Archivio | agosto 20, 2011

CINEMA – “Rudolf Jacobs”: La storia di un nazista che diventa partigiano sbarca al Festival di Venezia

“Rudolf Jacobs”

La storia di un nazista che diventa partigiano sbarca al Festival di Venezia

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20 agosto 2011

  | Eloisa Moretti Clementi
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La Spezia – Un eroe etico, ma anche «un personaggio complesso», che «viveva nel suo tempo» e che «ha saputo compiere una scelta»: è Rudolf Jacobs nelle parole di Luigi M. Faccini, il regista di Lerici con alle spalle 45 anni di film e documentari, che ha girato il docufilm “Rudolf Jacobs: l’uomo che nacque morendo”, che farà parte della sezione “Controcampo” al prossimo Festival del Cinema di Venezia.

Un storia che affonda le radici nel suo territorio, quello compreso tra il borgo marinaro e le campagne di Sarzana: il 3 settembre del 1944, il capitano della Marina tedesca decise di passare dall’altra parte, con i partigiani della Resistenza, abbandonando i suoi privilegi, ma anche il “suo” Terzo Reich, sull’orlo della disfatta.

La sua storia eroica finirà tragicamente due mesi dopo.

Il film di Faccini, prodotto da Marina Piperno, sarà proiettato il 2 settembre a Venezia.

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fonte:  http://www.ilsecoloxix.it/p/la_spezia/2011/08/20/AOVBLLw-festival_partigiano_diventa.shtml

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Synopsis della storia

Nato nel 1914, Rudolf Jacobs era figlio di un importante architetto di Brema. Esperto in costruzioni difensive, venne destinato nel levante ligure per rafforzarne le coste, sulle quali Rommel temeva uno sbarco alleato. Visse in una splendida villa requisita, sulle alture di Lerici, e da lì diresse l’organizzazione TODT.
Alla Spezia era giunto nell’autunno del 1943. Passato alla Resistenza italiana il 3 settembre del 1944, morì due mesi dopo, esattamente il 3 novembre, mentre comandava un’azione contro le brigate nere acquartierate in un albergo di Sarzana. Sepolto in questa città, Rudolf Jacobs è insignito della medaglia d’argento al valor militare, mentre per lunghissimi anni, in Germania, fu considerato un “disperso”.

Chi lo conobbe dice che fosse alto, ossuto, gentile, con una buona conoscenza della lingua italiana. Nei paesi circostanti presto si vociferò di un tedesco, di nome Iaco, che sequestrava derrate alimentari agli accaparratori e le distribuiva gratuitamente alla popolazione affamata. I partigiani delle sap (squadre di azione patriottica) ne sorvegliarono i comportamenti, infine gli fu fatta giungere notizia delle ruberie commesse dai fascisti che dirigevano una cooperativa alla quale era affidata l’edificazione dei bunker costieri. Rudolf Jacobs allontanò i dirigenti fascisti, accettando di sostituirli con il fascista moderato che le sap lericine gli avevano proposto. Da quel momento, e per alcuni mesi, i cantieri della TODT ingaggiarono decine di disoccupati, salvandoli dalla deportazione in Germania. Con gli utili di quella cooperativa venne addirittura approntato un ospedaletto da campo partigiano. Poco tempo dopo Rudolf Jacobs rivelò la sua scelta di collaborare con la Resistenza e di combattere contro i propri connazionali.

Che cosa indusse Rudolf Jacobs ad abbandonare i privilegi che le sue funzioni progettuali e amministrative gli consentivano? Entrare nella Resistenza significava prenotare un incontro con la morte. Si potrebbe perfino pensare che desiderasse la morte, come espiazione di una colpa insopportabile, quella di essere stato anch’egli strumento dello sterminio hitleriano. Mobilitarsi contro Hitler, deporlo o ucciderlo, era diventato il progetto di molti tedeschi, ed anche il banco di prova di un eventuale armistizio con gli anglo-americani. Il fallimento del tentativo di von Stauffenberg, il 21 luglio 1944, fu un colpo mortale per la congiura di cui faceva parte persino il generale Rommel, eroe nazionale soprannominato “la volpe del deserto”. Hitler restò in vita e la guerra si inasprì, per quasi ancora un anno.
Rudolf Jacobs, invece di rassegnarsi alla prigionia in un campo alleato, dove sarebbe certamente finito prima di tornare in patria, scelse di battersi. Quando si presentò al comando della formazione partigiana Muccini seppe dire: «Darei la mia vita pur di abbreviare di un solo minuto questa guerra insensata…»

Sulla scelta di Rudolf Jacobs influì certamente l’eco delle stragi che le SS di Reder condussero contro le popolazioni di Sant’Anna di Stazzema, San Terenzo Monti, Vinca. Anche la notizia del bombardamento che rase al suolo Amburgo, città nella quale vivevano i suoi due figli e la moglie, dovette segnare la sua mente.

I partigiani sarzanesi scoraggiarono la sua volontà di combattere. Rudolf Jacobs poteva essere uno dei costruttori della Nuova Germania. Fu inutile. Dopo piccole azioni nelle quali aveva mostrato capacità di comando, con dieci dei suoi compagni, alcuni di nazionalità russa e polacca, tra i quali l’attendente austriaco che l’aveva seguito, e gli italiani che potevano assomigliare a soldati tedeschi, preparò l’attaccò al presidio delle “brigate nere” di Sarzana. Là dentro i fascisti torturavano i prigionieri politici e abusavano delle donne. Bisognava dare un segno di forza e giustizia alla città. All’ora di cena, in un buio 3 novembre del 1944, in dieci contro settanta, marciarono attraverso la città…
Rudolf Jacobs chiese, in tedesco, di conferire con il comandante. Aveva detto ai suoi: «Non appena la porta dell’albergo si dischiude ci si fa strada con i mitra e le bombe a mano…». Non fu così che avvenne. Jacobs sparò a chi gli aprì e si lanciò dentro l’albergo, ma la sua machinenpistole si inceppò. Venne colpito ripetutamente e ucciso. Anche l’attendente austriaco, che lo spalleggiava, fu colpito. Gli altri, dopo la sparatoria, si ritirarono, mentre il corpo di Rudolf Jacobs restava nelle mani dei fascisti. Un distaccamento della Muccini prese il suo nome e in suo nome combatté fino al 25 aprile 1945. Che un capitano tedesco avesse voluto condividere con loro la lotta di Liberazione dal nazifascismo ancora oggi è motivo di orgoglio in Lunigiana.
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Solo recentemente la sua città natale, Brema, ha potuto celebrare la scelta esemplare del suo concittadino. Non un “disperso”, né un “traditore”, ma un “maestro di pace e di civiltà”, degno di essere riconosciuto tra i protagonisti di una epopea che, oggi, nel percorso, seppur faticoso, dell’Unione Europea, cerca la strada della sua definitiva realizzazione.
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IL LIBRO – Ideologia, errori e generosità Quando a sinistra c’era “Dp” / Democrazia Proletaria nella storia della nuova sinistra

IL LIBRO

Ideologia, errori e generosità
Quando a sinistra c’era “Dp”

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Il 9 giugno 1991 si scioglieva a Riccione Democrazia Proletaria. A distanza di vent’anni, un libro di Matteo Pucciarelli ripercorre la storia del micropartito che, tra grandi illusioni e sbandate storiche, simboleggia un’era della politica scomparsa per sempre

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di CONCETTO VECCHIO

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Ideologia, errori e generosità Quando a sinistra c'era "Dp"

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Durante un congresso dell’ultrasinistra, nel bel mezzo di una discussione sui destini del comunismo, la moglie di un compagno prese il microfono e lanciò il suo sasso al marito che stava seduto alla presidenza: “Sai cosa ti dico? Che io ho ti ho fatto da serva per anni, per farti fare il grande dirigente. Ora c’è che mi sono stufata: ho trovato una persona che mi piace e me ne vado”. Nessuno dei 2500 delegati fiatò. La discussione seguì l’ordine del giorno.

Questa istantanea, raccolta da Matteo Pucciarelli in “Gli ultimi mohicani. Una storia di Democrazia proletaria” (Edizioni Alegre) 1 in libreria a vent’anni dalla fine di Dp (Riccione, 9 giugno 1991), ci dice, più di tante parole, quel che negli anni Settanta voleva dire la militanza in un partito della sinistra extraparlamentare: un mondo al cui altare sacrificare tutto se stessi.

Quindici anni dura la storia gracile di Democrazia proletaria – Dp – micropartito a sinistra del Pci. Nasce come cartello elettorale alle politiche del ’76, l’anno di massima espansione della sinistra, e la sua coalizione, del quale faceva parte anche Lotta Continua, convinta di far concorrenza al Pci prende subito una sonora sberla fermandosi a un misero 1,52 per cento. Ma allora, con il proporzionale senza sbarramento, era sufficiente a portare a Montecitorio sei deputati, tra cui il primo disoccupato organizzato Mimmo Pinto, che poi avrà un ruolo centrale nel Settantasette romano. La fondazione formale del partito avviene nel 1978, durante il sequestro Moro, al Jolly di via Tiburtina, esprimendo questa posizione: “Contro lo Stato, contro le Br”.

E’ un impasto di utopismo, ecologismo ante litteram e soprattutto critica al modello sovietico: tutte cose che viste con gli occhi di oggi appaiono incomprensibili. Nasce lì la vezzosa definizione del “piccolo partito delle grandi ragioni”. Dp non andò mai oltre l’1,7 per cento. Con Mario Capanna (nella foto con la bandiera del partito, ndr), che era finito a scrivere sul Giornale, espresse a lungo un europarlamentare. Ma anche diversi deputati e un senatore poi passato con i Verdi, Guido Pollice.

La guida del partito nei primi anni è affidata a Vittorio Foa. Molti dei dirigenti, come Giovanni Russo Spena, Gian Paolo Patta e Domenico Jervolino, vengono dalle fila cattoliche. Altri si sono fatti le ossa sulle barricate del ’68. Giuliano Pisapia fece giovanissimo il suo primo comizio proprio per Dp, a Rho. E’ di Dp anche Peppino Impastato, che la mafia di Tano Badalamenti uccide a Cinisi il giorno dell’assassinio di Aldo Moro, e della cui memoria ancora oggi tanti giovani giustamente si nutrono.

Ideali generosi, l’ideologia che tutto sussume, ma anche sbandate storiche. Il merito di Pucciarelli, un giornalista di 27 anni, e che ha speso un anno tra ricerche di archivio e interviste ai reduci, è di far risaltare quella militanza di minoranza come un modo di vivere: case vendute per finanziare il partito, stipendi da fame (i parlamentari cedevano l’80 per cento dell’indennità al partito perché bisognava avere la stessa busta paga degli operai). Russo Spena ricorda così lo sbandamento del ’77: “L’arrivo della droga a fiumi, famiglie che si rompevano, fu una crisi esistenziale per tanti di noi”. Ed è straziante il racconto sul suicidio di Marco Riva, 21 anni, uno dei redattori del Quotidiano dei lavoratori, l’organo del partito diretto da Daniele Protti e Vittorio Borelli, che si toglie la vita l’8 gennaio del 1979.

Si finisce sempre per avere nostalgia delle cose che non si sono vissute, e gli anni della grande ubriacatura ideologica – l’Italia dal 1968 al 1980 (l’anno della fine del terrorismo e della nascita di Canale 5)  –  continuano a produrre studi, libri, film. C’era il cancro del terrorismo a corrodere il Paese, ma in nessun periodo come negli anni Settanta si approvarono così tante riforme. La fede nella politica moltiplicava le reti di amicizie e conoscenze. Soprattutto, pur fra i tanti errori commessi, si aveva la sensazione che la storia avesse un senso: e questo viene fuori dal libro di Pucciarelli.

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20 agosto 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/politica/2011/08/20/news/democrazia_proletaria-19776849/?rss

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Democrazia Proletaria nella storia della nuova sinistra, in “Il calendario del popolo”, numero 589,
luglio/agosto 1995

Democrazia Proletaria nella storia della nuova sinistra


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di Sergio Dalmasso

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Con lo scioglimento di Democrazia Proletaria nel processo costituente di Rifondazione comunista (giugno 1991), è scomparsa, di fatto, l’ultima formazione della nuova sinistra italiana, erede e continuatrice di una stagione ricca di contraddizioni, anche di errori e di presunzioni, ma certamente significativa nella storia della sinistra e dell’intera società italiana.
La formazione dei “gruppi”, non più microcosmi legati solo a riferimenti ideologici o da richiami ad alcune delle eresie storiche nel movimento comunista, ma realtà corpose, spesso con forti legami nella società è un portato della seconda metà degli anni Sessanta che mette in discussione modi e pratiche consolidate e propone una rottura nella teoria e nei comportamenti.

Per la prima volta, la strategia dei partiti storici del movimento operaio italiano è messa in discussione da spinte di massa. Se al PSI viene rimproverata la pratica governativa sempre più subordinata (è del ‘64 la caduta del primo governo Moro l’unico a cui si possono attribuire intenti riformatori, è del ‘66 l’unificazione “socialdemocratica” con conseguente calo anche della tensione e del costume interni), il PCI è criticato anche duramente per la strategia gradualistica (è rimessa in discussione la “via nazionale”, quasi simbolico lo scontro in un dibattito, a Pisa, fra Togliatti ed Adriano Sofri), l’accettazione, anche se critica, della politica sovietica di coesistenza pacifica (nascono nel ‘64 i primi gruppi “filocinesi”), per le ambiguità irrisolte della sua linea complessiva (inizia una rilettura eterodossa della sua storia che coinvolge il rapporto Togliatti-Gramsci, la svolta di Salerno, l’unità nazionale…)1. Lo stesso PSIUP che su più punti (radicalità delle lotte di fabbrica e dello scontro internazionale) ha “scavalcato a sinistra” il PCI è giudicato come formazione ambigua, spesso “copertura a sinistra” del riformismo e del revisionismo (termine ideologico molto in uso).

Nel 1972, la prima presentazione elettorale della nuova sinistra si trasforma in un disastro. “Il Manifesto” che ha da poco consumato la sua uscita dal PCI e da un anno pubblica il quotidiano, non va oltre lo 0,7%, “Servire il popolo”, il più consistente dei gruppi m-l, raggiunge lo 0,2%, il “Movimento popolare dei lavoratori”, espressione di settori di dissenso cattolico e capitanato da Livio Labor lo 0,4%. Nella dispersione (oltre un milione di voti) è coinvolto il PSIUP, ormai in crisi frontale, che, nonostante l’1,8% non raggiunge il quorum. Se “Il Manifesto” riesce a reggere, MPL e PSIUP si sciolgono e confluiscono nel PSI e nel PCI.
Le minoranze di sinistra (per il MPL Russo Spena, ]ervolino, Migone, Bellavite, per il PSIUP Miniati, Protti, Ferraris e soprattutto Vittorio Foa) rifiutano l’ingresso nelle formazioni maggioritarie e scelgono di continuare un’esperienza di nuova sinistra. Nel dicembre ‘72 al congresso costitutivo di Livorno, nasce il Partito di Unità Proletaria (PdUP). Nel 1974, dopo complesse discussioni che anticipano le divisioni successive, la fusione fra PdUP e Manifesto dà vita al PdUP per il comunismo.

È questo l’anno in cui dalla miriade di gruppi e partitini emergono le tre forze maggiori: Lotta Continua, Avanguardia Operaia e appunto il PdUP per il comunismo. Lotta Continua sta lasciando alle spalle la fase “estremistica” e tenta di sistemizzare la propria impostazione. La indicazione di voto al PCI per le regionali del ‘75 nell’ipotesi del “PCI al governo” come base per una transizione al socialismo, va in questa direzione. Avanguardia Operaia, nata a Milano nel ‘68, si è progressivamente ingrandita attraverso aggregazioni di varie formazioni che le hanno permesso di assumere una dimensione nazionale. L’ipotesi di unificazione di tutta l’area leninista viene abbandonata a favore dell’incontro dell’ “area della rivoluzione” e anche l’atteggiamento verso il sindacato inizia a modificarsi.

Per le regionali del 15 giugno ‘75 AO e PdUP scelgono l’alleanza elettorale in 6 regioni e in vari comuni. In altre, il PdUP correrà da solo. In Piemonte AO da sola con la sigla “Democrazia operaia”. La sigla scelta dalle due organizzazioni è “Democrazia proletaria”. Era già stata proposta all’assemblea costitutiva del PdUP, nel 1972, ma bocciata dalla base che aveva rifiutato che in essa fosse compresa una parte del nome del partito (la DC) che da oltre 25 anni si combatteva.
La DC di Fanfani, già sconfitta al referendum contro il divorzio (maggio ‘74), subisce un nuovo tracollo. Si produce il più folte spostamento elettorale a sinistra del dopoguerra che avantaggia soprattutto il PCI (33%) la cui ipotesi di “compromesso storico” sembra offrire l’unica alternativa credibile alla trentennale egemonia democristiana. La sinistra conquista comuni, province, regioni. La tendenza sembra inarrestabile e tale da garantire prospettive certe di governo anche a livello nazionale. La nuova sinistra sfiora il 2% con punte positive in Toscana, in Calabria, a Milano. Inizia il dibattito sull’unificazione AO-PdUP.

L’area è, però, divisa su problemi di fondo. Al primo congresso nazionale del PdUP per il comunismo, le due vecchie anime tornano a polemizzare su questioni mai risolte: la presenza nel sindacato, i rapporti con il PCI, l’ipotesi del governo delle sinistre, la concezione del partito, la stessa unificazione con AO. Prevale, di poco, la componente del Manifesto (Magri, Castellina … ) su quella del PdUP (Miniati, Foa, Migone … ). Astenuto il piccolo gruppo che fa capo a Luigi Pintor.

DP cartello elettorale
A marzo, Lotta Continua modifica improvvisamente la propria scelta di voto al PCI e propone liste unitarie di tutta la nuova sinistra per le politiche anticipate (giugno ‘76). Il PdUP si spacca e accetta l’ipotesi unitaria solo davanti al fatto compiuto (rischio di scissione e rottura delle prospettive di unificazione con AO), ma contro l’indicazione della maggioranza degli iscritti. La sigla è “Democrazia Proletaria”. Nel simbolo, alla falce e martello sul mondo stilizzato del PSIUP e del PdUP, si sovrappone il pugno chiuso di Lotta Continua. I candidati di LC sono collocati fra gli ultimi posti delle liste. Si hanno, di fatto, due campagne elettorali parallele e spesso poco omogenee.
Il 20 giugno il PCI cresce ulteriormente (34,4%, suo massimo storico), ma non si verifica il sorpasso sulla DC che invece recupera, agitando il pericolo comunista. Crolla il PSI (sulla sconfitta inizierà l’era di Craxi).
A DP va poco più di mezzo milione di voti 0,5%). 6 i deputati: Magri, Milani, Castellina, Gorla, Corvisieri, Pinto (gli ultimi due subentrano a Foa, dimissionario, eletto in due circoscrizioni).

DP ha puntato sul governo delle sinistre e su una forte affermazione, capace di condizionarlo. Tutta la prospettiva si è rivelata errata. Inevitabile la crisi. Lotta Continua va, di fatto, ad un autoscioglimento. Al congresso nazionale di Rimini (autunno ‘76) l’organizzazione si frammenta per comparti sociali (operai, donne, giovani). La critica del femminismo è lacerante. È impossibile esercitare qualunque forma di direzione politica, occorre una rifondazione dal basso, praticata dai movimenti emergenti. Rinasce la vecchia matrice spontaneista, antileninista, per anni bloccata dalle mediazioni politiche e dalla “sterzata a destra” del gruppo dirigente. Nel PdUP e in AO esplodono più fortemente le contraddizioni irrisolte. Dopo vari tentativi di mediazione, soprattutto ad opera della componente sindacale, il PdUP si spacca nel febbraio ‘77.

Alcune federazioni tentano invano di rilanciare una ipotesi unitaria. Pesa fortemente anche la critica femminista al “vecchio modo di fare politica”. Anche Avanguardia Operaia si scinde, dopo che il segretario Aurelio Campi viene accusato di eccessivo appiattimento sul PdUP di Magri e messo in minoranza. Alle scissioni seguono le unificazioni fra le due “destre” e le due “sinistre”. Dopo lunghe trattative il nome e il simbolo del PdUP restano a Magri, Castellina e Campi. Quelli di Democrazia Proletaria alla “”costituente AO – PdUP Lega” (la Lega dei comunisti, presente soprattutto in Toscana e a Roma sua una delle più interessanti riviste dell’intera area, “Nuovo Impegno”)2.
Frammentato il gruppo parlamentare: 3 deputati al PdUP; 1 (Gorla) a DP; senza collocazione di partito Pinto, dopo lo scioglimento di LC; Corvisieri, lasciata Avanguardia Operaia con una forte polemica “da sinistra” e su posizioni di movimento, si avvicinerà in seguito al PdUP3.
Inizia il difficile processo di costituzione di DP partito, in una fase in cui fortissima è la critica verso la “forma partito” da parte dei movimenti che vanno formandosi, estendendosi e collocandosi in rottura frontale verso ogni struttura organizzata (a febbraio vi è la contestazione al comizio di Lama all’università di Roma, a settembre il convegno di Bologna contro la repressione).

La costituente di DP tenta di rapportarsi e di aprirsi ai nuovi movimenti e alla contestazione operaia (assemblea del Lirico, a Milano, nella primavera ‘77, opposizione alle scelte sindacali dell’EUR, febbraio 1978, in cui si evidenzia l’appoggio del sindacato alla scelta dei governi di unità nazionale).
La costituzione ufficiale avviene al 1° congresso nazionale (Roma, aprile ‘78) nel difficile tentativo di mantenere una prospettiva rivoluzionaria in una fase che non lo è (vengono superati facili “ottimismi” del “movimento”), di non cancellare il marxismo con facili liquidazioni che stanno passando anche nella sinistra, di dare espressione politica all’opposizione sociale (si scommette sulla non normalizzazione della situazione, sulla ricomposizione del blocco sociale).
Non semplici l’eterna questione della presenza o meno nel sindacato (l’opposizione ad alcune lotte autonome provoca difficoltà con la sinistra sindacale) e l’atteggiamento verso la violenza (anche se netta è l’opposizione al terrorismo – siamo nel periodo del rapimento Moro). Anche sul partito permangono differenze. Partitisti e movimentisti conviveranno per anni e con fasi alterne.

Il quotidiano dei lavoratori diventa l’organo del partito. Per i militanti nasce il periodico Democrazia proletaria. La rivista Unità proletaria, diretta prima da Daniele Protti, poi da Pino Ferraris, si qualifica e diventa utile strumento di riflessione (avrà sempre un carattere molto aperto). Molti e differenziati i campi di intervento, dalla tematica giovanile alla questione energetica (nasce il comitato per il controllo delle scelte energetiche e la battaglia antinucleare diventa terreno di aggregazione soprattutto per i giovani), dalla questione delle minoranze nazionali (convegno europeo a Cagliari nel febbraio 79) alla presenza nel radicarsi di un tessuto di radio di sinistra.

Il tonfo di Nuova Sinistra Unita
La crisi dei governi di unità nazionale nasce dall’impossibilità per il PCI di pagare ulteriori prezzi ad una politica di riforme promesse e mai attuate e di sostanziale logoramento del rapporto con la sua base sociale. L’impossibilità di formare una nuova maggioranza porta alle ennesime elezioni anticipate. Parte di DP propone liste unitarie di movimento e non di partito, aperte a PdUP e radicali e garantite da comitati locali, nati dalla base e capaci di controllare le candidature, la campagna elettorale e gli eletti. È una impostazione basista, portata a sopravvalutare la valenza politica dei movimenti, fortemente ispirata dalla sinistra sindacale. La proposta è avversata da alcune federazioni (soprattutto Milano e Trento) e da settori operai che ritengono verrebbe cancellata la centralità delle lotte di fabbrica all’interno di una alleanza generica e priva di priorità. L’assemblea nazionale di Bellaria (16/18 marzo 1979) rovescia parzialmente l’impostazione: se viene riproposta l’ipotesi di liste di movimento, si chiede venga mantenuto il simbolo di DP. Permangono, però, ambiguità e spinte divergenti. Pochi giorni dopo un documento firmato da esponenti della sinistra sindacale, di LC, del dissenso cattolico, da intellettuali, ripropone la lista unitaria di movimento.
In DP e sul suo quotidiano, il dibattito è intenso e mostra posizioni divaricate. Il PdUP rifiuta l’ipotesi unitaria e sceglie liste con proprio simbolo e con il Movimento lavoratori per il  ocialismo (MLS), erede del movimento studentesco della Statale.

Nonostante questo, DP accetta l’ipotesi di liste non di partito. Nasce Nuova Sinistra Unita (NSU). Aderiscono a NSU, oltre a DP, parte di Lotta Continua che nelle diverse scelte dei suoi leaders (Boato e Pinto radicali, alcuni con il PCI…) e dei suoi militanti (parte consistente verso l’area dell’autonomia) dimostra ora il suo autentico scioglimento, esponenti del dissenso cattolico, di Magistratura, Psichiatria e Medicina Democratica, delle radio libere, della sinistra sindacale che, però, non candida i suoi personaggi più significativi.
La campagna elettorale è generosa, ma priva di fisionomia, spesso velleitaria, somma di presunzioni e debolezze, incapace di definire in positivo un programma credibile. Si hanno differenze di impostazione e di proposta tra settore sociale, area geografica, età, come testimoniano le stesse esperienze televisive e si rivela impossibile consolidare nome e simbolo nuovi in poche settimane .

I risultati sono sconfortanti: l’8 giugno NSU raccoglie 300.000 voti (0,8%); pur in una sconfitta della sinistra (il PCI flette nettamente pagando gli anni dell’ “unità nazionale” e il PSI di Craxi stenta a decollare), il PdUP, inaspettatamente, riesce a raccogliere parte dello scontento nell’area del PCI e ad ottenere il quorum, proprio a Milano, dove la scelta per NSU ha provocato polemiche e difficoltà in Democrazia Proletaria.
DP si salva per il rotto della cuffia alle europee della settimana successiva (0,7% e 250.000 voti). Eletto Mario Capanna. È una boccata di ossigeno che dimostra una discreta tenuta e la possibilità di continuare.

Inevitabili le polemiche nel dopo-voto. Sotto accusa chi ha sostenuto la scelta di NSU. La campagna elettorale è giudicata negativamente per la mancanza di chiarezza, il velleitarismo e la presunzione. DP è stata indebolita proprio laddove (Milano, le fabbriche … ) aveva maggiori possibilità di affermazione. Inesistente la presenza su giornali e radio. Il Quotidiano dei lavoratori chiude per deficit. La mancanza di ogni finanziamento statale grava sulle realtà centrale e periferica.

DP partito
La continuazione dell’esistenza di DP è decisa dall’assemblea nazionale dei delegati (Arezzo, 7-8 luglio ‘79). Criticati l’eccessivo politicismo e partitismo della prima metà anni Settanta, ma anche e soprattutto l’eccessivo movimentismo dell’ultimo periodo. Si riafferma la centralità operaia. Si rilancia l’ipotesi di un partito strutturato, capace di offrire linea e direzione politica. Si consuma silenziosamente il distacco di parte consistente dell’ex PdUP (Foa, Miniati, Ferraris, Migone … ) contraria ad una stretta “partitista” e convinta della semplice possibilità di coordinamento di esperienze differenziate (per area geografica e comparto sociale).
Nel febbraio ‘80, ritorna in edicola Il quotidiano dei lavoratori (settimanale), si stabilizza il bollettino Democrazia proletaria.
Il secondo congresso nazionale (Milano, 31 gennaio – 3 febbraio 1980) riconferma le scelte della centralità operaia, nel tentativo di un più stretto rapporto tra classe operaia e nuovi movimenti per “l’unificazione proletaria e anticapitalistica” e la necessità di una struttura politica, rifiutando le critiche di marginalità e residualità con cui culturalmente e politicamente vengono vissute le forme organizzate. Sono respinte le ideologizzazioni per cui all’ “autonomia del politico” si contrappone “l’autonomia di un sociale” indistinto, non più considerato sede del conflitto di classe. Nette le scelte internazionaliste, favorite dall’ingresso a pieno titolo nel partito, di Mario Capanna. Molta attenzione alle difficoltà del PCI. Il congresso definisce compito di DP quello di intessere un dialogo con settori dell’area sociale e del corpo politico della sinistra storica, che si ritiene attraversata da profonda crisi di identità. DP superati residui ideologizzanti ed estremistici, può da un lato esaltare la propria specificità, dall’altro intervenire positivamente sulla “crisi” dei partiti storici e del sindacato.
Non si elegge un segretario politico, ma un direttivo di 28 componenti. Vittorio Foa, in commissione, svolge il suo ultimo intervento in DP, da cui si allontanerà immediatamente dopo.

Alle regionali di giugno crescono i voti, ma i seggi conquistati sono pochi. I 270.000 voti (0,9010) nelle 15 regioni in cui si vota danno appena tre seggi (Lombardia, Campania, Veneto). La mancata raccolta di firme in varie province impedisce l’elezione di consiglieri in Lazio e in Piemonte e premia invece il PdUP. Il seggio sfuma in Toscana e in Liguria per poche decine di voti.
È, comunque, il segno che DP può reggere e crescere e che è sfumato il disegno del PdUP di presentarsi come la “terza forza” del movimento operaio, l’unica a sinistra del PCI.

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CRISI – Unioncamere, in 2011 88mila posti lavori in meno

Crisi: Unioncamere, in 2011 88mila posti lavori in meno

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ultimo aggiornamento: 20 agosto, ore 15:09
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Roma, 20 ago. – (Adnkronos) – Nel 2011 ci saranno quasi 88mila posti di lavoro in meno (-0,7%). E’ quanto emerge dalle tabelle di un rapporto del centro studi Unioncamere dell’11 agosto. Dati alla mano, il saldo occupazionale e’ pari a -87.700, di cui quasi 60mila in meno nell’industria e il resto nei servizi.Piu’ colpito sara’ il Mezzogiorno (-41.200);poi il Nord-Ovest (-19.300); il Centro (-16.600) e il Nord Est (10.600).
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DATI CENSIS-UNIPOL – Solo il 28 % delle famiglie giovani riesce ad accumulare risparmi

DATI CENSIS-UNIPOL

Solo il 28 % delle famiglie giovani riesce ad accumulare risparmi

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Il 58,4 % spende tutto il reddito mensile e il 5% è costretta a indebitarsi. Oltre il 40 % poi, vive in una casa in affitto. L’8 % non può contare su alcun genere di patrimonio e il 42,6 % non ha alcun patrimonio immobiliare

Solo il 28 % delle famiglie giovani riesce ad accumulare risparmi

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ROMA – Le famiglie giovani riescono sempre meno a risparmiare. L’indebolimento economico dei lavoratori piu’ giovani e’ ormai un fenomeno di lungo periodo. E questa tendenza e’ destinata inevitabilmente a mettere a rischio la solidita’ patrimoniale delle famiglie italiane, erodendo la tradizionale propensione al risparmio.

Secondo i risultati del primo anno di lavoro del progetto “Welfare, Italia. Laboratorio per le nuove politiche sociali” di Censis e Unipol, sono le famiglie con persona di riferimento piu’ giovane quelle che meno delle altre sono riuscite a risparmiare nel corso dell’ultimo anno. Solo il 28,6% dei capofamiglia fino a 35 anni indica che la sua famiglia e’ riuscita a mettere da parte qualcosa, rispetto a una percentuale piu’ alta (il 38%) riferita ai capofamiglia di 45-54 anni. Sono infatti le famiglie piu’ giovani quelle che in quota maggiore spendono tutto il loro reddito mensile (il 58,4% contro la media del 52,5%) e che sono costrette a indebitarsi (il 5% contro la media del 3,7%).

Dall’osservazione dell’assetto patrimoniale delle famiglie italiane emerge in modo netto la debolezza dei nuclei piu’ giovani, particolarmente marcata in oltre la meta’ dei casi. L’8% non puo’ contare su nessun genere di patrimonio, e a queste si aggiunge il 42,6% che non ha nessun patrimonio immobiliare (contro il 16,8% medio).

Circa il 20% delle famiglie giovani (rispetto al 40% circa del totale delle famiglie) puo’ contare esclusivamente sulla prima casa (3,7%) o sulla prima casa e un conto in banca (19,1%). Il possesso di altri immobili o di investimenti e rendite riguarda circa il 23% di esse, contro il 36% riferito alla totalita’ delle famiglie italiane. Oltre il 40% delle famiglie giovani vive infatti in una casa in affitto.

E una ulteriore testimonianza della loro fragilita’ patrimoniale proviene proprio dall’analisi della condizione abitativa. Considerando l’insieme delle famiglie che non possiedono la casa in cui vivono, di nuovo sono le famiglie piu’ giovani a risultare le piu’ svantaggiate. L’83% di esse e’ in affitto da un privato (contro il 73,5% del totale delle famiglie non proprietarie), il 15,9% vive in una casa di un parente, e solo l’1% usufruisce di un affitto da un ente, che generalmente prevede canoni agevolati, a fronte del 9,5% del totale delle famiglie non proprietarie (percentuale che sale invece al 15% circa per i nuclei con persona di riferimento con 55 anni e piu’).

Nel dibattito pubblico le risorse rappresentate dal risparmio e dai patrimoni delle famiglie vengono frequentemente citate come un elemento di solidita’ del sistema economico nazionale. Ma questo discorso e’ destinato a essere sempre meno vero, se i giovani lavoratori, sulle cui spalle ricade prevalentemente il peso dell’incertezza economica, spesso senza alcun genere di ammortizzatori, non sono nelle condizioni di accantonare risorse per il futuro. E anzi mostrano, diversamente dai loro padri, una maggiore tendenza (e necessita’) a indebitarsi.

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20 agosto 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/economia/2011/08/20/news/solo_il_28_delle_famiglie_giovani_riesce_ad_accumulare_risparmi-20646409/?rss

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I missili di Israele sopra Gaza. Egitto richiama l’ambasciatore / VIDEO: Tony Benn to BBC If you wont broadcast the Gaza appeal then I will myself

Tony Benn to BBC If you wont broadcast the Gaza appeal then I will myself

Caricato da in data 20/ago/2011

this shows the double standard of the mainstream media when it comes to islam/muslim…

14 morti in palestina

I missili di Israele sopra Gaza
Egitto richiama l’ambasciatore

20 agosto 2011

  | E.Cap.
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Il Cairo – Nella notte, l’Egitto ha deciso di richiamare il suo ambasciatore in Israele, e contestualmente ha convocato l’ambasciatore israeliano al Cairo, per protestare contro l’uccisione, giovedì sera, di tre suoi agenti della sicurezza al confine con lo Stato ebraico.

Secondo la televisione di Stato egiziana, «l’Egitto ha deciso di richiamare il suo ambasciatore in Israele sino a quando non saranno presentate scuse ufficiali» da parte dello Stato ebraico. Allo stesso tempo, «il governo ha incaricato il ministro degli Esteri egiziano di convocare l’ambasciatore israeliano al Cairo in segno di protesta per le morti causate sul lato egiziano del confine dalle sparatorie dall’altro lato della frontiera».

Inoltre, il governo egiziano ha chiesto «un’inchiesta ufficiale congiunta per chiarire le circostanze dell’incidente, e che sia intrapresa un’azione legale per salvaguardare i diritti delle vittime e dei feriti egiziani».

Scambio di missili fra Gaza e Israele
Sinora, quattordici cittadini palestinesi hanno perso la vita a Gaza nel corso di una ventina di raid aerei israeliani condotti in seguito all’attacco di giovedì nel Neghev , a nord di Eilat.

In seguito a questi attacchi, il braccio armato di Hamas ha annunciato di non sentirsi più vincolato dalla tacita tregua con Israele, in vigore da poco più di due anni, ossia dal termine dell’operazione Piombo Fuso.

Nei raid delle ultime ore sono rimasti uccisi un responsabile del braccio armato della Jihad islamica, Moataz Qariqa (colpito a morte insieme con il fratello e con il figlio di 5 anni) e due altri miliziani della stessa organizzazione, colpiti nel campo profughi di El-Bureij.

L’altra notte, un razzo sparato da un veicolo israeliano ha ucciso anche Samed Muti Abed (25 anni), esponente dei Comitati di Resistenza popolare che, secondo Israele, sarebbero esponsabili del blitz a nord di Eilat.

Un portavoce militare di Tel Aviv ha precisato che l’aviazione ha colpito quattro diversi obiettivi, fra cui due tunnel scavati per consentire «la infiltrazione di terroristi in Israele». Altri attacchi sono stati condotti per «neutralizzare le cellule dei lanciatori di razzi».

Intanto, continuano senza sosta, da due giorni, i lanci di razzi palestinesi da Gaza verso la zona meridionale di Israele: da giovedì, secondo fonti militari, ne sarebbero stati sparati oltre 30: questa mattina, un razzo Grad sparato da Gaza è esploso a Beer Sheva, la città più popolosa del Neghev, ma non si ha notizia di vittime.

In precedenza, altri due razzi Grad erano caduti ad Ashdod, ferendo in modo grave tre operai palestinesi che avevano deciso di trascorrere la nottata in una zona aperta a sud della città. Un altro razzo è caduto a Ofakim, sempre nel Neghev.

Alla luce della situazione di emergenza, le autorità hanno vietato nel sud di Israele «assembramenti di ogni genere». Inoltre, sono state annullate alcune partite del campionato di calcio, che avrebbe dovuto riprendere oggi dopo la pausa estiva.

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fonte: http://www.ilsecoloxix.it/p/mondo/2011/08/20/AObqrLw-ambasciatore_richiama_israele.shtml

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Bossi: «L’Italia finisce male, prepariamoci alla Padania»

COMIZIO A SCHIO

Bossi: «L’Italia finisce male, prepariamoci alla Padania»

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fonte immagine

Dal Cadore al Vicentino. Il Senatur: «Tagliare le Province? Non si risparmia. La colpa è di Bankitalia che non vuole bene a questo governo»

Bossi a Schio (Galofaro)Bossi a Schio (Galofaro)

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SCHIO (Vicenza) – La mazurca estiva dei Santamonica, che trascina in pista ballerini agé dal passo leggero, aiuta a risollevare il morale del popolo leghista, deluso e amareggiato da questa estate tormentata dallo spread ma comunque deciso a dimostrare al Capo che «i veneti sono ancora con lui», nonostante tutto e tutti. Prova d’affetto e di fedeltà quanto mai necessaria, quella della sagra padana di Schio, una delle capitali del Veneto tutto sudore e partita Iva, dopo l’infelice «due giorni» cadorina di Umberto Bossi, trascorsa da recluso volontario all’hotel Ferrovia di Calalzo e chiusa con un’improvvisa partenza (fuga?) nel cuore della notte. Il piazzale asfaltato è affollato e sono tutti qui solo per lui, per il Capo, mentre i colonnelli si rincorrono tra le salamelle: «L’hai sentito? Viene? Che fa?». Perché se salta pure il secondo comizio in tre giorni, chi ha il fegato di prendere il microfono sul palco? Il popolo è adorante, ma fin lì. «I nostri militanti non mollano mai – sorride Angelo Chierico, anima del Carroccio del Basso Vicentino – ma i voti non ce li danno mica solo loro… C’è tanta gente, specie tra gli imprenditori, che non nasconde la sua delusione: da questo federalismo, onestamente, ci si aspettava di più».

I vertici sono allineati e ripetono il mantra del partito («E’ tutta colpa della crisi, nella Lega non c’è alcun problema, il federalismo ci salverà») ma si capisce lontano un miglio che ormai non ci credono più manco loro. È allora ai tavolacci che si respira il territorio vero, che ribolle e si ribella, quello fatto dei Renato e delle Lucia che ammoniscono col dito alzato: «Quella del Trota è una schifezza, finché regge la manina del papà ancora ancora lo sopportiamo ma che nessuno si sogni di portarlo a Roma perché qua scoppia un casino». Stefano Meneghello, vice sindaco di Brendola, è tra quelli che stanno nel mezzo e fa professione di fede: «Lo sa Bossi al governo e credo lo sappia bene anche Zaia in Regione, dobbiamo darci da fare. Mollare Berlusconi? E per andare dove, con chi?». Passano i minuti e il piazzale ormai tracima, ci sono pure i Cobas («Arriva?») e Francesco Munerini non smette di stringere mani: «Ciao sindaco! ». Ancora per poco. Il suo Comune, Tonezza del Cimone, 620 anime arrampicare sui monti, è destinato a sparire: «E pensare che io dal 2007 mi sono azzerato l’indennità, a me e a tutta la mia giunta. Ma che ci vuole fare, ormai siamo stanchi: stanchi di pagare per tutti, stanchi di dover sempre battagliare a Roma, stanchi di non avere i soldi per fare quello di cui i nostri Comuni avrebbero sempre bisogno». Pure lui sobbalza, quando all’ennesimo «arriva?» la risposta è finalmente «sì!». Bossi sale sul palco, accompagnato da Zaia e da Gobbo, e sa che c’è molto da spiegare, da giustificare. «È la Banca Europea che vuole che tagliamo qui e là e a qualcosa alla fine abbiamo dovuto dare un taglio. Dovevamo scegliere: le pensioni o gli enti locali? Alla fine ho pensato che gli enti locali se la sarebbero cavata in qualche modo».

Il pubblico ulula: «Via le Province». Lui va piatto: «No, sono una questione di identità e non si risparmierebbe nulla. E’ venuto un presidente, l’altro giorno, a fare casino in Cadore. Ma non aveva capito che era salvo». Il Senatùr ripete dieci volte «abbiamo salvato le pensioni», «facciamo gli interessi del Nord», «la colpa è di Bankitalia che non vuole bene a questo governo» e assicura: «Ci avete mandato a Roma e noi sappiamo cosa fare: non molliamo!». Ma nessuno si aspetti miracoli dal passaggio della manovra in parlamento: «Abbiamo la crisi che bussa alla porta: è una svolta storica, non una cosa da niente, la gente capisce che l’Italia sta finendo male e bisogna prepararsi al dopo, che per noi è la Padania ». Il pubblico, forse stremato dall’attesa, è tiepido e qualcuno azzarda: «Tagliate Roma, tagliate la politica». Lui se la cava con un «Padania libera!». Poi riprende il refrain dei popoli del Nord, prima di passare il microfono al segretario vicentino Maria Rita Busetti: «Il federalismo ci salverà!». Ma la replica del popolo è raggelante: fischi e rabbiosi «dov’è?», «dov’è?». Arriva?

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Marco Bonet
20 agosto 2011

fonte:  http://corrieredelveneto.corriere.it/veneto/notizie/politica/2011/20-agosto-2011/bossi-l-italia-finisce-male-prepariamoci-padania-1901326509829.shtml

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LIBIA – I ribelli: “Abbiamo preso l’aeroporto di Tripoli”

Cade Brega. L’ex n.2 abbandona Gheddafi

I ribelli: “Abbiamo preso l’aeroporto di Tripoli”

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Uno degli uomini che furono più vicini al leader libico Muammar Gheddafi, l’ex primo ministro Abdul Salam Jalloud, si sarebbe unito ai ribelli. Jalloud abbandona il rais. Tripoli bombardata. Gli Usa: Gheddafi non lascerà Tripoli. Fonti agenzia Fides: ribelli a Tripoli entro la fine del ramadan

Funerale di un combattente a BregaFunerale di un combattente a Brega

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Tripoli, 20-08-2011

I ribelli libici avrebbero preso il controllo dell’aeroporto internazionale di Tripoli. Ad affermarlo e’ la radio degli insorti a Misurata, ma nella guerra della propaganda l’informazione va presa con le dovute cautele. I ribelli annunciano di star muovendo verso le sedi della televisione e della radio di Stato. Alla battaglia per la conquista di Tripoli, della quale da’ notizia solo il Tripoli Post, starebbero prendendo parte migliaia di abitanti della citta’. Sulla capitale libica, afferma il corrispondente della BBC Matthew Price su Twitter, e’ in corso un bombardamento aereo della Nato.

Fonti agenzia Fides: ribelli a Tripoli entro la fine del ramadan
“Sappiamo che le forze dei ribelli si trovano a 50 km ad est e ad ovest di Tripoli” e “prima della fine del Ramadan entreranno a Tripoli”. E’ quanto riferisce l’agenzia Fides, citando fonti locali da Tripoli, che hanno chiesto l’anonimato per motivi di sicurezza. “Secondo diverse fonti i ribelli entreranno a Tripoli prima della fine del Ramadan e anzi hanno annunciato che intendono celebrare la conclusione del Ramadan qui in citta”‘, affermano gli interlocutori di Fides, secondo quanto riporta l’agenzia. Il Ramadan finisce il 29 agosto. “Molti temono – proseguono le stesse fonti – un bagno di sangue. Mentre una parte della popolazione ha lasciato la citta’, diversi di coloro che sono rimasti si trovano nella situazione ‘aspetta e guarda’. Secondo le voci che circolano in citta’ appena i ribelli vi entreranno, buona parte della popolazione passera’ dalla loro parte”, continuano le fonti di Fides. ‘Quindi se da una parte vi sono coloro che temono sanguinosi combattimenti, dall’altra vi sono persone che si aspettano un allineamento di buona parte della popolazione con i ribelli una volta che questi saranno entranti nella capitale” concludono le fonti.

I ribelli: ‘Controlliamo Brega’
I ribelli libici hanno annunciato oggi alla tv araba al Jazeera di aver conquistato il pieno controllo delllo strategico porto di Brega. Lontana da Tripoli (750 Km a est), Brega è considerata una città strategica per la vittoria dei ribelli, che affermano di controllare le sue importanti installazioni petrolifere, le principali del Paese.

Gli insorti hanno aggiunto di aver sofferto ingenti perdite nella conquista della città a causa delle mine piazzate dagli uomini fedeli a Muammar Gheddafi. Negli ultimi giorni i ribelli hanno catturato anche Zlitan, 160 chilometri a est di Tripoli, e Zawiya, 40 chilometri a ovest dalla capitale.

Addio colonnello
Uno degli uomini che furono più vicini al leader libico Muammar Gheddafi, l’ex primo ministro Abdul Salam Jalloud, si sarebbe unito ai ribelli. Lo annuncia la rete televisva ribelle Libya Hurra, aggiungendo che Jalloud è fuggito da Tripoli e si è unito agli insorti nella città di Zintan. La nuova defezione rappresenta un duro colpo per Gheddafi: Jalloud fu a fianco del leader libico nel colpo di Stato che lo portò al potere nel 1969. Primo ministro negli anni Settanta, era considerato il braccio destro del dittatore libico.

Gli USA: Gheddafi non lascerà Tripoli
Contrariamente a quanto sostengono alcuni, Muammar Gheddafi non ha intenzione di lasciare la Libia a breve e anzi e’ probabile che si stia preparando “a resistere fino all’ultimo”, dicono alla Cnn fonti dell’amministrazione Obama, interpellate in seguito al crescendo di voci che vorrebbero il colonnello ormai prossimo a prendere la via dell’esilio. Il leader libico, secondo le fonti, potrebbe invece avere optato per un’offensiva finale anche contro i civili, da lanciare dalle roccaforti che ancora controlla ma di cui è difficile prevedere la portata.

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Clicca!

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fonte:  http://www.rainews24.rai.it/it/news.php?newsid=155691

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