Archivio | agosto 13, 2011

Benedetto sia il porno

Nell’articolo viene citato il film ‘Guardami’ con la bella e non priva di talento Elisabetta Cavallotti, che con coraggio, sfidando il perbenismo dello spettatore medio italiano, ha interpretato il personaggio principale in modo altamente drammatico. Un film vero, duro e spietato, come spesso è la vita. Un film che esplora il dramma dell’esistenza umana attraverso il mondo del porno. Un film, a mio parere, ben fatto e troppo presto dimenticato; un film difficile, che richiede un equilibrio di giudizio e una maturità non comuni. Un film per pensare. E capire.

mauro

Benedetto sia il porno

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Scrittori, attrici, registi bandìti solo perché parlano di sesso. E invece fanno poesia… Ecco l’elogio dell’hard nella provocazione di un giovane autore

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di Mario Desiati

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Da alcuni anni ho iniziato a raccogliere materiali, storie, testimonianze per una narrazione sui lati oscuri. Non è per interesse antropologico come molti autori ipocritamente dicono quando ci mettono piede. Bensì un’attitudine.

Violenza, doppie vite, gioco, gola, sessualità estrema. Quando entro in quest’ultimo campo, la sua rappresentazione, ossia la pornografia, ho sempre trovato un muro nei miei interlocutori. E parlo di scrittori, intellettuali, colleghi editoriali. La maledizione del porno è l’aura nera che aleggia su chi lo ha raccontato. Spesso opere minori di grandissimi scrittori dimostrano che il porno è croce e delizia. Un breve repertorio: il romanzo dimenticato di Martin Amis “Money” tuttora fuori catalogo in Italia; il reportage sugli Hot d’or (gli Oscar del Porno) pubblicato in Italia nella raccolta “Considera l’Aragosta” di David Foster Wallace dove si racconta l’apparenza della serata di gala e non l’essenza; il criticatissimo “Porno” di Irvine Welsh, nonostante gli interessanti presupposti su come la pornografia cambi gli sguardi della vita di ogni giorno. Nessuno di questi scritti si smuove mai da un invadente e mortificante sguardo maschile.

Non fa eccezione “Gangbang” di Chuck Palahniuk, considerata una delle sue opere minori; si narra di un’orgia di una donna con 600 uomini che in fila socializzeranno e scopriranno insospettabili legami con la star-vittima. Massacrato dai recensori del “New York Times” e dal “Guardian”, è libro che può stupire i profani della pornografia, ma che è molto meno romanzesco di tante storie vere e analoghe. A cominciare da quella a cui si ispira: la vicenda di Annabel Chong, una studentessa di Singapore che fece sesso per 251 volte con 70 uomini e rivendicò, la sua, come una sfida al fatto che la donna non è solo un oggetto in una prestazione sessuale mostruosa: “Non siamo violette di campo, siamo aggressive quanto gli uomini”.

Storie vere che superano il romanzo, vedi alla voce Jasmine St. Claire, portoricana classe ’72 che nel 1996 tenta di fare sesso con 300 uomini e a seguito delle lesioni riportate dall’orgia si darà al wrestling diventandone una protagonista; o basti pensare alla gara che fecero tre donne a una fiera polacca dell’eros nel 2002 (una porno diva americana, una giornalista locale e una starlette brasiliana), col trionfo dell’europea Klaudia Figura che prese 971 uomini in due giorni.
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Moana Pozzi Moana Pozzi

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Probabilmente la maledizione per chi racconta il porno sta in questo, che il romanzesco supera il romanzo. Per l’Italia c’è un problema in più oltre a un soffuso bacchettonismo maschilista. Il porno sembra essere solo Moana Pozzi, la regina di un immaginario che saldava la televisione commerciale con la politica e il mainstream.

Inquadrate in un’ottica di liberazione sessuale, le sue battaglie pittoresche con Ilona Staller e Riccardo Schicchi l’hanno resa un’icona della sessualità, dei diritti civili, ma anche di quelle zone grigie in cui molti si sono fermati, dalle starlette che si impongono con una roboante intervista che annuncia l’ingresso nel porno e di essere la nuova Moana; a molte di loro succede poi di finire a fare marchette con una tariffa più alta perché “trattasi” di pornostar.

Davide Ferrario e Alfredo Peyretti hanno fatto i conti con questo mito italiano, il primo con più incoscienza, un mare di critiche e polemiche per un film apparso in una sezione collaterale del Festival di Venezia del 1999. Si chiama “Guardami” e non ha portato fortuna ai suoi protagonisti, a cominciare dalla talentuosa Elisabetta Cavallotti che veniva dal teatro. Di lei poche tracce dopo il lungometraggio, instillando un dubbio su quanto bigotto e moralista sia il filtro commerciale del cinema italiano. Peyretti è stato più didascalico, grande cast con Fausto Paradivino nei panni di Schicchi e Violante Placido in quelli di Moana, meno rischi, ma anche qui, il porno sembra essere solo Moana, Schicchi e Cicciolina.

Superare il fantasma di Moana è uno degli ostacoli di chi in Italia vuol guardare questo pianeta senza pregiudizi. I veri cultori del porno non l’hanno mai gradita e basta farsi un giro in una community come dvdtalk.com, freeones.com, o l’italianissimo superzeta.it per capire che Moana è considerata mediocre performer; in molti preferiscono le americane della sua generazione come Debi Diamond che oggi, ancora alle soglie dei cinquant’anni, interpreta il ruolo della Milf, ossia della Signora piacente della porta accanto capace di tutto con chiunque.

Proprio la necessità di un confronto con una figura così facile come Moana Pozzi fa sbandare l’interessante pamphlet di Simone Regazzoni, filosofo contrattista dell’Università Cattolica, che dopo il suo libro “Pornosofia” (Ponte alle grazie, 2010, testo che rivendica la forza del porno all’interno del mosaico più vasto del postmoderno) incontrerà seri problemi con la sua università per il rinnovo del proprio contratto. La parte più debole del libro è l’intervista a un’oscura pornostar che cavalca il trend delle “nuove Moana”.

Il porno ha qualcosa della poesia, mette corpo all’indicibile. La poesia è l’arte con la quale si dà il nome alle cose, ci aiuta a dirle e raccontarle, fermarle sulla punta della lingua e tramandarle. La pornografia mette in scena le parti più buie della nostra psiche, le perversioni che anche solo per un attimo nella nostra vita ci hanno attraversato il cuore e ci hanno spaventato e non siamo riusciti ad afferrare. Non esiste giorno che non nasca una nuova perversione e giorno su cui non venga spesso modellato un sito o una serie su questo. Basti pensare al successo del sito sudamericano “toothbrush” che passa in rassegna ragazze che si lavano i denti. Se esiste, vuol dire che c’è chi paga per scaricare 20 minuti di filmato in cui una brasiliana svolge le sue abluzioni dentali.

Nel viaggio di questi anni ho però assodato che la pornografia dei maschi è poche volte il risultato di un mondo libero e gioioso. Quanti conoscono la brasiliana Latifa, una ragazza dal viso tondo, capelli lunghi e neri sino alla schiena? Col candore da studentessa affronta ogni genere di perversione che lo scibile umano può progettare, è l’eroina della MFX, una casa di produzione che ha una serie di film con attrici che praticano ogni genere di sottomissione e questa sottomissione è spesso violenta. Gli uomini sono banditi, non compaiono mai, eppure sono film girati ad uso esclusivo di un pubblico maschile. Latifa è la star di questo e altro. Dalle favelas esce con il miraggio di una vita normale praticando il porno, porno estremo, per mercati occidentali dove mangia escrementi, si fa prendere a sputi, in un film addirittura a scatarrate e diventa la campionessa mondiale di Piss Competition. Ma la parabola di Latifa è breve, il successo di una reginetta del MFX è temporaneo, pochi dollari, qualche ammiratore sparso per il mondo, ma nulla più. Finirà in galera per rapina e spaccio.

Un porno libero e consapevole non è per tutti, anzi, non è per quasi nessuno, una delle eccezioni è l’esperienza di Annie Sprinkle, emancipata eroina di una pornografia ideologica a metà tra la performance artistica e l’atto di liberazione come fu il suo rapporto sessuale in un suo film con una modella disabile, mutilata dopo un incidente automobilistico e che nessuno più faceva lavorare. Anche i disabili hanno una loro sessualità. Silvia Corti è un’artista post-porno internazionale, che si autodefinisce ironicamente “beautiful loser” come altre donne di questo movimento artistico che si sta riappropriando della rappresentazione dell’universo che gira attorno alla sessualità. Proprio come la Sprinkle che reclamò un nuovo ruolo nella pornografia: “Fu lei la prima donna a rivendicare nella pornografia un punto di vista femminile e femminista e a visibilizzare la sessualità di alcune minoranze (gli handicappati appunto)”. La sfida delle beautiful losers della post pornografia, dichiara Silvia Corti, “è quella di rappresentare la sessualità e i generi fuori dagli stereotipi e ci sono molti autori e autrici che cercano di evadere dai cliché: Bruce la Bruce, la scrittrice Virginie Despentes, Shine Louise Houston maestra del porno queer, Maria Beatty del sado-maso elegante, Madison Young dell’estremo e l’ex stella del mainstream Belladonna, nonché tutta la scena underground del post-porno di Barcellona della quale è esponente di spicco una poetessa performer che si fa chiamare la Porno terrorista”.

E componente fondante sembra essere anche l’esibizionismo che ha spinto Manuela Falorni, in arte la Venere Bianca a esordire nel porno a 33 anni. “Perché si entra nel porno solo quando si hanno le idee chiare sulla propria vita, si sa chi si è davvero, si è pronti a prendersi addosso le conseguenze, anche quelle più intolleranti”. Il porno è un mondo di donne, ma è anche così in Italia? “L’Italia non è un paese per donne”, dice Silvia Corti, “la visione eterosessuale – donna vittima, uomo carnefice – domina ancora”. Fuori dai nostri confini ci sono Erika Lust, regista svedese che vive a Barcellona e produce un porno patinato per gusti femminili, con maschi bellissimi, gentili e dolci che quando fanno l’amore baciano e si dedicano con devozione alle parti erogene della loro partner. Proprio la Lust è diventata una celebrità a livello mondiale e sta penetrando anche nell’immaginario delle italiane che si avvicinano a conoscere il mondo della pornografia. Terreno fertile questo, perché se c’è una maledizione in chi ha provato a raccontarlo, questo sta proprio nello sguardo univoco, ossia maschile, sul porno che poi è lo stesso sguardo di molti degli scrittori inizialmente citati. Uno sguardo che accomuna tutti gli uomini che ne parlano, si pensi ai commenti che furono fatti all’indomani della proiezione del documentario di Gough Lewis presentato al Sundance del 1999; un giornalista italiano per stroncarlo si soffermò sulla scarsa avvenenza di Annabel Chong con battutine quali “la Chong come oggetto del desiderio lascia pure a desiderare” come se il fine del documentario fosse lo stesso d’un film porno.

Questo sguardo è destinato a perdere perché si ferma alle pornostar siliconate, ignorando che esiste anche un’estetica del tempo, delle donne e degli uomini non palestrati e non performativi che fanno sesso. C’è un porno fatto di uomini e donne anziani che fanno sesso con partner giovani, basti pensare alle serie Oldje (con uomini di 70-80 anni la cui star è il cecoslovacco Mireck, 83 anni) o a quelle di film Grannies (donne anche qui over 70). E in Italia, aver fatto porno è una lettera scarlatta che segna per sempre: impossibile pensare qui a una Jenna Jameson o una Sasha Grey, attrici che possono cambiare stile di vita senza doversi pentire; un Paese ipocrita che ancora finge di scandalizzarsi per qualche filmetto porno girato da una delle eroine della tv contemporanea come Eva Henger che è costretta in ogni trasmissione a recitare il mea culpa; idem Selen che a un reality show di Mediaset si sottopone alle battutine degli altri concorrenti. Ha fatto scalpore la segretaria di un circolo Pd costretta a dimettersi per aver girato un film amatoriale con mascherina (io avrei molta più paura di incontrare per strada al buio il solerte dirigente di partito che è andato sul profilo Facebook della ragazza e ha confrontato le sue foto con i fotogrammi del film).
Fa sorridere, ma anche indigna, il mese in carcere di Brigitta Bulgari perché si è spogliata in un locale dove erano presenti dei diciassettenni. Proprio pensando a un episodio come questo viene fuori l’anima più sana della pornografia, quella della libertà, non solo a uso e consumo dei maschi, ma anche delle donne come scrisse Annie Sprinkle (“Ogni centimetro in meno della mia gonna è un centimetro in più di libertà”) e riflettere che questo mondo sulfureo non è composto da robot disposti a ogni cosa, ma esseri umani, che pensano, vivono, amano e hanno una vita uguale a tutti.

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08 agosto 2011

fonte:  http://espresso.repubblica.it/dettaglio/benedetto-sia-il-porno/2157942

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Ecco il numero di agosto, in edicola

SANTA GUERRA DE L’AFGHANISTAN – Come non farsi sparare? Basta pagare! Esattamente come abbiamo fatto noi..

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Ma la storia, lo dico per gli smemorati o i distratti, era risaputa già nel 2009. In questo articolo ‘Taliban: Italy Paid Us Protection Money’,  è scritto come il nostro Governo abbia negato ogni addebito, anzi, abbia furiosamente negato (furiously denied) ogni pagamento ai Talebani. E (traduco dall’inglese) aggiunge: ‘Il ministro della Difesa italiano ha detto che il basso tasso di attacchi dei talebani contro le forze italiane è dovuto al comportamento dei nostri militari, che è molto diverso rispetto a quello di altri contingenti”.

Frottole. Come sempre.

mauro

Esclusivo l’Espresso

Tangenti italiane ai talebani

In Afghanistan mazzette ai guerriglieri per evitare attacchi contro i nostri soldati. I file di WikiLeaks rivelano: nel 2008 Bush disse a Silvio di finirla con i pagamenti. E da allora i caduti in missione sono quadruplicati. Ecco l’inchiesta de l’Espresso, rilanciata anche da The Times di Londra

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di Gianluca Di Feo e Stefania Maurizi

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I soldati italiani in Afghanistan combattono, uccidono e muoiono. I bollettini di guerra sui nostri militari colpiti ormai sono quasi quotidiani: in due settimane ci sono stati due caduti e dieci feriti. Un tributo di sangue elevato, pari a quello degli altri eserciti occidentali impegnati contro i talebani in questa estate di fuoco. Ma fino a due anni fa le nostre perdite erano molto più basse, tanto da venire citate come prova di una voce che circolava in tutti i comandi della Nato: il governo di Roma paga i guerriglieri per evitare attacchi. Un’accusa sempre smentita dai ministri che adesso prende consistenza nei cablo segreti della diplomazia americana, ottenuti da WikiLeaks e pubblicati in esclusiva da “l’Espresso”. Con una rivelazione fondamentale: nel giugno 2008 George W. Bush ha domandato personalmente a Silvio Berlusconi di farla finita con le tangenti ai miliziani fondamentalisti. Lo ha chiesto nel primo summit dopo il ritorno al potere del centrodestra, ottenendo “la promessa del Cavaliere ad andare a fondo nella questione”.

I documenti riservati di Washington mostrano come il problema fosse diventato fondamentale per gli americani, che continuavano a ricevere rapporti dall’intelligence e dalle altre nazioni schierate in Afghanistan, sempre più insofferenti per la “scorciatoia” usata dagli italiani per pacificare le zone affidate al loro controllo. Secondo le informazioni raccolte dai nostri alleati, i “pagamenti per la protezione” servivano a sancire tregue tra le truppe di Roma e i guerriglieri nei territori più caldi. Dal 2008 in poi ci sono almeno quattro dossier della diplomazia statunitense che sollecitano interventi al massimo livello sul governo Berlusconi per stroncare il giro di mazzette. Fino all’estate 2009, quando con la prima grande offensiva della Folgore anche i nostri militari sono passati all’assalto dimostrando con le armi la nuova volontà bellica del centrodestra. Ma da allora anche il numero di bare avvolte nel tricolore è cominciato a crescere, sempre di più fino a quadruplicare: nei primi quattro anni erano state sei, negli ultimi due sono state 24 a cui vanno aggiunti oltre cento feriti. Un lungo elenco di uomini che si sono sacrificati per rendere credibile la nostra politica estera e contribuire al tentativo di dare sicurezza alle popolazioni afghane.

Il forte segnale degli Usa. Il primo dei file scoperti da WikiLeaks è dell’aprile 2008, alla vigilia delle elezioni che portarono alla vittoria del centrodestra, quando l’ambasciatore Ronald Spogli definisce la strategia verso il prossimo governo. A partire dalla priorità di ottenere un potenziamento del dispositivo in Afghanistan. “Sia Berlusconi che Veltroni saranno riluttanti ad esporre i soldati italiani a rischi più grandi. Faremo pressioni perché le truppe assumano un atteggiamento più attivo contro gli insorti. Daremo anche un forte segnale opponendoci all’abitudine del passato di pagare denaro per ottenere protezione e negoziare riscatti per la liberazione di persone rapite”.

Quando il Cavaliere si insedia a Palazzo Chigi gli emissari di Washington cominciano subito a farsi sentire con decisione. Il 6 giugno, anniversario dello sbarco in Normandia, Spogli incontra il presidente del Consiglio e Gianni Letta per definire l’agenda dei colloqui con il presidente Bush. “L’ambasciatore ha detto a Berlusconi che continuiamo a ricevere fastidiosi resoconti sugli italiani che pagano i signori della guerra locali e altri combattenti. Berlusconi si è detto d’accordo che ciò vada fermato”.

L’impegno del Cavaliere. Stando ai documenti ufficiali, nel successivo vertice con Bush “in merito alle accuse di pagamenti italiani ai leader degli insorti per evitare attacchi, Berlusconi ha promesso che andrà fino in fondo”. Insorti è il termine con cui gli americani chiamano tutti i miliziani attivi in Afghanistan: fondamentalisti talebani, signori della guerra locali e terroristi di Al Qaeda.

Ma quattro mesi dopo la situazione non è cambiata. Anzi, nel suo resoconto indirizzato all’attenzione della Casa Bianca, Spogli è ancora più duro. Loda la decisione di concentrare i 2.200 soldati nella Regione Ovest, affidata al comando tricolore, sottolineando però il peso dell’affaire tangenti. “Disgraziatamente, l’importanza del contributo è messa a repentaglio dalla crescente reputazione negativa degli italiani che evitano i combattimenti, pagano riscatti e denaro per ottenere protezione. Questa reputazione è basata in parte su voci, in parte su informazioni dell’intelligence che non siamo stati capaci di verificare completamente. Vero o no, resta il fatto che gli italiani hanno perso 12 soldati in Afghanistan (questa cifra include le vittime di incidenti, ndr.), meno di gran parte degli alleati con responsabilità simili. La maggioranza degli scontri nella zona affidata all’Italia sono stati condotti dalle forze americane o dell’esercito di Kabul. Le indicazione che abbiamo ricevuto dal quartiere generale della Nato suggeriscono che questo comportamento potrebbe provocare tensioni tra gli alleati”.

Spogli prosegue la sua analisi con severità: “Ho già fatto presente la questione a Berlusconi. Lui mi ha assicurato di non saperne nulla e che l’avrebbe fermata se ne avesse trovato le prove”. Gli americani però sembrano convinti che le informazioni sui pagamenti siano vere. E quindi Spogli raccomanda a Bush di “rendere chiaro a Berlusconi come la traballante reputazione dell’Italia, anche se fosse immeritata, stia mettendo a rischio la sua credibilità nella coalizione. Cosa ancora più grave, se ci fosse un fondamento a queste accuse, il comportamento italiano starebbe mettendo in pericolo le truppe degli alleati”.

Rappresaglia contro i parà.
A forza di insistere Washington sembra ottenere il risultato. Nella primavera 2009 la spedizione viene raddoppiata ed entrano in campo i parà. La Folgore va all’offensiva in tutta la regione occidentale, respingendo i miliziani con raid e incursioni di elicotteri Mangusta. La “bolla di sicurezza” intorno alle basi occidentali viene allargata. E – come rivela WikiLeaks – quando il segretario alla Difesa Gates incontra il ministro Franco Frattini si rallegra “per la fine delle voci sulle tangenti agli insorti”. Nello stesso periodo però crescono anche i caduti, fino al terribile agguato del 17 settembre quando a Kabul vengono uccisi sei paracadutisti e altri quattro restano feriti: l’attentato più grave subito dai militari italiani dopo la strage di Nassiriya. Che adesso potrebbe essere riletto in una luce diversa dopo i documenti “sulle mazzette in cambio di protezione”.
Fonti dell’intelligence hanno confermato a “l’Espresso” che ci sono stati pagamenti a capi locali, spesso alleati dei talebani, nell’area della capitale. E’ la prima zona dove i nostri soldati si sono schierati a partire dal 2004, fino a ottenere per alcuni semestri la responsabilità della sicurezza di tutta Kabul. I fondi per queste “operazioni coperte” sono stati gestiti dal Sismi, allora diretto da Nicolò Pollari, durante il vecchio esecutivo di Silvio Berlusconi. Come “l’Espresso” ha scritto nel 2005, solo nei primi due anni della missione afghana il servizio segreto militare ha ottenuto oltre 23 milioni di euro extra per “attività di informazioni e sicurezza della Presidenza del consiglio dei ministri”. Ma le elargizioni sarebbero proseguite anche durante il governo Prodi. E in città non ci sono mai stati attacchi contro gli italiani. L’unico episodio grave è l’imboscata del settembre 2009, una trappola così potente da dilaniare due veicoli blindati Lince: è scattata dopo la fine di ogni regalia, poche settimane prima che il nostro contingente traslocasse nella regione di Herat. Le conclusioni dell’inchiesta su quel massacro non sono mai state rese note. Di sicuro, nel mirino c’era proprio la Folgore: una rappresaglia per le azioni dei parà o la moratoria delle mazzette ha pesato sulla ferocia dell’assalto?

Il pasticcio di Surobi. Pagamenti alle milizie fondamentaliste ci sarebbero stati anche nel dicembre 2007 quando l’Italia prese il comando del distretto di Surobi, considerato uno dei più pericolosi di tutto il Paese, lungo la direttrice che va da Kabul verso il Pakistan. Per sei mesi alpini e parà presidiarono la vallata, in un periodo di eccezionale serenità che permise anche di aiutare villaggi dove le truppe occidentali non avevano mai messo piede. Ci fu un solo caduto, il maresciallo Giovanni Pezzullo, colpito proprio mentre trasportava cibo alla popolazione.

Ma quando nell’agosto 2008 i nostri vennero sostituiti dai francesi, al loro esordio assoluto in Afghanistan, si scatenò l’inferno. Dieci legionari morirono e 21 furono feriti in un’imboscata, che colse di sorpresa la spedizione di Parigi. Sui giornali francesi vennero fatte filtrare accuse durissime contro Roma: “Gli italiani ci hanno taciuto i pagamenti ai miliziani, ecco perché siamo stati presi alla sprovvista”. Un anno dopo, “The Times” del gruppo Murdoch ha pubblicato in prima pagina un articolo molto informato sulle tangenti italiane ai talebani per “decine di migliaia di dollari”. L’articolo faceva riferimento anche alla protesta dell’ambasciata americana con Berlusconi. All’epoca, tutti smentirono: sia i vertici dell’Alleanza atlantica, sia i ministri di Roma. Ma, come raccontano i cable di WikiLeaks, in quell’autunno 2009 l’intervento personale di George Bush aveva già fatto finire le mazzette. E i soldati italiani si stavano comportando come le altre truppe della Nato: combattevano, uccidevano, morivano. Tutti i giorni, in un Paese che da trent’anni non conosce pace.

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12 agosto 2011

fonte:  http://espresso.repubblica.it/dettaglio/tangenti-italiane-ai-talebani/2158324

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HASTA SIEMPRE! – Fidel Castro compie 85 anni, Cuba in festa / VIDEO: Fidel Castro cumple 85 años – Muchas razones a defender

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¡Viva la Revolución Cubana
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Fidel Castro cumple 85 años – Muchas razones a defender

Caricato da in data 12/ago/2011

El 13 de Agosto de 2011 cumple 85 años el líder revolucionario Fidel Alejandro Castro Ruz, que será homenajeado por la Fundación Guayasamín y decenas de artistas de toda Latinoamérica en el festejo denominado “Serenata de la Fidelidad” en el Teatro Karl Marx de la ciudad de La Habana, Cuba.

En la Serenata, que se extenderá hasta la medianoche, actuarán entre otros la cantante cubana Omara Portuondo, la argentina Liliana Herrero, la venezolana Cecilia Todd, Braulio López o el grupo ecuatoriano Pueblo Nuevo. Presentes, también, el trovador argentino Raly Barrionuevo, el paraguayo Ricardo Flecha, el chileno Pancho Villa, el venezolano Grupo de Música Llanera, la búlgara Yordanka Kristova, la peruana Marcela Pérez, y los cubanos Vicente Feliú, Raúl Torres, Tony Ávila, Tomasita Quiala, Héctor Gutiérrez, Danilo Vázquez, el duo Buena Fe y los grupos Moncada, Anónimo Consejo, Cándido Fabré y su banda y María Victoria.

Fidel Castro compie 85 anni, Cuba in festa

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Diego Armando Maradona gli dedica il pensiero di ‘un monumento grande come il mondo’

13 agosto, 15:59
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Di Francisco Forteza

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BUENOS AIRES – Cuba festeggia il compleanno di Fidel Castro, che oggi spegnerà 85 candeline con una “Serenata de la Fidelidad”, mentre guarda al futuro nell’attesa del rinnovamento. Intanto, Diego Armando Maradona, da sempre grande amico di Fidel, dedica al lider maximo il pensiero di “un monumento grande come il mondo”. Resta saldo nelle mani di Raul Castro e degli ‘anziani’ il futuro dell’isola, dove in tanti guardano con speranza alle nuove generazioni.

Dei sei designati dal lider maximo nel luglio 2006, quando lasciò il potere a causa delle sue condizioni di salute, i più giovani erano il vicepresidente Carlos Lage Davila, 50 anni, e il ministro degli esteri Felipe Perez Roque, 46. A questi si aggiungeva Carlos Valenciaga, 36 anni. Ma quando il parlamento nel 2008 espresse il governo, Lage, Roque e Valenciaga, i tre esponenti della cosiddetta “nuova generazione”, tra i più citati dalle analisti internazionali tra i possibili delfini, non vennero eletti. Nella compagine guidata dall’ottuagenario Raul Castro furono invece designate personalità “storiche”, soprattutto ex combattenti di oltre 75 anni, che avevano fatto la guerriglia nella Sierra Maestra contribuendo a rovesciare il potere del dittatore Fulgencio Batista. “Il paese sconta l’assenza di una riserva di sostituti debitamente preparati” aveva affermato in quell’occasione Raul, che aveva anche aggiunto: “In questi anni saranno formati nuovi quadri politici che prenderanno la guida del Paese”. Così Cuba, che con affetto domani spegnerà le 85 candeline del suo lider, ora attende il momento del rinnovamento. E mentre 22 musicisti provenienti da vari paesi si preparano a esibirsi al Teatro Karl Marx dell’Avana per una “Serenata de la Fidelidad”, Diego Armando Maradona, neo allenatore di una squadra di Dubai, negli Emirati arabi uniti, in un’intervista sottolinea come a Fidel Castro andrebbe eretto “un monumento grande come il mondo”. “Ci sono 14 milioni di africani che non hanno un pezzo di pane – dice Maradona -. Ma c’é ancora chi dà del figlio di puttana a Fidel Castro perché i cubani mangiano un piatto di riso con patate. Ma mangiano tutti, e questo è l’esempio da emulare”.

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fonte: http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/mondo/2011/08/13/visualizza_new.html_755600359.html

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UN VIDEO CHE TUTTI DOVREBBERO VEDERE – Una donna valsusina spiega ai poliziotti le ragioni dei No-Tav

Messaggio a tutti gli italiani: le ragioni dei No-Tav

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di Ambiente Val Susa

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Una donna valsusina spiega ai poliziotti le ragioni dei No-Tav. Ma non sta parlando solo a loro, sta lanciando un messaggio a tutti gli italiani: quello di cercare di pensare con la propria testa, smettendola di credere a luoghi comuni ed ideologie pre-confezionate, facendosi rubare soldi che servirebbero, eccome, altrove.

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fonte:  http://decrescitafelice.it/content/messaggio-tutti-gli-italiani-le-ragioni-dei-no-tav

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IL COMMENTO – La manovra della disperazione e il ‘sangue’ del coccodrillo

IL COMMENTO

La manovra della disperazione

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di MASSIMO GIANNINI

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IL GOVERNO della dissipazione ha infine raffazzonato la manovra della disperazione. Come i peggiori esecutivi andreottiani della Prima Repubblica, costretti a turare in extremis gli allegri buchi di bilancio, buttavano giù in tutta fretta i decretoni di Natale, così anche il gabinetto di guerra berlusconiano, obbligato dal direttorio franco-tedesco e dal board della Banca centrale europea, improvvisa il suo decretone d’agosto. Quarantacinque miliardi “aggiuntivi” di tasse e di tagli, dicono Berlusconi e Tremonti, per accentuare il peso simbolico dello “sforzo” di fronte alla business community. In realtà si tratta di misure che solo in minima parte si sommano, mentre in massima parte si integrano e anticipano la “prima rata” di norme, già evanescenti nel merito e urticanti nel metodo, varate a metà luglio. È il prezzo da pagare all’improvvisazione politica, come i fatti di questi tre anni dimostrano, e non certo alla speculazione finanziaria, come la vulgata governativa si affanna a far credere.

È un prezzo altissimo. Nella quantità: una manovra complessiva che, sia pure su base pluriennale, si avvicina ai 50 miliardi di euro, non ha precedenti nella storia repubblicana. Nella qualità: una stangata che, sia pure con un qualche apparente rispetto del principio di progressività del prelievo, ruota per tre quarti sull’aumento della pressione fiscale, ha precedenti forse solo nella storia sudamericana. Per fortuna che questo dice di essere il governo che “non mette le mani nelle tasche degli italiani”. Berlusconi e Tremonti continuano a ripetere che “in cinque giorni tutto è cambiato e tutto è precipitato”. Sappiamo bene che non è così. Tutto sta cambiando dall’inizio della crisi globale del 2007, con il crac dei mutui subprime americani. Tutto sta precipitando dall’inizio della crisi europea del 2010, con il crac del debito irlandese e poi di quello greco. Tutto sta precipitando dall’inizio della crisi occidentale del 2011, con il fantasma della double dip recession che soffoca Stati e mercati. Non averlo capito per tempo è la colpa più grave e imperdonabile che il governo italiano si porta dietro. E che ora si scarica sugli italiani, già provati da una caduta del reddito, del risparmio e dell’occupazione senza paragoni con il resto di Eurolandia, e adesso obbligati a questo drammatico supplemento di sacrifici.

La vera e unica novità di questa stangata è il cosiddetto “contributo di solidarietà” per i redditi più alti. Una misura che, nella forma, vorrebbe ricordare l’eurotassa introdotta dal governo Prodi nel ’96 per raggiungere il traguardo di Maastricht. Ma nella sostanza la nuova norma è mal congegnata, e alla fine ha il solito sapore “di classe”, come tutte le scelte fatte dai liberisti alle vongole cresciuti nell’allevamento di Arcore. La scelta di aggredire l’Irpef penalizza soprattutto il lavoro dipendente. La soglia scelta per il doppio prelievo fa sì che a pagare siano pochi “super-ricchi” (511 mila italiani, cioè l’1,2% dei contribuenti secondo la Cgia di Mestre). E il tetto scelto per i lavoratori autonomi (55 mila euro l’anno) fa sì che all’imposta straordinaria sfuggirà la stragrande maggioranza di chi già evade abbondantemente le tasse (e infatti dichiara in media poco meno di 30 mila euro l’anno). Dunque, l’intenzione del governo poteva anche essere buona, ma la realizzazione è pessima sul piano pratico, e discutibile sul piano etico.

Per il resto la stangata è una miscela caotica di vuoti e di pieni, che conferma l’impianto sostanzialmente regressivo seguito dalla maggioranza in questi tre anni. Da un lato, il carniere del rigore è sicuramente pieno per quanto riguarda il ceto medio, che sopporta da solo quasi l’intero onere del risanamento. È ceto medio il pubblico impiego che, ancora una volta, è il perno ideologico intorno al quale ruota la politica economica del centrodestra: dal Tfr agli straordinari, i dipendenti pubblici sono anche oggi la vittima sacrificale di una coalizione che si accanisce senza pietà contro le categorie che non la votano. È ceto medio l’universo dei pensionati, che tra disincentivi all’anzianità e anticipo dell’età delle donne, subisce un altro colpo necessario ma pesante, perché non bilanciato da una degna politica attiva del Welfare. Dall’altro lato, il carniere del rigore è altrettanto pieno per quanto riguarda i ministeri e gli enti locali, che patiscono il danno più devastante perché accompagnato dalla beffa del federalismo, ormai un feticcio virtuale persino per Bossi. Dopo la mannaia indiscriminata dei tagli lineari, il colpo di scure su dicasteri, regioni e comuni si accelera rispetto alla tempistica già prevista nel pacchetto di luglio: nulla di nuovo, dunque, ma l’esito non potrà non essere l’aumento dei tributi locali e l’azzeramento dei servizi sul territorio. Se è vero che c’è da soffrire (ed è doveroso farlo, perché il Paese ha vissuto al di sopra delle proprie possibilità e chi lo governa ha fatto di tutto per non farglielo capire) è anche vero che non possono soffrire sempre gli stessi.

Ma quello che abbaglia di più, in questa manovra dell’emergenza agostana, sono i vuoti. Il primo vuoto riguarda i famosi tagli ai “costi della politica”. Ancora una volta l’improntitudine di questa casta berlusconiana ha tradito tutte le già malriposte attese della vigilia. C’è finalmente una sforbiciata delle province e l’accorpamento dei piccoli comuni (merce inutilmente “svenduta” nella campagna elettorale del 2008). Ma per il resto, tra stipendi pensioni e benefit dei parlamentari, c’è poco e niente, a parte il modestissimo “obolo” sulla tassa di solidarietà raddoppiata per deputati e senatori e la trasformazione dei loro viaggi in business class in voli in economy. Il secondo vuoto, che conferma la visione corporativa e aziendalista di questa maggioranza, riguarda la cosiddetta “patrimoniale”: l’unica forma di imposizione che, se ben architettata, avrebbe potuto far pagare davvero chi ha di più e lo nasconde, e che avrebbe dato un segno di vera equità a una manovra altrimenti squilibrata. E non bastano, a bilanciare questa assenza che salva ancora una volta gli evasori, norme pur sacrosante come la tracciabilità delle operazioni sopra i 2.500 euro, che Prodi e Visco avevano introdotto nel 2006 e che il Cavaliere aveva voluto colpevolmente eliminare all’inizio della sua legislatura perché le considerava “leggi di stampo sovietico”.

Ma il vero vuoto più clamoroso e più rovinoso di questa manovra riguarda, anche stavolta, il sostegno alla crescita dell’economia e alla produzione della ricchezza. È l’aspetto più inquietante e deprimente di questa stagione politica, marchiata a fuoco da una leadership inconsistente e imbarazzante che a tutto ha pensato fuorché agli interessi del Paese. Senza un’idea e senza un progetto per lo sviluppo, questa stangata estiva, che pure andava fatta, non potrà che generare nuova recessione, e aggiungere declino al declino. Tutti gli stati dell’Eurozona stanno somministrando cure da cavallo ai propri popoli. La differenza è che insieme ai sacrifici quei Paesi sanno costruire anche i benefici, mentre in Italia ci sono solo i primi senza i secondi. Occorreva dire la verità, agire prima e dotarsi di una politica. Così si uccide un’economia. “Gronda il sangue dal cuore, ma dovevamo farlo”, ha detto il premier in conferenza stampa alla fine del Consiglio dei ministri. Se è vero, è sangue di coccodrillo.

m.giannini@repubblica.it

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13 agosto 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/economia/2011/08/13/news/manovra_disperazione-20387913/

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e il mensile di emergencyLa copertina del numero di agosto
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Ecco il numero di agosto, in edicola

Germania: 50 anni dopo, quel che resta del muro / The Wall (1962) / Berlin Wall Documentary Film Video

Germania: 50 anni dopo, quel che resta del muro

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Adesso il check point Charlie è luogo ameno di passeggiate in famiglia, attrazione turistica, cornice per l’arte, finestra tra due mondi passati.

Ma il 13 agosto del 1961 il muro di Berlino è sorto per lacerare in due la città, a concretizzare la Guerra fredda.

Oggi le commemorazioni ufficiali e un minuto di silenzio a ricordare chi ha cercato di attraversarlo per scappare a ovest, primo fra tutti Günter Litfin, abbattuto dalla polizia dell’est.

Ora quel che resta del muro fa da sfondo a foto ricordo e murales, come il famoso bacio fra Erich Honecker e Leonid Brežnev.

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13 agosto 2011

fonte:  http://it.euronews.net/2011/08/13/germania-50-anni-dopo-quel-che-resta-del-muro/

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The Wall (1962) / Berlin Wall Documentary Film Video

Caricato da in data 28/feb/2009

The Wall (1962) / Berlin Wall Documentary Film Video. Creative Commons license: Public Domain. Government film about the erection of the Berlin Wall. From the holdings of the National Archives.Sponsor: United States Information Agency. The Berlin Wall (German: Berliner Mauer) was a physical barrier separating West Berlin from the German Democratic Republic (GDR) (East Germany), including East Berlin. The longer inner German border demarcated the border between East and West Germany. Both borders came to symbolize the Iron Curtain between Western and Eastern Europe and, ultimately, between USA and the Soviet Union. The wall separated East Germany from West Germany for more than a quarter-century, from the day construction began on August 13, 1961 until the Wall was opened on November 9, 1989. During this period, at least 136 people were confirmed killed trying to cross the Wall into West Berlin, according to official figures. However, a prominent victims’ group claims that more than 200 people were killed trying to flee from East to West Berlin. The East German government issued shooting orders to border guards dealing with defectors; such orders are not the same as shoot to kill orders which GDR officials denied ever issuing. When the East German government announced on November 9, 1989, after several weeks of civil unrest, that all GDR citizens could visit West Germany and West Berlin, crowds of East Germans climbed onto and crossed the wall, joined by West Germans on the other side in a celebratory atmosphere. Over the next few weeks, parts of the wall were chipped away by a euphoric public and by souvenir hunters; industrial equipment was later used to remove almost all of the rest of it. The fall of the Berlin Wall paved the way for German reunification, which was formally concluded on October 3, 1990. On Saturday, 12 August 1961, the leaders of the GDR attended a garden party at a government guesthouse in Döllnsee, in a wooded area to the north of East Berlin, at which time Ulbricht signed the order to close the border and erect a wall. At midnight, the police and units of the East German army began to close the border and by Sunday morning, 13 August 1961, the border with West Berlin was closed. East German troops and workers had begun to tear up streets running alongside the border to make them impassable to most vehicles, and to install barbed wire entanglements and fences along the 156 km (97 miles) around the three western sectors and the 43 km (27 miles) which actually divided West and East Berlin. The Soviets were not directly involved. The barrier was built slightly inside East Berlin or East German territory to ensure that it did not encroach on West Berlin at any point, and was later built up into the Wall proper, the first concrete elements and large blocks being put in place on August 15. During the construction of the Wall, NVA and KdA soldiers stood in front of it with orders to shoot anyone who attempted to defect. Additionally, chain fences, walls, minefields, and other obstacles were installed along the length of the inner-German border between East and West Germany. Due to the closure of the East-West sector boundary in Berlin, the vast majority of East Germans could no longer travel or emigrate to West Germany. Many families were split, while East Berliners employed in the West were cut off from their jobs; West Berlin became an isolated enclave in a hostile land. West Berliners demonstrated against the wall, led by their Chancellor Willy Brandt, who strongly criticized the United States for failing to respond. Allied intelligence agencies had hypothesized about a wall to stop the flood of refugees, but the main candidate for its location was around the perimeter of the city.

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Pink Floyd– Another Brick in the Wall

Caricato da in data 30/set/2007

Here are the lyrics:
You, Yes You, Stand Still Laddie!*

When we grew up and went to school, there were certain teachers who would hurt the children anyway they could
by pouring their derision upon anything we did
exposing any weakness however carefully hidden by the kids.

But in the town it was well known
When they got home at night their fat and psychopathic wives
Would thrash them within inches of their lives!

ooooooooooooo, oooooooo, ooooooooooo, ooooooooo, ooooooooo, ooooooooo,oooo.

We don’t need no education
We don’t need no thought control
No dark sarcasm in the classroom
Teachers leave them kids alone
Hey! Teacher! Leave them kids alone!
All in all it’s just another brick in the wall.
All in all you’re just another brick in the wall.

(A bunch of kids singing) We don’t need no education
We don’t need no thought control
No dark sarcasm in the classroom
Teachers leave them kids alone
Hey! Teacher! Leave us kids alone!
All in all it’s just another brick in the wall.
All in all you’re just another brick in the wall.

Spoken:
“Wrong, Guess again!
Wrong, Guess again!
If you don’t eat yer meat, you can’t have any pudding.
How can you have any pudding if you don’t eat yer meat?
You! Yes, you behind the bikesheds, stand still laddie!”

[Sound of many TV’s coming on, all on different channels]
“The Bulls are already out there”
Pink: “Aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaarrrrrgh!”
“This Roman Meal bakery thought you’d like to know.”

(A bunch of kids singing) We don’t need no education
We don’t need no thought control
No dark sarcasm in the classroom
Teachers leave them kids alone
Hey! Teacher! Leave us kids alone!
All in all it’s just another brick in the wall.
All in all you’re just another brick in the wall.

PRESIDIO RESISTENTE NO-TAV – Sabato 13 agosto: ‘La Notte dei Fuochi’ a Chiomonte / Calebdario altre manifestazioni

Sabato 13 agosto:  ‘La Notte dei Fuochi’ a Chiomonte

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Prossimi appuntamenti Presidio di Chiomonte e Val di Susa

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  • SABATO 13 dalle 21.00 Susa presenza alla Notte Bianca Tricolore con banchetto No Tav e proiezioni del 3 luglio.
  • SABATO 13 Presidio di Chiomonte : NOTTE DEI FUOCHI al presidio/campeggio della centrale di Chiomonte per la difesa del territorio dalle 21.30 in poi. Cerimonia del guerriero, sabba delle streghe, giochi pirotecnici e a seguire musiche e balli fino a notte
  • DOMENICA 14 ore 21.30 Presidio di Chiomonte : “Teatro dei romani” ;
    ore 22.45 rock acustico Paolo Patanè
  • LUNEDì 15 ore 11.00 Baita Clarea : Grigliata di ferragosto
  • MARTEDì 16 ore 21.00 Presidio di Chiomonte : Proiezione e dibattito sulla non violenza
  • MERCOLEDì 17 ore 15.00 Presidio di Chiomonte : laboratorio tecnico di resistenza non violenta tenuto da alcuni attivisti dei Paesi Baschi
  • GIOVEDì 18 ore 15.00 Presidio di Chiomonte : prosegue il laboratorio dei Baschi ;
    ore 21.00 conferenza sulla militarizzazione e la gestione delle emergenze
    “POST-TERREMOTO ALL’AQUILA E GESTIONE DEI RIFIUTI IN CAMPANIA”
  • VENERDì 19 ore 21.00 Presidio di Chiomonte : Incontro con i no tav baschi. Confronto tra la lotta contro l’alta velocità in Italia e nei Baschi con G. Giacopuzzi
  • SABATO 20 ore 21.30 Presidio di Chiomonte : concerto con GIULIA TRIPOTI
  • DOMENICA 21 ore 15.00 Presidio di Chiomonte : corso di arrampicata e free climbing per bambini sopra i sei anni e ragazzi ;
    ore 17 scambio di saperi e consigli pratici sull’uso delle erbe ;
    ore 21.30 cineforum “I RECUPERANTI”
  • LUNEDì 22 ore 21.00 Presidio di Chiomonte : “sfruttamento ad alta velocità” filmato e discussione sulla Palestina
  • MARTEDì 23 ore 21.00 Presidio di Chiomonte : proiezione e dibattito sulla non violenza
  • MERCOLEDì 24 ore 21.00 Presidio di Chiomonte : CANTI POPOLARI DI LOTTA, brani inediti e non sulla lotta in Val Susa
  • GIOVEDì 25 ore 21.00 Presidio di Chiomonte : presentazione dell’opuscolo su finmeccanica, la produzioni delle armi in Italia a cura di “rompere le righe”, Rovereto.
  • DOMENICA 28 ore 17.00 Presidio di Chiomonte : Corso di arrampicata ;
    ore 21.00 cineforum ”Illegal” , film sui cie (centri di identificazione ed espulsione)

Vi aspettiamo in tanti !

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fonte: http://lavallecheresiste.blogspot.com/

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