Archivio | agosto 4, 2011

Israele: smantellate quell’avamposto! Sentenza storica della Corte Suprema

Israele: smantellate quell’avamposto

Sentenza storica della Corte Suprema, ordinata la rimozione di un insediamento illegale in Cisgiordania

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https://i1.wp.com/it.peacereporter.net/upload/5/54/543/5431/54319.jpg

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di Luca Galassi

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C’è una prima volta per tutto. Anche in Israele. La Corte suprema dello Stato ebraico ha emanato due giorni fa una sentenza storica: distruggere un insediamento illegale di coloni in Cisgiordania. L’insediamento – meglio chiamarlo avamposto, in quanto di limitata entità rispetto a una vera e propria opera urbanizzata – non è grande, e le conseguenze della sua distruzione e del trasferimento di qualche decina famiglie di coloni altrove non saranno epocali. Ma in questa terra i simboli assumono spesso più valore e potenza dei fatti.

Ed è simbolica la decisione del primo tribunale israeliano che ha ordinato allo Stato di smantellare Migron entro aprile del 2012 perché è illegale. Ovvero perché è costruito su terra di proprietà palestinese. A dispetto delle promesse, Migron è rimasto in piedi. Costruito nel 1999 a cinque chilometri da Gerusalemme, l’insediamento è composto da 50 famiglie. E’ sempre stato definito ‘non autorizzato’, ma ciò non gli ha evitato di poter prosperare per vent’anni. Sorse durante l’operazione ‘Scudo difensivo’, il blitz israeliano su Ramallah in risposta alla Seconda intifada del 2002. Dapprima venne installata una piccola torre-radio (all’Israeli Defence Forces poteva anche andar bene, considerato il bisogno di migliorare le comunicazioni, le informazioni e l’intelligence nell’area), poi si aggiunsero alcuni caravan e le famiglie divennero stanziali. Un po’ come i Rom da noi, con roulotte e baracche. In seguito furono emanati numerosi ordini di sgombero, nessuno dei quali ricevette esecuzione. Anzi, fu lo stesso governo israeliano a investire nell’avamposto. Novecentomila euro.

Una pratica diffusa, questa, nei ministeri israeliani. Lo dice il rapporto Sasson, redatto nel 2005 dall’ex capo del Dipartimento giustizia penale. Le sue conclusioni furono che organismi e istituzioni governative hanno segretamente stornato fondi per costruire avamposti illegali sui Territori palestinesi. Funzionari del ministero della Difesa e del ministero delle Costruzioni, e la Divisione insediamenti dell’Organizzazione mondiale sionista hanno speso milioni di shekel per finanziare avamposti illegali. Il rapporto descrive la cooperazione segreta tra i vari ministri e funzionari istituzionali per consolidare gli avamposti costruiti oltre dieci anni fa.

Sono oltre 300mila gli israeliani che vivono negli insediamenti (legali e illegali) della Cisgiordania. La disputa sul diritto alla terra tocca rivendicazioni storiche e religiose, leggi nazionali e internazionali, diatribe politiche. Gli insediamenti variano in dimensione e permanenza, da quelli ‘selvaggi’, chiamati wildcat, fatti di baracche e roulotte, fino a città vere e proprie di decine di migliaia di residenti. La comunità internazionale considera illegali la maggior parte delle centinaia di insediamenti. A dispetto di appelli a un congelamento completo della costruzione, il Premier Netanyahu ha detto che il governo continuerà ad acconsentire a nuove costruzioni per assecondare la loro ‘crescita naturale’.

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fonte:  http://it.peacereporter.net/articolo/29813/Israele%3A+smantellate+quell%27avamposto

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IL FILM, LA POLEMICA – “Cose dell’altro mondo ci diffama” Dal Veneto l’invito al boicottaggio

Caricato da in data 19/lug/2011

Cose dell’altro mondo ci diffama”
Dal Veneto l’invito al boicottaggio

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Sul web si scatena la protesta contro il film di Francesco Patierno, in cui Diego Abatantuono è un imprenditore razzista di un paesino del Nordest che di fronte alla scomparsa improvvisa di tutti gli extracomunitari è costretto a implorare il loro ritorno. In rete insulti al protagonista e frasi contro “voi italiani”. Il regista: “Evidentemente tocca un nervo scoperto”

" Cose dell'altro mondo  ci diffama" Dal Veneto l'invito al boicottaggio La locandina del film

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ROMA – “Boicottate questo film diffamatorio e razzista”. Non usano mezzi termini quei veneti che hanno scelto il web per protestare contro Cose dell’altro mondo, il film diretto da Francesco Patierno 1 e interpretato da Diego Abatantuono (e con Valerio Mastandrea e Valentina Lodovini) in programma alla Mostra del Cinema di Venezia nella sezione Controcampo italiano e in sala dal 3 settembre. Nel film, Abatantuono è un imprenditore razzista proprietario di una tv locale di un paesino del Nord Est. Un giorno tutti i lavoratori extracomunitari spariscono all’improvviso. E tutti gli equilibri saltano.

VIDEO: IL TRAILER SOTTO ACCUSA 2

“Conviviamo con i fondamentalisti islamici, gli zingari, i fancazzisti albanesi: prendete il cammello e andate a casa”, urla Abatantuono dallo studio della sua tv, teatro delle sue predicazioni sull’opportunità di un mondo privo di extracomunitari. E quando quel giorno paradossalmente arriva, chiudono i bar, le aziende non vanno avanti, non c’è più nessuno che faccia le pulizie nelle case e sembra ci sia una guerra in corso. La situazione si fa così pesante che Abatantuono non può che pregare: “Falli tornare indietro tutti”.

E alcuni cittadini veneti si scatenano sul web. “Boicottate questo film diffamatorio e razzista” scrive un utente; e poi frasi come “voi italiani non siete stato in grado di integrarvi con i veneti perché non riuscite a comprenderli, perché troppo diversi culturalmente da voi” oppure “Abatantuono attore da quattro soldi” o “film finanziato con 1,3 milioni di euro dallo Stato e hanno anche il coraggio di deridere i veneti che li finanziano (involontariamente)”. E su YouTube il trailer del film raccoglie più “non mi piace” che “mi piace”. Mentre da giorni la stampa locale dedica attenzione al film.

Già prima delle riprese c’erano stati problemi. “All’ultimo momento il sindaco di Treviso Gian Paolo Gobbo della Lega Nord aveva negato i permessi per girare lì, fortunatamente concessi dal sindaco di Bassano del Grappa Stefano Cimatti – ricorda il regista Patierno – ironia e cinismo sono le caratteristiche di questa commedia ‘cattiva’ ma se prima ancora di vedere il film c’è tutto questo rumore, evidentemente ci sono dei nervi scoperti e non è certo colpa mia”.

Al centro della storia, sceneggiata dallo stesso Patierno con Diego De Silva e Giovanna Koch, liberamente ispirata al film A day without a mexican di Sergio Arau e Yareli Arizmendi, “c’è una riflessione, a volte più che ironica, sul concetto di integrazione. Che io l’abbia ambientata in Veneto si spiega: è la regione con più alta percentuale di immigrati con permesso di soggiorno”. Per Patierno, che rivendica di essere per metà veneto, “queste polemiche preventive sono strumentali. A monte c’è che in questo Paese c’è sempre troppa ideologia e vorrei che una volta visto il film si potesse cambiare idea. Cose dell’altro mondo è molto trasversale e non è classificabile politicamente, parla di una storia di fantasia ma che non guarda in faccia a nessuno su un argomento serio, come l’integrazione, raccontato in modo non serioso. Non a caso – conclude Patierno – la coppia protagonista, Abatantuono e Mastandrea, è di quelle che fanno ridere ma capaci anche di passare in un secondo dalla commedia al dramma”.

Prodotto da Marco Poccioni e Marco Valsania per Rodeo Drive (in collaborazione con Medusa e Sky Cinema), Cose dell’altro mondo ha ottenuto anche il riconoscimento di film di interesse culturale nazionale dal ministero per i Beni culturali.

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04 agosto 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/2011/08/04/news/altro_mondo-20035311/?rss

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Somalia, la carestia si espande tra violenze e debolezze del governo

‘World must take Somalia seriously’

Caricato da in data 04/ago/2011

The United Nations says famine has spread to three new regions in southern and central Somalia.

Interview with Nii Akuetteh, an African affairs analyst

Somalia, la carestia si espande
tra violenze e debolezze del governo

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Le Nazioni Unite hanno decretato lo stato di carestia ad altre tre regioni somale. Il quadro generale si aggrava, dunque, mentre gli aiuti alimentari continuano ad essere difficili per gli ostacoli posti dalle milizie islamiche Al Shabaab, come è accaduto nella città meridionale di Kismayo, la terza città del Paese. Intanto dilagano anche le violenze e le uccisioni di civili anche da parte dei militari Amison

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di CARLO CIAVONI

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Somalia, la carestia si espande tra violenze e debolezze del governo L’immagine è tratta da un sito internet somalo

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ROMA – La carestia si estende come una coltre nera sulla Somalia, sotto il quale milioni di persone muore di stenti o si muove in cerca di luoghi per sopravvivere, affrontando viaggi infiniti a piedi, che si concludono in giganteschi campi profughi, già stracolmi da altri disgraziati segnati dallo stesso destino. Nel frattempo in altre tre regioni somale è stato ieri decretato lo stato di carestia. Si tratta della regione di Barandor, che comprende l’area di Mogadiscio; quella di Afgooye e quella di Shabeele, in particolare le aree agro-pastorali nei distretti di Balcad e Cadale nel Medio Shabelle. Si lamentano, intanto nuovi ritardi negli aiuti umanitari, dovuti alle difficoltà di accesso in alcune aree del paese controllate dalle milizie Al Shabaab, come è avvenuto a Kismayo, nel sud, la terza città somala, dove le milizie islamiche hanno impedito la distribuzione degli aiuti alimentari.

I numeri dell’emergenza. Ad oggi, le stime fornite dall’Onu parlano di 3,7 milioni di persone, in tutto il Corno d’Africa, per le quali si richiede un urgente intervento di assistenza e 3,2 milioni che invece hanno bisogno un aiuto immediato per non morire Sei ONG del network AGIRE 1operano in Somalia con programmi di assistenza umanitaria nelle zone colpite dalla carestia (CESVI 2, CISP 3, COOPI, 4 COSV 5, Intersos 6 e Save the Children 7). Grazie a una presenza storica nel paese e a rapporti consolidati con le comunità e i partner locali, le ONG sono pressoché le uniche organizzazioni umanitarie in grado oggi di portare soccorso alla popolazione, superando gli ostacoli posti dalla situazione di instabilità e conflitto in cui versa il Paese. Un Paese con un governo di transizione, debole ed eterodiretto, che ad oltre 15 giorni dal suo insediamento ufficiale, solo oggi ha dato vita alla sua prima riunione.

Mezzo milione in pericolo di vita. Nel corridoio di Afgooye, costruito sul tracciato e lungo le rovine della strada nazionale che collegava Mogadiscio a Baidoia, circa mezzo milione di persone sono in pericolo di vita. “I primi ad avere complicazioni mediche sono i bambini – dice Mohamed Luqman, operatore somalo di INTERSOS che da settimane coordina la distribuzione di cibo, acqua e beni di prima necessità agli sfollati accampati in quest’area – la continua malnutrizione a cui sono stati esposti negli ultimi mesi li ha indeboliti al punto tale che faticano a reagire. Possiamo salvarli dalla morte solo attraverso preparati iper-proteici”

“Durerà almeno fino a gennaio”.
Gemma Sammartin, che coordina gli interventi di COOPI in Somalia, conferma la gravità della crisi alimentare. “La situazione non migliorerà almeno fino a gennaio, ma questa gente ha bisogno di aiuto immediato”. COOPI distribuisce cibo ed acqua attraverso un sistema di cash vouchers nelle regioni di Gedo, Bay, Middle Juba, Mudug e Galgaduud. “Queste zone ancora non sono state inserite nell’area di carestia dichiarata dalle Nazioni Unite. Ma sappiamo – afferma Sammartin – che stiamo lottando contro il tempo”.

La situazione peggiora anche al Nord.  “Anche nel nord della Somalia la situazione sta peggiorando, in particolare nel Puntland”, ha detto Daniele Timarco di Save the Children. “Le popolazioni della regione hanno perso l’85% del bestiame per la siccità e la percentuale di malnutrizione acuta ha raggiunto il 25% nei campi profughi di Bosaso e il 23.6% nella regione di Karkar. Una situazione che rileviamo direttamente ogni giorno nei 14 centri di cure e nutrizione che gestiamo nel Puntland, dove sono raddoppiati i casi di bambini malnutriti e anche quelli gravissimi di malnutrizione acuta trattati nelle cliniche mediche”.

Raccolta fondi.
Per far fronte all’emergenza umanitaria in Africa Orientale, le compagnie telefoniche aderenti hanno deciso oggi di prolungare la durata del numero 45500 dedicato all’appello di raccolta fondi lanciato da AGIRE. Intanto, stamattina dal Cairo è arrivata la notizia secondo la quale l’Associazione nazionale dei medici egiziani, provvederà all’invio di medicinali in Somalia per far fronte all’emergenza umanitaria.

Violenze diffuse, una donna seviziata. In questo autentico girone infernale che è oggi la Somalia, si aggiungono anche episodi di violenza inauditi. Ieri, una donna di 34 anni, Boolo Osman Aden, è stata sequestrata da otto uomini dell’esercito somalo, che l’hanno cosparsa di materiale plastico liquefatto e incandescente. La donna ha riportato ustioni gravissime e ricoverata. Solo un paio dei militari, che sembra facciano parte del gruppo Ahlu Sunaa, composto da personaggi mal selezionati e in molti casi dai trascorsi criminali, sarebbero stati arrestati.

Un giornalista ucciso. Sempre ieri è stato ucciso un giornalista di Radio Simba, un’emittente di Mogadiscio, che si trova nei pressi del mercato di Bakaraha luogo di scontri durissimi fra le truppe dell’Amison, il contingente militare dell’Unione Africana, con compiti di peacekeeping, ma che negli ultimi tempi, probabilmente per l’aumentata tensione generale, mostrano molto nervosismo, al punto da uccidere diversi civili senza alcuna ragione. Il cronista chiamava Farah Andi. E’ morto sotto i colpi sparati dai militari, mentre aiutava altri suoi colleghi nel trasloco dell’emittente in un’altra zona più tranquilla della città. Sempre ai militari dell’Amison sono stati attribuiti le uccisioni di altri cinque civili: tre sono stati uccisi la scorsa notte a colpi di fucile automatico; altri due sono morti in seguito al lancio di un missile, caduto su un gruppo di case, sempre nella zona del mercato di Bakaraha, dovo sono stati soccorsi anche numerosi feriti.

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04 agosto 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/solidarieta/emergenza/2011/08/04/news/somalia_difficolt_negli_aiuti-20035464/?rss

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AGIRE lancia un appello di emergenza sulla siccita’ in Africa Orientale

9 Organizzazioni Non Governative del network di AGIRE sono operative nella regione.

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In Africa orientale, dieci milioni di persone sono colpite in questi giorni dalla peggiore siccità a memoria d’uomo. Due successive stagioni delle piogge particolarmente scarse hanno determinato una situazione drammatica, con conseguenze che potrebbero ulteriormente aggravarsi nel medio periodo.

In alcune aree della regione il prezzo del grano è salito tra il 100 e il 200%, riducendo la disponibilità di alimenti per le famiglie e per il bestiame, che rappresenta una delle principali fonti di sussistenza nell’area.

In Somalia la siccità si somma a una crisi politica e militare che non trova soluzione ormai da vent’anni, con migliaia di persone che stanno lasciando le loro case per rifugiarsi nei paesi vicini, anch’essi allo stremo a causa della siccità. Nel campo di Dadaab, in Kenya, in pochi giorni si è passati da 300 mila a 400 mila sfollati, un incremento che mette a dura prova le già limitate risorse delle agenzie umanitarie.

L’impatto della siccità è spaventosamente accentuato dal muro di silenzio contro cui si scontra questa crisi umanitaria. In tutta Europa, le organizzazioni non governative hanno lanciato appelli, perché solo una reale mobilitazione dell’opinione pubblica e dei donatori potrà evitare che a settembre, quando le scorte alimentari locali saranno completamente compromesse, decine di migliaia di persone non restino vittime di una nuova crisi d’indifferenza.

Per rispondere a questa emergenza, le organizzazioni non governative di AGIRE hanno deciso di lanciare un appello congiunto di raccolta fondi per sostenere gli interventi in corso nella regione, prevalentemente in Somalia, Kenya ed Etiopia.
Questo comunicato si inserisce nel quadro delle iniziative coordinate da AGIRE – Agenzia Italiana per la Risposta alle Emergenze all’interno dell’appello “Emergenza siccità in Africa Orientale”. AGIRE è il coordinamento di 12 tra le più importanti organizzazioni non governative che rispondono in maniera congiunta alle gravi emergenze umanitarie. Maggiori informazioni su www.agire.it
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I ‘FURBETTI’ DEL PARLAMENTINO.. – Ponti e vacanze, i record degli onorevoli


fonte immagine

Ponti e vacanze, i record degli onorevoli

«Quello che stupisce è lo stupore di quanti proprio non si aspettavano il sussulto di indignazione dei cittadini»

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Una veduta di Montecitorio
Una veduta di Montecitorio

MILANO – Uffa, la crisi planetaria! Travolti da un’ondata di proteste, letteracce, ironie, commenti, moccoli e invettive, i «furbetti del pellegrino» hanno dovuto fare retromarcia: invece di cinque settimane e mezzo di vacanza ne faranno «solo» quattro e mezzo. Decisione saggia. Meglio tardi che mai. Quello che stupisce è lo stupore di quanti proprio non si aspettavano il sussulto di indignazione dei cittadini. A loro parziale attenuante va detto che per decenni i deputati, nazionali e regionali, sono stati abituati a pigliarsela comoda. Basti ricordare la sosta invernale più lunga della storia, decisa agli sgoccioli del 2001 dall’Ars, l’assemblea regionale siciliana. Che dopo essere arrivata stremata al 21 dicembre, avendo lavorato con febbrile solerzia quasi due ore la settimana (senza manco riuscire a varare il bilancio) aveva deciso di aprire la strada al ponte di Messina con uno spettacolare «ponte» virtuale.

IL PONTE Un «ponte» a sette campate settimanali che congiungeva il Natale a Capodanno, il Capodanno alla Befana, la Befana alla Settimana bianca e la Settimana bianca al Carnevale. Dandosi appuntamento per il 12 febbraio successivo. Totale di 52 giorni. E se quello resta il record, va detto che c’è chi ha tentato di insidiarlo. Come il parlamentino regionale dell’Abruzzo che l’anno scorso, dopo essersi riunito un’ultima volta il 9 marzo decise di fissare la riunione successiva il 20 aprile per un totale di 42 giorni. Pasqua, Pasquetta più qualche settimana prima e qualche settimana dopo. Lo stesso Parlamento romano non ha storicamente dato prova, sul versante vacanziero, di stakanovismo. È verissimo che l’attività a Montecitorio e a Palazzo Madama, da anni, riprendeva nella seconda settimana di settembre. A volte con qualche slittamento in avanti.

L’ESEMPIO – Un esempio? Rileggiamo l’Ansa del 29 luglio 2007: «L’Aula della Camera chiude i battenti domani per la pausa estiva: i lavori dell’Assemblea dopo le vacanze riprenderanno il 14 settembre, mentre il 7 settembre torneranno a riunirsi le commissioni parlamentari. È quanto ha stabilito la conferenza dei capigruppo di Montecitorio». Totale: 46 giorni. Alla faccia di tutte le polemiche che infuriavano intorno ai costi della politica. Anche quella volta, per inciso, c’era di mezzo un pellegrinaggio. Al Monte Athos, in Grecia. Da dove gli onorevoli viandanti, guidati da monsignor Rino Fisichella, cappellano di Montecitorio, tornarono addirittura il 17. Settimana più, settimana meno… Conosciamo l’obiezione: le sedute d’aula sono solo una parte del lavoro parlamentare, è più corretto calcolare le commissioni. Giusto.

LO STUDIO – Riprendiamo dunque uno studio del Sole24Ore di tre anni fa: «Poco più di un’ora: tanto è durata in media una seduta delle commissioni del Senato nella passata legislatura. Alla Camera ci si è fermati a 42 minuti. Poca roba contro le oltre cinque ore che Montecitorio ha dedicato alle sedute d’aula, due in più di quelle dell’assemblea di Palazzo Madama».

LE COMMISSIONI – Veniamo alla legislatura d’oggi? Mediamente ognuna delle 14 commissioni permanenti della Camera ha lavorato nel 2010 per 8.645 minuti: 2 ore e 46 minuti la settimana. Ancora meno hanno lavorato quelle speciali, bicamerali e d’inchiesta. Un paio di casi: nel luglio 2011 la Commissione per l’infanzia e l’adolescenza presieduta da Alessandra Mussolini si è riunita due volte per un totale di due ore e 15 minuti: 34 minuti a settimana. Sempre a luglio la commissione per il controllo sugli enti previdenziali presieduta da Giorgio Jannone si è riunita tre volte per un totale di un’ora e 50 minuti: 27 minuti a settimana. Da stramazzare per lo sforzo. Non bastasse, il dipietrista Carlo Monai racconta all’Espresso che nella sua commissione «su una quarantina di membri, se ce ne sono una decina presenti è grasso che cola». Quanto all’aula, nel 2010 l’assemblea di Montecitorio si è riunita per 760 ore e 16 minuti: 14 ore e 27 minuti a settimana. Più di un quarto del tempo (quasi 219 ore) è stato però dedicato alle interrogazioni e ai question time , dove non c’è quasi mai nessuno. Altre 82 ore se ne sono andate in discussioni che riguardavano il destino di questo o quel parlamentare, per decisioni della giunta per le autorizzazioni a procedere o della giunta per le elezioni. Per la «mission» vera e propria, l’attività legislativa, sono rimasti 459 ore e 54 minuti: 8 ore e 50 minuti la settimana. Lavorassero davvero dal lunedì al venerdì come invocava Gianfranco Fini, sarebbero impegnati sulle leggi un’ora e 46 minuti al giorno. Applausi.

LA DECISIONE – È in questo contesto che va inquadrata la decisione presa martedì dalla conferenza dei capigruppo di riaprire i battenti solo il 12 settembre. Una decisione sbalorditiva: ma come, nel giorno della nuova caduta della borsa, del nuovo record di 384 punti base dello spread Btp/Bund, dello smottamento della Fiat nella scia dell’annuncio che le immatricolazioni di auto sono crollate ai livelli del 1983, dell’attacco della speculazione internazionale all’Italia? Come potevano pensare che un scelta così passasse liscia? Per questo mai retromarcia è stata benedetta («se si commette un errore è sempre meglio tornare sui propri passi che perseverare», ha spiegato Fini) quanto quella presa ieri in una nuova riunione dei capigruppo pretesa da Pd, Fli e dall’Italia dei valori, che da subito avevano contestato la vacanza lunghissima.

LE REAZIONI – Resta lo sbalordimento per certe reazioni di fastidio per l’irritazione dei cittadini. Come quella di Paola Binetti: «Se questo deve diventare l’ennesimo attacco alla classe politica, è chiaro che la ripresa dei lavori della Camera deve avere la priorità». Traduzione: se i qualunquisti non rompessero le scatole… Ancora più curiosa la resistenza del leghista Marco Reguzzoni. L’ultimo a difendere la vacanza lunga: «Non è possibile che il Parlamento calpesti la propria dignità cedendo alle pressioni dei giornali!». Chissà cosa avrebbero detto, a sentirlo, i leghisti duri e puri di qualche anno fa…

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LA PUBBLICITA’ RIPORTATA APPARTIENE ALLA TESTATA DI PROVENIENZA DELL’ARTICOLO

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04 agosto 2011 07:58
fonte:  http://www.corriere.it/politica/11_agosto_04/stella-ponti-onorevoli_4a5ecee2-be5a-11e0-aa43-16a8e9a1d0c7.shtml

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P4 – Papa, nuove accuse agli atti, indagata anche la moglie

Papa, nuove accuse agli atti
indagata anche la moglie

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Tiziana Rodà accusata di concussione per gli incarichi Enel ed Eni. La procura aggiunge nuovi atti contro il parlamentare in carcere dal 20 luglio. L’imprenditore Fasolino grande accusatore del deputato: “Le prime tangenti quando stava con Castelli, ricordo che gliele diede anche sotto Palazzo Rodinò e alla galleria Colonna di Roma””

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di IRENE DE ARCANGELIS

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Papa, nuove accuse agli atti indagata anche la moglie Tiziana Rodà, moglie di Alfonso Papa

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NAPOLI – Nuove accuse, nuovi interrogatori nell’inchiesta P4
per cui il magistrato e parlamentare Pdl Alfonso Papa è in carcere dallo scorso 20 luglio con l’accusa di concussione. Nel giorno della discussione al tribunale del Riesame per la sua scarcerazione – che verrà decisa entro domani, al più tardi sabato – si scopre che la Procura di Napoli ha depositato altri atti contro il parlamentare.

Tra questi, datato 25 luglio, l’iscrizione nel registro degli indagati della moglie di Papa, Tiziana Rodà, per concussione in concorso con il marito in riferimento ad alcuni bonifici bancari effettuati da Enel ed Eni. Un reato che si sarebbe consumato con l’affidamento di incarichi professionali alla consorte del magistrato ai due enti per l’energia. Vicenda sempre più intricata e che ieri conosce un’altra giornata campale, per il deputato in cella con altri tre detenuti nel carcere di Poggioreale.

Si comincia, ieri mattina, con l’eccezione del vizio di forma da parte dei legali di Papa, Giuseppe D’Alise e Carlo Di Casola. D’Alise non avrebbe mai ricevuto la raccomandata successiva alla notifica dell’udienza. Un vizio che, una volta dimostrato, comporta l’immediata scarcerazione di Papa.

Ma a due ore dall’inizio dell’udienza viene trovata in Cancelleria la ricevuta di ritorno della raccomandata dell’ufficiale giudiziario. Non c’è vizio di forma. Dunque va avanti il dibattito sul ricorso della difesa per la scarcerazione. C’è tempo per decidere.

E ci sono nuove carte dell’accusa, anche con interrogatori che risalgono ad appena qualche giorno fa, alla fine di luglio. La difesa si oppone al deposito, sono carte tardive da presentare al collegio del Riesame. Eppure ci sono.
L’interrogatorio all’imprenditore Marcello Fasolino, accusatore di Papa, per esempio. Che peraltro rafforza la competenza territoriale dell’inchiesta per la Procura di Napoli.

Racconta agli inquirenti coordinati dall’aggiunto Francesco Greco l’imprenditore di Nocera Superiore: “Le dazioni di denaro al Papa le collocherei nel periodo nel quale Papa già stava al ministero essendo Castelli ministro. Ricordo la prima dazione. Era da poco entrato in vigore l’euro e gli corrisposi, ricordo ancora, nell’androne del suo palazzo a Napoli a piazza Rodinò una somma contante di 1000, 1500 euro. Nel corso del tempo, sino all’epoca in cui Mastella era ministro, gli ho corrisposto somme di denaro per un complessivo di diecimila euro. Sicuramente in una occasione gli diedi dei soldi anche a Roma. Ricordo che eravamo alla Galleria Colonna. Non so dire se questa sia stata la seconda, la terza, la quarta o una ulteriore dazione. Nelle restanti occasioni gli ho corrisposto denaro in luoghi che adesso non ricordo tutti. Una volta eravamo in mezzo alla strada a Napoli, camminando a piedi… “.

Dunque tangenti consegnate a Napoli, che confermano la competenza della Procura partenopea. Carte che potrebbero influire sulla decisione del Riesame, mentre si attende una seconda e parallela decisione del tribunale della Libertà sul ricorso della Procura contro il rigetto del gip per l’ipotesi di reato di associazione a delinquere. E anche quella potrebbe arrivare al massimo entro sabato.

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LA PUBBLICITA’ RIPORTATA APPARTIENE ALLA TESTATA DI PROVENIENZA DELL’ARTICOLO

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04 agosto 2011

fonte:  http://napoli.repubblica.it/cronaca/2011/08/04/news/papa_nuove_accuse-19998064/?rss

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ABRUZZO – Marco, il manager diventato eremita / Una proposta da Valle Pezzata

IN ABRUZZO

Marco, il manager diventato eremita

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Valle Pezzata, in Abruzzo – fonte immagine

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Una vita senza corrente elettrica, coltivando l’orto
«Prima il lavoro era totalizzante. Ora sono in armonia»

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L'ex manager Marco davanti al suo orto
L’ex manager Marco davanti al suo orto

«La mia vita è cambiata dieci anni fa: a gennaio del 2001 mi trovavo per lavoro all’Holiday Inn di Manhattan, a giugno dormivo nei fienili in Toscana». Marco, trentasette anni compiuti, ex manager Yamaha ed ora eremita in Abruzzo, ride. Il contrasto delle due immagini lo diverte. Per parlare con quest’uomo riflessivo, pacato e accogliente, i cui tratti incorniciati dalla capigliatura rasta ricordano vagamente quelli di Bob Marley, abbiamo dovuto camminare parecchio. Mezz’ora buona di ripida montagna tra Rocca Santa Maria e Valle Castellana, in provincia di Teramo, al confine tra l’Abruzzo selvaggio e le Marche. Dove è possibile incontrare i lupi e, giurano alcuni, anche gli orsi. D’altronde, l’eremita del borgo abbandonato di Valle Pezzata, che fino all’età di ventisette anni era product manager dell’Italaudio, storico distributore nazionale del marchio Yamaha per hi-fi con sede a Legnano, non se l’è scelta facile l’esistenza.

CURRICULUM – Laureato in Economia alla Bocconi con una tesi dal titolo eloquente («Metodologie di valutazione ambientale e sviluppo sostenibile», relatore il professor Pierluigi Sacco, volto noto alla Rai come divulgatore, ora ordinario alla Iulm di Milano), Marco già allora tentava di dare un’interpretazione diversa della realtà che lo circondava. «Volevo confutare – ci spiega – le tesi di coloro che, finanziati dalle multinazionali, cercano di far passare per scienza le convinzioni politiche». Dopo la laurea, conseguita a pieni voti, lavora un anno e mezzo per il marchio giapponese. Le dimissioni arrivano improvvise ed inaspettate, soprattutto per i genitori. «Non ero in armonia con le mie inclinazioni – dice – e sapevo che quella del manager non era la mia strada. L’avevo scelta come banco di prova e come estensione del corso di studi. Ma era un’esperienza totalizzante. Al di là delle otto ore di ufficio, il lavoro assorbiva completamente la mia vita. Era difficile staccare la spina quando tornavo a casa. Invece io volevo stabilire un contatto più profondo e più armonico con l’ambiente circostante». «Una scelta coraggiosa – la definisce oggi Marco Puchetti, fino al 2003 direttore commerciale all’Italaudio -, tanto più se si considera che Marco era un ottimo manager e aveva iniziato il proprio percorso professionale in una realtà aziendale notevole».

FAMIGLIA – Marco è cresciuto a Busto Arsizio, nel Varesotto, cullato e protetto da una famiglia benestante che tutto si aspettava tranne che il figlio rifiutasse il consumismo e le comodità e abbracciasse un’esistenza fatta di cose elementari. «La presero – ricorda – come una scelta che non poteva stare in piedi, un gesto di temporanea follia. Contavano sul fatto che, finiti i soldi della liquidazione, sarei tornato». E invece accade il contrario. «Mi sono accorto presto – prosegue – che la mia vita era sommersa dai bisogni secondari indotti dal sistema in cui vivevo. Ero pieno di cose che non mi servivano e di cui pian piano mi dovevo liberare. In questo modo è stato più facile rendermi autonomo rispetto ai bisogni primari legati alla sopravvivenza, al cibo, ai vestiti e ad un riparo sopra la testa, e indirizzare quelli secondari nella direzione in cui volevo, senza che fossero condizionati dal marketing, dalla politica o da qualche scuola spirituale». L’ex manager trascorre circa otto anni nell’ecovillaggio della Valle degli Elfi, sull’Appennino tosco-emiliano. Due anni fa, in pieno inverno, si sposta in Abruzzo per dar vita ad un’altra comunità.

IN DUE – All’inizio, a Valle Pezzata, erano in quindici, ora sono in due. Con Marco c’è Artur, un polacco di 41 anni che dopo aver girato mezza Europa ha deciso di fermarsi qui. Abitano distanti l’uno dall’altro ma conducono vite simili. Ogni tanto fanno capolino in paese, a Rocca Santa Maria, dove hanno un buon rapporto con la comunità locale, o girano per borghi suonando alle feste e alle sagre. Poi tornano nel loro Eden, rinunciando alla corrente elettrica per seguire i ritmi del sole. D’inverno dormono molto, d’estate meno. «Il mio corpo – spiega Marco – si sveglia quando non ha più la necessità di riposare. È la montagna che detta i tempi». E l’alimentazione? «Si basa sul selvatico, cioè su quello che ci offre spontaneamente la terra. Coltiviamo l’orto, seguendo i consigli degli anziani contadini, e l’acqua la prendiamo dal torrente. Pensa, noi qui non produciamo quasi rifiuti… altro che Napoli!». E mentre il mondo vive con il fiato sospeso per l’incubo default, Marco offre la sua versione della Storia: «Se ognuno eliminasse il superfluo e attraverso l’introspezione cominciasse a soddisfare i bisogni primari, capirebbe più facilmente cosa lo può appagare…».

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LA PUBBLICITA’ RIPORTATA APPARTIENE ALLA TESTATA DI PROVENIENZA DELL’ARTICOLO

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Nicola Catenaro
02 agosto 2011(ultima modifica: 04 agosto 2011 08:26)

fonte:  http://www.corriere.it/cronache/11_agosto_02/abruzzo-manager-eremita_6b8ed87a-bd3b-11e0-b530-d2ad6f731cf9.shtml

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e il mensile di emergencyLa copertina del numero di agosto
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Ecco il numero di agosto, in edicola da mercoledì 3

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Buon cammino a tutte/i  1060 Bionieri!!

Bionieri è un “Rural Network”: una radura collettiva dove incrociare e scambiare saperi e sapori, utopie, progetti e memorie.
Trova le sue radici nelle pratiche e nelle filosofie della Semplicità Volontaria, Decrescita, Ecologia Profonda, Bioregionalismo
I rapporti che intercorrono tra i membri sono quelli della reciproca conoscenza, dello scambio, del dono, del mutuo aiuto quindi di natura non monetaria.

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da una pagina interna

Acquisto e co-housing a Valle Pezzata

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In seguito all’incontro cir, e alle proposte arrivate, stiamo attualmente trattando per una casa a valle pezzata da borea. Il posto rientra nel comune di valle castellana, abruzzo, nel parco nazionale gran sasso e monti della laga. Il prezzo è di 20.000 euro trattabili, e si spera riusciremo a tirare in basso il prezzo visto che supera il reale valore dell’immobile,e prendere 3-4 ettari di terreno.

La casa è composta di 5 stanze ( stalla a pian terreno, cucina con camino,laboratorio, e due camere da letto a primo e secondo piano, sotto il tetto).

Il posto è raggiungibile a piedi (30minuti da sterrata,50 minuti da sentiero), o con un fuoristrada idoneo nelle 3 stagioni senza neve, visto che nel restante periodo la neve blocca l’accesso, per cui credo che la cosa sia consigliata solo a chi vuol fare scelte decise per viverci, o a chi vuole contribuire minimamente al villaggio. Per cui piu persone siamo, minori saranno le spese.

Aggiungerò a breve anche foto, e se qualcuno è interessato o vuol saperne di piu, può rispondere qui.

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fonte:  http://bionieri.ning.com/forum/topics/acquisto-e-cohousing-a-valle?commentId=2358980%3AComment%3A36698&xg_source=activity