Archivio | luglio 6, 2011

“Don’t clean up this blood”. Da Genova a Chiomonte: “Non lavate il sangue”

Da Genova a Chiomonte: “Non lavate il sangue”

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di Roberta Covelli Roberta Covelli
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Riot police surround an injured anti-globalisation protester lying on a pavement in central Genoa. Photograph: Sergei Karpukhin/Reuters

Mark Covell on his treatment at the hands of Italian police AUDIO

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Frattura della mano sinistra. Otto costole rotte. Un polmone perforato. Molti denti persi. Mark Covell rimase in coma per quattordici ore e, solo grazie ai medici, non fu arrestato e portato a Bolzaneto. La sua colpa? Quella di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato: a Genova, davanti alla Diaz, la sera del 21 luglio 2001. “Don’t clean up this blood” qualcuno scrisse su un foglio, alla Diaz, dopo il massacro. Non lavate questo sangue.

Vorrei credere che ormai i fatti di Genova siano storia e che per questo non ci sia bisogno di ribadire le responsabilità di quella repressione, ma non è così. Non solo, infatti, non  si riconosce la repressione del dissenso pacifico, ma, da allora, si è rafforzata ancor più l’idea che manifestare, per un’idea o contro qualcosa, non sia più un diritto inviolabile sancito dall’articolo 21 della nostra Costituzione. Insomma, manifestate, sì, ma a vostro rischio e pericolo e, possibilmente non disturbate né il manovratore né i passeggeri di questo treno che si dirige ad alta velocità verso il baratro.

E oggi, a due anni dalla sua improvvisa scomparsa, mi torna in mente Beppe Cremagnani. Lo avevo conosciuto ad un incontro sulla mafia al nord, insieme a Nando dalla Chiesa. Non avevo mai preso la parola in pubblico e ci provai quel giorno, una calda giornata dell’aprile 2009, con una domanda sul “che fare?” che iniziava, per rompere il ghiaccio, con l’ingenua premessa che, se c’era un mestiere che avrei voluto fare da grande, era proprio quello di giornalista. Alla fine dell’incontro, mi avvicinai con il cofanetto del suo documentario: mi regalò una splendida e affettuosa dedica, che custodisco gelosamente.

Insieme a Beppe Cremagnani ripenso a quel documentario, che pubblicò con Deaglio e Portanova: Governare con la paura. Cioè l’uso sistematico della retorica della sicurezza, dell’aumento delle forze dell’ordine, della militarizzazione del territorio. Un’analisi senza qualunquismo, senza A.C.A.B., ma con lo sguardo attento dei giornalisti liberi, in grado, come l’intellettuale pasoliniano, di dare un quadro d’insieme a pezzi di storie tra loro distanti. Perché Genova è indissolubilmente legata a Vicenza, a Brescia, a Chiomonte. E non capire il passato, perdere il vizio della memoria, porta a non comprendere il presente e a lasciare il proprio futuro in balìa delle decisioni altrui.

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Caricato da in data 24/apr/2009

“Governare con la paura”, si riferisce alla strategia sperimentata nel luglio del 2001 per le strade del capoluogo ligure invase dai manifestanti no global. Finì in tragedia. Oggi gli stessi modi di operare vengono riproposti dai vari decreti sicurezza approvati dal governo Berlusconi. Mano dura contro i più deboli, gli extracomunitari, contro chi protesta e non si adatta alle regole imposte dallalto. Sicurezza è la parola dordine in base alla quale lopinione pubblica deve accettare nuove regole che limitano la libertà e i diritti dei singoli.

“Governare con la Paura” è il nuovo film di Enrico Deaglio e Beppe Cremagnani, con Mario Portanova, diretto da Luca Caon.

Un libro e due dvd raccolti in un cofanetto (“Fare un golpe e farla franca” + “Governare con la paura”) che raccontano la storia degli abusi del potere in Italia dal G8 di Genova ai giorni nostri.

“Governare con la Paura”, dal 20 aprile in libreria a 18 €. E’ possibile acquistarlo attraverso lo shop online di Picomax. Segui il link per l’acquisto: http://shop.picomax.it/scheda.aspx?id=737

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06 luglio 2011

fonte:  http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/07/06/da-genova-a-chiomonte-non-lavate-il-sangue/143469/

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L’INTERVISTA – Grecia, bancarotta inevitabile: prima fallisce, meglio è. Altrimenti poi toccherà a Portogallo, Spagna e Italia

Grecia: prima fallisce, meglio è

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“La bancarotta ormai è inevitabile. L’intervento di Ue e Fondo monetario può al massimo rinviarla di un anno. Meglio dichiarare il default subito. Altrimenti poi toccherà a Portogallo, Spagna e Italia”. La tesi di un economista

Charles Wyplosz Charles Wyplosz

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di Federica Bianchi

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La Grecia non potrà evitare un default. Lo temono in molti, più gli economisti che i politici per la verità. A dirlo esplicitamente in una conversazione con “l’Espresso” è Charles Wyplosz, professore di Economia internazionale all’Istituto di studi internazionali di Ginevra e sempre a Ginevra direttore dell’International centre for monetary and banking studies.

“La Grecia ha due opzioni”, spiega Wyplosz: “O trova l’accordo con il Fondo monetario internazionale e l’Unione europea e rimanda il default di un anno oppure annuncia subito che non riuscirà a ripagare i suoi debiti e comincia a trattare con i creditori”. In ogni caso sarà bancarotta perché il Paese è insolvente. “Non vedo, e non la vedono nemmeno i mercati, un’altra soluzione al problema”.

A cercarla sono impegnati i governi di mezza Europa che non si rassegnano all’inevitabilità del default di uno, per quanto piccolo, degli Stati membri. Perché l’evento potrebbe scoperchiare un pericoloso vaso di Pandora dalle dimensioni ignote. L’incubo dei politici è una bancarotta a catena che rischia di coinvolgere il Portogallo (verosimile) e l’Irlanda (meno probabile grazie al rigore fiscale del Paese). Per poi contagiare pesi massimi come Spagna e Italia, forse nemmeno in quest’ordine. Con un impatto sul cambio dell’euro (di quanto sarà costretto a svalutare?) e sulle casse non solo della Banca centrale europea, che sta facilitando il salvataggio della Grecia e degli altri paesi in difficoltà con i suoi finanziamenti alle banche, ma anche di numerosi gruppi bancari europei. Alla fine il risultato sarebbe il solito: a pagare il conto del patatrac sarebbero ancora una volta i risparmiatori, ma anche, con ogni probabilità, tutti i cittadini-contribuenti, attraverso un inevitabile innalzamento di tasse e imposte. E se l’aumento delle tasse è di per sé un avvenimento sgradito anche in un periodo di crescita della ricchezza, diventa detestabile e pericoloso nel bel mezzo dell’attuale congiuntura che vede l’economia impegnata in un’estenuante lotta con la recessione. Senza contare che per i big dell’Eurozona si avvicinano a grandi passi delicate scadenze elettorali: nel 2012 in Francia e in Spagna, nel 2013 in Germania e in Italia. Con il temuto verdetto popolare sulle politiche di questi ultimi anni.

Nicolas Sarkozy ha fiutato il vento. Consapevole anche del fatto che le banche francesi (Bnp Paribas in testa) sono le più esposte verso la Grecia, il presidente francese ha messo sul piatto una nuova proposta per il salvataggio: le banche europee potrebbero ristrutturare il 70 per cento delle obbligazioni greche che arriveranno a maturazione nei prossimi tre anni. Il 50 per cento verrebbe reinvestito in nuovi titoli greci con scadenza trentennale al tasso equivalente a quello garantito ai prestiti dell’Fmi mentre il 20 per cento sarebbe investito in obbligazioni a coupon zero con rating di tripla A a garanzia del recupero del capitale. Il piano ricalca il “Brady Plan” varato con successo nel 1989 per alcuni paesi dell’America Latina, con cui fu concesso alle banche di scambiare i crediti verso i paesi emergenti con veicoli finanziari facilmente commerciabili, consentendo loro di eliminare i debiti dai bilanci.

Il tallone d’Achille di questo tipo di soluzione è la volontarietà dell’azione delle banche. Alla quale non si può rinunciare perché altrimenti sarebbe ufficialmente sanzionato il default greco. Ottenere l’impegno delle banche, peraltro, non è semplice. “Perché una ristrutturazione volontaria del debito greco abbia successo occorre che il 100 per cento delle banche aderisca all’operazione”, spiega Wyplosz. “Ma io dubito fortemente che lo faranno. Per i disobbedienti l’opportunità sarebbe troppo ghiotta”.

In ogni caso, secondo l’economista svizzero, saranno gli stessi greci che a un certo punto si opporranno a ulteriori misure di austerità perché si renderanno conto che non portano a nessun tipo di miglioramento. “Se sei un greco e vedi ogni giorno aumentare le tasse ma diminuire il Pil, quanto potrai resistere?”. Le proteste a Syntagma, la piazza di Atene vicino al parlamento dove culmina ogni protesta greca, si intensificheranno così come gli scioperi, mentre aumenterà la pressione su una classe politica ritenuta incapace di gestire la crisi economica e sociale.

Per l’Europa – è la tesi di Wyplosz – sarebbe molto più semplice accettare la bancarotta della Grecia e persino sopportare il successivo default del Portogallo, infliggendo perdite ai bilanci delle banche e, infine, subendo la svalutazione dell’euro. A quel punto, anzi, potrebbe tirare un sospiro di sollievo. Già, perché un euro più debole stimolerebbe la ripresa europea. Lentamente, come stanno facendo ora gli Stati Uniti forti di un cambio basso, anche l’Europa potrebbe ripartire con l’export e crescere. E non ci sarebbe alcun bisogno per la Grecia di uscire dall’euro. Certo alcune banche europee ci perderebbero e una gran parte dei debiti della Bce verrebbe “socializzata”. Ovvero, buona parte dei costi del default sarebbe addossata ai contribuenti come è avvenuto durante la crisi dei subprime nel 2008. “Ma prima la Grecia farà bancarotta e minori saranno le conseguenze per il resto d’Europa”, ribadisce sicuro Wyplosz: “Se le avessero concesso di fallire l’anno scorso a quest’ora saremmo già fuori della crisi. Se aspetteranno ancora un altro anno diventerà sempre più plausibile il default di Italia e Spagna, e a quel punto il danno sarà immenso non solo per l’Europa ma per tutto il mondo”.

La recessione che colpirebbe Italia e Spagna potrebbe estendersi prima all’Europa, per poi arrivare fino agli Usa. Anche le economie di Brasile e Cina ne risentirebbero pesantemente. “Glielo abbiamo detto più e più volte ai politici che i loro piani di finanziamento non funzioneranno, ma loro non ascoltano. La loro scommessa è che evitando il collasso greco, i cittadini europei si tranquillizzeranno e li rieleggeranno”, si sfoga Wyplosz. Che aggiunge: “Il problema dell’euro non è l’economia. L’euro ha dietro di sé una struttura forte. Il problema sono i partiti populisti, come la Lega in Italia, che potrebbero scegliere di attaccare strumentalmente l’euro per ottenere vantaggi politici”. Eppure senza euro il marco tedesco schizzerebbe alle stelle paralizzando le esportazioni tedesche, mentre la valuta dei paesi del Sud, Italia inclusa, diventerebbe carta straccia.

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04 luglio 2011

fonte:  http://espresso.repubblica.it/dettaglio/grecia-prima-fallisce-meglio-e/2155332

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LA SENTENZA – Eccidi nazisti del 1944, nove condannati a Verona

LA SENTENZA

Eccidi nazisti del 1944
nove condannati a Verona


Inaugurazione del cippo in ricordo della strage a Monchio, 1954 Foto: Istituto storico di Modena – fonte immagine

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Almeno un ergastolo ciascuno per gli ex ufficiali e sottoufficiali tedeschi responsabili di stragi sull’appennino Tosco-emiliano. Risarcimenti per i parenti delle vittime, l’Anpi, province e comuni interessati


Attesa per la sentenza al Tribunale di Modena – fonte immagine

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ROMA – Il Tribunale militare di Verona ha condannato nove, tra ex ufficiali e sottoufficiali tedeschi, oggi tutti novantenni, per gli eccidi nazisti del 1944.  I fatti si svolsero lungo l’Appennino tosco-emiliano, e i nove militari hanno tutti subito condanne ad almeno un ergastolo ciascuno.
La sentenza è stata letta in tarda serata dal Giudice Vincenzo Santoro dopo una lunga camera di consiglio.
La corte ha deciso il “non luogo a procedere” per altre tre persone perchè nel frattempo decedute.

L’ergastolo è stato inflitto a Ferdinand Osterhaus 93 anni, all’epoca sottotenente, Alfred Luhmann, 86 anni (caporale), Fritz Olberg, 89 anni (sottotenente), Wilhelm Karl Stark, 90 anni (sergente), Helmut Odenwald, 91 anni(capitano), Hans Georg Karl Winkler, 88 anni (sottotenente), Erich Koeppe di 91 anni (tenente), Karl Friedrich Mess di 89 anni e Herbert Wilke 92 anni. I condannati facevano pare della divisione “Herma Goehring” una sorta di corpo di spedizione per Spezzare la resistenza ma che colpì anche la popolazione civile trucidando, nel solo modenese, 140 persone.
La sentenza riguarda in particolare le stragi di Monchio, Costrignano e Susano nel modense, di Cervarolo nel reggino e Vallucciole di Arezzo. Risarcimenti sono stati stabiliti per i parenti delle vittime, l’Anpi, i comuni interessati, la Provincia di Modena e la Regione Emilia Romagna.

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06 luglio 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/cronaca/2011/07/06/news/eccidi_nazisti_del_44_nove_condannati-18773541/?rss

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LA MANIFESTAZIONE – Protestano in piazza i direttori dei penitenziari italiani “Le celle non sono ‘discariche’ sociali”

Protestano i direttori dei penitenziari italiani
“Le celle non sono ‘discariche’ sociali”

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I dirigenti degli istituti di pena sono scesi in piazza per protestare contro l’attuale sistema carcerario: sovraffollamento, la tensione, la mancanza cronica di personale e un contratto di lavoro che non c’è mai stato e che viene regolato “per analogia” a quello dei funzionari di polizia. A metà luglio il ministro Brunetta ha promesso che si “aprirà un tavolo” di contrattazione. Domani protestano gli agenti

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di CARLO CIAVONI

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Protestano i direttori dei penitenziari italiani  "Le celle non sono 'discariche' sociali"

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ROMA  –  “Ecco, guardi qua, sfogli pure l’Ordinamento Penitenziario. Sono 136 articoli, ne legga uno a caso e si accorgerà che neanche uno, dico, neanche uno, viene di fatto rispettato”. A parlare così è Enrico Sbriglia, direttore del carcere di Trieste, ma soprattutto segretario generale del SIDIPE, il sindacato che rappresenta la maggior parte dei dirigenti. Davanti a palazzo Vidoni, sede del Ministero della Funzione Pubblica, ci sono molti di loro, provenienti da tutta Italia a rappresentare i disagi nei  216 penitenziari. Protestano “vestiti a lutto” per denunciare la crisi drammatica del sistema carcerario. Un sistema che non li ha ancora neanche contrattualizzati, e li costringe a far riferimento alle norme che regolano i rapporti di lavoro dei funzionari della Polizia di Stato. “Come se facessimo lo stesso mestiere”,  commentano. E aggiungono: “E comunque con una simpatica differenza: che il nostro stipendio non è soggetto alle stesse loro dinamiche, ma è fermo alle fasce minime. Da sempre”.  

La promessa di Brunetta. Una delegazione è stata ricevuta da un alto funzionario del Ministero, il dottor Gallozzi il quale, evidentemente su mandato del ministro, ha assicurato che entro la metà di questo mese si aprirà un tavolo di contrattazione su tutta la “partita”, che riguarda il contratto di lavoro, ma soprattutto le misure che il governo dice di voler adottare per risolvere la questione del sovraffollamento delle celle e dell’applicazione di tutte le norme dell’Ordinamento penitenziario, compresa – ad esempio – quella scritta al Capo II, paragrafo 5: “Gli istituti penitenziari devono essere realizzati in modo tale da accogliere un numero non elevato di detenuti o internati. Gli edifici devono essere dotati, oltre che di locali per le esigenze di vita individuale, anche di locali per lo svolgimento di attività in comune”.

Il peso sugli agenti di custodia. Nel frattempo però, in carcere si continua a vivere in celle di pochi metri quadrati, in condizioni igieniche spesso inaccettabili e che diventano luoghi dove maturano stati di tensione e violenza capaci di mettere a durissima prova  gli agenti di polizia penitenziaria, già appesantiti da una congenita carenza di personale. La manifestazione dei direttori delle carceri italiane è servita anche a ricordare, una volta di più, che a fronte di una capienza complessiva di poco più di 45 mila detenuti, gli istituti di pena ne ospitano attualmente circa 68 mila. “Tutta gente – dice un’alta funzionaria del Dap, il Dipartimento centrale dell’Amministrazione penitenziaria  –  che potrebbe benissimo scontare la sua pena con misure alternative. sono la maggior parte del mondo penitenziario, che hanno trasformato le nostre carceri in ‘discariche sociali’, dove è il disagio dei nostri tempi a prevalere e non il crimine a prevalere. Il problema – ha aggiunto – è che in questi ultimi anni  ha prevalso una politica punitiva, alimentata da un bisogno di sicurezza più indotto che reale. Una politica che però viene smentita dalla realtà. Risulta infatti che la reiterazione del reato è molto più frequente fra chi ha un passato da rinchiuso in in cella per 20 ore al giorno senza fare niente, piuttosto che fra quanti ha goduto di misure alternative”.

Le solidarietà della politica. Sandro Savi, responsabile del settore carcerario per il Partito Democratico, ha partecipato alla manifestazione: “Il PD è al fianco dei dirigenti degli Istituti penitenziari e degli uffici dell’esecuzione penale esterna, le strutture che si occupano delle misure alternative al carcere. Nelle attuali drammatiche condizioni del nostro sistema penitenziario  –  ha aggiunto Savi – non è accettabile che dopo cinque anni di vacanza contrattuale il governo non abbia attivato la negoziazione per questi operatori impegnati ogni giorno a garantire legalità, umanità e cura delle persone detenute. L’annunciato blocco per ulteriori quattro anni delle contrattazioni del pubblico impiego avrebbe per questo settore effetti devastanti di vuoto normativo e di precarizzazione di professionalità fondamentali dello stato”.

La lotta di Pannella.
“Lo Stato italiano – ha detto Mario Staderini, segretario di Radicali Italiani, presente assieme ad Emma Bonino al sit in –  ad ogni livello, continua a trattare le carceri come discariche sociali, dove i direttori degli istituti e chi vi lavora sono abbandonati, al pari dei detenuti, in una voragine che inghiotte tutto, dalla legalità ai diritti umani. Perfino i diritti sindacali, visto che molti direttori hanno dovuto prendere un giorno di ferie per manifestare”. “L’amnistia che chiediamo – ha sottolineato la vicepresidente del Senato, Enna Bonino, ricordando lo sciopero della fame di Marco Pannella iniziato a fine aprile – è innanzitutto per la Repubblica, per la condotta criminale contraria alla Costituzione e alle convenzioni internazionali di cui le istituzioni sono quotidianamente responsabili. Su questo aspettiamo che la Rai apra degli spazi di informazione e dibattito per gli italiani”Erano presenti anche il segretario di Nessuno Tocchi Caino, Sergio D’Elia, il senatore radicale Marco Perduca e la segretaria dell’associazione Radicale,  “Il detenuto ignoto”, Irene Testa.

Domani la protesta degli agenti. Domani a protestare a Roma saranno invece gli agenti penitenziari. “L’ugl polizia penitenziaria – ha annunciato il segretario nazionale dell’Ugl polizia penitenziaria, Giuseppe Moretti – prosegue nella sua campagna per la tutela della dignità e della sicurezza del corpo e proclama una manifestazione nazionale per domattina alle 10, a Roma. Da tempo reclamiamo l’attuazione di un piano straordinario per le carceri  –  ha aggiunto – che preveda l’assunzione di almeno 5 mila agenti per far fronte al disastroso problema del sovraffollamento degli istituti penitenziari, ma finora le nostre richieste sono rimaste inevase. Inoltre rivendichiamo un riallineamento di funzionari, ispettori e sovrintendenti ai colleghi della polizia di stato, come da impegni presi dal ministro della giustizia”.

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06 luglio 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/solidarieta/volontariato/2011/07/06/news/protestano_i_direttori_dei_penitenziari_italiani_le_celle_non_possono_essere_discariche_sociali-18763348/?rss

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A VIAREGGIO, IN OTTOBRE – Premio ‘Marenostrum’ sulla cultura migrante 2011. Iscrizioni aperte per la sezione Video

Premio ‘Marenostrum’ sulla cultura migrante 2011

Il premio che si tiene a Viareggio in ottobre

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Il 15 ottobre 2011 a Viareggio si terrà la VI edizione del Premio Giornalistico/Letterario “Marenostrum” dedicato alla cultura migrante in Italia.
Il Premio è organizzato e promosso dalla Associazione Nazionale Puntocritico ONLUS.

Per la prima volta quest’anno è stata istituita una sezione speciale VIDEO dedicata ai cortometraggi ed alle produzioni per internet allo scopo di premiare i migliori contenuti sia di carattere giornalistico che di auto rappresentazione sul tema delle migrazioni. Scopo della sezione VIDEO del premio è riconoscere il ruolo di denuncia documentazione, e promozione socio/culturale che i materiali video possono svolgere nel contrasto del razzismo, delle discriminazioni e delle fobie connesse ai fenomeni migratori che coinvolgono l’Italia.
La sezione VIDEO del premio è organizzata in collaborazione con l’Associazione LiberaRete (che sviluppa i contenuti della testata webtv Libera.tv ) e si svolge sotto il patrocinio della Federazione dei Media Digitali Indipendenti – FEMI.

Il premio per la sua sezione VIDEO, nella sua prima edizione, è aperto ad opere anche già pubblicate e distribuite o veicolate dalla rete sempre che esse mantengano un carattere di forte attualità. All’opera vincitrice verrà attribuito un premio di 500 (cinquecento) euro. Il Comitato di Gestione si riserva la possibilità di assegnare ulteriori premi anche a seguito di altri patrocini di Enti e privati

Le opere partecipanti verranno sottoposte al giudizio insindacabile di una giuria composta da: Gianpaolo Colletti Presidente della FEMI – Federazione dei Media Indipendent; Emanuele Giordana Giornalista, Saggista, Inviato; Jacopo Venier Direttore di Libera.Tv (www.libera.tv); Filippo Del Bubba Videomaker e collaboratore del canale Babel/Sky; Lucio Racano Direttore di NTNN (http://www.ntnn.info/it/home/) .

Chiunque voglia partecipare può consultare il regolamento completo della sezione VIDEO del Premio Marenostrum 2011 all’indirizzo:
http://www.puntocritico.net/2011/06/20/bando-marenostrum-video/

Tutte le informazioni sul Premio Marenostrum, sul bando letterario/giornalistico, sulle precedenti edizioni, sul palmares sono invece disponibili all’indirizzo:
http://www.puntocritico.net/argomenti/premio-mare-nostrum/

Per contatti ed ogni informazione utilizzare la mail: info@libera.tv

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29 giugno 2011

fonte:  http://www.lettera22.it/showart.php?id=11759&rubrica=24

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Web, Agcom approva schema regolamento su diritto autore

Web, Agcom approva schema regolamento su diritto autore


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ROMA (Reuters) – L’Autorità per le Garanzie nelle comunicazioni ha approvato oggi a larga maggioranza uno “schema di regolamento in materia di tutela del diritto d’autore sulle reti di comunicazione elettronica”.

Lo si legge in un comunicato stampa della stessa Agcom.

Il provvedimento sarà ora sottoposto a consultazione pubblica per 60 giorni, in modo tale da acquisire tutte le proposte e le osservazioni dei soggetti interessati dalla misura.

Lo schema del regolamento è diviso in due parti. La prima è relativa alle misure da sviluppare per favorire l’offerta legale e la promozione effettiva dell’accesso ai contenuti da parte degli utenti, la seconda contiene invece una serie di misure a tutela del diritto d’autore e si articola in due fasi: una relativa al procedimento dinanzi al gestore del sito, la seconda al procedimento dinanzi all’Autorità.

La procedura, specifica l’Agcom, non prevede alcuna misura di inibizione dell’accesso a siti Internet.

Nei giorni scorsi, in vista dell’approvazione da parte delle autorità del provvedimento, il mondo del Web si era mobilitato contro la delibera sul diritto d’autore, considerata una limitazione alla libertà della Rete e ieri a Roma è stata organizzata una manifestazione di protesta contro la delibera che ha visto la partecipazione di blogger, giornalisti, artisti, politici, tra cui Dario Fo, Emma Bonino e Antonio Di Pietro.

“Abbiamo messo a punto un testo attentamente riconsiderato, dal quale sono state eliminate ambiguità e possibili criticità, fugando così qualsiasi dubbio sulla proporzionalità e sui limiti dei provvedimenti dell’Autorità e sul rapporto tra l’intervento amministrativo e i preminenti poteri dell’autorità giudiziaria”, ha commentato il presidente dell’Agcom Corrado Calabrò, precisando che il provedimento “verrà ora sottoposto a una nuova consultazione pubblica che prevede un ampio termine per far pervenire osservazioni e suggerimenti”,

“E’ nostra intenzione stimolare un dibattito approfondito e aperto a tutti i contributi e a tutte le voci della società civile, del mondo web e di quello produttivo, della cultura e del lavoro”. .

LE DUE FASI DEL PROCEDIMENTO

Per quanto riguarda le misure a tutela del diritto d’autore e le due fasi del procedimento, una dinanzi al gestore del sito e l’altra dinanzi all’autorità, l’Agcom precisa: “Nella prima fase, se riconosce che i diritti del contenuto oggetto di segnalazione sono effettivamente riconducibili al segnalante, il gestore del sito può rimuoverlo lui stesso entro 4 giorni, accogliendo la richiesta rivoltagli (notice and take down)”, si legge nel comunicato.

“Nella seconda fase, qualora l’esito della procedura di notice and take down non risulti soddisfacente per una delle parti, questa potrà rivolgersi all’Autorità, la quale, a seguito di un trasparente contraddittorio della durata di 10 giorni, potrà impartire nei successivi 20 giorni (prorogabili di altri 15) un ordine di rimozione selettiva dei contenuti illegali o, rispettivamente, di loro ripristino, a seconda di quale delle richieste rivoltegli risulti fondata”.

La procedura dinanzi all’Autorità, fa sapere l’Agcom, non è sostitutiva della via giudiziaria e si blocca in caso di ricorso al giudice di una delle parti.

— Sul sito http://www.reuters.it le altre notizie Reuters in italiano. Le top news anche su http://www.twitter.com/reuters_italia

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06 luglio 2011

fonte:  http://it.reuters.com/article/topNews/idITMIE7650H820110706?sp=true

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Manovra Fiscale bocciata dalle Regioni

Manovra Fiscale bocciata dalle Regioni

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di Ester

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Manovra fiscale? No! Alle Regioni proprio non piace! Infatti la super manovra fiscale  varata dal Governo, comprensiva dei tagli previsti dalla delega fiscale, ’vale’ 68 miliardi, così dichiara il ministro Tremonti  in una conferenza stampa dove annuncia pure che ci saranno diverse “correzioni” dei conti per 51 miliardi,nel dettaglio, nel 2011 pari a 2 miliardi, nel 2012 a 6 mld, nel 2013 a 18 miliardi, nel 2014 a 25 mld, vanno infatti ad aggiungersi dalla delega assistenziale 2 miliardi nel 2013 e 15 mld nel 2014. Complessivamente, quindi, la manovra consiste in 68 miliardi. Ma questa Finanziaria proprio non va giù alle Regioni, nemmeno a quelle guidate dai partiti “amici”. Infatti  le regioni ed enti locali bocciano la manovra finanziaria e chiedono un “incontro urgente” al premier Silvio Berlusconi per chiederne una “radicale modifica”. “Riteniamo che la manovra non assicuri possibilita’ al governo territoriale e cosi’ com’e’ comporta la non governabilita’ del territorio”, ha affermato il presidente della Conferenza delle regioni, Vasco Errani, nel corso di una conferenza stampa congiunta con Anci e Upi. “C’e’ una legge disattesa secondo la quale nell’impostazione della manovra serve un confronto tra livelli istituzionali”, ha sottolineato Errani confermando l’annullamento dell’incontro di oggi tra governo, regioni ed enti locali.

Il presidente della Conferenza delle regioni annuncia che la Conferenza unificata di domani sara’ utilizzata per illustrare le “ricadute concrete nel Paese” della manovra, Errani, si legge in una nota di agenzia ha anche dichiarato:”Chiediamo  un incontro urgente con il premier in cui si assuma la responsabilita’ sulle ricadute della manovra su servizi, sanita’, assistenza sociale, trasporto pubblico e sostegno alle imprese”.

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06 luglio 2011

fonte:  http://www.altopascio.info/2011/07/06/manovra-fiscale-bocciata-dalle-regioni/

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CHI SPECULA SULLA CRISI? – Tutti contro le agenzie di rating. Barroso: “Pregiudicano il mercato”

Tutti contro le agenzie di rating
 Barroso: “Pregiudicano il mercato”

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Il presidente della commissione Ue critica la decisione di Moody’s di abbassare il rating del Portogallo. E si chiede perché non ci siano agenzie europee. Durissimo il ministro delle Finanze tedesco: “Bisogna porre un limite alla loro influenza”. Intanto le Borse sono in calo

Tutti contro le agenzie di rating  Barroso: "Pregiudicano il mercato" Jose Manuel Barroso

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BRUXELLES – Tutti contro le agenzie di rating, accusate di turbare “senza motivi reali” i mercati finanziari. Il primo, durissimo affondo viene dal presidente della commissione Ue, Jose Manuel Barroso dopo il downgrade di Moody’s sul Portogallo. Barroso non esclude la possibilità di varare leggi europee che prevedano la possibilità di ricorrere giudiziariamente in sede civile contro giudizi scorretti delle agenzie sulla solidità creditizia delle nazioni europee. “Mi sembra strano – dice – che nessuna delle agenzie sia europea. Cio significa che potrebbero esserci pregiudizi sui mercati quando si arriva alla valutazione di specifiche questioni europee”. “prevedo possibili sviluppi – aggiunge – sulla possibilità di creare agenzie di rating europee”.

L’accusa del Presidente della Commissione tocca al cuore il ruolo delle agenzie, ossia il valore delle loro valutazioni. “In assenza di fatti nuovi sull’economia portoghese – ha affermato Barroso in conferenza stampa – che potrebbero giustificare la nuova valutazione, le decisione di ieri di un’agenzia di rating non danno maggiore chiarezza, anzi aggiungono un elemento speculativo alla situazione”. “Con tutto il rispetto per quella specifica agenzia di rating – ha aggiunto Barroso – le nostre istituzioni conoscono un pò meglio il Portogallo”.

Le agenzie – ha motivato Barroso – “sono un attore del mercato per questo non sono immuni dai cicli dei mercati e dagli errori che ne derivano”. Il Presidente della Commissione ha ricordato che il taglio di ieri di Moody’s al rating del suo paese è avvenuto subito dopo “aver varato il piano con il Fmi e Bce” a sostegno di Lisbona. “Se il Portogallo rispetterà gli impegni si potrà vedere tramite la valutazione trimestrale” della stessa Commissione, considerata, dal suo Presidente, assai più rigorosa. Quanto al cammino che attende Lisbona per uscire dalla crisi, “se il Portogallo continuerà” sula strada della riforme “avrà successo e la crescita tornerà”.

E’ “discutibile” la decisione presa ieri da Moody’s di abbassare il rating del Portogallo, in quanto non basata su valutazioni ma solo su ipotesi. Lo ha affermato il portavoce del commissario Ue agli affari economici e monetari Olli Rehn.  “Questa decisione dell’agenzia – ha proseguito – confligge con la nuova partenza del Paese che ha avviato un programma di contrasto del deficit che va anche al di là di quanto richiesto”. Il Paese è “determinato senza ambiguità” a rimediare alla situazione dei suoi conti, e a raggiungere l’obiettivo che gli ha dato la Commissione europea, ha precisato.

Fortemente critico anche il ministro delle Finanze tedesco, Wolfang Schaeuble, che non giustifica il downgrade di Moody’s sul Portogallo e dice che bisogna “rompere l’oligopolio” delle agenzie di rating e porre un “limite” alla loro influenza. “Dobbiamo rompere l’oligopolio delle agenzie di rating”, dice Schaeuble, secondo il quale il Portogallo è “alla fine della curva” riguardo all’applicazione delle raccomandazioni della troika (Ue, Bce, Fmi) sulle riforme.

Intanto, proprio per effetto delle valutazioni di Moody’s sulla crisi portoghese, tutti i mercati azionari europei viaggiano al ribasso.

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06 luglio 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/economia/2011/07/06/news/tutti_contro_le_agenzie_di_rating-18747929/?rss

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IRAN: La prossima guerra dell’America

IRAN: La prossima guerra dell’America

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SEYMOUR HERSH E I LIMITI DEL LIBERISMO

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DI RICHARD BECKER
globalresearch.ca

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La politica degli Stati Uniti verso l’ Iran non si basa sull’ ‘intelligence’, sbagliata o altro; si basa sul desiderio di dominare una regione geo-strategica.

“Ci sono numerose prove che includono alcune delle valutazioni più riservate dell’ intelligence americana, suggeriscono che gli Stati Uniti potrebbero correre il rischio di ripetere un errore simile a quello commesso con l’ Iraq di Saddam Hussein 8 anni, sostenendo ansie relative alle politiche di un regime tirannico distorcendo la nostra stima delle capacità militari dello stato e le sue intenzioni.”
Seymour Hersh in previsione di un attacco statunitense all’ Iran, 3 giugno su Democracy Now

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Seymour Hersh è oggi probabilmente il più noto reporter investigativo degli Stati Uniti. Lui diede la notizia del massacro di My Lai in Vietnam nel 1970 ed ha aiutato a dare risalto allo scandalo delle prigioni di Abu Ghraib in Iraq nel 2004. Questi ed altri articoli critici nei confronti delle azioni del governo Americano, ed una rete di collegamenti all’ interno dello stato di sicurezza nazionale, hanno reso Hersh una figura importante nei circoli progressisti ed oltre.

Dal 2005, un tema centrale degli articoli di Hersh è stato quello di un imminente attacco militare all’ Iran. Questo è ripetuto nel suo ultimo articolo sulla rivista New Yorker: “L’ Iran e la Bomba: Quanto è Reale la Minaccia”. Nell’ articolo, correttamente fa notare che, contrariamente alle affermazioni degli Stati Uniti, non ci sono prove che l’ Iran stia sviluppando armi nucleari, ma avverte di un attacco americano sulla linea dell’ invasione dell’ Iraq del 2003.

Alcune delle precedenti previsioni di Hersh riguardo azioni militari americane contro l’ Iran avevano una specifica connotazione temporale. Nessuna si è rivelata accurata. Molti dei suoi scritti su Stati Uniti ed Iran si basavano su informazioni da “insider” del Pentagono ed altre fonti provenienti da agenzie di intelligence, spesso da lui lodate. In tale relazione, la domanda è: è lo scrittore che usa le fonti o il contrario?

Un’ altra domanda: Come poteva l’ esercito americano, già impantanato nelle guerre di Iraq e Afghanistan/Pakistan, intraprendere un’ altra guerra, contro l’ Iran, uno stato ancora più grande e forte?

Non ci sono dubbi che l’ amministrazione Obama, come la precedente, stia cercando un cambio di regime in Iran. Stava usando diverse metodologie per contenere, dividere e sovvertire l’ Iran tramite sanzioni economiche, operazioni segrete e circondandolo con l’ esercito USA. Washington è un forte sostenitore del “Movimento Verde” in Iran, che ha una forte base tra le classi medie ed alte.

La guerra psicologica, anche, viene intrapresa come un altro aspetto della campagna del cambio regime. Hersh è nutrito da disinformazione da parte di unità di guerra psicologica consapevoli che, data la sua credibilità, i suoi articoli verranno letti in lungo e largo, anche dai leader iraniani?

Guerra in Iraq: nessun ‘errore’ di una ‘pessima intelligence’

In “L’ Iran e la Bomba” Hersh rafforza la falsità fondamentale del motivo per cui gli Stati Uniti hanno invaso e occupato l’ Iraq nel 2003: ovvero “pessima intelligence”.

Ha espresso dispiacere per il fatto che i leader Statunitensi potevano ripetere lo “sbaglio” che ha portato all’ invasione dell’ Iraq, consigliando che lo “sbaglio” fu causato dal “sostenere ansie relative alle politiche di un regime tirannico distorcendo la nostra stima delle capacità militari dello stato e le sue intenzioni.”

L’ idea che l’ invasione del 2003 sia stato un errore dovuto alle informazioni sbagliate dell’ intelligence è stata completamente screditata.

Gli Stati Uniti hanno fatto una guerra di 20 anni contro l’ Iraq, con pretesti variabili. L’ amministrazione George H.W. Bush ha dato il via alla prima guerra USA-Iraq nel 1991 per “liberare il Kuwait”. L’ Iraq aveva occupato il Kuwait il 2 agosto 1990, a seguito di una lunga ed aspra disputa tra la famiglia reale al-Sabah e il governo Iracheno. Nella breve guerra, Stati Uniti, Gran Bretagna ed altre forze alleate distrussero gran parte delle infrastrutture civili Irachene, oltre ad infliggere pesanti perdite al sopraffatto esercito Iracheno.

Washington poi ha imposto devastanti sanzioni/embargo sul paese che hanno ucciso più di 1 milione di iracheni in 13 anni. L’ embargo è stato mantenuto dall’ amministrazione Clinton per tutto il suo regno, 1993-2001, durante il quale l’ Iraq è stato soggetto di continui bombardamenti da parte dei caccia Americani e Britannici. La ragione supposta per il letale embargo era di forzare l’ Iraq a rinunciare alle sue “armi di distruzione di massa”.

Nel 1998, Clinton firmò il “Iraq Liberation Act”, facendo del “cambio di regime” l’ obiettivo ufficiale della politica americana. L’ ILA chiarì che il vero fine delle sanzioni e dei bombardamenti era quello di rovesciare il governo Iracheno.

Il cambio di regime era il “Tema A” del primo meeting del National Security Council del presidente Gerorge W. Bush del 30 gennaio 2001, secondo l’ allora Segretario del Tesoro Paul O’Neil: “Sin dall’ inizio, c’era una convinzione, che [l’ ex presidente] Saddam Hussein … doveva andarsene.” (intervista ad O’Neil, 60 Minutes, 11 gennaio 2004)

La presunta minaccia di armi di distruzione di massa dell’ Iraq era completamente falsa, e gli alti funzionari dei governi di Stati Uniti e Gran Bretagna, e le loro spie, lo sapevano bene. Eppure, prima dell’ invasione dell’ Iraq del marzo 2003, il vice presidente Dick Cheney, il consigliere della Sicurezza Nazionale Condoleeza Rice ed il Primo Ministro Tony Blair rilasciavano ripetutamente dichiarazioni ai media riguardanti la grave minaccia delle presunte armi di distruzione di massa Irachene: “Non vogliamo la pistola fumante [la ‘prova’ del possesso dell’ Iraq di tali armi] per diventare un fungo atomico”, disse la Rice nel settembre 2002.

Dopo che l’ Iraq fu occupato nell’ aprile 2003, Bush, Blair ed altri funzionari finsero sorpresa e costernazione quando nessuna arma di distruzione di massa venne fuori, ma la loro recita è stata poco convincente.

Gli apparati cambiarono ancora una volta. La difesa di “diritti umani e democrazia” è diventata la nuova giustificazione per un’ occupazione che continua ormai da 8 anni, ha ucciso più di un milione di iracheni e migliaia di soldati americani, oltre ad aver lacerato il paese.

Niente di questo– invasioni, bombardamenti ed embarghi- ha nulla a che fare con l’ “ansia” per le “capacità ed intenzioni” dell’ Iraq. L’ Iraq non ha mai minacciato gli Stati Uniti. Il suo esercito è stato decimato nella prima Guerra del Golfo, ed era stato ridotto al 15-20 per cento rispetto alla forza del 1991 durante la seconda guerra.

‘Downing Street Memo’ mostra che l’ ‘intelligence’ è stata usata per supportare la politica.

L’ argomentazione secondo la quale il “fallimento dell’ intelligence” ha causato l’ invasione dell’ Iraq da parte di Stati Uniti e Gran Bretagna ha ricevuto il colpo di grazia con il rilascio del “Downing Street Memo” nel maggio 2005. Il memoriale è veramente il verbale di una riunione con Blair e altri alti funzionari Britannici nella residenza del primo ministro a Londra il 23 luglio 2002, circa 8 mesi prima che inizi l’ aggressione all’ Iraq.

Nel meeting, Richard Dearlove, il capo del MI6 Britannico, il Secret Intelligence Service, ha riferito di una riunione appena fatta a Washington con i funzionari più alti della sicurezza nazionale: “Bush voleva rimuovere Saddam, attraverso azioni militari, giustificato con la congiunzione di terrorismo e armi di distruzione di massa. Ma l’ intelligence e i fatti sono stati fissati attorno alla politica.” (DowningStreetMemo.com)

In altre parole, non sono state l’ intelligence difettosa o la cattiva informazione che hanno portato all’ invasione e all’ occupazione dell’ Iraq. La decisione fu presa prima di lanciare la nuova guerra e poi è stata cucinata una storia deliberatamente falsa per giustificare l’ attacco.

Non c’ è nessun mistero riguardo cosa abbia guidato l’ inesorabile guerra all’ Iraq, le sanzioni e le minacce all’ Iran, e la copertura dell’ intera area con basi militari americane. L’ obiettivo è quello di dominare una regione strategica chiave che detiene i 2/3 delle riserve petrolifere conosciute al mondo.

Nel cercare di raggiungere questo obiettivo, la politica statunitense negli ultimi 6 decenni ha cercato di distruggere qualsiasi movimento indipendente dallo stato o progressista, mentre sostengono i regimi più repressivi ed aggressivi della regione, dall’ Arabia Saudita ad Israele.

Il vero “crimine” dell’ Iran secondo Washington non ha nulla a che vedere con la “democrazia” o il presunto programma militare. E’ che l’ Iran rifiuta i dettami dell’ impero.

Credere che le attuali aggressioni contro Iraq e Iran siano dovute ad “errori” è un’ espressione del liberismo, di fiducia nella bontà intrinseca di un sistema intrinsecamente spinto alla guerra e conquista- l’ imperialismo.

Richard Becker
Fonte: http://www.globalresearch.ca
Link: http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=25216
10.06.2011

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di REIO

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06 luglio 2011

fonte:  http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=8570

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LIBIA – Rasmussen (Nato): per Gheddafi è «game over»

Rasmussen (nato): “Il raìs perde terreno ogni giorno, è la fine della partita”

Libia, per Gheddafi è «game over»


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I ribelli conquistano Gualish, a 50 km da Tripoli, dopo una violenta offensiva contro le forze del Colonnello

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Il segretario generale Lars Rasmussen
Il segretario generale Lars Rasmussen

MILANO -In Libia, Gheddafi «perde terreno ogni giorno, per lui è la fine della partita»: ha usato l’espressione inglese «game over» il segretario generale della Nato Anders Fogh Rasmussen durante la conferenza stampa mensile a Bruxelles. Proprio mentre i ribelli libici hanno conquistato Gualish, località a una cinquantina di chilometri a sud di Tripoli, respingendo le truppe del regime di Muammar Gheddafi e catturando diversi mercenari dell’esercito lealista.

GLI SCONTRI La conquista di questa posizione giunge a poche ore dall’inizio di un’offensiva contro le forze governative, in coordinamento con la Nato.. I ribelli hanno perquisito le case della frazione conquistata, mentre si sentono ancora in lontananza colpi di arma da fuoco. Non è chiaro se si tratti di spari di festeggiamento o di combattimenti isolati. L’occupazione di Gualish è stata preceduta da intensi scontri con armi pesanti tra gli insorti e le forze pro-Gheddafi, mentre gli aerei della Nato sorvolavano la zona senza effettuare bombardamenti. «Abbiamo aspettato prima di lanciare questo attacco, abbiamo finalmente avuto il via libera dalla Nato stamattina e l’offensiva è cominciata», ha detto un membro del comitato rivoluzionario di Zenten, nelle montagne berbere nel sud-ovest della capitale. I ribelli puntano a riprendere Bir Al-Ghanam, una località strategica a 50 km a sud di Tripoli, per poter essere a portata di cannone dalla capitale libica. I ribelli libici hanno respinto le truppe del colonnello Muammar Gheddafi e catturato diversi mercenari dell’esercito lealista, provenienti dal Ghana e dal Mali. Lo ha constatato un giornalista dell’Afp sul posto. La conquista del villaggio di Goualich, a una cinquantina di km a sud di Tripoli è avvenuta qualche ora dopo il lancio di una nuova offensiva a ovest contro le forze fedeli al rais, condotta in coordinamento con la Nato. La magistratura di Tripoli ha intenzione di processare in contumacia i 21 componenti del Consiglio Nazionale di Transizione, l’organo politico della ribellione con sede a Bengasi: lo ha reso noto il giudice istruttore, Khalifa Issa Khalifa. I membri del Cnt saranno processati per 18 capi di imputazione fra i quali «attentato alla rivoluzione del 1969 e del suo leader Muammar Gheddafi, con l’obbiettivo di destabilizzare il governo», «spionaggio per conto di Stati esteri con l’obbiettivo di aiutarli ad aggredire e a invadere la Libia» e «incitamento alla ribellione e alla sedizione». Il magistrato non ha specificato le eventuali pene che rischiano gli imputati, che saranno giudicati sulla base del codice penale libico del 1954: il processo, che dovrebbe iniziare «nelle prossime settimane», sarà a carico di un tribunale speciale.

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Redazione online
06 luglio 2011 18:30

fonte:  http://www.corriere.it/esteri/11_luglio_06/rasmussen-gheddafi-libia_8204469e-a7d8-11e0-80dd-8681c9f51334.shtml

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