Catania, ma anche di altre città della Sicilia, sembrano letteralmente impazziti. Improvvisamente cominciano a correre riuscendo ad andare avanti anche di 15/20 minuti al giorno. Un fenomeno inspiegabile che ha acceso la curiosità di due periti informatici della St Microelectronics, la multinazionale dei semiconduttori con sede a Catania. Francesco Nicosia e Andrea De Luca sono per certi versi anche degli addetti ai lavori. E sicuramente non sono facilmente suggestionabili. Parlando tra loro hanno scoperto di avere un problema in comune che, a stretto giro, hanno condiviso sui social network. A quel punto la scoperta: nella Sicilia sono ormai centinaia gli orologi digitali che vanno più in fretta del dovuto.

TAM TAM SU FACEBOOK – «Quanti di voi hanno avuto problemi con sveglie, forno a microonde etc?» ha chiesto Francesco su Facebook. Immediatamente sono fioccate le conferme. «A me è successo con il forno a microonde…lo sistemo e succede di nuovo», risponde Melina. E Angelo: «…a me con la radio sveglia». Paola: «E’ vero anche il mio microonde è avanti di circa 7 min…che strano!». Giulia, invece, aveva pensato di aver già risolto il problema «anche a me è successo con la radiosveglia, tanto che l’ho cambiata proprio ieri». Mentre Marilyn aveva addebitato tutto alla sua sbadataggine. «La prima volta ho pensato che il microonde l’avessi toccato io male – spiega- lo sistemo con l’ora di Sky e del Pc, l’indomani lo trovo avanti di 10 minuti. Ci sto più attenta, lo sistemo e di nuovo lo trovo avanti. Adesso ‘sta cosa dura da una settimana, non l’aveva mai fatto prima…boh sarà il caldo!».

COLPA DELL’ETNA? – E’ proprio questo il punto. Cosa sta succedendo a Catania e nel resto della Sicilia? Qualcosa di simile a quel che avveniva tempo fa a Caronia dove televisori, frigoriferi, radioline improvvisamente prendevano fuoco? In quel caso si arrivò persino a temere la presenze di alieni che bazzicavano tra le Eolie e la fascia tirrenica. Il giallo di Caronia non è stato mai del tutto risolto, anche se di ipotesi ne sono state fatte: dall’effetto di campi elettromagnetici agli improvvisi sbalzi nell’erogazione di corrente. Più o meno le stesse che vengono fatte per spiegare «il mistero degli orologi impazziti». Il popolo della Rete aveva pensato pure a campi elettromagnetici legati all’Etna, anche se questo sarebbe valido solo per Catania, mentre qualcuno ha evocato persino gli effetti dei venti solari.

SBALZI DI CORRENTE? – Una risposta convincente la danno invece i ricercatori del dipartimento di ingegneria elettrica dell’università di Catania. «Tutto potrebbe nascere – ha spiegato a una tv locale il professore Emanuele Dilettoso – dal fatto che in rete ormai sono presenti dei generatori di energia, tipo gli impianti fotovoltaici, che spesso non sono autoregolati e quindi eventuali piccole variazioni di frequenza non vengono adeguatamente compensate». E c’è pure chi fa notare che da alcuni giorni sono in corso lavori al cavo elettrico sottomarino che arriva in Sicilia. La causa andrebbe dunque ricercata negli sbalzi di erogazione della corrente elettrica? «Ci avevo pensato anch’io – replica Francesco Nicosia – ma ho fatto verificare la linea elettrica di casa mia (230 Volt, con una frequenza di 49.89 Hz) e tutto sembra regolare. E poi se fosse così i guasti dovrebbero riguardare tutti gli elettrodomestici».

IL BANCARIO PREOCCUPATO – Se all’inizio i due amici e colleghi hanno affrontato questa strana storia con leggerezza e quasi divertiti ora sembrano preoccupati. «L’altro giorno –racconta Francesco – anche il fruttivendolo sotto casa mi ha detto che il suo orologio digitale si è messo improvvisamente a correre. Ma questo è niente. Arrivo in banca e l’impiegato mi dice che devo pazientare un po’. “Purtroppo – mi spiega- qui tutte le macchine sono andate a put…”. “Anche voi avete gli orologi che vanno avanti?” Chiedo per scherzare. E lui: “ma lei come fa a saperlo?”». Insomma l’allarme sugli orologi impazziti si sta allargando a macchia d’olio e ormai corre anche oltre la Rete.

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Alfio Sciacca
asciacca@corriere.it
08 giugno 2011

fonte:  http://www.corriere.it/cronache/11_giugno_08/giallo-orologi-siciliani-avanti-sciacca_ccdc47aa-91ff-11e0-9b49-77b721022eeb.shtml

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LIBRI, PASSAPAROLA – “Essere maschi”, una nuova identità per farla finita con le “gabbie”

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PASSAPAROLA

“Essere maschi”, una nuova identità per farla finita con le “gabbie”

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Stefano Ciccone, presidente dell’Associazione e rete nazionale Maschile plurale, riassume in un libro il suo percorso e la sua esperienza. “Non si tratta di costruire un nuovo modello normativo, ma un diverso modo possibile di essere uomini, una diversa potenzialità del corpo, della sensibilità e dell’esperienza maschile”

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di SILVANA MAZZOCCHI

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"Essere maschi", una nuova identità per farla finita con le "gabbie" Stefano Ciccone

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Se è vero che quella delle donne è stata l’unica rivoluzione del secolo scorso, nel nuovo che avanza ben venga quella dei maschi. Da anni sta cambiando il rapporto tra i sessi e il risveglio delle donne, tornate a lottare per i  loro diritti e la loro dignità, incide inevitabilmente sul cammino degli uomini. Le donne si sono fatte sempre più toste e i maschi sempre più fragili e, dinanzi al rischio di perdere il loro storico ruolo di dominio, può accadere (e purtroppo accade assai spesso) che si facciano violenti. Per reazione, si dice, restii come sono a cedere anche un solo centimetro di quel potere che sentono “dovuto”, quasi per legge naturale.

Ma è proprio così? Stefano Ciccone, biologo e presidente dell’Associazione e rete nazionale Maschile plurale, riflette da anni sull’identità e sui modelli di genere, è autore di numerose pubblicazioni sull’argomento ed è abituato a guardare oltre ciò che appare. Un percorso lungo, un’esperienza preziosa la sua ora riassunta, per Rosemberg &Sellier, in Essere Maschi, un libro che scompagina i luoghi comuni sugli uomini e punta l’attenzione sulla vera sfida che hanno davanti: uscire dai ruoli predestinati per prendersi la libertà di rinnovarsi. Libertà di essere e di mostrarsi sensibili, di essere padri fino in fondo senza sentirsi sminuiti dal lavoro di cura, di amare senza dominare, di riconoscere se stessi al di fuori degli stereotipi della virilità da prestazione o del sesso comprato.

Ciccone legge con realismo la realtà, denuncia la violenza che colpisce le donne e che si annida soprattutto tra i loro famigliari e amici, ma rifiuta la comoda interpretazione del maschio che diventa feroce per scelta reattiva, quasi fosse una risposta automatica a fronte della nuova forza femminile che non vuole riconoscere. Indaga invece sui motivi “culturali” e sociali del desiderio maschile, guarda con attenzione l’evolversi del rapporto tra i sessi, ironizza su quegli uomini che scelgono il “politicamente corretto” ma che, nella sostanza, restano indisponibili a mettersi davvero in gioco. E, soprattutto, propone un diverso punto di vista mentre invita a cercare una nuova identità, variegata e mobile, per scoprire un’altra “dimensione dell’esperienza umana”. Che vuol dire appropriarsi della capacità di avere relazioni autentiche e concedersi la libertà di provare tutte le emozioni tradizionalmente definite “femminili” e dunque fino a oggi culturalmente a loro “sconsigliate”.
Essere Maschi è una lettura preziosa per tutti, in testa per quelle le donne che vogliono una società migliore, da costruire con uomini (finalmente) veri.

Nuovi maschi, come ridefinire l’identità di genere?
“Innanzitutto è importante conquistare  l’idea di un’identità di genere plurale, fluida e aperta alla capacità di ognuna e ognuno di declinarla. Non c’è un nuovo modello normativo da imporre in sostituzione a quello  dominante. Sarebbe una nuova gabbia. La mia riflessione non tende a costruire un nuovo modello di virilità, ma a scoprire quanto i poteri, i ruoli di cui hanno goduto abbiano impoverito la vita degli uomini, le relazioni tra loro, la loro sessualità, la capacità di ascoltarsi e di esprimersi. Oggi cresce un desiderio maschile di uscire da queste gabbie. Ma questo processo di cambiamento resta troppo spesso individuale, invisibile, oppure schiacciato nello schema della  “femminilizzazione”. Non si tratta di scoprire il proprio lato femminile, ma un diverso modo possibile di essere uomini, una diversa potenzialità del corpo, della sensibilità e dell’esperienza maschile. Oggi molti uomini tentano di inventare il proprio cambiamento, il proprio modo di essere padri, il proprio rapporto col lavoro, l’incontro con la sessualità. Spesso questo cambiamento resta invisibile o viene interdetto dal potentissimo strumento del ridicolo, dell’ironia, quando non del sospetto omofobo di non corrispondere alle aspettative di “virilità”.

Quale opportunità per gli uomini dopo il 13 febbraio?
“Le manifestazioni delle donne hanno posto al centro una domanda e un punto di vista che chiamano in causa soprattutto gli uomini. In gioco non c’era né il giudizio sulla moralità delle donne coinvolte negli scambi tra sesso, denaro e potere col premier, né la difesa della dignità delle donne. (E’ molto facile, per gli uomini ergersi a difensori delle donne o della loro dignità: è un modo per non mettersi in gioco e per confermare il proprio ruolo). In gioco era la possibilità di pensare un’idea di libertà nella sessualità che non fosse ridotta alla libertà di vendere e comprare. Il modello berlusconiano propone a tutti noi l’ipocrisia della falsa alternativa tra il giudizio moralistico pubblico e l’opportunismo indifferente nel privato. E’ l’ipocrisia che vuole condannata qualunque  differenza rispetto all’ordine dominante e invece possibile qualunque trasgressione nei modelli tradizionali. Se come uomo resti nel recinto della virilità tradizionale, puoi spassartela disponendo delle donne nella misura del tuo denaro e del tuo potere. Ma è una sorta di libertà vigilata. Per superare questa alternativa è necessario riconoscere la sessualità come questione politica. Nel senso che deve poter essere possibile costruire collettivamente e individualmente una riflessione, una pratica sociale che veda anche le relazioni tra i sessi, i ruoli sessuali e i modelli attribuiti a donne e uomini come un terreno di critica, di cambiamento e trasformazione. Il contrario del giudizio moralistico che frena ogni cambiamento. La mobilitazione delle donne, che forse ha anche contribuito a cambiare il clima nel Paese e che è cambiata grazie alla discussione  che l’ha preceduta liberandola da tante ambiguità, chiede agli uomini di andare oltre la “solidarietà” o l’assunzione di responsabilità. Chiede agli uomini di rompere una complicità e di esprimere il proprio desiderio di cambiamento e di costruire parole per esprimerlo, per farlo diventare un processo collettivo visibile socialmente”.

Violenza contro le donne, lei giustamente parla di spostare l’ottica sui maschi violenti, è così?
“Sì. Tutte le campagne contro la violenza sulle donne hanno due caratteristiche: di rado compaiono gli uomini e le donne rappresentate sono sempre schiacciate nel ruolo di vittime. Ritratte in un angolo, sovrastate da un’ombra minacciosa. Per non parlare delle strumentalizzazioni che alimentano ingiustificate campagne di paura dei migranti. Una percezione distorta. Le donne vengono rappresentate come soggetti deboli che necessitano di tutela e protezione (e sappiamo quanto spesso, questa tutela, esercitata da un uomo, diventa controllo) mentre gli uomini restano invisibili. Più enfatizziamo l’emergenza, più la allontaniamo da noi: l’attribuiamo agli stranieri, ai maniaci. Eppure è noto ormai che la stragrande maggioranza dei casi di violenza avviene nelle famiglie, nelle coppie, nelle relazioni di lavoro, nei gruppi di amici. E’ qualcosa che riguarda la nostra normalità, ma che non vogliamo riconoscere. Noi crediamo che questa violenza non sia un dato naturale ma riveli una miseria delle relazioni, delle forme della sessualità maschile  dominante. Questa miseria non è un destino e tanto meno una radice naturale originaria da civilizzare. Il controllo e il dominio sui propri istinti, sulle proprie emozioni, sulle espressioni della corporeità è il modello su cui è edificata la virilità e la gerarchia
tra i sessi. Da quando ci dicono di non piangere per dimostrare di non essere delle femminucce a quando ironizziamo sull’emotività femminile. Scoprire che tutto questo è il segno lasciato da una cultura basata sul controllo, sul dominio e la gerarchia tra i sessi è un modo non per colpevolizzare gli uomini ma, al contrario, per aprire uno spazio di cambiamento basato non sul volontarismo né sul senso di colpa, ma sul desiderio di libertà.

Stefano Ciccone
Essere Maschi
Rosenberg&Sellier
pag 252, euro 18

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08 giugno 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/2011/06/08/news/passaparola_8_giugno-17393329/?rss

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Alessandra Colla: Al referendum 4 SI, e vi spiego perché / Celentano: “Ragazzi, votare è questione di vita o di morte”

REFERENDUM: QUATTRO SI’, E VI SPIEGO PERCHE’

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di Alessandra Colla

alessandracolla.net

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I referendum si avvicinano, e qualcuno mi ha chiesto ragione dei quattro “sì” che campeggiano nel mio nuovissimo avatar su facebook.

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https://i0.wp.com/www.comedonchisciotte.org/images/110524Si-referendum.jpg

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È presto detto: due sono per l’acqua, bene pubblico e vitale — perché non mi piace l’idea che qualcuno voglia seriamente lucrare sopra sor Aqua, la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta. In buona sostanza, il punto centrale dei referendum sull’acqua è l’interrogativo su quale sia la gestione migliore delle risorse idriche — pubblica o privata? — fermo restando il mantenimento per l’acqua dello status di “bene comune”, ovvero la sua reale accessibilità da parte di tutti. Ciò che, in una dinamica di concorrenza delle imprese, potrebbe non verificarsi.

Personalmente, di fronte allo spettacolo desolante di quello che potrei definire mercantilismo familista (definizione che, essendo tutta mia ed estemporanea, è suscettibile di ogni e qualsivoglia discussione in merito), mi ritrovo a pensare che vorrei “più Stato nell’economia” — esattamente il contrario di quello che dice Emma Marcegaglia, la quale invece vuole “meno Stato e più mercato”. So benissimo che statalizzazione comporta burocratizzazione; ma so anche meglio che l’andamento della nostra società segue sempre più lo schema della tetrade di McLuhan [niente link, perché gli unici validi in rete sono in inglese e non tutti sono anglofoni; un giro in biblioteca è meglio] , e finché non irromperà il divino Caos a salvarci non vedo molte vie d’uscita — o di fuga.

Quanto agli altri due, il discorso è un po’ più lungo ma ugualmente semplice.

Nucleare. A dirla tutta, non sono completamente contraria all’utilizzo dell’energia nucleare. Anzi, sull’argomento riesco perfino a mettere da parte le convinzioni metafisiche (e forse anche etiche, hai visto mai?) sulla necessità, che definisco sacrale, di mantenere intatto il mistero intorno a ciò che sta alla radice ultima della materia.

Non riesco invece, perché la memoria fa strani scherzi, a dimenticare — per esempio — che nella notte del 10 ottobre 1963 il paese di Longarone fu letteralmente spazzato via dal crollo della diga del Vajont. Perché quel «capolavoro perfino dal lato estetico» (come ebbe a scrivere un po’ avventatamente Dino Buzzati all’indomani della sciagura) che fu la diga era stato costruito sulla sabbia metaforica della fretta, dell’approssimazione e della corruzione. E non parlo degli anni Sessanta, del boom, dell’entusiasmo del dopoguerra o dei guadagni facili della ditta SADE (ha detto tutto e come meglio non si potrebbe Marco Paolini): parlo di qualcosa che risale agli anni Quaranta, in piena seconda guerra mondiale. Ma facciamo il classico passo indietro, e precisamente fino al 1928: è di quest’anno, infatti, la prima relazione del geologo Giorgio Dal Piaz per l’individuazione della zona in cui costruire un bacino artificiale, attraverso l’edificazione di una diga destinata ad essere progettata dall’ingegner Carlo Semenza per conto della SADE — la Società Adriatica di Elettricità di proprietà di Giuseppe Volpi (che, per dubbi meriti acquisiti durante il regime fascista, diventerà conte di Misurata). Scopo dell’opera, la produzione di energia elettrica utile alla comunità nazionale; luogo prescelto, la valle del torrente Vajont. La relazione però non soddisfa, e il progetto resta dormire fino al 22 giugno 1940, quando con scarso tempismo il conte Volpi di Misurata (diventato nel frattempo presidente della Confederazione fascista degli industriali) chiede al ministero dei Lavori Pubblici, per conto della SADE, “di utilizzare i deflussi del Piave, degli affluenti Boite, Vajont e altri minori per scopi idroelettrici”. La richiesta prevede, fra l’altro, “l’utilizzazione dei deflussi regolati da un serbatoio della capacità di 50 milioni di metri cubi, creato mediante la costruzione, nel Vajont, di una diga alta 200 metri sottendente un bacino imbrifero di 52 chilometri quadrati”. Ma l’Italia è in guerra da meno di due settimane, e anche se la propaganda suggerisce che si tratterà di un Blitzkrieg nessuno se la sente di pensare alle grandi opere. Volpi di Misurata non demorde: attende paziente il momento opportuno per tornare alla carica, e lo fa il 15 ottobre 1943, quando si riunisce la quarta sezione del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici con sole 13 presenze su 34 — l’estate è stata caldissima: prima il 25 luglio, poi l’8 settembre. Nel caos politico e amministrativo che sta travolgendo l’Italia la SADE cioè Volpi ottiene l’approvazione del progetto del Vajont: manca il numero legale richiesto per legge, e il progetto della diga del Vajont viene varato in virtù di una decisione illegale. Questo peccato originale verrà in qualche modo redento il 21 marzo 1948, con una sanatoria firmata dal Presidente della repubblica Luigi Einaudi. Il resto della vicenda è, più che cronaca, storia.

Del pari, nemmeno riesco a dimenticare che alcuni anni fa il giudice Luca Tescaroli (nel suo Perché fu ucciso Giovanni Falcone, Rubbettino Editore 2001) scriveva testualmente: «In Cosa nostra sussisteva la preoccupazione che Falcone potesse imprimere, diventando Procuratore Nazionale Antimafia, un impulso alle investigazioni nel settore inerente alla gestione illecita degli appalti» (pag. 16); ancora Falcone, poi, «attraverso questo tipo di investigazioni […] aveva la possibilità di indagare, oltre che nel settore economico, nei confronti degli imprenditori e dei politici con i quali i primi “andavano a trattare”. In tal modo, poteva intervenire sui contatti che l’organizzazione poteva, per tale via, instaurare con appartenenti alle Istituzioni. Specificatamente, il dott. Falcone aveva contribuito a bloccare il progetto, che l’organizzazione aveva in cantiere proprio nel 1991, programma che mirava per l’appunto proprio ad impostare nuovi collegamenti istituzionali per il tramite di strutture imprenditoriali» (pag. 16).

E figuratevi che non riesco a dimenticare neppure quello che mi disse anni fa con nonchalance una giovane professionista milanese dall’insospettabile passato simil-rivoluzionario (ovviamente questa è la mia parola, passibile di smentita da parte della diretta interessata: ma ricordo perfettamente la circostanza e potrei sostenere la mia versione in qualunque momento): mi raccontò, appunto, che all’epoca stava lavorando in uno studio vicino agli interessi di un noto gruppo imprenditoriale milanese, per conto del quale aveva dovuto recarsi più volte a trattare con gli amministratori pubblici di alcuni comuni lombardi al fine di aggirare l’ostacolo delle restrizioni edilizie locali — “insomma hai capito, no? gli diamo dei soldi e loro ci fanno costruire dove non si potrebbe”.

Ora, poiché i problemi principali relativi all’utilizzo e alla gestione del nucleare riguardano la sicurezza degli impianti e dello stoccaggio/smaltimento delle scorie, non ho difficoltà a dire che il nucleare, in questa Italia degli appalti truccati e della corruzione come prassi, mi preoccupa.
Se e quando dovessero cambiare le cose a livello di rapporti fra politica e criminalità organizzata; se e quando dovessero cambiare la politica ambientale e le modalità di assegnazione dei ministeri, affidandoli a tecnici onesti e competenti; se e quando dovesse prendere piede una sensibilità ecologista sincera e profonda; se e quando si dovesse affermare una coscienza civile ben radicata e testimoniata nel vivere quotidiano da governanti e governati — allora e soltanto allora potrei riconsiderare le mie posizioni in merito. Non prima.

Legittimo impedimento. Delle ragioni del “sì”, dirò dopo: adesso m’interessano le ragioni del “no”, che suonano piuttosto bizzarre. A parte i sostenitori conclamati di Berlusconi, che ovviamente voteranno “no”, sono parecchi coloro che ritengono questa faccenda del legittimo impedimento un pilastro portante della dinamica berlusconismo/antiberlusconismo alla quale si dichiarano estranei e sulla quale non vogliono esprimersi. Ora, se c’è un caso a fronte del quale veramente tertium non datur, è esattamente questo: al di là delle ideologie e delle simpatie politiche (relative al suo entourage, perché Berlusconi di politica non s’è mai occupato), gli eventi occorsi negli ultimi due anni hanno fatto sì che gli italiani fossero obbligati a prendere posizione, una volta per tutte, a favore o contro il premier. E pronunciarsi contro non significa in nessun caso essere schierati con i diretti avversari del Cavaliere: al contrario, indica l’esigenza di ritornare a contemplare una dimensione politica seriamente sollecita del bene comune e in cui l’attrazione per il bel sesso si riduca a una debolezza marginale e perciò accettabile — tutto il contrario, insomma, del cabaret di questi ultimi anni, in cui le parole chiave sono state “egolatria” e “satiriasi” . Sostenere, in quest’Italia odierna, di essere al di fuori della dinamica berlusconismo/antiberlusconismo è lecito soltanto al Grande Puffo.
Coloro che voteranno “sì” (ed io fra quelli) sostengono, in estrema sintesi, che nel caso di specie il legittimo impedimento costituisce un grave vulnus alla democrazia (come sempre, non entro qui nel merito della bontà o meno della democrazia moderna: siccome vivo in una repubblica democratica, mi adeguo). Brevemente e in generale, il “legittimo impedimento” altro non è che l’istituto giuridico in base al quale l’imputato può, in alcuni casi (tipicamente, una malattia), giustificare la propria assenza in aula. Ma il legittimo impedimento di cui si tratta nel referendum concerne precisamente l’eventualità che un cittadino qualunque che sia, casualmente, anche presidente del consiglio o ministro, possa in quanto tale rinviare la propria presenza ad un processo per un periodo di 6 mesi. Ora, basta dare una scorsa ai giornali dell’ultimo anno per capire che se c’è una legge ad personam, signori miei, è questa. Quando ci sentiamo dire che la legge è uguale per tutti, vorremmo che lo fosse davvero — anche e soprattutto per chi ci rappresenta e dovrebbe dare il buon esempio (non sono più i tempi di Catone il Censore, lo so benissimo, ma mi accontenterei di molto meno); e quando non solo la legge ma anche la sua applicazione diventano ineguali, vuol dire che la democrazia è in sofferenza. Quando qualcuno è accusato di un crimine, non importa quanto grave, ha il diritto/dovere di difendersi: e il luogo per farlo è il processo. Quando ci si mette in gioco assumendo cariche pubbliche (e qui stiamo parlando della quarta carica dello Stato) se ne assumono gli òneri insieme agli onori: il potere comporta grandi responsabilità, non grande impunità.

Così, questi sono i motivi precisi dei miei personalissimi quattro “sì”. Ma, a differenza delle elezioni politico-amministrative con le loro zavorre ideologiche e clientelari, i referendum sono il luogo della libertà di pensiero e di coscienza: massimi privilegi da esercitare nel chiuso del seggio. Ognuno, quindi, voti come crede — ma VOTI.

Alessandra Colla
Fonte: http://www.alessandracolla.net
Link: http://www.alessandracolla.net/2011/06/07/referendum-quattro-si-e-vi-spiego-perche/
8.06.2011

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fonte:  http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=8413

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Referendum, Celentano: “Ragazzi, votare è questione di vita o di morte”

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Il cantante scrive per la terza volta al Fatto Quotidiano: “Il 50 per cento più 1 sarà l’inizio di una sorgente dalla quale sgorgheranno zampilli di energia pura”. E sui complimenti della Santanchè durante Annozero: “Solo una strategia divertente della nuova destra”

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Secondo me, in casa Sallusti-Santanchè o viceversa, le cose sono andate così. La Santanchè gli ha detto: “Santoro mi ha invitata alla trasmissione sul NUCLEARE. Ci sarà anche Celentano ma stavolta in carne ed ossa, tu cosa ne dici, vado?”. Sallusti la guarda, non parla, attimi di silenzio interminabili che preoccupano non poco la Santanchè. Gli occhi di lei si fanno più grandi, sconvolta al pensiero che il suo compagno possa essere colpito da una improvvisa paralisi. Ma poi ecco la grande trovata: “Dovresti andarci – dice il rinvenuto Sallusti – in fin dei conti lui con te è stato carino anche se ti ha dedicato qualche battuta, però stavolta devi cambiare tattica”. La Santanchè si illumina curiosa, freme di sapere, pende dalle sue labbra, uguali, fra l’altro, a quelle di mio zio Eugenio fratello di mia madre. “Cambiare tattica in che senso?” dice lei già in assetto di guerra. “Nel senso che appena lui ti parla – si infervora Sallusti – devi coprirlo di elogi, di complimenti per la sua bravura come cantante; anche se ti dovesse attaccare devi continuare ad esaltarlo e a parlare di musica qualunque cosa lui ti dica”. “Hai ragione – dice raggiante la bella Santa – una tattica che ridimensionerà il suo misero lato politico”. Dunque parte la sigla. Annozero inizia con un crescendo folgorante che solo Santoro (naturalmente dopo di me) sa fare. Alle 10 e 40 circa, in pieno tema RADIOATTIVO, Ruotolo mi chiede: “Quanto è importante stavolta andare a votare e non andare al mare?” “Potrà sembrare un’esagerazione – gli rispondo – ma stavolta è questione di VITA o di MORTE ”. Fra gli ospiti e il pubblico in studio non vola una mosca. Al punto che Santoro rompe quel silenzio di tipo tombale presentandomi la Santanchè.

Io faccio appena in tempo a dire buongiorno, dimenticandomi che invece è sera. E lei, puntuale, esegue alla lettera ciò che il compagno-maestro le ha insegnato. Anzi, ha fatto di più: ha addirittura cantato “io non so parlar d’amore”.
Pur avendo capito al volo la nuova strategia della “NUOVA DESTRA” devo dire che mi sono divertito. Fa sempre piacere ricevere dei complimenti e non ho ragione di dubitare che, loro malgrado, siano veramente miei FANS. Sarebbe bello se i dibattiti si svolgessero anche in questo modo. Spezzare la tensione con frammenti di divertimento agevolerebbe il pubblico a casa a capire meglio e con chiarezza, quello che i politici di destra ultimamente NON dicono.

Temo però che quest’ultimo grido della “NUOVA DESTRA” non durerà molto. Appena si accorgeranno che nel frattempo in cui mi esaltano, quasi in tempo reale, accade tutto quello che il RE degli Ignoranti dice, torneranno purtroppo ai vecchi metodi. Durante la prima telefonata ad Annozero, antecedente al VOTO del PRIMO TURNO, dissi con ostentata e sfrontata sicurezza, che Pisapia aveva già vinto, in tutti i sensi, e che proprio perché aveva vinto non doveva infierire con la querela alla Moratti. Pisapia infatti vinse con un vantaggio di 7 punti. La stessa identica cosa accadde con la seconda telefonata ad Annozero. Mentre Lupi mi esaltava come uomo di spettacolo, Pisapia stravinceva con addirittura 11 punti di vantaggio. E naturalmente ritirò la querela contro la Moratti.

È chiaro che anche a me, come tutti quelli che hanno un minimo di sensibilità e un filo di narcisismo, non possono che farmi piacere certi apprezzamenti. Che tuttavia però, non bastano a frenare un’OPINIONE. Per esempio, come la penso, riguardo l’ultima trovata di Berlusconi: a quanto pare il governo ha fatto ricorso alla Corte costituzionale per chiedere che bocci la decisione della Cassazione per aver ammesso il referendum sul Nucleare.

Stavolta Berlusconi ha veramente alzato il tiro. Non si è sparato sui piedi, ma ha centrato in pieno le “due piccole cose” a cui lui tiene di più. Per fortuna il neo Presidente della Corte costituzionale Alfonso Quaranta ha detto chiaramente che non è nei poteri della Consulta bloccare un referendum. Insomma Berlusconi non sa più come fare, ce la sta mettendo tutta per far CADERE il GOVERNO, ma non ce la fa. Per ora il mio è solo un sospetto. Ma da una attenta analisi sugli ultimi comportamenti del Cavaliere, da me approfondita e studiata su basi che neanch’io conosco, sono arrivato alla triste conclusione che non si può non pensare che la disperazione lo abbia portato a chiedere aiuto perfino ai tre Cavalieri della Discordanza: Bersani, Vendola e Di Pietro. Pare che sia proprio di loro tre, l’orribile idea di CACCIARE Santoro dalla Rai. Berlusconi non voleva: è stato fino a notte fonda a cercare di convincerli ma non c’è stato niente da fare. “Come fate a non capire – li supplicava – se mandiamo via Santoro sarà la fine della Rai”.

“Certo, ma sarà anche la fine del tuo governo – gli dicevano – non era questo che volevi?” … Erano ormai le quattro di notte, Berlusconi era pallido e stravolto dalla stanchezza. Persino i suoi capelli apparivano sbiaditi, non più rossicci e schiacciati sulla testa, ma per la prima volta un po’ arruffati quel tanto da conferirgli un’aria scanzonata, quasi come di appartenenza al tutti per uno e uno per tutti. E poi a mezza voce senza alzare lo sguardo: “E se non bastasse?”… Il tono un po’ dimesso della domanda, era quanto di più appropriato ci potesse essere al disordine che si era creato nella stanza. I tre discordanti anche loro sfiniti e sbragati chi da una parte chi dall’altra, Tra sigarette, vino, tazzine di caffè sparse, pizze mangiucchiate e briciole un po’ dappertutto, improvvisamente si lanciano sguardi di intesa. È chiaro che il più indicato a rispondere è Bersani: “Se non bastasse ci rimane un’ultima carta: Floris, Dandini e Fazio… Dopodiché non ci resta che fuggire tutti e quattro all’estero”. Berlusconi è perplesso, cammina a piccoli passi avanti e indietro per la stanza sempre più spettinato. Poi con aria affranta si rivolge a Di Pietro mettendogli una mano sulla spalla: “Cosa ne sarà della Rai?”. Di Pietro lo guarda sconsolato: “Il tuo governo la sventrerà in tanti piccoli Vespasiani sparsi per l’Italia”.

Ma la cosa importante adesso, anche per salvare Berlusconi oltre che i francesi, che come Veronesi, dormono praticamente sulle SCORIE RADIOATTIVE, è che tutti vadano a votare e scrivano sul foglio elettorale:

SI’ – per abrogare il NUCLEARE
SI’
– per abrogare la privatizzazione dell’ACQUA
SI’
– per abrogare il LEGITTIMO IMPEDIMENTO

Le date del 12 e 13 giugno saranno ricordate come i giorni della riscossa e della purezza contro le contaminazioni malvagie delle SCORIE RADIOATTIVE. Sarà proprio in quei giorni infatti che dalla strana percentuale del 50 per cento + 1 nascerà l’inizio di una SORGENTE dalla quale sgorgheranno i primi zampilli di energia pura. Che non si limiterà al solo compito di scaldare e illuminare le città, ma soprattutto a riaccendere nel cuore degli uomini quel sentimento di trasparenza e lealtà dal quale poi, nasce l’amore per la bellezza delle cose che ci circondano.

E sarà proprio questa “BELLEZZA” a tracciare la via per la ricerca di quello che sarà il NUOVO NUCLEARE. Quello PULITO che NON produce scorie perché avviene tramite la FUSIONE FREDDA. Certo la strada è ancora lunga, ma solo la Bellezza può fare simili miracoli. Ma perché il miracolo avvenga è assolutamente necessario che nell’animo dell’uomo si creino le condizioni di un terreno fertile di verità, dove nessuna corruzione di nessun genere potrà attecchire. Sarà quello il campo dove il dolce tepore della fusione fredda germoglierà il fiore più bello. Che sarà appunto quella FUSIONE di BELLEZZA e di GIUSTIZIA che si propagherà per tutta la terra, e che già la si può identificare nel triangolo Milano-Napoli-Cagliari. Qualcosa mi dice che la scintilla di un nuovo mondo corre lungo la linea dei nuovi Sindaci di queste tre città.

da Il Fatto Quotidiano dell’8 giugno 2011

fonte:  http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/06/08/i-giorni-della-riscossa/116631/

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LA RELAZIONE – Il rapporto sul lavoro nel mondo somiglia ad un bollettino di guerra

LA RELAZIONE

Logo ITUC

Il rapporto sul lavoro nel mondo
somiglia ad un bollettino di guerra

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L’analisi annuale del Sindacato Internazionale (ITUC) traccia un quadro sulla condizione di milioni di persone. La repressione più forte in America Latina. In Colombia il primato degli omicidi. Situazioni drammatiche anche in Bangladesh, Pakistan, Filippine, Uganda e Swaziland. Noam Chomsk: è in atto un’opera di desindacalizzazione, flessibilizzazione e deregolamentazione nei paesi poveri, ma anche industrializzati

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di VITTORIO LONGHI

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ROMA – È un vero e proprio bollettino di guerra il rapporto annuale del sindacato internazionale ITUC 1 sulle violazioni dei diritti del lavoro: nel 2010 sono stati uccisi 90 sindacalisti, almeno 2.500 sono stati arrestati e almeno 5 mila “semplicemente” licenziati. “In tutto il mondo ci sono lavoratori e cittadini che tentano di rivendicare i diritti elementari a un lavoro dignitoso e a una vita dignitosa, ma in molti paesi queste persone trovano solo violenza e repressione da parte dei governi e delle imprese, fino ai casi estremi degli omicidi”, commenta la segretaria generale Sharan Burrow.

Sindacalisti sotto tiro. La repressione più forte continua a essere registrata in America Latina, dove la Colombia detiene il primato degli omicidi, con 49 casi. Dieci morti anche in Guatemala e altri in Brasile, a El Salvador, in Honduras. L’altra metà è distribuita tra Bangladesh, Pakistan e Filippine, in Asia, e Swaziland e Uganda in Africa. Importante anche il caso dell’Iran, dove il rappresentante degli insegnanti è stato impiccato dopo un processo sommario, nonostante le proteste popolari e le pressioni internazionali. L’unica nota positiva riguardo all’Iran è il rilascio – solo qualche giorno fa – di Mansoor Onsanloo, in carcere da cinque anni per avere avviato uno sciopero dei trasporti a Teheran. Le minacce di morte e le intimidazioni sono molto diffuse anche in altri paesi: dalle dittature evidenti, come la Bielorussia, lo Zimbabwe e la Birmania, alle democrazie apparenti, come la Russia, il Messico e la Nigeria. I due diritti fondamentali del lavoro, ovvero la libertà sindacale e la contrattazione collettiva, sono ancora molto limitati per legge nei paesi emergenti come la Cina o in quelli più ricchi, nell’area mediorientale e del Golfo.

L’attacco globale al lavoro. Un mese fa, a margine della festa del primo maggio, Noam Chomsky aveva scritto che ci troviamo di fronte a un “attacco internazionale al lavoro”. Secondo il linguista americano è in atto un’opera di desindacalizzazione, flessibilizzazione e deregolamentazione mirata a creare insicurezza e condizioni di vita precaria, non solo nei paesi in via di sviluppo ed emergenti, ma anche nei paesi industrializzati. Il rapporto del sindacato internazionale sembra confermare questa teoria. A tre anni dalla crisi finanziaria ed economica che ha creato oltre 30 milioni di disoccupati, sembra esserci stata un’ulteriore erosione dei diritti del lavoro nell’ultimo anno. Secondo l’ITUC, infatti, “ai grandi poteri finanziari ed economici è stato permesso di dominare le politiche dei governi mentre disoccupazione, povertà e insicurezza sociale continuano a crescere”.

Più colpiti i migranti, le donne e i giovani. Ci sono alcune tendenze globali precise che la ricerca mette in evidenza: la scelta di molti governi di ignorare le norme fondamentali a tutela del lavoro; la mancanza di sostegno finanziario alle ispezioni e agli strumenti di tutela sociale; la mancanza di diritti e l’abuso sui lavoratori immigrati, in modo particolare nei paesi del Golfo Persico; lo sfruttamento della forza lavoro, prevalentemente femminile, nelle zone franche per l’esportazione. Senza parlare della crescente disoccupazione giovanile, non contrastata da politiche adeguate né da ammortizzatori sociali, ma solo da azioni repressive che ovunque scatenano ulteriori rivolte, come bene dimostrano i fatti del Nord Africa e del Medio Oriente. Il sindacato dedica una parte del rapporto al mondo arabo, denunciando la brutalità con cui i governi hanno risposto alla domanda di giustizia sociale e di democrazia, dall’Egitto alla Tunisia, al Bahrain.

I diritti e lo sviluppo. D’altra parte, per decenni molti governi e alcune istituzioni economiche internazionali hanno scelto di perseguire politiche liberiste con forti accenti antisindacali, nella convinzione che una solida regolamentazione del mercato del lavoro e l’attività dei sindacati indipendenti fosse un ostacolo allo sviluppo e una minaccia alla crescita. Al contrario, secondo le norme internazionali del lavoro, la libertà di associazione e la contrattazione collettiva sono fattori determinanti per uno sviluppo che si possa definire socialmente sostenibile. È soprattutto attraverso la contrattazione che si interviene sui redditi, si legano i salari alla crescita di produttività, si estendono le tutele sociali. Tutto questo serve ad alimentare la domanda interna, il consumo, e perciò favorisce l’economia nel suo complesso. Ma soprattutto favorisce la redistribuzione della ricchezza, unico vero modo di assicurare la stabilità politica e la coesione sociale.

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08 giugno 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/solidarieta/cooperazione/2011/06/08/news/il_rapporto_sul_lavoro_nel_mondo_somiglia_ad_un_bollettino_di_guerra-17396020/?rss

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Libia, la Nato: «Finiremo la missione» Raid su Tripoli. Misurata assediata dal raìs / VIDEO: Death Toll Continues to Rise in Tripoli

Death Toll Continues to Rise in Tripoli

Caricato da in data 08/giu/2011

Death Toll Continues to Rise in Tripoli

On Wednesday, NATO fired its heaviest bombs in Tripoli, as Libyan leader Moammar Qaddafi remained defiant in his refusal to step down from his position, saying he would fight until the end.

Government spokesperson Moussa Ibrahim said the air raids, which began mid-March, had claimed 31 lives as warplanes struck the city approximately 60 times, since Tuesday night.

According to a British defense official, many operations were aimed at Mr. Qaddafi’s secret police headquarters.

After weeks of fighting, neither loyalist troops nor rebels have secured territory between the eastern town of Adjabiya and the western oil town of Brega.

A rebel chief in Zintan, said that Qaddafi troops were at their largest on Tuesday, since the conflict began mid-February. On the same day, a Russian envoy in Benghazi said that Mr. Qaddafi cannot continue leading Libya.

A meeting will take place on Thursday in the United Arab Emirates, where the Libya contact group is to discuss rebel plans and financial aid.

Rebels have secured the eastern side of the country, western city of Misrata, and the mountain range bordering with Tunisia but have failed to advance on the capital.

Speakers:

Moussa Ibrahim – Government spokesperson
Mikhail Margelov – Russian envoy

By Noora Faraj
Al Arabiya with Agencies

Libia, la Nato: «Finiremo la missione»
Raid su Tripoli. Misurata assediata dal raìs

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ROMA – I ministri della Difesa della Nato si sono impegnati «a provvedere ai mezzi necessari e la massima flessibilità operativa» per sostenere gli sforzi militari in Libia «ed accolgono con favore i contributi aggiuntivi ai nostri sforzi congiunti». Lo affermano in una dichiarazione approvata oggi a Bruxelles in cui esprimono «determinazione» per concludere con successo la missione.

«Abbiamo intensificato i nostri sforzi, anche attraverso il dispiegamento di elicotteri di attacco, e siamo determinati a proseguire le operazioni a protezione del popolo libico finchè sarà necessario», dichiarano i ministri, che stamattina hanno approvato il prolungamento di Unified Protector per altri 90 giorni. «Siamo risoluti a mettere in campo i mezzi necessari», assicurano i 28, ribadendo i tre obiettivi definiti a Berlino: cessate il fuoco contro i civili, ritiro verificabile di tutte le truppe di Gheddafi, pieno accesso degli aiuti umanitari. «Il tempo sta lavorando contro Gheddafi che ha chiaramente perduto la propria legittimità e che perciò deve andarsene», dichiarano i ministri. «Non c’è futuro per un regime che ha sistematicamente minacciato e attaccato la propria popolazione».

Raid Nato a Tripoli.
Potenti esplosioni hanno scosso nella notte la zona della residenza del colonnello Muammar Gheddafi, nel centro di Tripoli. Due detonazioni sono state sentite verso l’1.45, seguite più tardi da altre più potenti. Sessanta, solo ieri, i raid della Nato sulla capitale libica, con le autorità locali che parlano di 31 morti. Oggi almeno tre raid condotti dalla Nato hanno colpito Tajura, sobborgo di Tripoli.

Misurata assediata dalle forze di Gheddafi. «Misurata è sotto un intenso bombardamento di artiglieria. Le forze di Gheddafi sparano da est, ovest e sud – afferma il portavoce dei ribelli, Hassan al-Misrati, che si trova nella città. Gheddafi – ha inviato migliaia di soldati che stanno tentando di entrare nella città. Al momento sono ancora fuori comunque. Abbiamo perso dieci uomini e altri 26 sono feriti, la gran parte in modo grave».

Mercoledì 08 Giugno 2011

fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=152045

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Facebook: dagli una foto e ti dira’ chi e’, polemica

Facebook: dagli una foto e ti dira’ chi e’, polemica

Allarme difensory privacy, social network e’ recidivo

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LONDRA – Facebook: dagli una foto e ti dirà chi è. Grazie a un nuovo algoritmo di riconoscimento facciale il social network più popolare del mondo sta creando polemiche dentro e fuori la Rete perché consente di identificare automaticamente le persone raffigurate nelle fotografie ‘postate’ dal suo mezzo miliardo di utenti. La nuova iniziativa, introdotta in dicembre negli Stati Uniti, è stata adesso estesa “alla maggior parte dei Paesi” e dunque anche ai 22 milioni di utenti italiani, ha annunciato a cose fatte e senza particolare fanfara il blog ufficiale della ‘creatura’ di Mark Zuckerberg.

Unico requisito: anche la persona ‘taggata’ deve essere iscritta a Facebook. Ogni giorno oltre cento milioni di ‘tag’ venivano finora apposti manualmente alle foto dagli utenti di Facebook, spiega il blog del social network che Time ha scelto come ‘persona dell’annò 2010. Facebook non non è il solo software o servizio online che applica la tecnologia del riconoscimento facciale – lo fanno ad esempio Picasa di Google e iPhoto di Apple – ma il suo uso in una superpotenza da 500 milioni di utenti ha messo particolamente in allarme. Google, che non ha fatto mistero di possedere tutti gli strumenti per ‘taggare’ automaticamente persone, ha di recente deciso di non applicarli a Google Goggles “perché dobbiamo valutare le implicazioni sulla privacy”, ha detto l’amministratore delegato Eric Schmidt. Immediate dunque per Facebook le critiche dei gruppi per la difesa della riservatezza che già tenevano il social network sotto stretta osservazione: come per molti altri ‘feature’ di Facebook infatti, la novità viene applicata per default.

“Sta all’utente disattivarla se desiderato, mentre sarebbe meglio consentire alla gente di scegliere se adottarlo”, ha detto al Guardian Marc Rotemberg dell’americano Electronic Privacy Information Center, uno dei tanti attivisti del web che chiedono a Facebook di ribaltare la sua filosofia di condivisione delle informazioni. Per Rotemberg non è chiaro tra l’altro quali informazioni relative all’identità della persona ‘taggata’, ad esempio l’indirizzo di email, saranno associate con le foto nel database del social network. “A quanto pare ancora una volta Facebook erode la privacy online dei suoi utenti con azioni invisibili”, ha commentato Graham Cluley, un consulente di Sophos, gruppo specializzato della sicurezza sul Web. E sempre Cluley ha suggerito agli utenti di Facebook di disabilitare la funzione sui ‘Tag Suggestions’ in modo che altri non possano identificarli in automatico sulle foto. Ma non è semplice orientarsi nel labirinto di impostazioni e per arrivare ad alzare una barriera al riconoscimento automatico bisogna fare sei clic del mouse: andare alle ‘impostazioni account’, cliccare su ‘impostazioni sulla privacy’ e quindi su ‘personalizza le impostazioni’. Poi trovare la voce ‘Suggerisci agli amici le foto in cui ci sono io’, selezionare ‘modifica le impostazioni’ e barrare finalmente la casella ‘no’.

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08 giugno 2011

fonte:  http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/tecnologia/2011/06/08/visualizza_new.html_839549326.html

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REFERENDUM – Sul quorum il rebus del voto all’estero ma il governo rischia l’autogol

Sul quorum il rebus del voto all’estero
ma il governo rischia l’autogol

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Dal Viminale la conferma che gli italiani all’estero non potranno votare sulle nuove schede. Aver modificato la legge e il conseguente cambio del quesito potrebbe portare però al paradossale risultato di rendere più facile il raggiungimento del 50%

Sul quorum il rebus del voto all'estero ma il governo rischia l'autogol Un seggio in occasione di un precedente referendum

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ROMA – Appelli, mobilitazioni, flash mob, passa parola in rete. La battaglia per il raggiungimento del quorum ai referendum del 12 e 13 giugno si combatte con molte armi, ma alla fine la battaglia decisiva sarà probabilmente quella che si disputerà a partire da lunedì pomeriggio in Cassazione attorno al voto degli italiani all’estero. Oggi il Viminale, attraverso la comunicazione al Parlamento del ministro Elio Vito, ha reso noto che sono in corso di stampa e distribuzione in tutto il Paese le schede di colore grigio con la nuova formulazione del quesito sul nucleare, così come disposta dall’ordinanza 1 giugno 2011, depositata il 3 giugno dell’ufficio centrale per il Referendum presso la Cassazione.

Le nuove schede però non saranno nuovamente inviate agli italiani residenti all’estero, dal momento che il voto poteva essere espresso solo entro il 2 giugno. Le vecchie schede già votate saranno conteggiate ai fini del risultato ma soprattutto ai fini del raggiungimento del quorum? Su questo punto Vito non si è espresso. E’ logico pensare però che il governo dopo i ripetuti tentativi di sabotare la consultazione non rinuncerà a considerare anche i 3,2 milioni di italiani residenti oltreconfine parte della base elettorale su cui calcolare il 50% di votanti necessario a rendere valido il referendum.

Proprio il pasticcio combinato da Berlusconi e Romani con la finta moratoria inserita nel dl omnibus rischia però di depotenziare l’arma più efficace posseduta dal governo per far fallire i quesiti. Per capire il perché è necessario però fare un passo indietro.

Come ha spiegato Antonio Di Pietro a Repubblica Tv 1, contando gli italiani all’estero il quorum – se paragonato alle consultazioni passate – sale in realtà al 58%. Anche se le schede spedite per corrispondenza tra il 25 maggio e il 2 giugno fossero conteggiate, difficile sperare che siano poco più di qualche migliaio. Se dei referendum si è parlato poco o nulla qui da noi, è facile capire quanto ancor meno ne siano stati informati gli italiani all’estero, tra l’altro tendenzialmente più distratti e inclini all’astensionismo. Detto in altre parole, se si fosse votato tutti con il vecchio quesito il raggiungimento del quorum (58% reale) sarebbe stato davvero ai limiti dell’impossibile. Ma il governo, con la sua smania di sabotaggio, è riuscito nell’impresa di far votare italiane e italiani all’estero con due schede diverse, spalancando così la porta a un ricorso che Di Pietro ha già annunciato di voler presentare lunedì pomeriggio alla Cassazione.

Precedenti in materia non ce ne sono, ma che i giudici – che tra l’altro sino ad oggi hanno sempre dato ragione ai reclami dei referendari – possano decidere di non cosiderare validi i voti espressi su schede diverse da quelle su cui ci si esprime ai seggi il 12 e 13 appare più di un’ipotesi. Nel caso le cose andassero davvero così, le possibilità che il referendum sia valido crescerebbero vertiginosamente. “A superare il muro del 50 per cento ce la facciamo, del 58 no”, profetizzava sempre Di Pietro. Che a quel punto avrebbe “azzeccato” anche un’altra profezia: “Berlusconi lo ringrazio. Meno male che si attornia di tanta gente incompetente e incapace: prima fa un decreto per fermare il referendum sul nucleare, poi ricorre alla Cassazione, poi alla Consulta, con il risultato che oggi tutti parlano del referendum”.

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08 giugno 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/politica/2011/06/08/news/rebus_voto_estero-17398625/?rss

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SENATO – Anticorruzione, governo battuto due volt.e Lega, no a giuramento su Costituzione

SENATO

Anticorruzione, governo battuto due volte
Lega, no a giuramento su Costituzione

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Con 133 no e 129 sì l’Aula di Palazzo Madama ha bocciato l’emendamento del relatore da Malan che avrebbero di fatto sostituito il primo articolo del provvedimento che avrebbe dato più poteri in materia al presidente del Consiglio. Bersani: “Esecutivo senza prospettive, ne tragga le conseguenze”

Anticorruzione, governo battuto due volte Lega, no a giuramento su Costituzione Anna Finocchiaro

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ROMA – La maggioranza è stata battuta al senato su un emendamento al ddl anticorruzione presentato dal senatore Pdl Lucio Malan (relatore in commissione per la Affari Costituzionali) che modificava l’intero articolo 1 della legge. I sì sono stati 129, i no 133 e gli stenuti 5. Subito dopo il sottosegretario Andrea Augello ha sottolineato che “essendo caduto l’emendamento Malan è di fatto caduto l’intero articolo 1 del provvedimento”. Il presidente di turno Domenico Nania ha quindi sospeso la seduta. L’articolo 1 riguarda il piano nazionale anticorruzione e l’istituzione presso la presidenza del Consiglio dei ministri del Comitato di coordinamento delle iniziative anticorruzione presieduto dal premier. Dopo la sospensione della seduta alla ripresa delle votazioni la maggioranza è andata ancora sotto su un emendamento della senatrice del Pdl Ada Spadoni Urbani, appoggiato dall’esecutivo. L’emendamento cassato prevedeva la rotazione dei dirigenti sia nelle amministrazioni dirette centrali che in quelle periferiche.

Esulta l’opposizione. “Il governo è senza prospettive, traga le conseguenze”, dice il segretario del Pd Pierluigi Bersani. “Abbiamo battuto il governo e la maggioranza su un punto qualificante – aggiunge la capogruppo Anna Finocchiaro – un emendamento che riorganizzava il punto essenziale di questa disciplina contro la corruzione proposta dall’esecutivo, che è anche il punto su cui c’era maggiore dissenso”. Sull’emendamento poi Finocchiaro spiega: “Mentre loro propongono che contro la corruzione provveda un comitato presso la presidenza del Consiglio dei ministri, presieduto dallo stesso presidente, noi vogliamo un’autorità indipendente”. Insomma, “per farlo capire a tutti, non vogliamo la volpe a guardia del pollaio”. E Felice Belisario, capo dei senatori dell’Idv aggiunge: “Il governo è stato battuto perché ormai è sotto la tenda ad ossigeno e la maggioranza gli sta togliendo quella poca aria che gli è rimasta. La caduta dell’articolo 1 del ddl governativo anticorruzione certifica che siamo ai titoli di coda della Legislatura”.

Durante l’esame del provvedimento scoppia un altro caso politico. La Lega Nord ha votato contro un emendamento bipartisan al ddl anticorruzione che obbliga “coloro che occupano cariche pubbliche o assumono pubblici impieghi” a giurare fedeltà alla Costituzione italiana al momento dell’assunzione. L’emendamento è passato con 214 sì, 30 no e 11 astenuti.

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08 giugno 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/politica/2011/06/08/news/anticorruzione_battuto-17382056/?rss

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