Archivio | giugno 26, 2011

Federalismo: Altro che diminuzione della pressione fiscale! Previsti rincari per carburanti e rc auto

Federalismo: previsti rincari per carburanti e rc auto

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contro caro-federalismo. Gli Enti per coprire i buchi aumentano le tasse su Rc auto e : altro che diminuzione della !

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È proprio vero: gli effetti del s’iniziano a fare sentire ed anziché comportare una diminuzione della pressione fiscale vanno a colpire soprattutto quella che è ormai considerata una nuova categoria di  contribuenti, i “contribuenti della strada”.

Infatti, quello che la Lega voleva per propria costituzione, ossia un nuovo modello di fisco decentrato, sta andando progressivamente a “bastonare” proprio gli automobilisti perché in diverse regioni e provincie segnano aumenti generalizzati le aliquote territoriali delle imposte su I.p.t., sulla benzina ed R.c.Auto.

Ma è proprio su quest’ultima che vale la pena soffermarsi per constatare gli effetti deleteri della “federalizzazione” delle imposte.

Numerosi enti provinciali da Nord a Sud a partire da quelli di Alessandria, Benevento, Bologna, Chieti, Cremona, Pescara e Vibo Valentia sino a quello di Lecce, quest’ultimo sull’orlo del dissesto, stanno dando seguito a quanto concesso dal decreto attuativo sul fisco regionale e provinciale, approvato a fine marzo, che consente alle province la possibilità di aumentare del 3,5% l’addizionale relativa alla tassazione sulla polizza auto che già è pari al 12,5%.

Risulta evidente che gli aumenti sono la conseguenza non occultabile dei tagli lineari dei trasferimenti governativi che hanno ancor più messo in difficoltà gli esangui bilanci di questi enti che sembrano sempre più inutili se non nel rappresentare una pesante voce di spesa per il bilancio generale dello stato.

Alla luce di quanto sta accadendo, se l’intento dei promotori padani era quello di liberare il  Nord dal “peso” del Sud, bè, appare sempre più chiaro che gli effetti non sono quelli voluti anche perché anche le province del settentrione stanno utilizzando le nuove regole per aumentare per quanto gli è possibile le aliquote dei prelievi locali. Quindi, altro che maggiore autonomia nella gestione delle entrate e nelle spese. Si taglia a livello centrale, si moltiplicano gli enti impositori, si incrementa la pressione fiscale per i cittadini: è questa la conseguenza del ricatto del federalismo voluto dalla Lega e concesso dal governo in cambio di qualcos’altro.

Secondo , componente del Dipartimento Tematico Nazionale “” di Italia dei Valori e fondatore dello “Sportello dei Diritti”, poiché le conseguenze volute dal partito del “Carroccio” con l’attuazione del federalismo, stanno causando un malessere generalizzato da Nord a Sud, mentre non risulta che vi sarà almeno nel medio termine un miglioramento delle condizioni degli enti locali che da una parte subiscono i tagli di Roma e dall’altra sono costretti ad attingere dalle tasche dei cittadini, è giunta l’ora di pensare a concrete azioni per restituire un assetto più efficiente e meno costoso della macchina dello Stato. La prima, a parere dello scrivente, dovrebbe essere proprio quella di andare ad abrogare le province.

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26 giugno 2011

fonte:  http://www.italiah24.it/italia/politica/26352/federalismo-previsti-rincari-per-carburanti-e-rc-auto.html

USTICA, LA STRAGE – Quei quattro aerei nascosti. Gli indizi portano ai francesi, 31 anni dopo

La strage di 31 anni fa

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Ustica e quei quattro aerei nascosti

Gli indizi portano ai francesi, 31 anni dopo


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di Andrea Purgatori

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I relitti del Dc9 Itavia esploso la sera del 27 giugno 1980
I relitti del Dc9 Itavia esploso la sera del 27 giugno 1980

La vera «bomba» della strage di Ustica sono le tracce radar di quattro aerei militari ancora formalmente «sconosciuti» – due/tre caccia e un Awacs – su cui la Nato, dopo una rogatoria avanzata un anno fa dalla Procura della Repubblica di Roma (con il sostegno operativo ma silenzioso dell’ufficio del consigliere giuridico del capo dello Stato), sta decidendo in questi giorni se apporre le bandierine d’identificazione. Tutti gli indizi portano allo stormo dell’Armée de l’air che nel 1980 operava dalla base corsa di Solenzara. Lo stesso contro cui puntò il dito pubblicamente (poi anche a verbale) Francesco Cossiga. Forse dopo aver saputo che i caccia francesi avevano lasciato le loro impronte su un tabulato del centro radar di Poggio Ballone (Grosseto), miracolosamente non risucchiato dal buco nero che dalla sera dell’esplosione del DC9 Itavia aveva ingoiato nastri, registri e persino la memoria di tanti testimoni.

La questione non è più militare ma sostanzialmente politica. E non solo perché la risposta ai magistrati italiani deve prima ottenere il benestare dei 28 paesi membri dell’Alleanza, nessuno escluso. Il fatto è che, come in un surreale gioco dell’oca, dopo trentun anni gli attori tirati in ballo nella strage (Italia, Francia, Stati Uniti) si ritrovano insieme alla casella di partenza. Alleati in una guerra (stavolta dichiarata) a Gheddafi, vittima designata oggi come allora, e al solito con posizioni tutt’altro che sovrapponibili. In più l’identificazione certa dei caccia francesi non sarebbe cosa facile da digerire nei rapporti bilaterali, visto che Parigi ha sempre negato che il 27 giugno 1980 i suoi aerei fossero in volo nel cielo di Ustica e, persino contro l’evidenza delle prove raccolte dalla magistratura italiana, ha sostenuto che nella base di Solenzara le luci furono spente alle cinque e mezza del pomeriggio. Il 2 ottobre del 1997, il segretario generale della Nato Javier Solana graziò Parigi consegnando al nostro governo la relazione di sei pagine di un team di specialisti dell’Alleanza atlantica che aveva incrociato tutte le tracce radar sopravvissute al buco nero, identificando in una tabella dodici caccia in volo quella sera (americani e britannici) ma evitando di apporre la bandierina su una portaerei e quattro aerei la cui presenza nella zona e all’ora della strage non veniva comunque messa in discussione. Un lavoro ripetuto più e più volte con i sistemi informatici in dotazione alla Difesa aerea dell’Alleanza e definito dagli stessi specialisti Nato senza alcuna possibilità di errore. Però reticente su un unico punto, cruciale: l’identificazione dei caccia francesi.

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Francesco Cossiga – fonte immagine

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Ma il radar di Poggio Ballone (Grosseto), all’epoca uno tra i più efficienti, aveva visto che tre di quegli aerei provenivano da Solenzara e a Solenzara erano rientrati dopo l’esplosione del DC9 Itavia. E il quarto – un aereo radar Awacs – era rimasto in volo sopra l’isola d’Elba registrando tutto ciò che era accaduto nel raggio di centinaia di chilometri, quindi anche a Ustica. Sarà un caso che il registro della sala radar con cui si sarebbero potuti incrociare i dati del tabulato non fu trovato durante il sequestro ordinato dal giudice istruttore Rosario Priore e che l’Aeronautica lo consegnò cinque giorni dopo senza il foglio di servizio del 27 giugno 1980? Sarà un caso che Mario Dettori, uno dei controllori, dichiarò a moglie e cognata che si era arrivati «a un passo dalla guerra» e poi fu trovato impiccato a un albero? Sarà un caso che il capitano Maurizio Gari, responsabile del turno in sala radar e perfettamente in salute, sia morto stroncato da un infarto a soli 32 anni? Sarà un caso che i capitani Nutarelli e Naldini, morti anche loro nella disastrosa esibizione delle Frecce tricolori nel 1988 a Ramstein, con il loro TF 104 abbiano incrociato quella sera tra Siena e Firenze il DC9 sotto cui si nascondeva un aereo militare sconosciuto e siano rientrati alla base di Grosseto segnalando per tre volte e in due modi diversi l’allarme massimo come da manuale (codice 73)?

C’è grande fibrillazione intorno a questa perizia della Nato su cui molti hanno cercato inutilmente di mettere le mani, in alcuni casi negandone addirittura l’esistenza. Ma il documento, un macigno sulle parole di chi ha sostenuto che il DC9 sia esploso per una bomba in un cielo deserto, ora è tornato a galla e ha consentito ai magistrati della Procura di Roma di preparare la partita finale di quest’indagine. Cinque rogatorie che potrebbero finalmente rendere giustizia alle 81 vittime di quella strage e di un segreto ancora inconfessabile.

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26 giugno 2011

fonte:  http://www.corriere.it/cronache/11_giugno_26/ustica-4-aerei-nascosti-andrea-purgatori_1cff96b4-9fc1-11e0-9ac0-9a48d7d7ce31.shtml

BASTARDI CRIMINALI! – Afghanistan: Muore bambina mentre trasporta bomba per un attentato alle forze di polizia

Afghanistan

Muore bambina mentre trasporta bomba per un attentato alle forze di polizia

Aveva 8 anni, le avevano nascosto l’ordigno in una borsa. L’esplosione non ha causato altre vittime

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MILANO – Una bambina afgana di 8 anni è morta nell’esplosione di una bomba nascosta nella borsa che le era stata affidata dai miliziani perchè la portasse alle forze di polizia afgane. Stando a quanto riferito domenica dal ministero dell’Interno afgano, la bambina è morta sabato nella provincia di Uruzgan, nel sud dell’Afghanistan, quando i ribelli hanno innescato a distanza l’ordigno.

CRIMINE IMPERDONABILE – «I nemici della pace e della stabilità hanno commesso un altro crimine imperdonabile e vergognoso – ha dichiarato il ministero – una borsa carica di esplosivo che le avevano detto di portare alla polizia». La bambina, «in buona fede, ha preso la borsa e si è diretta verso una vettura della polizia. Quando si è trovata vicino al veicolo, il nemico ha fatto esplodere la bomba a distanza, uccidendo la bambina innocente», ha aggiunto. L’esplosione non ha causato altre vittime.

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26 giugno 2011

fonte:  http://www.corriere.it/esteri/11_giugno_26/afghanistan-bambina-uccisa-trasportava-bomba_7a83204e-a016-11e0-9ac0-9a48d7d7ce31.shtml

RIFIUTI – Caldoro attacca la Lega: “Irresponsabili”. Il Carroccio: “Ciascuno pensi ai propri rifiuti”

RIFIUTI

Caldoro attacca la Lega: “Irresponsabili”
Il Carroccio: “Ciascuno pensi ai propri rifiuti”

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“La  Regione ha fatto tutto quello che poteva” dice il Governatore campano che ricevuto un avviso di garanzia per “epidemia colposa”. “Da oggi abbandoniamo i tavoli istituzionali”. Il capogruppo alla Camera Reguzzoni: “Irresponsabili sono Napoli e la Regione Campania”

Caldoro attacca la Lega: "Irresponsabili" Il Carroccio: "Ciascuno pensi ai propri rifiuti"

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NAPOLI – “Non ci sto, non ci sto, non ci sto”. Il presidente della Regione Campania Stefano Caldoro non trattiene la rabbia commentando l’avviso di garanzia per ‘epidemia colposa 1‘ ricevuto per l’emergenza rifiuti.
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Tre ‘non ci sto’ così spiegati: “A pagare le colpe di 15 anni di inadempienze e responsabilità dei comuni, responsabilità anche perduranti ancora oggi; a pagare le colpe dei ricatti e del boicottaggio della camorra; rispetto ai comportamenti irresponsabili, di fronte a questa emergenza nazionale, della Lega Nord”. “La Regione – continua Caldoro – ha fatto tutta la sua parte, avendo poteri minimi e residuali. Da oggi, finchè non ci saranno risposte forti da parte del governo e degli enti locali della Campania, abbandoniamo i tavoli istituzionali e nazionali presso il governo e la prefettura”.

Il reato contestato al Governatore è quello di epidemia colposa legato ad un atto omissivo ma Caldoro ricorda che finora “grazie alle intese” sono state trasferite in altre province della Campania ben 100mila tonnellate di spazzatura provenienti dalla provincia di Napoli. Poi chiama in causa i Comuni che “devono lavorare per l’autosufficienza. E’ un loro compito. Se c’è un’emergenza bisogna agire con misure adeguate. E se poi qualcuno ha 1150 tonnellate di rifiuti (facendo riferimento al Comune di Napoli, ndr) deve rispondere per 1150 tonnellate”.

Senza dimenticare il ruolo giocato dalla criminalità organizzata: “La camorra guadagna sulle crisi e sulle emergenze, e non ha nessun interesse che il sistema funzioni – aggiunge Caldoro – In alcuni quartieri di Napoli non ci sono sacchetti, in altri si è oltre ai limiti della sostenibilità, quartieri colpiti in maniera assurda dalla giacenza. Questa diversità è molto sospetta”

FOTO: IL CENTRO DI NAPOLI INVASO DAI SACCHI
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La Lega insiste. 
“Irresponsabili sono una città e una Regione che non riescono a far fronte ai propri rifiuti, che è il primo dovere di un’amministrazione”. E’ secca la replica del capogruppo della Lega Nord alla Camera, Marco Reguzzoni. “Ognuno di noi – aggiunge Reguzzoni – fa la raccolta differenziata, noi siamo al 65% e sono 30 anni che abbiamo il nostro inceneritore e le nostre discariche. Come governo abbiamo fatto molto per Napoli, per due volte. Adesso è ora che si rimbocchino le maniche e che ognuno pensi ai rifiuti di casa propria”.

Pdl. 
“Solidarietà a Caldoro, il Pdl è pronto a fare la propria parte”. Il vice-presidente dei senatori Pdl Gaetano Quagliariello difende il governatore campano: “Si va alla ricerca di capri espiatori. E’ giusto pretendere che tutti quanti hanno responsabilità di governo a tutti i livelli si facciano carico di un’emergenza che ormai è arrivata al limite del sopportabile e che potrebbe avere conseguenze tragiche”.

Pd. “Ci dispiace notare che il partito del Nord soffra di amnesia. Oggi i leghisti parlano di decreto truffa, tuttavia, nel ’95 quando Milano governata da un sindaco leghista e gia’ da Formigoni alla Regione, fu sommersa dai rifiuti, ebbe quindi fortuna che il grido d’allarme, allora lanciato dal sindaco Formentini, non cadde nel vuoto. L’Emilia Romagna governata da Bersani, non si tirò indietro e si rimboccò, già allora, le maniche. L’emergenza rifiuti di Milano fu quindi così risolta. Grazie all’aiuto delle altre Regioni” afferma Emanuele Fiano, presidente forum Sicurezza e Difesa del Partito Democratico.

Terzo Polo. Il governo “approvi entro martedì un decreto per l’emergenza rifiuti a Napoli” dichiarano in una nota congiunta i capigruppo del Terzo Polo a Montecitorio. “L’Italia – aggiungono – è ancora, e sempre sarà, una Repubblica unica ed indivisibile e il dovere della solidarietà nazionale non può venire meno per i ricatti, o peggio ancora per gli egoismi della Lega Nord. Il Terzo Polo è pronto a votare subito la legge di conversione in Parlamento, un testo che favorisca l’impegno e la collaborazione delle Regioni italiane per superare questa emergenza”.

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26 giugno 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/politica/2011/06/26/news/caldoro_rifiuti-18249001/?rss

Duro attacco a ministro Tremonti. Il sottosegretario Crosetto: ”Vuole far saltare il banco e il governo”

Duro attacco a ministro Tremonti. Il sottosegretario Crosetto: ”Vuole far saltare il banco e il governo”

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Il ministro Giulio Tremonti (Adnkronos)   Il ministro Giulio Tremonti (Adnkronos)
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ultimo aggiornamento: 26 giugno, ore 19:18
Roma. – (Adnkronos/Ign) – Affondo del sottosegretario alla Difesa all’indirizzo del ministro dell’Economia alle prese con la Manovra da 43 miliardi per arrivare, come chiesto dall’Europa, ad un pareggio di bilancio nel 2014: ”Una Manovra da psichiatra”. Baccini: ”Spero no tagli lineari ma Tremonti ha un compito difficile, va sostenuto”. Berlusconi: avanti fino al 2013, l’opposizione collabori per le riforme
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Roma, 26 giu. – (Adnkronos/Ign) – E’ scontro nel Governo sulla manovra da 43 miliardi a cui sta lavorando il ministro dell’economia Giulio Tremonti per arrivare, come chiesto dall’Europa, ad un pareggio di bilancio nel 2014. In attesa del vertice di maggioranza di martedì, oggi la giornata si è accesa con il duro affondo del sottosegretario alla Difesa Guido Crosettoal ministro Tremonti, accusato di voler ‘far saltare il banco e il governo’ con quella che il sottosegretario definisce senza mezzi termini una ‘Manovra da psichiatra’.
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In difesa del titolare del Tesoro, Mario Baccini, leader dei Cristiano popolari nel Pdl e componente della commissione Bilancio della Camera. “Una manovra da psichiatra? Non so su quali elementi abbia basato il suo giudizio Guido Crosetto. Certo, anch’io spero che non ci siano tagli lineari, ma questo è un momento in cui Giulio Tremonti, che ha un compito difficile, va sostenuto”, ha commentato all’Adnkronos. “Io ho solo le notizie che leggo sui giornali, in commissione -ricorda- ancora non ci sono documenti ufficiali”.
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“Mi pare che la priorità in questo momento -aggiunge- sia quella di combattere gli sprechi. E quindi i costi della politica vanno sforbiciati, così come quelli della burocrazia, delle aziende parallele allo Stato. Parliamo anche della riduzione del numero dei parlamentari: quello attuale aveva senso nel dopoguerra quando si trattava di avere una rappresentanza territoriale diffusa. Oggi con i mezzi di comunicazione disponibili non e’ piu’ cosi'”.
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AVANTI SAVOIA! – Tiro alla fune alla festa della Lega la corda si spezza sul Ticino, 30 feriti

Tiro alla fune alla festa della Lega
la corda si spezza sul Ticino, 30 feriti

La manifestazione organizzata dal Carroccio tra le sponde lombarda e piemontese
Il cavo teso attraverso il fiume ha ceduto facendo cadere tutti i lombardi

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Tiro alla fune alla festa della Lega la corda si spezza sul Ticino, 30 feriti La locandina della manifestazione

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Sono una trentina, secondo quanto si è appreso sul posto, i contusi e due le sospette fratture fra i militanti leghisti caduti a terra oggi pomeriggio, quando alla festa della Lega di Sesto Calende, si è spezzata la fune che era stata tesa sul Ticino per la sfida tra le due sponde. Tra i feritin il segretario regionale Giancarlo Giorgetti. La manifestazione lungo il fiume si è poco dopo conclusa, ovviamente più in fretta di quanto previsto.

Sul lungofiume di Sesto Calende è fra l’altro arrivato da poco il leader della Lega Nord Umberto Bossi. A piazza ormai semivuota, Bossi ha rinunciato al previsto intervento dal palco e si è seduto a sorseggiare una bibita ai tavolini all’aperto di un bar, senza fermarsi a parlare coi giornalisti. Il leader del Carroccio è in compagnia, tra gli altri, del capogruppo alla Camera Marco Reguzzoni, del presidente del Piemonte, Roberto Cota, del capo delegazione all’Europarlamento Francesco Enrico Speroni e dell’europarlamentare Mario Borghezio.

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26 giugno 2011

fonte:  http://milano.repubblica.it/cronaca/2011/06/26/news/tiro_alla_fune_alla_festa_della_lega_la_corda_si_spezza_ci_sono_feriti-18253708/?rss

CRISI – Luigi Abete: “La ricetta? tassiamo i ricchi”

La ricetta: tassiamo i ricchi

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La proposta di Luigi Abete, big del capitalismo nazionale, va dritta al punto: ‘la riforma fiscale è necessaria ma l’unica soluzione è quella di spostare il carico da un ceto all’altro’. Non la patrimoniale, ma qualcosa che ci assomigli. E più Iva

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di Paola Pilati

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Luigi Abete Luigi Abete

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La riforma fiscale? Dobbiamo farla, e farla oggi. Anche con una tassa sul patrimonio”. Grossa, è grossa. Che Luigi Abete sia impazzito? Come può essere che un rappresentante del padronato con la sua esperienza si trasformi in un tribuno? Eppure c’è una novità che spira dal fronte dei signori delle imprese. Un’aria da “discesa in campo” con mezzi e stile diversi da quelli utilizzati a suo tempo da Silvio Berlusconi. Se la politica è irresoluta, il governo litiga, le forze sociali sono piegate dalla crisi, e intanto l’industria perde posizioni a favore di India e Corea e il paese diventa il malato cronico d’Europa, Abete si prende il ruolo di centravanti di sfondamento e tira in porta: eccovi la proposta, basta meline.

Da un lato c’è il carattere dell’uomo, che pur non avendo dietro di sé un’impresa da Gotha industriale ha accumulato un cursus honorum record: ex presidente di Confindustria, presidente della Bnl conquistata dai francesi di Bnp Paribas, presidente da un biennio di quella tecnostruttura lobbistica del capitalismo che è l’Assonime (e pronto a un altro biennio), senza dimenticare il ruolo di “speaker” della consulta delle imprese di Roma, laboratorio di come dovrebbe evolvere viale dell’Astronomia. Dall’altro lato c’è l’interesse del ceto industriale a tracciare un percorso per far svoltare il paese, anche rompendo i recinti e le divisioni del proprio fronte: un “patronat” alla francese che metta insieme industria, banche, assicurazioni, commercio, e magari anche agricoltura e cooperative – sostiene Abete – ci darebbe più peso e ci farebbe stare meglio. E lavora per costruirlo. Ma andiamo con ordine.

Esporsi sul fisco, di questi tempi: chi ve lo fa fare?

“Una riforma fiscale è necessaria per la crescita del paese. Ma se vogliamo restare in Europa non possiamo illuderci che ci sia spazio per diminuire la pressione fiscale, e neanche sperare che le risorse arrivino dalla lotta all’evasione o dai tagli della spesa pubblica: la prima non produce cifre certe e valutabili preventivamente, i secondi sono destinati a farci rientrare nei parametri europei, non a sostenere i redditi”.

Dunque?
“C’è un solo sistema: spostare il carico fiscale da un ceto all’altro e su imposte più utili alla crescita”.

A chi toccherà più carico?
“Partiamo dalla prima mossa: chiediamo un forte spostamento del carico fiscale dalle imposte dirette all’Iva, concentrando il taglio dell’Irpef sui ceti meno abbienti. Di che grandezze sto parlando? Di 40 miliardi di Iva in più, che servono per alleggerire di 13 miliardi le imposte sui redditi più bassi, abbattendo l’aliquota minima del 23 per cento al 20; e che permetteranno di disporre di 8 miliardi da destinare a quanti si trovano sotto la soglia del reddito tassabile, e di altri 15 per integrare il sussidio di disoccupazione”.

Sull’aumento dell’Iva la Confcommercio è fieramente contraria perché, dice, farà diminuire i consumi. Il sindacato perché peserà sui più deboli. Cosa risponde?
“Che non è vero, perché se io aumento il reddito disponibile di quelle fasce che oggi devono stringere la cinghia, loro spenderanno di più, e quindi al contrario l’operazione rilancia la domanda interna. In questi anni i ceti abbienti non hanno cambiato sostanzialmente i loro consumi, anche a costo di sostenerli attingendo ai risparmi. Il risultato delle aliquote Iva agevolate sui beni di prima necessità, è che avvantaggiano proprio i più abbienti, che consumano di più, non gli altri. Noi pensiamo che si debba intervenire proprio su quelle aliquote del 4 e del 10 per cento, portando gradualmente tutto al 20 per cento. Comunque l’importante è che si intervenga massicciamente sull’Iva; gli interventi fiscali di cui si discute in questi giorni non sono una riforma ma un palliativo”.

E intorno al tabù delle rendite finanziarie, ci girate a largo?
“Neanche per sogno: anche qui, invece di avere una aliquota al 12,50 e una al 27, proponiamo di portare la tassazione di tutte le rendite finanziarie al 18-20 per cento; ed estendiamo la cedolare secca del 20 per cento sugli affitti dalle sole persone fisiche, a tutti”.

Cioè anche alle società?
“Bisogna far passare un principio: ovunque sia allocato il capitale, la tassazione deve essere uguale. Quindi una stessa aliquota per gli affitti, per le rendite finanziarie, e anche per gli utili d’impresa: tra profitto e rendita non ci devono essere differenze. Quindi riduciamo al 20 per cento anche l’Ires, l’imposta sulle persone giuridiche”.

Con che vantaggio per le imprese?
“Dodici miliardi di euro in meno”.

Una bella cifra. Dove li trova? L’aumento dell’Iva non basta.
“Eccoci al nodo. In un sondaggio tra i 5 mila imprenditori delle Assise confindustriale di Bergamo, alla domanda secca: “siete favorevoli a una patrimoniale?”, il 40 per cento ha risposto sì. Sorprendente, no? Ma testimonia che il clima in quel mondo è cambiato. E allora noi proponiamo un’imposta ordinaria minima a carico delle persone fisiche che abbia come riferimento il patrimonio. Basta l’uno per mille (è un settimo di quello che si paga in Svizzera) per racimolare 9 miliardi con cui pagare quasi tutto il taglio Ires: chi ha 50 milioni di patrimonio pagherebbe 50 mila euro, chi un milione, mille euro”.

Si chiama patrimoniale: si applicherebbe sulla casa, sulle azioni, sui depositi in banca…
“Sì. Ma si può decidere di escludere i patrimoni sotto una certa soglia, creare una franchigia sotto un certo valore. Soprattutto: non chiamiamola patrimoniale”.

E come, altrimenti?
“L’ho battezzata Ctc: “contributo ordinario per la trasparenza e la crescita”. Vorrei far capire che serve proprio per evitare una patrimoniale vera, cioè una tassa straordinaria a carico dei ricchi, con rischi elevati di stabilità per il paese: la Ctc è un modo per dare trasparenza alle variazioni patrimoniali che intervengno di anno in anno, è un’operazione di politica economica che colpisce l’evasione e il lavoro nero. Fondamentale, comunque, è che questa riforma, perché venga accettata da tutte le componenti sociali, sia realizzata tutta insieme”.

Cercare l’armonia sociale non è un po’ illusorio, quando è sotto gli occhi di tutti quanto è alta la tensione delle relazioni industriali tra padroni e sindacati, e anche all’interno della stessa Confindustria, con l’imminente addio della Fiat di Marchionne?
“Parlo da imprenditore: la Fiat ha tutto l’interesse a restare in Confindustria, perché solo così può scongiurare la conflittualità permanente in fabbrica e i mille ricorsi nei tribunali. E la Marcegaglia fa bene a perseguire un accordo con tutto il sindacato, perché un accordo solo con quello “maggiormente rappresentativo” non può bastare: la componente maggioritaria non è uguale in tutte le imprese, e come finirebbe se ci fosse un accordo di un tipo da un parte, di un altro tipo dall’altra?”.

Lo dica lei.
“Se salta la mediazione del sindacato, in molte imprese torniamo agli anni Settanta, con la pressione delle rivendicazioni senza alcuna regola: nella fabbrica dove le cose vanno bene – e che non può trasferirsi altrove – i lavoratori non si accontenteranno di 100 ma vorranno 300, e lo otterranno; le fabbriche che vanno male, finiranno per chiudere. In tutti e due i casi il sindacato non ha più ruolo, non serve più”.

E all’impresa fa più comodo che ci sia.
“Assolutamente sì. Nell’accordo del ’93 che oggi il ministro Sacconi tanto disprezza la regolamentazione della rappresentanza sindacale era già prevista, ma non si arrivò mai a norme stringenti perché nel frattempo erano scomparsi i Cobas, i sindacati di base, che proprio grazie alla democrazia diretta in fabbrica vennero neutralizzati nelle Rsu, la rappresentanze sindacali unitarie. Nessuno poteva immaginare che poi si sarebbe spaccato il fronte Cgil, Cisl, Uil: oggi le loro firme separate non bastano più, perché la maggioranza dei sindacati confederali non rispecchia necessariamente la maggioranza dei lavoratori in azienda”.

Quindi?
“Ci serve sia la maggioranza dei sindacati sia la ratifica dei lavoratori in fabbrica. E con una maggioranza del 51 per cento (Susanna Camusso deve rinunciare alla pretesa del 60 per cento): è nell’interesse di tutti, sindacati e imprese. Altrimenti si lascia campo libero ai nuovi Cobas, e le imprese diventeranno ingovernabili”.

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21 giugno 2011

fonte:  http://espresso.repubblica.it/dettaglio/la-ricetta-tassiamo-i-ricchi/2154302/10