Archivio | agosto 17, 2011

Facebook: minacce di morte contro la leader studentesca cilena Camila Vallejo

Facebook: minacce di morte contro la leader studentesca cilena Camila Vallejo

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Gennaro Carotenuto su http://www.gennarocarotenuto.it

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tumblr_lpy2l0vWMS1qahnz9o1_500Minacce di morte in Facebook. Tale Marcos Flores Conejeros, ha creato un evento in Facebook invitando ad assassinare la leader camila-vallejo.fotomorfosis-4studentesca cilena Camila Vallejo (foto).

Al momento della rimozione della pagina avevano “aderito” ben 24 persone.

Camila Vallejo ha preferito restare sul merito: “Sebastián Piñera non governa in nome di tutti i cileni ma solo per conto della Confindustria”. La leader studentesca ha quindi stigmatizzato che in vent’anni di governi di centro-sinistra “né Michelle Bachelet né i suoi predecessori (Aylwin, Frei, Lagos, ndr) hanno avuto il coraggio di smantellare il sistema educativo pinochetista. Non hanno avuto il coraggio e non hanno avuto la volontà politica”.

Intanto di fronte alla fermezza della protesta studentesca il regime neoliberale provoca e minaccia di schierare l’esercito in strada il prossimo 11 settembre, trentottesimo anniversario del golpe contro il governo democratico di Salvador Allende. Per la prima volta da molti anni l’anniversario del golpe si preannuncia caldissimo.

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15 agosto 2011

fonte:  http://www.gennarocarotenuto.it/16269-facebook-minacce-di-morte-contro-la-leader-studentesca-cilena-camila-vallejo/

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FARE SINISTRA – Una proposta alternativa al “rossobrunismo”


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Una proposta alternativa al “rossobrunismo”

Un’associazione fondata su temi concreti, non su speculazioni ideologiche, legata al perseguimento di un obiettivo sociale

http://www.rinascita.eu/mktumb640a.php?image=1313077380.jpg

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di Daniele Scalea

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Il direttore Gaudenzi, discutendo in un editoriale intitolato Note di buon augurio del progetto di “fronte comune” auspicato da “Rinascita”, mi ha fatto l’onore di citare esplicitamente il mio nome. Colgo la palla al balzo ed esprimo, in poche righe, il mio pensiero a riguardo.

Infatti, non mi sfuggono le forse insormontabili difficoltà relative ad un progetto di “fronte comune” che unisca gruppi convenzionalmente classificati come “sinistra” ad altri convenzionalmente classificati come “destra”. La triste parabola di “Sinistra Nazionale” (quando si sfrondò l’albero fino a lasciare un tronco spoglio), ben nota a chi oggi propone il “fronte comune”, dovrebbe essere di monito: allora, poi, si trattava di riunire sigle che venivano da un medesimo ambiente politico-culturale. Oggi non ci sarebbe più nemmeno quest’uniformità di fondo.

Gli alternativi, a “sinistra” come a “destra”, non sono mai riusciti ad unirsi: da una parte si sono frammentati per il settarismo, dall’altra per il ducismo, le rispettive malattie storiche ed esistenziali delle due frange. Se i “sinistri” non riescono ad unirsi coi “sinistri”, e i “destri” con i “destri”, quante possibilità vi sono che riescano ad unirsi i “sinistri” coi “destri”? Tanto più che due pregiudizi speculari separano gli uni dagli altri. Da un lato, l’antifascismo della “sinistra”. Dall’altro, se non un autentico anticomunismo, quanto meno l’anti-antifascismo della “destra”. Sintomatico che uno dei primi interventi sul “fronte comune” abbia sollevato la questione del 25 Aprile, vera pietra dello scandalo che si pone a muro invalicabile tra le due parti: da un lato idolatrato, dall’altro vituperato. Ed anche se il miracolo riuscisse, ed avvenisse una siffatta “convergenza delle estreme”, che si guadagnerebbe? Il “rossobrunismo” ha ormai un fascino ridotto a poche avanguardie politico-culturali, quasi esclusivamente concentrate a “destra”. Il clamoroso fallimento della lista “fascio-comunista” di Pennacchi a Latina è un altro segnale inquietante per simili progetti sincretici. Il gioco, a mio modestissimo avviso, non vale la candela.
Che si può fare allora?

La prima proposta alternativa che vorrei lanciare è questa: cominciare a contare le teste anziché i gruppi, le idee anziché le ideologie. Si cerchi d’avvicinare tra loro gli individui, soprattutto quelli qualificati (siano essi intellettuali o professionisti, giornalisti o imprenditori, politici o scienziati) ma non solo. Gli individui sono per natura più flessibili dei gruppi: la psicologia delle masse (cristallina fin da quando ne scrisse Le Bon) è al contrario improntata all’oltranzismo ed all’intolleranza. Morale: è più facile unire dei singoli che delle collettività.
Strettamente connesso al primo, il secondo punto: rinunciare a costruire una sintesi attorno a logiche movimentiste, ad ambizioni di bassa politica o, al contrario, di altissima (rivoluzioni epocali ecc.). Mirare modestamente ad un’associazione d’individui anziché ad irrealizzabili coalizioni di movimenti politici. Lasciando libero ogni individuo di scegliere se e come fare politica militante, di scegliere se e quale dottrina seguire, in una parola non imponendogli una fedeltà esclusiva: così diviene molto più facile stringere relazioni.
Puntare, insomma, su un’associazione ad hoc, formata attorno ad una determinata tematica, o comunque un paniere ristretto di temi, su cui si possa facilmente creare un consenso anziché perdersi in infinite diatribe dottrinarie. Un’associazione fondata su temi concreti, non su speculazioni ideologiche. Un’associazione a tempo, legata al perseguimento di un obiettivo ben preciso, raggiunto il quale il legame viene meno, a patto che non sopraggiungano nuovi temi comuni a fare da collante.

Non è difficile, nella situazione attuale, individuare un tema attuale, concreto, fondamentale, che possa fungere da collante per una siffatta associazione d’individui: l’assalto dei potentati stranieri ed interni che, strumentalizzando la crisi del debito pubblico (e magari fomentandola tramite una speculazione politicamente diretta), ricattano il nostro paese imponendo l’applicazione dei dettami neoliberali, intimando la resa al tristemente noto Washington Consensus. La loro ricetta di “risanamento” è nota: smantellamento dello Stato sociale, svendita del patrimonio pubblico, passaggio in mani straniere dell’industria e dei beni strategici italiani. Seguendo questa “cura”, forse, tra venti o trent’anni non saremo più indebitati, ma l’Italia sarà ridotta ad un paese del Secondo o Terzo Mondo. La classica cura peggiore del male.

Perché, allora, non mobilitare singoli di buona volontà – a prescindere che siano di “destra”, “sinistra” o “centro”, militanti o apolitici, conservatori o rivoluzionari – per difendere l’Italia da un attacco concreto, esiziale, che si sta consumando ora sotto i nostri occhi, anziché vagheggiare coalizioni politiche tanto rivoluzionarie quanto impraticabili?
Va da sé che, se il fine non vuol essere solo quello di fare testimonianza, ma d’opporre una resistenza concreta all’offensiva in corso contro l’Italia ed il suo popolo, si dovrà uscire anche dall’ottica della “convergenza delle estreme”, del rassemblement dei dissidenti d’ogni colore, per cercare invece appoggi anche all’interno del Sistema: dove certo non mancano persone che sarebbero disposte a difendere il paese nel presente e fatidico momento storico, in cui se ne sta decidendo il futuro.
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11 agosto 2011

fonte:  http://www.rinascita.eu/index.php?action=news&id=9998

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PAPABOY EMULO DI BREIVIK? – Terrorista cattolico preparava attentato contro gli “indignados”, i media italiani ‘glissano’..


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Giornata Mondiale Gioventù: Terrorista cattolico contro gli “indignados”, i media italiani glissano

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Gennaro Carotenuto su http://www.gennarocarotenuto.it

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José Albano Pérez Bautista, 24 anni, borsista post-laurea in chimica organica all’importante CSIC di Madrid, aveva tutte le competenze per mettere in pratica il suo piano criminale per il quale è ora in  carcere: fare una strage tra quanti osano protestare contro la multimilionaria visita di Benedetto XVI in Spagna per la Giornata mondiale della gioventù (JMJ la sigla in spagnolo).

Pérez Bautista si era fatto notare in alcuni siti ultracattolici e ultraconservatori e, quando è stata effettuata la perquisizione a casa sua, sono stati trovati materiali definiti “delicati” dagli inquirenti sulla possibile preparazione di esplosivi.

Per l’attentato contro i critici della JMJ Pérez Bautista, laureato in chimica a Puebla, in Messico, avrebbe contato di usare il gas sarin, lo stesso che nel 1995 i terroristi di Aum Shinriky usarono per gli attentati nella metropolitana di Tokio, in Giappone, che causarono 12 morti. Particolare ancora più “notiziabile”: Pérez Bautista era un volontario dell’organizzazione della “giornata mondiale della gioventù” ed è stato arrestato proprio nei locali di tali volontari. Rischia fino a 14 anni di carcere.

Centinaia di associazioni, riconducibili soprattutto al movimento degli “indignati”, stanno protestando in Spagna per le spese che lo Stato spagnolo ha destinato all’evento, superiori ai 50 milioni di Euro, in un paese che viaggia verso i 5 milioni di disoccupati e che ha tassi di disoccupazione giovanile intorno al 40%.

La notizia di un possibile nuovo Anders Breivik, il fondamentalista protestante norvegese autore della strage di Utoya lo scorso 22 luglio, ha avuto rilevanza in Spagna e nel resto del mondo ma è stata quasi completamente ignorata dai media italiani, nella malriposta convinzione che il terrorismo, le bombe, non facciano male indipendentemente dal colore e dalla religione ma siano buone a creare allarme sociale e consenso politico solo a senso unico.

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17 agosto 2011

fonte:  http://www.gennarocarotenuto.it/16299-terrorista-cattolico-contro-gli-indignados-i-media-italiani-glissano/#more-16299

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Province sul piede di guerra: “Applicare la Carta Costituzionale” / E la contestazione (provinciale) leghista fa saltare il comizio a Bossi

Castiglione: no a modifiche con dl

Province sul piede di guerra, applicare la Carta

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La Padania contro l'abolizione delle Province foto

Come si cambiaaaa….https://i2.wp.com/www.agrigentocronaca.net/wp-content/uploads/2010/06/note_musicali_3-115x110-80x76.jpg per non morireeeee!!! – fonte immagine

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Renzi: “Non si risparmia tagliandone solo alcune. L’ambizione di una classe dirigente dovrebbe essere quella di cambiare la storia e non la geografia”. Intanto si fa strada in Liguria l’idea di una maxi provincia Savona-Imperia, con sede ad Albenga

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Roma, 17-08-2011

Da tempo al centro dei progetti istituzionali riguardanti tagli e fusioni, le Province escono dall’ombra e dicono la loro, rilanciando la sfida al governo e ribadendo altresi’ che la volonta’ di rivedere l’assetto generale di questi enti era partito proprio mesi fa dall’Unione delle Province d’Italia.

E intanto Castiglione, il presidente dell’Upi, lancia il guanto di sfida, e – dopo aver convocato tra una settimana il board dell’Associazione “per contrastare gli interventi contro le Province previsti dalla Manovra” – tira in ballo la Costituzione e bacchetta chi non intende prendere in esame l’articolo 133 della Carta per avviare il mutamento delle circoscrizioni provinciali, conferendo cosi’ un ruolo da protagonista a Comuni e Regioni. Secondo Castiglione, che e’ anche presidente Pdl della Provincia di Catania, “non e’ pensabile immaginare un taglio delle Province al di fuori del percorso previsto dalla Costituzione. L’articolo 133 parla chiaro: il mutamento delle circoscrizioni provinciali nell’ambito di una Regione sono stabiliti con leggi della Repubblica, su iniziativa dei Comuni, sentita la stessa Regione”.

Quindi, rileva, “non si puo’ pensare di cambiare l’assetto istituzionale del Paese con un decreto legge”. In questo momento in Parlamento, ricorda, ci sono proposte di legge presentate da maggioranza e opposizione che vanno nella giusta direzione, spostando la competenza delle modifiche delle circoscrizioni provinciali dallo Stato alle Regioni. Noi riteniamo che questa sia la strada da percorrere, con l’attribuzione alle Regioni della facolta’ di definire un nuovo assetto del territorio, legando strettamente questo processo alle decisioni dei Comuni”.

Ad arricchire il range gia’ ampio delle proposte contribuisce anche Dario Galli, vicepresidente dell’Upi con delega al federalismo fiscale, ma soprattutto presidente leghista della Provincia di Varese. Che si dice sostanzialmente d’accordo sul principio di “razionalizzazione” che pervade il testo del governo, ma, spiega, “ritengo sbagliato non estenderlo anche alle Regioni piu’ piccole”. Solo a titolo di esempio, premette, “mi chiedo se una regione come il Molise, che conta circa 320 mila abitanti, può continuare a esistere con 20 consiglieri che ogni mese guadagnano dai 15 ai 20 mila euro, a fronte di un consigliere provinciale che invece si mette in tasca 100 euro come gettone di presenza”.

Intanto l’aria nelle Province si fa sempre piu’ pesante: “voglio spiegare a Bossi cosa significa la Manovra per una Provincia come la nostra”, afferma Gian Paolo Bottacin, presidente della Provincia di Belluno, “nel senso che non saremo in grado di far fronte ai servizi che sono previsti dalla legge”. Contro la soppressione di Province (e Comuni) si esprime anche Edmondo Cirielli, presidente della Provincia di Salerno, secondo il quale “per ottenere un risparmio irrisorio perdiamo un patrimonio di identita’, di cultura e di storia, che non e’ monetizzabile”.

Infine si fa strada in Liguria l’idea di una maxi provincia Savona-Imperia, con sede ad Albenga. Ne e’ convinta anche il sindaco leghista della cittadina Rosy Guarnieri, secondo la quale “l’ipotesi ideale per la Liguria sarebbe la suddivisione in due maxi province: quella di Levante, comprendente La Spezia e Genova, e quella di Ponente, con Savona e Imperia”.

“L’ambizione di una classe dirigente dovrebbe essere quella di cambiare la storia e non la geografia”. Lo ha detto Matteo Renzi, sindaco di Firenze, tornando a criticare la decisione di abolire alcune Province italiane, contenuta nella nuova manovra del Governo. “Il risparmio non e’ tagliare le Province ma semplificare tutto il quadro amministrativo”, ha affermato in una conferenza stampa. “Avrei voluto eliminarle tutte – ha aggiunto – quando ero io presidente della Provincia di Firenze. Adesso ci sono piu’ livelli istituzionali, quindi o si fa una cura dimagrante delle istituzioni rappresentative, oppure fai un discorso caso per caso. E’ il criterio che e’ sbagliato: il problema e’ decidere chi fa che cosa”.

 

Ecco di seguito una scheda con i costi di funzionamento, relativi al 2010, degli organi istituzionali.

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– ORGANI ISTITUZIONALI COSTI
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– Presidenza Consiglio ministri 628.000.000
– Organi a rilevanza costituzionale 546.900.000
– Organi costituzionali 1.986.000.000
– Uffici Governo e Stato sul territorio 464.800.000
TOTALE 3.626.300.000
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– Regioni 1.173.000.000
– Province 434.000.000
– Comuni 1.710.000.000
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TOTALE 3.317.000.000.

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fonte:  http://www.rainews24.it/it/news.php?newsid=155620

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Calalzo, Bossi annulla il comizio per evitare le proteste (dei leghisti)

Come ogni anno il Senatùr avrebbe dovuto tenere un discorso pubblico nel paese, prima di partecipare alla cena per il compleanno del ministro Tremonti. Ma l’evento è stato cancellato all’ultimo momento, per evitare la contestazione organizzata dal presidente della provincia di Belluno, Gianpaolo Bottacin, deciso a chiedere conto dei tagli varati dal governo e pronto alle dimissioni

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di Davide Vecchi

17 agosto 2011

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La Lega costretta a cancellare il comizio di Umberto Bossi per evitare le proteste non del Pd o del Movimento 5 stelle, ma dei suoi elettori. La base del Carroccio è talmente esasperata che ormai il partito è costretto a nascondere il Senatùr. E l’incontro non era previsto in una città ostile, ma in un paese da sempre rifugio della Lega per le vacanze: Calalzo di Cadore.

Qui Bossi e Roberto Calderoli vengono due volte l’anno. I primi di gennaio per l’ormai famosa cena degli ossi e a metà agosto per il compleanno di Giulio Tremonti che qui trascorre le sue vacanze estive – ha una casa a Lorenzago – e il 18 festeggia con i due amici leghisti e pochi altri intimi, con una cena all’hotel Ferrovia gestito dal Gino Mondin. La festa è sempre stata preceduta, il giorno prima, da un comizio di Bossi. Ma stamani è stato annullato: un gruppo di uomini del Carroccio, capitanati dal presidente della Provincia di Belluno, Gianpaolo Bottacin, hanno annunciato che sarebbero venuti a chiedere conto dei tagli.

A loro si è accodato il Partito Democratico, così stamani Mondin, organizzatore del comizio, ha deciso di annullare l’incontro dopo aver chiamato anche Calderoli. Ma il risultato è stato l’opposto: invece di fermare la protesta la ha alimentata. E a metà pomeriggio si è trovato all’ingresso dell’albergo Bottacin con la bandiera della provincia listata a lutto. Bottacin si è seduto sui tavoli all’esterno e si è messo ad aspettare Bossi e Calderoli che arriveranno a fine pomeriggio da Ponte di Legno.

“Non è una protesta”, ci tiene a dire Bottacin, “ma una semplice richiesta di chiarimento: i tagli della manovra mi costringono a chiudere la Provincia. Da Belluno mandiamo a Roma ogni anno 800 milioni di euro, ce ne arrivano indietro 25 circa e io solo di costo del personale ho 10,5 milioni di spese, il nostro territorio è colpito da seimila frane delle novemila che ogni anno si registrano in Veneto, poi dobbiamo spalare la neve, ci sono le scuole. Insomma la cancellino loro perché altrimenti devono mettermi in condizione di gestire il territorio”.

Bottacin è un leghista della prima ora. Finora ha tentato di risolvere i problemi parlando direttamente con Calderoli e Tremonti. Poi ha preso carta e penna e scritto anche al Capo dello Stato, Giorgio Napolitano. Che gli ha risposto. “Ma non può fare un decreto, deve agire il governo e questi qui invece continuano a tagliare”. E così ha deciso di venire a protestare di persona. “Voglio dire ai nostri ministri che così non si può andare avanti”, dice scuotendo la testa, mostrando delusione per il suo partito. “Io devo rispondere prima di tutto ai cittadini che mi hanno votato, a loro devo rendere conto, soltanto dopo mi preoccupo del colore di chi è che fa gli errori a Roma”. Da un sacchetto di plastica tira fuori un libro rilegato. Titolo: Tirate al petto. Lo mostra. “L’ho ricevuto pochi giorni fa, è un libro che il presidente della Provincia di Cosenza ha inviato a tutti i presidenti di Provincia italiani, ed è completamente pagato dal suo ente. Capisce? E io non ho i soldi per riparare le strade. Degli 800 milioni che ogni anno mandiamo a Roma magari alcuni sono stati regalati a Cosenza e li hanno spesi per questo. Non esiste, non esiste”.

I malpancisti leghisti aumentano ogni giorno. E per quanto Bossi si ostini a dire che nel partito non ci sono spaccature è la base a mostrare sempre più evidenti segni di staccamento dai vertici. Basti pensare allo scorso fine settimana, quando Bossi non si è presentato a Ponte di Legno fino a lunedì e dalle strade sono stati cancellati gli slogan che inneggiavano al Capo e che erano qui da dieci anni, lungo i tornanti del Tonale ad accompagnare chi saliva verso i rifugi montani. E ora arrivano persino all’hotel Ferrovia, ritiro storico dei leader del Carroccio. Gino Mondin, il proprietario, fuori dall’albergo ha appeso due cartelli: “Albergatore armato”. Per tenere lontano gli scocciatori certo, che nessuno avrebbe immaginato sarebbero stati leghisti.

A protestare arriverà a Calalzo anche il Partito Democratico. E’ stata creata una pagina facebook “comitato accoglienza Bossi Calderoli Tremonti” per pubblicizzarle la manifestazione: domani alle 17.30 e fino alle 23 circa trenta persone si presenteranno a volantinare contro i tagli alla Provincia. Ma l’opposizione è stata battuta dalla Lega che a protestare è venuta oggi. E Bottacin non ha intenzione di mollare. “A Bossi e Calderoli io dirò una cosa semplice: o ci date la possibilità di rispettare i cittadini fornendogli i servizi per cui pagano profumatamente Roma, oppure è inutile tenere aperta la provincia. Io sono pronto a dimettermi subito e devono farlo anche i tre ministri veneti, compreso Galan che il territorio lo dovrebbe conoscere piuttosto bene visto il suo passato, e i quattro deputati eletti a Belluno, a partire da Paniz che al governo si è ambientato e sembra sappia far valere le proprie idee quando vuole, e tutti i bellunesi che hanno incarichi negli enti. Così possiamo dare un bel segnale. Noi aiuti dallo Stato non ne riceviamo”.

E a Bossi che due giorni fa aveva semplificato dicendo che anche “i nostri amministratori son diventati terroni, aspettano i soldi”, Bottacin risponde chiaro: “Siamo noi che mandiamo i soldi a loro, qui non arriva niente. Se potessimo andremmo in Svizzera”. Non oltre confine, certo, ma un anno fa la Provincia aveva chiesto di poter indire un referendum per passare al Trentino Alto Adige e diventare come le province di Bolzano e Trento. “A Roma ce l’hanno bocciato, capito? Io devo dare delle risposte ai miei elettori quindi o mi mettono in condizione di poter almeno coprire le buche delle strade oppure la Provincia devo chiuderla o la aboliscano subito loro; aboliscano tutte le province ma basta scherzare con la gente, così non si può andare avanti”.

A sentirlo parlare sembra un esponente dell’opposizione. Tanta la rabbia, la delusione, l’indignazione. Nella Lega di territorio che si vanta di essere l’unico partito realmente presente e con un legame profondo con la base, un presidente di Provincia del Carroccio che parla in toni così critici nei confronti dei suoi ministri di riferimento non si era mai visto prima. Finora dal via Bellerio le voci negative sono sempre state azzittite, cancellate, commissariate. Questa volta invece è Bossi che è costretto a difendersi. E a Calalzo di Cadore, tra i leghisti, c’è già chi fotografa lo stato del partito con la solita delicatezza padana: “Ormai non possiamo neanche più esporlo come facevano con Breznev“.

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fonte:  http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/08/17/calalzo-bossi-comizio-proteste/151990/

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Darfur, ottimismo per l’italiano rapito «Sta bene, la liberazione è vicina»

Darfur, ottimismo per l’italiano rapito
«Sta bene, la liberazione è vicina»

Francesco Azzarà, operatore di Emergency, è stato catturato domenica. Il vicegovernatore: non pagheremo il riscatto

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di Marco Berti
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ROMA – «Le forze di sicurezza sudanesi stanno stringendo il cerchio attorno ai rapitori di Azzarà». Secondo il vicegovernatore del Darfur Abdul Karim Moussa, la vicenda dell’operatore di Emergency, sequestrato domenica scorsa da una banda sudanese per ora senza nome, dovrebbe essere prossima a un felice epilogo. Sempre secondo Moussa, l’italiano sta bene ed è ancora nella regione, mentre i suoi rapitori avrebbero avanzato una richiesta di riscatto. «Non abbiamo nessuna intenzione di pagare», ha infatti commentato.

Francesco Azzarà è finito nelle mani dei sequestratori domenica pomeriggio,
verso le 17.30 a Nyala, capitale del Sud Darfur, dove ha sede l’ospedale pediatrico di Emergency e dove l’uomo si occupa di logistica, mentre si stava recando in auto con alcuni colleghi sudanesi all’aeroporto. Un commando di uomini armati ha bloccato la vettura e ha prelevato Azzarà costringendolo a salire sulla loro auto.

Trentaquattro anni, originario di Motta San Giovanni, in provincia di Reggio Calabria, Azzarà è alla sua seconda missione a Nyala come operatore del Centro pediatrico che Emergency ha aperto nel luglio del 2010. Il suo sequestro ha stupito non poco lo staff di Emergency, in considerazione del fatto che il lavoro dell’ong italiana è particolarmente apprezzato da tutta la popolazione e dallo stesso governo sudanese. Basti pensare che in Sudan dal 2004 a oggi Emergency ha curato gratuitamente 176.203 persone nel Centro Salam di cardiochirurgia e nei due Centri pediatrici.

Il sequestro è avvenuto in un contesto politico e sociale drammatico: la regione dal 2003 è martoriata dalla guerra civile ed è vittima di una delle più gravi crisi umanitarie del mondo. La gente vive ancora nel terrore, nonostante i recenti accordi, divisa fra la fame e la morte, sotto l’incubo dei janjaweed, i Diavoli a Cavallo, mercenari al soldo del regime di Omar Hassan al Bashir (contro il quale il Tribunale penale internazionale ha spiccato un mandato di arresto per crimini contro l’umanità) che devastano villaggi, uccidono uomini, violentano donne e rapiscono bambini. Ed è proprio alla tribù nomade dei Rezegat, bacino di janjaweed, che alcune fonti locali hanno attribuito il sequestro di Azzarà, un’ipotesi che però non convince Rossella Miccio, coordinatrice del Progetto Sudan di Emergency. «Rezegat – spiega – è il 30 per cento della popolazione del Darfur, sarebbe come dire che in Toscana qualcuno è stato rapito da toscani». Allora? Secondo la Miccio «altri ritengono che invece sia stato portato più lontano, verso la zona di Jabel Marra dove i banditi che fanno capo alle tribù nomadi hanno le loro basi».

Il governatore del Darfur meridionale, Abdel Hamid Musa Kasha, ha invece accusato i ribelli, in particolare gli uomini di Ibrahim Khalil, capo del Jem, il Movimento giustizia ed eguaglianza, e Abdul Wahid al Nour dello Sla, l’Esercito di liberazione del Sudan.

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Mercoledì 17 Agosto 2011 – 09:30    Ultimo aggiornamento: 09:43
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Libia, continua l’avanzata dei ribelli. Voci su Gheddafi gravemente malato

Libia, continua l’avanzata dei ribelli
Voci su Gheddafi gravemente malato


Ribelle libico con un lanciamissili

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ROMA – I ribelli libici stanno continuando in queste ore l’avanzata verso Tripoli. Lo ha riferito l’emittente al-Jazeera, citando una nota dei ribelli, secondo cui le milizie anti-Gheddafi sono riuscite a conquistare un importante centro strategico tra la capitale e Sirte, la città natale del colonnello. Nel comunicato gli insorti hanno annunciato di aver preso il controllo di al-Heesha, 140 chilometri a ovest di Sirte, fino a oggi nelle mani delle forze lealiste. In precedenza i ribelli avevano riferito di essere entrati nell’importante città petrolifera di Zawiyah. Secondo al-Jazeera, gli insorti avrebbero catturato il responsabile della sicurezza della città e altri ufficiali dell’esercito fedeli a Gheddafi. Tripoli, tuttavia, ha comunicato che Zawiyah, come Brega, è ancora saldamente nelle mani dell’esercito.

Brega e Zawiyah, le due più importanti città petrolifere della Libia, sono
ancora saldamente nelle mani dell’esercito fedele al colonnello Muammar Gheddafi. Lo ha riferito il portavoce del governo di Tripoli, Moussa Ibrahim, smentendo le voci secondo cui i ribelli avrebbero conquistato i due importanti siti. Il portavoce, tuttavia, ha ammesso che gli insorti stanno avanzando a Sabratha e Salman, due città che distano solo 60 chilometri da Tripoli, mentre sono in corso feroci scontri a Gharyan, città strategica da cui passa la strada che collega la capitale alle montagne di Nafusa. Negli ultimi giorni sembra essersi intensificata l’offensiva degli insorti contro le truppe lealiste.

Ieri Mansur Saif al-Nasr, inviato a Parigi del Consiglio Nazionale di Transizione (Cnt) libico,
ha ammunciato che il conflitto è entrato in una «fase decisiva» e la vittoria contro i miliziani di Gheddafi è possibile «entro la fine del mese». Nelle stesso ore, il portavoce Nato per l’operazione Unified Protector, colonnello Roland Lavoie, ha spiegato che l’avanzata delle forze dei ribelli della settimana scorsa «rappresenta la più significativa conquista di posizioni da parte delle forze anti-Gheddafi degli ultimi mesi».

Il colonnello libico Muammar Gheddafi sarebbe gravemente malato. Lo hanno riferito a condizione di anonimato fonti libiche e straniere al quotidiano con sede a Londra, ma in lingua araba Asharq al-Awsat, senza aggiungere ulteriori dettagli a riguardo. La notizia è stata commentata da alcune fonti del Consiglio Nazionale Transitorio di Bengasi, secondo cui ci sarebbero dei rapporti medici che confermano le voci secondo cui Gheddafi sarebbe afflitto da una grave malattia. «Forse è per questo motivo – spiega un uomo del Cnt – che Gheddafi non si mostra in pubblico da tempo e preferisce rivolgersi ai suoi sostenitori con messaggi audio».

Fonti vicine alla famiglia del leader libico, contattate dal quotidiano, non hanno voluto commentare le indiscrezioni. Secondo Asharq al-Awasat, proprio il peggioramento delle sue condizioni di salute avrebbe spinto il colonnello a inviare il capo del suo ufficio presidenziale in Mali e a Djerba, in Tunisia, per incontrare rappresentanti francesi e britannici. L’obiettivo di Gheddafi sarebbe quello di assicurarsi un salvacondotto per lui e la sua famiglia.

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Mercoledì 17 Agosto 2011 – 13:08    Ultimo aggiornamento: 19:10
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“Giovanardi è disonesto”. Droga, nuovo affondo di Vasco

“Giovanardi è disonesto”
Droga, nuovo affondo di Vasco

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  • legalizziamolacanapa.org

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Accusato di voler favorire la diffusione degli stupefacenti, il rocker contrattacca: “Giovanardi confonde liberalizzazione e legalizzazione, che sono due cose completamente diverse. E’ scorretto”. Elogi invece al nuovo zar antidroga nominato da Obama

"Giovanardi è disonesto" Droga, nuovo affondo di Vasco

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Prosegue, senza esclusione di colpi, il “match” tra Vasco Rossi e il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega alle politiche antidroga, Carlo Giovanardi. Con un un nuovo intervento sulla sua pagina Facebook, il cantante sferra un violento attacco all’esponente del centrodestra, reo a suo avviso di essere “scorretto” e di confendere volutamente il dibattito usando parole a sproposito.

Scrive il rocker di Zocca: “E’ estremamente scorretto, egregio sig Giovanardi, continuare ad usare sempre la definizione “Liberalizzazione” della droga, quando si tratta invece di “LEGALIZZAZIONE” che è cosa ben diversa! Lei non può usare questi sotterfugi. Non è onesto, non è da Lei”. E ancora: “Liberalizzata è già adesso che si può trovare ad ogni angolo di strada! Legalizzarla significa metterla sotto controllo, sottrarne il mercato alla malavita e mettere delle regole chiare laddove al momento esiste solo la legge della giungla”.

Accusato dal sottosegretario di favorire la cultura degli stupefacenti (“Vasco Rossi continua a dare lezioni divagando su temi sui quali purtroppo può portare soltanto il contributo della sua esperienza personale”). il “Blasco” non ci sta e rispedisce al mittente le critiche: “Siamo tutti contro la droga! Non si può difendere un vizio! E siamo tutti per la cultura della vita. Si tratta solo di avere idee diverse su come contrastarne e scoraggiarne l’uso. Una cosa è certa.

Criminalizzare chi la usa è una cosa assurda. E’ come aggiungere un problema ad un altro problema. Un disperato, drogato, che ha già il problema di essere vittima di una feroce dipendenza, si trova ad averne (in aggiunta) un altro: quello della discriminazione e della galera! Il Proibizionismo non ha mai pagato e non ha mai risolto nulla”.

“Il drogato – conclude – non è un pericoloso criminale, ma un malato che soffre di una feroce dipendenza.
Chi sostiene il proibizionismo sostiene, di fatto, gli interessi della Mafia e della malavita”.

Sullo stesso tema, pochi minuti prima del suo affondo contro Giovanardi, la rockstar aveva invece elogiato le parole del nuovo “zar antidroga” americano: “Il ministro nominato da Obama per le politiche sugli stupefacenti (l’omologo del nostro Giovanardi ..!?) ha dichiarato che il problema, da questione di carattere ‘morale’, deve diventare una faccenda di carattere ‘sanitario’.  Si tratta di una storica inversione di tendenza da parte degli Stati Uniti sull’argomento Droga. Unitamente alla legge che ha di fatto legalizzato il consumo di marijuana nello stato della California affidando ai medici la possibilità di prescriverla attraverso le normali ricette, questa nuova posizione del governo americano lascia sperare che finalmente si cominci a usare il cervello al posto del manganello”.

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17 agosto 2011

fonte:  http://bologna.repubblica.it/cronaca/2011/08/17/news/giovanardi_lei_scorretto_droga_nuovo_affondo_di_vasco-20539590/?rss

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CRISI – Merkel e Sarkozy: Due leader scappati su Marte

Due leader scappati su Marte


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di Carlo Bastasin

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Visto con l’occhio dei mercati, l’atteso summit tra Merkel e Sarkozy si è svolto ieri su Marte, mentre sul pianeta Terra infuriava una grave crisi finanziaria e calava una stagnazione economica. I leader di Francia e Germania non hanno promosso il rafforzamento del fondo di stabilità finanziaria e hanno rinviato a fine crisi l’eventuale adozione degli eurobond. Hanno usato una retorica rotonda sull’integrazione futura, ma hanno chiuso occhi e orecchie sui problemi di oggi.

La debolezza della Francia, che rischia di perdere la tripla A, ha schiacciato la posizione di Sarkozy su quella minimalista della Merkel. L’unico risultato rilevante per la crisi attuale è stato che la cancelliera ha offerto una sponda a Sarkozy il cui obiettivo è evitare la sensazione di una distanza tra i due paesi, per non isolare la fragilità fiscale francese. Anche l’interessante progetto di una comune imposizione sulle imprese francesi e tedesche serve soprattutto a rafforzare l’immagine di uno spazio economico unico attraverso il Reno.

Le proposte avanzate ieri sono suggestive ma poco concrete. Quella di un “governo economico europeo” si riduce a incontri mensili tra gli “Heads”, i capi di Stato e di governo dei 17 che di fatto si riuniscono quasi mensilmente già da tre anni. L’idea di un’autorità tecnica e sopranazionale, come la Commissione, a capo delle scelte comuni è stata respinta.

La “regola d’oro”, cioè la costituzionalizzazione del pareggio di bilancio, è un sostituto purtroppo rozzo della credibilità politica. In questo quadro di salvaguardia delle prerogative nazionali sarà da vedere come verrà realizzata la tassazione delle transazioni finanziarie, un’iniziativa in sé interessante, ma su cui pesano incognite pratiche e forti interessi nazionali.

È sorprendente che un messaggio di generica ambizione sia venuto a poche ore dagli sconfortanti dati sulla stagnazione dei due paesi nel secondo trimestre dell’anno. L’arresto delle economie tedesca e francese è un riflesso della debolezza globale, ma anche dell’interdipendenza dei cicli economici in Europa. Rivela che è forse una finzione separare paesi deboli e paesi forti quando si condivide l’appartenenza alla stessa moneta e, come conseguenza, a una stessa realtà politica. La preoccupata astinenza dei consumatori tedeschi e degli investitori francesi è in parte conseguenza dell’incertezza prodotta dalla crisi nell’euro area. Non a caso la congiuntura è peggiorata in tutti i paesi a tripla A. Quale stabilità di reddito è garantita al contribuente tedesco dal pareggio di bilancio tra qualche anno se da una settimana all’altra può essere chiamato a salvare il governo greco o addirittura quello italiano? Quale rendimento deve avere un investimento in Francia, se il credito delle banche si ferma di colpo e i costi di finanziamento aumentano da un giorno all’altro?

Vista in questa luce, la lentezza della risposta europea è un fattore della stagnazione attuale. A sua volta il rallentamento delle economie aggrava la crisi: rende più difficili le politiche di austerità dei paesi indebitati e in ragione di ciò aumenta l’incertezza sul futuro dell’euro area.

Per uscire da questo circolo vizioso sarebbe necessario avere la famosa botte piena – una credibile disciplina di bilancio nel medio-lungo termine – e la moglie almeno alticcia – un po’ di stimolo economico subito per uscire dalla stagnazione.

Purtroppo le risposte convenzionali non sono disponibili: la Banca centrale europea dovrebbe fare un’inversione a U della propria politica di normalizzazione dei tassi (per altro già sospesa), la quale però rende politicamente accettabile l’interventismo con cui la Bce conduce le operazioni straordinarie di acquisto dei titoli pubblici dei paesi in crisi. Quanto a una politica fiscale di stimolo, oltre ad avere tempi lunghi ed effetti incerti, rischia di essere controproducente se condotta proprio nel mezzo di una crisi del debito.

Esiste una risorsa istituzionale in grado di offrire un allentamento rapido della tenaglia fiscale e al tempo stesso una disciplina di lungo periodo. Ma nella conferenza stampa di ieri Merkel e Sarkozy l’hanno allontanata. Si tratta della ricetta avanzata nel 2010 dal think tank Bruegel di emissione di bond comuni europei in corrispondenza però solo di una quota dei debiti pubblici nazionali. La proposta originaria, diversa da quella degli eurobonds, prevedeva titoli comuni europei fino al limite del 60% del debito pubblico di ogni paese.

Si trattava di una quota troppo elevata inizialmente. Sarebbe oggi più logico proporre un limite più basso, pari al 30-40% del pil. Questi bonds a tripla A ridurrebbero l’onere a carico di tutti i paesi indebitati e darebbero quindi subito uno stimolo alle economie. Rappresenterebbero inoltre un segno di determinazione politica comune che disperderebbe l’incertezza sulla tenuta dell’euro. Manterrebbero infine la disciplina sul lungo termine sui paesi indebitati che continuerebbero a pagare tassi elevati sul resto del loro debito e avrebbero un incentivo a portarlo verso la soglia dei nuovi bonds. Partire da una soglia bassa come il 30% consentirebbe di mettere in moto un meccanismo-calamita di incentivo e di integrazione: tanto maggiori fossero i miglioramenti fiscali e tanto più potrebbe essere alzata la soglia dei bond comuni in rapporto al pil, fino all’obiettivo massimo del 60%. Con questa formula le obiezioni tedesche cadrebbero. Se la Bundesbank calcola che convertire l’intero debito europeo in eurobonds costerebbe alla Germania 7 miliardi di euro all’anno in termini di più costoso servizio del debito tedesco (i tassi medi aumenterebbero), con una soglia di partenza bassa, il livello dei tassi tedeschi potrebbe addirittura diminuire grazie all’effetto liquidità dei nuovi bond e alla maggior certezza sul futuro dell’euro area.

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LA PUBBLICITA’ RIPORTATA APPARTIENE ALLA TESTATA DI PROVENIENZA DELL’ARTICOLO

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17 agosto 2011

fonte:  http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2011-08-17/leader-scappati-marte-085916.shtml?uuid=AagMiswD

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Cesio radioattivo a 100 km da Fukushima

Cesio radioattivo a 100 km da Fukushima

Intanto riparte reattore nucleare in isola nord Hokkaido

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Alti livelli di cesio radioattivo sono stati rilevati nei fanghi raccolti in un fosso accanto alla Corte distrettuale di Aizuwakamatsu, citta’ a circa 100 km a ovest dalla centrale nucleare di Fukushima.

L’isotopo rintracciato e’ stato misurato in concentrazioni di circa 186.000 becquerel per chilogrammo: secondo gli standard di sicurezza nipponici, i fanghi possono essere trasportati in discarica se il cesio radioattivo e’ pari o inferiore a 8.000 becquerel per chilo.

La corte ha disposto la messa in sicurezza dell’area e bandito l’accesso nelle immediate vicinanze del fosso, senza alcuna interruzione delle attivita’ giudiziarie.

VIA LIBERA AD AVVIO REATTORE IN HOKKAIDO – La Hokkaido Electric Power ha ottenuto il via libera dalle autorità della prefettura e quelle locali di Hokkaido, l’isola settentrionale del Giappone, per la riattivazione del reattore 3 da 912 megawatt della centrale nucleare di Tomari. Lo scrive l’agenzia Kyodo a conferma delle indiscrezioni di stampa circolate, secondo cui – se tutto dovesse filare liscio – il reattore sarebbe il primo a ripartire, dopo il fermo per i periodici lavori di manutenzione, dalla crisi di Fukushima, partita dal devastante sisma/tsunami dell’11 marzo.

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17 agosto 2011

fonte:  http://www.ansa.it/web/notizie/canali/energiaeambiente/nucleare/2011/08/17/visualizza_new.html_754729452.html

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