Archivio | luglio 5, 2011

Il revisionismo (inutile ed inefficace) per demolire De André

Fabrizio de Andrè – Le storie di ieri

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Il revisionismo per demolire De André


Faber, 1970 – fonte immagine

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Emiliano Liuzzi di Emiliano Liuzzi
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Forse c’era da aspettarselo che un certo revisionismo avrebbe sfiorato le corde di una chitarra. Riscrivere la storia della musica italiana dell’ultimo mezzo secolo è un prurito difficile da trattenere, in un Paese che abbandona la memoria con la stessa facilità con la quale lascia un cane in autostrada prima della vacanza.

Nel tritarifiuti salottiero di un’estate grigia questa volta – ma non si preoccupi, è in buona e assolutamente eccelsa compagnia – è finito Fabrizio De André, Faber per gli amici, un poeta che ci ha lasciati quando aveva 58 anni e ancora molte storie da raccontare. Il sasso, manco a dirlo, lo lancia Rolling Stone, magazine nato con la voglia matta di replicare la versione statunitense senza mai riuscirci. Colpevole di una beatitudine da lui non voluta, visto che se n’è andato del 1999, e di una vita sregolata, l’alcol, il sequestro di persona, la famiglia alto borghese dalla quale proveniva.

E per un servizio che Rolling Stone scaglia, c’è un autorevole critico che raccoglie: Luca Beatrice, già critico d’arte contemporanea e curatore, per volontà dell’allora ministro Sandro Bondi, del Padiglione Italia alla Biennale di Venezia del 2009.

Torinese di nascita, brillante per vocazione, oltre a vantare una collaborazione fatta di stima reciproca con Vittorio Sgarbi, tra le innumerevoli attività, compresa la collaborazione per il giornale Hurrà Juventus, Beatrice scrive anche per il Giornale. E dalle colonne del Giornale, grazie all’assist di Rolling Stone, Beatrice demolisce De André, un “altezzoso” De Gregori, quell’avvelenato di Guccini e il “sopravvalutato” Vecchioni, a favore di un troppo presto dimenticato Lucio Battisti, quello che “senza cantare dal vivo e senza l’appoggio dei critici”, dunque della sinistra, ovvio, ha venduto più di tutti.

Probabile che sia vero: la critica non ha mai amato Battisti. E Battisti non ha mai suonato dal vivo perché accusato di aver finanziato gruppi politici di estrema destra. Sono stati anche questi gli anni Settanta. Ma non ne è di certo passato indenne l’altezzoso De Gregori, processato da un gruppo di autonomi durante un concerto dal quale stentò a riprendersi per qualche anno, né De André che già nel 1969 non piacque quando riscrisse con la Buona Novella la storia di Gesù di Nazareth attraverso i Vangeli apocrifi. “Noi andiamo a fare la rivoluzione e tu ci vieni a dare lezioni di teologia”, si sentiva dire con toni non certo aperti a chiarificazioni.

Ma i revisionisti una cosa dimenticano: Battisti era Mogol, e quando finì il sodalizio non ci regalò più niente. De André era Faber, uno che da Spoon River, tradotto insieme a Fernanda Pivano, è arrivato a Creuza de ma, in dialetto genovese, la mulattiera del mare che è riuscita a raccontare il Mediterraneo e i suoi popoli marginali e che ti entrano nella pelle come la più forte delle libecciate.

Fortuna che proprio attraverso il Giornale per anni, pre e post mortem, abbiamo capito chi era davvero Faber, grazie a un signor giornalista che porta il nome di Cesare G. Romana che è l’unico biografo riconosciuto non solo di De André, ma anche di quella generazione che comprende trent’anni di musica italiana che porta i nomi di Umberto Bindi, Piero Ciampi, Lucio Dalla, Gino Paoli. “Lo conobbi nel 1964. Aveva appena scritto la Canzone di Marinella”, scriveva Romana, “mi disse che parlava di una ragazza di vita annegata da un delinquente. Me la lesse. Mi aspettavo una pagina di cronaca nera e trovai una favola partita tra i fiordalisi e finita tra le stelle. Gli dissi: credo che lei sia un genio, ma di dischi ne venderà pochi” Azzeccai solo la prima parte della frase”.

Probabilmente l’avrebbe azzeccata anche in quel lontano 1964 Romana, se una voce miracolosa non avesse preso la Canzone di Marinella e trasformata, come soltanto la voce di Mina riesce a fare.

Nel luglio del 2011, invece, Beatrice, l’attuale critico culturale del Giornale, attacca così il suo mini pamphlet: “Ci sono voluti oltre quarant’anni per infrangere uno dei più granitici tabù del sistema musicale italiano: Fabrizio De André non è il mito che ci hanno fatto credere dopo la morte, ma un uomo pieno di contraddizioni, protagonista certo della scena cantautorale degli anni Settanta, ma tutto sommato con ben poca originalità. Un sopravvalutato, insomma”.

Con il beneplacito di Luca Antonelli di Rolling Stone, Beatrice, novello Woody Allen alla Manhattan, allunga la lista dei sopravvalutati. Una lista che in quel film comprendeva comicamente e per bocca di Diane Keaton Van Gogh, Beethoven, Mahler, Francis Scott Fitzgerald, Ingmar Bergman.

L’idea della demolizione postuma, che va a stuzzicare anche tutte le derivazioni celebrative commerciali e mediatiche di Faber, in alcuni casi ampiamente discutibili, sa tanto di ripicca e di vendetta, di quel gesto da oppresso della domenica come il Fantozzi che esasperato dalla Corazzata Potemkin si sente finalmente in grado di ribellarsi: “è una cagata pazzesca”.

Eppure De André non era Ejzenstejn. O almeno non ha rappresentato un élite della canzone d’autore nei termini in cui la vuole porre Beatrice. La sua poetica e la sua musica sono state amate, e prima di tutto acquistate, da un numero sempre più consistente di ascoltatori. De André è stato nazionalpopolare nelle vendite, come lo sono stati Guccini e De Gregori, Dalla e Battisti. Pezzi consistenti, “affari”, del business italico della musica, l’industria italiana del cantautorato di cui ancora oggi, e per fortuna, riceviamo l’ombra lunga in termini compositivi e melodici.

Se poi si passa alle contraddizioni, le stigmate della colpa di una vita sregolata e dissennata, ma col culo parato del babbo ricco, accusa infamante per il duo Beatrice/Antonelli, ci si perde davvero in un bicchier d’acqua. L’invidia del duo revisionista si quintuplica proporzionalmente alla stima, al rispetto e all’affetto che Faber ha suscitato e trascinato con sé soprattutto dopo la morte.

Una vicinanza di cuore e di pancia, di anima e di spirito che un Battisti, per esempio, non è riuscito a creare né in vita né da morto. E non ci si può mettere lì col bisturi o col manuale semplificato della destra contro la sinistra per comprenderne i motivi.

Il sentimento sincero di umanità che il De André post mortem ha provocato spontaneamente nelle gente, nel popolo, non può essere trascinato nel fango di una polemica rancorosa. Quel sentimento esiste e resiste, magari da qualcuno cavalcato e gonfiato per un prime time televisivo, ma c’è. Un voler bene limpido e puro come lo si vorrebbe ad un fratello maggiore o a un papà che si è fatto gli affaracci suoi suoi regalandoti la libertà di sognare ed amare attraverso gli accordi di una chitarra.

Andare oltre sarebbe un’esagerazione. E parlando di De André, noi che ci ostiniamo a considerarci orfani della sua voce e delle sue parole, rischieremmo di esagerare. Quello che ci ha lasciato in eredità ci basta e avanza. Siamo sicuri che ci avrebbe detto ancora molte cose, ci avrebbe raccontato di strade inesplorate dagli uomini e da Dio. Ci accontentiamo, lo ringraziamo ancora per l’eredità e continueremo a celebrarlo. Nonostante fosse borghese, scavato dall’alcol, mangiato nella vita da un sequestro di persona. De André ci ha emozionato, è stato con noi, nei nostri viaggi, coi nostri amori, in una musicassetta o in un I Pod, lui c’è sempre stato. E continuerà a esserci.

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fonte:  http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/07/05/la-smania-di-revisionismo-per-demolire-de-andre/141467/

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Fabrizio de André – La cattiva strada

Fabrizio De Andrè – NELLA MIA ORA DI LIBERTA’

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Nei barrios che respirano l’amianto. Lacrime, sudore e occhi sgranati

Nei barrios che respirano l’amianto
Lacrime, sudore e occhi sgranati

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In Colombia l’eternit è legale: così un regista-blogger italiano sta lavorando per raccontare la tragedia dell’indifferenza

In Colombia, l’eternit e’ ovunque. Infesta l’Amazzonia e la periferia di Bogota’, i barrios di Medellin e quelli di Cartagena che goffamente cercano di clonare Miami, dove un appartamento non si affitta mai a meno di due milioni di pesos. Le citta’ straripano di rivendite

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di LORENZO CAIROLI
Lorenzo Cairoli, regista-giramondo, è uno dei più noti blogger italiani. In Sudamerica sta realizzando un documentario per raccontare la tragedia dell’eternit
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CARTAGENA
Di fronte a Cartagena c’è un’isola chiamata Tierra Bomba, la Ellis Island colombiana. E’ qui che i negrieri spagnoli mettevano in quarantena gli schiavi che arrivavano dall’Africa. Sull’isola ci sono quattro villaggi. A Boca Chica si ammassa la metà della popolazione dell’isola, più di quattromila persone che campano di pesca, turismo occasionale ed espedienti. Il 70% vive in estrema indigenza, senza nemmeno il sussidio minimo che lo Stato riconosce ai desplazatos, senza acqua potabile, senza fognature, senza servizi igienico-sanitari, con un bongo, una grande canoa, che approvvigiona l’isola d’acqua due volte la settimana. Gli altri villaggi sono Punta Arena, Tierra Bomba e Caño dell’Oro, un pueblo dove brujeria e superstizione impregnano ogni momento della giornata. A Caño dell’Oro c’era un Lazzareto per malati di lebbra. Nel 1950 lo chiusero. Trasferirono i pazienti a Cartagena e decisero di bonificare la struttura. Quando chiesero all’allora presidente Mariano Ospina Perez che fare del Lazzareto, lui rispose lapidario: «Radetelo al suolo» e un istante dopo ordinò alla sua aviazione di bombardarlo. Da ex ingegnere pratico di beghe minerarie, l’idea che le bombe avrebbero spazzato via dall’isola ogni traccia del Mycobacterium leprae, gli parve geniale. I colombiani quando devono a risolvere un problema spinoso sono spesso così. Estremi, senza mezze misure. Ma anche capaci di un lassismo sconcertante, specie quando di mezzo c’e’ la loro salute.

In Colombia l’eternit è ovunque. Infesta l’Amazzonia e la periferia di Bogotà, i barrios-favelas di Medellin e quelli di Cartagena che goffamente cercano di clonare Miami, dove un appartamento non si affitta mai a meno di due milioni di pesos. Le città straripano di rivendite di eternit, di depositi di eternit di seconda mano, di eternit usato, di scarti di eternit, di discariche di eternit, di eternit che cade a pezzi e che si sbriciola nell’aria inquinata delle città diffondendo le micidiali fibre d’amianto, simili a sottilissimi spilli che se respirati si saldano agli alveoli polmonari provocando malattie incurabili. L’asbestosi se si è fortunati, altrimenti il mesotelioma pleurico contro il quale non esiste cura. Di eternit sono le tettoie ondulate di quasi tutte le baracche e le case, le moltissime cisterne per l’acqua potabile, i tetti degli asili, delle scuole, le pensiline delle strutture sportive – campi di calcio, campi di baseball, piste di pattinaggio. Quando l’eternit si spacca finisce nelle strade, lo gettano nei canali, lo scaricano in riva al mare, lo impilano e se lo dimenticano nei cortili delle scuole, persino nei parchi dei bambini dove lo usano addirittura per costruirci altalene di fortuna e scivoli. I gamin, i dalit di Colombia, che passano le giornate a cercare cibo nei sacchi dell’immondizia e a inalare la colla industriale dei calzolai, riciclano le lastre ondulate di eternit come materassi.

Quando abbiamo incominciato ad occuparci del fenomeno abbiamo coinvolto studenti delle università di Cartagena, Barranquilla e della Tadeo Lozano di Bogotà. Non appena gli spiegavamo quanto l’eternit fosse micidiale cadevano dalle nuvole, ci guardavano con un sorriso un po’ ebete, le ciglia inarcate, le labbra torte, quasi gli stessimo rifilando un pesce d’aprile. «Se fosse vero – rispondeva la maggior parte di loro – si saprebbe, ne parlerebbe la tivu, lo leggeremmo sui giornali. Sono solo leggende metropolitane. Come i cellulari cancerogeni». Per dimostrargli che era tutto vero, gli mostravamo articoli, ricerche, statistiche, spezzoni di documentari. E il loro iniziale scetticismo si tramutava rapidamente in orrore puro. La fabbrica di eternit più vicina a Cartagena è a Barranquilla, in Via 40, nell’area industriale de La Loma. Ma ce ne sono altre. A Cali, ad esempio e nella periferia di Bogotà. Insieme al regista Andres Lozano abbiamo fatto un esperimento. Dopo aver parlato del rischio amianto con gli studenti, abbiamo coinvolto anche un gruppo di operai della Eternit di Barranquilla. L’incontro e’ avvenuto in una sala di un vecchio ristorante della citta’. Abbiamo mostrato loro alcuni frammenti della puntata di «Hotel Patria» in cui il direttore de «La Stampa» Mario Calabresi intervistava i parenti delle vittime dell’amianto della Eternit di Casale Monferrato. Abbiamo tradotto loro parola per parola. Abbiamo spiegato loro che la commercializzazione dell’eternit in Italia è cessata tra il 1992 e il 1994, dopo che nella città di Casale Monferrato e nell’intera provincia di Alessandria sono morte più di 1600 persone per esposizione ad amianto e ancora continuano a morire, nonostante la chiusura della fabbrica e le bonifiche. Abbiamo spiegato loro che in 52 paesi del mondo l’eternit e l’amianto sono fuori legge e che dal 1986 l’organizzazione Mondiale della Sanità ha sancito che l’esposizione a qualunque tipo di fibra e a qualunque grado di concentrazione in aria va evitata in quanto causa di cancro. Ma la sua lobby non ha mai smesso di uccidere. Messa al bando in Europa, la lobby dell’eternit è sbarcata in Centro e in Sud America e con la complicità delle dittature – vedi Somoza in Nicaragua – vive una nuova età dell’oro. Il miliardario svizzero Stephan Schmidheiny, uno dei due imputati nel maxi-processo di Torino, prima di infestare d’amianto il Sudamerica si è creato fama di paladino dell’ambiente, di campione del capitalismo ecologicamente responsabile. Il paradosso è che mentre le sue fabbriche producevano eternit e morte, massacrando i suoi operai e loro famiglie, lui giocava a fare il filantropo, a difendere le foreste dell’Amazzonia, a recitare un ruolo da protagonista nel summit della terra a Rio de Janeiro del 1992.

Solo tre paesi in Sud America hanno leggi che tutelano la loro popolazione contro l’eternit e l’amianto – Cile, Argentina, Brasile. La Colombia, purtroppo, no. Quando abbiamo smesso di parlare con gli operai della Eternit di Barranquilla e di filmarli un gelo improvviso è calato su di loro. Sedevano quasi tutti con il capo chino, silenziosi, in balìa di pensieri atroci. Qualcuno aveva gli occhi umidi. Qualcuno torceva le labbra come per comprimere un malessere che gli saliva forte dal cuore. Quell’intervista li aveva messi a nudo. Li aveva costretti, per una volta, a mettere da parte la loro capacità di sdrammatizzare anche gli eventi più estremi. La risata fragorosa di Dayro ora assomigliava a un rantolo, l’ironia seducente di Erwin appariva per la prima volta goffa e inadeguata. Quando una troupe leva le tende, tra cavi, cavalletti, bauli, flash, gelatine, microfoni, microfoni da sfilare, si muove rumorosa come una mandria in un film di John Ford. In quella sala, invece, tutto è stato riposto e portato via con una delicatezza e in un silenzio che anche in macchina e ormai lontani dal ristorante, nessuno di noi si è sentito in vena di infrangere.

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05 luglio 2011

fonte:  http://www3.lastampa.it/esteri/sezioni/articolo/lstp/410096/

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NE FACESSERO UNA GIUSTA – Camera boccia abolizione delle province. Determinante astensione Pd

Camera boccia abolizione delle province
Determinante astensione Pd, polemiche


La ci darem la mano.. – fonte immagine

 

Affossata la proposta di legge Idv. Di Pietro: vince la casta. Casini contro Bersani. Democratici spaccati al voto sull’art.1

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Il risultato del voto alla Camera

ROMA – La Camera ha affossato la proposta di legge dell’Idv sulla soppressione delle province, respingendo il mantenimento del primo articolo del testo, quello che cancellava le parole «le province» dal Titolo V della Costituzione. I voti contrari sono stati 225, quelli a favore 83. Gli astenuti sono stati 240. Contro la richiesta si è espressa la maggioranza, anche se qualcuno nel Pdl si è astenuto. A favore, oltre all’Idv, il Terzo polo. Il Pd si è astenuto. L’Assemblea ha continuato l’esame del testo, di fatto svuotato.

Il Pd si è astenuto ma il non voto, frutto di una mediazione faticosa, non soddisfa molti, tra i quali Walter Veltroni, convinti che si sarebbe dovuto votare per la soppressione delle province: sia per mandare sotto la maggioranza sia per mandare un messaggio ai cittadini. Il Pd partiva da una contrarietà all’emendamento Idv, che propone la soppressione tout court delle province. Opposizione che era già stata espressa in dichiarazione di voto quando un mese fa l’Aula aveva già affrontato l’argomento e alla fine deciso di rinviare il voto finale. Il dilemma oggi era come giustificare il cambio di posizione rinnegando la proposta del Pd che chiede una riduzione e una razionalizzazione delle province ma non la loro abolizione. E a fronte di chi difendeva la linea sostenuta finora, molti, come Veltroni e Castagnetti, hanno chiesto di votare con Idv e Udc per l’abolizione. L’ex segretario avrebbe evidenziato che in questo clima politico e sociale il Pd non poteva votare in aula con il Pdl e Lega e poi, nel merito, bisognava mandare «un messaggio non demagogico ma innovativo» sul fronte della lotta agli sprechi della casta. Alla fine la mediazione tra le varie posizioni, raggiunta dopo ore di discussione, è stata l’astensione votata manifestata in Aula.

«Si è realizzata una maggioranza trasversale della casta, una cosa da prima Repubblica – attacca Di Pietro – Si è consumato un tradimento generalizzato degli impegni elettorali da destra e da sinistra. C’è stata una gara tra i partiti nel non far seguire le promesse della campagna elettorale per eliminare gli sprechi della politica». Di Pietro definisce inoltre «patetico il comportamento di chi, all’interno della nostra coalizione, ha chiesto un rinvio per riflettere: sull’abolizione delle Province si rinvia da 51 anni».

«Noi abbiamo le nostre proposte, non ci facciano tirate demagogiche. La nostra proposta è di ridurre e accorpare le Province perchè bisogna anche dire come si fa perchè alcune cose nelle Province sono inutili e altre utili come ad esempio il fatto che si occupino dei permessi per l’urbanistica». replica Bersani.

Casini: «Mi dispiace molto perchè il Pd ha perso l’occasione per fare una cosa saggia visto che se avessero votato a favore il governo sarebbe andato in minoranza e poi si sarebbe mandato un segnale perchè dividere le competenze tra Regioni e Comuni non sarebbe un peccato di lesa maestà». Così il leader dell’Udc critica la decisione del Pd di astenersi.

«Si parla tanto di soppressione delle province, ma perchè nessuno fa notare che andrebbero soppressi i prefetti» dice il capogruppo della Lega Marco Reguzzoni intervenendo nel dibattito . Immediata la replica di Rosy Bindi del Pd: «che ne pensa il ministro dell’Interno della proposta del suo capogruppo di abolire i prefetti?».

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Martedì 05 Luglio 2011
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La Cassazione: basta mariti violenti stop a subcultura maschilista in famiglia

La Cassazione: basta mariti violenti
stop a subcultura maschilista in famiglia

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fonte immagine

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ROMA – La Corte di Cassazione d’ora in poi rifiuterà la concessione delle attenuanti ai mariti violenti che invocano clemenza sostenendo di prendere ancora ad esempio il modello del padre e marito padrone. Non ci sarà dunque nessuna scusante per quella che viene definita dai supremi giudici «subcultura maschilista e intollerante» di quegli uomini che pensano di avere «il controllo della situazione», in famiglia usando le offese e la violenza nei confronti della moglie senza accettare il principio dell’uguaglianza dei coniugi e senza rendersi conto dell’ormai avvenuto cambiamento dei costumi.

Per questi motivi la sesta sezione penale della Cassazione ha confermato la condanna per maltrattamenti in famiglia e lesioni personali aggravate nei confronti di Nazareno C., un marito pugliese che per trent’anni, a partire dal secondo giorno di matrimonio, aveva vessato la moglie Archina D.G. che solo dopo tanto tempo ha deciso di denunciarlo.

A Nazareno C., marito violento, che chiedeva una condanna più mite, i supremi hanno risposto che «atteggiamenti derivanti da subculture in cui sopravvivono autorappresentazioni di superiorità di genere e pretese da padre/marito-padrone» non possono essere assolutamente prese in considerazione per mettere in dubbio la mancanza di consapevolezza nella commissione delle prevaricazioni nè, tanto meno, possono mettere in discussione «l’imputabilità» del despota familiare. «Il fatto che tali atteggiamenti siano proseguiti per ben trent’anni – sottolinea la Cassazione con la sentenza 26153 – non può essere considerato un elemento che porta alla concessione delle circostanze «scriminanti o attenuanti», in quanto costituisce «il costume abituale di un anacronistico pater familias maschilista e intollerante, refrattario alla modificazione del costume e alla vigenza delle leggi della Repubblica che hanno progressivamente dato attuazione al principio costituzionale di uguaglianza tra i coniugi».

Per tre decenni Nazareno C. aveva trattato la moglie Archina «come un oggetto di sua esclusiva proprietà alla quale si sono poi ribellati i figli, in particolare quella femmina, che ha dato forza alla madre per ribellarsi e denunciare l’uomo». Confermato così il verdetto severo emesso dalla Corte d’Appello di Bari il 18 maggio 2009 che aveva convalidato la pronuncia emessa dal Tribunale di Foggia il 17 ottobre 2005. Il verdetto della Cassazione è stato esteso da Franco Ippolito, segretario generale della Suprema Corte e braccio destro del primo presidente Ernesto Lupo.

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Martedì 05 Luglio 2011

fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=155082&sez=HOME_INITALIA

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SE NON ORA QUANDO? – Boom di adesioni a Siena, le donne in piazza Duomo

Boom di adesioni a Siena
le donne in piazza Duomo

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Il logo di "Se non ora quando?"

Per la due giorni del movimento “Se non ora quando?” la sede dell’incontro era inizialmente Santa Maria della Scala, ma la partecipazione boom costringe a cambiare luogo

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dall’inviato di Repubblica LAURA MONTANARI

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Boom di adesioni a Siena le donne in piazza Duomo

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SIENA – Troppo piccolo il complesso museale di Santa Maria della Scala per accogliere le donne di “Se non ora, quando?”. La manifestazione indetta dal movimento che si è creato dopo il 13 febbraio, ha avuto in questi ultimi giorni un boom di adesioni e dalle 200-300 iniziali si è passati a oltre mille. Risultato: in fretta e furia è stato trovato grazie alla collaborazione del sindaco di Siena Franco Ceccuzzi, una nuova lacation, la centralissima piazza Duomo. “Lo spazio fra la cattedrale e il vecchio ospedale di Santa Maria della Scala – spiega Tatiana Campioni, direttrice del complesso museale – ci è sembrata la soluzione ideonea, allestiremo un palco e per terra metteremo il grande striscione esposto al Pincio “Vogliamo un paese che rispetti le donne” che servirà come tappeto”.

Oltre 120 i comitati rappresentati, un migliaio le adesioni arrivate al blog http://senonoraquando13febbraio2011.wordpress.com, un’affluenza record se si considera che è estate.

Ma “Se non ora quando”? L’incontro il 9 e 10 luglio a Siena Lo spot

I partecipanti arriveranno – in qualche caso anche con autobus speciali – da tutta Italia, da Bassano del Grappa, da Napoli, da Palermo, da Bari, da Massa Carrara. Molti degli alberghi di Siena hanno esaurito i posti disponibili: già assegnati i posti letto offerti ai partecipanti dalle famiglie senesi (più di una sessantina), l’organizzazione ha chiesto ai cittadini di metterne a disposizione di nuovi.

I lavori si apriranno sabato 9 alle (?, dato mancante nell’originale, n.d.m.) con la proiezione di un video sulla manifestazione di febbraio e l’intervento di rappresentanti del comitato nazionale “Se Non Ora Quando?”, seguite poi dagli interventi dell’economista Tindara Addabbo, da Linda Sabbadini dell’Istat e da Sabina Castelfranco della Stampa estera, corrispondente della Cbs. Proseguiranno nel pomeriggio con uno spazio dedicato ai comitati locali e gli interventi – fra gli altri – di Lorella Zanardo (la regista che ha firmato il documentario “Il corpo delle donne”), Sofia Sabatino (portavoce nazionale Rete degli studenti)  e Souheir Katkhouda – (presidente Associazione donne musulmane d’Italia), per poi passare a un flashmob in Piazza del campo alle 19.

Domenica si discuterà di come strutturare la rete delle donne in Italia: la chiusura (prevista per le 13.30) è affidata a Cristina Comencini. Fra i rappresentanti del mondo della politica e del sindacato che interverranno Susanna Camusso, Giulia Buongiorno, Flavia Perina e Livia Turco.

Per chi non sarà a Siena, sarà possibile seguire l’evento sul web con una diretta streaming radio e tv (www.esemplaretv.com), tramite il blog di Se non ora quando (60mila accessi a giugno), la pagina Facebook Se Non Ora Quando (5mila amici e 45.829 contatti a giugno) e l’account twitter @comitato13febbraio2011. Sul blog le indicazioni su come contribuire alla raccolta fondi per finanziare l’evento.

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05 luglio 2011

fonte:  http://firenze.repubblica.it/cronaca/2011/07/05/news/troppe_adesioni_a_siena_le_donne_in_piazza_duomo-18707962/?rss

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Incentivi energie rinnovabili, un mistero targato Lega Nord

Incentivi energie rinnovabili, un mistero targato Lega Nord

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di Marco Mancini

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Nella giornata di ieri è stato licenziato il testo della nuova manovra finanziaria correttiva per cercare di rimanere all’interno dei parametri europei in merito al debito pubblico, la quale ora dovrà essere vagliata dal Capo dello Stato. Come al solito non sono mancate le polemiche, tralasciamo quelle “ad aziendam” e tante altre che fanno discutere, ma ci concentriamo su ciò che ci sta più a cuore: i finanziamenti per le energie pulite. Un vero e proprio mistero.

Ma andiamo con ordine. Secondo alcune indiscrezioni, nel testo della manovra compare questa dicitura:

Allo scopo di ridurre il costo finale dell’energia per i consumatori e le imprese a decorrere dal primo gennaio 2012, tutti gli incentivi, i benefici e le altre agevolazioni, comunque gravanti sulle componenti tariffarie relative alle forniture di energia elettrica e del gas naturale, previsti da norme di legge o da regolamenti sono ridotti del 30 per cento rispetto a quelli applicabili alla data del 31 dicembre 2010.

Tutto ciò significa che se prima di questo decreto sulla bolletta pagavamo una certa quota (i famosi Cip6) che veniva destinata anche (non solo) alle energie rinnovabili, ora questi dovrebbero essere tagliati del 30%. Mai che ne facessero una buona. Questa gabella vera e propria è stata per anni criticata in quanto, secondo la dicitura, sarebbe dovuta essere destinata alle fonti rinnovabili o assimilate. In quell’”assimilate” è rientrato di tutto, dagli inceneritori a, soprattutto, il nucleare.

Ora che gli italiani hanno definitivamente bocciato il ritorno all’atomo, si sperava che i miliardi che finora erano stati destinati in quell’ambito, fossero investiti in progetti rinnovabili, ma la Lega Nord, per una forte pressione del Ministro Calderoli, ha deciso che sono troppi, e vanno tagliati. Non ci facciamo ingannare dalla cifra del 30%. Infatti noi non risparmieremo un terzo della bolletta (magari!), ma la decurtazione dalle nostre tasche sarà di appena il 3%, perché quella cifra va applicata ad una singola voce, non all’intera bolletta, il classico specchietto per le allodole. In pratica se paghiamo una bolletta media di 50 euro, riusciremo a risparmiare appena un euro e mezzo. In compenso però, a livello nazionale, vengono a mancare diverse centiaia di milioni da investire nell’ambito delle rinnovabili.

Parlavamo però di mistero. Infatti giorni fa, quando i leghisti proposero di inserire questa norma, i Ministri Romani e Prestigiacomo si opposero. Nel testo di ieri, l’articolo di riferimento (il 35) si diceva fosse realizzato in 11 commi, eppure dal Quirinale fanno sapere che i commi sono appena 9, in pratica sarebbero stati eliminati gli ultimi due che riguardano proprio il taglio appena descritto. Insomma, questa riduzione degli incentivi ci sarà oppure no? Lo scopriremo solo se il Capo dello Stato deciderà di approvare il testo (e non è detto che lo faccia).

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05 luglio 2011

fonte:  http://www.ecologiae.com/incentivi-energia-pulita-tagli/43396/

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Ogm, primo sì del Parlamento europeo al divieto per la loro coltivazione

PER MOTIVI AMBIENTALI

Ogm, primo sì del Parlamento europeo al divieto per la loro coltivazione

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fonte immagine

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BRUXELLES – Il Parlamento europeo in plenaria, “e con una maggioranza schiacciante”, si è espresso a favore del diritto degli stati membri (e delle loro regioni) di vietare la coltivazione nel loro territorio di organismi geneticamente modificati (Ogm), anche se sono autorizzati a livello comunitario. Secondo il testo dell’Europarlamento, che ora dovrà essere approvato a maggioranza qualificata dagli stati membri in consiglio Ue, i divieti nazionali di coltivazione di un Ogm autorizzato a livello europeo saranno possibili anche sulla base di motivazioni ambientali.

“E’ positiva la decisione del Parlamento europeo di consentire agli stati membri di limitare o vietare la coltivazione di organismi geneticamente modificati (ogm) per ‘motivi ambientali’, come lo sviluppo dalla resistenza ai pesticidi e la tutela della biodiversità – spiega, in una nota, la Coldiretti – un orientamento che rafforza la decisione dell’Italia di chiedere l’applicazione della clausola di salvaguardia a livello comunitario proprio per mantenere il territorio nazionale libero da ogm, come richiesto dalla maggioranza dei cittadini. In Italia, per la conformazione morfologica dei terreni e le dimensioni delle aziende, non sarebbe possibile evitare le contaminazioni ambientale e sarebbe violata – continua la Coldiretti – la sacrosanta libertà della stragrande maggioranza degli agricoltori e cittadini di avere i propri territori liberi da Ogm”.

Sulla base dei risultati dell’ultima indagine annuale Coldiretti-Swg, ‘le opinioni di italiani e europei sull’alimentazionè, il 73% dei cittadini italiani che esprimono una opinione, ritiene che i prodotti alimentari contenenti organismi geneticamente modificati siano meno salutari rispetto a quelli tradizionali”.

Per i deputati europei, gli stati membri dell’Ue dovrebbero avere la possibilità di vietare o limitare la coltivazione di colture geneticamente modificate, e poter addurre motivi ambientali per farlo. Il progetto di modifica alla legislazione vigente, adottato con 548 voti in favore, 84 contrari e 31 astensioni, passerà ora al Consiglio per l’ulteriore discussione.

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05 luglio 2011

fonte: http://www.repubblica.it/economia/2011/07/05/news/ogm_s_del_parlamento_europeo_al_divieto_per_la_loro_coltivazione-18712920/

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