Archivio | luglio 26, 2011

La benzina vola: 1,641 euro è il nuovo record storico

La benzina vola: 1,641 euro
è il nuovo record storico

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Negli impianti Ip salgono di un centesimo sia la verde che il gasolio.”Dopo la stasi, rottura della tregua”. I prezzi sul territorio sempre più differenziati: scarti anche di dieci centesimi

La benzina vola: 1,641 euro è il nuovo record storico

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ROMA – La benzina supera 1,64 euro e vola al nuovo record storico. Negli impianti Ip, secondo la rilevazione di Staffetta Quotidiana, la media nazionale dei prezzi è salita di 1 centesimo sia per la verde, che arriva così a 1,641 euro, che per il gasolio (1,523 euro al litro).

L’aumento deciso da Ip arriva dopo dieci giorni di stasi e fa aumentare, anche se lievemente, anche la media ponderata nazionale tra i diversi marchi: la benzina a 1,624 euro e il gasolio a 1,507 euro. Anche Quotidiano Energia parla di “rottura della tregua” dopo “la calma piatta degli ultimi giorni”, e fissa il prezzo di Ip leggermente al di sotto di Staffetta, a 1,636 euro. I prezzi praticati sul territorio, secondo QE, appaiono sempre più differenziati a seconda del livello di competizione locale, con forchette piuttosto ampie soprattutto nel caso della benzina per la quale, tra picchi massimi e picchi minimi, si riscontrano scarti anche di 10 centesimi.

A livello paese, il prezzo medio praticato della benzina (in modalità servito) va oggi dall’1,624 euro/litro degli impianti Eni all’1,636 euro/litro di quelli Ip (no-logo a 1,547). Per il diesel si passa dall’1,504 euro/litro dei punti vendita Eni ed Esso all’1,511 euro/litro degli impianti Ip (le no-logo a 1,413 euro/litro). Il Gpl, infine, si posiziona tra lo 0,718 euro/litro di Eni allo 0,735 di Ip e Shell (no-logo a 0,715 euro/litro).

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26 luglio 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/economia/2011/07/26/news/benzina_record-19625228/?rss

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Crisi Usa, appello di Obama: agire subito, rischiamo il crack economico

Crisi Usa, appello di Obama: agire subito,
rischiamo il crack economico

I Repubblicani non cedono sull’aumento del tetto del debito: no assegno in bianco come sei mesi fa ma non accadrà


Barak Obama durante il discorso alla Nazione (foto Jim Watson – Ap)

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NEW YORK – Il tetto del debito va aumentato, ne dipendono milioni di americani. Non agire causerebbe gravi danni all’economia. Il presidente Barack Obama si rivolge alla nazione e chiede agli americani di fare pressione sul Congresso per raggiungere un compromesso sul piano di riduzione del deficit e del debito. L’impasse che si è creata è «pericolosa», a rischio ci sono posti di lavoro: senza una soluzione si «rischia una profonda crisi economica causata interamente da Washington».

Obama è fiducioso, un compromesso si raggiungerà. Ma i repubblicani non cedono. E lo speaker della Camera, John Boehner, afferma: «Obama voleva un assegno in bianco sei mesi fa. Vuole un assegno in bianco sulle spese anche ora. Questo non accadrà».

I partiti vanno ognuno per la propria strada e mettono in guardia: già mercoledì potrebbero avanzare in Congresso per il voto le loro iniziative. Alla scadenza del 2 agosto mancano sette giorni e un accordo sembra lontano, anche se alcuni osservatori ritengono che al di là delle dichiarazioni pubbliche, le parti siano più vicine.

«Un default è un risultato avventato e irresponsabile del dibattito» evidenzia Obama. «In passato l’aumento del debito è stato un routine. Fin dal 1950 il Congresso l’ha sempre passato e i presidenti lo hanno firmato. Reagan lo ha fatto 18 volte. George W. Bush lo ha fatto sette volte. Ora dobbiamo farlo noi entro il 2 agosto. Obama cita le parole di Ronald Reagan: «Tagliereste il deficit e manterreste i tassi bassi facendo pagare di più coloro che non pagano abbastanza o vi terreste un ampio deficit, alti tassi di interesse e tasso di disoccupazione alto? Ritengo che la risposta la sapete».

L’atteggiamento dei repubblicani – spiega Obama – ha creato un’impasse pericolosa. «Abbiamo gli occhi del mondo addosso. Nessuno dei due partiti è irreprensibile per le decisioni che hanno portato a questo problema, e hanno la responsabilità di risolverlo. negli ultimi mesi è quello che abbiamo cercare di fare», con un approccio bilanciato che avrebbe portato le spese ai livelli più bassi da Dwight Eisenhower. «L’approccio bilanciato chiedeva a tutti piccoli sacrifici e avrebbe ridotto il debito di 4.000 miliardi di dollari senza rallentare l’economia. L’unica ragione per cui questo accordo non diventerà legge ora è un significativo numero di Repubblicani in Congresso insiste su un approccio solo di tagli, un approccio che chiede nulla ai ricchi americani e alle grandi aziende».

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Martedì 26 Luglio 2011 – 09:46    Ultimo aggiornamento: 10:17

fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=157510&sez=HOME_ECONOMIA

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CORNO D’AFRICA – Il grido della Fao “Senza aiuti rapidi sarà un massacro”

26/07/2011 – CORNO D’AFRICA

Il grido della Fao “Senza aiuti rapidi sarà un massacro”

Vertice d’emergenza a Roma: 12 milioni rischiano di morire

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Un bambino somalo che vive l’emergenza della carestia

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di ROBERTO GIOVANNINI
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ROMA
Servono soldi, tanti. Aiuti massicci, e presto. Per evitare che almeno 12 milioni di persone siano travolte dalla morte per fame, causata dalla carestia legata alla carenza di piogge che sta colpendo il corno d’Africa occorrono subito almeno 120 milioni di dollari di soccorsi urgentissimi. Sarebbe solo un anticipo sul 1,6 miliardi di dollari complessivi che secondo la Fao, l’organizzazione dell’Onu per l’alimentazione e l’agricoltura, servono per evitare il peggio nei prossimi 12 mesi. Ieri a Roma la Fao ha ospitato una riunione straordinaria per fare il punto sull’emergenza, che come detto è stata messa in moto dalla siccità che ha colpito Somalia, Gibuti, forse anche l’Eritrea, parte dell’Etiopia sudorientale e il Nord-Est del Kenya, la regione al confine con la Somalia dove sono già arrivati oltre 100 mila rifugiati e profughi. «Serve un’azione urgente», ha detto il direttore generale della Fao, Jacques Diouf.

Ad aggravare la crisi umanitaria, la situazione di guerra endemica che da anni ha reso la Somalia un Paese senza Stato e senza governo. Suddiviso in feudi controllati precariamente da bande armate in perenne conflitto. Tra queste ci sono anche le milizie degli «Shabaab», un gruppo integralista legato ad Al Qaida. Risultato, quasi 4 milioni di affamati nelle province centromeridionali della Somalia. E tantissimi morti, ogni giorno. E legioni di profughi disperati, accolti nelle strutture di assistenza che stanno sorgendo in questi giorni alla frontiera.

L’incontro di ieri a Roma, voluto dalla Francia, presidente di turno del G20, in realtà ha avuto un valore soprattutto politico: determinante per capire se si passerà dalle parole ai fatti sarà il vertice di domani a Nairobi dei Paesi donatori. Nella capitale del Kenya i vari Stati che si sono impegnati a fornire aiuti dovranno formalmente ufficializzare le risorse finanziarie che metteranno a disposizione. Ieri qualche segnale positivo è emerso: la Banca Mondiale ha annunciato uno stanziamento di 500 milioni di dollari, di cui una parte (8 milioni) servirà per gli interventi di emergenza mentre il resto dovrebbe essere investito in progetti di lungo termine per potenziare l’agricoltura. L’Unione Europea ha pronti 100 milioni; l’Italia avrebbe stanziato 13 milioni, più altri 4 mirati alle comunità agropastorali. Ma secondo alcune stime, all’appello per adesso mancano ben 900 milioni di dollari, oltre la metà di quel che servirebbe. Le Ong, come Oxfam e ActionAid, sollecitano la comunità internazionale a non tirarsi indietro, e soprattutto a lavorare per prevenire – mettendo in piedi un’agricoltura sostenibile – le periodiche carestie.

Nel frattempo, il World Food Program dell’Onu sta moltiplicando i ponti aerei per distribuire aiuti alimentari: «Due milioni di bambini rischiano la morte», dice il direttore Josette Sheeran. Per l’Unhcr 1000 persone al giorno arrivano a Mogadiscio dalle campagne; altre 1500 quotidianamente affluiscono nei campi di accoglienza predisposti in Kenya. Ma secondo i portavoce degli Shabaab l’emergenza siccità e carestia altro non sarebbe che un’invenzione dell’Onu per far abbandonare il Paese alla gente.

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fonte:  http://www3.lastampa.it/esteri/sezioni/articolo/lstp/413092/

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IN VISTA DEL RICONOSCIMENTO DELLA STATO PALESTINESE – Israele minaccia di ‘stracciare’ gli accordi di Oslo

Israele minaccia di ‘stracciare’ gli accordi di Oslo

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Mentre sul piano politico Israele valuta l’opzione di annullare gli Accordi siglati nel 1993, sul piano militare prepara le forze armate a disperdere le possibili manifestazioni: tutto in vista dell’iniziativa per il riconoscimento di uno Stato palestinese alle Nazioni Unite, a settembre

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Gerusalemme, 25 Luglio 2011 – Nena News – La conferma è arrivata questa mattina dall’ufficio del premier israeliano Natanyahu: il Consiglio di Sicurezza Nazionale starebbe discutendo, tra le varie ipotesi, la “cancellazione” degli Accordi di Oslo, in risposta all’iniziativa dell’Autorità Palestinese di chiedere il riconoscimento di uno Stato palestinese sui confini del 1967, all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il prossimo settembre. Lo riporta il quotidiano Ha’aretz, sebbene tra le varie minacce di azioni unilaterali annunciate dalle autorità israeliane, quella di “stracciare” gli Accordi di Oslo, un mutuo riconoscimento siglato tra il 1993 e il 1995, non sarebbe l’opzione prioritaria, anzi addirittura “sconsigliata” dal Ministero della Difesa. Come dichiarato dallo stesso Barak a marzo, e ricordato da Noam Chomsky in un recente articolo, l’iniziativa palestinese può essere considerata al pari di uno “tsunami” per Israele. I palestinesi infatti, potrebbero usare la risoluzione ONU, nel caso fosse approvata, per intraprendere una battaglia legale alla Corte Internazionale di Giustiza; anche in vista di questo risvolto, da mesi Israele accusa l’ANP di “rinunciare ai negoziati”, bollando l’obiettivo all’ONU a più riprese come “un tentativo di de-legittimare Israele” , “una dichiarazione di guerra”, “un crimine”. Su un altro fronte, quello diplomatico, ha intrapreso un’intensa campagna globale per persuadere i governi del mondo – soprattutto quelli europei, tra i quali molti sono gli indecisi – a votare no alla risoluzione: il  Ministero degli Affari Esteri da mesi ha istruito i suoi rappresentanti diplomatici nel mondo a mobilitarsi contro la campagna palestinese.

Sebbene vi siano – anche tra chi sostiene l’autodeterminazione del popolo palestinese – dei detrattori dell’iniziativa dell’ANP in primis perché il riconoscimento sarebbe quello di uno stato geograficamente e politicamente frammentato, dove permane l’occupazione israeliana, dove non si è ancora raggiunto un accordo di unità nazionale e con una ipotesi che “escluderebbe” i profughi, sono in molti a riconoscere il significato politico e simbolico di questo riconoscimento, accolto finora da oltre 120 paesi in tutto il mondo.

Sebbene l’opzione della soppressione degli Accordi di Oslo sia stata nominata dal Ministro Lieberman in un suo recente incontro con l’Alto Rappresentante della politica estera dell’Unione Europea, Catherine Ashton, sembra altamente improbabile immaginare che da un giorno all’altro accordi relativi a sicurezza, economia e infrastrutture, che hanno giovato alla stessa Israele che ha utilizzato Oslo come un paravento per un apparente processo di pace, possano sfumare nel nulla. Come molti analisti e storici ormai hanno documentato, è stato proprio il dopo-Oslo e quindi la delega alla dirigenza palestinese del controllo e dell’amministrazione di una parte di territorio (limitato) a consentire a Israele di portare avanti negoziati che non hanno condotto ad alcun risultato  e parallelamente una colonizzazione sfrenata sul territorio palestinese.

Da parte palestinese, intanto, i preparativi continuano: una bozza di testo della risoluzione sarà discussa il prossimo 4 agosto tra rappresentanti dell’ANP, di Egitto e Arabia Saudita nel corso di un incontro a Doha, in Qatar.

In vista della richiesta di un riconoscimento di uno Stato palestinese a settembre, aumentano anche i preparativi interni ad Israele per far fronte a possibili manifestazioni, non solo in Cisgiordania ma anche lungo le linee di armistizio tra Siria e Israele, sulle Alture del Golan sotto occupazione da 44 anni, come già avvenuto in occasione delle celebrazioni dell’annivesario della Nakba lo scorso 15 maggio. A riferire delle nuove misure che l’IDF (le forze armate israeliane) starebbe adottando, è stato il Jerusalem Post venerdì. Il sito del quotidiano israeliano cita “nuove regole di ingaggio” per l’esercito – e soprattutto per i “tiratori scelti” – e l’uso di armi “non-letali” per disperdere le possibili proteste: un nuovo sistema per gli M-16 semi-automatici che consentirebbe di sparare proiettili da 0,22 mm anziché 5,56, in grado di ferire ma non di uccidere. In arrivo anche un nuovo sistema tecnologico chiamato “Scream”, un dispositivo che emette esplosioni sonore tanto da lasciare i manifestanti in preda a nausea e vertigini e la “Bomba Skunk”, un dispositivo che contiene liquido “puzzolente” simile a quello già usato per disperdere le manifestazioni dei comitati popolari in Cisgiordania.

Sempre secondo il JPost, attualmente nella base di addestramento di Lachish si starebbero concentrando le prove generali delle unità militari, che saranno schierate lungo i confini con Libano e Siria. Nena News

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Polished Logo

fonte:  http://www.nena-news.com/?p=11765

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ISRAELE E USA TRA GLI AUTORI? – La strage di Oslo e le sue stranezze

Devo dire che sono davvero contento che questo post sia stato letto da centinaia di voi. E commentato anche, seppure a distanza. Ad esempio, nel sito Distanti Saluti (completamente scemi) (non si capisce se quel completamente scemi sia riferito a noi o a loro…), dicevo, nel sito Distanti Saluti si fa notare un nostro errore riferito alla distanza Oslo e isola di Utoya, e il gentile commentatore lamenta il fatto che bastava andare su Google Maps per verificarlo.. Ora, quanto scritto nel post è ciò che ho trovato riportato nei vari articoli. Vero, la distanza non è così grande, anche se, a leggere la stampa nostrana, la confusione sembri comunque regnare sovrana visto che si parla di 30, 40, 50 km… Certo, non 150. Ma la sostanza cambia forse? E, ad ogni modo, prima di accusare noi di ‘gomblottismo’ (sono anche divertenti oltre che divertiti, i giovanotti) chicchessia provatevi a leggere con più attenzione tutto il testo. Anzi, l’incipit: Immagino già diversi lettori esclamare: “Ci risiamo, le solite tesi complottiste!”
Mi spiace, purtroppo non sono tra quelli che a ogni piè sospinto gridano al complotto. Però questa ‘strage’ sembra troppo ben fabbricata per essere opera di un uomo solo.
E questo, non so a voi, ma a me sembra un modo per invitare le persone a riflettere sulla questione e, se possibile, contribuire, per come si può, a capirci qualcosa di più.

Ma il gentile commentatore insiste: “A questo punto mi è lecito almeno sospettare che il testo (che non ho letto, non posso perdere tempo) sia pieno di errori e mistificazioni, se hanno cambiato perfino una distanza.
Il problema è il solito: per sparare minchiate bastano due minuti, per fare ricerche e mostrare che son falsità serve molto più lavoro.”
Ecco, caro amico, per un errore (per quanto deplorevole) non è comunque giustificabile la tua dichiarazione del ‘non aver letto’ perché non si ha tempo da perdere. E ancora, ‘minchiate’, come dici tu se ne possono scrivere (prima o poi capita a tutti), ma il termine ‘mistificazioni’ di cui sembri accusarci non lo accetto proprio. Vuol dire sostenere una tesi preconcetta costruendo falsi ad hoc.
E questo, credimi, non è una cultura che ci appartiene. Non so tu.

mauro

ISRAELE E USA TRA GLI AUTORI? – La strage di Oslo e le sue stranezze

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Il killer in azione ripreso da un fotoreporter – fonte immagine

Anders Behring Breivik
Anders Behring Breivik, left, leaves the courthouse in a police car in Oslo. AFP – fonte immagine

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Immagino già diversi lettori esclamare: “Ci risiamo, le solite tesi complottiste!”
Mi spiace, purtroppo non sono tra quelli che a ogni piè sospinto gridano al complotto. Però questa ‘strage’ sembra troppo ben fabbricata per essere opera di un uomo solo.

Vediamo alcuni punti.

1 – Anders Behring Breivik, il neo-crociato, autore di un delirante ‘manifesto’, massone, aderente ad ali della destra ultra-conservatrice norvegese, simpatizzante neo-nazista, avrebbe confezionato (e posizionato) non una, ma diverse bombe nel centro di Oslo, le avrebbe fatte brillare e, in MENO DI DUE ORE (e a molti km di distanza; qualcuno mi dica ESATTAMENTE quanti, per favore), sarebbe corso sull’isolotto sede del campeggio, armato di tutto punto (e vestito da poliziotto) per compiere la strage? Scusatemi, mi sembra poco credibile, non ci siamo coi tempi. Come mi sembra poco credibile la tesi accreditata delle autobombe (prima una, poi quattro) fatte saltare (in che modo? non si sa) nei pressi della sede del Primo Ministro.
Intanto delle autobombe non vi è traccia. Mentre, nei filmati si vede chiaramente una massa quasi sterminata di documenti cartacei che, dopo le esplosioni, volano per ogni dove in una grande piazza; negli stessi filmati si vede chiaramente come, per centinaia di metri, infissi e finestre sono saltati e rotti; dove si vedono chiaramente fiamme divampare in un appartamento ai piani alti di un palazzo (come può una bomba all’interno di una macchina parcheggiata in strada fare questo?) senza una causa apparente; in fotografie e filmati si vedono soccorrere persone ferite, o morte, soccorse e trasportate e che ESCONO da edifici…
E perché le bombe nei pressi di un ufficio dove il Primo Ministro NON C’ERA? E perché un pazzoide come l’autore della strage non è rimasto a ‘godersi’ gli effetti del suo folle gesto? Sarebbe stato più in sintonia con la sua mente malata, non credete?
E, comunque, stona questa sua scelta: perché colpire alla cieca sapendo di mandare a morte certa persone che non c’entravano nulla con le sue deliranti teorie? Ha molto più senso la strage del campeggio, almeno lì c’erano giovani militanti di un partito che era dichiaratamente suo nemico (almeno nella sua testa).
No, c’è decisamente qualcosa di stonato.
Come è stonato il silenzio su quelle bombe, di potenza così distruttiva che un semplice neo-nazista come lui non poteva confezionare tutto da solo pur avendo fertilizzante in abbondanza. Perché il fertilizzante NON BASTA a confezionare una bomba. Ci vuol ben altro. Fabbricarle in modo artigiano richiede attrezzature particolari (che peraltro sembrano ‘scomparse’) e diversi elementi chimici ed esplosivi (come il C4). E ci vuole una perizia da vero esperto nel confezionarle se non si vuole saltare mentre le si fabbrica, tanto sono instabili. Chiedere in merito ai militanti dell’IRA, se non ci credete. La fanno sembrare tutta una barzelletta, ma fabbricare bombe di quella potenza è qualcosa che fa tremare i polsi qualsiasi artificiere, ammesso che abbia il sangue freddo per farlo.

2 – Dunque, arriva sull’isolotto (in che modo? non si sa), armato di tutto punto e comincia la carneficina. 76 persone. Che si sparpagliano per ogni dove terrorrizate dai primi spari. E lui le rincorre, le stana, le ammazza una per una, soffermandosi tra i caduti (secondo testimonianze di sopravissuti) per controllare se ve n’erano di ancora vivi e sparargli il colpo di grazia. 76, ricordiamoci. Vogliamo dargli un minuto a persona per compiere il suo macabro rito? Ma fanno 76 minuti! Difatti alcuni hanno parlato di un’ora e mezza nel giudicare il tempo della strage. Un’ora e mezza con la canna che bruciava per il tanto lavoro, con lui che doveva ricaricare le armi, scegliere il bersaglio e sparare. Una faticaccia, ammettiamolo.
Tutto da solo? Pare di no. Sempre secondo la testimonianza di alcuni sopravissuti vi era almeno UN ALTRO killer all’opera, che sparava riparato dalle piante. Un killer senza volto, ma che c’era. I ragazzi cadevano sotto il fuoco incrociato delle pallottole a espansione usate per la strage. Si, proprio quelle pallottole dum-dum vietate persino in operazioni di guerra. Dove se le è procurate? O è andato dal suo armaiolo di fiducia a prenderne un paio di chili come se fossero salami? Poco credibile, vi pare?

3 – Un elicottero, nel frattempo, sorvola la scena. Un fotoreporter (o supposto tale), di passaggio su quel luogo ameno, non si fa scappare lo scoop e filma (in modo maldestro) il killer in azione (un fotogramma lo vedete sotto il titolo del post). Bel colpo. La polizia? No, quella non c’era. Era impegnata nel centro di Oslo (le bombe, ricordate?) e, sebbene avvisata del compimento della strage per via delle telefonate terrorrizzate dei ragazzi ai propri familiari che a loro volta avevano telefonato alle autorità, non è potuta intervenire perché NON SI TROVAVA UN ELICOTTERO DISPONIBILE. Ma vi pare serio? Ma credete veramente che possa essere successa una cosa del genere? In un campeggio dove erano OSPITI I FIGLI DEL PRIMO MINISTRO? Ma andiamo, nemmeno nel Burundi potrebbe succedere, figuriamoci nella moderna e super-tecnologica Norvegia.

4 – Finalmente arrivano i nostri. L’assassino visibilmente stanco (ne ha ben donde) si consegna mite come un agnello alle forze dell’ordine finalmente intervenute. Ora, sappiamo che c’è una strage in corso, sappiamo che accorrono (finalmente) in massa sull’isolotto. E non certo vigili urbani, ma come minimo reparti addestrati (teste di cuoio) ad intervenire in queste situazioni di crisi. Lo vedono armato, con un mucchio di ragazzi sventrati dalle pallottole intorno a lui. A decine. Cosa fanno? Gli chiedono i documenti? (Scusi, lei è..?) Ma andiamo! Bisogna essere del tutto imbecilli. Quelli sono addestrati in modo che prima sparano e poi si chiedono (forse) chi è…

No, c’è decisamente qualcosa che non torna.
Ah, ma non è mica finita qui.

Allora, il nostro (il mostro, meglio) si da un gran daffare da tempo (infatti, pare da almeno due anni) per organizzare la sua gita. E mentre l’organizza estende il suo, come dicevamo, delirante manifesto che, PRIMA della strage, invia ad un deputato dell’ultradestra. Non solo, fa conoscere i suoi pensieri da demente sia su Facebook che su Twitter. Non contento (per paura di essere bannato, evidentemente) apre un sito tutto suo. E si fotografa, anche. Armato. E non con armi qualunque. ma con moderne armi da guerra. Nessuno lo nota? Ma come, in tempi da grande fratello, di ECHELON, i vari organi spionistici non lo individuano come probabile terrorista? Mmmm…. potrebbe essere. Sennonché

Sennonché, prima di questo orrore, sono successi alcuni fatti ben precisi.

1 – Appena il giorno prima, giovedì, della strage, il ministro degli esteri norvegese, Jonas Gahr Støre, aveva visitato il campo estivo e, riferendosi alla situazione israelo-palestinese, aveva detto: “L’occupazione deve finire, il muro deve essere demolito e bisogna farlo subito!” .
Ahi, brutta affermazione.

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https://i2.wp.com/italian.irib.ir/media/k2/items/cache/248d4ac9ddae815a9c54054298a46960_L.jpgJonas Gahr Støre in visita al campeggio

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2 – L’attuale premier norvegese aveva elogiato, ai tempi di ‘Piombo Fuso’, il lavoro di due giornalisti, sempre norvegesi, che avevano pubblicato in un libro la terribile esperienza vissuta dei bombardamenti israeliani e le conseguenti stragi di uomini donne e bambini (tanti bambini) innocenti a Gaza. A quanto pare ad Israele non è piaciuto (ma ci vuole molto meno di questo, per non piacere agli israeliani).

3 – Ricordiamo che i figli del Premier erano al campeggio della strage. Di loro si sa soltanto che sono vivi. Come hanno fatto a sfuggire al (ai) killer? Non si sa. Dove sono? Non si sa.

4 – Il governo norvegese aveva già annunciato il suo disimpegno per la guerra in Libia dal primo di agosto, dopo che aveva perorato per un intervento (perorazione non ascoltata) più pacifico ed essersi rifiutata di fornire armi alla NATO; cosa che non è decisamente piaciuta agli ‘osservatori’ americani (lo si deduce dalle rimostranze ufficiali da parte del Governo USA al Governo di Oslo).

5 – Non basta. Da sempre il governo norvegese è stato contrario alla costruzione del MURO che ingabbia il popolo palestinese, e, almeno in una occasione, ha preso provvedimenti nei confronti delle aziende norvegesi coinvolte in speculazioni con altre aziende israeliane implicate nella fornitura di sistemi di sorveglianza usati nel perimetro fortificato (‘sistemi’, ricordiamolo, basati su software apllicati ad altri sistemi di puntamento per l’eliminazione fisica a distanza dei malcapitati palestinesi che fossero nei paraggi. Magari a coltivar patate, come è successo).

Fin qui, sembra tutto abbastanza interessante.
Ma vi sono ancora un paio di cose, se non inspiegabili, quantomeno sorprendenti.

1 – Agli inizi di novembre del 2010, il canale televisivo TV2 Oslo ha messo in luce l’esistenza di una vasta rete di informatori segreti a libro paga dell’intelligence USA. Costoro venivano reclutati tra le fila dei poliziotti in pensione e altri funzionari, anche dell’anti-terrorismo di alto livello, come l’ex capo della polizia di Oslo. Pare che l’obiettivo di questo programma (il Surveillance Detection Unit) fosse la sorveglianza dei norvegesi che stavano prendendo parte a manifestazioni e altre attività critiche nei confronti degli Stati Uniti e delle loro politiche.  Tale programma era inserito nel nel quadro del Security Incident Management Analysis System, che si occupava decisamente di spionaggio.
Ora, questa rete non comprendeva unicamente la Norvegia ma tutti gli Stati nordici. Il ministro della Giustizia ha dichiarato “Noi non ne sapevamo nulla”. La Clinton ribatte che loro (gli americani) li avevano informati. Tant’é.
Ciò che è interessante sapere è che questa rete, di fatto, fosse informata dell’esistenza non solo di questo individuo sopetto, il Breivik, ma anche di un appartamento che ospitava il macchinario per la costruzione delle bombe. Appartamento dapprima messo sotto sorveglianza, incaricandone un agente che fu poi dirottato altrove, col risultato che PER 14 GIORNI chi voleva entrarci ci entrò senza essere visto e fece ciò che voleva fare. Quando ritornò la sorveglianza si scoprì che il macchinario ERA SPARITO.

2 – La chicca. Era in corso, già dal martedì concludendosi il mercoledì sera, una serie di esercitazioni a simulazione di un attentato terroristico nel centro Oslo, con scoppio di bombe, e mitragliate dalle finestre ESATTAMENTE lì dove è avvenuto, a due passi dell’ufficio del Premier. La popolazione non era stata avvertita, ma vedendo che, in fondo, era solo una questione di ‘rumore’ non se ne è preoccupata. Il martedì e mercoledì si ‘esercitano’, il giovedì il killer recapita il suo memoriale, il venerdì… la strage.

A voi le conclusioni.

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FONTI PRINCIPALI USATE PER L’ARTICOLO

http://italian.irib.ir/notizie/mondo/item/94750-ecco-la-verita-nascosta-norvegia-vittima-del-terrorismo-israeliano

http://www.heraldsun.com.au/news/world/father-shocked-at-sons-norway-rampage/story-e6frf7lf-1226100946751

http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=8676

“http://www.telegraph.co.uk/news/worldnews/europe/norway/8655964/WikiLeaks-files-show-Norway-unprepared-for-terror-attack.html

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25 luglio 2011

redazione solleviamoci

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