Anniversario nucleare: da Hiroshima a Fukushima

Anniversario nucleare: da Hiroshima a Fukushima

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Oggi, 6 agosto, il Giappone commemora i 66 anni della bomba atomica su Hiroshima. E lo spettro di Fukushima carica di significati questo anniversario nucleare: nel paese del Sol Levante qualcosa è cambiato

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Il primo ministro giapponese Naoto Kan ha ribadito, in occasione delle commemorazioni per i 66 anni della strage causata dalla bomba atomica scagliata da un aviatore americano sulla città di Hiroshima, la volontà di intraprendere un percorso di denuclearizzazione della società nipponica: delle intenzioni per certi versi ovvie dopo quell’11 marzo 2011 in cui un terremoto, seguito da uno tsunami, ha causato una catastrofe nucleare di proporzioni storiche nella località di Fukushima. Però in Giappone qualcosa è cambiato e questi messaggi della classe politica trovano un opinione pubblica presso la quale la consueta fiducia verso le istituzioni, concepite dai cittadini nipponici come luogo della costruzione del benessere e degli interessi comuni, è andata rapidamente scemando dopo la ferita di Fukushima.

È un popolo che si sente tradito quello giapponese, perché se 66 anni fa gli agenti che provocarono la morte immediata di 140’000 persone – e decenni di sofferenze dovute alle radiazioni – erano esterni, quelli che oggi portano le responsabilità della catastrofe di Fukushima sono interni, quindi parte integrante del paese. Ciò significa che chi avrebbe dovuto assumersi il compito di valutare con grande attenzione e con estrema cura tutti i potenziali risvolti negativi dell’energia atomica – in un paese, ricordiamolo, ostaggio dei fenomeni sismici – non ha adempito al dovere assegnatogli, dando la priorità ad interessi che non corrispondevano a quelli della popolazione.
È peraltro lecito domandarsi come sia potuto accadere che in un paese dotato, forse più di qualsiasi altro, di una memoria storica e di un esperienza nei confronti dell’atomo e dei suoi derivati, si sia potuto agire con una tale leggerezza.

Eppure la malattia della classe dirigente giapponese è diagnosticabile da tempo: il paese del Sol Levante, fin dai tempi della entrata del paese nell’era moderna (fine XIX°secolo) è governato da una classe burocratica che non ha promosso il primato della politica sul settore amministrativo e il mondo degli affari. Il ministero dell’economia, del commercio e dell’industria (METI), da cui dipendono le istanze di sorveglianza dell’industria nucleare, ha lasciato ad esempio che negli scorsi decenni si formassero dei potenti monopoli delle compagnie produttrici di elettricità, le quali hanno hanno cominciato ad imporre le loro norme.

La rigenerazione della fiducia tra cittadini e classe dirigente avrà dunque una lunga gestazione: questo triste anniversario potrà senz’altro essere un punto di partenza, ovviamente a patto che in seno a quest’ultima saprà prodursi un cambiamento di rotta atto a ristabilire le proprie priorità e le propria funzione di garante degli interessi della popolazione, cominciando ad esempio con un serio piano di denuclearizzazione del paese. Perché se la decisione di lanciare una bomba atomica sulla città di Hiroshima non fu supportata da una seria analisi delle conseguenze, non lo fu nemmeno la promozione dell’energia nucleare da parte della classe dirigente giapponese.
Una prassi, questa, che anche alle nostre latitudini dovrebbe essere evitata.

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06 agosto 2011

fonte:  http://www.ticinolibero.ch/?p=75551

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