Archivio | luglio 21, 2011

CAPIRE L’ITALIA, L’ANALISI – Dopo 17 anni, una definizione del berlusconismo: “nuova strategia della tensione” / PDF da scaricare – 1972: ricordi della strategia della tensione


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Dopo 17 anni, una definizione del berlusconismo: “nuova strategia della tensione”

Il berlusconismo come “via italiana” alla poliarchia mediatica, “nuova strategia della tensione” e “fascismo bipolare”

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di Emanuele Maggio

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Berlusconismo. Cos’è? In sintesi: è la principale connotazione politico-culturale che la Repubblica Italiana ha assunto negli ultimi 17 anni, ovvero è la specifica conformazione politica di quella che è stata chiamata “Seconda Repubblica”.

Vorrei però tentare di offrire un’analisi più dettagliata. Innanzitutto, oserei affermare che il berlusconismo è una forma di “fascismo”. Ora, qui dobbiamo essere molto cauti. L’intellighenzia liberale e di sinistra da tempo dibatte il problema. Le posizioni sono soprattutto due: c’è chi crede che il berlusconismo sia un vero e proprio “regime” fascista, basato sulla costruzione propagandistica del consenso, sul rapporto diretto capo-massa e su alleanze parlamentari razziste e nostalgiche del duce, un regime fortunatamente limitato dalle garanzie costituzionali ma costantemente minaccioso verso di esse (questa è l’opinione dominante); c’è poi invece chi ridimensiona drasticamente il fenomeno, distinguendo chiaramente il presunto “regime” berlusconiano dal regime fascista che l’Italia ha conosciuto nel ventennio, escludendo categoricamente qualsiasi pericolo di “svolta autoritaria” e negando l’esistenza stessa del berlusconismo, relegandolo magari a semplice fenomeno di degrado culturale, demagogico e populistico.

Io vorrei qui assumere una posizione intermedia. Credo fermamente che il berlusconismo sia una forma di fascismo, ma non nel senso dell’opinione pseudosinistroide dominante. Anzi, credo che quell’opinione vada ribaltata, o quantomeno bilanciata, e il sinistroide che leggerà quanto scrivo probabilmente storcerà il naso.

Prima di tutto, chiariamo un poco il termine “fascismo”. Esso, come si sa, non gode di una definizione esaustiva e precisa. Esistono i fascismi, storicamente determinati, ma non “il fascismo”. Il regime mussoliniano fu diverso da quello hitleriano, ed entrambi, comunque molto simili, furono diversi da quello franchista o da quello peronista. In ogni caso, alcuni elementi ricorrono con costanza: il culto del capo, la costruzione del consenso, la repressione del dissenso, la militarizzazione della società. Il fascismo italiano si è caratterizzato per l’aggiunta di altri elementi specifici: il “rivoluzionarismo verbale” unito al “conservatorismo sostanziale” (è l’interpretazione classica), una certa vocazione totalitaria (ovvero l’ideale di un’uniformazione ideologico-culturale della società), la funzione anticomunista, una politica economica di stampo “sociale”. Il regime hitleriano ha aggiunto a tutti questi elementi soprattutto il razzismo, il nazionalismo e un certo ritualismo di massa. Dal quadro sopra descritto capiamo bene che il berlusconismo, qualora lo considerassimo una forma di fascismo, andrebbe necessariamente declinato come fascismo “moderno”, precisamente differenziato.

Innanzitutto, esso si innesta su un’altra forma di “fascismo” (così definito da Pasolini), quest’ultima di vecchia data. Ovvero l’omologazione consumistica presente nelle società industriali avanzate, che impone come modelli dominanti il successo e la ricchezza. Sono i francofortesi a farci notare che, senza bisogno di golpe militari, il capitalismo ha imposto un “totalitarismo perfetto” che si distingue dal “totalitarismo imperfetto” dei regimi autoritari, che mai sono riusciti a raggiungere quel grado di omologazione culturale che le liberaldemocrazie capitalistiche hanno raggiunto senza problemi. Questa forma di “fascismo”, naturalmente, prescinde da Silvio Berlusconi e cronologicamente lo precede. Ci stiamo avvicinando alla definizione di “berlusconismo”, ma ancora non l’abbiamo delimitata nel suo significato precipuo.

Il berlusconismo si innesta anche su di un altro sistema politico oggi dominante: la poliarchia mediatica bipolare. Il termine “poliarchia” è stato introdotto da Robert Dahl per dare il giusto nome a quella che gli occidentali si ostinano a chiamare “democrazia”. La poliarchia, come già si auspicava nel 1975 l’americano Samuel Huntington, è il governo di molti, non di tutti. Il popolo deve autodeterminarsi, senza dubbio, ma esso può solo decidere tra una gamma di opzioni selezionate dall’alto. Non è che può decidere liberamente su qualsiasi cosa! (sul sistema economico, per esempio). Attualmente, in tutto l’Occidente, la poliarchia viene garantita dalla partitocrazia mediatica, ovvero dal privilegio mediatico di determinate forze politiche (di solito riunite in due grandi “poli”, centrodestra e centrosinistra, “non uguali ma simili”, come ebbe a dire una volta, in un raro sprazzo di sincerità, Fausto Bertinotti), che egemonizzano il dibattito pubblico e dettano l’agenda delle priorità politiche (vedere il fenomeno dell’agenda setting). In Italia disponiamo addirittura di una prova documentale di questo progetto: il Piano di Rinascita Democratica della Loggia P2 che, semplicemente in conformità con i dettami atlantici, auspicava la formazione di due forze centripete tese ad escludere le “frange estreme”. Quali sono le caratteristiche della poliarchia mediatica bipolare? Queste le principali: spettacolarizzazione della politica, leaderismo plebiscitario, costruzione competitiva del consenso (cioè i competitori elettorali – i partiti – pubblicizzano i propri prodotti simbolici – programmi “politici” – che verranno poi “liberamente” scelti dai consumatori – elettori -), comunicazione emotiva nell’arena politica (che si sostituisce all’argomentazione razionale). Curiosamente, la stragrande maggioranza dell’intellighenzia di sinistra, amplificata da una consistente propaganda, ritiene soprattutto imputabili a Berlusconi tutti questi fattori. In realtà, a Berlusconi non siamo ancora arrivati. Il berlusconismo, per quanto ci stiamo avvicinando sempre di più, non lo abbiamo ancora definito. Il sistema sopra descritto vige attualmente in tutto il mondo occidentale e occidentalizzato, con o senza Silvio Berlusconi.

Arriviamo adesso al caso dell’Italia. Agli albori della Seconda Repubblica, un insistente bombardamento mediatico ha convinto gli italiani che essi avevano bisogno di un sistema elettorale che comportasse il bipolarismo. Un referendum popolare ha ufficialmente legittimato questa tesi. Pian piano, nel corso di questi anni, il bipolarismo è diventato una specie di istituzione ufficiosa, una realtà da cui ormai non si può più prescindere (non lo consentono i sistemi elettorali). L’ago della bilancia di questo meccanismo è l’uomo nuovo della politica italiana: l’imprenditore Silvio Berlusconi. Ecco che comincia a delinearsi una prima definizione di “berlusconismo”: il berlusconismo è la “via italiana” alla poliarchia mediatica bipolare. In che senso?

E’ molto semplice. Il centrosinistra ha sbandierato e continua a sbandierare programmaticamente, tramite i suoi canali mediatici privilegiati, il “pericolo Berlusconi” e la retorica del “voto utile”; in questo modo attrae da ben 17 anni verso un polo antiberlusconiano l’elettorato socialdemocratico e perfino parte dell’elettorato anticapitalista, potendo anche permettersi di operare una graduale svolta centrista e padronale in cui intrappolare tale elettorato, ormai costantemente “deluso” dai suoi dirigenti, ma rassegnato pur di non veder concretizzarsi il fantomatico “pericolo Berlusconi”. In questo modo, semplice ma geniale, la sinistra è stata finalmente esclusa dal Parlamento. Dobbiamo postulare necessariamente un disegno consapevole orientato a tale obiettivo, un disegno che coinvolge in ugual modo il centrodestra e il centrosinistra. Crediamo davvero che gli esponenti di punta del centrosinistra siano stati “ingenui” (nelle alleanze elettorali, nelle pallide competizioni propagandistiche, nella mancata legge sul conflitto di interessi ecc..) e non abbiano invece volutamente favorito in numerosi casi l’alternanza di governo con il centrodestra, in modo da perpetuare il più a lungo possibile il “pericolo Berlusconi”?

E poi che cos’è questo “pericolo Berlusconi”? Essenzialmente, è una sorta di eventualità senza nome, indefinibile, che riguarda presumibilmente l’equilibrio delle istituzioni democratiche, la salvaguardia della costituzione e il bilanciamento dei poteri dello Stato, tutte cose che Berlusconi metterebbe seriamente a rischio. Come è stato possibile inculcare in gran parte della popolazione un simile allarmismo, peraltro privo di fondamenti? Ciò avviene ininterrottamente da 17 anni, in due atti: vi è una fonte primaria consapevole (l’agenda dei media dominanti) e una moltiplicazione secondaria inconsapevole (media secondari – stampa, radio, web.. – blogger, comici, opinionisti, intellettuali di grido ecc..). La mobilitazione degli ultimi tempi, coadiuvata da presenze illustri (Umberto Eco, Paolo Flores d’Arcais e affini) fa davvero pensare. Nessuno sembra accorgersi del fatto che il “pericolo Berlusconi” è rimasto allo stato di “pericolo” per 17 anni. Mussolini era un pericolo nel 1922, ma 17 anni dopo stava già per completare la sua parabola. Invece Berlusconi no. Egli si trova nello stato di pericolo permanente. Ha più di 70 anni, tra poco muore, ma è sempre un pericolo per le istituzioni repubblicane. Il pericolo, ovviamente, non si concretizza mai. Ma è sempre dietro l’angolo, a livello di possibilità e prospettiva. E’ un po’ come il terrorismo islamico: non lo vedi perchè è dappertutto. Non lo vedi ma c’è, fidati che c’è, e da un momento all’altro può farsi sentire.

Occorre a questo punto tranquillizzare il lettore più sprovveduto. Le svolte autoritarie, i fascismi vecchia maniera, non sono possibili nell’attuale congiuntura internazionale, almeno in Occidente. I fascismi sono stati storicamente utili alle élites transnazionali solo quando si sono presentate minacce comuniste organizzate, minacce che oggi non si vedono, nemmeno all’orizzonte. L’Occidente ha bisogno della poliarchia (“la democrazia”, scrive Canfora, “è rimandata ad altre epoche”…), ovvero di una democratica competizione tra élites imprenditoriali, che si contendono l’egemonia del “mercato elettorale”. I dittatori sono pericolosi, possono essere scheggie impazzite, ad esempio possono operare svolte protezionistiche non autorizzate, danneggiando i mercati comuni, o possono nazionalizzare importanti risorse, eccetera eccetera. E’ in questo senso che vanno lette l’esportazione occidentale della “democrazia” (cioè della poliarchia) e le varie “rivoluzioni colorate” aizzate dagli Stati Uniti contro dittatori poco “collaborativi” (di cui l’italiano “popolo viola” non è che un’inconsapevole, grottesca appendice).

Questo inquietante, sotteso progetto allarmistico possiamo riassumerlo in un sol modo: il berlusconismo (in cui è compreso l’antiberlusconismo) è una “nuova strategia della tensione” finalizzata a marginalizzare la sinistra italiana. La si marginalizza inglobandone la forza elettorale nel moderatismo, in (ir)realtà politiche fluttuanti e amorfe, fortemente colluse con ambienti confindustriali, bancari e filoamericani, e tutto ciò sempre in nome dell’antiberlusconismo. Per fare solo un piccolo esempio, basti ricordare un sondaggio del 2009 del Ministero degli Interni: il 50% della popolazione italiana è contraria alle missioni militari in Afghanistan e in Iraq. Dunque, dov’è rappresentato questo 50% in Parlamento? Non parliamo di un 5%, che può anche succedere non venga rappresentato (dipende dal sistema elettorale). Parliamo del 50%! Ebbene, in Parlamento il voto per i finanziamenti alla guerra è unanime. Quel 50% di italiani è magicamente scomparso, nonostante essi abbiano eletto circa il 50% del Parlamento (il centrosinistra che qui incriminiamo, appunto). La poliarchia è infatti questo: ci sono questioni, dicono lorsignori (ratifica del Trattato di Lisbona, introduzione del precariato, guerre ecc…), che dobbiamo decidere tra di noi, e su cui nemmeno il 50% di voi ha diritto di parola. Voi potete esprimere le vostre preferenze su faccende più superficiali, non certo su questioni “sistemiche”. E per garantire questo Silvio Berlusconi è stato fondamentale, come “ago della bilancia”, perno centrale su cui ha ruotato tutto il meccanismo, “specchietto per le allodole”.

Ora che il quadro generale è completo, non resta che spiegare in che senso il berlusconismo (“la via italiana alla poliarchia”, “la nuova strategia della tensione”) è una forma di fascismo. Esso è una forma tutta nuova di fascismo, che definirei fascismo bipolare (da leggersi sempre all’interno dell’omologazione consumistica e della poliarchia mediatica bipolare). Ovvero: il polo berlusconiano ha davvero tentato di riproporre forme di ducismo all’antica, e Berlusconi stesso, tramite la costruzione del consenso, ha probabilmente davvero coltivato velleità autoritarie; i suoi seguaci lo hanno subito ipostatizzato come “colui che risolve i problemi”, il salvatore della patria. Viceversa, il polo antiberlusconiano ha costruito il proprio potere dipingendo Berlusconi come “pericolo pubblico n.1”. Si è assistito cioè, da parte antiberlusconiana, ad una vera e propria costruzione del dissenso, un fascismo al contrario, una sorta di culto negativo del capo. Riassumendo: un’intera classe dirigente ha giustificato per un ventennio il proprio potere e i propri privilegi intorno alla figura di Silvio Berlusconi, chi idolatrandolo, chi demonizzandolo. Questo è un fenomeno, che io sappia, senza precedenti, e la storia lo ricorderà come “berlusconismo”, variante comica del fascismo. Sembra riecheggiare quella vecchia battuta del buon Karl Marx: “i grandi avvenimenti si ripetono due volte nella storia, la prima volta come tragedia, la seconda volta come farsa”. Prima il ventennio fascista, poi il ventennio berlusconista, l’alternanza di governi berlusconiani e antiberlusconiani, entrambi berlusconisti.

Ora, quale dei due poli, dei due fascismi, è il più pericoloso? Il 30% “che ama”, i seguaci di Silvio Berlusconi, o il 70% di “persone per bene” (come le ha chiamate Bersani), che ci tengono a precisare che sono antropologicamente diverse e moralmente superiori rispetto a Silvio Berlusconi?

L’istinto mi suggerisce di diffidare soprattutto del conformismo più diffuso…
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12 febbraio 2011

fonte:  http://www.agoravox.it/Dopo-17-anni-una-definizione-del.html

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1972: ricordi della strategia della tensione
di Claudia CERNIGOI

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CHI ERANO I MANDANTI POLITICI? – G8 di Genova, mistero italiano. Quattro domande senza risposta

G8 di Genova, mistero italiano
Quattro domande senza risposta

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Di quello che accadde il 19 e 20 luglio ormai sappiamo molto, ma non tutto. Resta il buco nero delle responsabilità politiche. Dieci anni dopo, mancano le risposte su alcuni momenti cruciali: la strategia delle tensione orchestrata dai servizi, la carica di via Tolemaide, il cambio in corsa delle strategie di ordine pubblico, i depistaggi e le protezioni sul caso Diaz

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Dieci anni dopo sappiamo molto, ma non tutto. Sappiamo abbastanza di quello che è successo a Genova, quasi niente di quello che è successo a Roma. E il tragico G8 del 20 e 21 luglio 2001, con la morte di Carlo Giuliani, le battaglie campali nelle vie della città, i gravissimi abusi polizieschi alla scuola Diaz e alla caserma di Bolzaneto, entra a buon diritto nel novero dei misteri italiani. Se ne discute in questo giorni nel capoluogo ligure, in un fitto programma di incontri e manifestazioni.

Diversi episodi irrisolti richiamano la strategia della tensione, sia pure in versione moderna, da terzo millennio. I silenzi e i depistaggi di Stato hanno ostacolato la ricerca della verità. Nessun esponente del governo e delle forze di polizia dell’epoca, in questi dieci anni, si è assunto la minima responsabilità per quello che è accaduto. Nessuno ha mai chiesto scusa alle vittime innocenti. I processi principali sono ancora aperti, in attesa dei verdetti definitivi di Cassazione.
Dieci anni dopo, insomma, il G8 di Genova è un caso ancora aperto.

Grazie alle inchieste della magistratura, alle centinaia di testimonianze raccolte, alle migliaia di immagini scattate allora da videocamere e fotocamere “indipendenti”, emergono però con precisione diversi momenti in cui questa moderna strategia della tensione si è dispiegata. Sono gli snodi che hanno determinato gli eventi più drammatici. Sono altrettante domande per chi all’epoca fece e disfece i piani dell’ordine pubblico, e poi si attivò per cancellare ogni traccia.

1. La costruzione della paura

Tra febbraio e luglio del 2001, sono diffusi attraverso i media gli scenari più allarmanti sull’ordine pubblico, che vanno ben oltre quello che accadrà davvero a Genova. E’ evidente l’attività di “pr” dei servizi segreti e degli apparati di sicurezza italiani (e non solo). Rapporti “riservati” contenenti le più truci previsioni finiscono regolarmente sulle scrivanie dei giornalisti, che naturalmente pubblicano tutto, dato il contenuto spettacolare di molte informative e la spasmodica attesa che si crea intorno alla contestazione organizzata dal movimento contro la globalizzazione neoliberista.

Tra le operazioni mediatiche di maggior successo va ricordata la storia dei palloncini pieni di sangue infetto che i manifestanti avrebbero lanciato contro poliziotti e carabinieri. E’ il Sisde il primo a diffondere questa voce, ripresa da La Stampa il 13 aprile: tra le frange più violente dei cosidetti no global, “i tedeschi, che promettono di portare sacchetti pieni di sangue. Non si sa se sarà sangue umano o animale. Nel dubbio ci potrà pure essere la paura che si tratti di sangue infetto”. Il 20 maggio, il Corriere della Sera cita “un rapporto dei nostri servizi» diffuso dall’Ansa, che prefigura “l’impiego di palloncini contenenti sangue infetto con il virus dell’Aids”.

Le veline vengono propalate senza alcun senso critico. Per esempio, il virus dell’Aids non sopravvive a lungo fuori dal corpo umano, il sangue tende a coaugulare, e soprattutto la logistica di una simile raccolta sarebbe complicata, pericolosa, folle. Chi le fa arrivare ai giornali sa di andare perfettamente incontro al gusto del sensazionale. E così passano nel circuito politico-mediatico visioni apocalittiche di copertoni incendiati da far rotolare verso i plotoni di polizia, piani per rapire agenti rimasti isolati, arance farcite di lamette, catapulte colme di sanpietrini, feroci cani pitbull, assalti alla zona rossa con deltaplani, aerei telecomandati, kayak…

Gli 11 mila uomini delle forze dell’ordine previsti dai piani di sicurezza (4.100 nella zona rossa, 6.800 fuori) arrivarono quindi a Genova molto carichi, decisi a vendere cara la pelle. E forti della “solidarietà preventiva” garantita da un gruppo di parlamentari del centrodestra, Alleanza nazionale in testa.

Dopo il G8 di Genova, il prefetto Arnaldo La Barbera dirà chiaramente al Comitato parlamentare d’indagine che questo superattivismo dei servizi non portò alcun contributo serio alle prevenzione degli incidenti, e anzi mandò in tilt la macchina investigativa, con una miriade di segnalazioni vaghe e dispendiose da verificare. Lo confermerà anni dopo Claudio Scajola, il ministro dell’interno del G8, intervistato nel documentario “Governare con la paura”.

Ecco allora il primo snodo del G8 di Genova: perché i servizi di sicurezza, o una parte di loro, hanno scientemente contribuito a far crescere la tensione nell’opinione pubblica e specialmente tra gli uomini che avrebbero gestito l’ordine pubblico in piazza?

2. La carica di via Tolemaide e la morte di Carlo Giuliani.

Ci sono anche rapporti investigativi buoni, secondo i quali il vero rischio disordini è rappresentato dal “blocco nero”, cioè autonomi e anarchici in arrivo da mezza Europa e ben accolti dai compagni italiani dei centri sociali più duri. Due informative del Sisde, agli atti del Comitato d’indagine, informavano la Digos di Genova con un giorno d’anticipo “che circa 300-500 militanti si sarebbero concentrati, alle ore 12 in piazza Paolo Da Novi”. Tutto giusto, a parte l’orario: i neri si fecero vedere già alle dieci, cominciando ad armarsi nella piazza tematica dei Cobas.

Mentre i black bloc agiscono indisturbati, attaccando banche, finanziarie e persino il carcere di Marassi, l’attenzione politico-mediatico-poliziesca è concentrata sul corteo delle Tute bianche di Luca Casarini, intenzionate a praticare la disobbedienza civile contro il divieto di accesso alla zona rossa, ma non a commettere violenze.

Come confermerà al Comitato d’indagine il questore di Genova Francesco Colucci, i vertici romani della polizia di Stato e i Disobbedienti si erano accordati per una “sceneggiata” in favore di telecamera, nella quale ci sarebbe stato un fronteggia mento simbolico ma nessuno si sarebbe fatto male.

Il piano salta perché un contingente di carabinieri del Battaglione Lombardia, diretto a Marassi per contrastare i balck bloc, non obbedisce agli ordini e, giunto in via Tolemaide, attacca a freddo il corteo composto da circa 15 mila persone, in un punto praticamente privo di vie di fuga. Il contingente è comandato dal capitano Antonio Bruno, che ordina la carica senza neppure consultarsi con il dirigente di polizia Mario Mondelli, nonostante la legge prescriva che nelle decisioni di ordine pubblico siano sempre i funzionari della questura a prendere le decisioni.

Dalla centrale operativa arrivano ordini concitati di far passare il corteo e di farlo arrivare al limite della zona rossa, ma viene disatteso. E’ in quel momento preciso, alle 14,53, che il G8 di Genova prende una piega drammatica. La carica scatena una guerriglia urbana che culmina, alle 17,27, con la morte di Carlo Giuliani nella vicina piazza Alimonda, ucciso da un colpo di pistola sparato da un Defender dei carabinieri rimasto isolato e attaccato da alcuni manifestanti. Il colpo sarebbe partito dal carabiniere ausiliario Mario Placanica, poi prosciolto in istruttoria per legittima difesa, che però nel corso degli anni dichiarerà a più riprese di non essere certo di aver soarato il colpo mortale.

Clamorose le conclusioni dei giudici al processo per i disordini di piazza, che pure si concluderà con numerose condanne ai danni di manifestanti. “Si è trattato di un’aggressione ingiusta portata da un numero considerevole di pubblici ufficiali ai danni di una collettività organizzata”, si legge nelle motivazioni di primo grado. “Costruendo e portando avanti le barricate su Via D’Invrea e Via Casaregis, resistendo agli attacchi dei militari a piedi e poi dei blindati, inseguendo questi fino allo slargo di Corso Torino, i manifestanti hanno inteso non solo raggiungere i compagni del corteo, ma anche e soprattutto ‘riconquistare’ il diritto a manifestare liberamente, diritto del quale erano stati privati arbitrariamente”. In altre parole, i Disobbedienti di Casarini stavano dalla parte della legge, i carabinieri l’hanno violata.

E’ il secondo snodo, sul quale aleggia un interrogativo messo nero su bianco anche dai giudici: l’attacco al corteo dei Disobbedienti è stato soltanto il frutto di una serie di errori degli uomini in divisa o qualcuno ha creato di proposito un incidente destinato a far precipitare la situazione dell’ordine pubblico? E, nel caso, perché?

3. Sabato 21 luglio, la “nuova gestione” degli uomini di De Gennaro

Il bilancio del 20 luglio è pesantissimo. Un ragazzo morto, ore di scontri sanguinosi, vasti danneggiamenti provocati dal blocco nero. E sabato 21 è in programma il grande corteo internazionale che mette insieme tutte le componenti del Genoa Social Forum, il cartello di associazioni che ha organizzato le proteste contro gli otto “grandi” riuniti a Palazzo Ducale, protetti dalle grate di ferro che cingono la zona rossa. Nessuno quella sera lo sa, ma nella caserma di Bolzaneto, una sorta di carcere provvisorio istituito per tenere i fermati lontani dai penitenziari cittadini, sono già cominciati gli abusi e le violenze contro i manifestanti finiti in manette durante gli scontri. Le loro storie emergeranno soltanto qualche giorno dopo.

Cambiano allora le strategie: “Sono stato esautorato” dirà al processo Diaz Ansoino Andreassi, già vicecapo della polizia, responsabile dell’ordine pubblico al G8 fino a quel momento. Andreassi, fama di democratico (“estremista di sinistra”, lo definisce un documento in stile servizi ritrovato a Roma un mese prima del G8, che tra l’altro prefigura con raggelante esattezza la scena della morte di Carlo Giuliani), capisce di essere stato messo da parte nel pomeriggio di sabato 21 luglio quando, verso le 16, arriva a Genova il prefetto Arnaldo La Barbera, leggendario “sbirro” antimafia, in quel momento capo dell’Ucigos, l’ufficio di coordinamento delle Digos di tutta Italia.

Un paio d’ore prima, gli uomini del Servizio centrale operativo della polizia, guidati da Franco Gratteri, escono dalla zona rossa, dover erano stati assegnati a tutela della sicurezza del vertice. In sostanza, i dirigenti di fiducia del capo della polizia, Gianni De Gennaro, prendono in mano la situazione del’ordine pubblico. Con quale filosofia? Sarà ancora Andreassi a spiegarlo: “Procedere ad arresti per cancellare l’immagine di una polizia rimasta inerte di fronte alla devastazione e al saccheggio della città”.

E’ un’altra svolta cruciale, perché la nuova strategia, poche ore più tardi, porterà a un altro momento tragico del G8: la sanguinosa irruzione alla scuola Diaz. Chi decide di metter fuori gioco Andreassi? Le scelte di ordine pubblico sono fatte dai “tecnici”, come De Gennaro, o dai politici? E, in questo caso, da chi? Dal presidente del consiglio Silvio Berlusconi? Dal minsitro dell’Interno Claudio Scajola? O dal vicepresidente del consiglio Gianfranco Fini, capo del partito che più di tutti aveva sposato il pugno duro contro i manifestanti e la solidarietà preventiva a polizia e carabinieri?

4. Il blitz alla Diaz (e successive amnesie)

La manifestazione di sabato 21 luglio finisce con altri scontri sanguinosi. I black bloc innescano la scintilla con qualche lancio di sassi contro la polizia schierata alla Fiera del Mare, che risponde con cariche violentissime e prolungate, spezzando in due il corteo. Il pestaggio di persone inermi, signore, ragazzini, anziani, è testimoniato da decine di filmati.

Almeno però è finita. La sera di sabato il G8 smobilita. Il vertice è chiuso, non ci sono altre manifestazioni in programma. Gli attivisti della protesta antiliberista si apprestano a passare l’ultima notte a Genova per ripartire l’indomani mattina.

Invece no. Verso mezzanotte si sparge la voce di un’irruzione alla scuola Diaz, di fronte al media center del Gsf. La scuola è un dormitorio che ospita decine di manifestanti. E’ proprio uno dei “pattuglioni” di polizia disposti dopo la fine della manifestazioni per “fare arresti” che origina il caso. Il pattuglione è contestato e attaccato con il lancio di un paio di bottiglie quando passa davanti alla scuola in via Battisti. Niente di grave, ma segue una riunione in questura in cui i massimi vertici di polizia presenti a Genova, La Barbera in testa.

L’operazione si conclude in un massacro: dei 93 arrestati, una sessantina risultano feriti, venti dei quali necessitano di ricovero in ospedale. Sono paradossalmente i più fortunati, perché gli altri vengono trasferiti a Bolzaneto, dove subiscono nuove violenze e umiliazioni.  Ci sono due codici rossi, che rischiano sul serio di lasciarci la pelle. Tutti gli occupanti della scuola sono accusati di associazione per delinquere finalizzata alla devastazione e al saccheggio, un reato che può costare fino a 15 anni di carcere. Sono tutti accusati, in sostanza, di essere dei black bloc, compreso un signore vicentino di sessant’anni, Arnaldo Cestaro.

Che cosa è successo esattamente alla Diaz? Il quadro che esce dal processo è abbastanza chiaro. La perquisizione viene disposta per l’esigenza di fare arresti e riscattare la brutta figura delle forze dell’ordine, specialmente con il mancato contrasto del blocco nero. Nell’imminenza del blitz, infatti, vengono avvertiti i giornalisti delle principali testate. I vertici della polizia non lo avrebbero fatto, se avessero avuto fin dal principio intenzione di abbandonarsi a una sanguinosa spedizione punitiva. Nel percorso tra la questura e la Diaz, il contingente cresce a dismisura, con agenti e funzionari che si aggregano di loro spontanea volontà, senza un ordine di servizio, tanto che ancora oggi non sappiamo quani poliziotti arrivarono effettivamente davanti alla scuola: le stime variano da 292 a 495. Un esercito.

Quando scatta l’irruzione, la truppa va fuori controllo. Il motivo si può solo immaginare: frustrazione e voglia di vendetta dopo due giorni di scontri, convinzione di trovarsi davvero di fronte i neri devastatori, se non addirittura dei “terroristi”, l’odio politico verso le “zecche comuniste”, molto diffuso tra gli uomini in divisa, come dimostrano anche i fatti di Bolzaneto. Arnaldo La Barbera,sul posto al momento dell’irruzione, lo dirà chiaramente il 19 giugno 2002 in un interrogatorio davanti al pm Enrico Zucca, poco prima di morire. Un attimo prima del via, La Barbera suggerisce di mollare il colpo: “Partendo da questo nervosismo che io avevo notato, certamente le cose non sarebbero andate bene, perché ognuno conosce gli animali suoi, dottore”.

La prova provata dello spirito di quella perquisizione è il massacro di Mark Covell, mediattivista inglese che ha la sventura di trovarsi da solo in strada all’arrivo dell’esercito in divisa blu. Come documentano i filmati, viene pestato a sangue da diverse ondate di poliziotti, anche se l’irruzione non è neppure cominciata e lui è solo, inerme, magrolino per giunta. E’ uno dei codici rossi di quella sera. Tra le decine e decine e decine di poiziotti verosimilmente testimoni oculari della scena, nessuno troverà la voglia o il coraggio di aiutare la giustizia a individuare i responsabili di quello che la procura di Genova classifica come un tentato omicidio. Lo stesso accadrà per tutte le violenze perpetrate all’interno della scuola.

Oltre a La Barbera, nel cortile della scuola sono presenti i vertici della polizia investigativa italiana. Franco Gratteri e Gilberto Caldarozzi, capo e vice dello Sco. Gianni Luperi, numero due di La Barbera all’Ucigos. Vincenzo Canterini è invece il comandante del Reparto mobile di Roma, da cui il Settimo nucleo sperimentale, una sorta di élite dell’ordine pubblico creata apposta per il G8. Sarebbe lui il destinatario del consiglio di La Barbera (ma Canterini ha sempre smentito). La promessa riscossa dello stato contro i violenti del G8 si trasforma in un disastro di immagine, con le telecamere che riprendono una sconvolgente sfilata di ragazzi feriti e pozzanghere di sangue sui pavimenti della scuola.

Bisogna metterci una pezza. Così parte il grande depistaggio, che sarà smascherato dall’inchiesta penale. Le due bottiglie molotov attribuite ai manifestanti sono state portate dentro dai poliziotti. L’aggressione denunciata da un agente non regge alla prova dei fatti. I verbali di arresto sono generici e pieni di circostanze false. Durante il processo, la reticenza degli alti dirigenti sui fatti della Diaz è totale. Nessuno comandava l’operazione, nessuno ha notato violenze, nessuno ha rilevato stranezze, nessuno ha fornito il minimo elemento per individuare i responsabili della “macelleria messicana” descritta anche dal comandante del VII nucleo, Michelangelo Fournier. La sua è l’unica testimonianza di un funzionario di polizia dall’interno dell’edificio scolastico. Parla di “colluttazioni unilaterali”, dove i manifestanti si limitano a subire botte e manganellate, e persino di un collega che “mima il coito” sopra una ragazza ferita a terra.

Dieci anni dopo, nel libro L’eclissi della democrazia di Vittorio Agnoletto e Lorenzo Guadagnucci (Feltrinelli 2011), il pm Zucca racconta addirittura la proposta indecente arrivata per vie traverse ai magistrati genovesi: se non fate il processo Diaz, facciamo saltare anche quello contro i manifestanti. Come dire, zero a zero e non ci pensiamo più. E proprio dal processo Diaz ne è nato un altro, per falsa testimonianza, che coinvolge l’allora capo della polizia De Gennaro.

Ecco allora l’ultima grande domanda del G8 di Genova, a cui qualcuno dovrebbe finalmente rispondere. Perché i protagonisti di quella sciagurata operazione sono stati sempre protetti e hanno proseguito le loro brillantissime carriere?

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di Franca Giansoldati
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CITTA’ DEL VATICANO – La cattolica Irlanda ha sferrato un attacco senza precedenti al Vaticano accusandolo di continuare a coprire i preti pedofili. Le prime avvisaglie di una escalation culminata con la presa di posizione del Premier Enda Kenny e poi del Parlamento, si erano registrate anche negli anni scorsi, quando la commissione d’inchiesta governativa sul sistema di accoglienza ed educazione dei bambini in stato di abbandono o con problemi familiari aveva pubblicato i risultati relativi ad un periodo che andava dal 1914 al 2000, dal quale emergeva un quadro inquietante dell’intero sistema di affidamento ed il ruolo omertoso della Chiesa. Molte diocesi pur sapendo dell’esistenza di situazioni terribili, al fine di preservare il buon nome dell’istituzione, avevano cercato di lavare i panni sporchi in casa senza rimuovere i problemi alla radice. E così il male si allargava. Fino ad arrivare all’ultimo capitolo.

«Questa è una Repubblica, non il Vaticano» ha detto il primo ministro Enda Kenny censurando il comportamento della Chiesa che anche ultimamente, nonostante i proclami della tolleranza zero, continua ad avere un atteggiamento ambiguo. Come del resto si evince da un secondo rapporto sugli abusi sessuali del clero. «Ha messo in luce un tentativo della Santa Sede di frustrare un’inchiesta in una Repubblica democratica e sovrana, e questo tre anni fa soltanto, non tre decenni fa».

Mai prima di oggi il capo di un governo irlandese aveva parlato con tanta forza contro il Vaticano. Kenny, e successivamente il Parlamento, in una mozione approvata all’unanimità hanno così accusato le gerarchie cattoliche d’aver messo gli interessi della Chiesa davanti a quelli delle vittime degli abusi.

E’ toccato all’arcivescovo di Dublino, Diarmuid Martin a presentarsi in televisione per spiegare che «esistono norme all’interno della Chiesa» che impediscono di rompere il segreto della confessione e denunciare alla magistratura i preti pedofili. Il premier Kenny ha detto sic et simpliciter che le relazioni tra l’Irlanda e la Santa Sede non saranno d’ora in poi più le stesse dopo che la settimana scorsa il rapporto sulla diocesi di Cloyne – nella contea di Cork – ha messo in luce abusi su minori commessi da 19 sacerdoti e sulle relative coperture nel periodo dal 1996 al 2009. Il dossier, secondo il Parlamento, «scava nelle disfunzioni, l’elitismo, il narcisismo che domina fino a oggi la cultura del Vaticano».

Dopo la pubblicazione del Cloyne Report, il governo irlandese aveva convocato il nunzio apostolico a Dublino, l’arcivescovo Giuseppe Leanza, per chiedere una reazione ufficiale da Roma. «Arriverà in tempi ragionevoli». Ma l’unico commento arrivato dal Vaticano è stato finora solo quello del portavoce della Santa Sede padre Federico Lombardi: la pubblicazione del rapporto «segna una nuova tappa nel lungo e faticoso cammino di ricerca della verità, di penitenza e di purificazione, di guarigione e di rinnovamento della Chiesa in Irlanda. Un cammino a cui il Vaticano non si sente affatto estraneo ma vi partecipa con solidarietà e impegno».

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Giovedì 21 Luglio 2011 – 18:25

fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=157000&sez=HOME_NELMONDO

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LA GIUSTIZIA CHE NON FUNZIONA – Bimbi tolti ai genitori per un disegno, tutti assolti. La madre: «Che schifo»

Basiglio – I due fratellini, di 13 e 9 anni, furono ospitati in comunità per 69 giorni

Bimbi tolti ai genitori per un disegno, tutti assolti. La madre: «Che schifo»

Il pm aveva chiesto l’assoluzione: «Tutti commisero errori, ma non fu commesso nessun reato penale»


Clicca l’immagine per vedere il video

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MILANO – I giudici della quinta sezione penale del tribunale di Milano hanno assolto «perché il fatto non sussiste» tutti gli imputati nell’ambito del processo avviato sui fratellini di Basiglio, tolti alla famiglia per un disegno osè. L’assoluzione era prevedibile dopo che lo stesso procuratore aggiunto di Milano Pietro Forno l’aveva chiestaper i cinque imputati: una preside, due maestre, uno psicologo e un’assistente sociale. Erano accusati, a vario titolo, di falsa testimonianza, falso ideologico e lesioni colpose per i traumi che avrebbero provocato, in particolare al ragazzino di 13 anni. Il pm aveva chiesto l’assoluzione spiegando, nella requisitoria del processo a porte chiuse, che l’allontanamento dei due bambini dai loro genitori è stato profondamente sbagliato e che sono stati commessi tutti gli errori possibili in questa vicenda. Però, aveva sottolineato il magistrato, questi errori non hanno un rilievo penale. Alla lettura della sentenza erano presenti quattro degli imputati, alcuni dei quali sono anche scoppiati a piangere per la gioia e si sono abbracciati.

LA RABBIA DELLA MAMMA – «Non esiste, che schifo, che schifo la legge italiana. Scusatemi eh?!». Così, subito dopo la lettura del dispositivo, la mamma dei due bambini ha commentato la sentenza di assoluzione. «Ma come si permettono? – si è sfogata la mamma -. Hanno rovinato due bambini questi signori qua. I ragazzini soffrono ancora, soprattutto il più grande». Il figlio maggiore, portato via da casa proprio il giorno del suo compleanno, era rimasto traumatizzato. «Il bambino non ha dimenticato il volto di chi l’ha sbattuto in auto, strappato all’abbraccio della madre, minacciato, obbligato — senza riuscirci — a confessare pensieri e azioni mai fatti», aveva raccontato il padre. Più pacato, ma dello stesso tenore, il commento del legale della famiglia, Stefano Toniolo: «Siamo amareggiati, anche se temevamo questo verdetto, fatichiamo a capacitarcene. Leggeremo le motivazioni della sentenza».

HANNO LASCIATO IL PAESE Oggi la famiglia non vive più a Basiglio, dove aveva vissuto per 10 anni. «La vita là era probabilmente difficile per loro – ha risposto l’avvocato Antonello Martinez a chi gli ha chiesto se si siano trasferiti a causa dell’accaduto -, qualche motivo ci sarà, se questi fatti sono successi». Durissimo il commento dell’avvocato: «Raramente ho poche parole come oggi. Non condivido la sentenza. Il processo, che si è svolto a porte chiuse, è stato durissimo: sembrava che la famiglia e i bimbi fossero gli imputati e noi sembravamo gli orchi cattivi». Il legale ha parlato di «una tappa molto triste del diritto italiano», e ha commentato: «Insomma, abbiamo scherzato, in un modo talmente tragico che il disegno, ritenuto necessario e sufficiente per portar via i bambini senza neanche convocare prima i genitori, nel processo è diventato una cosa assolutamente secondaria». Il legale ha spiegato che la sentenza non è impugnabile in sede penale, se non ai fini civilistici. «Non credo che lo faremo – ha detto -. Per la famiglia già la sentenza di oggi è stata una nuova traumatizzazione, per cui pensiamo di no». Quindi ha concluso, sottolineando: «Il tribunale dei minori ha ritenuto comunque che i bimbi non si dovessero prendere. Su questo non ci sono discussioni. L’assoluzione non significa che è stato fatto tutto bene».

LA VICENDA – Il 14 marzo del 2008 la bambina, di 9 anni, e il fratello di 13 anni erano stati tolti ai loro genitori per 69 giorni ed erano strati costretti a vivere in due diverse case d’accoglienza. Gli insegnanti della scuola frequentata dalla piccola, infatti, avevano segnalato ai servizi sociali di aver trovato un mese prima un disegno con allusioni erotiche sotto il banco della bambina. Tra gli operatori scolastici era nato il sospetto di relazioni malsane tra lei e il fratello, ed era partita una segnalazione alle autorità. Poi però, dopo che i bambini erano stati allontanati dalla famiglia, su disposizione del Tribunale per i minorenni, era emerso che a realizzare quel disegno era stata un’altra alunna e attorno al caso dei bimbi di Basiglio si erano mobilitate associazioni e politici, con fiaccolate ed altri eventi. Stando alle indagini coordinate dal pm Marco Ghezzi (poi andato in pensione), la preside e le due maestre avrebbero testimoniato il falso davanti ai magistrati, non raccontando che il disegno era stato fatto da un’altra alunna, pur sapendolo. Secondo il procuratore Forno, invece, gli inquirenti in realtà non glielo avevano mai domandato. Lo psicologo e l’assistente sociale, sempre secondo l’accusa, avrebbero costretto il fratello a confermare i sospetti sul disegno. Da qui l’accusa di lesioni colpose. Per il procuratore Forno però non è stato dimostrato il nesso causale tra le frasi dette dai due imputati al ragazzino e un eventuale trauma psicologico subito.

«NON SOLO PER IL DISEGNO» – «Capisco che è triste, però bisogna uscire dalla banalità con cui è stato trattato questo caso, perché si è parlato di questa vicenda come se l’allontanamento fosse stato disposto sulla base di un disegno e non è così», ha dichiarato l’avvocato Vinicio Nardo, difensore della preside. «La preside viene accusata di non aver parlato del disegno nella relazione ai servizi sociali e nella testimonianza, ma la vicenda è più complicata perché il disegno era solo il corollario necessario all’allontanamento – ha proseguito il legale -. Il comportamento della preside è stato legittimo. Se altri hanno sbagliato… lei non ha sbagliato nel fare quella relazione». Per Nardo, in ogni caso, «la vicenda è triste», ma va considerato che «c’è anche chi ha subito anni di processi».

FALSITA’ SULLA FAMIGLIA – Il legale della famiglia, Stefano Toniolo, ha citato invece le «informazioni inesatte date ai servizi sociali nella segnalazione: per esempio si dava atto che la famiglia stava partendo per Palermo e non era vero, che la bambina in classe chiedeva insistentemente di giocare al dottore e non era vero, che avesse accumulato un tesoretto di 100 euro per dei presunti giochini, che saputo del disegno la mamma l’avesse messa in castigo, quando sapeva benissimo che era l’ennesimo scherzo fatto dalle compagne la emarginavano». Tutti i procedimenti aperti a carico della famiglia davanti ai giudici minorili sulla vicenda sono stati archiviati.

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Redazione online
21 luglio 2011 19:27
fonte:  http://milano.corriere.it/milano/notizie/cronaca/11_luglio_21/basiglio-assolti-preside-maestre-fratellini-tolti-genitori-1901140451060.shtml

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Il caso Basiglio raccontato dall’avvocato Martinez che per primo si occupo’ della vicenda

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NO!! FORTE E CHIARO A QUESTI METODI DI STAMPO NEONAZISTA – “Fuori la feccia ebraica da atenei e procure”: sul web liste nere e appelli al boicottaggio

ANTISEMITISMO

“Fuori la feccia ebraica da atenei e procure”
sul web liste nere e appelli al boicottaggio


Rastrellamento nazista – fonte immagine

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Torna in rete l’elenco comparso per la prima volta nel 2008: professori universitari e magistrati da “epurare”. Dagoberto Bellucci, fascista convertito all’islam ed ex della pornostar Eva Henger, va oltre e traccia la mappa delle attività controllate da “sionisti”

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di MARCO PASQUA

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Docenti ebrei accusati di “manipolare le menti degli studenti” e di controllare gli atenei italiani. Una lobby, formata da 162 professori, che dovrebbe essere “allontanata dalle università”. Comparsa per la prima volta nel 2008 1, quando la polizia postale riuscì ad individuarne l’autore, torna in rete la blacklist dei professori ebrei. Ma non è la sola espressione dell’odio antisemita che il web propone su blog e forum dichiaratamente neonazisti e antisemiti. L’ultimo degli elenchi della vergogna, comprende, oltre ad alcuni nominativi di magistrati ebrei (o ritenuti tali), una lista aggiornata di attività commerciali, ristoranti, macellerie, pasticcerie, i cui proprietari sono ebrei. Attività da “boicottare”, come scrive Dagoberto Bellucci, italiano convertito all’Islam e residente in Libano, da molti definito nazi-islamico, molto vicino agli ambienti della destra estrema.

La blacklist di docenti ebrei, appartenenti a vari atenei italiani, compare su un blog denominato ‘Rumors’ e ospitato sulla piattaforma italiana del Cannocchiale. La stessa dove è apparsa la prima volta, nel febbraio del 2008. In quell’occasione, in seguito all’indignazione politica bipartisan e all’oscuramente del sito, le indagini della Polizia Postale permisero di arrivare a individuare il responsabile della pubblicazione di quell’elenco (Paolo Munzi, residente in provincia di Rieti, figlio di un ex sindaco). Ma il copia e incolla acritico e la diffusione virale dell’odio contro gli ebrei hanno permesso a quell’elenco di continuare a circolare. E di venire riproposto, con slogan e insulti che potrebbero essere puniti sulla base della legge Mancino.

L’elenco in questione, si legge nel blog, “è stato ricavato da un appello contro il boicottaggio attuato nelle università inglesi nei confronti di Israele e dei docenti ebrei. Il 99% dei docenti firmatari la petizione proposta dalla comunità ebraica di Roma  –  spiega il sito ‘Rumors’ –  appartiene alla Sapienza di Roma, ha un cognome ebraico e sostiene pubblicamente e politicamente Israele”. Tra le deliranti affermazioni riportate dall’estensore dell’articolo, quella relativa al potere esercitato dalla lobby ebraica: “Gli studenti sono vittime della manipolazione mentale di professori infeudati alle caste regnanti negli atenei. Questi docenti utilizzano l’istituzione universitaria italiana per sostenere gli interessi politici di uno stato estero”. Tra i 162 figurano professori non solo della Sapienza, ma di tutti i principali atenei italiani: Bologna, Torino, Palermo, Chieti, Tor Vergata, Roma Tre, Federico II, Pisa, Lecce, Politecnico di Milano, Bicocca, Perugia e Sassari. “Fuori la feccia sionista dalle Università”, il titolo di un post scritto il 14 maggio scorso. Attacchi riservati anche ad alcuni magistrati (sono quattro, con nome e cognome), la cui presenza nelle Procure è un “cancro da estirpare”. “Fuori la lobby ebraica dalle Procure”, tuona il gestore del blog, che accusa questi pubblici ministeri di “utilizzare la legge per eliminare con il carcere coloro che non condividono queste loro idee”. Magistrati che, sempre secondo quanto viene scritto sul blog, sarebbero “aderenti ad un’organizzazione politica finalizzata a proteggere gli interessi politici della lobby sionista transnazionale. Una cricca di pubblici magistrati che strumentalizzano politicamente le Istituzioni giuridiche dello Stato italiano utilizzando la persecuzione giudiziaria contro coloro che vengono ritenuti da questi o indicati loro da esponenti politici di stati esteri residenti in Italia, “nemici” dell’entità sionista comunemente definita, Israele”. Accuse gravissime e infondate, risultato di una macchina del fango antisemita il cui fine è solo quello di denigrare la figura dei quattro magistrati citati nel post.

Il livornese Dagoberto Bellucci, classe 1970, legato all’Msi e al gruppo neofascista di Avanguardia e noto alle cronache per aver avuto una relazione con la pornostar Eva Henger, oltre a riproporre sul suo blog un elenco di cognomi ebraici, rilancia l’idea di un boicottaggio di prodotti degli ebrei. Lo fa partendo da un documento e dalle analisi che risalgono al periodo della Repubblica sociale Italiana e delle leggi razziali. “Stiliamo una nuova lista di prodotti di aziende in mano agli ebrei – scrive in un post datato 7 luglio – Seguiremo una documentazione consegnataci da Maurizio Lattanzio, l’unico fascista in Italia, per dirla con parole sue. Invitiamo i lettori a farne buon ‘uso’ perché le ditte ed i nomi dei responsabili delle ditte ivi riprodotte sono, con ogni probabilità, ancora presenti e operative nel tessuto commerciale ed economico nazionale”. E, infatti, molte delle imprese citate sono a oggi pienamente operative. Un elenco analogo compare anche sulla sezione italiana del forum neonazista Stormfront. In un apposito thread viene riportata la lista delle comunità ebraiche italiane, delle scuole, ma anche di negozi, ristoranti, pasticcerie. In tutti i casi compare anche il numero di telefono e l’indirizzo. “I luoghi si possono ritrovare facilmente su internet con una ricerca”, suggerisce l’autore di questo elenco.

Liste che vengono continuamente monitorate e registrate dal Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea Milano (Cdec), grazie all’attività di ricerca sul web condotta dal ricercatore Stefano Gatti, volta a “stanare” i siti antisemiti e negazionisti. In un report presentato alla commissione parlamentare contro l’antisemitismo, Gatti aveva già inserito la figura di Bellucci, “collaboratore del mensile neonazista Avanguardia, autore di un virulento volumetto antisemita, oltre che di vari articoli con la medesima ispirazione”. Nel suo ultimo report quadriennale (relativo agli anni 2007-2010), il Cdec aveva anche lanciato un allarme: “In Italia l’antisemitismo cresce e si diffonde online, alimentandosi delle vicende legate al conflitto israelo-palestinese e della scarsa conoscenza che gli italiani hanno degli ebrei. E attraverso internet la propaganda e la diffusione di idee intolleranti diventa più facile”.

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21 luglio 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/cronaca/2011/07/21/news/blacklist_ebrei-19427421/?rss

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Crisi greca: in caso di fallimento la Finlandia vuole il Partenone in garanzia

Per Helsinki andrebbero bene anche alcune isole elleniche

Crisi greca: in caso di fallimento la Finlandia vuole il Partenone in garanzia


fonte immagine

Fonti diplomatiche: Atene possiede 300 miliardi di beni da dare in garanzia tra cui anche l’Acropoli

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MILANO – «La storia si ripete due volte, la prima volta come tragedia la seconda come farsa» sosteneva il filosofo Karl Marx in una frase ormai diventata celebre. Il salvataggio della Grecia dalla crisi ha ormai raggiunto sicuramente questo secondo stadio se quello che trapela da fonti diplomatiche è stato mai messo veramente sul piatto.

PRESTITI – Per dare nuovi prestiti alla Grecia, la Finlandia ha, a un certo punto dell’estenuante negoziato europeo, chiesto garanzie in particolari beni dello Stato ellenico: per la precisione l’Acropoli di Atene, il Partenone e alcune isole. Secondo quanto si apprende da fonti diplomatiche, i finlandesi avrebbero posto come «red line» la concessione di garanzie affidabili, e hanno fatto il conto che la Grecia possiede 300 miliardi di euro di beni dello Stato che potrebbero soddisfare questa richiesta. Non è chiaro però ancora cosa succederebbe in caso di default della Grecia. Il Partenone verrebbe venduto o semplicemente trasferito ad Helsinki?

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21 luglio 2011 17:09
fonte:  http://www.corriere.it/economia/11_luglio_21/grecia-finlandia-partenone_a9d0e5ce-b39f-11e0-a9a1-2447d845620b.shtml

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ZeroAccess: malware capace di bypassare e disattivare i software di sicurezza / MICROSOFT RISPONDE – Il computer è infettato da malware, come devo procedere?

ZeroAccess: malware capace di bypassare e disattivare i software di sicurezza

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“Il rootkit ZeroAccess è stato aggiornato e le ultime novità lo rendono ancor più difficile da individuare. Webroot lo ritiene capace di bypassare e disattivare alcuni software di sicurezza e ne segnala una rapida diffusione”

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di Fabio Boneschi

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Per gli esperti di sicurezza uno dei più recenti problemi è ZeroAccess, un rootkit noto da qualche tempo ma costantemente aggiornato dai suoi creatori che ne continuano a modificare alcune caratteristiche per renderlo di difficile individuazione sul sistema. Per chi volesse vedere all’opera questo malware è disponibile su YouTube un video molto interessante.

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Webroot sta seguendo da vicino le evoluzioni di ZeroAccess e un post pubblicato da Marco Giuliani, che sulle pagine di Hwupgrade non ha bisogno di presentazioni, ne descrive le ultime mutazioni. La più grossa novità riguarda il modo con il quale il rootkit conserva file di configurazione, malware e dati proteggendoli con un algoritmo crittografico. ZeroAccess è ora in grado di creare e utilizzare una directory nascosta all’interno della cartella di sistema Windows.

La cartella creata da ZeroAccess è visibile con i comuni strumenti di sistema, ma cercando di accedervi iniziano le prime difficioltà: alla cartella corrisponde un link simbolico a un percorso inesistente e in questo modo tutti metodi di accesso a livello di filesystem vengono esclusi. Ma se anche si riuscisse a entrare nella cartella i dati in essa contenuti risulterebbero crittografati con modalità differenti rispetto al passato: la chiave ora è creata in modo autonomo su ogni sistema infetto, quindi non è più presente un elemento come in passato e questo ovviamente complica il lavoro di individuazione e studio del malware.

Il nome della cartella in cui il rootkit archivia i propri elementi ha questa struttura: C:\WINDOWS\$NtUninstallKBxxxxx$, dove la serie di caratteri x indicano un numero generato in base alle caratteristiche del sistema infetto. I più attenti avranno notato una somiglianza di questa struttura rispetto a quanto fatto da Windows per l’uninstall dei propri update.

Tralasciando queste modifiche ben documentate a questo indirizzo, ZeroAccess non cambia nella propria sostanza e nella capacità di interagire con disk.sys intercettandone tutti i pacchetti gestiti. Una delle caratteristiche più preoccupanti di ZeroAccess riguarda la propria capacità di autodifesa: la soluzione implementata nella precedente versione del rootkit è stata ulteriormente migliorata e Webroot ha rilevato come le eventuali scansione di un tool di sicurezza vengano rilevate dal malware che è in grado di invocare l’ API ExitProcess chiudendo il processo e inibendo -agendo a livello delle impostazioni ACL – una successiva esecuzione del file.

I ricercatori hanno anche individuato l’ingegnoso meccanismo sviluppato per garantire l’aggiornamento di ZeroAccess da remoto: il rootkit contatta a intervalli regolari alcuni URL non presenti in una lista ma generati da un apposito engine interno. I creatori del malware conoscendo la logica di questo domain generator possono registrare i domini necessari alla distribuzione degli update e al tempo stesso, variando frequentemente gli URL utilizzati, rendono più complicata la gestione di una blacklist.

La diffusione di ZeroAccess è in crescita stando a quanto riportato da Webroot e, dettaglio non da poco, il rootkit ha dimostrato di essere in grado di bypassare e disabilitare molti dei tool di sicurezza installati sui PC. Al momento non sono noti quali tool di sicurezza siano stati utilizzati e verificati. La situazione merita di essere tenuta sotto controllo anche per i possibili aggiornamenti e evoluzioni; Webroot è al lavoro per lo sviluppo di un tool di rimozione dedicato.

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21 luglio 2011

fonte:  http://www.hwfiles.it/news/zeroaccess-malware-capace-di-bypassare-e-disattivare-i-software-di-sicurezza_37854.html

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Domanda

Il computer è infettato da malware, come devo procedere?

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Esecuzione di una verifica antimalware completa.

Nota
Le istruzioni vanno eseguite tutte, passo per passo, nell’ordine in cui sono state scritte.
Software da scaricare ed eseguire, in successione, riavviando ogni volta il computer…

    1. Scarica ed esegui lo Strumento di rimozione malware Microsoft
Versione per Windows 64-Bit: Strumento di rimozione malware per Microsoft® Windows® (KB890830) x64
    2. Scarica, aggiorna ed esegui Malwarebytes’ Anti-Malware
    3. Scarica, aggiorna ed esegui anche SUPERAntiSpyware.

4. Scansione con Microsoft Safety Scanner
Microsoft Safety Scanner è uno strumento di protezione scaricabile gratuitamente che offre funzionalità di analisi su richiesta e consente di rimuovere virus, spyware e altro malware. Funziona con il software antivirus esistente.
Nota: Microsoft Safety Scanner scade 10 giorni dopo il download. Per eseguire nuovamente un’analisi con le ultime definizioni antimalware, scaricare ed eseguire di nuovo Microsoft Safety Scanner.
Microsoft Safety Scanner non sostituisce l’utilizzo di un programma software antivirus in grado di garantire una protezione continua.
Alert: la scansione può durare ore, attendi pazientemente che lo scanner termini il proprio lavoro.

Microsoft Safety Scanner Risoluzione dei problemi

– Attenzione! –
– Potrebbe rendersi necessario scaricare il software per la disinfezione da malware da un altro computer “pulito”, salvarlo su di un supporto rimovibile (Pen drive, CD, ecc.) ed eseguirlo sul PC infettato.
– Inoltre consiglio di riavviare Windows in “Modalità provvisoria” (premere ripetutamente il tasto funzione “F8” subito dopo le prime schermate del BIOS) e quindi lanciare una scansione completa con Malwarebytes’ Anti-Malware e SUPERAntiSpyware.

5. Scansione con “Avira Rescue System”
Se la disinfezione con i software sopra indicati non è riuscita è necessario scansionare il sistema con CD Avira Rescue.
Dovrai preparare tu stesso un CD avviabile.
Leggi e segui attentamente le istruzioni: Come si utilizza AntiVir Rescue System?

6. Scansione con il recovery tool Microsoft Standalone System Sweeper Beta
Microsoft Standalone System Sweeper Beta is a recovery tool that can help you start an infected PC and perform an offline scan to help identify and remove rootkits and other advanced malware. In addition, Microsoft Standalone System Sweeper Beta can be used if you cannot install or start an antivirus solution on your PC, or if the installed solution can’t detect or remove malware on your PC.
Microsoft Standalone System Sweeper Beta Help & How-To:
https://connect.microsoft.com/systemsweeper/content/content.aspx?ContentID=24894

7. Se riscontri problemi di connessione relativi a Microsoft Windows Update lancia anche TDSSKiller:
How to remove malware belonging to the family Rootkit.Win32.TDSS (aka Tidserv, TDSServ, Alureon)?

8. Formattazione del disco e reinstallazione di Windows (Importante)
Considera che se l’infezione da malware è stata particolarmente grave e profonda, ed ha colpito “organi vitali” di Windows (File e Registro di sistema), veicolando l’accesso al computer di altro malware (rootkit, backdoor, ecc.), il tuo PC non è più sicuro ed offre il fianco all’attacco di altre infezioni.

La reinstallazione di Windows su se stesso non neutralizza, nè elimina, il malware eventualmente ancora presente e ti ritroveresti quindi con un sistema ancora infetto e vulnerabile.
In questi casi è necessario procedere ad una formattazione del disco rigido ed alla reinstallazione “in pulito” di Windows e dei programmi, previo salvataggio in un posto sicuro di tutti i tuoi dati personali.

Se non disponi del DVD di Windows sarà necessario riportare il computer alle impostazioni “di fabbrica”, accedendo mediante una combinazione di tasti predisposta dal produttore del PC alla partizione di ripristino nascosta.
Salva tutti i dati prima di procedere, poichè il disco rigido verrà formattato.
Consulta il manuale incluso nella confezione del PC e se hai dubbi contatta direttamente il produttore del tuo PC (Asus, Acer, HP, ecc.) per chiedere supporto e procedere quindi in tutta sicurezza al ripristino del tuo computer.

Una volta reinstallato Windows esegui una scansione accurata del supporto CD, DVD o Pen Drive contenente i dati personali con un buon antivirus aggiornato e con un programma antimalware efficace, come ad esempio l’ottimo Malwarebytes’.
Solo dopo aver accertato che non esistano infezioni in file e cartelle del backup, reimporta i dati.

Microsoft offre Supporto Gratuito per virus e problemi di sicurezza
Microsoft supporta gli utenti che desiderano proteggersi dai virus sia preventivamente, tramite l’impostazione di opzioni di protezione appropriate e l’installazione delle patch necessarie, sia quando un virus è già in circolazione. Garantirai così la massima protezione al tuo PC grazie ai consigli di un team di professionisti Microsoft pronti a rispondere alle tue domande.
In caso di intrusione di un virus, un tecnico effettuerà tutte le ricerche utili a verificare le segnalazioni e le azioni da intraprendere sulla base della descrizione circa il messaggio di errore o il comportamento anomalo dei prodotti Microsoft che tu gli avrai fornito.

Servizio Clienti Microsoft
Per avere informazioni circa le modalità di supporto, gratuito e a pagamento, è sufficiente telefonare al Servizio Clienti Microsoft 02/70.398.398 durante l’orario di apertura (dalle 9.00 alle 12.30 e dalle 14.30 alle 18.00 dal lunedì al venerdì).

Leggi le domande frequenti sul supporto gratuito per virus e problemi di sicurezza

[Last Revised 06 Luglio 2011]


Vincenzo Di Russo
Microsoft® MVP Windows Internet Explorer, Windows & Security Expert – Since 2003.
Moderator in the Microsoft Answers and TechNet Forums
My MVP Profile: https://mvp.support.microsoft.com/profile/Vincenzo
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