Archivio | giugno 9, 2011

Proteste no Tav, nessuna militarizzazione. Ma la tensione inizia a salire

Proteste no Tav, nessuna militarizzazione
Ma la tensione inizia a salire

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di Andrea Giambartolomei

9 giugno 2011

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Il Viminale ha annunciato ieri che “le forze dell’ordine hanno le risorse necessarie per il presidio”. La situazione in Val di Susa davanti ai presidi dei cantieri però inizia a farsi calda. Giorni fa è stata recapitata una busta con proiettile a un politico Pd a favore dei lavori

La Tav e i lavori della linea Torino-Lione non saranno militarizzati. Ieri è arrivato il niet: l’esercito non verrà impiegato perché “le forze dell’ordine hanno le risorse necessarie per il presidio”, ha detto il ministro dell’Interno Roberto Maroni dopo una riunione nella prefettura del capoluogo piemontese. Il capo del Viminale ha incontrato il governatore Roberto Cota e il sindaco di Torino Piero Fassino nel Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza per discutere con loro dell’ordine pubblico in vista dell’inizio dei cantieri in Val di Susa. Quella di Maroni non è però una resa: “Nei prossimi giorni il prefetto e il questore di Torino concerteranno le misure necessarie per consentire l’inizio dei lavori”.

La richiesta dell’intervento militare si era fatta più forte dopo il proiettile recapitato al deputato Pd Stefano Esposito e le minacce al collega Giorgio Merlo, due politici “Sì Tav”. Sono stati loro a chiedere, il 24 maggio scorso, una soluzione forte a difesa dei cantieri dopo la sassaiola notturna a La Maddalena di Chiomonte, dove devono essere fatti i sondaggi geognostici: “Di fronte alla violenza e alla guerriglia in Val Susa patrocinata da settori, seppur minoritari, dei No Tav forse è opportuno riprendere la proposta – da noi già avanzata tempo fa – di creare un sito nazionale di interesse strategico o sito militare capace di favorire il decollo normale del cantiere della Torino-Lione”.

Cosa significhi “sito nazionale di interesse strategico o sito militare” lo spiega lo stesso Esposito: “È quello istituito durante la crisi della spazzatura a Napoli. Per intenderci, si tratta di luoghi trattati come caserme: la pena se assalti una caserma è più grave di quella per un assalto a un terreno privato. La responsabilità di questo sito va a un prefetto o commissario ad hoc e, nel caso in cui fosse ritenuto necessario, potrebbe essere utilizzato l’esercito per il presidio interno, non per l’ordine pubblico”. La questione poteva essere spiegata meglio prima, e lui dice di averlo fatto. Due settimane dopo il primo appello, il 3 giugno, i due parlamentari hanno invitato Maroni “a rompere il silenzio e a dare alle forze dell’ordine e ai funzionari pubblici un segnale preciso sulla totale copertura politica ed istituzionale delle operazioni che porranno in essere nei prossimi giorni”. Poi, sabato, sono arrivate le minacce, un fatto che ha spinto il Pd a far quadrato: domenica il segretario regionale Gianfranco Morgando affermava che “se sarà necessario dichiarare Chiomonte zona di interesse strategico-militare, il Partito democratico sarà d’accordo”.

A queste richieste rispondeva lunedì il sottosegretario alla Difesa Guido Crosetto (Pdl): “Se qualcuno chiede alle forze armate di intervenire, loro interverranno”. Mercoledì il Movimento 5 Stelle invitava tutti ad abbassare i toni, rivolgendosi soprattutto a Esposito. “Un politico responsabile, di fronte a presunte minacce di origine tuttora ignota, avrebbe mantenuto la calma e la riservatezza attendendo i riscontri delle indagini, invece di spararle su tutti i giornali per alzare la tensione”. Dietro gli avvertimenti, gli allarmi e le dichiarazioni di solidarietà i grillini vedono “una precisa strategia della tensione del Pd per arrivare allo scontro violento in Valsusa”.

La risposta a chi vuole l’esercito per presidiare i cantieri l’ha fornita Maroni, il quale ha però spiegato che non sarà tollerata alcuna forma di violenza: “La contrasteremo con ogni mezzo”. “Si è assunto una responsabilità precisa – afferma Esposito -, ha detto delle parole chiare. Resto preoccupato della recrudescenza violenta. Chi vuole la Tav sta dalla parte della legge, chi protesta civilmente pure, ma chi lancia i sassi è fuorilegge. Alcuni invasati pensano di essere nuovi resistenti”. Per il consigliere comunale del M5S Vittorio Bertola: “Se Maroni è quello ragionevole abbiamo una misura della situazione, con politici – tra cui quelli del Pd – che sono oltre le linee e incitano alla violenza”. Nel frattempo un’altra lettera e un altro proiettile sono arrivati a Esposito, mentre davanti alla casa del segretario regionale Pd compariva la scritta: “Morgando fascista, no ai militari in Val di Susa”, segnale che i toni non si placano. “Noi abbiamo proposto occasioni per abbassare la tensione – dice Bertola – invitando a una visita al presidio No Tav a Chiomonte, ma nessuno ha aderito. I politici devono cercare il dialogo e trovare soluzioni pacifiche, non invocare l’uso della forza”. Per il movimento la soluzione è riaprire il dialogo sulla necessità dell’opera: “In dieci anni non c’è mai stato veramente. La situazione è esasperata e noi ci siamo offerti con gli amministratori della Valsusa come interlocutori per il dialogo, una specie di ‘caschi blu’, ma non ci riconoscono in questo ruolo istituzionale”, conclude.

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fonte:  http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/06/09/proteste-non-tav-nessuna-militarizzazione-ma-la-tensione-inizia-a-salire/117087/

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L’ira di Santoro: “Uscite dalla Rai, avete rotto!” / IL VIDEO

Addio di Santoro: “l’Annozero è finito, comincia l’Annonuovo anche a un 1€ a puntata” (09/06/11)

Caricato da in data 09/giu/2011

L’Urlo Furioso di Michele Santoro “DOVETE USCIRE DALLA RAI! LASCIATE LIBERA LA RAI!! AVETE ROTTO!!”

Caricato da in data 09/giu/2011

L’ira di Santoro: “Uscite dalla Rai, avete rotto!”

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santoro addio annozero box

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Un agguerrito Michele Santoro ha chiuso stasera l’ultima puntata di Annozero urlando agli ospiti presenti: “Basta! Siamo noi ad essere stufi, avete rotto! Noi non abbiamo bisogno della pubblicità, Annozero da solo raccoglie 15 milioni di euro!”

Dopo una puntata relativamente frizzante – da una parte Roberto Castelli e Renato Brunetta, dall’altra Travaglio, Antonio Di Pietro e Pierluigi Bersani – il conduttore, che ha da poco firmato l’addio alla rai con una buonuscita di 2,3 milioni di euro e la prospettiva di un rapido approdo a La7, è sbottato a fine trasmissione, rivendicando con un tono di voce decisamente acceso le proprie ragioni e la propria posizione.

Michele Santoro dà l’addio alla Rai con un editoriale in diretta ad Annozero, come antipasto del programma. Ma in sostanza dice: sono della Rai, nell’accordo così è scritto e con la Rai posso ancora collaborare, non sono ancora andato a La7.  E al direttore generale Lorenza Lei: si distanzi dal conflitto d’interessi, «Altrimenti non riuscirà a fare nulla come i suoi predecessori».

Il giornalista ammette di guadagnare tanto. Ma – dice – quel che conta è sentirsi dell’azienda. E nella sua visione della vita – sostiene il conduttore – la dignità della vita viene prima di tutto. Prima dei soldi. “E quando si attaccano quelli come me, figli di macchinisti, si attacca anche la possibilità alla gente comune di avere un sogno”. In sostanza, non chiude con la tv pubblica. E se qualcuno chiude la porta – è il suo discorso – non sarà per sua volontà.

Santoro si rivolge a Garimberti, presidente della Rai: “ho fatto un accordo che mette fine alla vicenda giudiziaria, ma nell’accordo c’è scritto che Santoro può continuare a collaborare con la Rai. Anche da domani. “Attenzione colleghi anche da domani. Mi piacerebbe che lei facesse questa discussione in Consiglio e vorrei capire se questa trasmissione la volete oppure no. Io non ho ancora firmato con nessun editore e posso collaborare e riprendere con questo programma anche a costo di un euro a puntata». Ancora al presidente della tv: “Non voglio rendere pubblici i nostri discorsi privati. Ma non ho ancora firmato con nessuno. E da domani posso riprendere”.

“Non si può sempre resistere, resistere, come ho detto alla mia amica Ferilli”, dice il conduttore.  Rivendica il fatto che con Annozero la Rai incassava molta pubblicità. E considera una sconfitta il fatto che lui vada in onda perché graziato “da una sentenza delle toghe rosse”. «Io non voglio essere più andare in onda perchè lo decidono i giudici e se avessi vinto in Cassazione, cosa che io ritenevo sufficientemente certa, sarebbe stata un’ulteriore sconfitta perchè nessuno avrebbe riconosciuto che ero della Rai».

“Il 17 – annuncia il conduttore – sarò in piazza con la Fiom a Bologna. Signori entra il lavoro”.

PER GABANELLI, DANDINI & CO.
«Se la mia andata via serve ad evitare il bombardamento di ciò che rende grande il servizio pubblico, come Fazio, Gabanelli, Dandini, Iacona, preferisco andare via». Lo ha detto Michele Santoro nel corso dell’anteprima dell’anteprima di Annozero, prima di lanciare la puntata con un «ora al diavolo Annozero, comincia l’Annonuovo».

GARIMBERTI, SI PREOCCUPI DI QUEL CHE FA
«Caro Garimberti – ha esordito il conduttore – se io fossi in lei non mi preoccuperei di ciò che sto per dire ma di quello che lei sta per fare. Io sono artefice del mio destino, ma chi è artefice del destino in Rai? Io sono un giornalista Rai. Ho cominciato più di 30 anni fa in uno studio Rai». Il conduttore ha quindi citato l’esempio di «un tecnico straordinario che veniva a lavorare in giacca e cravatta, non tollerava sbavature e imperfezioni», di «un autista Rai che possedeva un sacco di mucche ed era miliardario», del tecnico delle luci che lavorava nel suo studio ed era lo stesso de La notte della Repubblica di Zavoli, di un operatore che ha ricevuto i complimenti di Celentano, tutti «orgogliosi di essere della Rai». «Anche Celentano è della Rai – ha aggiunto -. Allora chi è l’artefice che impedisce a Celentano di lavorare in Rai da più di 14 anni?». Santoro ha aggiunto che «all’annuncio di un nostro passaggio a La7, il titolo ha guadagnato il 20% in un giorno. Per molto tempo dall’interno dell’azienda sono stati portati in piazza particolari del mio stipendio per alimentare la macchina del fango, ma io sono della Rai. Sono orgoglioso e sono figlio di un macchinista della Ferrovie che ha mandato cinque figli all’università. E se posso mandare i miei in scuole migliori, non mi vergogno» «Voi avete una visione della vita secondo cui esistono ricchi e poveri – ha detto inoltre Santoro -, mentre nella mia visione c’è la dignità del lavoro che è condizione di libertà. Quando si attaccano quelli come me, si attacca la possibilità di avere un sogno anche per quelli come mio padre».

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09 giugno 2011

fonte:  http://www.unita.it/italia/l-ira-di-santoro-uscite-dalla-rai-avete-rotto-1.302478

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L’ Economist: «Berlusconi, l’uomo che ha fregato un intero Paese» / Economist: Oh for a new risorgimento

IL NUOVO RAPPORTO SULL’ITALIA

L’ Economist: «Berlusconi, l’uomo
che ha fregato un intero Paese»

Per il settimanale britannico «serve un cambio di governo per tornare a crescere». Otto anni fa definì il Cavaliere «inadatto a governare»

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La copertina del 2003: «Inadatto a governare»
La copertina del 2003: «Inadatto a governare»

MILANO -«L’uomo che ha fregato un intero Paese»: l’Economist torna ad attaccare Silvio Berlusconi bocciandone senza appello la politica di governo. Il presidente del Consiglio italiano ha guadagnato la copertina del settimanale britannico in uscita venerdì, a otto anni dal celeberrimo «unfit to lead Italy», inadatto a governare l’Italia. L’occasione è la pubblicazione di uno speciale di 16 pagine sull’Italia dedicato all’anniversario dei 150 anni («Per un nuovo Rinascimento»). L’analisi di John Prideaux, autore del rapporto, lascia emergere un Paese fermo che paga con la «crescita zero» le mancate riforme. «L’Italia ha tutte le cose che le servono per ripartire, quello che serve è un cambio di governo».

TEMPO SPRECATO – «Non farò l’errore di predire la fine di Berlusconi – ha detto l’analista incontrando la stampa a Milano – ma arrivando qui, parlando con le persone si inizia a sentire un’aria nuova, la fine di un’era». «L’Italia ha un problema di produttività, ha bisogno di alcune riforme. Se guardiamo agli ultimi dieci anni e più, dimenticando tutti gli scandali, il «Bunga Bunga», lo scontro con i magistrati, il problema è c’è stato un disastro da un punto di vista economico. Berlusconi è arrivato al potere con l’idea di essere un imprenditore di successo in grado di fare le riforme economiche, ma poi non le ha fatte» e il Paese «ha sprecato» tempo prezioso.

Lo speciale
Lo speciale

BASSA CRESCITA – Il nostro Paese ha avuto il «più basso tasso di crescita di tutti gli altri Paesi del mondo occidentale. Tra il 2000 e il 2010, il Pil italiano è cresciuto in media dello 0,25% all’anno, una dato allarmante – scrive l’Economist – migliore solo rispetto a quello di Haiti o dello Zimbawe». E nonostate l’Italia «abbia saputo evitare il peggio durante la recente crisi finanziaria globale, non ci sono segnali di una possibile inversione di tendenza».

GERONTOCRAZIA – Nonostante i problemi che appaiono per lo più legati alla fase politica, l’Italia resta un «Paese civilizzato, ricco, senza conflitti». Il «successore di Berlusconi potrebbe introdure alcuni immediati miglioramenti con poco sforzo» e dovrà sicuramente metter mano alla legislazione sul lavoro «che favorisce gli anziani». L’Italia è afflitta tra le altre cose da una «gerontocrazia istituzionalizzata» che rende difficile ai giovani costruirsi una carriera. Tanto che dobbiamo porci il problema di come «richiamare migliaia di giovani di talento che sono emigrati e potrebbero avere un impatto positivo per il Paese».

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Paola Pica
09 giugno 2011

fonte:  http://www.corriere.it/economia/11_giugno_09/economist-rapporto-berlusconi_efdd0980-928e-11e0-92af-982eb6e0ff41.shtml

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Oh for a new risorgimento

Italy needs to stop blaming the dead for its troubles and get on with life, says John Prideaux

Jun 9th 2011

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ON A WARM spring morning in Treviso, a town in Italy’s north-east, several hundred people have gathered in the main square, in the shadow of a 13th-century bell tower, to listen to speeches. The crowd is so uniformly dressed, in casually smart clothes and expensive sunglasses, that an outsider might assume invitations to this event had been sent out weeks ago. Most people are clutching plastic flags on white sticks. Some of them carry children wearing rosettes in red, white and green. On a temporary stage a succession of speakers talk about the country’s glorious history. Italy has taken the day off to celebrate its 150th anniversary as a nation.

Treviso’s mayor, Gian Paolo Gobbo, is not celebrating. The desk in his office faces a large painting of Venice in the style of Canaletto. This has some significance for Mr Gobbo, who has spent his political career fighting to resuscitate the Republic of Venice, which finally expired in 1797 after a long illness. Below the painting stands a fluorescent-green bear. “It’s just like me!” exclaims the mayor, a portly man in his 60s. Green is the colour of the Northern League, a party which has sometimes toyed with the idea of breaking up Italy and allowing the northern part of the country to go it alone. This particular bear wears a sword, a gift from a champion fencer who is one of the town’s famous sons. Mr Gobbo’s opponents might claim that the bear resembles him in another way: last year the mayor was charged with having been part of an armed gang in the 1990s, a low-grade militia intended to protect Treviso. He denies the charges.

Italy’s unification is contentious because many people trace the country’s current troubles back to the birth of a nation that, they say, was misconceived. In the run-up to the anniversary an effigy of Giuseppe Garibaldi, the great hero of unification (pictured above), a sort of 19th-century Che Guevara but with better politics, was burned in the Veneto region. The Northern League, which governs in coalition with Silvio Berlusconi’s People of Freedom party in Rome, objected to having a public holiday dedicated to an event that it regards as a catastrophe. Unification, the party argues, yoked the poor, corrupt, lazy south to the go-ahead north to the detriment of both. Garibaldi did not unite Italy, the Northern League is fond of saying; he divided Africa.

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From the other end of the peninsula the anniversary can look equally bleak. In the 18th century Naples was the third-largest city in Europe after London and Paris. Before being incorporated into Italy it was the capital city of a great monarchy; now it is ruled by a clique of inept politicians. These days the city is almost as famous for its stinking mounds of uncollected rubbish as for the bay and the volcano that delighted Goethe and many other visitors before and since. Though the south of Italy benefits from transfers from central government, it does not show much gratitude towards the wealthier northerners, nor enthusiasm for commemorating unification. “Terroni”, a bestselling book by Pino Aprile published last year, compared the northern troops who supposedly liberated the south in the 1860s to the Nazis.

All countries argue about their history. America’s recent commemoration of the 150th anniversary of its civil war saw plenty of conflict between nostalgics for the old South, with all its carbuncles, and fans of Abraham Lincoln. But it is hard to find anybody in America who thinks that the states should never have been united. Italy is different. Plenty of people feel that the regions making up the country were too distinct to be squeezed into a single nation and that, as a result, Italy has shallow roots. According to this line of thinking, the lack of consent to the national project has resulted in weak institutions and dysfunctional government. Manlio Graziano’s “The Failure of Italian Nationhood” and David Gilmour’s “The Pursuit of Italy”, the two most serious attempts to grapple with Italy’s first 150 years, both take this view. In political terms, the rise and rise of the separatist Northern League over the past 15 years, to a point where it now occupies key ministries in Rome, underlines the power of this idea.

One reason why the past seems to have an unusually strong hold over the present in Italy is that the country’s long-term problems seem impervious to changes of party, government or constitution. The most striking of these is the north-south divide. Most countries have richer regions and poorer ones. What is unusual about Italy is the south’s failure in recent years to catch up with the north in any way at all. Data from the Bank of Italy show that GDP per person is over 40% lower in the south than in the centre and north, and has been for the past 30 years (though there was some catching up before then). A third of Italy’s population lives in the south, making it “the largest and most populated underdeveloped region in the euro area”, according to Mario Draghi, the bank’s governor.

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The wonders of commune-ism

If this problem were only 30 years old it might be easier to fix, but the gap between the north and centre of the country and the south goes back much longer. If you know how any place in Italy was governed in the 14th century—as a self-governing commune, as part of the Papal states or by a monarchy in the south—you can predict with reasonable certainty what proportion of people there would come out to vote in a referendum tomorrow or donate blood. That is an awful lot of history to push against. And if you plot indicators of a successful society—from the ease of doing business to turnout in elections to educational attainment—on a map of Italy’s boot today, you get the same differentiation between north and south.

What has caused this strange predictability? Since the publication of Robert Putnam’s book “Making Democracy Work” in 1993, the main explanation put forward has been that the self-governing communes and city states that sprang up in the north of the country during the late Middle Ages built up reserves of social capital (or trust in fellow citizens) that have proved remarkably enduring. The south of the country, ruled by a monarchy and characterised by large landholdings worked by peasants, lacked this crucial resource. Three economists who studied this subject recently, Luigi Guiso of the European University Institute, Paola Sapienza of Northwestern University and Luigi Zingales of the University of Chicago, found that at least half of the gap in social capital between the north and south is due to the absence of free city-states in the south.

This argument quickly becomes defeatist. If Italy’s problems really date back to the political vacuum created by the collapse of the Roman Empire and the emergence of the three main types of government, then perhaps it is time to give up and sip Campari with orange on the Amalfi coast instead. Fortunately Italy’s complex history can explain only so much.

To begin with, the monarchy supposedly responsible for the south’s current troubles was not unlike the governments that for centuries ruled France, Spain, Britain and what was to become Germany. It is not obvious that these countries were held back. True, Italy was created by a small elite at a time when more than 90% of the peninsula’s inhabitants did not speak Italian. But inventing nations, along with spurious myths and traditions to anchor them, was a popular recreation among educated Europeans in the 19th century. Some managed it more successfully than others, but Italy’s experience was not atypical. Indeed, nations are constantly making and unmaking themselves. Metternich, the 19th-century Austrian statesman who famously slighted Italy as a “mere geographical expression”, was ambassador of a country that became an empire and then splintered into many pieces within 60 years of his death. And in the 20th century many European countries suffered horrors that make Italy’s supposedly pernicious historical inheritance seem mild. It can even be argued that Italy’s current lack of national pride is the mark of a civilised place. Earlier outbreaks of jingoistic nationalism led to ill-starred adventures in Abyssinia and the second world war; to mourn its absence seems perverse.

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Meh to Metternich

This special report will argue that the cause of Italy’s present unease is much more recent. Between 2000 and 2010 Italy’s average growth, measured by GDP at constant prices, was just 0.25% a year. Of all the countries in the world, only Haiti and Zimbabwe did worse. Many things contribute to these gloomy figures. Italy has become a place that is ill at ease in the world, scared of globalisation and immigration. It has chosen a set of policies that discriminate heavily in favour of the old and against the young. Combined with an aversion to meritocracy, this is driving large numbers of talented young Italians abroad. In addition, Italy has failed to renew its institutions and suffers from debilitating conflicts of interest in the judiciary, politics, the media and business. These are problems that concern the nation as a whole, not one province or another. They have not been helped by Mr Berlusconi’s incumbency in the Palazzo Chigi, the prime minister’s official residence (which, in a characteristic confusion of public duty and private pleasure, he tends to avoid in favour of his own residence nearby, one of many). It is time for Italy to stop blaming the dead for its difficulties, to wake up and have a shot of that delectable coffee it makes.

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fonte:  http://www.economist.com/node/18780831?story_id=18780831

REPORTAGE MAFIA – Il Piemonte dopo Lombardia e Liguria: la silenziosa espansione dei clan

09/06/2011 – REPORTAGE

Il Piemonte dopo Lombardia e Liguria: la silenziosa espansione dei clan

Caffè, strette di mano e appalti
La mafia nei tinelli di casa

In manette: il pullman con gli arrestati esce dalla caserma torinese di via Cernaia

+ De Vita: “Operazione fatta da uomini straordinari con mezzi ordinari”
+ Clan Casalesi, manette a imprenditore
+ ‘Ndrangheta a Torino, 180 arresti Svelati i legami tra cosche e politici
+ Intervista a Caselli:”Un intreccio inquietante con la politica” LANNI (Agb)

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di Marco Neirotti

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TORINO – Sgomento e sollievo si impastano davanti alle oltre 2500 pagine che raccontano i perché degli arresti di oltre 150 persone dai nomi per lo più sconosciuti e un unico cognome: ‘ndrangheta. Dopo Lombardia e Liguria, il Piemonte: si estende il Nord che con cecità ostinata rifiutava di sentirsi contaminato ed era corroso. E se il sollievo viene da cinque anni di indagini finiti in una cascata di ordini di cattura, lo sgomento è nella quotidiana, tanto banale quanto devastante, prossimità del crimine: piccoli e medi centri della provincia, appalti sparsi, consuetudine con spezzoni della politica. L’indagine di ieri si è portata via la piovra della porta, del balconcino, del giardinetto accanto, la più impalpabile e divoratrice.

Il procuratore della Repubblica, Giancarlo Caselli, ha ricordato ieri la ‘ndrangheta che a Torino nel giugno di ventotto anni fa uccise il suo collega Bruno Caccia. Era il crimine organizzato che sparava alla città, ai nemici, alle istituzioni. Voleva apparire. Quello di ora, negato con disprezzo da tanti, in testa il presidente della Regione Lombardia Formigoni, è l’infiltrazione lieve, misurata, avvolgente. Non a caso la ‘ndrangheta è la «mafia liquida».

Nell’aprile 1995 fece scalpore lo scioglimento del consiglio comunale di Bardonecchia, ritenuto in paralisi o, peggio ancora, condizionato dalla pressione criminale calabrese: edilizia, estorsioni, usura, appalti. E appalti, collusione politica, è il liquido che si è sparso nel Nord altezzoso verso il Sud vessato. Nel 2010 i boss della ‘ndrangheta tenevano una riunione di alto livello nel Circolo intitolato a Falcone e Borsellino a Paderno Dugnano. Partì la richiesta dei carabinieri di sciogliere il consiglio comunale, clamorosa al Nord, unica dopo il precedente di Bardonecchia. Nemmeno un anno dopo, marzo 2011, il ministro Maroni ha firmato lo stesso provvedimento – parere negativo del prefetto – per Bordighera, dopo una relazione dettagliata dell’Arma: i malavitosi affrontavano in strada i consiglieri comunali e chiedevano ragione dei no ai loro affari, come la licenza per una sala giochi.

Queste 2500 pagine non raccontano scene da film, personaggi di carisma e ferocia particolarmente spettacolari. Raccontano la quotidianità di come la ‘ndrangheta occupi la società a passetti, negozio per negozio, ditta per ditta, appalto per appalto, consigliere comunale per consigliere comunale. Non c’è posto in uno scranno importante? «Quello lo sistemiamo alla Pro loco». Anche lì, anche nella manifestazione di paese, c’è bisogno di piazzare «uno dei nostri».

Le spiegazioni di pentiti come Rocco Marando sono impressionanti perché sono fatte di spietatezza («si cerca di convincere una ditta ad andare altrove, poi si va avanti, fino a uccidere») e le intercettazioni lo sono altrettanto per la banalità dell’occupazione quotidiana («votatelo, mi raccomando, ci porta al bene», si raccomanda per un sindaco che alle Europee sarà trombato nonostante gli amici), per la tranquillità con cui Nevio Coral, imprenditore, si occupa di sostentamento agli uomini della Società arrestati.

Una Società che guarda a Lombardia e Liguria per verificare la propria forza e volere una «camera di controllo», quella che dirime le questioni tra famiglie. Ci sono tutte le strutture della ‘ndrangheta: locale, ‘ndrina, società maggiore, società minore, anche la «bastarda», funzione che, come dice il nome, non è consuetudine. Ci sono ruoli e rituali per arrivarci: picciotto, santista, vangelo, trequartino, quartino, fino a padrino. C’è la gerarchia verticale, c’è il legame obbediente con la testa che è in Calabria. Ma tutto questo non sta in un mondo parallelo: sta nella quotidianità di paese, nel cappuccino della mattina accanto a quello che si è fatto il mutuo per i macchinari e mai vedrà un appalto. Uno scavo di provincia come una ricostruzione post-terremoto, un paio di trasporti come un Expo.

Lo sgomento di questa indagine sta nell’occupazione sistematica della ‘ndrangheta fin nel tinello di casa, nel cucinino, nella cameretta dei bambini. L’operazione dalla Lombardia alla Calabria passando per la Liguria nel luglio dell’anno scorso (Ilda Boccassini a Milano, Giuseppe Pignatone a Reggio) raccontò molto sul legame indispensabile alla criminalità organizzata con la politica: qui si evince come non sia un discorso di alti livelli, si giocano partite lì, dietro il tricolore sulla piazza del paesino. E la ‘ndrangheta non deve più di tanto rincorrere chi ne è esterno: il guasto psicologico ha attecchito e sempre più, per ambizioni alte o misere, dall’esterno le si va incontro, ci si offre.

Il comandante provinciale dei Carabinieri, Antonio De Vita, ha detto ieri, con commozione: «Lavoro di uomini straordinari con mezzi ordinari». Si può fare, e l’indagine l’ha confermato: mille uomini con una piccola lente e una pinzetta a cercare il crimine organizzato là dove non faceva sensazione. Questi documenti hanno un peso giudiziario immenso e un altro, altrettanto forte, di racconto sociologico: la fotografia attesa eppure sorprendente di gatti grigi in una notte di nebbia.

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MULTIMEDIA


AUDIO
“Blitz Minotauro,
boss al servizio
dei politici”

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fonte:  http://www3.lastampa.it/cronache/sezioni/articolo/lstp/406231/

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‘Ndrangheta in Piemonte, l’assessore regionale Pdl minaccia di querelare Il Fatto

‘Ndrangheta in Piemonte, l’assessore regionale Pdl minaccia di querelare Il Fatto

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https://i1.wp.com/img516.imageshack.us/img516/8131/buttonsicurezza.jpg

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di Davide Milosa

8 giugno 2011

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Claudia Porchietto: “Esiste un limite invalicabile tra il diritto di cronaca e lo sciacallaggio mediatico”. Il politico se la prende con il nostro sito. Pubblichiamo allora il suo comunicato stampa. E buona parte del capitolo, contenuto nella richiesta d’arresto, dedicato all’assessore che non risulta indagato.

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L’assessore Porchietto mentre entra nel bar assieme a Luca Catalano

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La ‘ndrangheta alla conquista del Piemonte. Lo racconta l’inchiesta Minotauro coordinata dalla Dda di Torino che oggi ha portato in carcere 142 presunti affiliati. Nelle carte dell’indagine spuntano anche i rapporti con la politica. Tra i vari si cita quello di Claudia Porchietto, assessore al Lavoro (in quota Pdl ) della giunta regionale di Cota. La signora, pur citata più volte,  non risulta indagata. Particolare importante che ilfattoquotidiano.it nell’articolo di questa mattina ha sottolineato. Nonostante questo, l’assessore regionale, in un comunicato stampa, minaccia querele.

Ecco cosa si legge: “Esiste un limite invalicabile tra il diritto di cronaca e lo sciacallaggio mediatico: a seguito delle notizie che ho appreso leggendo i giornali ho dato mandato ai miei legali di sporgere querela nei confronti dei giornalisti del Fatto Quotidiano e dello Spiffero per diffamazione a mezzo stampa. I fatti che riportano i due giornali, che peraltro dovrebbero essere secretati visto che non ho ricevuto alcun riscontro dalla Procura – spiega Porchietto –, riguardano la mia campagna elettorale quale candidata presidente della Provincia di Torino. Vorrei chiarire sin da subito che qualsiasi incontro elettorale, durante la citata campagna elettorale peraltro ne ho fatti a centinaia, è stato organizzato da amministratori locali, simpatizzanti o semplici elettori. È impossibile per qualsiasi candidato quindi conoscere chi incontrerà e soprattutto sapere se taluna di queste persone è soggetta ad indagine. Resto a disposizione della magistratura  per tutti i chiarimenti del caso. Certamente però non accetterò mai l’utilizzo sprezzante della cronaca giudiziaria a meri fini politici, scandalistici e diffamatori”.

Vediamo, invece, cosa si legge a pagina 1694 della richiesta d’arresto firmata dai magistrati di Torino e depositata agli atti dell’inchiesta Minotauro. Il capitolo 11.4 è intitolato “La vicenda Porchietto”. Poi l’incipit: “Altamente rappresentativo dell’influenza che la ‘ndrangheta assume nella vita democratica (e in particolare del legame esistente con esponenti politici) è quanto documentato dalla polizia giudiziaria in occasione delle consultazioni previste per il 6 e 7 giugno 2009 volte all’elezione del Consiglio Provinciale e del Presidente della Provincia di Torino”. E così “a partire dal 17 maggio 2009, vengono registrate una serie di conversazioni dalle quali si comprendeva che Luca Catalano, nipote di Giuseppe Catalano, stava organizzando un incontro tra “una donna” e lo stesso Catalano Giuseppe, al quale doveva assolutamente partecipare anche Francesco D’Onofrio“. Chi sono questi signori? Giuseppe Catalano è considerato dai magistrati “esponente provinciale della ‘ndrangheta a Torino”. Luca Catalano è suo nipote. E’ un politico locale e non risulta indagato. Infine, Francesco D’Onofrio è ritenuto esponente di vertice del Crimine in Piemonte.

Fissati i protagonisti, riprendiamo la ricostruzione dei magistrati. “Dopo le prime telefonate, in data 22.05.09 alle ore 10.58, Luca Catalano chiama Giuseppe Catalano confermando che “lei” passerà per conoscere quest’ultimo e Franco D’Onofrio”.

“L’incontro si svolge effettivamente il 23.5.2009 dalle ore 13.54 alle ore 14.01 presso il Bar Italia di Catalano sito di Torino, via Veglia n. 59, come documentato dal servizio di videosorveglianza installato nei pressi del predetto esercizio pubblico. I partecipanti vengono identificati in Giuseppe Catalano, Franco D’Onofrio, Luca Catalano e Claudia Porchietto (candidata del partito PDL alla presidenza della Provincia di Torino). Quest’ultima viene osservata arrivare alle ore 13.54 a bordo di un’automobile Fiat Brava di colore blu, condotta da Luca Catalano”. Quindi si sottolinea: “Appare pertanto certa l’identificazione della donna non nominata nei dialoghi precedenti con la candidata Porchietto Claudia”

A pagina 1696 si legge: “A maggior conferma, alle ore 13.54  veniva captato il dialogo intercorso sulla soglia del bar tra Giuseppe Catalano e la donna, che si presentava con il cognome Porchietto”. Ecco lo stralcio dell’intercettazione:

Catalano: Luca!

Donna: Buongiorno…

Catalano: buongiorno…

Donna: Buongiorno…piacere Porchietto…buongiorno…

Catalano: piacere Porchietto…le belle donne si fanno attendere…eh..

Donna: no, e che guardi…

Catalano: eh…(ride)

Donna: stiamo girando da stamattina…

Catalano: si…

Donna: …ero all’Ospedale di Venaria con il direttore sanitario e non potevo fermarmi dieci minuti…

Catalano: Luca…vuoi pranzare qualcosa…

Donna: no io…prendiamo…

Luca: un crodino veloce…

Donna: devo essere due e mezza…di nuovo in piazza San Carlo…(incomprensibile)…è un macello …come si suol dire…

A incontro terminato lo zio Giuseppe parla con il nipote Luca Catalano. nella conversazione intercettata “vengono affrontati temi riconducibili alle prossime elezioni e al’implicazione nella vicenda della citata candidata, appena incontrata”. Ecco allora il riassunto fatto dagli investigatori e contenuto nella richiesta d’arresto: “Giuseppe Catalano chiede se possono votare anche loro che sono residenti a Volvera; Catalano Luca risponde affermativamente dal momento che si tratta delle elezioni provinciali. Catalano Giuseppe afferma che vorrebbe sentire “Claudia” e chiede al’interlocutore di fissare un nuovo incontro con lei; Catalano Luca risponde che la donna ha l’agenda piena di impegni e che in quel momento è impegnata con l’onorevole Umberto Bossi a Torino. Catalanoe replica che “è interesse della donna e non suo partecipare ad un nuovo incontro”, aggiungendo che lui oggi avrebbe potuto far venire più di quaranta persone. Catalano Luca cerca di spiegare che gli impegni della donna sono molteplici e che a causa di essi avevano trascorso la mattinata a Nichelino, ma Catalano Giuseppe lo interrompe dicendo che la tappa di Nichelino era stata inutile, in quanto “a Nichelino conosce tutti Franco” (ovvero Franco D’Onofrio).

A pagina 1697 la conclusione della magistratura: “È evidente che l’incontro narrato e i commenti al medesimo dimostrano la capacità della ‘ndrangheta di influenzare la vita istituzionale del paese, andando a incidere fortemente nelle attività e nelle rappresentanze politiche locali”. Certo Claudia Porchietto molto probabilmente non sapeva chi fossero i suoi interlocutori

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fonte:  http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/06/08/ndrangheta-in-piemonte-lassessore-regionale-pdl-minaccia-di-querelare-il-fatto/116768/

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La RcAuto è aumentata del 6%. Isvap: bonus-malus non funziona. L’Autorità di Vigilanza sulle assicurazioni: “Costi scaricati sugli utenti”

La RcAuto è aumentata del 6%
Isvap: bonus-malus non funziona

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La relazione del presidente dell’Autorità di vigilanza sulle assicurazioni: “Costi scaricati sugli utenti”. L’allarme sulle banche: “Abnormi le commissioni sulle polizze”.  In arrivo nuovo un tetto agli stipendi dei manager

La RcAuto è aumentata del 6% Isvap: bonus-malus non funziona

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ROMA – Salgono ancora i prezzi della Rc Auto, perché le compagnie assicurative scaricano i maggiori costi sui clienti. Lo ha sottolineato il presidente dell’Isvap, Giancarlo Giannini, nella relazione sull’attività nel 2010. L’anno scorso, ha detto Giannini, “le tensioni sul mercato sono state ancora molto forti. La gestione tecnica del settore (rapporto sinistri-premi) è migliorata, ma ciò è avvenuto scaricando sui prezzi l’onere dei maggiori costi”.
“La raccolta premi Rc Auto infatti – ha spiegato il presidente dell’authority – nel 2010 è cresciuta del 4,5% in valore e questo, in presenza di una sostanziale invarianza del parco veicoli, significa che sono i prezzi ad agire da elemento propulsivo. La tendenza è proseguita anche nel primo trimestre di quest’anno – ha aggiunto – con un ulteriore incremento del 6% del valore dei premi raccolti”.

Il fallimento del bonus-malus. Poi un’altra denuncia di Giannini: Il sistema del Bonus-Malus sulla Rc Auto “non riesce più a funzionare” e sconta “distorsioni a causa delle regole interne” di ciascuna compagnia con conseguenze negative per gli assicurati. Per questo è in arrivo una riforma del sistema e le indagini svolte finora, dice la relazione, “hanno evidenziato la necessità di elaborare una nuova scala di coefficienti di merito, unica per tutto il mercato, che consentirà agli assicurati, cosa che oggi non accade, di conoscere in anticipo i risparmi di costo conseguenti a condotte di guida virtuose o viceversa le penalizzazioni in caso di sinistri, nell’ipotesi di invarianza delle tariffe”. In questo modo l’assicurato che non ha incidenti potrà beneficiare concretamente del bonus. Il punto di riferimento della riforma, spiega l’Isvap, è il modello francese.

Commissioni bancarie “abnormi”.  La relazione denuncia anche l’aumento delle  commissioni bancarie sulle polizze legate ai mutui che vengono definite “abnormi”.”Per la tutela dei consumatori -in particolare di quelli che avendo necessità di ricorrere a mutui e finanziamenti sono di fatto ‘obbligati’ a stipulare in abbinamento polizze vita e danni offerte dagli stessi enti finanziatori- resta infatti di fondamentale importanza disciplinare il fenomeno ed evitare che la posizione contrattuale assunta dall’ente finanziatore si traduca in oneri ingiustificati per il cliente”, si legge nella relazione.

Il tetto per gli stipendi dei manager. Giannini ha anche annunciato l’emanazione di un regolamento che fisserà un tetto per le retribuzioni dei vertici delle compagnie assicurative. Inoltre con le nuove regole i bonus ai manager saranno legati all’andamento gestionale delle aziende, con la possibilità di una loro non erogazione o addirittura di un recupero nel caso di risultati non soddisfacenti.

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09 giugno 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/economia/2011/06/09/news/isvap-17432545/?rss

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AUSTRALIA – I cammelli inquinano troppo? Sterminiamoli con “tiratori scelti specializzati nel benessere degli animali”

Pericolo inquinamento?
Il problema sono i cammelli

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L’allarme arriva dall’Australia: ogni esemplare – e ce ne sono oltre un milione – emette scariche di metano pari a una tonnellata di biossido di carbonio all’anno, pari un quarto dell’inquinamento prodotto da un’auto che ogni anno percorre 20 mila chilometri

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fonte immagine
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Altro che smog da traffico:in Australia il problema sono i cammelli, importanti nell’ottocento dall’Africa per trasportare merci pesanti nel deserto: ogni esemplare – e lì ce ne sono oltre un milione – emette scariche di metano pari a una tonnellata di biossido di carbonio all’anno, pari un quarto dell’inquinamento prodotto da un’auto che ogni anno percorre 20 mila chilometri.L’argomento è finito in prima pagina sul Financial Times, sempre a caccia di nuovi temi legati al problema all’effetto serra. “E’ uno di quei problemi di cui nessuno si accorge perchè nessuno lo vede”, ha detto al quotidiano finanziario Tim Moore, direttore di Northwest Carbon, l’organizzazione che ha proposto di sterminare i cammelli. Che per l’Australia singolare non è tant’è vero che periodicamente si parla di abolire i cammelli dalla faccia del continente visto che, oltre a produrre metano, minacciano le popolazioni aborigene e distruggono le piantagioni al ritmo di una tonnellata di vegetazione all’anno per esemplare.

Non è un segreto per nessuno infatti che questi cammelli, da anni sono l’animale più odiato del paese e adesso, con la benedizione degli ambientalisti, sta per passare la ‘giustificazione’ per eliminarli: lo smog. Così proprio i cammelli potrebbero venir sacrificati sull’altare della lotta all’effetto serra.

Lo sterminio dei cammelli da parte di “tiratori scelti specializzati nel benessere degli animali” è infatti in pole position tra i piani allo studio del governo per incentivare con sgravi fiscali iniziative da parte di agricoltori e investitori che riducono le emissioni

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1900’s Bourke, Australia. Camel Train and cameleers, the camel teams which travel from Bourke to distant outpost – immagine d’epoca, tratta da una interessante galleria
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08 giugno 2011
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