Archivio | agosto 16, 2011

INTERVISTA – Zygmunt Bauman: “Finanza fuori controllo. La politica non può limitarla; il problema è che non si sa chi comanda”

07/08/2011 – INTERVISTA

“Finanza fuori controllo
La politica non può limitarla”

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Zygmunt Bauman: la globalizzazione detesta i vincoli, un po’ come la malavita. L’Europa non fallirà e neppure l’Italia, ma il problema è che non si sa chi comanda

Zygmunt Bauman, sociologo e filosofo, teorizzatore della “società liquida

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di ANDREA MALAGUTI
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LONDRA
Il problema centrale di questa crisi è che c’è un potere, quello finanziario, totalmente fuori controllo. Non esiste un sistema politico internazionale in grado di limitarlo».

Dunque siamo destinati al collasso e alla povertà globale?
«Non lo so. So che la mia generazione di fronte alle crisi di sistema si domandava una cosa semplice: che cosa dobbiamo fare? Adesso la domanda da porsi è un’altra, e al momento non ha risposta: a chi ci dobbiamo rivolgere per fermare la macchina?». Leeds, Inghilterra del Nord, prima periferia di questo mostro urbanistico da ottocentomila abitanti, otto minuti a piedi dall’Università. In una villetta bianca, su tre piani, circondata da una vegetazione selvaggia, Zygmunt Bauman, 86 anni, sociologo della società liquida, si siede nel salotto soffocato dai libri che fu di sua moglie Janina. «Abbiamo vissuto assieme 63 anni. Non smetterò mai di amarla». Scivola su una poltrona di pelle verde di fianco alla scrivania sistemata nel bovindo. Una luce malata inonda le vetrate che guardano il giardino. Il suo studio è al piano di sopra. E’ un uomo sottile, elegante, lungo, con un viso antico, vestito di scuro. Un girocollo grigio da esistenzialista, la giacca nera, una corona di capelli bianchi che arrivano alle spalle, la pipa rigirata tra le dita sottili, nodose, annerite dal tabacco. Ha appena finito di sfogliare il New York Times. Sul tavolino tondo, di noce, ha preparato delle fragole con la panna. «Col succo d’arancia sono straordinarie». Accavalla le gambe. «Non mi stupisce affatto quello che sta succedendo a Obama».

Perché professor Bauman?
«C’erano troppe aspettative su quell’uomo. La maggior parte erano irrealizzabili».

Secondo la stampa internazionale l’abbassamento del rating è un’umiliazione senza precedenti per gli Stati Uniti.
«Obama è un uomo. E si trova a fare i conti con una vicenda che è più grande di lui. E dà le risposte di un politico classico. Da quando è stato eletto si preoccupa più dei mercati che delle persone. Come se tra le due cose ci fosse un nesso. Ma la disoccupazione aumenta. E aumentano anche i tempi d’attesa nel passaggio da un lavoro all’altro, così come crescono i senza tetto. La povertà si moltiplica. Di sicuro neppure i neri stanno meglio».

Una presidenza disastrosa?
«No. Normale. Ma se le persone non credono in se stesse e nei leader che le guidano il tracollo è inevitabile. Ho scritto un libro, due anni fa, che prevedeva quello che sarebbe successo».

Cioè?
«Obama mi ricorda gli ebrei tedeschi dopo la prima guerra mondiale. Si sentivano dei metatedeschi, più tedeschi dei tedeschi. Bramavano l’integrazione ma inconsapevolmente segnavano una diversità. Appena sono cominciati problemi li hanno isolati».

Che c’entra il Presidente americano?
«Lui ha fatto lo stesso. Si è presentato come la grande speranza, ma si è preoccupato troppo di piacere ai livelli alti. Quelli che sono decisivi per la rielezione. Poi ha perso il controllo. Perché la politica non è in grado di condizionare la Borsa e i mercati. Se li è fatti sfuggire. Ma forse era inevitabile».

Ora anche la Cina pretende spiegazioni, non solo gli americani.
«I cinesi non sono preoccupati per i soldi che hanno prestato. E’ l’idea di perdere il loro più grande mercato di riferimento che li terrorizza. Dove mettono la quantità infinita di beni che producono ogni giorno? Non avere sbocchi, questo sì che sarebbe una tragedia. Sono i danni della globalizzazione».

Che cosa non le piace della globalizzazione?
«Io mi limito a fare una fotografia. Gli Stati si sono sempre fondati su due cardini: il potere (cioè fare le cose) e la politica (cioè immaginarle e organizzarle). La globalizzazione si muove senza politica. Ha bisogno di rapidità. Detesta i vincoli. Un po’ come la malavita. Le regole sono un ostacolo. Così i mercati più fiorenti nel mondo sono quello criminale e quello finanziario. Non importa se sono sporchi o puliti. Non fa riflettere?».

Professore, l’Europa rischia di squagliarsi?
«No. L’Europa è fatta. Non si può sciogliere. Gli Stati sono troppo legati tra di loro. Non fallirà l’Italia e non finirà l’Unione. Peraltro il problema di Roma non è soltanto Berlusconi. Chiunque fosse al suo posto sarebbe nelle stesse condizioni. E’ il mondo a essere nei guai».

Come se ne esce?
«Ha letto quello che ha detto ieri Prodi?».

Il problema dell’Europa è che non si sa chi comanda.
«Condivido. Ma il punto è che la pensano così anche i leader europei. Che sono ben felici di non prendersi responsabilità in questo momento. E’ l’ora di mettersi a ripensare la società all’interno della quale ci interessa vivere. Provi a chiedere in giro se qualcuno conosce il nome del presidente dell’Unione».

Peggio oggi o nel 2007?
«E’ lo stesso scenario. La follia del credito. C’è una crisi di valori fondamentali. L’unica cosa che conta è la crescita del Pil. E quando il mercato si ferma la società si blocca».

L’ossessione dei consumi.
«Già. Perdoni l’esempio, ma se lei fa un incidente in macchina l’economia ci guadagna. I medici lavorano. I fornitori di medicinali incassano e così il suo meccanico. Se lei invece entra nel cortile del vicino e gli dà una mano a tagliare la siepe compie un gesto antipatriottico perché il Pil non cresce. Questo è il tipo di economia che abbiamo rilanciato all’infinito. Se un bene passa da una mano all’altra senza scambio di denaro è uno scandalo. Dobbiamo parlare con gli istituti di credito».

Per dire che cosa?
«Per capire come fare intervenire la politica. Cinque anni fa ciascuno di noi è stato inondato da lettere delle banche che invitavano le persone comuni a prendere una carta di credito. Un lavaggio del cervello generale. Le banche hanno bisogno che la gente sia indebitata. Prima ti misurano, cercano di capire quanto vali. Poi ti prestano i soldi. Fanno il contrario di quello che faceva – fa? – la mafia siciliana. Se un picciotto ti concedeva un prestito pretendeva che glielo restituissi, pena la morte. Le banche no. Le banche non vogliano che paghi. Ti offrono altre formule di indebitamente, perché più ti prestano denaro più guadagnano con gli interessi. E’ così che, ad esempio, è nata la bolla immobiliare negli Stati Uniti e in Irlanda. Solo che le bolle a un certo punto esplodono».

E’ il mondo alla fine del mondo?
«No, quello non finisce mai. Nella storia l’uomo affronta crisi cicliche. E le risolve sempre. Bisogna solo capire quanto sarà alto il prezzo da pagare stavolta. Temo molto alto. Soprattutto per le nuove generazioni».

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fonte:  http://www3.lastampa.it/politica/sezioni/articolo/lstp/414836/

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Parliamo di FUSIONE FREDDA, Energia a basso consumo ed E-cat

FUSIONE FREDDA ed ENERGIA A BASSO CONSUMO

Caricato da in data 12/ago/2011

Interviste a Francesco CELAMI, Roberto GERMANO, Yogendra SRIVASTAVA ed Emilio Del GIUDICE, trasmesse oggi da RAI NEWS, che espongono le teorie che spiegano la fusione fredda, ottenuta in forme diverse, caratteristica e funzioni del plasma ed i fenomeni piezonucleari che si verificano in rocce sottoposte a forti pressioni.

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Fusione fredda/ Ecco quanto costa essere indipendenti con l’E-Cat

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di Vincenzo Panella

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E’ di due giorni fa la notizia che il costo di ricarica l’E-Cat si aggiri intorno ai   21,12 euro ogni sei mesi (il costo si presuppone si riferisca alla sola polvere di nickel, ndr). Il generatore a fusione fredda, una volta messo in commercio prenderà il nome di Hyperion per quanto riguarda la versione domestica. La potenza erogata dal reattore – che avrà le dimensioni di un piccolo elettrodomestico -, e’ la potenza termica emessa dalla reazione. Il calore quindi potrà essere convertito in corrente elettrica con un rendimento di circa il 33%, e si avvicina molto ad un rendimento di un tipico ciclo di Carnot.

L’Ing. Rossi dichiara che ci sono alcuni problemi da risolvere durante il processo di conversione, infatti esistono diversi metodi per convertire il calore in elettricità, resta da vedere quale verrà adottato per le versioni domestiche, ovviamente il rendimento definitivo sarà soggetto al metodo di conversione. Rossi è fiducioso che per fine Ottobre tutti i problemi saranno risolti. Pare che l’E-Cat potrà essere usato anche in modalità inversa, infatti potrà essere fatto funzionare come una pompa di calore, per raffreddare l’ ambiente circostante.

Quando l’Hyperion verrà messo in commercio ci saranno diverse versione che andranno dai 5Kw/h ai 30 Kw/h, ed il costo complessivo per le ricariche non dovrebbe superare il centinaio di euro all’anno. C’e’ ancora uno zoccolo duro di scettici, probabilmente foraggiati da qualcuno, che cerca di screditare la figura di Rossi e della sua invenzione, inanzitutto c’e’ chi dice che le dichiarazioni sulla effettiva potenza erogata sono state riaggiustate da potenza elettrica a potenza termica, indicando un tentativo di confondere le acque, ma a detto dello stesso Rossi “queste persone, pagate da qualcuno si accorgeranno di sparare palline da tennis ad un carrarmato”.

In questo momento Rossi sta studiando un metodo per convertire in modo efficace il calore in energia elettrica, fra i vari candidati è stata scelta la Green Turbine Tech, che ha una tecnologia proprietaria per convertire calore in corrente elettrica. Attualmente è in fase di sperimentazione un sistema costituito da 4 E-Cats connessi in parallelo il cui calore verrà convertito usando questa tecnologia. Resta da vedere se le versioni domestiche saranno dotate di più sistemi in serie o parallelo, e se si tratterà si un sistema auto sostenuto o meno. Pare che il costo si assesterà intorno ai 1000 / 2000 euro per Kw/h termico. Non rimane che aspettare pochi mesi per vedere se L’E-cat sarà davvero la rivoluzione energetica che stiamo aspettando da tempo.

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LA PUBBLICITA’ RIPORTATA APPARTIENE ALLA TESTATA DI PROVENIENZA DELL’ARTICOLO

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fonte: http://ildemocratico.com/2011/08/03/fusione-fredda-ecco-quanto-costa-essere-indipendenti-con-le-cat/

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Andrea Rossi’s ‘E-cat’ nuclear reactor: a video FAQ

Caricato da in data 01/lug/2011

In January 2011 Andrea Rossi demonstrated a device that purported to develop 10 kW of power from a nuclear reaction. This video discusses its credibility, the investigations that have been done on the device, and its future prospects. The participants in this discussion, Brian Josephson and Judith Driscoll, are professors of physics, and materials science, respectively at Cambridge University. Mats Lewan’s articles on the Rossi reactor can be found at http://bit.ly/CFnyteknik, while the Bushnell interview is at http://www.evworld.com/evworld_audio/dennis_bushnell_part1.mp3.

*** Subtitles in Italian and French are now available via the cc button; thanks to Irene Zreick of Focus Magazine for the Italian subtitles and Tonino for the French ones (caption text size can be altered by pressing the + and – keys).

This replaces the original video at http://www.youtube.com/watch?v=DAJnZZi41YA. While the content remains the same, a sound level issue has been addressed, and a number of cosmetic improvements have been made. A transcript of the discussion is available at http://sms.cam.ac.uk/media/1150242; except for the university’s lead-in and lead-out, the video at that site is identical to this one.

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Le donne di Ciudad Juárez: Vittime, madri e sicarie

Le immagini, sotto il titolo del post, le abbiamo inserite noi di solleviamoci. Vi abbiamo risparmiato la visione di foto molto più crude, per rispetto anche delle donne stesse, che non vogliamo trasformare certo in macabro spettacolo. Tuttavia, è anche giusto ‘vedere’ rappresentata, pur se in minima parte, la violenza che continua a perpetrarsi a spese delle donne. Sulle donne, ma anche delle donne. Purtroppo.

mauro

Nella città dei «femminicidi» molte «chicas» hanno preso le armi.

Le donne di Ciudad Juárez
Vittime, madri e sicarie


https://solleviamoci.files.wordpress.com/2011/08/desaparecida.jpg?w=256
https://solleviamoci.files.wordpress.com/2011/08/muertas2bjuarez.jpg?w=300
https://solleviamoci.files.wordpress.com/2011/08/mas2bcruces.jpg?w=300
fonte immagini

La guerra tra narcotrafficanti e gli omicidi sessuali non hanno risparmiato nessuna famiglia

CIUDAD JUÁREZ (Messico) — Al cimitero di San Rafael, a pochi chilometri da Ciudad Juárez (città di confine con gli Stati Uniti, un milione e 300 mila abitanti) sono sepolti i cadaveri di 36 donne — diciotto delle quali mai identificate— e 19 bambini, tutti vittime della guerra del narcotraffico. Tra loro una studentessa di appena 16 anni, Rubi, uccisa a febbraio da un sicario degli Zetas, il gruppo più aggressivo dei Signori della droga: lo stesso che avrebbe poi provveduto ad eliminare, dietro ordine del capobanda Hariberto Lazcano detto El verdugo, il boia, la madre della ragazza, abbattuta a raffiche di mitra mentre denunciava l’impunità dei banditi davanti al municipio di Chihuahua, capoluogo della regione. Marzialmente definite chicas Kalashnikov per l’arnese che portano sempre in spalla quando scendono sul sentiero di guerra contro i sei gruppi armati dei narcotrafficanti, le amazzoni messicane se le devono pure vedere con gli schieramenti interni: quale il Cartello del Golfo, in perenne rivalità (talvolta cruenta) con la compagine narco-militare degli Zetas. Per Hillary Clinton, i narcos sono «un’insurrezione criminale», una bestiaccia nata o cresciuta grazie anche al massiccio contributo degli Usa. Come dimostra il fatto che ogni anno gli americani mandano in fumo 65 miliardi di dollari per alimentare il mercato degli stupefacenti, marijuana, coca, eroina, metanfetamine, provocando stordimenti e deliri di massa. Solo a Ciudad Juárez vivono (o sopravvivono) 80 mila cocainomani.

In questa insurrezione la signora Yaretzi, 27 anni, sposata con due figli, alla vita domestica dopo un intermezzo alla Scuola militare ha preferito quella di guerrigliera, di chica Kalashnikov. In un’intervista in carcere sfodera tutto l’odio di cui era capace, «perché alla scuola ti insegnano a non voler bene a nessuno, quando ne esci hai il cuore di pietra. Del resto in Messico, morte è la parola favorita». Schietta com’è, Yaretzi non nasconde un breve trascorso «come puttana», ma è adamantina quando parla del suo impegno politico-militare: «Signori non si nasce. Si diventa» scandisce con fermezza. «Però mentre gli uomini lo fanno perché si divertono ad ammazzare noi donne lo facciamo per il denaro. O almeno questo è il caso mio. Dire che lo si fa per amore o per un ideale è una cazzata». Entrò come recluta a 20 anni e il suo primo incarico, come per tutti i novizi, è di lavare i pavimenti sporchi di vomito o sangue: quindi assumerà il ruolo di Condor (stanare il nemico nei suoi nascondigli), poi quello di Lince (che arresta e tortura) e infine «mi misi ad uccidere » diventando sicario a tempo pieno insieme a ragazze così belle e «con unghie grandi e affilate come coltelli che ispiravano pensieri inverecondi ».

Analizzando la situazione socio-politica di Ciudad Juárez, Leobardo Alvarado, uomo di cultura che non ama la definizione di intellettuale, ricorda che furono proprio le donne ad alzare la voce nel ’93/’94 quando la parola «femminicidio» non era stata ancora coniata. «Questa—dice—era una città di almeno 10 mila orfani di guerra e di giovani che non riconoscevano più i valori tradizionali della famiglia o della Chiesa. Il ragazzino che finiva in carcere, vi trovava la migliore università possibile del crimine e quando usciva veniva subito arruolato dalla bande». Sempre più frequenti i delitti contro le donne: 25 le vittime nel 2007, 164 nel 2008 e 50 casi nel gennaio- febbraio di quest’anno. Bersagli prediletti degli assassini chi lavora in organizzazioni per i diritti umani o chi, seguendo il messaggio evangelico, soccorre vecchi, malati e gente ridotta in condizioni di estrema povertà. Verdetto o punizioni non cambiano. La Redim (organismo che si occupa dei diritti dell’infanzia) fa un bilancio agghiacciante nel suo più recente rapporto, da cui emerge che 1300 minorenni sono morti ammazzati negli ultimi quattro anni, mentre assomma a 27 mila la folla dei tossicodipendenti. Non mancano poi episodi di contorno, macabri, raccapriccianti: come quando i condannati a morte erano costretti, prima dell’esecuzione, a coprirsi il volto con una maschera raffigurante il muso osceno di un maiale. Lontano anni luce il Messico glorioso, cupo e dolente di Pancho Villa, Madero, Zapata: anche se, per quelli dalla mia generazione, l’unico vero volto di quest’ultimo rimane quello ombroso di Marlon Brando.

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I massacri di Ciudad Juarez I massacri di Ciudad Juarez I massacri di Ciudad Juarez  I massacri di Ciudad Juarez

I massacri di Ciudad Juarez I massacri di Ciudad Juarez  I massacri di Ciudad Juarez I massacri di Ciudad Juarez

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Molti villaggi nella zona sono listati a lutto. Bussiamo alla casupola di Olga Alanis, dove sullo scaffale del tinello, accanto al televisore, c’è la foto di sua figlia Monica, che avrebbe oggi 20 anni. «Uscì di casa giovedì 26 marzo di due anni fa—racconta la madre senza mai staccare gli occhi dal ritratto—e non l’abbiamo più vista. Quel giorno mi telefonò per dirmi che sarebbe rientrata sul tardi e non stessi in pensiero. A volte, all’ora di cena, metto ancora quattro piatti in tavola, come se la porta dovesse spalancarsi da un momento all’altro. Era una ragazza inquieta ma studiosa, le volevano tutti bene. Come diciamo noi da queste parti, era povera e bella». Il marito, che le siede accanto, ogni tanto la stringe forte alle spalle, come per assecondarla nella speranza che sia ancor viva la sua bambina. Ma lui non crede alle fate e nel suoi occhi c’è il riverbero della spaventosa certezza che ha nel cuore, quando ci accompagna a vedere la stanzetta della figlia, al primo piano. «L’abbiamo lasciata tale e quale il giorno che è sparita!», sussurra. Il letto sfatto, i cuscini addossati alla parete, i tre orsacchiotti che «le tenevano compagnia la notte». E aggiunge: «Sento ancora la voce delle amichette che al mattino la chiamavano dalla strada; dai, Moni, svegliati dormigliona ».

Sono circa 10 mila i desaparecidos in Messico, di cui la maggior parte trova rifugio nel Texas e in California transitando clandestinamente a El Paso, la frontiera con gli Stati Uniti. Questo era anche l’obiettivo di Israel Arzate, 26 anni, scomparso da casa a fine gennaio del 2010, ma non ce l’ha fatta. Dopo mesi di ricerche, la madre riuscì a trovarlo in una caserma messicana dov’era detenuto sotto l’accusa (mai provata) di aver preso parte al massacro di Villas de Salvarcar (15 morti). «Quando l’ho visto— ha raccontato la donna— mi s’è spezzato il cuore, l’avevano torturato brutalmente; i piedi bruciati, i testicoli sanguinanti, la testa avvolta in una borsa di plastica, sul petto i segni dalle sigarette spente dai soldati per tenerlo sveglio. Ma più di tutto lo feriva la battutaccia velenosa dei carcerieri quando gli dicevano: anche la tua mamma è in prigione, ragazzo mio. Ma stai tranquillo, non le manca niente. Noi ce la facciamo a turno giorno e notte».

Le prime donne a pronunciare la parola femminicidio, ricorda la signora Imelda Marufo, un’autorità nel mondo accademico, furono due docenti dell’Università, la professoressa Diana Russel e la sua collega Marcela Lagarre: ma già da oltre 20 anni la catena dagli omicidi stava sfoltendo la popolazione femminile dì Ciudad Juárez. All’origine della mattanza, secondo gli esperti, un’incontenibile misoginia diffusa in tutti i ceti sociali: le prime vittime, maggiorate fisiche con fiumi di capelli neri, di bassa estrazione e disperatamente povere. Ma i delitti si consumavano anche tra le pareti domestiche. Ed è più che amara la conclusione di Imelda quando dice: «Le autorità non intervengono perché la cosa non le interessa o, peggio ancora, perché sono personalmente coinvolte in quei crimini». Chi faccia un salto alla fossa comune del Panteón San Rafael, una trentina di chilometri fuori città, non potrà sottrarsi a un profondo senso di sgomento, amarezza e perfino di paura. Qui sono sepolti i morti che nessuno reclama, anche perché nessuno vuole esporsi alla vendetta dei sicari responsabili della strage. Qualche croce di marmo o di legno spunta qui e là sul tappeto di terra arida e rossiccia, ma su poche, pochissime, trovi inciso un nome con le date di nascita e di morte. Quasi per scusarsi di tanta negligenza, la nostra guida ci ricorda un detto assai comune da queste parti: «Nella Valle di Juárez anche il vento ha paura».

Nel camposanto di Guadalupe riposano (si fa per dire) quattro membri della stessa famiglia, quella degli Amaya: Omar, sindaco della città, ucciso nel 2006 a 33 anni, suo padre Apolonio, lui pure primo cittadino, ucciso nel 2007 cinquantanovenne, Maria ed Aglae, madre e sorella di Omar, di 57 e 29 anni, eliminate nel 2008 da mano ignota. «Ma tutti sanno chi c’è dietro quella mano», commenta Ignacio Montea, il becchino, che aggiunge, indicando un cumulo di terra fresco dove è stata appena interrata una bara: «Come tutti, noi sappiamo chi ha fatto fuori i quattro ragazzi che ho appena sepolto la settimana scorsa. Scriva pure che qui il lavoro non manca ». A Ciudad Juárez e lungo la frontiera i fucili non tacciono mai e si deve soprattutto alla frenetica attività dei due gruppi meglio organizzati e costantemente riforniti di materiale bellico (El Cártel del Pacifico e gli Zetas) se nel territorio del Messico, avverte lo scrittore Charles Bowden, si stanno espandendo i killing fields di cambogiana memoria. Sorprende che le autorità militari messicane avessero inizialmente sottovalutato il fenomeno degli Zetas, che, per loro, «non esistevano ». Anche il loro capo, Heriberto Lazoano, dato più volte per morto negli ultimi due anni, è vivo e vegeto e ha trovato un rifugio sicuro a Potosi.

L’ultima nostra passeggiata (o pellegrinaggio) in Messico è verso il tempio della Santa Muerte, una piccola grotta scavata nella roccia e a malapena illuminata dalle fiammelle delle candele. Hai netta l’impressione che il tuo cammino terreno stia per finire qui. Quasi nessuno parla. C’è solo quel tenue bisbiglio che senti in chiesa durante le funzioni, nei momenti culminanti della cerimonia liturgica. La caverna è quasi tutta occupata da un cupo presepe messicano, con statuette della Madonna, che però indossa indumenti funerei e tiene la falce; in una è più bianca dei ceri, un’altra veste una luminosa tunica gialla, altre ancora sono fasciate da colori gentili come il celeste, il verde primavera, il rosa dell’alba. La padrona di casa, signora Yolanda Salazar, ricorda che possono accedere al tempio tutti coloro che credono in Dio, siano essi cristiani, cattolici o d’altra fede. La porta (che non c’è) è però severamente sbarrata per chi abbia un qualche contatto col crimine organizzato. La signora Yolanda raccomanda ai devoti di non mancare alla Messa solenne che si celebra ogni domenica alla Santa Muerte, alle dodici in punto, a pregare per il «povero Messico » che — diceva il dittatore Porfirio Diaz — ha la sfortuna di essere «così lontano da Dio e così vicino agli Stati Uniti».

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Ettore Mo
16 agosto 2011

fonte:  http://www.corriere.it/esteri/speciali/2010/i-reportage-di-ettore-mo/notizie/ciudad-juarez_480905ee-c7de-11e0-9dd1-bf930586114f.shtml

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Documental El Komander, NarcoPeliculas & Violencia en Cd. Juarez

Caricato da in data 11/ago/2011

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No Tav, tensioni al gazebo in Val Clarea / VIDEO: No Tav – appesi alla ruspa fermano i lavori

Continua la lotta dei coraggiosi abitanti della Val Susa. Purtroppo non si ferma la speculazione, né è pensabile che si fermi domani né mai. Opere come queste, ecologicamente ed economicamente disastrose, hanno la loro ragione di esistere unicamente per creare ulteriore fonte di ricchezza a benificio di pochi individui rendendo sempre più povera la massa della gente. Cioè, noi.
Ciò che è importante capire è che tali opere nascono per indebitare sempre più gli Stati, in questo caso quello Italiano. Un debito pagato sovente con oro ‘sovrano’, come è successo in Spagna e presto succederà da noi (se già non è successo), che abbiamo il terzo deposito in oro a livello mondiale (e che è a Fort Knox, in USA…). Un debito che si accresce a dismisura nel tempo, e NON certo per creare beni o servizi utili alla collettività.
E’ penoso vedere  appartenenti alle forze dell’ordine (figli di gente come noi, e che, singolarmente presi, sono perlopiù persone simpatiche ed educate con le quali non è difficile andare d’accordo) essere usati come ‘manganelli umani’ per calpestare i diritti della gente. Loro credono di difendere un’idea di Patria e di Stato, quando, di fatto, l’offendono usati come sono a mo’ di squadracce di fascistica memoria.
E ciò che temo, non è solo l’aumento di teste rotte o di persone intossicate con gas proibiti e cancerogeni, ma l’aumentare, in modo esponenziale, della violenza. Un aumento che , non è impossibile pensarlo, può sfociare nell’uso delle armi. E allora ci saranno i morti. Molti morti. Dall’una e dall’altra parte, e molti piangeranno la perdita dei loro cari. E tutto questo solo perché qualcuno diventi ancora più ricco.

mauro

No Tav – appesi alla ruspa fermano i lavori

Caricato da in data 16/ago/2011

L ‘Osservatorio Nazionale sulle Liberalizzazioni nelle Infrastrutture dice no all’opera

No Tav, tensioni al gazebo in Val Clarea

Manifestante in sciopero della fame allontanato dal presidio vicino al cantiere, «ci hanno caricato»

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MILANO- Un manifestante in sciopero della fame allontanato con la «forza». Una ventina di persone «caricate» in Val Clarea, nei pressi del cantiere per la Tav. E due giovani salgono su una gru per protesta. Ancora tensioni in Val Susa. Il movimento che si batte contro l’opera denuncia un’aggressione da parte delle forze dell’ordine. «Abbiamo un gazebo vicino alle reti che delimitano l’area del cantiere. In mattinata decine di agenti hanno cercato di disperdere una ventina di persone in presidio per allargare le recinzioni. Ci hanno caricati», spiegano. Tra questi anche Guido Fissore che da giorni porta avanti lo sciopero della fame. «È un consigliere comunale di Villarfocchiardo. Lo hanno spintonato». Una versione smentita dalla Questura di Torino che spiega «tutto si è svolto senza alcun incidente e in maniera pacifica». Le operazioni «sono state effettuate dopo quattro intimazioni a lasciare l’area».

LA TENSIONE– E il risultato è che un centinaio di persone sono arrivate al presidio per cercare di fermare le procedure di ampliamento. Senza contare che per le 18 è stato indetto un appuntamento pubblico «per fare il punto della situazione». Insomma, continua la protesta per la linea ad alta capacità che dovrebbe attraversare la valle. La polizia lunedì aveva avvisato i manifestanti che dovevano allontanarsi dall’area che si trova tra Giaglione e Chiomonte. E martedì, intorno alle undici, sono usciti dai cancelli per disperdere il presidio. Ma il movimento No Tav, non ci sta. E accusa: «Ci hanno caricati. Vogliono allargare le recinzioni». L’ennesimo episodio di tensione in un agosto pieno di iniziative organizzate dal coordinamento.

L’OPERA – E intanto l’ ‘Ossevatorio Nazionale sulle Liberalizzazioni nelle Infrastrutture e nei Trasporti (Onlit) in una nota, commentando la manovra del governo, dice no all’opera in Piemonte, così come ad altre infrastrutture. «Il ponte sullo Stretto, il traforo della Val Susa e il terzo valico Milano-Genova vanno cancellati in quanto non in grado di reggere ad una seria analisi della domanda e di comparazione tra costi e benefici, mentre la realizzazione del nuovo traforo del Brennero trova la sua ragione nel sostenuto traffico di merci in treno attuale e futuro».

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LA PUBBLICITA’ RIPORTATA APPARTIENE ALLA TESTATA DI PROVENIENZA DELL’ARTICOLO

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Benedetta Argentieri
bargentieri@corriere.it

16 agosto 2011 17:57

fonte:  http://www.corriere.it/cronache/11_agosto_16/tav-clarea-disordini_96ec6c62-c7ea-11e0-9dd1-bf930586114f.shtml

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DAL PONTE ALLE TESTE. DI LEGNO – Dagli insulti di Bossi a Brunetta a Bersani con la “manovra figlia di nessuno”

6/08/2011 – COMIZIO DELLA LEGA A PONTE LEGNO

Insulti a Brunetta, bufera su Bossi

Il Senatùr: “Nano di Venezia, non deve rompere i coglioni”. Pd e Idv: governo inaffidabile.
Cicchitto: “Ma sulle opensioni Renato in Cdm non era isolato”

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Il leader della Lega Nord, Umberto Bossi, durante il suo intervento alla festa del Carroccio a Ponte di Legno
MULTIMEDIA


VIDEO
Bossi a Brunetta: nano di Venezia non rompere i c..

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Umberto Bossi prova a spiegare la manovra alla sua gente, nel comizio di Ferragosto, ribadisce che è stato meglio tagliare gli enti locali piutttosto che le pensioni, anche se condivide le preoccupazioni di Roberto Maroni. Il ministro delle Riforme, poi, riserva parole al vetriolo per il collega Renato Brunetta.

Il Senatùr ha voluto rivendicare più volte alla Lega il merito di «aver salvato le pensioni». Un tema sul quale, ha riferito Bossi, «abbiamo litigato tutto il giorno e per poco non siamo passati alle vie di fatto», riferendosi in particolare ad una telefonata arrivata in Consiglio dei ministri al collega Brunetta da parte di Bankitalia. «A Brunetta – ha raccontato- ho detto “nano di Venezia, non rompere i coglioni”».

Gli insulti di Bossi fanno crescere la tensione nella maggioranza sulla manovra. «L’inciviltà delle dichiarazioni di Bossi, dovute anche al suo stato di disagio psicofisico, si commentano da sole. Spero che il ministro Brunetta non risponda alla provocazione di chi tenta di mantenere i voti carpiti a suon di slogan». È quanto dichiara Anna Cinzia Bonfrisco del Pdl, componente dell’ufficio di presidenza del Senato.

E Fabrizio Cicchitto, capogruppo Pdl alla Camera, sostiene che Brunetta sulle pensioni non era isolato. «A dir la verità la tesi di un intervento sulle pensioni non era solo del ministro Brunetta e della Banca d’Italia – ha affermato- ma anche di alcuni di noi ed ha fatto parte della legittima dialettica che ha caratterizzato l’elaborazione della manovra».

Governo inaffidabile per l’opposizione. «Gli attacchi di Bossi a Brunetta sono l’ennesima contraddizione di questo governo, dichiara il senatore del Pd Roberto Di Giovan Paolo, segretario della commissione Affari europei. Un esecutivo in cui la Lega ha la golden share e fa il bello e il cattivo tempo. Anche per queste continue lotte all’interno del governo siamo considerati per nulla affidabili in Europa. Purtroppo il popolismo è un elemento fondante di questa maggioranza».

Massimo Donadi, capogruppo dell’Italia dei Valori alla Camera, esprime solidarietà al ministro Brunetta, vittima di un’eccessiva volgarità e di un’aggressione personale e non politica. «Esprimiamo solidarietà al ministro Brunetta, vittima della volgare e incivile aggressione verbale di Bossi e ci rammarichiamo per il fatto che nessuno, neanche tra i suoi colleghi abbia sentito il bisogno di fare altrettanto».

Linguaggio inaccettabile anche per l’Udc. «Un politico, per di più ministro, dovrebbe comportarsi diversamente e con maggiore civiltà astenendosi da ogni forma di turpiloquio, dichiara il deputato e responsabile Enti locali dell’Udc, Mauro Libè, per rispetto dei suoi colleghi e di tutti gli italiani».

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fonte:  http://www3.lastampa.it/politica/sezioni/articolo/lstp/415836/

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Bersani: «Manovra già non è più di nessuno»

http://www.unita.it/polopoly_fs/1.303706.1307975362!/image/936602432.jpg_gen/derivatives/box_304/936602432.jpg

La Lega in pubblico critica la manovra, i sindaci leghisti la contestano con durezza, il governatore della Lombardia Formigoni l’ha stroncata, il premier stesso si sfila sulla durata della tassa di solidarietà (Il premier: «era solo per due anni…» CLICCA QUA) e che il provvedimento si può mutare ma a saldo zero… Pier Luigi Bersani ha facile gioco nel dire: «La manovra è già figlia di nessuno. Il Pd è pronto al confronto in Parlamento ma a due condizioni: paghino gli evasori e si introducano misure strutturali per equità, crescita e lavoro».

LA CONTROMANOVRA DEL PD: 7 PUNTI

Manovra, le stime. Enti di ricerca: niente deroghe

Il segretario del Pd indica le condizioni dei Democratici in vista della presentazione della manovra domani al Senato. «Visto che il decreto sulla manovra – sostiene Bersani – è stato approvato all’unanimità dal Consiglio dei ministri viene da chiedersi: in Cdm c’erano le controfigure? Possibile che dopo poche ore la manovra non sia più figlia di nessuno? La verità è che un governo di sopravvissuti può solo scrivere le sue decisioni sulla sabbia».

«Berlusconi dice adesso – aggiunge il leader Pd – che sta riflettendo. Sappia dunque che se governo e maggioranza vogliono davvero discutere con noi in Parlamento, dovranno tenere conto di due condizioni: questa volta il contributo di solidarietà devono darlo gli evasori; questa volta ci deve essere nella manovra qualche cosa di strutturale per l’equità fiscale e per la crescita e il lavoro. Se non c’è questo, faranno da soli e con una opposizione che si farà sentire».
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16 agosto 2011

fonte:  http://www.unita.it/italia/bersani-manovra-gia-non-e-piu-di-nessuno-1.323465

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L’ANALISI – Darfur, l’orrore dopo la speranza. Oggi la crisi è più grave che mai / Cina: campi da golf, inutili oasi nel deserto

L’ANALISI

Darfur, l’orrore dopo la speranza
Oggi la crisi è più grave che mai

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Non solo il rapimento del volontario di Emergency ma attacchi, raid aerei e migliaia di morti in pochi mesi. La situazione umanitaria è ormai al collasso. E la missione congiunta Onu-Ua vive il suo fallimento nell’indifferenza generale

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DI ANTONELLA NAPOLI*

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Darfur, l'orrore dopo la speranza Oggi la crisi è più grave che mai Una donna saluta alcuna residenti nel campo profughi di Kalma

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GLI echi di rapimenti, di scontri e di nuove vittime in Darfur riportano alla ribalta una delle più gravi crisi umanitarie in corso nel mondo. Il successo di un progetto che aveva ridato una “vita normale” a migliaia di profughi aveva animato una flebile speranza: qualcosa nella regione sudanese martoriata da una guerra civile iniziata nel 2003 stava cambiando. Un milione di sfollati aveva lasciato i campi profughi, che li avevano accolti dopo la fuga dagli scontri e dai bombardamenti, per far rientro nei villaggi di origine.

Ora la notizia del rapimento di un volontario di Emergency e di una serie di bombardamenti e di scontri ripresi su larga scala in tutto il Sudan occidentale e meridionale allontanano quella speranza e vanificano gli sforzi di quanti lavorano per trovare una soluzione a questa crisi umanitaria ormai incancrenita.

Solo pochi mesi fa i vertici della missione congiunta Onu-UA dispiegata nella regione sudanese avevano definito il conflitto a “bassa intensità” evidenziando che quella in Darfur era una guerra di tutti contro tutti: le forze armate governative che si scontravano con i movimenti ribelli; gruppi armati di banditi e di predoni che lottavano tra loro e contro le milizie filo governative. Ma le vittime civile erano diminuite. Quelle informazioni tracciavano un quadro della crisi ridimensionato.

Ma chi era sul campo sapeva che non era così. Soprattutto a causa del peggioramento dell’emergenza umanitaria determinato dalla decisione del regime di Khartoum di espellere 13 organizzazioni non governative accusate di aver “inventato” le notizie fornite alla Corte penale internazionale che aveva spiccato un mandato di arresto nei confronti del presidente del Sudan, Omar Hassan al Bashir, per crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio. La mancata sostituzione di queste ong ha causato l’interruzione del flusso di aiuti e servizi alla popolazione e agli sfollati per lungo tempo e ha portato la crisi molto vicino alla catastrofe.

Come abbiamo avuto modo di denunciare a più riprese, rilanciando le informazioni del Coordinamento degli aiuti umanitari in Darfur delle Nazioni Unite, la situazione umanitaria è ormai al collasso. Le condizioni di vita degli sfollati assistiti nei campi profughi sono notevolmente peggiorate. Il governo sudanese si era impegnato a fare entrare nuove organizzazioni nel Paese in grado di garantire le stesse capacità di aiuto delle precedenti, ma finora non ha onorato questo impegno e al momento possono operare esclusivamente cooperanti locali e poche altre ong che non riescono a far fronte ai bisogni di tutta la popolazione sfollata.

Stando a un recente rapporto dell’Onu, l’espulsione di Oxfam, Care International, Medici senza frontiere e Save the Children, ha determinato la sospensione di programmi speciali di alimentazione destinati a migliaia di bambini affetti da grave malnutrizione e alle donne in stato di gravidanza e ha messo a rischio anche le cure sanitarie e i ripari per centinaia di migliaia di persone.

Se Khartoum e le Nazioni Unite non riusciranno a colmare al più presto tali lacune le condizioni di vita di 1 milione e 800 mila persone dipendenti dagli aiuti alimentari si deterioreranno ulteriormente. La situazione si aggrava di giorno in giorno. Si susseguono segnalazioni di attacchi sia nell’area ad est di Nyala, capitale del Sud Darfur sia nel Nord, nei dintorni di Al Fasher.

Gli operatori umanitari e gli osservatori Onu non possono fornire dettagli sul numero esatto di vittime e sulla portata dei danni perché gli è stato interdetto l’accesso a queste zone. Ed è proprio su tale aspetto che va posto l’accento: la comunità internazionale dovrebbe pretendere la fine delle limitazioni dell’ambito di movimento del contingente Onu – UA dispiegato in Sudan, che oltre a garantire assistenza dovrebbe proteggere la popolazione del Darfur con operazioni di peacekeeping. E invece dal 1° gennaio 2008, data in cui è partita ufficialmente la missione dei caschi blu, dei 26mila uomini previsti sono arrivati ad Al Fasher, cuore del comando dell’Unamid, meno di 13mila militari – per lo più asiatici e africani – che si sono affiancati ai 7mila caschi verdi dell’Unione africana che dal 2004 avrebbero dovuto assicurare il controllo dell’area in conflitto. Cosa che non sono mai riusciti a garantire.

I massacri sono continuati. Attualmente si stimano (fonte Onu) circa 300 mila morti e quasi due milioni di rifugiati. E’ dunque chiaro che il contingente autorizzato dalla risoluzione approvata all’unanimità dal Palazzo di Vetro nel 2007, e che è stata rinnovata a fine luglio, è una parodia, una farsa mediatica che ha visto semplicemente i caschi verdi dell’Ua indossare quelli blu dell’Onu. A tutto ciò va aggiunto che mancano gli elicotteri indispensabili per la perlustrazione dell’area in conflitto, grande quattro volte l’Italia. Insomma il fallimento di questa missione si sta consumando nell’indifferenza di tutti, mentre l’attenzione internazionale è diretta altrove.

Noi di Italians for Darfur 1 insieme alle altre organizzazioni che fanno parte della coalizione internazionale che porta avanti la campagna per il Sudan ci siamo più volte appellati all’Onu affinché assumesse al più presto decisioni riguardo al potenziamento della missione affinché potesse proteggere efficacemente il popolo del Darfur che continua a essere bersaglio del fuoco militare sudanese che cerca di scardinare le postazioni dei ribelli che ancora continuano a contrapporsi con le armi al Governo del presidente Omar Hassan al Bashir. Ma finora nulla è mutato. Dall’inizio del conflitto nel febbraio 2003 il Consiglio di Sicurezza ha chiesto ripetutamente di fermare i raid che ogni volta fanno centinaia di vittime civili ma non ha mai intrapreso un’iniziativa davvero significativa per impedire che questo massacro continuasse.

*L’autrice è giornalista e presidente di Italians for Darfur

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LA PUBBLICITA’ RIPORTATA APPARTIENE ALLA TESTATA DI PROVENIENZA DELL’ARTICOLO

Adotta a distanza.
Catastrofe umanitaria
Nel Corno d’Africa 500.000 bambini stanno morendo di fame.

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16 agosto 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/solidarieta/emergenza/2011/08/16/news/darfur_crisi_grave_dopo_speranza-20487673/?ref=HREC1-4

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Che attinenza hanno i campi da golf in Cina con il dramma del Darfur? Molta di più di quanto, a prima vista, potreste pensare. Sono il risultato di speculazioni internazionali, che sottraggono risorse, finanziarie e naturali, alla massa delle persone al solo scopo di aumentare a dismisura il profitto di pochi ricchi (una quantità stimata, per eccesso probabilmente, del 3% della popolazione mondiale).

Lo scandalo del campo da golf costruito in Cina sta nell’averlo collocato in una regione devastata dalla siccità: per mantenerlo così, cioè verde come lo vedete nella fotografia, è necessario un consumo di acqua tale da poter soddisfare i bisogni di una città di 20.000 persone (guarda il VIDEO di Report, da cui il dato è stato estratto). E questo giornalmente.

Riflettete gente, riflettete…

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Cina, il campo da golf un’oasi nel deserto

Cina, il campo da golf un'oasi nel deserto
GUARDA LA GALLERY

La zona settentrionale della provincia dello Shaanxi è colpita da una grave siccità. L’acqua scarseggia, ma i campi da golf vicino a Yulin sono perfettamente verdi. Il colore brillante contrasta con la terra arida e brulla del paesaggio circostante. Le aree destinate al golf mettono a dura prova le scarse riserve d’acqua che anche gli agricoltori utilizzano per le loro coltivazioni. Le compagnie sportive scavano pozzi sempre più profondi per raggiungere la falda acquifera perché i campi da gioco vanno bagnati spesso. La precipitazione media annua della regione è di soli 400 mm di pioggia (di PAOLA BENVENUTO)

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16 agosto 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/esteri/2011/08/16/foto/cina_il_campo_da_golf_un_oasi_nel_deserto-20495704/1/?rss

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CORSO GRATUITO, SETTEMBRE 2011 – StoBeneConTutti, corso gratuito di Comunicazione Affettiva, Abano Terme

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StoBeneConTutti Scuola Italiana 

di Comunicazione Affettiva

più cuore e meno testa nella tua vita

Corsi Aperti Gratuiti

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Uno dei Bisogni più Semplici e Naturali

che a Scuola non Ti hanno

Mai insegnato ad

Affrontare…

Come stare Bene con gli Altri e Con Te Stesso

il gruppo è aperto a Tutti

fino ad un limite di 50/60 partecipanti

si tiene con cadenza mensile

dalle 15,30 del sabato alle 18.00 della domenica

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I temi trattati nel weekend sono sempre inerenti ai seguenti argomenti:

Come migliorare le Tue Abilità Sociali e Comunicative,
avere più Amici e stare sempre Bene con gli Altri

Come imparare a  Comunicare con Chiarezza agli Altri…

” Chi Sei, Che Cosa Desideri e in Cosa Credi “

Come ottenere l’Interesse, il Rispetto e la Fiducia di Coloro che Incontri

Come trovare il Tuo Partner Ideale e  vivere Buone Relazioni di Coppia

Come Smettere di Arrabbiarsi e dire addio a Discussioni e Conflitti Inutili

 

NOTA BENE:

L’obiettivo di questa iniziativa non è formativo, ma divulgativo… cioè diffondere principi, programmi e finalità della scuola di comunicazione affettiva e dell’associazione “StoBeneConTutti”.

Tuttavia sono presenti momenti di teoria e pratica della comunicazione che assumono comunque valenze formative. Ci piace offrire questa opportunità a tutti coloro che per motivi economici non possono permettersi un percorso specifico di formazione.

E’ inoltre garantita la partecipazione di specialisti che operano a livello professionale in questo ambito (esperti in scienza della comunicazione – psicologi – psicoterapeuti – trainer PNL) che contribuiscono ulteriormente a dare qualità alla proposta.

Durante il weekend si alternano momenti teorici con proposte di tipo ricreativo, celebrativo e con situazioni di tipo pratico ed esperienziale, facendo particolare riferimento al metodo

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Learning by Doing” – IMPARARE FACENDO

Si sperimentano modalità di comunicazione alternative  quali l’espressione corporea, il movimento libero, il lavoro con la musica, i giochi di ruolo, di relazione e di contatto e tutte quelle forme di espressione comunicativa che consentono all’individuo di dire qualcosa di se attraverso modalità più istintive e profonde riscoprendo potenziali a volte dimenticati.

Insomma cerchiamo di imparare, crescere, divertirci e volerci un po’ più bene.

ATTENZIONE:

Cosa vuole dire Gruppo Aperto Gratuito?

 

Vuol dire che per l’attività didattica e di animazione non viene chiesto nessun contributo.

I Gruppi Aperti Gratuiti sono una caratteristica (forse esclusiva) della nostra scuola.

E’ previsto un contributo minimo per le “spese organizzative” di 10 euro al giorno che va versato prima dell’inizio dell’attività.

Le spese di viaggio, vitto, alloggio sono sempre a carico del partecipante.

Le spese organizzative sono costituite da varie voci… eccone alcune. Invio automatico degli sms a tutte le persone che, anche occasionalmente hanno partecipato al gruppo. Materiale di cancelleria e eventuali fotocopie. Acqua, succhi, vino, biscotti, bicchieri di carta ecc.. per i partecipanti. Contributo spese hotel per lo staff. Altre varie ed eventuali.

Attualmente la sede abituale di questa iniziativa è ad Abano Terme, presso l’Hotel Paradiso che ci offre delle ottime condizioni:

prezzi per pensione completa (dalla cena del sabato al pranzo della domenica) in camera doppia o tripla e utilizzo dei servizi dell’hotel comprensivi di piscine termali, grotta sudatoria e sala gruppi – 68 euro (bevande escluse) – disponibilità anche di camere singole fino ad esaurimento (supplemento 5 euro)

n.b.:

non è obbligatorio pernottare in hotel, ma è consigliabile vista la minima differenza di prezzo – infatti l’hotel chiede comunque un contributo giornaliero di 10 euro a persona per usufruire della sala gruppi, 20 euro per un pasto (facoltativo) e 10 euro per l’utilizzo di piscine termali, grotta sudatoria (facoltativo).

Info e prenotazioni :

3891845925 (leonarda) – 3495068300 (betty) – 3486424450 (sonia)

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COME ARRIVARE

  • in auto dalla A13 nel tratto tra Padova e Rovigo uscire a Terme Euganee > proseguire per Abano – Montegrotto – Giunti ad Abano portarsi in Piazza della Repubblica, meglio conosciuta da tutti come Piazza della Fontana – dalla piazza prendere via Flacco e al secondo incrocio girare a destra – avanti 200 metri sulla destra trovate l’hotel (edificio giallo) – L’hotel è di fronte alla pizzeria Lo Zodiaco e all’hotel Metropol.
  • in treno da Padova, Terme Euganee si raggiunge in 10 minuti con treni che partono ogni ora o in 15 minuti in autobus

COSA PORTARE

  • abiti comodi per le attività espressive (pantaloni larghi o elasticizzati – magliette o camicie di ricambio – gonne ampie) – calze o calzettoni… in palestra staremo scalzi – portare un plaid e un cuscino per le attività a terra – kit piscina per i bagni in piscina  – penna e quaderno – chiavetta USB per eventuali scambi di file.

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fonte:  http://stobenecontutti.it/attivita/comunicazione-gratuito/

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LA VERITA’ SULLA CRISI – NON SI PA’! Appunti di lettura sulla manovra e sul commissariamento dell’italia / Report 12 06 2011 – Let’s Make Money

NON SI PA’! Appunti di lettura sulla manovra e sul commissariamento dell’italia


Titanic lifeboat pulling up to the Carpathia, 1912

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di Girolamo De Michelethe new yorker.jpg

Praise be to Nero’s Neptune
The Titanic sails at dawn
And everybody’s shouting
“Which Side Are You On?”
(Bob Dylan, Desolation Row)

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Ricordate il film Titanic?
Ricordate cosa succede, quando la nave comincia ad andar giù e il comandante realizza che non c’è possibilità di salvezza?
I viaggiatori di terza classe vengono imprigionati nella stiva, dietro le cancellate chiuse, e destinati a fare la fine del topo. È la condizione che permette ai signori della prima classe di salvarsi, dal momento che non ci sono abbastanza scialuppe per tutti.
Ogni volta che vi dicono che “siamo tutti sulla stessa barca”, dovreste ricordarvi di quella scena. E del brindisi che fanno gli scampati, come ci ricorda la copertina dell’ultimo numero di “The New Yorker”.

Ad esempio, adesso, in questo agosto 2011. La crisi ha impresso una svolta ineludibile: così ci dicono. Il governo italiano è stato sostituito da un governo tecnico sovranazionale (da un “podestà forestiero”) il cui garante, o forse addirittura premier, sembra essere il tecnico bypartisan Mario Draghi: così dice il tecnico bypartisan Mario Monti [qui]. I provvedimenti per raggiungere il pareggio del bilancio, anticipando la modifica dell’art. 81 della Costituzione, non hanno alternative: così ci dice l’ex ministro derubricato a destinatario delle missive del governo tecnico sovranazionale Giulio Tremonti. E poiché siamo tutti sulla stessa barca, i sacrifici sono uguali per tutti: così ci dicono.

Beh, non è vero: ci stanno mentendo. A partire dai due tecnici bypartisan Monti e Draghi, che hanno nascosto finché è stato possibile farlo lo stato reale dell’economia nazionale e globale (e già qualche economista comincia a farsi sfuggire di bocca che la crisi è iniziata ben prima del 2008). Loro, come i loro colleghi europei e americani.taglio_agevolazioni.jpg Per rendersene conto basta ragionare sui “tagli lineari” alle detrazioni Irpef e all’Iva, che in apparenza colpiscono tutti nella stessa misura. In realtà, come mostra il grafico a sinistra, il decimo più povero della popolazione sarà penalizzato di quasi il 6% di reddito, mentre il decimo più ricco appena dell’1%. Ma c’è il “contributo di solidarietà”, dicono. Che riguarda meno del 10% della popolazione. Andiamo a vederlo: un galantuomo che intraprende e porta a casa un reddito di 120.000 € verserà in solidarietà il 5% dell’eccedente di 90.000 €, cioè 1.500 €, corrispondenti all’1.25% del proprio reddito, che aggiunto all’1% di Irpef e Iva rimodulate fa il 2.25%; per un reddito di 150.000 €, il contributo di solidarietà è di 3.000 €, cioè del 2%, che aggiunti a Irpef e Iva fanno il 3%: a fronte del quasi 6% del pensionato, del precario. Per arrivare al 5% bisogna cercare, e trovare, un reddito di 200.000 € (posto che esista uno che un simile reddito lo dichiari per intero): non sentite il rumore dei lucchetti che cominciano a chiudersi attorno alle cancellate?
Potremmo continuare: ma criticare le modalità della manovra è cosa tanto facile che ci riesce persino Bersani da solo, senza bisogno di leggere i testi scrittigli da Crozza.

Chiediamoci piuttosto: in che senso siamo “un paese commissariato”? In cosa consiste il debito nel quale siamo all’improvviso sprofondati? Ed è proprio vero che non c’è altra via d’uscita, se non decidere dove e come tagliare?

Nel suo editoriale sul “Corriere della sera”, Mario Monti ha detto con estrema chiarezza che «Il governo e la maggioranza, dopo avere rivendicato la propria autonoma capacità di risolvere i problemi del Paese, dopo avere rifiutato l’ipotesi di un impegno comune con altre forze politiche per cercare di risollevare un’Italia in crisi e sfiduciata, hanno accettato in questi ultimi giorni, nella sostanza, un “governo tecnico”. Le forme sono salve. I ministri restano in carica. La primazia della politica è intatta. Ma le decisioni principali sono state prese da un “governo tecnico sopranazionale” e, si potrebbe aggiungere, “mercatista”, con sedi sparse tra Bruxelles, Francoforte, Berlino, Londra e New York». Come in Grecia, al governo scaturito dalla volontà sovrana degli elettori (concedeteci l’ironia del rispetto delle forme) si è sostituito un governo che non tiene conto della volontà popolare, né intende risponderne. Stendendo un velo pietoso sulla rivendicazione della salvezza della “primazia della politica” (nel senso che Draghi, Trichet e Junker hanno il buon gusto di lasciare ai nostri governanti la firma sulla finanziaria per l’Italia che ci mandano per lettera riservata?) notiamo che quando la crisi investì la Grecia, e il vicino ellenico sembrava buono per esercizi di accademia politica, questi erano i toni usati da alcuni leader politici – ad esempio Nichi Vendola, che oggi parla più prudentemente di «aprire un negoziato sui vincoli dell’Europa monetaria” come risposta al «commissariamento globale» delle istituzioni politiche europee: una sproporzione tra diagnosi e cura che lascia interdetti almeno quanto gli appelli allo sciopero generale come unica risposta da parte di chi, come Susanna Camusso, ha lavorato con metodo e merito al depotenziamento dello sciopero in uno sciopericchio di testimonianza. Ma una cosa è vera: questo commissariamento non è un fatto di oggi, e neanche di ieri o ieri l’altro: è il dato della crisi dell’autonomia politica al tempo del capitalismo finanziario e della crisi globale. Così, come cura per la crisi causata dal capitalismo finanziario, si propongono i capisaldi del capitalismo finanziario stesso: contratti in deroga, libertà di licenziamento, abrogazione di fatto dello Statuto dei Lavoratori. A voler concedere il beneficio dello stato di minorità (non è mica un’esclusiva di Renato Brunetta), la linea Sacconi-Tremonti è la malattia di cui crede di essere la cura.

Ma in cosa consiste questo intreccio perverso tra debito e crisi? Nell’incravattamento delle amministrazioni pubbliche, nazionali e locali, mediante un sistema di debiti contratti attraverso l’emissione di titoli finanziari. Tra i quali spiccano i “titoli derivati”, uno strumento perverso che ha causato il naufragio della Grecia, i cui governi di centro-destra per dieci anni, “persuasi” dagli emissari della prima banca finanziaria mondiale, la Goldman Sachs, hanno porto il collo alla cravatta dell’indebitamento progressivo. I titoli derivati, infatti, sono una sorta di tavolo da gioco al quale il banco vince sempre, e i giocatori possono solo perdere: come spiegava una puntuale inchiesta di “Report”, alla quale senz’altro rimandiamo (e sulla quale ritorneremo). Allo stato attuale, i derivati costituiscono al tempo stesso la causa del debito (stante i crescenti interessi che maturano) e la causa della crisi: le banche, infatti, hanno le casse piene di “titoli tossici”, cioè inesigibili, e non immettono liquidità sul mercato [vedi qui] – cioè non svolgono la loro funzione, che dovrebbe essere quella di finanziare gli investimenti produttivi per far ripartire l’economia. Il che non è detto che sia un male: la cosiddetta speculazione finanziaria internazionale, cioè in concreto i possessori di titoli finanziari (la speculazione è un’azione, non un soggetto), in questi giorni di lacrime e sangue stanno abilmente lucrando sui flussi di borsa, traendo profitto dalla minaccia di insolvenza: come in Una poltrona per due (chissà se questo Natale sarà rimandato in onda?), aspettano che le borse crollino per comprare a prezzi stracciati, e rivendono il giorno dopo quando il valore delle azioni risale. Su è giù per le montagne russe delle borse mondiali, Goldman Sachs (già sentita, vero?) ha guadagnato nell’ultimo mese abbastanza da superare, per possesso di liquidità, la Federal Reserve.

Andiamo avanti. Chi ha in mano i flussi economici globali? Secondo Andrea Fumagalli (che in questa torrida estate sta conducendo, su Uninomade e Precaria, una puntuale serie di analisi sulla crisi, mentre i suoi più rinomati colleghi si dedicano all’analisi dei prezzi della buvette di Palazzo Madama e Montecitorio, roba grossa), «oggi, non più di dieci Società d’intermediazione mobiliari (il cui acronimo, comunemente utilizzato – Sim – richiama, in modo ovviamente del tutto accidentale, quello di Stato Imperialista delle Multinazionali, usato dalle Brigate Rosse negli anni ‘70) controllano tra il 60% e il 70% del totale dei flussi finanziari in circolazione e il cui ammontare in valore è pari a circa 12 volte il Pil mondiale. Il restante 30-40% è in massima parte detenuto da banche e assicurazioni (oggi sempre più interrelate con le stesse Sim) e da Stati sovrani (quali Cina, India, paesi europei, ecc.). La quota di attività finanziarie mondiali detenuto da singoli risparmiatori è risibile e irrilevante» [qui].
Quanti ai titoli derivati, «nel 1984 le prime dieci banche al mondo controllavano il 26% del totale delle attività , con il 50% detenuto da 64 banche e il rimanente 50% diffuso tra le 11.837 rimanenti banche di minor dimensione. I dati della Federal Reserve ci dicono che dal 1980 al 2005 si sono verificate circa 11.500 fusioni, circa una media di 440 all’anno, riducendo in tal modo il numero delle banche a meno di 7.500. Al I° trimestre 2011, cinque Sim (Società di Intermediazione Mobiliare e divisioni bancarie: J.P Morgan, Bank of America, Citibank, Goldman Sachs, Hsbc Usa) e cinque banche (Deutsche Bank, Ubs, Credit Suisse, Citicorp-Merrill Linch, Bnp-Parisbas) hanno raggiunto il controllo di oltre il 90% del totale dei titoli derivati: Swaps sui tassi di cambio, i Cdo (Collateral debt obligations) e i Cds (Collateral defauld swaps)» [qui].

goldmanTower.jpgNotate niente? Sì, avete visto bene: c’è di nuovo la Goldman Sachs, «la Spectre che gioca con i derivati sui destini del mondo assoldando e prezzolando tutti (o quasi)» [qui]. Caratteristica di questa banca è la sede nel New Jersey [a destra]: un grattacielo a forma di supposta piantato in mezzo al niente, che dice molto delle relazioni che i signori della GS intraprendono col mondo. Un ex presidente della GS, Jon Corzine, è stato fino all’anno scorso governatore del New Jersey: lo Stato della famiglia Soprano. Come ex dirigenti GS erano due passati segretari al tesoro del governo americano, Robert Ruby (sotto Clinton) e Henry M. Paulson (sotto G.W. Bush). Come, per venire in Italia, a diverso titolo sono stati sul libro paga della GS Mario Draghi (vicepresidente), Mario Monti (International Advisor) e Gianni Letta (membro dell’Advisory Board). E per non farsi mancare niente, anche Romano Prodi e Massimo Tononi (sottosegretario all’economia nel 2006) sono stati retribuiti a diverso titolo dalla GS.
Per non essere da meno, la J.P. Morgan si è limitata a un solo consulente: ma importante. L’ex ministro Linda Lanzillotta, moglie di Bassanini e co-fondatrice dell’API assieme a Rutelli, è stata infatti per 5 anni consulente di questa banca: il suo compito era spiegare ai futuri cravattari che avrebbero strangolati con i derivati i maggiori comuni italiani (a partire da Milano e Torino) i funzionamenti e le dinamiche degli enti locali italiani. Curiosamente, di questa attività di consulenza non c’è traccia nelle biografie dell’on. Lanzillotta: se ne ha notizia solo grazie alla puntata di “Report” già citata.

Ecco lo spessore dei detentori del debito finanziario globale: i Soprano della finanza mondiale, in tutti i sensi.

E adesso andiamo a guardare il debito pubblico italiano: sarà il caso di sapere a chi in questi tre anni di sacrifici abbiamo dato i soldi sottratti alla scuola, ai servizi sociali, ai posti di lavoro, alla sanità. A chi andranno i 45 miliardi di euro della manovra Berlusconi-Tremonti-Sacconi (leggi: Draghi-Trichet-Monti-Napolitano)? A chi paghiamo gli interessi sul debito pubblico?
Con estrema tempestività la Banca d’Italia ha appena pubblicato il Supplemento n. 42 – 12 agosto 2011: “Finanza pubblica, fabbisogno e debito” [scaricabile qui], dal quale traggo questi dati (tabella n. 5). Su un totale di 1.843.015 € di debito delle amministrazioni pubbliche (Stato ed enti locali), il debito riferito a titoli di vario tipo è di 1.548.601 €, così ripartito:

Banca d’Italia: 66.425 (4.29%) titoli_italia.jpg
Banche e Ist. Finanziari e monetari: 499.245 (32.23%)
Altri residenti (famiglie, e soc. non finanziarie): 176.868 (11.42%)
Detentori esteri: 806.063 (52.05%)
Totale: 1.548.601

Più della metà del debito pubblico italiano è in mano a quei signori di cui parlavamo sopra, o a società off shore con sede in paradisi fiscali – e che quindi non versano al fisco neanche quel 12.5% di imposta sulle rendite finanziarie, che diventerà 20%, ma solo dal prossimo gennaio (diamo tempo ai residenti di trasferire la sede all’estero). Se a questi aggiungiamo gli istituti finanziari di vario genere con sede in Italia, scopriamo che il debito pubblico è per quasi l’85% in mano a quegli stessi speculatori che in nome del libero mercato e della libertà d’impresa sono la causa dell’attuale crisi. Il messaggio vagamente terrorista, che parla di un debito per ogni italiano di 33.000 €, è palesemente falso.
Su questo debito, lo Stato paga in interessi una cifra compresa tra i 75 e gli 80 miliardi di euro all’anno. Più della metà dei quali (cioè un’intera finanziaria biennale come quella attuale) agli speculatori esteri. In linea di principio, il miglioramento del bilancio e le maggiori entrate fiscali dovrebbero far diminuire questa voce di spesa, che è la vera origine dei dissestati bilanci nazionali.
Purtroppo non è così.
Se è infatti vero che dovrebbero diminuire i titoli sui quali lo Stato paga gli interessi, è altrettanto vero che gli interessi sono destinati a salire perché è in forte ascesa il tasso d’interesse di riferimento, l’Euribor (acronimo di EURo Inter Bank Offered Rate, tasso interbancario di offerta in euro) – sul quale, per inciso, vi calcolano il mutuo sulla casa. Che era al 0.70% (trimestrale) il 12.12.2009, all’1.01% al 12.12.2010, ed è oggi, giorno di ferragosto del 2011, all’1.54. EuriborChart.jpgMentre per il tasso della BCE, attualmente all’1.50%, si prevedono ulteriori aumenti che dovrebbero portarlo al 2% al nuovo anno, e al 3% nell’anno successivo. In altri termini, siamo usciti da quel felice ma momentaneo periodo in cui i tassi di interesse erano al loro minimo storico. Come mostra il flusso dei loro andamenti [a sinistra], un tasso d’interesse al 5% non è in alcun modo un’ipotesi catastrofista: è una possibilità reale.

Di nuovo, siamo in presenza di una dinamica che vorrebbe essere la cura di quella malattia che essa in realtà è: i provvedimenti presi aiutano le dinamiche del capitalismo finanziario, che sono all’origine della crisi – per meglio dire, sono esse stesse la crisi.

Questo rende piuttosto surreale il dibattito su una finanziaria “giusta”, o “alternativa”, o “equa”: se non nei termini di una disputa su chi – Tremonti? Draghi-Monti? Bersani? – si candida a gestire i diktat della BCE.
Intendiamoci: sarebbe certo apprezzabile una imposta patrimoniale. A condizione di sottolineare che non si tratta di “prendere ai ricchi”, perché la ricchezza che, attraverso l’imposta sui patrimoni, si andrebbe a prelevare è prodotta dal lavoro vivo, dalla cooperazione sociale (vogliamo dire, se la cosa non sembra troppo marxista: dal General Intellect messo al lavoro?) in origine, e poi espropriata dal galantuomini che intraprendono e convertita in beni e patrimoni. Ma una volta prelevata questa ricchezza che il capitale sottrae al lavoro vivo, materiale o immateriale che sia: che ne facciamo? La togliamo a Tronchetti Provera, o a Berlusconi, o alla famiglia Agnelli, per darla… alla Goldman Sachs? Alla JP Morgan? Alle finanziarie off shore?
E soprattutto: togliamo ai ricchi per dare ai ricchissimi, allo scopo di aiutare il capitale finanziario a galleggiare sull’onda di una crisi che è la vera natura del capitale? Il capitale, ricordava ancora il vecchio Marx, non “è in crisi”: il capitale “è crisi”, e come tale genera quelle condizioni di instabilità che sono la ragione stessa della propria rendita. Come la precarizzazione dell’esistenza, ancor più che del lavoro: che non è un incidente di percorso, o una momentanea stortura, ma l’essenza stessa del capitale. I provvedimenti che la BCE ha imposto all’Italia non faranno che accrescere quei tratti della vita e del lavoro – materiale o immateriale, intellettuale o manuale che sia – che sembrano ormai caratterizzare l’esistenza di ognuno: «totale sovrapposizione tra tempo di lavoro e tempo di vita, indistinzione tra produzione e riproduzione, centralità sempre più accertata del lavoro di cura, precarizzazione e flessibilizzazione del lavoro salariato, integrazione dentro il lavoro salariato di forme di produzione non retribuite e che eccedono il tempo di lavoro, difficoltà a mantenere spazi di autodeterminazione, di soggettivazione e di messa in comune delle esperienze, impossibilità quasi totale a mantenere un senso prospettico, aperto, del proprio tempo di vita ecc., sembrano ormai caratterizzare la vita di ognuno, sullo sfondo del nuovo regime biopolitico di accumulazione» (traggo questo elenco dal libro di Cristina Morini Per amore o per forza]. È bene essere chiari: non c’è generazione, classe, genere, ceto, segmento della società che sia immune da questa cartolarizzazione delle speranze, delle aspettative, dell’intera vita, nella quale ciò che dovrebbe essere un diritto diventa una virtualità, un’opzione, nel migliore dei casi l’obiettivo di una lotta.

den_plirono.jpgCosì stando le cose, che fare?
Una cosa molto semplice: NON PAGARE. Come in Grecia, assumere la parola d’ordine DEN PLIRONO – non voglio pagare! – come conseguenza politica della parola d’ordine europea del 2008 (c’è Europa ed Europa!) Noi la crisi non la paghiamo.
Un governo degno di questo nome – un governo che esercitasse quella “primazia della politica” con la quale Monti fa i gargarismi – dovrebbe (magari di concerto con la Spagna, che è nelle stesse condizioni dell’Italia) porsi nei confronti dei creditori, che giocano in borsa sul rischio del default al mattino, e al pomeriggio invocano politiche che scongiurino il default, in modo molto duro: o il default unilaterale dell’Italia e della Spagna (come ha già fatto l’Islanda; come ha fatto dieci anni fa l’Argentina), o il dimezzamento del debito, e dei conseguenti tassi di interesse, attraverso la conversione dei titoli pubblici – a partire dai derivati – in titoli emessi dalla Banca Centrale Europea e garantiti da un tasso d’interesse fissato a livello politico. Italia e Spagna, a differenza della Grecia e dell’Islanda, sono too big to fail, troppo grandi per fallire: questa estrema debolezza è la vera forza dei due paesi.
Chiariamo un punto: quando Tremonti dice che «se ci fossero stati gli Eurobond questa finanziaria non sarebbe stata necessaria», dice, come sempre, una mezza verità. O meglio: incarta una menzogna in un foglio di verità. Nel documento del Consiglio Europeo che istituiva il Fondo Europeo di Stabilità Finanziaria (16-17 dicembre 2010) era infatti scritto a chiare lettere che «Si adegueranno le regole per prevedere la partecipazione dei creditori del settore privato in base a valutazioni caso per caso, in linea con le politiche dell’FMI. […] Per i paesi considerati solvibili in seguito all’analisi di sostenibilità del debito condotta dalla Commissione e dall’FMI di concerto con la BCE, i creditori del settore privato saranno incoraggiati a mantenere le rispettive esposizioni secondo le norme internazionali e pienamente in linea con le prassi dell’FMI». La prassi del Fondo Monetario Internazionale, com’è noto, è quella di concedere prestiti in cambio dell’attuazione di misure economiche e sociali che distruggono lo stato sociale e concedono mano libera al mercato: che è quello che, anche senza gli Eurobond, è stato fatto ieri con la Grecia, oggi con l’Italia (e domani sarà fatto con Spagna e Portogallo).
Cosa diversa sarebbe, invece, l’uso dei titoli europei governati non dal mercato ma dalla politica; la cui condizione di esistenza non è lo strangolamento dello stato sociale, ma la restituzione della cravatta al collo dei creditori – cioè delle Società d’Intermediazione Finanziaria che controllano i flussi creditizi mondiali.

Ma è possibile che un Monti, un Bersani, un Rutelli si facciano portatori della parola d’ordine del “diritto all’insolvenza”? In tutta evidenza, no. È possibile che questa parola d’ordine venga fatta propria da quei personaggi che, a torto o a ragione, sono investiti dalle aspettative di un radicale rinnovamento politico caciocavallo.jpg – Vendola e Landini, per capirci? Chissà. Forse. Finora, non è successo.
Ma è altrettanto certo che i movimenti non possono rimanere appesi a caciocavalleggiare in attesa di sapere se questo o quel possibile o virtuale leader di una sinistra cosiddetta radicale dirà “sacrifici” piuttosto che “default”. Le parole d’ordine, dopo tutto, sono fatte per essere imposte: con le lotte, se occorre.
Ed è altrettanto certo che le parole, da un anno a questa parte, hanno preso il valore e il peso delle pietre: dopo gli scontri in Val di Susa (ma ancor prima: dopo le giornate del dicembre 2010) è chiaro a tutti che espressioni come “acqua e aria sono beni comuni”, o anche: “cultura e istruzione sono beni comuni come l’acqua e la natura”, hanno un senso solo se si è disposti a difendere i beni comuni – meglio: i beni che afferiscono non a Tizio o a Caio, non al singolo né allo Stato, ma al comune – con la necessaria radicalità. Con una certezza: se è vero che non bisognerebbe mai rinchiudere le idee dentro un casco, è ancor più vero che nelle situazioni di pericolo il casco ti salva la vita. Chi ha orecchie per intendere, intenda.

«Stanno riordinando le sdraio sulla tolda del Titanic», disse nel suo ultimo discorso il leader nero Jeriko One: prendiamone atto, e regoliamoci di conseguenza. Nella consapevolezza che ai viaggiatori di terza classe non basterà conquistare la tolda: dovranno impossessarsi delle scialuppe, e lasciare che ad affondare col Titanic siano i signori in abito da sera, con i loro conti nelle banche in terraferma e l’insopportabile My heart will go on come lamento funebre.
Ognuno ha le sirene che si merita, dopo tutto – e quello che accade ai nostri cuori, sono cazzi nostri.

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16 agosto 2011

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fonte:  http://www.carmillaonline.com/archives/2011/08/003994.html

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Report 12 06 2011 – Let’s Make Money

Caricato da in data 15/giu/2011

Visita: http://www.utopie.it/economia_sostenibile.htmhttp://www.utopie.it/economia_sostenibile/finanza_etica.htmhttp://www.finansol.it/http://www.altromercato.it/it/finanzasolidalehttp://www.greenreport.it/_new/index.phphttp://www.tvpopolare.it/http://www.lettera43.it/
Tratto dalla puntata di Report ( Milena Gabanelli ) del 12/06/2011 (12 Giugno 2011) http://www.report.rai.it/dl/Report/Page-8200206a-0877-46c1-ab57-c774db2c6d38….
Documentario completo integrale italiano (ita)
LET’S MAKE MONEY DI ERWIN WAGENHOFER
Il regista Erwin Wagenhofer ha cercato di seguire il flusso dei nostri soldi, dalle banche alle assicurazioni, ai fondi pensione che possono decidere di prestare i nostri risparmi anche a chi specula alle nostre spalle. Dello speculatore che è anche il nostro debitore, spesso non sappiamo nulla. Soprattutto non sappiamo cosa fa per ripagare gli interessi sul prestito. Scopriremo così cosa hanno a che fare i nostri fondi pensione con la bolla immobiliare in Spagna o con la raccolta del cotone in Africa.
La speculazione è l’attività dell’operatore che entra sul mercato nel momento presente, presumendo degli sviluppi ad alto rischio il cui esito, positivo o negativo, dipenderà dal verificarsi o meno di eventi su cui egli ha formulato delle aspettative. Se l’evento aleatorio si manifesterà in linea con le aspettative, l’operazione speculativa avrà esito positivo, cioè produrrà un profitto, nel caso contrario si avrà una perdita.
La differenza con molte altre attività di investimento, anch’esse basate sul concetto di valore atteso, è che nell’attività speculativa il valore atteso non si fonda su stime statistiche robuste, o quantomeno significative, ma deriva da una attività previsiva puramente soggettiva. Si rifà a questa accezione il senso del termine usato in ambito filosofico di “produrre conseguenze da una asserzione priva di solida base”, che nella finanza equivale a dire produrre previsioni senza una solida base statistica. Ciò espone l’operatore speculativo a grandi rischi, i quali possono essere remunerati da altrettanto grossi guadagni, ma che possono anche portare al rapido fallimento del progetto speculativo e dell’azienda stessa.

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MARE DEL NORD – Continua la fuoriuscita di petrolio “Peggior incidente nell’area dal 2000”

MARE DEL NORD

Continua la fuoriuscita di petrolio
“Peggior incidente nell’area dal 2000”

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Non si ferma la perdita di greggio dalla piattaforma Gannet Alpha al largo delle coste scozzesi. Secondo gli esperti la situazione è grave. La Shell ammette di non essere riuscita a fermare il flusso, ma assicura che sta calando

Continua la fuoriuscita di petrolio "Peggior incidente nell'area dal 2000" La piattaforma Gannett Alpha

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ROMA – Cresce la paura per la perdita di petrolio nel mare del nord 1, al largo delle coste scozzesi: la fuoriuscita di petrolio dalla piattaforma Gannet Alpha, a 180 chilometri da Aberdeen, sulla costa orientale della Scozia, non si è fermata. Lo annuncia la Shell, senza fornire altri dettagli, nè fare alcuna previsione su quando sarà in grado di fermare la perdita.

Dopo giorni di silenzio e scarsa informazione, ieri il colosso anglo-olandese aveva stimato la perdita in 200 tonnellate di greggio, circa 1.300 barili: secondo gli esperti si tratta dell’incidente più grave nell’area dal 2000. Il colosso anglo-olandese ammette che si tratta di una fuoriuscita “significativa”, ma che andrebbe rallentando: la stima di oggi è che la quantità di petrolio riversata in mare sia scesa a 5 barili al giorno.

Secondo la Bbc ci sarebbe una seconda falla da cui fuoriesce il greggio, non ancora individuta con precisione. “Abbiamo un sistema sottomarino molto complesso, e la perdita si trova in una posizione difficile con molta vegetazione marina”, ha detto il responsabile Shell per l’esplorazione in Europa, Glen Cayley. Le squadre di sommozzatori sono al lavoro per individuare il punto della perdita.

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16 agosto 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/ambiente/2011/08/16/news/continua_perdita_mare_del_nord-20486288/?rss

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