Archivio | giugno 22, 2011

QUESTIONE DI ‘FAMIGGHIA’ – Riciclaggio, Mokbel in sciopero della fame il tribunale concede i domiciliari

QUANDO FARE LO SCIOPERO DELLA FAME FA BENE… ALLA ‘FAMIGGHIA’

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La banda della Magliana – fonte immagine

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La ‘corruzione’ dello Stato, o meglio, in questo caso di alcuni suoi ‘agenti’, è nello spirito che si ammanta di pretestuose interpretazioni legali per ‘liberare’ un pericoloso ‘soggetto’. Pericoloso per la Società, data la natura del suo agire, del suo ‘delinquere’. E’ bastata una perizia DI PARTE che ‘dipingesse’ uno stato di salute psico-fisico così precario da temere, seriamente, gravi conseguenze in caso di ulteriore detenzione negli stabilimenti penali statali, che solerti magistrati hanno avallato il ‘via libera’ per il ‘signor’ Mokbel..

Mokbel, neonazista, riciclatore per e con la ‘ndrangheta, massone (in predicato di ‘elevarsi’ al 33grado della Loggia di Palazzo Giustiniani; in gergo massonico è il più alto) piduista, colluso con politici (l’ex senatore Di Girolamo), molto addentro nei segreti del terrorismo nero (amico di Mambro e Fioravanti).. Tra le sue ‘amichevoli’ conoscenze un tal Antonio D’Inzillo (infatti fu arrestato, D’Inzillo, dall’Ucigos a casa del buon Mokbel..), che è il signore che si ritiene come colui che operò la ‘dipartita’ da questa terra del boss della Magliana Enrico De Pedis. Il quale De Pedis è ritenuto colui che ha gestito il sequestro di Emanuela Orlandi. Non vi basta? Ah, ma c’è dell’altro..

Anche la moglie, Giorgia Ricci, è implicata in modo molto attivo nell’attività di famiglia, il riciclaggio. Tuttavia il Gennaro Mokbel ha anche una sorella, tale Lucia, sposata con il figlio di Michele Finocchi ex capo del SISDE e coinvolto nello scandalo dei fondi neri.. Ahi, ahi, che famigliola.. Dicevamo di Lucia: ai tempi del sequestro Moro abitava in via Gradoli, al 96. Si, la palazzina dove la Brigate Rosse tenevano sequestrato Aldo Moro, precisamente all’interno 9. E in quale interno abitava Lucia? All’undici.. Quando si dice le coincidenze. Signor Moretti, avrebbe mica da prestarmi del sale?.. e l’Aldo come sta? L’ultima volta che l’ho visto aveva una brutta cera, sa..

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Riciclaggio, Mokbel in sciopero della fame: il tribunale concede i domiciliari

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ROMA – Il tribunale di Roma ha concesso per ragioni di salute gli arresti domiciliari nei confronti dell’uomo d’affari Gennaro Mokbel, uno dei principali imputati nella vicenda su un presunto maxiriciclaggio da due miliardi di euro. L’uomo si trovava in carcere dal febbraio dello scorso anno. La decisione della prima sezione tribunale è giunta dopo l’istanza presentata dai legali di Mokbel, Cesare Placanica e Ambra Giovene, alla luce delle condizioni di salute del loro cliente in sciopero della fame da circa dieci giorni. Una decisione che Mokbel ha motivato denunciando in aula, nel corso del processo che lo vede alla sbarra insieme anche ad alcuni ex manager di Fastweb e Telecom Italia Sparkle, le «drammatiche condizioni» del carcere di Civitavecchia dove si trovava recluso. Sulla richiesta di scarcerazione la Procura aveva espresso parere negativo.

Nella sua decisione la Prima sezione penale scrive che «esaminata tutta la documentazione sanitaria in atti (consulenza tecnica di parte ndr), scaturisce un quadro oggettivamente preoccupante delle condizioni di salute dell’imputato con specifico riferimento sia ad una patologia cardiovascolare» che pone Mokbel «a rischio di infarto ed ictus» oltre che «ad un significativo deterioramento delle condizioni psichiche del soggetto».

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Mercoledì 22 Giugno 2011

fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=153552&sez=HOME_INITALIA

L’UTOPIA VIVE! – Copenaghen: Christiania resta libera. Gli hippie riscattano la città / VIDEO: Locals’ guide to Christiania in Copenhagen

Locals’ guide to Christiania in Copenhagen

Caricato da in data 02/dic/2008

Christiania was founded in 1971 when a group of hippies took over an area of abandoned military barracks and developed their own set of rules, completely independent of the Danish government. The freetown in the heart of Copenhagen has always been known for its art and human diversity. Read more about Christiania at http://www.visitcopenhagen.com/christiania

Christiania resta libera
Gli hippie riscattano la città

 Copenaghen, scontri nella comune hippie

Dopo otto anni di scontri e negoziati, i 700 cittadini della città fondata nel 1971 in un campo di caserme abbandonate hanno vinto la battaglia. E accettato l’accordo elaborato dal ministero della Difesa: compreranno l’intero complesso residenziale per 76,2 milioni di corone danesi, circa 10,2 milioni di euro

 Christiania resta libera Gli hippie riscattano la città  Christiania

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BRUXELLES – La città dell’utopia di Copenaghen continuerà a vivere, libera e abitata. Gli hippie di Christiania sono riusciti a evitare che le autorità danesi la smantellassero, distruggendone l’utopia. Per riscattarla i suoi 700 abitanti hanno combattuto pacificamente 1 per otto anni, hanno negoziato con le autorità statali che volevano sfrattarli e a distanza di 40 anni dalla fondazione, hanno accettato il modello di accordo elaborato dal ministero della Difesa di Copenaghen. Da oggi potranno avere il diritto di usufrutto del quartiere occupato e autogestito (circa 35 ettari), a condizione che acquistino attraverso un fondo l’intero complesso residenziale per 76,2 milioni di corone danesi, l’equivalente di circa 10,2 milioni di euro.

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Fondata nel 1971 in un campo di caserme abbandonate di fronte alla Sirenetta da un gruppo di hippie, Christiania oggi è salva. “Con l’accordo – ha detto il portavoce della città, Thomas Ertmann – possiamo continuare a essere una società alternativa e Christiania stessa di può rinnovare e sviluppare come un libero stato”. L’accordo è stato raggiunto valutando l’insieme delle proprietà circa 3.500 corone (470 euro) a metro quadro, un valore molto al di sotto del prezzo di mercato. E’ stato definito “bellissimo” dall’avvocato della comunità, Knud Foldshack, e ha avuto sostegno bipartisan in un Paese retto da un governo di centrodestra. Tanto da essere stato benedetto dal portavoce per le politiche finanziarie del partito conservatore, Mike Legarth: “Se gli abitanti di Christiania avessero dovuto pagare il prezzo pieno di mercato non avrebbero avuto alcuna possibilità”.

Invece Christiania, che ha una propria valuta e propri costumi, leggi e regole autonome, dove la proprietà è collettiva, le auto quasi non circolano, così come la violenza, le armi e le droghe pesanti sono tenute fuori, dove le decisioni politiche vengono prese in sessioni plenarie o “incontri di zona”, con le sue strade senza asfalto, e le bancarelle per le droghe leggere, è un sogno che può continuare a esistere e continuare a essere una delle mete preferite dell’intera capitale danese. Negli anni di negoziati e lotte per la sua chiusura, gli abitanti contrattaccarono con umorismo e perseveranza. Quando nel 2002 le autorità chiesero che il commercio di hashish venisse reso meno visibile, gli abitanti coprirono le bancarelle con teli mimetici. Dal 2004 il commercio della sostanza prosegue su base personale, come un modo per persuadere il governo a lasciare in vita Christiania. Il 19 maggio 2007, a 35 anni dalla sua nascita, la polizia distrusse uno dei primi edifici. Da oggi la lotta finisce, e l’utopia è stata valutata a un prezzo di dieci milioni di euro. Che, assicurano gli abitanti, “riusciremo a pagare”.

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22 giugno 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/esteri/2011/06/22/news/christiania_salva-18081692/?rss

L’insostenibile leggerezza della rivoluzione

L’insostenibile leggerezza della rivoluzione

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di Gaia Raimondi

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Orizzonti di mutazione culturale nei contesti insurrezionali del Medioriente.

“La rivoluzione non si fa nelle soggettività delle coscienze illuminate, ma essa ha bisogno dell’azione collettiva, del sollevamento delle masse, dell’insurrezione. E l’insurrezione troverà sempre di fronte a se stessa la forza dell’ordine costituito che plasma la società gerarchica, la forza dello Stato.
La rivoluzione dunque non è solo un’idea è anche un fatto, un evento che si colloca nella storia. L’evento risponde alle condizioni della società che lo ha prodotto. I fatti storici non si riproducono mai in maniera identica né dalle stesse condizioni. E il fenomeno rivoluzionario è sempre molteplice, diversi focolai di rivolta coincidono per trasformare un regime in un’immagine del passato: l’antico regime.”

Eduardo Colombo (1)

L’anno 2011 sembra essere iniziato, tra i tanti fatti, all’insegna di un orizzonte insurrezionale che vede in prima linea il mondo mediorientale. Prima si accendono focolai di rivolta in Tunisia, poi in Egitto, senza tralasciare Algeria, Marocco, Yemen, Iran, Bahrein, e ora Libia, con le catastrofiche conseguenze repressive palesate al mondo intero e con i nuovi orizzonti di guerra che emergono proprio in questi ultimi giorni.
Le testate dei quotidiani dei primi mesi dell’anno si sono infoltite di termini come rivolta, rivoluzione, insurrezione. Utilizzati nella maggior parte dei casi l’uno per l’altro, con poca cognizione di causa, con parzialità, hanno generato notizie talvolta tendenziose, brandelli di realtà che forse poco hanno reso giustizia alla verità dei fatti, o non hanno saputo, potuto, voluto raccontare cosa davvero sia successo e stia succedendo in quella fetta di globo, ma che comunque hanno risvegliato, per qualche istante, l’attenzione dell’Europa e degli Stati Uniti dal torpore opulento e consumista.
Occhi puntati sulle rivolte nelle strade di Tunisi, in piazza Tahrir al Cairo, a Tehran come a Tripoli e Bengasi, solo per citarne alcune. Ma c’è stato come sempre, e il che fa pensare che non sia casuale, un problema di interpretazione.
«Le rivolte popolari tra Nord Africa e Medioriente sono state interpretate dagli europei con uno schema vecchio di 30 anni: la rivoluzione islamica in Iran. Ci si aspetta che i gruppi islamisti assumano il controllo delle proteste stiano lì a tramare nell’ombra, pronti a conquistare il potere. La discrezione e il pragmatismo dei Fratelli musulmani egiziani, però stupisce e preoccupa: che fine hanno fatto gli islamisti?» Sosteneva a metà febbraio in un articolo O.Roy, giornalista del quotidiano Le Monde, Francia.
Al sorgere delle prime proteste di massa, quelle dove polizia ed esercito hanno represso nel sangue orde di manifestanti ruggenti di rabbia, l’opinione pubblica occidentale ha tremato cercando dapprima rispolverare l’allarme terrorismo poi, in un tentativo di screditare le lotte che urlavano a gran voce, hanno rimpolpato il mostro degli attentati nutrito dalla paura dell’odio islamico verso l’occidente.
Ma la farsa non ha retto, e nemmeno la storiella a lieto fine del cattivo dittatore scacciato e del “vissero tutti felici e contenti”.
Osservando meglio i manifestanti, infatti, è evidente che abbiamo a che fare con una generazione postislamista. Per le persone coinvolte nelle proteste i grandi movimenti rivoluzionari degli anni settanta e ottanta appartengono ad un’altra storia, quella dei loro genitori. La nuova generazione sembra non essere così interessata all’ideologia: urla slogan pragmatici e concreti (tra le urla più sentite nelle strade riecheggia spesso il termine “erhal”: “via subito”) ed evita i richiami all’Islam, come invece avveniva in Algeria alla fine degli anni 80.
Questa generazione rifiuta la dittatura e reclama la democrazia. Questo non significa che i manifestanti siano tutti laici, o rivoluzionari, ma solo che non vedono nell’islam un’ideologia politica in grado di creare un ordine migliore. E questo già non è poco. Primo passaggio fondamentale per aprire un varco ai bacilli di mutazione culturale che gli anarchici vorrebbero innestare nei corpi, ma soprattutto nelle menti altrui.
Altra cosa, ancor più stupefacente, sembrano abbandonate le teorie “complottiste” che vedevano nei paesi come Francia, Stati Uniti tutte le cause dei mali del mondo arabo. Il panarabismo sembra essere sparito dagli slogan, nonostante sia innegabile uno spirito emulativo da parte di egiziani e yemeniti nelle piazze a seguito delle rivolte dei fratelli tunisini; ma questo è stato solo un bene, stimolo e scintilla per alzare la testa.

Il soggetto “rivoluzionario”

Abbiamo a che fare con una generazione pluralista, in cui le persone sono anche più individualiste, hanno avuto modo di costruirsi un’identità più complessa ed articolata rispetto a quella che potevano essersi creata i loro padri. Sono persone che hanno maggior livello di istruzione rispetto ai genitori, sono più informate e spesso hanno accesso ai mezzi di comunicazione moderni che permettono loro di entrare in contatto direttamente con altri individui senza dover passare attraverso i partiti politici. La storia ha insegnato a questi giovani che i regimi islamisti si sono trasformati in dittature e per questo forse non subiscono il fascino dell’Iran o dell’Arabia Saudita. Quelli che sono scesi in piazza in Egitto sono gli stessi che manifestano in Iran contro Ahmadinejad. Probabilmente sono credenti ma questo non ha nulla a che vedere con le loro rivendicazioni politiche. Manifestano in nome della dignità e del rispetto, richiamando uno slogan nato in Algeria alla fine degli anni 90 e ricordando guarda caso le parole d’ordine dei movimenti indigenisti rivoluzionari del centro-America, per esempio. Fanno appello a valori universali e chiedono una democrazia che non ha nulla a che vedere con quella promossa dall’amministrazione Bush per giustificare l’invasione dell’Iraq del 2003.
È sbagliato perciò mettere in relazione il revival islamico degli ultimi 30 anni con un processo di radicalizzazione politica. Se oggi le società arabe sembrano rispettare il Corano più di quanto facessero trenta anni fa, come si spiega l’assenza di slogan islamici nelle manifestazione di questi mesi? Paradossalmente, la reislamizzazione sociale e culturale (uso del velo, proliferare di moschee, diffusione delle tv religiose etc.) ha finito per depoliticizzare l’islam. I simboli religiosi si sono svuotati di ogni valore politico. Nasce anche qui il mercato religioso. Tutto diventa islamico, dal fast food alla moda femminile, e quando tutto è religioso niente lo è davvero.
Nel contempo e di conseguenza i giovani hanno cominciato a costruirsi un proprio percorso individuale, religioso o laico, dove ognuno si costruisce la propria fede, le proprie credenze, le proprie idee, perché l’utopia dello stato islamico non interessa più a nessuno, fra la gente comune.
In ogni caso, una rivolta non basta a fare la rivoluzione; coerentemente con la propria natura, il movimento popolare non ha leader né strutture politiche e questo pone il problema dell’istituzionalizzazione della democrazia. (vedi Castoriadis in “Relativismo e democrazia”)
Ma c’è di più, e questo è il nodo centrale su cui vorrei focalizzare l’attenzione, per poter interpretare in maniera libertaria queste proteste, iscrivendole comunque in un anelito di libertà. Come diceva Colombo : «La rivoluzione è una volontà in azione, un’idea di trasformazione sociale in atto. (…) Le idee rivoluzionarie finiscono per organizzarsi in un progetto collettivo di emancipazione, un’immagine di anticipazione che contiene le linee di forza di un cambiamento desiderato, voluto e pensato. Quando la rivoluzione arriva, il progetto sarà esso stesso trasformato e sconvolto. Per definizione appartiene alla vecchia società. Ma è necessario per qualsiasi cambiamento voluto con coscienza e orientato da dei valori e da una finalità. Le società non attendono la rivoluzione per trasformarsi, esse cambiano costantemente in funzione di una dinamica interna imposta dei differente conflitti interni che la attraversano. Tuttavia, il cambiamento rivoluzionario – anche se è il seguito di rivoluzioni abortite, uccise, schiacciate – suppone un’azione strumentale legata a dei valori, un’intenzionalità umana. Dunque, un cambiamento orientato da un progetto di liberazione, o di autonomia, spinto da un’azione volontaria, conduce a una rottura di tipo rivoluzionario».

Nuova reciproca cortesia

Durante i giorni della rivolta gli egiziani hanno riscoperto anche l’orgoglio della convivenza civile, citava l’occhiello di un articolo interessante intitolato “La leggerezza del Cairo”, di Amira Hass, apparso su Internazionale n. 885, anno 18. Ed è proprio dalla lettura di questo articolo che è partita la riflessione che mi ha spinto a rileggere e ripensare a quanto emerso dal seminario del 6 novembre al Centro Studi libertari intitolato “Rivoluzione?”, da cui provengono anche le citazioni di Colombo e Ibañez.
Allo scoppiare delle rivolte nord africane si è riaperto un capitolo della storia che per noi è abbastanza datato, ma che ha posto le coscienze a chiedersi se effettivamente quello che stava avvenendo avrebbe portato ad una rivoluzione. Senza entrare ora nel merito di un dibattito che potrebbe spaziare dal politico al filosofico, la mia risposta è nata proprio da questo spunto di narrazione giornalistica.
«C’era qualcosa di più leggero nell’aria del Cairo quando sono arrivata il 13 Febbraio. Mi sono chiesta se era solo la mia immaginazione, ma la sensazione che questa immensa città si fosse liberata da una pesante cappa di piombo è cresciuta giorno dopo giorno ed è stata confermata dalle persone con cui ho parlato. Perfino il Nilo è diventato più azzurro, sosteneva la gente dopo le dimissioni di Mubarak. Un azzurro virtuale, perchè questo fiume è grigio come prima, e come sempre la sua vastità fa rima con generosità. Con generosità e pazienza il fiume ha inghiottito molti candelotti di gas lacrimogeno, poiché il ponte era il posto migliore per resistere agli attacchi di polizia, ributtando i candelotti nel fiume. (…) Gli automobilisti sembrano più educati, le donne sono scese in piazza senza problemi, e sono rinate addirittura delle barzellette.»
(Amira Hass in Internazionale, num. 885, anno 18, 18/24 febbraio 2011)

Un’inaspettata buona educazione e una nuova reciproca cortesia sono nate durante le settimane di rivolta; la gente ha ricominciato a prendersi cura della propria città, ripulendola dall’immondizia, dipingendo i marciapiedi o semplicemente spazzando l’asfalto con le scope portate da casa, come per voler scandalizzare il regime, affermando platealmente con gesti pratici la sua totale colpevolezza nell’oppressione del popolo, accusandolo e relegandolo nella negligenza, nell’indifferenza, nella maleducazione, nella sporcizia, nella violenza, nella povertà. E ancora più sorprendente il fatto che migliaia e migliaia di persone si siano riversate in piazza senza problemi per le donne, in prima fila durante le proteste.
Questo per ribadire che una rivoluzione parte anche da una mutazione culturale profonda, che coinvolge in primis l’aspetto quotidiano della vita, il qui ed ora, non per forza proiettatile in un futuro prossimo non ben identificato. Questo concetto emerge bene anche dalle riflessioni di Ibañez:
«Non si tratta più di organizzare i militanti, l’attività militante, per avanzare verso l’insurrezione generalizzata, ma si tratta piuttosto di ravvivare e di realizzare la Rivoluzione oggi, qui e ora, all’interno delle pratiche di lotta che vengono sviluppate collettivamente e nel quotidiano. Le lotte rivoluzionarie attuali sono dunque chiaramente presentiste, ma esse sono anche non totalizzanti. Ciò è sempre dovuto al fatto che l’accento si è spostato dal futuro verso il presente, che si è spostato a sua volta dalla globalità della società verso situazioni parziali ma concrete. Non è più l’azione orientata verso la trasformazione globale e radicale della società nel suo insieme che dirige e subordina le nuove pratiche rivoluzionarie. Quella che balza in primo piano è la volontà di rompere, oggi, i dispositivi di dominio concreti e situati, è l’azione per creare degli spazi che siano radicalmente stranieri ai valori del sistema. Si tratta di sviluppare delle pratiche che, mentre trasformano in maniera rivoluzionaria frazioni della realtà, trasformano noi stessi e cambiano le nostre relazioni con gli altri. Tutto ciò, d’altronde, va di pari passo con l’anarchismo pratico di Colin Ward, l’anarchismo creatore e costruttivo che non è tanto una visione del futuro ma piuttosto una maniera di vivere e di organizzarsi in seno alla quotidianità presente, con l’idea di espandersi a macchia d’olio e di contaminare con i propri valori settori sociali via via più ampi.».

Lotte collettive e soggettività rivoluzionarie

Un pensare globalmente ma un agire glocalmente, ognuno con le proprie specificità e le proprie caratteristiche culturali, ma cominciando fin da subito a trasformare l’esistente, anche nelle sue banalità come l’esempio che vorrei fare per chiudere.
Ho scoperto leggendo che negli ultimi quindici anni gli egiziani non avevano inventato più barzellette. Con la rivoluzione, è rinata anche questa tradizione popolare; centinaia di persone in questo periodo hanno scritto le loro battute su A4 , manifesti, cartelloni, esibiti poi ai propri compagni di lotta e alle telecamere. Sintomo di un risveglio cerebrale e un impegno nel saper sdrammatizzare ed esprimere i concetti anche più duri con un sorriso sulle labbra. Come dire “ Sarà una risata che vi seppellirà”.
Questo ovviamente non significa assolutamente che la rivoluzione sia fatta, anzi, parliamo di rivolte, di ordine sconvolto ma presto ricomposto fra cocci ed eserciti, fino ad arrivare alla guerra. C’è tuttavia la certezza che i risultati ottenuti finora e l’esperienza vissuta contribuiranno semmai a costruire un futuro degno di questo nome.
«Bisogna immaginarsi un processo storico che si svolge in lunghi anni, se non addirittura in secoli, che modifica tanto le istituzioni della società quanto il tipo d’uomo che potrà farla vivere. Ma si tratta sempre di una rottura, prodotta da un cambiamento profondo e qualitativo della società. La ghigliottina ha tranciato un legame che legava il corpo politico del re alla trascendenza divina. Questi sono i momenti insurrezionali dove il popolo fa irruzione nella storia, minando e disgregando l’immaginario stabilito che nel contraccolpo faranno apparire questa linea di cresta dove la società vacilla. Dall’altro lato è difficile immaginarsi che le potenze di questo mondo, che dispongono della proprietà del lavoro e delle armi, rinuncino spontaneamente ai loro privilegi. La rivolta delle masse, proteiforme e probabilmente iterativa, è una necessità della rivoluzione. Ma il progetto rivoluzionario, per divenire una forza sociale attiva, deve uscire dal livello utopico dell’idea per incarnarsi nelle posizioni collettive dominanti. Delle condizioni sociali che potranno permettere tale incarnazione, i rivoluzionari non ne sono certo maestri.» (2)
Si tratta dunque di produrre un soggetto politico che sia radicalmente refrattario al tipo di società all’interno della quale viviamo, ai suoi valori, ai rapporti di sfruttamento e di dominio che la costituiscono, ed è dunque anche nel soggetto che si fa la Rivoluzione. «In altri termini, la Rivoluzione è anche una trasformazione soggettiva in atto, e la Rivoluzione prende corpo quando le lotte collettive fanno nascere delle soggettività rivoluzionarie.» (3)
Ed è quello che mi auguro che succeda in Medioriente.

Gaia Raimondi

Note

  1. E. Colombo, in AA.VV. “Rivoluzione?”, atti del seminario organizzato da Asperimenti e Centro Sudi Libertari il 6 novembre 2010.
  2. Ibidem.
  3. T. Ibañez, in AA.VV. “Rivoluzione?”, op. cit.

A PARABIAGO (MI) – Arrestato maresciallo dei carabinieri è accusato di aver stuprato 11 donne

Arrestato maresciallo dei carabinieri
è accusato di aver stuprato 11 donne

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Massimo Gatto, comandante a Parabiago, nel Milanese, è in carcere per concussione sessuale
e perquisizione arbitraria. Violentata in caserma per due giorni di fila una polacca fermata per furto

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Arrestato per violenza sessuale, concussione sessuale e perquisizione arbitraria Massimo Gatto, maresciallo dei carabinieri, 47 anni, originario di Torino e comandante in sede vacante della stazione di Parabiago. È stato denunciato da 11 donne, ma quattro casi sono già prescritti e non contestati nell’ordinanza di arresto. L’inchiesta è partita dalla denuncia di una polacca di 19 anni, trattenuta nella camera di sicurezza della stazione di Parabiago per 48 ore, lo scorso gennaio, dopo essere stata arrestata per il furto di due consolle Nintendo in un supermercato di Parabiago.

Nel fine settimana del 15 e 16 gennaio la ragazza, da poco arrivata in Italia e in attesa del processo per direttissima, sarebbe stata prima palpeggiata dal maresciallo, che avrebbe finto di perquisirla nonostante l’avesse già fatto un militare donna; poi in più occasioni sarebbe stata accompagnata nei bagni o in luoghi appartati della caserma e violentata. Il lunedì successivo, dopo aver patteggiato la pena per il furto con la sospensione condizionale, la ragazza è rimessa in libertà dal giudice ed è corsa alla stazione Centrale, dove ha sporto denuncia presso gli uffici della Polfer. Le indagini sono coordinate dal procuratore aggiunto milanese Pietro Forno e dal pm Cristiana Roveda. E Forno lancia un appello: “Sottolineo il grande impegno profuso dai carabinieri che hanno condotto l’inchiesta e invito tutte le persone che abbiano avuto esperienze similari a non tardare e a rivolgersi o al nucleo investigativo dei carabinieri di Monza o alla Procura di Milano”.

Al carabiniere viene contestata la violenza sessuale aggravata per aver agito nei confronti di una persona in stato di privazione della libertà. Dalle indagini degli inquirenti, che hanno ascoltato poi alcuni colleghi del comandante, è emerso che l’uomo poteva aver avuto gli stessi comportamenti con altre donne. Alla fine dell’indagine i pm sono riusciti ad individuare altre sei donne che avrebbero subito violenze o tentativi di violenza tra il 2004 e il 2010. Tra queste, come emerge dall’ordinanza, ci sono una prostituta romena, una ex prostituta che si era presentata in caserma per una denuncia, un’altra donna che era andata nella stazione per un problema con la patente, altre due che si erano presentate per una denuncia e infine una donna che era andata nella stazione a esporre la sua difficile situazione coniugale. Gli inquirenti hanno anche individuato altre quattro donne che avrebbero subito violenze alla fine degli anni Novanta: quegli episodi, però, sono andati in prescrizione.

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22 giugno 2011

fonte:  http://milano.repubblica.it/cronaca/2011/06/22/news/arrestato_maresciallo_dei_carabinieri_accusato_di_aver_stuprato_11_donne-18084494/?rss

De Magistris: Napoli abbandonata. Colpa dei veti della Lega

De Magistris: Napoli abbandonata
Colpa dei veti della Lega

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«Il governo si è girato dall’altra parte a causa dei veti della Lega nord, non varando il decreto che, invece, sarebbe suo dovere varare». Così il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, in un post e in un video pubblicati sul suo profilo Facebook e sul suo sito spiega quanto sta accadendo sul fronte rifiuti nel capoluogo campano.

De Magistris sottolinea che quanto avvenuto è «per ragioni prima morali e poi politiche. Dunque – ha aggiunto – fa sorridere quanto dichiarato oggi dal presidente del Consiglio che, più di tutti, porta il peso di una colpa politica, ossia di aver abbandonato Napoli a se stessa imponendo solo stagioni emergenziali che non hanno prodotto alcun miglioramento sul fronte rifiuti, escluso – ha precisato il sindaco – quello del forziere economico delle cricche dell’incenerimento e dello smaltimento illecito».

«Napoli sarà liberata dai rifiuti nonostante il tentativo di sabotaggio messo in atto in queste ore da certi ambienti refrattari ad accettare la svolta politica che stiamo attuando nella città», aveva detto ieri il neo sindaco.

  «Quando parlo di certi ambienti, non escludo ovviamente il crimine organizzato perchè non può sfuggire il dato secondo il quale in alcune zone la raccolta dei rifiuti stata possibile, mentre in altre no».
Per questo – ha aggiunto de Magistris – sono stati segnalati episodi oscuri verificatisi negli ultimi giorni ed è stato disposto un maggiore controllo a garanzia dei mezzi preposti alla raccolta dell’immondizia».

De Magistris ha poi proseguito: «Se il Governo, la Regione e la Provincia abbandoneranno Napoli a se stessa, i cittadini e l’amministrazione agiranno di conseguenza». Il sindaco, il vice-sindaco, Tommaso Sodano, e tutta la Giunta «stanno già lavorando ad un Piano alternativo fondato sull’autonomia della città che, senza se e senza ma, deve essere, e lo sarà, pulita dai rifiuti, anche per attuare quanto stabilito dalla prima delibera approvata in Giunta in merito all’estensione della raccolta differenziata a tutto il territorio cittadino», ha concluso.

La situazione in città è drammatica. Il Pd di Napoli chiede al Governo nazionale lo stato di emergenza per il precipitare della crisi rifiuti. «I parlamentari campani del Pd hanno presentato una proposta di decreto legge per dichiarare lo stato di emergenza per i rifiuti a Napoli e in Campania», si legge in una nota del partito.

VIDEO: COSI’ I RIFIUTI VENGONO LASCIATI IN STRADA

«È necessario – prosegue la nota – intervenire con urgenza per evitare una catastrofe e per tutelare la salute dei cittadini. Governo, Regione, Province e Comuni facciano la propria parte e decidano per le proprie responsabilità. Il Pd sosterrà lo sforzo per trovare le soluzioni e non aggravare ulteriormente la situazione».

  «Oramai abbiamo superato le 20mila tonnellate – dichiara il commissario regionale dei Verdi Francesco Emilio Borrelli – per le strade di Napoli e provincia. Se continua così a fine settimana arriveremo a 30mila. Siamo sull’ orlo di una insurrezione popolare. Al corso Vittorio Emanuele e Salita Tarsia ad esempio la spazzatura ho occupato una intera carreggiata per cui si procede in alcuni tratti a senso alternato. Non siamo ottimisti per la risoluzione di questa ennesima crisi per questo chiediamo al neo Sindaco De Magistris e a tutti gli amministratori che hanno migliaia di tonnellate per le strade delle loro città di emettere subito una ordinanza, come propone Legambiente, che vieti da subito l’ uso dei monouso».

Rifiuti per strada in via Nardones, all’angolo con piazza Trieste e Trento, a Napoli. I sacchetti accumulati su un lato della strada conduce ai Quartieri Spagnoli, sono stati sparpagliati sulla carreggiata impedendo il passaggio di automobili e motorini e l’aria è diventata irrespirabile. Davanti alla strada sono state sistemate, intorno ad alcuni sacchetti, delle transenne per indicare l’ostacolo.

La città è invasa dai sacchetti di spazzatura che fanno bella mostra di sé sui marciapiedi, agli angoli delle strade e, in alcuni casi, anche invadendo una le carreggiate stradali rendendo la circolazione a senso alternato. Stessa fotografia sia nelle periferie che in centro: dai vicoli dei Quartieri Spagnoli, alle strade e alle zone più famose come piazza Trieste e Trento, a due passi da piazza del Plebiscito.

Sacchetti colmi di spazzatura nella zona degli uffici, a poca distanza da Palazzo San Giacomo, sede del Comune, ma anche nelle arterie principali: da via Marina, alle strade che conducono alla zona collinare. Secondo l’Asia, l’azienda che si occupa della raccolta e dello spazzamento in città, a Napoli a terra ci sono 2.360 tonnellate di immondizia, mentre per la Regione Campania la quantità ammonterebbe a 1.500 tonnellate. Discrepanza di numeri che, però, non modifica di molto la situazione critica. Secondo quanto reso noto dall’Ufficio Flussi regionale, tra impianti di trattamento, siti di trasferenza e di stoccaggio provvisorio, sono state sversate circa 1.040 tonnellate, 200 in meno della produzione giornaliera.

I quartieri dove c’è maggiore sofferenza sono: Montecalvario, Avvocata, Pendino, San Carlo all’Arena (380 tonnellate); a Napoli Est 400 (Ponticelli, San Giovanni a Teduccio, Barra); 370 tonnellate nell’area a Nord: Miano, Piscinola, Marianella; 360 tonnellate a Secondigliano, Scampia e San Pietro a Patierno e 300 tonnellate non raccolte a Fuorigrotta.

Situazione leggermente migliore nei quartieri Vomero, Arenella e Posillipo.

Da giorni la sua trattoria era assediata dai cumuli di spazzatura ed i miasmi che ne scaturiscono ed oggi, con i rifiuti che hanno in pratica ostruito le vie di accesso al locale, ha chiuso la sua attività spiegando su un cartello affisso sulla serranda abbassata le ragioni del gesto « Mi vergogno di stare aperto con questo scempio». Così Vincenzo Coppa, il giovane titolare della trattoria ‘Antica Caprì ha gettato la spugna e dopo solo quattro mesi di attività, nella quale l’intera famiglia aveva investito i risparmi, ha deciso di lasciar perdere.

«Avevo messo in questa iniziativa tutta l’energia dei miei ventitrè anni convincendo mio padre, che ha lavorato in questa strada per anni, ad aprire un ristorante tutto nostro. Oggi – dice rammaricato mentre fissa il cartello sulla serranda – sono deluso e devo dar ragione a chi, cercando di dissuadermi, mi diceva che a Napoli e soprattutto qui ai Quartieri Spagnoli non sarà mai possibile migliorare le cose».

Intanto prosegue l’opera istituzionale: nessuna soluzione è arrivata dal Tavolo convocato in Prefettura nella tarda serata di ieri a Napoli. Un vertice durato fino a notte, ma nel quale non sono state trovate immediate risposte alla crisi. Gli assessori all’Ambiente del Comune, Tommaso Sodano; della Provincia, Giuseppe Caliendo e della Regione, Giovanni Romano, stanno svolgendo da ore una nuova riunione per vagliare ipotesi utili al superamento di queste ore di sofferenza, anche su sollecitazione del prefetto partenopeo, Andrea De Martino.

Resta, intanto, bloccato il conferimento presso il sito di trasferenza individuato a Caivano. Nonostante l’ordinanza firmata dal presidente della Provincia di Napoli, Luigi Cesaro, dello scorso sabato, il sindaco Antonio Falco ha vietato gli sversamenti emanando una delibera che blocca l’accesso agli autocompattatori nell’area individuata come sito di trasferimento.

Situazione difficile anche ad Acerra dove, secondo la Provincia, dovrebbero esserci due siti di trasferenza. Così come avvenuto ieri, anche oggi, una gruppo di manifestanti, tra cui consiglieri di maggioranza e opposizione, ha presidiato l’area in località Pantano tentando di bloccare l’accesso ai mezzi carichi di rifiuti. Alcuni momenti di tensione con le forze dell’ordine che hanno spostato di peso anche il primo cittadino, Tommaso Esposito, in strada per evitare il passaggio dei camion. Senza incidenti la situazione è tornata alla normalità dopo qualche ora, quando i poliziotti hanno relegato a un angolo della strada i manifestanti permettendo il passaggio dei compattatori che hanno potuto, così, scaricare l’immondizia.

Anche ad Acerra, così come a Caivano, si sta valutando l’ipotesi di chiedere al sindaco di emettere un’ordinanza per vietare lo scarico di rifiuti su un territorio che già accoglie l’unico termovalorizzatore della Campania e una quantità imprecisata di ecoballe. Un incontro con i presidenti delle Province campane è fissato nel pomeriggio di oggi negli uffici della Regione Campania.

Nel vertice si potrebbe discutere della possibilità di offrire un aiuto alla Provincia di Napoli (ma su questo tema non c’è alcuna conferma ufficiale) che, al momento, è quella che maggiormente soffre per l’emergenza rifiuti, di una crisi dovuta soprattutto alle difficoltà nello smaltimento che di conseguenza causano rallentamenti – e in alcuni casi – addirittura la paralisi della raccolta.

  «Governo, Regione, Provincia, Comune di Napoli e tutte le altre istituzioni interessate, d’intesa, individuino un sito dove poter realizzare, in tempi rapidi, una discarica che permetta alla città di Napoli e ad oltre la metà della provincia di superare questa ennesima e gravissima emergenza rifiuti, una delle più brutte di sempre». Lo dice Andrea Cozzolino, vicecapo delegazione Pd al Parlamento Europeo, secondo il quale «è inoltre necessario che le altre Regioni e altri territori della Campania diano una prova di solidarietà per un tempo concordato e limitato. Non si possono chiedere sacrifici sempre alle stesse popolazioni, altrimenti non si è credibili».

«Al momento – sottolinea – è impossibile raccogliere i rifiuti perchè non si sa dove portarli. In molti punti della città siamo al collasso e all’esasperazione: continui roghi, cassonetti rovesciati e strade bloccate. Così non si può andare avanti. Bisogna decidere e farlo subito. Le polemiche, i distinguo, gli annunci servono solo ad aggravare il problema. Bisogna perciò muoversi con la massima unità, senza strumentalizzazioni».

Con l’arrivo del gran caldo – dice Cozzolino – «la priorità è togliere i rifiuti dalle strade e tornare alla normalità. Solo così si potrà scongiurare il rischio di una multa da parte dell’Europa e attuare, grazie al conseguente sblocco delle risorse europee, i piani per la differenziata come quello varato dalla nuova Giunta di Napoli. Altrimenti continuerà a prevalere il circolo vizioso dell’emergenza».

«Tra le priorità del Comune ci sono anche i rifiuti. Non voglio entrare nel merito dei pensieri del sindaco Luigi De Magistris ma non si può neanche pretendere che tutto quello che non è stato fatto prima venga risolto in 20 giorni». Lo ha detto il presidente del Napoli, Aurelio De Laurentiis, commentando la situazione relativa alla spazzatura. « Non possiamo addebitare la responsabilità al nuovo sindaco o ai suoi collaboratori», ha ripreso il produttore cinematografico.

«Intervenga la magistratura per accertare le responsabilità nella catena di azioni e omissioni che umilia e fa marcire sotto la spazzatura Napoli e la provincia». Lo chiede l’associazione Noiconsumatori, che attraverso il suo presidente, l’avvocato Angelo Pisani, ribadisce la richiesta di sospensione della tassa sui rifiuti. «I napoletani – dice – andrebbero risarciti per i disagi che patiscono da anni, altro che pagare la Tarsu. Se non ci saranno provvedimenti in tal senso avvieremo una class action». Pisani sollecita un intervento straordinario delle istituzioni: «Siamo in un evidente stato di calamità. La Asl deve avviare un’azione immediata di pulizia e profilassi, il Governo deve stanziare risorse, così come avviene per i disastri naturali, al fine di percorrere ogni strada possibile per liberare Napoli. Compresa quella dei treni per trasportare la spazzatura in discariche estere disposte ad accoglierla. La gente è stufa di demagogia e false promesse, servono fatti. E subito».

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21 giugno 2011
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INIZIATIVA POPOLARE – “L’Italia sono anch’io”: due leggi per la cittadinanza agli immigrati

LA CAMPAGNA

“L’Italia sono anch’io”: due leggi
per la cittadinanza agli immigrati

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Sono 5 milioni i non italiani che vivono, lavorano e studiano nel nostro paese: ora due leggi di iniziativa popolare, sostenute da 19 organizzazioni impegnate sul fronte migratorio, vogliono garantirgli più diritti. Ecco come

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di VLADIMIRO POLCHI

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"L'Italia sono anch'io": due leggi  per la cittadinanza agli immigrati Una manifestazione di immigrati a Milano

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ROMA – Chi nasce in Italia, è italiano. Chi paga le tasse, ha diritto di voto. Sono questi i pilastri su cui poggiano due leggi di iniziativa popolare che promettono di rivoluzionare la vita dei 5 milioni di immigrati che lavorano e studiano nel nostro Paese. La raccolta di firme partirà ad autunno. La campagna nazionale si intitola “L’Italia sono anch’io”.

La campagna.L’Italia sono anch’io” è promossa, nel 150° anniversario dell’unità d’Italia, da diciannove organizzazioni della società civile (Acli, Arci, Asgi-Associazione studi giuridici sull’immigrazione, Caritas Italiana, Centro Astalli, Cgil, Cnca-Coordinamento nazionale delle comunità d’accoglienza, Comitato 1° Marzo, Coordinamento nazionale degli enti locali per la pace e i diritti umani, Emmaus Italia, Fcei – Federazione Chiese Evangeliche In Italia, Fondazione Migrantes, Libera, Lunaria, Il Razzismo Brutta Storia, Rete G2 – Seconde Generazioni, Sei Ugl, Tavola della Pace, Terra del Fuoco) e dall’editore Carlo Feltrinelli. Insomma, in campo scendono praticamente tutte le associazioni impegnate sul fronte migratorio. Presidente del comitato promotore è il sindaco di Reggio Emilia, Graziano Delrio.

Le due leggi. “Le due proposte di legge di iniziativa popolare – si legge nel comunicato dei promotori – da un lato assegnano allo ius soli, cioè il diritto di essere cittadini del Paese nel quale si nasce, un ruolo di primario rilievo; dall’altro, attraverso il riconoscimento del diritto di voto amministrativo per chi risiede per un periodo congruo (5 anni), mirano a eliminare una ingiustizia che rischia di minare il principio del suffragio universale a livello territoriale, impedendo a milioni di persone di partecipare pienamente alla vita della comunità dove vivono”.

La cittadinanza. La prima proposta di legge introduce dunque lo ius soli: sono cittadini italiani i nati in Italia che abbiano almeno un genitore legalmente soggiornante che ne faccia richiesta (oggi vale lo ius sanguinis: si è italiani solo se si nasce da genitori italiani).

Non solo. La proposta riconosce un diritto per i tantissimi minori che crescono e vivono nel nostro Paese: i bambini e le bambine che, nati in Italia da genitori privi di titolo di soggiorno, o entrati in Italia entro il 10° anno di età vi abbiano soggiornato legalmente, possono diventare italiani con la maggiore età, se ne fanno richiesta entro due anni.

Infine per gli adulti la domanda di cittadinanza potrà essere presentata da uno straniero legalmente soggiornante in Italia da 5 anni (e non più da 10 anni, come ora).

Il voto amministrativo. La proposta dell’Anci, che fa sua la nuova campagna, afferma che «il diritto di elettorato attivo e passivo nelle elezioni comunali, provinciali, concernenti le città metropolitane e le Regioni è garantito anche a chi non sia cittadino italiano, quando abbia maturato cinque anni di regolare soggiorno in Italia».

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22 giugno 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/solidarieta/immigrazione/2011/06/22/news/campagna_cittadinanza-18041906/?rss

Scaroni, numero uno Eni, dalle confessioni su Craxi ai “non ricordo” su Bisignani. L’interrogatorio sulla P4

Scaroni, dalle confessioni su Craxi ai “non ricordo” su Bisignani. L’interrogatorio sulla P4

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Nel 1993, quando era stato interrogato dopo l’arresto per le tangenti versate dalla Techint (leggi un estratto del documento) al partito socialista, Paolo Scaroni non aveva avuto dubbi: “Intendo chiarire le ragioni per cui nel corso degli anni sono stato costretto a versare tangenti al sistema dei partiti”, aveva detto l’attuale numero uno dell’Eni. E dopo aver premesso di essersi reso conto che era necessario “riaprire ai principi cardine dell’economia secondo cui deve vincere il migliore e non il più raccomandato”, Scaroni aveva parlato per 22 lunghi verbali. Confessando prima i miliardi di mazzette versati al partito Socialista di Bettino Craxi – descritto come un uomo dal potere “tale da incutere il terrore negli imprenditori” – e poi alla Democrazia cristiana e agli altri partiti. Così se l’era cavata patteggiando una condanna a un anno e quattro mesi.

Oggi, invece, Paolo Scaroni, amministratore delegato dell’Eni dal 2005, nell’indagine sulla P4 è un testimone. Grazie a un trojan installato nel computer dell’ex piduista Luigi Bisignani (condannato a due anni e otto mesi per la maxi tangente Enimont), la Guardia di Finanza di Napoli ha potuto ascoltare le conversazioni dell’ottobre 2010 tra i due. Ma quando il numero uno dell’Eni si ritrova davanti ai magistrati per spiegare i suoi rapporti con il lobbista, non ha più lo stesso piglio collaborativo di un tempo e le dichiarazioni son piene di “non ricordo”. Forse anche perché all’Eni, di fatto, comandava Bisignani e, al contrario di quanto era accaduto nel 1993, il suo “sistema” non è crollato. Ma ha ancora tanti amici in sella, due dei quali seduti a Palazzo Chigi: Gianni Letta e Silvio Berlusconi.

Ecco l’interrogatorio integrale:

Addì 8.3.2011 alle ore 11.35 negli Uffici della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Napoli, nella stanza del Procuratore Aggiunto sezione esecuzione, piano 7 Torre B. Avanti al Pubblico Ministero Henry John Woodcock, è comparso Scaroni Paolo, nato a Vicenza il 28.11.1946.

Domanda: Come e dove ha conosciuto Luigi Bisignani?

Risposta: Ho conosciuto il Bisignani negli anni ’70 presentato da tale ing. Agostino Rocca, amico del padre del Bisignani per il quale il Bisignani faceva la rassegna stampa; da allora ho sempre visto il Bisignani ad intermittenza dal momento che ho vissuto molto all’estero; da quando sono rientrato in Italia lo vedo molto di più. Con Bisignani ho un forte legame di famiglia, abbiamo casa sull’argentario entrambi e le nostre famiglie si conoscono.

Domanda: Come mai lei chiede al Bisignani di informarsi su quale sarà l’oggetto dell’incontro fissato con lei ad Arcore per il mercoledì 27.10.2010 (e poi anticipato alle ore 16.00 del 25.10.2010 dal Presidente Berlusconi? Chiarisca il senso e il contenuto delle conversazioni e degli sms corrispondenti ai n. 2601 del 23.10.2010, 2775, 2783, 2785, 2786, 2787, 2799, 2831 del 25.10.2010 captate sull’utenza n. xxxxxxx in uso al Bisignani (che vengono fatte ascoltare alla parte con contestuale lettura della relativa trascrizione); chiarisca in particolare la ragione per la quale lei chiede a Bisignani quali argomenti e quali questioni affrontare e trattare con il Presidente Berlusconi e addirittura che cosa dire a Berlusconi; dica quali sono le due “cose” che il Presidente Berlusconi avrebbe detto a lei e che lei dice che avrebbe riferito al Bisignani “di persona” e “da vicino” (cfr conv. 2831)

Risposta: Ribadisco che il Bisignani è un mio amico e che io mi consiglio a volte con lui e sento le sue opinioni perché lo considero un esperto di relazioni e conosce tanta gente. Io comunque alla fine decido sempre di testa mia. Nello specifico, nelle conversazioni che ho appena ascoltato la “lettera” a cui facciamo riferimento è – credo – una lettera che avevo scritto ai Russi – e cioè alla Gazprom il cui amministratore è Miller che è l’azienda russa da cui importiamo il Gas – e che volevo sottoporre a Berlusconi vista la rilevanza politica della vicenda e visti i rapporti esistenti tra Putin e Berlusconi. Non mi ricordo le ragioni per le quali Berlusconi mi convocò e non mi ricordo quali erano le “due cose” di cui io volevo parlare “da vicino” con il Bisignani. Io ho ritenuto di chiedere a Bisignani il motivo della mia convocazione da parte di Berlusconi dal momento che lui ha quotidiani rapporti con membri del Governo, con Giornalisti e con esponenti delle Istituzioni e dunque è più informato di me; peraltro Bisignani ha rapporti di amicizia storici con Letta.

Domanda: Quali sono e quali sono stati i rapporti tra Bisignani e l’Eni, e prima tra Bisignani e l’Enel? Le risulta che il Bisignani si sia “speso” per farle ottenere le suddette nomine?

Risposta: Io ho lavorato dal 1996 al 2002 in Inghilterra, a quell’epoca vedevo il Bisignani due o tre volte all’anno; fino a quell’epoca avevo visto Berlusconi una sola volta nella mia vita. Nel 2001 Bruno Ermolli (consulente finanziario milanese molto legato a Berlusconi) incontrò mia moglie ad un ricevimento e gli disse di farmi vivo quando sarei tornato in Italia; quando tornai in Italia, nel 2001, Ermolli mi portò ad Arcore; qualche mese dopo Bruno Ermolli mi chiamò e mi disse che Berlusconi mi voleva vedere a Roma; andai a Palazzo Grazioli e Berlusconi mi propose di fare l’Ad dell’Enel; eravamo nell’aprile del 2002. In quel contesto intensificai i rapporti con Berlusconi, Tremonti, Matteoli e con l’allora Ministro dell’Industria Marzano. Nella primavera del 2005 Berlusconi mi chiamò e mi propose di fare l’Ad dell’Eni; in quel contesto mi chiese pure chi avrei visto bene io come mio successore all’Enel, e io gli dissi Conti. Nel 2005 sono stato nominato Ad dell’Eni e nel 2008 sono stato rinnovato. Per ciò che riguarda il Bisignani vi dico che almeno a me non risulta che il Bisignani stesso si sia speso e sia intervenuto per farmi ottenere la suddette nomine. Se lo ha fatto lo ha fatto a mia insaputa. Certamente a Berlusconi il mio nome lo ha fatto, per primo Bruno Ermolli.

Domanda: Conosce Alfonso Papa?

Risposta: Non conosco Alfonso Papa, né l’avevo mai sentito nominare prima di leggere, in questi giorni il suo nome sui giornali.

Domanda: Bisignani le ha mai segnalato persone da assumere in Eni?

Risposta: A me personalmente no; non so ad altri.

Domanda: Le risulta che Bisignani svolta un qualche ruolo in Eni?

Risposta: Lo escludo categoricamente; mi risulta che la Ilte ha un rapporto con Eni di cui io neppure sapevo; parliamo di cifre piccole di cui ripeto io neppure sapevo. L’unica cosa che il Bisignani mi suggerisce da tempo è quello di stampare un giornale, un free press, da dare gratuitamente nelle nostre stazioni di servizio; ritengo che lui me ne abbia parlato nell’interesse della Ilte. Io tuttavia sono un po’ perplesso. Tenga presente che l’Eni possiede l’agenzia di stampa Agi che è la seconda agenzia italiana dopo l’Ansa. L’Agi percepisce contributi dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri e, credo, dal Ministero degli Esteri.

Domanda: Per quale ragione quando parla con il Bisignani – che, come lei stesso ha appena ha evidenziato, non alcun ruolo nell’ENI, né alcun altro ruolo istituzionale – usa tante precauzioni?

Risposta: Mi risulta che il Bisignani ogni tanto cambia numero, ritengo per sottrarsi agli “scocciatori” che lo importunano.

Domanda: Chi è l’Agnese dell’Eni con la quale parla Bisignani?

Risposta: E’ la responsabile della mia segreteria che mi risulta conosce Bisignani da oltre 20 anni.

Domanda: ci può fornire qualche chiarimento sul viaggio fatto da lei, dal Lucchini e da altri Dirigenti Eni in Giordania?

Risposta: l’Eni lavora in Iraq; ogni volta che vado a Bagdad facciamo scalo ad Amman; dormiamo ad Amman e poi la mattina si va a Bagdad e la sera ritorniamo a Milano. In quella circostanza c’era Frattini a Bagdad e io avevo appurato che in quel fine settimana era a Amman con la figlia; fu così che quella sera cenammo tutti insieme ad Amman

Domanda: quali sono i suoi rapporti con la Libia e segnatamente con l’Ambasciatore Libico Hafed Gaddur.

Allo Scaroni viene fatta leggere la relative trascrizione dell’sms corrispondente al progressivo 7351 del 10.9.2010, della conversazione n. 42, 60 del 28.9.2010 e 195 del 29.9.2010 e n.213 del 4.10.2010 num. xxxx

Risposta: Abdulhafed Gaddur è un ambasciatore a Roma sicuramente molto influente che conosce tutti da Berlusconi a Letta da Frattini a Bisignani; oggi Gaddur si è schierato con i rivoltosi. Bisignani è molto amico del Gaddur e probabilmente nelle suddete conversazioni si fa riferimento a talune questioni collegate al rinnovo del contratto GAS con la Libia che io ho rinegoziato ad agosto 2010; al riguardo fui chiamato da Gaddur che mi disse che il primo ministro Libico Bagdadi faceva problemi e frapponeva ostacoli a tale rinnovo pretendendo che l’Eni finanziasse attività sociali in Libia in cambio della conclusione del contratto; direi quasi una concussione; tale cosa a me non andava giù dal momento che il finanziamento riguardava proprio l’area dove erano allocati i campi di concentramento degli Italiani in Libia.

Domanda: quali sono le “carte” cui Lei e il Bisignani fate riferimento nelle conversazioni corrispondenti ai n. progressivi n. 640, 709, 715, 719 del 6.10.2010 captate sull’utenza n. xxxxxx in uso al Bisignani (che vengono fatte ascoltare alla parte con contestuale lettura della relativa trascrizione)? chi è quello che definite come “il nostro uomo”? Qual è la cosa che, a detta del Bisignani, “può interessare” a lui (Scaroni) e che il Bisignani gli avrebbe raccontato “da vicino”?

Risposta: Non mi ricordo a che cosa facciamo riferimento; non ho idea in questo momento di quali siano “le carte” a cui facciamo riferimento.

Domanda: Chiarisca e termine della vicenda inerente alla Nigeria di cui Lei e il Bisignani parlare nelle conversazioni/sms corrispondenti ai n. progressivi 1340, 1341, 1343 del 18.11.2010 captate sull’utenza n. xxxxxx in uso a Pollastri Paolo (autista del Bisignani che nel caso di specie ha utilizzato il telefono dell’autista); ci spieghi perché vengono utilizzate tali precauzioni?

Risposta: quello della telefonata 1341 non sono io, probabilmente è Descalzi o Casula; neppure quello della conversazione 1343 sono io. Immagino che la vicenda Nigeriana cui si fa riferimento sia quella del giacimento n. 245 che si trova in Nigeria, in mare, di fianco alla Opl 119 che un nostro blocco Nigeriano; per questa ragione, l’Eni ha cercato a più riprese di comprare la quota della compagnia petrolifera nigeriana Malabu. Circa un anno fa il Bisignani mi disse che c’era una piccola banca d’affari inglese capeggiata da un Nigeriano cattolico che diceva di avere un mandato per vendere una quota della Malabu; al riguardo io presentai il Bisignani al Descalzi che è il responsabile del settore Oil dell’Eni e cioè il soggetto Eni che doveva occuparsi della vicenda; tale trattativa non è andata a buon fine.

Domanda: A che cosa si riferisce la conversazione n. 327 del 14.10.2010 captata sull’utenza n. xxxxx in uso a Bisignani.

Risposta: l’interlocutore non sono io, ritengo che sia il Descalzi e che si faccia riferimento alla suddetta vicenda Nigeriana; il Roberto è Casula e Vincenzo non so chi è; il Vendor è “il venditore”, e cioè la Malabu; “biddare” in gergo vuol dire offrire.

Domanda: Lei conosce Francesco Micheli e G. Di Nardo?

Risposta: Non ho mai sentito nominare Gianluca Di Nardo; conosco benissimo Francesco Micheli, sono con lui nel consiglio di amministrazione della Scala di Milano, con lui non ho rapporti finanziari né personalmente né come ENI. Mi risulta che il Micheli conosca anche il Bisignani.

Domanda: Conosce la banca Akros?

Risposta: Si, ma non ho alcun rapporto.

Domanda: Sa dei precedenti giudiziari del Bisignani

Risposta: Si.

Domanda: Sa se vi siano rapporti ovvero contratti o qualsivoglia relazione commerciale tra l’Eni e la Visibilia ovvero tra l’Eni e la Dani Comunicazioni?

Risposta: No, non so nulla, devete chiedere a Lucchini.

Domanda: Sa se vi siano rapporti ovvero contratti o qualsivoglia relazione commerciale tra l’Eni e Dagospia?

Risposta: So che Eni fa pubblicità su Dagospia, non so però quando e come ciò sia accaduto e con quali modalità.

Domanda: chi ha scelto Lucchini e chi lo ha fatto entrare in Eni?

Risposta: Lo scelto io, ma non me l’ha segnalato Bisignani. Bisignani è stato il capo di Lucchini in Montedison.

Domanda: Sa di investimenti mobiliari immobiliari del Bisignani?

Risposta: Non so nulla; non sono mai stato a casa sua a Roma; sono stato nella sua splendida casa ad Ansedonia sulla collina di Giardino; mi risulta che produca anche dell’olio che mi regala; credo che l’abbia acquistata 10 o 15 anni fa.

Domanda: Ha mai conosciuto Sama o Cusani?

Risposta: Conosco Cusani ma non Sama.

Domanda: Allo Scaroni viene letto un brano estratto dal verbale delle sommarie informazioni rese da Di Nardo Gianluca in data 22.2.20100, e segnatamente il seguente brano: “…..Il “pazzo” al quale fa riferimento nella seconda conversazione è il mio socio Francesco Micheli; nella conversazione facciamo io e il Bisignani riferimento ad un potenziale investimento dell’Eni in Africa, e precisamente nel centro Africa; sarò più preciso: per mio lavoro ho molte relazioni in Africa; nel caso di specie seppi che un mio contatto africano Dan Etete, già Ministro del Petrolio in Nigeria (quello che chiamiamo il “ciccione”) voleva cedere una concessione petrolifera (il nome tecnico è “blocco petrolifero”) in Nigeria; il suddetto Etete si era rivolto, tra l’altro, anche ai dirigenti dell’Eni oltre che alla Total (che noi chiamiamo nella telefonata i “francesi”) e alla Shell (che noi chiamiamo nella telefonata gli “arancioni”). Per tale ragione mi rivolsi al Bisignani per sapere se l’ENI era effettivamente interessata all’affare…..”. dott. Scaroni lei ci sa dire a cosa il Di Nardo si riferisca?

Risposta: Non conosco né Etete né Di Nardo; ipotizzo che si parli del suddetto “blocco 245” di cui ho parlato e che il menzionato Etete sia in qualche modo azionista della Malabu che detiene la concessione.

Domanda: Nel caso di finanziamento o donazioni fatte dall’ENI, come quelli riferiti alla Libia, come avviene in concreto il passaggio di danaro ovvero l’elargizione?

Risposta: l’Eni ha un ufficio ad hoc e soprattutto interveniamo sulle “opere” e non con danaro; si tratta di elargizioni detraibili al 70%; ribadisco che noi non diamo danaro ma opere, ciò è accaduto, per esempio, nel 2005 quando abbiamo dato 150 milioni di dollari alla fondazione Gheddafi (di cui 80 spesi fino ad ora); le opere le facciamo noi e la fondazione individua le opere da fare. Ciò accade in tutti i paesi sottosviluppati.

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fonte:  http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/06/22/da-b-all%E2%80%99affare-con-putinl%E2%80%99eni-pilotata-da-bisignani/122104/

Ecco la «fabbrica» dei falsi invalidi col bollino dei clan: 20 arresti | Video

Napoli, l’operazione è scattata all’alba

Ecco la «fabbrica» dei falsi invalidi col bollino dei clan: 20 arresti | Video

In manette per una truffa ai danni dell’Inps. Dal 2004 erogati assegni di indennità per 1 milione e 100 mila euro

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NAPOLI – Sequestri e arresti per 20 falsi invalidi questa mattina in città. La «fabbrica« dei falsi invalidi della camorra garantiva documenti falsi prodotti dal clan e un assegno di indennità mensile a spese della collettività. Dalle prime ore del giorno i militari del comando provinciale dei carabinieri e del comando provinciale della guardia di finanza stanno eseguendo su delega della procura di Napoli – sezione reati contro la Pubblica Amministrazione – le misure cautelari personali e patrimoniali nei confronti dei 20 accusati.
Si tratta di ulteriore sviluppo delle attività investigative che finora hanno portato all’arresto ad opera dei carabinieri di 131 persone ed al sequestro di beni per alcuni milioni di euro.

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Falsi invalidi, gli arresti https://i0.wp.com/corrieredelmezzogiorno.corriere.it/campania/fotogallery/campania/2011/06/falsi_invalidi/img_falsi_invalidi/a_78-53_crop.jpg https://i0.wp.com/corrieredelmezzogiorno.corriere.it/campania/fotogallery/campania/2011/06/falsi_invalidi/img_falsi_invalidi/b_78-53_crop.jpg https://i0.wp.com/corrieredelmezzogiorno.corriere.it/campania/fotogallery/campania/2011/06/falsi_invalidi/img_falsi_invalidi/c_78-53_crop.jpg

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IL PRECEDENTE – Le indagini hanno riguardato un’associazione per delinquere dedita alla produzione e falsificazione della documentazione sanitaria necessaria a far ottenere pensioni di invalidità e indennità di accompagnamento a persone che non ne avevano alcun titolo. Dal 2004 ad oggi, le persone nei cui confronti i finanzieri e i carabinieri stanno eseguendo le misure, sono accusati di aver truffato all’Inps complessivamente oltre 1.100.000 euro. Non si tratta del primo caso a Napoli, dove un vero e proprio giro di attestazioni false era emerso nel settembre 2010 e aveva coinvolto un consigliere circoscrizionale del Pdl e sua moglie.

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Redazione online
22 giugno 2011

fonte:  http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/notizie/cronaca/2011/22-giugno-2011/falsi-invalidi-documenti-contraffattiventi-arresti-gli-indigenti-clan-190919422030.shtml

Berlusconi parla alla Camera. Bossi: “Belle parole, aspettiamo i fatti” / VIDEO: Montecitiorio, scontri in piazza tra precari e polizia

Montecitiorio, scontri in piazza tra precari e polizia

Caricato da in data 22/giu/2011

http://www.ilfattoquotidiano.it/ Mentre Berlusconi fa il suo discorso alla Camera, fuori i manifestanti, circa 200 precari, si scontrano con le forze dell’ordine.
Di Francesca Nava

Berlusconi parla alla Camera
Bossi: “Belle parole, aspettiamo i fatti”

Il leader della Lega dopo aver sbadigliato almeno una dozzina di volte durante l’intervento del premier, lo ha commentato gelidamente con i cronisti

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”Bello a parole, aspettiamo i fatti”. Il leader della Lega, Umberto Bossi, dopo aver sbadigliato almeno una dozzina di volte durante l’intervento di Silvio Berlusconi alla Camera, lo ha così commentato con i cronisti. E il discorso di Berlusconi è stato molto piatto senza i soliti eccessi e gli usuali proclami. Prima il riferimento al voto di fiducia di ieri ottenuto dal governo sul decreto sviluppo con 317 sì. Subito dopo la ripetizione del passaggio già enunciato in Senato: “E’ nostra intenzione completare il programma di governo arrivando alla scadenza naturale della legislatura e i cittadini potranno giudicare il nostro operato con le elezioni politiche generali”. Il Cavaliere tenta i toni da statista con due richiami alla “collaborazione per il bene dell’Italia”, come richiesto più volte dal Capo dello Stato. Una collaborazione respinta in blocco dall’opposizione che ha reagito alle parole del premier con grida di disapprovazione e fischi.

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Ben diversa la reazione dei deputati della maggioranza che hanno accompagnato i 40 minuti di intervento del presidente del Consiglio con 24 applausi. Il tributo finale, con la tradizionale standing ovation, è stata particolarmente lunga, accolta dal premier con evidente soddisfazione. Governo al completo, o quasi, nell’emiciclo di Montecitorio. Assente solo il titolare del Viminale Roberto Maroni, fuori Roma per impegni personali. Il ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo ha scelto i banchi della maggioranza, anziché prendere posto insieme ai colleghi dell’esecutivo. Ed è restata a braccia conserte ad ascoltare le parole del premier senza mai applaudire, fino al battimani numero 14 quando, dopo aver letto le agenzie, si è accorta della ‘gaffe’ e dall’applauso successivo in poi non si è più sottratta al rito del battimani, alzandosi in piedi anche lei per l’ovazione finale.

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Lo stop di Napolitano era arrivato il 6 maggio con la richiesta di una verifica parlamentare della “nuova maggioranza” che sostiene l’esecutivo. Il Quirinale fermava di fatto il rimpasto andato in scena con la nomina da parte del premier di nove nuovi sottosegretari, tutti scelti tra i rappresentanti delle nuove componenti della maggioranza (Responsabili in testa) che avevano contribuito a salvare l’esecutivo dal 14 dicembre scorso a oggi. E la verifica è arrivata oggi con il discorso di Berlusconi. Un discorso in cui il premier ha ribadito di “non voler rimanere per sempre a Palazzo Chigi” ma di “voler consegnare all’Italia un partito il più possibile simile al partito popolare europeo”.

Pur dichiarando di non voler “polemizzare con le forme e i contenuti delle altre forze politiche” perché “la democrazia richiede il rispetto altrui”, Berlusconi non si è lasciato sfuggire l’occasione per attaccare l’opposizione: “La sinistra può affinare la sua propaganda, raccogliere i voti di protesta, continuare a organizzare il sabotaggio con i fischi durante i nostri interventi pubblici”, ma “le tre o quattro opposizioni sono divise fra loro e non in grado di esprimere né un programma né un leader”. Per questo, ha ripetuto Berlusconi, “l’unico assetto che può garantire stabilità e governabilità è l’alleanza tra Pdl e Lega”. “A Berlusconi dico: le cose vanno bene o male? – è la risposta arrivata dal segretario del Pd, Pier Luigi Bersani -. Ci dica, perché da quel che ha detto oggi ci sono solo successi. E se è tutto a posto che problema c’è?, si dialoga”. Un discorso “da primo giorno di scuola”, prosegue Bersani, pieno di “favole”. “Ma per fortuna non siamo così ingenui”, ha concluso. Non ha incontrato favore nemmeno l’appello ai moderati, la cui partecipazione è stata definita dal Cavaliere “utilissima”. “Se c’è una persona che ha zero credibilità per farlo quella è proprio il premier – ha commentato il segretario dell’Udc, Lorenzo Cesa -. Sia lui che il suo partito, che spesso estremizza il confronto politico, non hanno nulla a che vedere con lo stile e con il programma del Ppe”.

Intanto, dalle colonne de L’Unità il capogruppo Pd alla Camera, Dario Franceschini è tornato a chiedere le dimissioni di Silvio Berlusconi: “Si deve dimettere. Questa maggioranza non è più forte dopo il voto di fiducia. E’ sempre più sgangherata”, ha detto nell’intervista il capogruppo respingendo al mittente l’invito al dialogo del premier per fare le riforme e del leader della Lega Bossi sulla legge elettorale, poichè sono degli “inaffidabili”. Secondo Franceschini, la maggioranza di cui parla Berlusconi è “solo quella raffazzonata che ha messo insieme in aula perchè nel Paese c’è un’altra realtà come ha dimostrato il voto delle amministrative e dei referendum”. Riguardo agli impegni presi ieri dal premier in Senato e ripetuti alla Camera su fisco, piano Sud e riforme, l’esponente del Pd commenta: “Non voglio neanche sentirlo quell’elenco, sono tutte parole scritte sulla sabbia. Sono quindici anni che dice delle cose che poi svaniscono al vento, proprio come Bossi”. “Ogni offerta di dialogo – chiarisce quindi Franceschini – da parte di chi in 15 anni ha dimostrato di essere culturalmente e psicologicamente impedito a ogni normalità democratica, è assolutamente inaccettabile.  Prima se ne vada e dopo tutto diventa possibile, nel Paese e in Parlamento”. Berlusconi, ribadisce, “è una montagna insormontabile per ogni intesa tra maggioranza e opposizione”, mentre, aggiunge nemmeno il ministro dell’Interno Roberto Maroni è un “interlocutore” dopo essere salito “su un palco a inneggiare alla Padania libera e alla secessione”

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22 giugno 2011

fonte:  http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/06/22/berlusconi-alla-camera-lavorare-insieme-per-il-bene-dellitalia/122159/

FOTO – Il cane che ride spopola sul web

Il cane che ride spopola sul web

Il cane che ride spopola sul web

Difficile risalire all’identità dell’ultimo fenomeno del web, rimbalzato in poche ore dai blog ai social network e ribattezzato a forza di tam-tam il “cane che ride”. La foto che mostra in primo piano un cane dall’espressione felice e in secondo piano una padrona compiaciuta ha fatto il giro del web portando una ventata di buonumore grazie a un insolito sorriso canino a tutti denti (Foto Milestone)

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22 giugno 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/esteri/2011/06/22/foto/il_cane_che_ride_spopola_sul_web-18053351/1/?rss