Archivio | luglio 29, 2011

‘BARNUM’ ITALIA – Ministeri al nord, la delusione del Quirinale: “Non finisce qui”


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La delusione del Quirinale: non finisce qui

Il Cavaliere sostiene di aver accolto i dubbi. Ma in Consiglio dei ministri non se ne è parlato

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di UGO MAGRI
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ROMA – Armato di quella sublime faccia tosta che a taluni fa simpatia, Berlusconi si avvicina al Capo dello Stato. Siamo al Quirinale per la cerimonia di giuramento dei neoministri Nitto Palma e Anna Maria Bernini, cui seguiranno a sera (nello studio del premier) rinfreschi con le ormai consuete tartine al peperone e alla robiola. Napolitano vede il premier appropinquarsi, il volto si irrigidisce un attimo, poi però si pone all’ascolto del Cavaliere che, tutto suadente, gli dice: «Allora ha visto, Presidente? Proprio come le avevo promesso ieri, ho fatto registrare nel comunicato finale del Consiglio dei ministri il mio pressante invito a tenere in debito conto le sue osservazioni sul tema dei ministeri al Nord…».

Mentre Berlusconi parla, accanto a lui c’è Gianni Letta che annuisce, sì sì, è andata proprio come sta dicendo Silvio. Peccato che il Presidente sia informatissimo e sappia per filo e per segno come si sono svolte realmente le cose in Consiglio dei ministri. La verità è che del tema sollevato per iscritto da Napolitano (il decentramento va bene, ma guai a sparpagliare le sedi ministeriali, sarebbe contro la Costituzione) nella riunione del governo non si è parlato affatto. O meglio: il presidente del Consiglio non ha pronunciato una sola parola in merito.

Si è discusso d’altro, anche animatamente. Per esempio Tremonti, che «boatos» insistenti dai mercati finanziari davano ieri mattina sull’orlo delle dimissioni per la storia della casa presa in affitto da Milanese, ha smentito ogni intenzione di gettare la spugna battagliando con la consueta grinta sui ticket sanitari che i colleghi Fitto e Fazio contestano spalleggiati dal premier (l’esito del braccio di ferro è molto incerto, sebbene Fitto e Tremonti verso sera abbiano fatto pace). Tutti gli occhi erano per il titolare dell’Economia, in quanto la politica è sempre crudele, della debolezza di Tremonti profitterebbero i ministri che battono cassa e fino ad ora sono stati respinti. Lunga disamina pure sulla promozione del generale della Finanza Adinolfi, nelle spire dell’inchiesta P4.

Ma di ministeri al Nord, durante il Consiglio dei ministri, zero discussione. E il grande dibattito promesso il giorno avanti da Berlusconi a Napolitano? Solo alla fine, mentre tutti stavano raccogliendo le carte, Letta ha tentato di metterci la toppa con un invito erga omnes a riflettere seriamente sulla missiva presidenziale, della quale peraltro non si è data lettura. Quindi, d’intesa con Bonaiuti, ha inserito nel comunicato stampa le tre righe di apprezzamento che Berlusconi sbandiera davanti a Napolitano.

Il Presidente, però, non si fa prendere per il naso. E al premier che domanda se ne è felice, Napolitano non risponde né sì né no. Cambia argomento. I testimoni (non mancano mai) raccontano che il Capo dello Stato solleva dubbi sulla situazione economica «pericolosa», con lo spread dei titoli pubblici ai livelli di guardia, con l’appello dell’intero mondo economico a un cambio di passo e forse pure di premier. Napolitano vuol capire se Berlusconi ha recepito la sua denuncia della mattina sulla politica «debole e irrimediabilmente divisa», se insomma si annuncia un colpo d’ala, uno scatto d’orgoglio… La conversazione termina lì. Chi frequenta l’uomo del Colle è pronto a scommettere che non mollerà la presa. Passi per Bossi, che quando difende le tre stanze conquistate a Villa Reale in fondo recita la sua parte; è dal presidente del Consiglio che il Quirinale si aspetterebbe di più.

Ma Berlusconi ha adottato una nuova tattica, quella del «pesce in barile». Si adatta alle circostanze in un pragmatico laissez faire. Sui ministeri, lascia l’intera scena a Bossi e a Napolitano. Nella rissa interna alla Lega si guarda bene dal mettere il dito tra l’Umberto e Maroni. Consente che nel Pdl Alfano prenda sempre più piede. Ieri il neosegretario ha riunito il «tavolo delle regole» dove siedono, praticamente, tutti i caporioni: una direzione nazionale dove accedono solo quanti hanno qualcosa da dire, diversamente dal Circo Barnum degli uffici di presidenza a Palazzo Grazioli, dove chiunque era ammesso e non si decideva mai niente.

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fonte:  http://www3.lastampa.it/politica/sezioni/articolo/lstp/413545/

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Kosovo, serbi bloccano truppe Nato / VIDEO

Zatvoren prelaz Jarinje

Caricato da in data 29/lug/2011

Kosovo, serbi bloccano truppe Nato


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MITROVICA/BELGRADO (Reuters) – I serbi del nord del Kosovo oggi hanno impedito alle truppe Nato di raggiungere i peacekeeper schierati questa settimana alla frontiera con la Serbia per fermare la violenza innescata da una disputa doganale con Belgrado.

I civili di etnia serba hanno bloccato due importanti strade nel nord del Kosovo verso la Serbia con camion, rimorchi, tronchi e pneumatici fermando tutto il traffico da e verso la frontiera.

“Non permetteremo alla Nato di passare. Siamo seduti di fronte ai loro veicoli e se la Nato vuole superarci, dovrà ucciderci tutti, ogni uomo, donna e bambino”, ha detto Filip, di etnia serba, a un posto di blocco vicino al paese di Rudare.

Un portavoce della Nato a Pristina ha detto che l’alleanza vuole una soluzione non violenta ma agirà se necessario.

“Stiamo cercando di togliere questi blocchi stradali in modo pacifico e oggi avremo altri colloqui (coi negoziatori serbi). Se non si trova una soluzione adotteremo misure per garantirci libertà di movimento”, ha detto il portavoce.

La disputa è scoppiata lunedì quando il Kosovo ha mandato unità della polizia speciale di etnia albanese ai posti di frontiera, dove lavora personale per lo più di etnia serba, per fare rispettare un divieto sulle importazioni dalla Serbia. Pristina ha imposto il divieto dopo che Belgrado ha bloccato l’export kosovaro per un problema di regole doganali.

La Nato ha inviato i peacekeeper per fermare i successivi tre giorni di violenze, in cui un poliziotto di etnia albanese è rimasto ucciso e un nazionalista serbo ha appiccato il fuoco a uno dei valichi di frontiera settentrionali.

Belgrado non riconosce l’indipendenza della sua ex provincia dove il 90% della popolazione è di etnia albanese.

Il primo ministro kosovaro Hashim Thaci ha detto che non negozierà con Belgrado per superare l’impasse commerciale.

“Non negozieremo con nessuno, non faremo compromessi sulla sicurezza o l’integrità territoriale della Repubblica del Kosovo. Vogliamo buone relazioni tra vicini con la Serbia, come con gli altri Paesi nella regione, ma ognuno è padrone in casa sua”, ha detto in un incontro del governo.

Oggi un leader di etnia serba ha accusato la Nato di voler aiutare Pristina nella disputa.

“Non consentiremo alla Nato di portare la polizia (albanese) del Kosovo alla frontiera, ma ci proteggeremo in modo pacifico”, ha detto Krstimir Pantic, sindaco di Mitrovica, nel nord del Kosovo dominato dai serbi.

La Serbia ha perso il Kosovo nel 1999, quando la Nato ha messo in atto una campagna di bombardamenti per mettere fine alla repressione dei ribelli di etnia albanese e alla pulizia etnica da parte del leader yugoslavo Slobodan Milosevic.

— Sul sito www.reuters.it le altre notizie Reuters in italiano. Le top news anche su www.twitter.com/reuters_italia

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29 luglio 2011

fonte:  http://it.reuters.com/article/topNews/idITMIE76S0EE20110729?sp=true

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Crisi anche in Israele, gli “indignati” contro il premier Neatanyahu / VIDEO: Accampamento Tel Aviv Habima

Accampamento Tel Aviv Habima

Caricato da in data 24/lug/2011

Crisi anche in Israele, gli “indignati” contro il premier Neatanyahu


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di Roberta Zunini

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Gli indignati israeliani, che da due settimane protestano in tutto il Paese contro il caro vita e l’inflazione, domani usciranno dalle loro tende di fortuna per marciare uniti verso l’ufficio del primo ministro Netanyahu. Ai giovani e ai tanti indigenti che non riescono più a sopravvivere nella “terra promessa”, si uniranno anche i medici che da giorni sono entrati in sciopero. La loro indignazione del resto è molto simile: chiedono l’aumento dei salari, sempre più inadeguati a far fronte all’incremento del lavoro e alla simultanea perdita del potere d’acquisto dei loro salari.

La marcia, a cui parteciperanno anche i rappresentanti del gay pride, sarà un atto d’accusa nei confronti delle politiche liberiste del premier Bibi Netanyahu, leader dei conservatori del Likud. Che questo movimento dal basso possa mandare davvero in crisi il governo, è la sua trasversalità: la working class così come il ceto medio – la maggior parte vota Likud – sono esausti. Affittare una casa o attivare un mutuo è diventato un problema serio per tutti, tranne che per i ricchi ebrei americani che hanno drogato il mercato, acquistando seconde case nel cuore di Tel Aviv a prezzi esorbitanti. Così acquistare una casa costa il doppio rispetto a cinque anni fa e affittare uno scalcinato bilocale nel centro di Tel Aviv costa quanto a piazza di Spagna e in ogni caso intorno ai mille e cinquecento euro mensili. A provare il carattere sempre più politico della protesta è la certa – stando alle ultime notizie date dal quotidiano Hareetz – partecipazione alla marcia di domani della leader del partito di centro Kadima, Zipi Livni.

Il Labour party, da pochi mesi orfano di Ehud Barak, che ha preferito lasciarlo pur di rimanere ministro della Difesa nell’attuale governo di destra, invece resta in silenzio. Contribuì, in accordo con il Lijud a rivedere verso il basso il welfare. Fu uno dei passi falsi più clamorosi di questo partito, che da tempo non rappresenta più una credibile alternativa alla destra e ai partiti religiosi. Anche i giovani coloni e gli ultraortodossi vorrebbero protestare e si sono affacciati sempre più numerosi sulle piazze di Gerusalemme e Tel Aviv, dove i manifestanti hanno bloccato le arterie principali con sit-in permanenti.

“Nessuno ha intenzione di andarsene – dice Roi, un giovane medico di Tel Aviv – per entrare alla facoltà di medicina bisogna superare test durissimi e dopo tanti sacrifici ora mi trovo ad avere uno stipendio con cui riesco appena a pagarmi un monolocale e a comprare da mangiare. Esco poco perché sono stanco e ho spesso turni di notte ma non è possibile vivere così, sempre attenti a tutto. E comunque una casa decente non potrò comprarla se i prezzi resteranno questi”. Ma Roi non è certo il più sfortunato. Shira è un avvocato, laureata da due anni, che lavora in uno studio associato di Gerusalemme: “Non riesco a vivere da sola. Devo condividere l’appartamento con due colleghi. Prendiamo troppo poco, abbiamo appena aperto lo studio. Le cose però non vanno molto bene. La gente comune non ha i soldi per pagarci e spesso aspettiamo mesi prima di venire pagati”.

Due soldatesse che vivono nel sud di Israele si lamentano perché, essendo di stanza a Tel Aviv, hanno dovuto affittare un appartamento. “Quando ci danno i congedi di due o tre giorni non possiamo tornare al sud e quindi condividiamo casa con due ragazzi di Jaffa. Loro lavorano in una casa in un centro commerciale e in una casa di riposo”. I soldati di leva fino a qualche anno fa avevano delle agevolazioni ma ora non più. E il malcontento nell’esercito non è un bel presagio per il governo Netanyahu che ha dovuto rinunciare a un viaggio in Europa per occuparsi di piani urbanistici e smorzare le proteste con iniziative di edilizia popolare. Disegni di legge che sono già stati bollati come insufficienti. Nelle strade di Tel Aviv e di Gerusalemme, le due città principali, aumentano di giorno in giorno barboni e giovani senza tetto. Nei pressi della stazione degli autobus di Tel Aviv, ai giovani gay senza tetto, sbattuti fuori di casa dai genitori e costretti a prostituirsi, si aggiungono costantemente ragazzi ebrei e arabi israeliani disoccupati.

Il sole e il mare di questa città, un tempo meta ambita di tutti i giovani israeliani, non bastano più a scacciare le preoccupazioni per un futuro sempre più incerto. Ma a questo punto il futuro è incerto anche per qualcuno che vive nella strada più bella e costosa di Gerusalemme: Bibi Netanyahu, che ieri ha dovuto rinunciare alla partenza per un giro di consultazioni sull’imminente procalmazione dello Stato palestinese all’assemblea dell’Onu.

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da il Fatto quotidiano del 29 luglio 2011

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CRISI – Usa, Obama al Congresso: uscire da “pasticcio” debito

Usa, Obama al Congresso: uscire da “pasticcio” debito

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Il presidente Usa Barack Obama.

REUTERS/Jason Reed

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di Richard Cowan e Deborah Charles

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WASHINGTON (Reuters) – A quattro giorni dalla deadline per evitare il default, il presidente Usa Barack Obama ha detto oggi a repubblicani e democratici, profondamente divisi sul tema dell’innalzamento del tetto del debito, di smettere di litigare e di trovare una soluzione “per uscire da questo pasticcio”.

Obama ha detto che il piano di riduzione del deficit presentato dai repubblicani al Congresso sarebbe bocciato al Senato, dove i democratici hanno la maggioranza, per cui rappresenta semplicemente una perdita di tempo. Il presidente ha invocato un compromesso e ha detto che le due parti non sono poi così lontane sui tagli alle spese.

“Ci sono tanti modi per uscire da questo pasticcio ma il tempo sta quasi per scadere”, ha detto Obama, aggiungendo che il rating tripla A degli Stati Uniti è a rischio.

Gli Stati Uniti, se non dovessero innalzare il tetto del debito entro il 2 agosto, non sarebbero in grado di far fronte ad alcuni pagamenti andando in default tecnico ed esponendosi al rischio di downgrade.

Le preoccupazioni sullo stato dell’economia americana si sono moltiplicate oggi dopo che un rapporto del governo ha mostrato una crescita più debole rispetto alle aspettative nel secondo trimestre, aumentando il rischio di recessione.

Obama ha parlato mentre i leader repubblicani stanno cercando affannosamente di rivedere il loro piano sul debito, per ottenere l’appoggio dei conservatori e permettere al piano di passare alla Camera. Questo ostacolo deve essere superato prima che si inizi a lavorare sul compromesso con i democratici, sostengono sia i deputati che la Casa Bianca.

Il leader mondiali sono rimasti attoniti di fronte al disaccordo che regna a Washington, che ha portato gli Stati Uniti sull’orlo del default. Il presidente della Banca Mondiale Robert Zoellick ha detto oggi che gli Usa stanno scherzando con il fuoco.

Il più importante creditore degli Usa, la Cina, ha più volte invitato Washington a proteggere i suoi investimenti nel dollaro e l’agenzia di stampa statale cinese ha scritto che gli Stati Uniti sono “intrappolati” da politiche “pericolosamente irresponsabili”.

Con il tempo che sta scadendo, il presidente Usa ha invitato i cittadini americani a intervenire direttamente chiamando, mandando mail o messaggi su Twitter ai propri deputati.

Nel giro di pochi minuti, la Camera è stata sommersa di telefonate, con conseguente intasamento delle linee, hanno detto funzionari.

L’invito di Obama al compromesso e gli sforzi repubblicani per superare lo stallo con i conservatori hanno temporaneamente placato l’agitazione sui mercati.

Il dollaro ha limitato i danni, dopo essere precipitato ai mini storici nei confronti del franco svizzero oggi, per via delle preoccupazioni sul debito e della scarsa crescita dell’economia.

Le quotazioni delle azioni Usa, che sono calate per il quinto giorno consecutivo, hanno fatto segnare una ripresa dopo il discorso del presidente.

OSTACOLO AL COMPROMESSO

Il fallimento dello speaker della Camera John Boehner nell’ottenere un ampio sostegno per il suo piano ha esposto il partito repubblicano ad una spaccatura che complica ulteriormente la ricerca di un compromesso sull’innalzamento del debito entro il 2 agosto.

Il nuovo piano prevede requisiti più severi per il Congresso per approvare un emendamento alla Costituzione che imponga il pareggio di bilancio, una richiesta che i repubblicani conservatori fanno da tempo e che loro ritengono sia l’unico modo per controllare le spese di Washington. Questa misura, che potrebbe anche passare alla Camera, dovrebbe però essere respinta al Senato, dove i democratici hanno la maggioranza.

A questo punto gli sforzi si spostano sulla ricerca di un compromesso, e per Boehner questo significherebbe cercare un accordo che garantisca abbastanza voti da parte dei democratici per sopperire all’inevitabile no del Tea Party, alleato dei repubblicani, alla Camera. L’immobilismo della Camera ha spinto il leader della maggioranza al Senato Harry Reid, un democratico, a lanciare l’allarme, perché il paese non può più aspettare, e a invocare le misure necessarie affinché la legge passi al Senato.

Reid ha anche chiesto al leader dei repubblicani al Senato Mitch McConnell di collaborare immediatamente con lui su una legge, che segni un compromesso tra le parti, che possa essere emanata prima del 2 agosto.

Con quattro giorni a disposizione, il Tesoro ha fatto sapere che svelerà un piano di emergenza per spiegare come il governo agirà e pagherà i suoi debiti se il Congresso non dovesse raggiungere un accordo per innalzare il tetto del debito oltre i 14.300 miliardi. Ma questo annuncio non arriverà prima della chiusura dei mercati di oggi.

— Sul sito http://www.reuters.it le altre notizie Reuters in italiano. Le top news anche su http://www.twitter.com/reuters_italia

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29 luglio 2011

fonte:  http://borsaitaliana.it.reuters.com/article/businessNews/idITMIE76S0E220110729?sp=true

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MA ‘AGICOM’ LO SA? – “La pirateria aiuta il cinema” ma lo studio viene ‘secretato’

“La pirateria aiuta il cinema”
ma lo studio viene ‘secretato’


Credit: Elite Home Theater Seating – fonte immagine

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L’analisi di un osservatorio di ricerca tedesco sugli utenti di un sito che permetteva lo streaming dei film: non danneggiano l’industria perché usano il web come anteprima dei film che vedranno al cinema o acquisteranno. Ma i risultati vengono tenuti segreti perché poco graditi alle aziende

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di ALESSANDRO LONGO

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ROMA – Tra i pirati ci sarebbero i migliori amici del cinema. Scaricare opere pirata favorirebbe il consumo legale, invece di scoraggiarlo. Sarebbe giunto a queste conclusioni uno studio segreto condotto dal noto osservatorio di ricerca GFK. Ma è stato tenuto nascosto perché i committenti non hanno gradito i risultati.

E i committenti – manco a dirlo – sono le aziende dell’industria tedesca dei film. La notizia, lanciata dal sito tedesco Telepolis 1, sta facendo il giro del web internazionale. Colpisce perché confermerebbe una tesi sostenuta, anche in Italia, da alcuni gruppi per la libertà del web, secondo cui la pirateria non danneggia l’economia del copyright.

Quest’ultimo studio riguarda gli utenti del sito Kino.to, che forniva link a film in streaming. A giugno, una mega indagine della polizia (250 agenti coinvolti) lo ha raso al suolo, portando all’arresto dei suoi 13 amministratori. Sul sito adesso appare un avviso, “chiuso in base al sospetto di aver creato un’organizzazione criminale che violava il copyright”.

Per calcare la mano, l’industria avrebbe quindi commissionato lo studio, per provare che il sito aveva danneggiato le vendite e fare un identikit di quei “criminali” che erano gli utenti. Ma lo studio – secondo quanto riferito a Telepolis da una fonte di GFK – ha dimostrato il contrario. Che gli utenti usavano il sito perlopiù per avere un’anteprima del film, che poi avrebbero acquistato o visto al cinema.

L’industria di musica e film ha sempre sostenuto invece che la pirateria fosse il principale (se non unico) motivo della crisi dei fatturati. Secondo Ifpi (International Federation of Music Phonographic Industry) la pirateria ha danneggiato il mercato mondiale per 500 milioni di dollari nel 2010. In Europa, il danno potrebbe essere di 240 miliardi tra il 2008 e il 2015 e di 1,2 milioni di posti di lavoro perduti.

Altri studi negano che ci sia questa correlazione tra pirateria e calo delle vendite. Li ha raccolti di recente il Libro Bianco del Copyright 2, pubblicato dal movimento Sitononraggiungibile.it, che così ha contrastato una delibera 3dell’Autorità garante delle comunicazioni, l’Agcom, in materia.

C’è pure, del 2010, uno studio indipendente del Gao 4, un’agenzia che fa studi per conto del Congresso americano: rileva che è impossibile confermare un rapporto di causa-effetto tra la pirateria e le perdite dell’industria, che tra l’altro sembrano colpire perlopiù quella musicale mentre il business delle sale cinematografiche è fiorente 5: 120 milioni di spettatori in Italia nel 2010, +10 per cento sul 2009 e miglior risultato degli ultimi 25 anni.

Agcom invece ha sposato la tesi dell’industria, come confermato giorni fa dal presidente Corrado Calabrò, in audizione al Senato. Ha chiesto al Parlamento una norma a sostegno di un nuovo potere che Agcom vorrebbe attribuirsi: oscurare i siti esteri accusati di favorire la pirateria. Potere che era presente nella precedente versione della delibera ma poi è stato eliminato nell’ultimo testo, dopo la protesta di utenti, esperti e politici di vari schieramenti (Pd, Fli, Idv). Il testo è ancora provvisorio e c’è da scommettere che, da qui alla delibera definitiva (prevista per novembre) ci saranno altre battaglie.

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29 luglio 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/tecnologia/2011/07/29/news/pirateria_cinema-19494246/?rss

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VOTO ‘PESANTE’ DI GARIMBERTI – Report è salvo, ma la Rai è spaccata

Superato l’ostacolo maggiore

Report è salvo, ma la Rai è spaccata

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28 luglio 2011

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Roma – `Report´ tornerà anche la prossima stagione con le sue inchieste sugli schermi di Rai3. Il via libera alla tutela legale, principale ostacolo al rinnovo del contratto con la conduttrice Milena Gabanelli, è arrivato un po’ a sorpresa dal cda, che si è spaccato sul tema. Quattro favorevoli e quattro contrari, solo il voto `pesante´ del presidente Paolo Garimberti ha consentito di archiviare l’argomento, con la copertura esclusa in caso di dolo o colpa grave.

«Queste decisioni andrebbero prese all’unanimità, mi dispiace sapere che metà azienda vorrebbe che andassi a picco», ha commentato la giornalista.

Il tema non era all’ordine del giorno del cda. Il direttore generale Lorenza Lei, che ha svolto approfondimenti per trovare una risposta ai dubbi legati alla natura di diritto pubblico dell’azienda che non consentirebbe di fornire garanzie economiche di questo tipo, ha però chiesto un pronunciamento con un’assunzione di responsabilità da parte di tutto il vertice aziendale su un tema ritenuto delicato. Consiglieri di area di maggioranza hanno tuttavia sottolineato che la competenza era solo della direzione. Dopo un’accesa discussione ed una sospensione, per sbloccare l’empasse Garimberti ha deciso di mettere la questione al voto, sottolineando l’urgenza della decisione.

La presa d’atto è passata per un soffio: il consigliere di area di maggioranza Alessio Gorla è uscito al momento della votazione, mentre hanno votato contro gli altri quattro. Favorevoli i tre consiglieri indicati dalla minoranza oltre a Garimberti, il cui voto vale doppio in caso di parità. «È una forzatura, non è possibile che si faccia una clausola speciale per una sola persona», sostiene Giovanna Bianchi Clerici, che ha votato contro. «La questione era di competenza del dg, e a me piace esprimermi su temi generali», le fa eco il collega Antonio Verro. «La delibera è su Gabanelli, ma assume anche il carattere di un orientamento temporaneo generale», sottolinea invece Giorgio Van Straten. Di «decisione di buon senso» parla Nino Rizzo Nervo, mentre Rodolfo De Laurentiis invoca ora il via libera al contratto della conduttrice.

La firma a questo punto non dovrebbe trovare ostacoli particolari. «Io non ho chiesto aumenti, ma di discutere sui diritti di esclusiva questo si»`, spiega la giornalista.

In cda, il dg ha anche presentato il piano industriale 2012-2014 che sara´ illustrato domani in una riunione con i direttori del servizio pubblico dallo stesso dg e da Garimberti. Rinviato a settembre il via libera al piano fiction, mentre sono stati approvati i contratti per i programmi di prima serata della prossima stagione.

La notizia del via libera alla tutela per Gabanelli è stata data con soddisfazione in Commissione di Vigilanza Rai dal presidente Sergio Zavoli, che – in una successiva nota – ha auspicato che si tratti di «un atto non isolato né provvisorio».

Esulta l’opposizione, mentre la maggioranza si concentra sull’atto di indirizzo sul pluralismo tornato all’esame della bicamerale. Il voto degli emendamenti sul documento messo a punto dal capogruppo del Pdl Alessio Butti, fortemente contestato dall’opposizione soprattutto per i punti sull’alternanza dei conduttori dei talk show e sulla libertà per i direttori di tg di fare editoriali, procede a rilento. «L’atto va approvato rapidamente, è chiaro che l’opposizione vuole soltanto bloccare il lavoro», sostiene Butti in una nota congiunta con i capigruppo Maurizio Gasparri e Fabrizio Cicchitto. «Nessun ostruzionismo – assicura Fabrizio Morri del Pd – stiamo solo usando le prerogative previste dal regolamento, per opporsi a un documento sbagliato e superato».

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LA PUBBLICITA’ RIPORTATA APPARTIENE ALLA TESTATA DI PROVENIENZA DELL’ARTICOLO

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fonte:  http://www.ilsecoloxix.it/p/italia/2011/07/28/AON8s6o-report_salvo_spaccata.shtml

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RAPPORTO SVIMEZ – “Sud, allarme giovani: 2 su 3 non lavorano”. Meridione supera recessione, ma arranca

RAPPORTO SVIMEZ

“Sud, allarme giovani: 2 su 3 non lavorano”
 Meridione supera recessione, ma arranca

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Le anticipazioni dello studio evidenziano che nel Sud del nostro Paese una persona su quattro è senza occupazione e le famiglie hanno grandi difficoltà a spendere. Il 30% dei laureati è a spasso. Istat: stabili a maggio occupazione grandi imprese e inflazione di luglio

"Sud, allarme giovani: 2 su 3 non lavorano"  Meridione supera recessione, ma arranca

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ROMA – Emergenza giovani nel Sud dell’Italia: “due su tre sono a spasso”, ossia senza un’occupazione, e oltre il 30% dei laureati under 34 non lavora e non studia. A lanciare l’allarme è il Rapporto Svimez 2011 sull’economia del Mezzogiorno, che verrà presentato il prossimo 27 settembre, le cui anticipazioni sono state rese note oggi. Stando al rapporto, poi, pur lasciandosi alle spalle la recessione più grave dal dopoguerra, il Sud arranca “con Abruzzo, Sardegna e Calabria che guidano la ripresa. Un Sud dove le famiglie hanno difficoltà a spendere e il tasso di disoccupazione effettivo volerebbe al 25%, considerando chi il lavoro lo vuole, ma non sa dove cercarlo”.

Tra cassa integrazione e scoraggiati, uno su 4 non lavora.
Nel Sud Italia una persona su quattro
non lavora, se consideriamo anche i lavoratori in cassa integrazione e gli scoraggiati, rileva il rapporto.
Nel 2010 – si legge nello studio – il tasso di disoccupazione nel Sud è stato del 13,4% (contro il 12% del 2008), più del doppio del Centro-Nord (6,4%, ma nel 2008 era il 4,5%). Se consideriamo tra i non occupati anche i lavoratori che usufruiscono della Cig e che cercano lavoro non attivamente (gli scoraggiati), il tasso di disoccupazione corretto salirebbe al 14,8%, a livello nazionale, dall’11,6% del 2008, con punte del 25,3% nel Mezzogiorno (quasi 12 punti in più del tasso ufficiale) e del 10,1% nel Centro-Nord.

Occupazione in calo.  L’occupazione è in calo in tutte le regioni meridionali, con l’eccezione della Sardegna. Particolarmente forte è la diminuzione in Basilicata (dal 48,5 al 47,1%) e Molise (dal 52,3 al 51,1%). Valori drammaticamente bassi e in ulteriore riduzione – segnala la Svimez – si registrano in Campania, dove lavora meno del 40% della popolazione in età da lavoro, in  Calabria (42,2%) e Sicilia (42,6%). l tasso d’occupazione  si riduce anche nelle regioni del Centro-Nord con l’eccezione di Valle d’Aosta, Friuli e Trentino Alto Adige, che presenta il valore più alto (68,5%). Particolarmente intensa è la flessione in Emilia Romagna (-2,8 punti percentuali, dal 70,2% al 67,4%) e in Toscana (dal 65,4 al 63,8%).

A spasso il 30% dei laureati. Nel Mezzogiorno – secondo i dati del Rapporto – il tasso di occupazione giovanile (15-34 anni) è giunto nel 2010 ad appena il 31,7% (il dato medio del 2009 era del 33,3%; per le donne nel 2010 non raggiunge che il 23,3%), segnando un divario di 25 punti con il Nord del Paese (56,5%). “La questione generazionale italiana – segnala la Svimez – diventa quindi emergenza e allarme sociale nel Mezzogiorno”. Aumentano, inoltre, i giovani Neet (Not in education, employment or training) con alto livello di istruzione. Quasi un terzo dei diplomati ed oltre il 30% dei laureati meridionali under 34 non lavora e non studia. ”Sono circa 167 mila i laureati meridionali fuori dal sistema formativo e del mercato del lavoro, con situazioni critiche in Basilicata e Calabria. Uno spreco di talenti inaccettabile”. In sette anni (2003-2010), al Sud, gli inattivi (né occupati né disoccupati), sono aumentati di oltre 750mila unità.

Un Sud che arranca. Il prodotto interno lordo in Italia cresce meno della media Ue e il Sud arranca: in base alle valutazioni di preconsuntivo della Svimez, nel 2010 il Mezzogiorno ha segnato rispetto all’anno precedente un modesto +0,2%, ben lontano dal +1,7% del Centro-Nord. In nove anni (2001-2010) il meridione ha segnato una media annua negativa, -0,3%, contro il +3,5% del Centro-Nord. Ma la crisi, precisa il Rapporto, ha picchiato forte in tutto il Paese: nel biennio 2008-2009 la caduta del Pil è stata di oltre il 65% più elevata della media europea (-6,3% al Sud e -6,6% al Centro-Nord contro il -3,8% della media Ue). Nel 2010 il Pil pro capite nazionale in valori assoluti è stato di 25.583 euro, risultante dalla media tra i 29.869 euro del Centro-Nord e i 17.466 del Mezzogiorno. In valori assoluti, nel 2010 la regione più ricca è stata la Lombardia, con 32.222 euro, pari a circa 16 mila euro all’anno in più rispetto alla Campania, che invece è la più povera con 16.372 euro. In seconda posizione c’è il Trentino Alto Adige (32.165 euro), seguito da Valle d’Aosta (31.993 euro), Emilia Romagna (30.798 euro) e Lazio (30.436 euro). Nel Mezzogiorno la regione con il Pil pro capite più elevato è stata l’Abruzzo (21.574 euro), che comunque registra un valore di circa 2.200 euro al di sotto dell’Umbria, la regione più debole del Centro-Nord. Seguono Molise (19.804), Sardegna (19.552), Basilicata (18.021 euro), Sicilia (17.488), Calabria (16.657) e Puglia (16.932).

In calo le spese alimentari. In Italia “i consumi a livello nazionale crescono moderatamente nelle famiglie (+1%), mentre calano nella Pa per effetto delle manovre correttive (-0,6%)”, evidenzia il rapporto. A livello disaggregato, spiega lo studio, la performance nelle due aree è simile nella spesa della Pa (-0,5% al Sud, -0,6% al Centro-Nord). Non è così per le famiglie: nel 2010 l’incremento della spesa nel Mezzogiorno è stato un terzo del Centro-Nord (+0,4% contro +1,3%). In particolare, i consumi di vestiario e calzature sono aumentati nel Centro-Nord del 3,9%, solo dello 0,7% al Sud; giù invece la spesa per beni alimentari (-0,4%), rispetto al +0,3% dell’altra ripartizione, una chiara indicazione delle difficoltà delle famiglie meridionali a sostenere il livello di spesa. Da segnalare che dal 2000 al 2010 la spesa delle famiglie al Nord è cresciuta dello 0,5%, al Sud è scesa dello 0,1%. Più elevata nel periodo la spesa della PA: +1,4% al Sud, +1,6% nel Centro-Nord.

Bene gli inestimenti, in calo le costruzioni. “In ripresa nel 2010 gli investimenti (+2,5% a livello nazionale), ma al Centro-Nord tre volte più del Sud (+3,1% contro +0,9%). A far rallentare il Mezzogiorno sono stati gli investimenti nelle costruzioni (-4,8%)”, precisa la Svimez, precisando che nel biennio 2008-2010 gli investimenti nelle costruzioni “hanno segnato un calo addirittura del 16%, principalmente per effetto della crisi che ha colpito le aziende da un lato e per la contrazione degli investimenti pubblici dovuti ai tagli del Fas e alle manovre correttive”.

Istat, occupazione grandi imprese stabile a maggio. Occupazione sostanzialmente stabile nelle grandi imprese a maggio. Rispetto ad aprile, al netto della stagionalità, rimane invariata al lordo dei dipendenti in Cig e diminuisce dello 0,1% al netto dei dipendenti in Cig. Lo comunica l’Istat. Nel confronto con maggio 2010 l’occupazione nelle grandi imprese scende dello 0,6% al lordo dei dipendenti in cassa integrazione guadagni (Cig) e dello 0,4% al netto di questi ultimi. Rispetto a maggio 2010, al netto degli effetti di calendario, si registra una diminuzione del numero di ore lavorate per dipendente (al netto dei dipendenti in Cig) dello 0,2%.

A luglio stabile l’inflazione (2,7%), ma ai massimi dal 2008.
  Inflazione stabile a luglio, ferma sul livello massimo da novembre 2008. In questo mese – comunica l’istat – i prezzi al consumo sono cresciuti del 2,7% rispetto a luglio dell’anno scorso, segnando lo stesso incremento annuo di giugno. Nel confronto con giugno, invece, c’è stato un aumento dello 0,3%. L’inflazione acquisita per il 2011 – aggiunge l’istituto di statistica – è pari al 2,5%. L’inflazione di fondo, calcolata al netto di beni energetici e alimentari freschi, si stabilizza al 2,1%. Il principale effetto di sostegno alla dinamica dell’indice generale, a luglio, deriva dall’aumento congiunturale del 2,0% dei prezzi dei beni energetici,  che determina una netta accelerazione del loro tasso tendenziale di crescita (10,7%, dal 9,3% di giugno). Un impatto significativo deriva anche dal rialzo congiunturale dei prezzi dei servizi relativi ai trasporti (+1,9%). Per contro, il principale effetto di contenimento, si deve alla diminuzione sul mese dei prezzi dei beni alimentari non lavorati (-2,6%). Sulla base delle stime preliminari, l’indice armonizzato dei prezzi al consumo (ipca) diminuisce dell’1,7% rispetto al mese precedente e aumenta del 2,1% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente (era +3,0% a giugno). La netta decelerazione del tasso di crescita tendenziale è in parte imputabile alla nuova metodologia di calcolo degli indici dei prezzi dei prodotti stagionali adottata a partire da gennaio 2011 in applicazione del regolamento europeo.

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29 luglio 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/economia/2011/07/29/news/svimez_allarme_giovani_2_su_3_non_lavorano-19767067/?rss

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GENOVA, PORTO – Rimossa la capsula di cobalto radioattivo dal container

Dodici mesi di attesa

Disinnescato il “container dei misteri”

28 luglio 2011

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https://i2.wp.com/www.ilsecoloxix.it/r/IlSecoloXIXWEB/genova/foto_trattate/2011/07/28/IMG_2764--158x237.JPG
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Genova – «Se qualcuno ha maneggiato senza precauzioni e per errore quella piccola capsula di cobalto prima di inserirla nel container, probabilmente ora è già morto», avverte Augusto Russo, il numero uno del reparto genovese dei vigili del fuoco specializzato in emergenze nucleari, chimiche e batteriologiche. Se invece sono state usate delle cautele, la più grande mobilitazione della storia dei porti italiani è stata causata di proposito. È la scia di mistero che resta adesso che dalla lamiera scoperchiata del container dei misteri al riparo di un bunker, la sorgente delle radiazioni piombate un anno fa nella vita del ponente è stata rimossa, e il pericolo è definitivamente cessato. Un giallo sul quale la Procura ha aperto un’inchiesta.

Le operazioni di bonifica, che si sono concluse nella giornata di ieri con il coordinamento del funzionario Alessandro Segatori, sono durate più del previsto, mobilitando, oltre ai vigili del fuoco, polizia, Croce rossa e 118 per quasi una settimana. Al termine di dodici mesi di attesa costellati di silenzi, prima che la situazione e le esatte proporzioni del problema fossero rivelate dal Secolo XIX a gennaio, e poi di polemiche, con i comitati del ponente sulle barricate. Nel mirino la convivenza forzata con il porto, molesto e soprattutto pericoloso per l’ambiente.

Dal canale YouTube del Secolo XIX, la preparazione del robot

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Martedì notte il robot progettato dall’azienda spezzina di armamenti Otomelara è riuscito a farsi largo attraverso il carico di rame contenuto nello scatolone di Msc. Il tutto dietro a una paratia blindata di container pieni di cemento, seguendo a distanza gli impulsi inviati dai telecomandi dei tecnici. E così l’origine delle inquietudini, al centro di un intrigo internazionale tuttora da districare, è apparsa finalmente (dello stesso colore del metallo nel quale era immersa) nelle sue dimensioni reali: piccola, più piccola di come era stata immaginata sulla base di calcoli matematico-fisici, ma potente, capace di sprigionare radiazioni mortali per chi ne fosse investito senza schermi. E il rame ha funzionato proprio da protezione alla propagazione della radioattività. Capace di arrivare fino a 220 metri e poi scendere sotto la soglia presente nell’ambiente.

Dal canale YouTube del Secolo XIX, il robot utilizzato dai pompieri

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Oggi il cobalto, esaminato a distanza di sicurezza e inserito in uno scrigno di piombo, inizierà un nuovo viaggio, questa volta con documenti ufficiali, verso lo smaltimento in un sito tedesco. La Procura attende la relazione finale dei vigili del fuoco per ripartire con le indagini. L’obiettivo è comprendere, per quanto possibile, che cosa è accaduto e di chi sia la responsabilità. C’è un aspetto economico non secondario, che è quello del risarcimento del danno subito dallo Stato italiano e dalle aziende, come il Vte, che sono state vittime incolpevoli dell’emergenza radiazioni (si sfiora il milione di euro). E c’è un questione sicurezza, che allarma le autorità militari e le intelligence di una manciata di Paesi, a partire dagli Stati Uniti, partner commerciale privilegiato delle spedizioni via mare dall’Europa, senza dimenticare le nazioni sfiorate nel suo percoso dal carico clandestino di cobalto (Iran, Stati arabi, Israele).

Dal canale YouTube del Secolo XIX, la preparazione del disinnesco

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La sorgente radioattiva ufficialmente potrebbe appartenere a una apparecchiatura industriale per l’esame delle saldature o a uno strumento per la disinfezione di prodotti sanitari (come le siringhe). Ma materiali di questo tipo possono essere usati anche per il confezionamento delle cosiddette bombe sporche: ordigni compositi da assemblare con pezzi provenienti da mezzo mondo con carte in regola e utilizzi (sulla carta) consentiti. Non è un caso che nell’estate dell’anno scorso, quando il container dei misteri arrivò dagli Emirati Arabi sulla banchina del Vte, la scena internazionale fosse scossa dall’allarme dirty bombs lanciato dagli Usa. Ora che il pericolo è stato disinnescato, si attende di capire chi lo ha generato e soprattutto perché.

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fonte: http://www.ilsecoloxix.it/p/genova/2011/07/28/AO33fxo-disinnescato_misteri_container.shtml

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MILANESE PER GIULIO – Tremonti: “Una stupidata quella casa, ci andai perché mi sentivo spiato”

Tremonti: “Una stupidata quella casa
ci andai perché mi sentivo spiato”

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Le spiegazioni offerte dal ministro sulla discussa offerta di Milanese colpiscono l’intero sistema di potere berlusconiano. Il titolare del Tesoro temeva di essere vittima di una guerra tra bande dentro la Finanza. “In caserma non ero tranquillo: ero controllato, pedinato”. “Chi parla di evasione fiscale è in malafede: posso dimostrare l’assoluta regolarità del mio comportamento”

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di MASSIMO GIANNINI

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Tremonti: "Una stupidata quella casa ci andai perché mi sentivo spiato" Giulio Tremonti

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“LO RICONOSCO. Ho fatto una stupidata. E di questo mi rammarico e mi assumo tutte le responsabilità. Ma in quella casa non ci sono andato per banale leggerezza. Il fatto è che prima ero in caserma ma non mi sentivo più tranquillo. Nel mio lavoro ero spiato, controllato, pedinato. Per questo ho accettato l’offerta di Milanese…”. Finalmente, dopo lunghi giorni di imbarazzi e di silenzi, ecco la versione di Giulio Tremonti, al culmine di un assedio che lo vede all’angolo da un mese, e che rischia di farlo cadere da un giorno all’altro. Non una banale giustificazione “tecnica”. Ma una brutale ricostruzione politica che, se autentica, tocca il cuore del sistema di potere berlusconiano.

Il “partito degli onesti” è un grumo di malaffari pubblici e di rancori privati. Un ministro dell’Economia, che ha appena imposto agli italiani una stangata da 48 miliardi di euro, si può pagare l’affitto di casa in nero? In quale altra democrazia occidentale sarebbe pensabile un simile cortocircuito etico e politico? Impensabile, insostenibile.

E infatti Tremonti è nell’occhio del ciclone. Non solo le rivelazioni che si inseguono ogni giorno, dalle carte dell’inchiesta sulla P4 e sull’Enav. Non solo le opposizioni che chiedono conto, rimpallando sul centrodestra una “questione morale” che si vorrebbe invece intestata al solo centrosinistra. Ma anche il “fuoco amico” del Pdl, con Berlusconi che non risparmia i veleni, i suoi “volenterosi carnefici” che si prodigano a mescolarli e i giornali di famiglia che non smettono di inocularli nel circuito politico-mediatico.
Da settimane sulla graticola, Tremonti tenta ora di passare al contrattacco. Di cose da chiarire ce ne sono tante. Basta rileggere le ordinanze dei giudici e dei pm. Tra il ministro e il deputato del Pdl “c’è uno stretto e attuale rapporto fiduciario che prescinde dal ruolo istituzionale rivestito da Milanese”: lo scrive il pm di Napoli Vincenzo Piscitelli. “Assolutamente poco chiari i rapporti finanziari tra Tremonti e Milanese”: lo scrive il gip di Napoli, Amelia Primavera. E dunque: perché il ministro decise di andare ad abitare nella casa per la quale Milanese versava al Pio Sodalizio un canone d’affitto di 8.500 euro al mese? E perché Tremonti, su questo canone mensile, ha pagato una quota di 4 mila euro, in contanti?

“La cosa più giusta è quella che ha detto Bossi  –  osserva adesso il ministro, chiuso nel suo ufficio di Via XX Settembre – ho fatto una stupidata, e di questo mi assumo la responsabilità di fronte agli italiani”. È stata dunque una “leggerezza”, aver accettato la proposta di un suo collaboratore: usare il suo appartamento per le trasferte nella Capitale. Tremonti rimanda al suo comunicato del 7 luglio, quando provò a troncare sul nascere l’ennesimo “ballo del mattone” che fa vacillare il Pdl, dallo scandalo Scajola in poi. “La mia unica abitazione è a Pavia. Mai avuto casa a Roma. Per le tre sere a settimana che da più di 15 anni trascorro a Roma, ho sempre avuto soluzioni temporanee, in albergo o in caserma. Poi ho accettato l’offerta dell’onorevole Milanese. Da stasera, per ovvi motivi di opportunità, cambierò sistemazione”. Questo diceva Tremonti, un mese fa. Ora ha cambiato sistemazione, appunto. Ma resta sulla sua coscienza la consapevolezza di aver commesso, appunto, “una stupidata”. Comunque grave. Gravissima per un ministro.
Nonostante questo, Tremonti non accetta di passare per un disonesto o un evasore fiscale. “Chi parla di evasione fiscale è in malafede. Questa accusa non la posso accettare. Sono in grado di dimostrare in modo tecnicamente e legalmente indiscutibile l’assoluta regolarità del mio comportamento, e del mio contributo alle spese di quell’affitto”. Non lo toccano le nuove carte uscite dall’inchiesta Enav, né la ricostruzione dell’imprenditore Tommaso Di Lernia, secondo il quale l’affitto della casa non lo pagava Milanese, ma un altro imprenditore, Angelo Proietti, che in cambio otteneva sub-appalti. “È una storia di cui non so nulla  –  commenta il ministro – non conosco quell’imprenditore indagato, non so nulla del contesto nel quale ha raccontato quei fatti”.

Ma la novità clamorosa, che emerge dallo sfogo di Tremonti sull’intera vicenda, non riguarda tanto le spiegazioni “formali” sulla quota d’affitto versata a Milanese, quanto piuttosto le ragioni “sostanziali” che lo spinsero ad accettare il “trasloco”. Tra le righe, il ministro accenna qualcosa, proprio nel primo comunicato del 7 luglio. “Per le tre sere a settimana che da più di 15 anni trascorro a Roma, ho sempre avuto soluzioni temporanee, in albergo o in caserma. Poi ho accettato l’offerta dell’onorevole Milanese…”. Questo è il punto cruciale. Per molti anni, e per l’intera legislatura 2001-2006 in cui è ministro, Tremonti dorme “in albergo o in caserma”. Ma a un certo punto, dal febbraio 2009, decide di “accettare l’offerta dell’onorevole Milanese”. Cosa lo spinge a farlo? Non il risparmio. Anzi, l’appartamento di Via Campo Marzio gli costa, mentre l’albergo lo paga il ministero, e la caserma la paga la Guardia di Finanza. E allora? Perché Tremonti decide di traslocare?
“La verità è che, da un certo momento in poi, in albergo o in caserma non ero più tranquillo. Mi sentivo spiato, controllato, in qualche caso persino pedinato…”. Eccolo, il “movente” che il ministro alla fine rende pubblico, dopo oltre un mese di tiro al bersaglio contro di lui. Ecco la “bomba”, che Tremonti fa esplodere nel nucleo di uno scandalo che non è suo (o almeno non solo suo) ma semmai dell’intero sistema di potere berlusconiano. L’aveva fatto capire lui stesso, il 17 giugno scorso, nel colloquio con il pm Piscitelli che lo aveva ascoltato come testimone. In quell’occasione Piscitelli fa sentire al ministro un’intercettazione telefonica (registrata nell’inchiesta sulla P4 di Bisignani) tra Berlusconi e il Capo di Stato Maggiore Michele Adinolfi. Ed è allora che  –  come si legge nell’ordinanza  –  “il ministro riferisce dell’esistenza di “cordate” nella Guardia di Finanza, che si sono costituite in vista della nomina del prossimo Comandante Generale, precisa come alcuni rappresentanti di quel Corpo siano in stretto contatto con il presidente del Consiglio”.

Dunque, nella guerra per bande dentro la GdF, Tremonti sa da tempo di essere nel mirino di una “banda”. In particolare, di quella che riferisce direttamente al premier. Lo dice lui stesso a Berlusconi, in un colloquio di cui parla proprio il generale Adinolfi, a sua volta interrogato da Piscitelli il 21 giugno (quattro giorni dopo il ministro). “Berlusconi  –  racconta il generale  –  mi mandò a chiamare, dicendomi che Tremonti gli aveva fatto una “strana battuta” allusiva, paventando che tramassi ai danni del ministro. Chiamò Tremonti davanti a me e lo rassicurò”. Evidentemente quelle rassicurazioni non servono a nulla. “Vittima” di questa guerra per bande fin dal 2009, quando cominciano i primi dissapori interni alla maggioranza e il Cavaliere comincia a sospettare degli “inciuci” tremontiani con la Lega e delle sue mire successorie dentro il Pdl, il ministro dell’Economia non si sente “tranquillo”. Al contrario, si sente “spiato”. E ora lo dice, apertamente: “In tutta franchezza, non me la sentivo più di tornare in caserma. Per questo, a un certo punto, ho accettato l’offerta di Milanese. L’ospitalità di un amico, presso un’abitazione che non riportava direttamente al mio nome, mi era sembrata la soluzione per me più sicura”.

Una scusa estrema, e tardiva, di un uomo disperato? Difficile giudicare. Ma questa è la ricostruzione di Tremonti. Se è vera, siamo al nocciolo duro del “metodo di governo” berlusconiano, che incrocia le P3 e le P4, la Struttura Delta e la “macchina del fango”, gli apparati dello Stato e il malaffare economico. “Non accetterò che si usi contro di me il metodo Boffo”, ha detto il ministro al Cavaliere, in un drammatico faccia a faccia dei primi di giugno, quando gli apparati del premier lo lavoravano ai fianchi, per convincerlo a dimettersi. Forse siamo ancora dentro quel film. Se è così, è più brutto e più serio della pur imperdonabile “stupidata” di Tremonti.

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28 luglio 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/politica/2011/07/28/news/giannini_tremonti-19752756/

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CRISI – Spagna, Moody’s forse taglia il rating. Fumata nera per il debito Usa. Giù le borse europee, Milano -1,36%

Spagna, Moody’s forse taglia il rating. Fumata nera per il debito Usa. Giù le borse europee, Milano -1,36%

Chiude male la Borsa di Tokyo. Avvio pesante per l’euro. Corsa contro il tempo per la Casa Bianca: il default è previsto il 2 agosto

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TOKYO – Apertura in forte ribasso per Piazza Affari, maglia nera in Europa. L’indice Ftse Mib lascia sul terreno l’1,53% e tocca un minimo di 18.230 punti.

A motivare il nervosismo dei mercati ci sono più fattori. Moody’s ha  minacciato di declassare il rating sulla Spagna, attualmente a ’Aa2’, a causa dei problemi generati dalle «pressioni» sulla capacità di finanziamento del debito. Una notizia che agita un quadro già turbato dall’impasse sull’aumento del tetto del debito Usa. Proprio per i timori sulla crisi del debito Usa la Borsa di Tokyo ha chiuso in calo dello 0,7%. L’indice Nikkei è terminato sotto quota 10 mila punti a quota 9.833,03. Male Nintendo che nel corso della giornata arriva a perdere il 20% dopo un deludente outlook.

La decisione di Moody’s di mettere sotto osservazione con implicazioni negative il rating della Spagna causa invece un avvio pesante per l’euro. Nelle prime battute la divisa è a 1,4276 dollari (1,4301) dopo essere stata indicata in area 1,4350 prima della notizia dell’agenzia Moody’s.

Negli Usa il quadro si è intanto complicato, con lo speaker della camera, John Boehner, che non è riuscito a controllare il partito facendo naufragare l’atteso voto sul piano di riduzione del deficit e del debito dei repubblicani, mettendo ancora più a rischio gli Stati Uniti a quattro giorni dalla scadenza del 2 agosto, quando gli Usa potrebbero fare default. Il mancato voto preoccupa la Casa Bianca, che si augurava di archiviare la misura di Boehner dopo il passaggio alla camera e il blocco in Senato, per far decollare un compromesso, al quale starebbero lavorando il leader dei repubblicani in Senato Mitch McConnell e il leader dei democratici in Senato, Harry Reid.

Il compromesso prevedrebbe un aumento del tetto del debito in due fasi, come chiesto dai repubblicani, ma il risultato si dovrebbe ottenere con provvedimenti del Congresso con una maggioranza di due terzi e non con tagli alla spesa.

La tensione sale con l’avvicinarsi della scadenza determinata dal Tesoro, che lavora a un piano d’emergenza per evitare il default. I dettagli potrebbero essere diffusi nelle prossime ore ma secondo indiscrezioni, il Tesoro se un accordo non sarà raggiunto entro il 2 agosto deciderà le priorità nei pagamenti, con i creditori che avranno la precedenza.

A chiedere un accordo sull’aumento del tetto del debito in settimana è Wall Street che, in una lettera a Obama, invita a raggiungere una soluzione per evitare un default che avrebbe un «impatto grave» sull’economia «peggiorando una condizione già difficile». Gli amministratori delegati di 14 banche, fra i quali i numeri uno di JPMorgan Jamie Dimon e Goldman Sachs Lloyd Blankfein, mettono in guardia dai rischi di una mancata azione sul debito.

La Casa Bianca segue gli sviluppi a Capital Hill e continua a essere fiduciosa su un compromesso. «È interesse di tutte le parti che il Congresso agisca» sull’aumento del tetto del debito: «siamo fiduciosi perchè riteniamo che gli americani abbiano detto chiaramente che vogliono un compromesso e c’è tempo per un compromesso giusto», afferma il portavoce della Casa Bianca, Jay Carney.

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29 luglio 2011

fonte:  http://www3.lastampa.it/economia/sezioni/articolo/lstp/413592/

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