Archivio | giugno 17, 2011

Voi quorum, io Papi

Voi quorum, io Papi

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di Marco Damilano

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12 giugno: gli italiani votano in massa i referendum, il Cavaliere si rinchiude per tutto il weekend a Villa Certosa con due ragazze. L’immagine plastica di un premier del tutto indifferente ai problemi e alle richieste di un Paese. Ma ora anche tra i suoi ora serpeggia la tentazione del regicidio

(16 giugno 2011)

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Qua crolla tutto… Profetica, Daniela Santanchè,sbigottita, quasi disperata, con l’amico Flavio Briatore che al telefono (intercettato) le racconta dell’ennesimo festino del premier. E già: todo cambia, tutto cambia nella società italiana, tutto crolla nell’Impero berlusconiano. E mentre milioni di italiani, giovani e anziani, no global e suore, domenica 12 giugno si mettono in fila per sbarrare la scheda dei referendum sull’acqua pubblica, sul nucleare, sul legittimo impedimento (alla fine saranno 27 milioni), il quasi settantacinquenne Silvio Berlusconi, il capo del governo, dimostra almeno in questo coerenza di intendimenti.“Referendum fuorvianti e inutili”, aveva annunciato il premier, “io non andrò a votare”, la replica in farsa, vent’anni dopo, dell’infausto invito dell’amico Bettino Craxi. Ed eccolo qua, l’uomo che si vantava di essere l’Unto del Popolo, il più votato e il più amato dagli italiani, nella quiete di Villa Certosa, nello stesso angolo che già nel 2009 vide protagonista a sua insaputa l’ex premier ceco Mirek Topolanek. Eccolo nella sua tenuta, tra le palme, le piante, le tombe fenicie e, naturalmente, in compagnia di due giovanissime donne.

Per Papi Silvio sembrano, ancora una volta, “le ore liete del potere”. E invece nel Veneto dell’asse Pdl-Lega, nella roccaforte leghista della provincia di Treviso, ad Arcore e a Pontida e nella Sicilia che dieci anni fa gli consegnò il trionfo elettorale il popolo gli volta le spalle. E le immagini di Berlusconi al mare rivelano una verità dura da accettare. Mai il Sultano (ormai lo chiama così anche l’amico Giuliano Ferrara) è apparso così lontano dal Paese che ha avuto l’ambizione di interpretare. Mai così arroccato nel suo bunker. Mai così solo.

Il leader con il sole in tasca ai suoi appare intristito, incupito dalla morte dell’amico di sempre Romano Comincioli, arrivata il giorno dopo i referendum. Inebetito di fronte ai nemici che si stanno moltiplicando. Distratto, svogliato, distante anni luce dalle questioni in agenda, nelle occasioni pubbliche e private, anche le più istituzionali. Ha suscitato imbarazzo, ad esempio, l’ultima visita al Quirinale, per discutere con il presidente della Repubblica di rimpasto di governo e di verifica. All’ordine del giorno c’era anche un primo sondaggio sulla nomina del nuovo governatore di Banca d’Italia che dovrà avvenire di concerto tra il governo e il capo dello Stato. Ma quando Giorgio Napolitano ha provato a sondare le intenzioni del premier sul nome del successore di Mario Draghi la risposta è stata a dir poco disarmante: “Non so, non si rivolga a me, se ne occupa Tremonti”. Quasi che il premier non fosse già più lui.

Più o meno la stessa risposta che i ministri e i notabili del Pdl ottengono da molti mesi. E nel vuoto di iniziativa Giulio Tremonti parla da statista sull’equilibrio tra la riforma fiscale e i conti pubblici senza trascurare i toni anti-casta (“Più Alitalia e meno auto blu”). I Responsabili, la stampella su cui il governo si è retto in tutti questi mesi, esplodono in mille pezzi. E, quel che è peggio, dopo la disfatta referendaria, la terza consecutiva dopo il primo e il secondo turno delle amministrative, nel centrodestra non si riesce a trovare un ministro o un intellettuale o almeno un peone che abbia ancora voglia di difendere il Re di Arcore ferito. “A sostituirlo gli farebbero un regalo”, impreca il responsabile Mario Pepe.

Ferrara, il consigliere di sempre, ha convocato i direttori dei giornali del centrodestra per invitare il Cav. a cambiare strada e alla fine, al ristorante, ha fischiato lo sciogliete le righe: “Quello che dovevamo dirgli l’abbiamo detto. Ora ognuno se ne può andare per la sua strada”. E perfino un fedelissimo come il deputato del Predellino Giorgio Stracquadanio spedisce al Cavaliere una ricetta amara: “Deve nominare Tremonti vicepremier, per vincolarlo. Deve assegnare ad Angelino Alfano i pieni poteri nel Pdl. Deve convocare le primarie per la prossima leadership aperte alla partecipazione di chi ci sta, da Casini a Montezemolo , e se vuole partecipare Fini ben venga. Ma prima di tutto deve fare la cosa più importante: chiamare un prete e convertirsi, promettere di non peccare più, o almeno fare finta. A Berlusconi serve una notte dell’Innominato”.

Le voci ufficiali della Chiesa,all’indomani del voto, sono state le più impietose con l’inquilino di Palazzo Chigi. “I cittadini, come dimostrano le vicende elettorali di questa primavera, sanno dare messaggi chiari, diretti e trasversali”, ha scritto il Sir, l’agenzia ufficiale della Cei. “Si è messa in moto una vera e propria “macchina delle sberle”, alimentata da attese deluse e da una miscela di preoccupazioni e di esigenti indignazioni”, ha tuonato il direttore di “Avvenire” Marco Tarquinio: chiaro riferimento ai mesi del bunga bunga, vissuti con crescente sconcerto dal mondo cattolico e dalle gerarchie ecclesiastiche. Ora è arrivata la bacchetta nelle urne, anzi, la sberla.Il Cavaliere non sembra sentirci, almeno da questo orecchio. E di fronte alla paralisi dell’ex Unto, di fronte alla Bastiglia del 13 giugno, nel Palazzo cresce la voglia di Regicidio. La Lega prepara il raduno di Pontida di domenica 19 e il dibattito parlamentare della settimana prossima. L’elenco delle richieste è interminabile: i ministeri al Nord, la fine dell’intervento militare in Libia, l’allentamento del patto di stabilità per i sindaci virtuosi, per placare la furia dei primi cittadini leghisti. Qualcuno si spinge a chiedere lo spacchettamento del ministero dell’Economia e il ritorno dei ministeri del Tesoro e delle Finanze: con una delle due poltrone da destinare al regista delle politiche economiche del Carroccio Giancarlo Giorgetti. E non è finita qui: “Alla Camera Berlusconi deve presentarsi con un progetto di riforma fiscale e con una novità che riguarda se stesso: annunciare che alle prossime elezioni non si candiderà più a Palazzo Chigi. Altrimenti lo buttiamo giù”, minaccia un deputato leghista vicino a Roberto Maroni.

Ma tra le truppe di Umberto Bossi si naviga a vista. Un po’ perché la Lega, quanto Berlusconi, è uscita stordita dal doppio ceffone amministrative-referendum. Un po’ perché un regicidio che veda come unica vittima il premier non si può fare: sarebbe un doppio regicidio, l’eliminazione di Re Silvio e di Re Umberto. Difficile far fuori Berlusconi senza chiudere anche con l’era di Bossi. “E il Capo non può permettersi di mollare: sta lavorando per una successione dinastica, considera la Lega come una cosa sua e vuole lasciare la ditta al figlio Renzo, il Trota”, spiegano le gole profonde padane. “Maroni e Calderoli, però, non sono d’accordo, ognuno gioca la sua partita”.

Il guaio è che più i giorni passanopiù l’idea del regicidio si fa largo anche a corte, nel Pdl, che eresia. Bastava vedere il giorno dopo il successo referendario la fila di deputati azzurri che omaggiavano su un divanetto di Montecitorio il vincitore, Antonio Di Pietro. Il più lesto a baciare la pantofola di Tonino, il sottosegretario Roberto Rosso, un Tarzan della poltrona, in soli tre mesi berlusconiano, finiano e poi di nuovo berlusconiano con posto al governo: “Congratulazioni, sei stato bravissimo”, e già, non si sa mai. Si muove un pezzo da novanta come il governatore lombardo Roberto Formigoni, ansioso di giocarsi finalmente la partita della leadership nazionale, sul fronte siciliano risponde Gianfranco Miccichè, con un partito sudista che cannibalizza i Responsabili alla Camera.Nell’Italia centrale c’è la governatrice Renata Polverini, orgogliosamente appartenente al popolo dei 27 milioni di votanti, in sintonia con il sindaco Gianni Alemanno. E i gruppi e gruppuscoli che fanno riferimento all’ex ministro Claudio Scajola, una mina vagante che nessuno nel Pdl ha provato a fermare e che ora rischia di deflagrare nel momento peggiore. Tutte le mosse che gli adulatori del Cavaliere avevano ritenuto geniali negli ultimi mesi ora si tramutano nel contrario. Passa l’avvocato Maurizio Paniz, il deputato che fece certificare dalla Camera la versione di Berlusconi su Ruby nipotina di Mubarak, e un suo collega del Pdl sbotta: “Quanti voti ci ha fatto perdere questo? E i Responsabili, quanti voti ci hanno cancellato? Accattoni della politica”. Dal gruppo parlamentare più famelico del mondo arriva il boato dell’ennesima rissa, tra un certo Sardelli e l’ex finiano Silvano Moffa. Litigano per chi fa il capogruppo: “Tutti e due ci tengono ad andare al Quirinale con l’abito scuro, per le consultazioni”.

Ma le consultazioni al Collesi fanno solo in caso di crisi. E non è affatto sicuro che alla fine la crisi di governo si apra davvero nelle prossime settimane. Il vento di primavera regala l’ultimo paradosso: Berlusconi, il leader della volontà popolare che considerava una sua apparizione in Parlamento una semplice perdita di tempo, non ha più la maggioranza nel Paese ed è costretto a blindarsi nel Palazzo. Da profeta del populismo anti-politico si è trasformato in un emulo dell’andreottismo del tirare a campare, costretto a inseguire il minimo spostamento del Transatlantico. Ma perché il regicidio vada davvero a destinazione servirebbe un complotto ben organizzato e un capo della congiura e nessuno vuole assumersi la responsabilità di infliggere la prima pugnalata.Meno che mai un aiuto può arrivare dalle opposizioni: la mancata spallata del 14 dicembre ha fatto scuola, “ora vediamo come andrà a finire in casa loro”, avverte Di Pietro, d’accordo con Pier Luigi Bersani. E così si fa largo l’idea del regicidio strisciante, al rallentatore, destinato a tenere in piedi il governo almeno fino al 2012, quando si potrà tornare a votare.

A meno che non sia il Cavaliere ferito a rovesciare il tavolo nel discorso davanti alle Camere. Un colpo di teatro, come lo scongiurano di fare i più barricaderi dei suoi consiglieri. Ma è ancora in grado di produrre uno scatto di orgoglio il Sultano stanco e deluso, assediato da un Paese che vuole voltare pagina? L’Imperatore è arrivato al viale del tramonto. E se non lo capisce, ha ragione la Santanchè, crolla tutto.

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CORTE DEI CONTI Dai “furbetti del condono” mancano 4,2 miliardi di euro

CORTE DEI CONTI

Dai “furbetti del condono”
mancano 4,2 miliardi di euro

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Dopo il versamento della prima rata, non hanno più pagato nulla. La cifra evasa consentirebbe di coprire l’intera manovra dei mantenimento dei conti pubblici per il 2011 e avere anche un miliardo in più

Dai "furbetti del condono" mancano 4,2 miliardi di euro Un ufficio del Fisco

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ROMA – Hanno aderito al condono fiscale, ottenendone i benefici pagando solo la prima rata, poi una volta estinta la ‘lite’ con il Fisco, non hanno più versato nulla. E alcuni “non propriamente ignari”, si sono organizzati poi per risultare ‘incapienti’, impedendo di fatto allo Stato di recuperare le somme relative alla sanatoria.
Sono ‘i furbetti’ del condono che, scovati dalla Corte dei Conti, devono ancora versare nelle casse dello Stato 4,2 miliardi di euro, cioè una cifra che consentirebbe di coprire l’intera manovra di mantenimento dei conti pubblici per il 2011 e avere anche un miliardo in più.

La magistratura contabile mette comunque in guardia: attenzione a non aiutare i furbetti non estendendo anche loro la norma che limita la possibilità di porre ipoteche ma al di sopra di debiti con l’amministrazione di 20.000 euro. Il decreto però è sostanzialmente ‘blindato’ alla Camera in attesa del voto di fiducia e nel testo attuale non esiste una fattispecie di contribuenti esclusa dalla norma segnalata dalla Corte.

A distanza di anni – spiega la magistratura contabile – rimane ancora rilevante, pari a 4,2 miliardi di euro, il credito dello Stato verso chi ha utilizzato le diverse sanatorie previste nel 2003-2004. Hanno rateizzato gli importi senza poi versarli. A fronte del carico lordo iniziale da riscuotere, aumentato per interessi e sanzione a circa 6,3 miliardi, erano stati disposti sgravi per un ammontare complessivo di 1,192 miliardi, con conseguente attestazione del carico netto da riscuotere a circa 5,117 miliardi di euro. A fine dicembre 2010 risultavano riscossi circa 910 milioni di euro, che rappresentano il 17,8% del carico netto. Rimangono pertanto da riscuotere circa 4,207 miliardi.

Oltretutto la Corte rileva come per l’anno 2010 si nota una diversa e minore capacità di riscossione rispetto alle previsioni che non hanno beneficiato neppure di importi aggiuntivi rispetto alle previsioni di recupero ordinario. La proiezione nel tempo della definitiva riscossione, ai ritmi attuali, pone un orizzonte (teorico) di circa dodici anni: una durata di tempo inaccettabilmente lunga, anche in considerazione del fatto che la letteratura sull’istituto dei condoni individua, tra i motivi giustificativi della loro adozione un’accelerazione del gettito nel breve periodo.

Per quanto riguarda il decreto Sviluppo la Corte dei Conti segnala “la possibilità che, in sede di conversione l’ipoteca venga limitata ai crediti superiori ai 20.000 euro. E’ auspicabile che tale modifica non riguardi la fattispecie delle rate da condono non versate”. Va inoltre ricordata la previsione  in forza della quale: “per le entrate tributarie dello Stato l’ufficio, qualora venga a conoscenza di nuovi elementi reddituali o patrimoniali riferibili allo stesso soggetto, può reiscrivere a ruolo le somme già discaricate, purchè non sia decorso il termine di prescrizione decennale”.

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17 giugno 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/economia/2011/06/17/news/dai_furbetti_del_condono_mancano_4_2_miliardi_di_euro-17848321/?rss

Ecco dove sono i soldi di Berlusconi

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Ecco dove sono i soldi di Berlusconi

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di Vittorio Malagutti

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Il premier povero. Delle molteplici maschere indossate in carriera dal formidabile attore Silvio Berlusconi l’ultima è forse la più sorprendente. “Mi chiedono 2.500 miliardi di lire. Dove li trovo così tanti soldi?”, si domanda affranto uno degli uomini più ricchi del mondo. Un tipo che secondo la rivista americana Forbes può vantare un patrimonio personale di quasi 8 miliardi di dollari, circa 5,5 miliardi di euro. Non è chiaro come Berlusconi arrivi a fissare in 1,25 miliardi di euro (pari, appunto, a 2.500 miliardi di lire) la bolletta che presto potrebbe essere chiamato a pagare. Probabilmente esagera. Se si sommano i 750 milioni di euro che rischia di dover versare alla Cir di Carlo De Benedetti per il lodo Mondadori (ma più probabilmente saranno all’incirca 500) ai 300 milioni di una vecchissima pendenza fiscale anche questa sul riassetto Mondadori, ci si ferma a un miliardo di euro. Che rappresentano di sicuro una somma importante anche per il capo di governo più ricco del mondo (sultani esclusi).

A subire il salasso, per il momento del tutto ipotetico, dovrebbe essere la Fininvest, controllata dal Cavaliere (al 63 per cento) assieme ai suoi cinque figli, che si dividono il restante 37 per cento del capitale. Domanda: ce la farà la holding di Berlusconi a pagare quanto dovuto, oppure rischia sul serio il fallimento come cerca di far credere il capo del governo? Nessun crac in vista. Anzi, bilanci alla mano, la Fininvest sembra senz’altro in grado di cavarsela senza che sia compromessa la sua solidità patrimoniale. Ovviamente sarebbe meglio se quella tegola da un miliardo proprio non ci fosse, ma da qui a dipingere l’impero berlusconiano come prossimo al fallimento ce ne corre.

Vediamo perché, con una premessa. Il bilancio 2010 di Fininvest non è ancora noto. Verrà reso pubblico nei prossimi giorni, ma si può far riferimento ai conti del 2009 anche perché nel frattempo non si sono registrate novità tali da alterare in modo significativo le grandezze patrimoniali della società.

Punto primo: la Fininvest Spa non ha debiti con le banche. Può invece vantare una liquidità di oltre 500 milioni in parte sotto forma di depositi di conto corrente, in parte (60 milioni) investita in due polizze assicurative prontamente liquidabili.

Meglio ancora: nella relazione al bilancio 2009 la holding presieduta da Marina Berlusconi segnala di poter disporre di affidamenti a breve termine non utilizzati per 950 milioni. Significa che in caso di necessità Fininvest può far ricorso a quasi un miliardo di euro che il sistema bancario è pronto a fornire. Poi ci sono i titoli, che in caso di necessità possono essere smobilizzati. Fininvest ha parcheggiato 150 milioni in Lussemburgo affidandoli in gestione alla società controllata Trefinance. Una somma importante che è servita a sottoscrivere un’obbligazione (Profit participating bond) emessa dalla stessa Trefinance. Questo particolare strumento finanziario scade alla fine del 2011.

Insomma, tra liquidità corrente, investimenti in scadenza e linee di credito bancarie, Berlusconi e famiglia posso permettersi di far fronte all’eventuale sborso di un miliardo senza fare i salti mortali. E senza toccare le quote di controllo in Mediaset (39 per cento) o in Mondadori (50,1 per cento) e neppure altre partecipazioni considerate strategiche come quella del 2 per cento circa in Mediobanca, che in Borsa vale circa 120 milioni o il 35 per cento di Mediolanum (800 milioni).

Va poi ricordato che Fininvest è una macchina che ormai da molti anni viaggia al ritmo di 200 milioni e più di profitti all’anno. Nel 2010 Berlusconi e i figli si sono spartiti la bellezza di 199 milioni di dividendi, che si aggiungono ai 208 milioni del 2009 e ai 240 del 2008. E allora, per male che vada, il premier sarà costretto a dare un taglio ai dividendi. Magari dovrà accontentarsi di un centinaio di milioni. Povero Silvio.

Il Fatto Quotidiano, 17 giugno 2011

fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/06/17/ecco-dove-sono-i-soldi-di-berlusconi/118705/


Radiazioni, a 50 km da Fukushima è allarme per la salute dei bambini

Radiazioni, a 50 km da Fukushima è allarme per la salute dei bambini

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Sangue dal naso, diarrea, debolezza. I sintomi manifestati dai ragazzini destano preoccupazione tra i medici: alcuni li definiscono “inspiegabili”, altri prescrivono analisi del sangue per verificare la perdita di globuli bianchi, conseguenza dell’esposizione a radiazioni

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Pubblicati i primi dati sui probabili effetti nocivi sulla salute dei bambini esposti alle radiazioni del materiale radioattivo disperso dalla centrale nucleare di Fukushima. E a farlo non è il popolo di Internet ma l’edizione del 16 giugno del Tokyo Shimbun, un quotidiano cartaceo letto da circa un milione di persone, specie nell’area di Tokyo e di Kanto.

Il Tokyo Shimbun riporta che molti bambini di Koriyama, una città di circa 350.000 abitanti situata a 50 chilometri dalla centrale nucleare di Fukushima Dai-ichi, soffrono di inspiegabile perdita di sangue dal naso, debolezza e diarrea. E a tutt’oggi i medici non sono in grado di spiegarne la causa. Scrive che il 12 giugno un’organizzazione no-profit chiamata “Il ponte per Chernobyl” ha aperto una clinica medica a Koriyama. Preoccupati per gli effetti dell’esposizione alla radiazioni, 50 famiglie hanno portato a visitare i loro figli con sintomi di diarrea, perdita di sangue dal naso e perdita di forze. Una donna di 39 anni madre di due bambini, che se ne è andata da Koriyama dopo l’11 marzo per tornare alla fine del mese, ha detto al medico che dagli inizi di aprile sua figlia di 6 anni perde ogni giorno sangue dal naso. Il medico di famiglia ha imputato l’epistassi all’allergia al polline. L’altro figlio, di appena 2 anni, ha perso sangue dal naso dalla fine di aprile a tutto maggio. Il pediatra non è stato in grado di dire con assoluta certezza se questo era dovuto all’effetto delle radiazioni ma ha ordinato di fare un’analisi del sangue per controllare il numero di globuli bianchi. I primi sintomi delle malattie dovuti agli effetti delle radiazioni sull’uomo sono infatti perdita di globuli bianchi, nausea, vomito e mal di testa.

La madre ha detto che circa il 10% degli studenti delle elementari aveva lasciato la scuola di Koriyama. Nella città dipende alle singole scuole decidere se lasciar bere ai bambini il latte fornito dalla struttura e prodotto localmente. Il latte tende infatti a concentrare il materiale radioattivo. La madre ha detto che nella sua scuola decidono i genitori ma che lei aveva permesso alla figlia di berlo perché la piccola non voleva sentirsi esclusa dagli altri bambini. Se è vero che in genere i bambini tendono a imitare quello che fanno i loro compagni, questo è tanto più vero in Giappone, dove la conformità rispetto al gruppo è un tratto culturale particolarmente forte.

Un uomo di 40 anni padre di una neonata di 4 mesi era così preoccupato da non portare mai fuori la figlia, dicendo che non loro sapevano come difendersi. Tutti hanno detto di non fidarsi perché i dottori dicevano cose diverse fra loro e i burocrati del governo avevano lasciato vivere gli abitanti a Fukushima dopo il disastro per oltre un mese, evacuandoli solo dopo che il livello di radiazioni si era abbassato.

Il Tokyo Shimbun dice che a Koriyama un monitor per determinare le radiazioni radioattive, piazzato vicino a un cespuglio basso, misurava 2,33 microsievert per ora. La quantità di radiazioni diminuiva man mano che l’apparecchio veniva alzato. Da metà maggio in poi la media delle radiazioni a Koriyama è stata di 1,3 microsievert ma vivendo per un anno in un posto con questa quantità l’esposizione cumulativa diventa molto superiore e nociva.

Molte famiglie hanno dichiarato di non aver potuto lasciare la zona inquinata dalle radiazioni perché non avrebbero saputo come sopravvivere. Tuttavia, il Japan Today riporta che sono stati interrotti gli aiuti dati come compensazione a 150 famiglie colpite dal disastro a Minamisoma, nella prefettura di Fukushima, perché contati come reddito.

La Tepco, la società titolare della centrale in avaria di Fukushima Dai-ichi, ha annunciato di voler coprire una delle costruzioni che ospitano i reattori per fermare la fuoriuscita del gas fino a che non trova una soluzione migliore. Come, per esempio, una specie di tumulazione dell’impianto nel cemento, un “sarcofago” simile a quello costruito sui resti dell’impianto di Chernobyl distrutto nell’aprile 1986.

Nonostante i test dell’ente governativo statunitense Food and Drug Administration, che ha rassicurato i cittadini che il pesce e gli altri prodotti commestibili importati dal Giappone sono sicuri, uno studio presentato al congresso annuale dell’Institute of Food Technologists rivela che 3 americani su 4 non si fida a comprare cibo dal Giappone. L’unica nota positiva è che l’incidente di Fukushima ha sensibilizzato il mondo verso i rischi della produzione di energia nucleare e ha orientato intere nazioni verso la produzione di energie rinnovabili. L’India per esempio ha appena annunciato di investire in modo massiccio sulla produzione di energia solare. In Australia un’indagine compiuta su 14.000 persone rivela che l’86% di queste vuole che il paese dipenda esclusivamente dall’energia rinnovabile.

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17 giugno 2011

fonte:  http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/06/17/radiazioni-a-50-km-da-fukushima-e-allarme-per-la-salute-dei-bambini/118838/

Napoli, De Magistris vara la stretta su auto blu e consulenze

Napoli, De Magistris vara la stretta su auto blu e consulenze

Pasquino eletto presidente del Consiglio comunale

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di Luigi Roano
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NAPOLI – Una prima coi fiocchi: la maggioranza di Luigi de Magistris chiude in pochi minuti e in solo due votazioni la partita del presidente dell’Assemblea: va a Raimondo Pasquino, il rettore dell’università di Salerno candidato del Terzo polo vicino all’Udc. I due vicepresidenti sono invece Fulvio Frezza dell’Idv ed Elena Coccia della Federazione della sinistra.

Il Pd non ha partecipato alla votazione dei vice (il primo strappo?) ma nonostante questo tutto è filato liscio. Lontane anni luce le estenuanti trattative della passata sindacatura per l’assegnazione di qualsiasi poltrona. L’effetto de Magistris, che ha tenuto un discorso di alto profilo politico ma anche molto concreto, è anche questo: le cose si annunciano ma soprattutto si fanno.

Procediamo con ordine. Per la prima volta dal 1993 la presidenza va a un esponente politico non della maggioranza. Pasquino incassa gli auguri di Pier Ferdinando Casini: «Buon lavoro a Pasquino per il ruolo istituzionale di grande importanza che è stato chiamato a ricoprire da un’ampia maggioranza di consiglieri comunali. Aver scelto un esponente dell’opposizione, già candidato del Terzo Polo alle amministrative, per la guida del consiglio comunale è un primo significativo segnale di quella distensione tra le parti politiche che si rende necessaria per affrontare seriamente gli enormi problemi di Napoli e dei napoletani» il messaggio del leader dell’Udc. Napoli dunque sempre più laboratorio politico.

Vista dall’altra parte della barricata, nel centrodestra, dove come promesso è venuto in aula anche Gianni Lettieri con il piglio di leader, le cose non stanno proprio così. «Un atto di forza del sindaco – dice l’industriale – si comincia male». Il coordinatore cittadino Marcello Taglialatela se la prende con l’Udc: «Un errore consumato grazie alla miopia politica del Terzo Polo che, assicurando a Pasquino l’elezione alla presidenza ha determinato una scelta di campo precisa non in sintonia con le attese dei moderati».

Secca la replica di Sommese
: «L’elezione del professor Pasquino rappresenta una scelta di garanzia per il ruolo e le funzioni della massima assise cittadina. l’Udc, in coerenza col mandato elettorale, rappresenterà una autentica forza di opposizione».

Il Pdl al di là delle scaramucce si spacca. 10 consiglieri divisi in 4 gruppi: il Pdl Napoli che conta su 4 consiglieri, il Pdl su 3; Liberi con il sud con Lettieri e Iniziativa Responsabile la Discussione che si rifà a Gianpiero Catone.

Capitolo sindaco, il più corposo, perché de Magistris ha illustrato il suo programma che punta tutto sulla normalità. Tante cose che si possono fare a costo quasi zero ma che rappresenterebbero una vera rivoluzione. «Nei prossimi giorni – dice il sindaco – ci saranno provvedimenti molto importanti, il primo è la forte riduzione se non per esigenze di servizio delle auto assegnate agli assessori non avranno più le cosiddette auto blu ma avranno, se vogliono un motorino elettrico, altrimenti vengono con i mezzi pubblici in ufficio».

E ancora: «Ci sarà una forte riduzione degli incarichi esterni dirigenziali che sono stati assegnati in questi anni perché io ho detto sin dall’inizio che voglio valorizzare al massimo le competenze all’interno del Comune. Quindi una grande razionalizzazione degli incarichi, quelli che sono necessari verranno confermati, quelli che non sono necessari e ce ne sono, verranno tagliati perché noi dobbiamo risparmiare denaro pubblico».

Sulla cosiddetta quotidianità: «Stiamo lavorando perché nelle prossime settimane ci sia un cambiamento fortissimo nell’immagine, nel decoro e nella dignità delle persone per quello che sono tre punti strategici di questa città: Piazza Garibaldi, Corso Umberto e Via Toledo il che non significa fare come ha fatto il sindaco di Roma o altri politici della nostra nazione di marginalizzare venditori ambulanti, ma dare loro mercati veri. Napoli non può avere come porta della città Piazza Garibaldi ridotta in quella situazione».

Sui grandi progetti in sospeso: «A Bagnoli dovremo rivedere tutto, non costruire più case ma dare spazio alla green economy. E lo stesso vale per Napoli est».

Venerdì 17 Giugno 2011 – 10:31    Ultimo aggiornamento: 15:23
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”Tutti in piedi”, stasera Santoro in diretta streaming e su Current tv

”Tutti in piedi”, stasera Santoro in diretta streaming e su Current tv

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http://tuttiinpiedi.ilfattoquotidiano.it/

Il conduttore non esclude l’ingresso in politica, “se c’è un pericolo per la democrazia”

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di Marco Falangi
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Da “Raiperunanotte” a “Tutti in piedi!”. Fresco di addio alla sua “Annozero”, Michele Santoro tornerà stasera a Bologna per una nuova trasmissione-manifestazione, questa volta ospite della Fiom che festeggia nel parco di Villa Angeletti i suoi 110 anni di vita ed ha organizzato la serata “Tutti in piedi: signori, entra il lavoro”.
Stasera, a partire dalle ore 21, Santoro e i suoi tanti ospiti daranno vita a un evento che sarà visibile in streaming dal sito della manifestazione (www.tuttiinpiedi.it), su Current tv (canale 130 di Sky), su Corriere Tv, Repubblica TV e su diverse emittenti locali (l’elenco completo si trova sul sito di “Tutti in piedi”).
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Una serata di sorprese

Alla presentazione bolognese della serata-evento, insieme al segretario della Fiom, Maurizio Landini – Santoro ha spiegato che porterà in scena “una serata intensa, o almeno decente, piena di sorprese e di temi da discutere. Non dirò mai niente di più ottimistico per scaramanzia”.
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“Non escludo l’ingresso in politica”

Il conduttore, stuzzicato sulle sue eventuali ambizioni politiche dopo quella di proporsi come direttore generale della Rai, non ha escluso di candidarsi in futuro: “Non rinuncio a esercitare i miei diritti politici, se c’è un pericolo grave per la democrazia e qualcuno mi chiede una mano è un mio diritto”, ha detto.
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“A Bologna humus favorevole alla partecipazione”

Su Bologna, la città che un anno dopo “Raiperunanotte” ospiterà una sua trasmissione-manifestazione, Santoro ha avuto parole di elogio:   “In questa città c’è l’humus favorevole per un secondo esperimento che punta tutto sulla partecipazione – ha detto il conduttore – del resto il fatto che il quorum ai referendum sia stato raggiunto a tempo di record testimonia che qui è particolarmente sentita l’esigenza di un cambiamento”.
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Il lavoro tema centrale della trasmissione

Questa volta al centro della serata, non sarà più soltanto la libertà di informazione bensì il diritto al lavoro, in tema con la serata proposta dalla Fiom.
“Se ancora una volta raggiungeremo il nostro obbiettivo dimostreremo che per quanto cerchino di ridurre gli spazi di libertà – scrive Santoro sul sito web della manifestazione -niente potrà più impedirci di manifestare il nostro pensiero, niente potrà fermare il ritorno in scena del lavoro con la sua richiesta di dignità e di libertà”.
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Una serata piena di ospiti

“Tutti in piedi” si inserirà nella festa di quattro giorni della Fiom che comincia giovedì.
Tantissimi gli ospiti di Santoro, presenti sul palco o via web, ad animare la trasmissione: tra questi la giornalista Elisa Anzaldo che da pochi giorni ha lasciato il Tg1 in polemica con Minzolini, Maurizio Crozza, Teresa De Sio, il pm Antonio Ingroia, Max Paiella, Daniele Silvestri, i Subsonica, Marco Travaglio, Serena Dandini e Vauro, che condurranno insieme a Santoro, e tanti altri.
Non mancheranno gli interventi di molti protagonisti della società civile, dagli operai agli studenti.
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Una sottoscrizione popolare per la trasmissione

Si potrà assistere dal vivo gratuitamente alla serata ma, già come accadde per Raiperunanotte, c’è la possibilità di finanziare la trasmissione tramite una sottoscrizione popolare lanciata sul sito web dell’evento. Chi vorrà por offrire un contributo via Paypal di 2,50 euro.
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“Un esperimento per chi cerca il cambiamento”

Presentando l’evento in conferenza stampa, Santoro ha anticipato qualcosa sui contenutio di “Tutti in piedi!”:”Sarà un nuovo esperimento diverso da Raiperunanotte”, sarà una offerta ai cittadini “che cercano il cambiamento” e avverrà “fuori dai grandi circuiti ufficiali, fuori dai grandi editori”, ha detto il conduttore. Santoro ha poi precisato che quello del 17 “non sarà un dibattito, sarà uno spettacolo di parole e musica” e sarà concluso da Teresa De Sio che sta preparando “una sorpresa straordinaria”.
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“Mi candido direttore generale della Rai”

Santoro è tornato anche a parlare di Rai, presentando la manifestazione di Bologna. Il giornalista ha lanciato una nuova provocazione: “Mi candido a direttore generale della Rai”. Santoro ha sostenuto che la sua ‘candidatura’ non ha ovviamente pretese di successo, “però presenterei il mio curriculum e in questo modo vorrei vedere anche quello degli altri possibili candidati che poi qualcuno dovrà valutare”.
Lo spunto per l’autocandidatura del conduttore è venuto dalle ultime dichiarazioni del segretario del Pd Pier Luigi Bersani e di altri politici: “quando sento dire che vanno trovati amministratori competenti per la Rai, credo quindi di trovare il modo di avanzare la mia candidatura”.
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“Se è stato direttore Mauro Masi…”

Santoro, rispondendo alle dichiarazioni dell’ex dg Masi, ha quindi sottolineato “mi chiedo come sia potuto diventare direttore generale Mauro Masi, uno che non sapeva distinguere un televisore da un’aspirapolvere. Quindi mi candido anche io…”
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17 giugno 2011
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P4 – Masi ammette: “La lettera di licenziamento per Santoro la scrisse Bisignani”

Masi ammette: “La lettera di licenziamento per Santoro la scrisse Bisignani”

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fonte immagine

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di Marco Lillo e Antonio Massari

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Ai pm di Napoli che indagano sulla loggia P4 l’ex direttore generale della Rai dice di essersi rivolto al lobbysta “perché è dentro al mondo istituzionale”. Il 26 gennaio scorso Masi chiama Annozero per dissociarsi e il giorno dopo ha una conversazione con Bisignani: “Come sono andato?”. La risposta: “Bella figura di merda”

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E’ stato l’ex piduista Luigi Bisignani, finito mercoledì scorso agli arresti domiciliari perché considerato a capo di una rete che forniva notizie sulle indagini ai potenti sotto inchiesta e pilotava nomine negli enti pubblici riuscendo anche a condizionare i giornali, a scrivere la lettera di licenziamento di Michele Santoro. Un tentativo sventato ma che svela il potere reale del lobbysta a capo della P4, vicino a Gianni Letta. Lo ammette lo stesso ex direttore generale della Rai durante un teso interrogatorio del febbraio scorso davanti ai magistrati di Napoli del quale il Fatto Quotidiano può svelare il contenuto. I magistrati che indagano sulla P4 fanno ascoltare a Masi una telefonata con Bisignani dell’ottobre 2010. Santoro ha appena fatto infuriare Masi con l’ormai famoso “vaffan … bicchiere” in tv. Durante la telefonata l’allora numero uno della Rai si fa dettare la lettera dal lobbysta. Messo di fronte all’evidenza, l’ex direttore della Rai ammette: “Mi si chiede perché mi sono fatto scrivere la lettera di licenziamento di Santoro da Bisignani e chi sia la persona dalla quale avrei dovuto fare prima un passaggio. Rispondo che mi sono rivolto a Bisignani perché addentro al mondo istituzionale in ragione delle sue conoscenze nel mondo politico”. Insomma il condannato a tre anni e 4 mesi per la tangente Enimont era l’uomo giusto per scrivere una lettera che normalmente una grande azienda pubblica affida al capo dell’ufficio legale.

Ma il misterioso uomo da sentire prima di fare il passo chi è? Masi fornisce questa versione: “la persona dalla quale volevo andare a fare un passaggio è il prefetto Pecoraro (Giovanni Pecoraro, prefetto di Roma, ndr) perché temevo per la mia incolumità personale, cosa che ho fatto”. A sentir Masi, insomma, nessun potente ispiratore. Solo la paura della rabbia dei facinorosi fan di Annozero privati del loro programma. Anche se poco dopo Masi stesso dice ai pm: “Bisignani mi era utile per capire il clima politico… insomma per dirla ancora più chiaramente io utilizzavo Bisignani per avere un’idea di cosa pensava il sottosegretario Gianni Letta”.

Quel licenziamento poi non si è materializzato perché i consiglieri berlusconiani della Rai non se la sono sentita di farlo proprio. Ma quando i pm chiedono se fosse ispirato dai suoi referenti politici, Masi ha la risposta pronta: “Santoro aveva insultato me, non il governo, per questo volevo licenziarlo”. Un’offesa personale che continuerà ancora per molto a ossessionarlo. Come dimostrano le stesse intercettazioni. Il 26 gennaio lo scontro tra Masi e Santoro raggiunge il culmine. Il dg telefona all’inizio della trasmissione e davanti a milioni di telespettatori dice a Santoro: “Mi dissocio”. La conversazione assume toni e linguaggio surreali: “Le sto dicendo – continua Masi – che ritiro me stesso e l’azienda dal tipo di trasmissione che sta facendo”. “Se ritira se stesso mi pare anche buono. Buonanotte”, conclude Santoro lasciandolo di sasso. Ma la telefonata più surreale è di qualche minuto dopo, quando Masi parla con Bisignani, per avere conforto. “Mi hai visto?”, gli chiede, “Come sono andato?”. E Bisignani: “Una figura di merda”. Dopo la prima telefonata i magistrati fanno ascoltare a Masi altre conversazioni con Bisignani su Serena Dandini, Paolo Ruffini, Monica Setta, Anna La Rosa e Giovanni Minoli. Al telefono Masi e Bisignani parlano di “fregare Ruffini”. “Cosa intendeva dire?”, chiedono i pm. E Masi spiega che stava parlando del direttore della terza rete Rai e aggiunge che si discuteva del programma di Serena Dandini, Parla con me, ma aggiunge subito però che comunque le cose sono andate diversamente. Masi si dipinge come un censore un po’ pasticcione. Nonostante volesse ostacolarlo, Parla con me è rimasto nella programmazione della Rai.

L’ex direttore generale della Rai nelle conversazioni con Bisignani, intercettate dalla Guardia di Finanza di Napoli, si lamenta anche di Roberto Saviano. Il motivo? Il protagonista di Vieni via con me – spiega Masi ai pm – aveva dichiarato pubblicamente di aver subìto un cattivo trattamento da parte della Rai. E questo non era vero, dice Masi in procura, spiegando anche le pressioni, ricevute da molti politici, per favorire invece due conduttrici che aveva lasciato in ombra: Monica Setta (molto amica di Bisignani) e Anna La Rosa, sponsorizzata, secondo Masi, da politici di tutti gli schieramenti.

da il Fatto quotidiano del 17 giugno 2011

(articolo aggiornato dalla redazione web)

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fonte:  http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/06/17/masi-ammette-la-lettera-di-licenziamento-per-santoro-la-scrisse-bisignani/118766/