IL LIBRO – Ideologia, errori e generosità Quando a sinistra c’era “Dp” / Democrazia Proletaria nella storia della nuova sinistra

IL LIBRO

Ideologia, errori e generosità
Quando a sinistra c’era “Dp”

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Il 9 giugno 1991 si scioglieva a Riccione Democrazia Proletaria. A distanza di vent’anni, un libro di Matteo Pucciarelli ripercorre la storia del micropartito che, tra grandi illusioni e sbandate storiche, simboleggia un’era della politica scomparsa per sempre

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di CONCETTO VECCHIO

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Ideologia, errori e generosità Quando a sinistra c'era "Dp"

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Durante un congresso dell’ultrasinistra, nel bel mezzo di una discussione sui destini del comunismo, la moglie di un compagno prese il microfono e lanciò il suo sasso al marito che stava seduto alla presidenza: “Sai cosa ti dico? Che io ho ti ho fatto da serva per anni, per farti fare il grande dirigente. Ora c’è che mi sono stufata: ho trovato una persona che mi piace e me ne vado”. Nessuno dei 2500 delegati fiatò. La discussione seguì l’ordine del giorno.

Questa istantanea, raccolta da Matteo Pucciarelli in “Gli ultimi mohicani. Una storia di Democrazia proletaria” (Edizioni Alegre) 1 in libreria a vent’anni dalla fine di Dp (Riccione, 9 giugno 1991), ci dice, più di tante parole, quel che negli anni Settanta voleva dire la militanza in un partito della sinistra extraparlamentare: un mondo al cui altare sacrificare tutto se stessi.

Quindici anni dura la storia gracile di Democrazia proletaria – Dp – micropartito a sinistra del Pci. Nasce come cartello elettorale alle politiche del ’76, l’anno di massima espansione della sinistra, e la sua coalizione, del quale faceva parte anche Lotta Continua, convinta di far concorrenza al Pci prende subito una sonora sberla fermandosi a un misero 1,52 per cento. Ma allora, con il proporzionale senza sbarramento, era sufficiente a portare a Montecitorio sei deputati, tra cui il primo disoccupato organizzato Mimmo Pinto, che poi avrà un ruolo centrale nel Settantasette romano. La fondazione formale del partito avviene nel 1978, durante il sequestro Moro, al Jolly di via Tiburtina, esprimendo questa posizione: “Contro lo Stato, contro le Br”.

E’ un impasto di utopismo, ecologismo ante litteram e soprattutto critica al modello sovietico: tutte cose che viste con gli occhi di oggi appaiono incomprensibili. Nasce lì la vezzosa definizione del “piccolo partito delle grandi ragioni”. Dp non andò mai oltre l’1,7 per cento. Con Mario Capanna (nella foto con la bandiera del partito, ndr), che era finito a scrivere sul Giornale, espresse a lungo un europarlamentare. Ma anche diversi deputati e un senatore poi passato con i Verdi, Guido Pollice.

La guida del partito nei primi anni è affidata a Vittorio Foa. Molti dei dirigenti, come Giovanni Russo Spena, Gian Paolo Patta e Domenico Jervolino, vengono dalle fila cattoliche. Altri si sono fatti le ossa sulle barricate del ’68. Giuliano Pisapia fece giovanissimo il suo primo comizio proprio per Dp, a Rho. E’ di Dp anche Peppino Impastato, che la mafia di Tano Badalamenti uccide a Cinisi il giorno dell’assassinio di Aldo Moro, e della cui memoria ancora oggi tanti giovani giustamente si nutrono.

Ideali generosi, l’ideologia che tutto sussume, ma anche sbandate storiche. Il merito di Pucciarelli, un giornalista di 27 anni, e che ha speso un anno tra ricerche di archivio e interviste ai reduci, è di far risaltare quella militanza di minoranza come un modo di vivere: case vendute per finanziare il partito, stipendi da fame (i parlamentari cedevano l’80 per cento dell’indennità al partito perché bisognava avere la stessa busta paga degli operai). Russo Spena ricorda così lo sbandamento del ’77: “L’arrivo della droga a fiumi, famiglie che si rompevano, fu una crisi esistenziale per tanti di noi”. Ed è straziante il racconto sul suicidio di Marco Riva, 21 anni, uno dei redattori del Quotidiano dei lavoratori, l’organo del partito diretto da Daniele Protti e Vittorio Borelli, che si toglie la vita l’8 gennaio del 1979.

Si finisce sempre per avere nostalgia delle cose che non si sono vissute, e gli anni della grande ubriacatura ideologica – l’Italia dal 1968 al 1980 (l’anno della fine del terrorismo e della nascita di Canale 5)  –  continuano a produrre studi, libri, film. C’era il cancro del terrorismo a corrodere il Paese, ma in nessun periodo come negli anni Settanta si approvarono così tante riforme. La fede nella politica moltiplicava le reti di amicizie e conoscenze. Soprattutto, pur fra i tanti errori commessi, si aveva la sensazione che la storia avesse un senso: e questo viene fuori dal libro di Pucciarelli.

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20 agosto 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/politica/2011/08/20/news/democrazia_proletaria-19776849/?rss

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Democrazia Proletaria nella storia della nuova sinistra, in “Il calendario del popolo”, numero 589,
luglio/agosto 1995

Democrazia Proletaria nella storia della nuova sinistra


fonte immagine

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di Sergio Dalmasso

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Con lo scioglimento di Democrazia Proletaria nel processo costituente di Rifondazione comunista (giugno 1991), è scomparsa, di fatto, l’ultima formazione della nuova sinistra italiana, erede e continuatrice di una stagione ricca di contraddizioni, anche di errori e di presunzioni, ma certamente significativa nella storia della sinistra e dell’intera società italiana.
La formazione dei “gruppi”, non più microcosmi legati solo a riferimenti ideologici o da richiami ad alcune delle eresie storiche nel movimento comunista, ma realtà corpose, spesso con forti legami nella società è un portato della seconda metà degli anni Sessanta che mette in discussione modi e pratiche consolidate e propone una rottura nella teoria e nei comportamenti.

Per la prima volta, la strategia dei partiti storici del movimento operaio italiano è messa in discussione da spinte di massa. Se al PSI viene rimproverata la pratica governativa sempre più subordinata (è del ‘64 la caduta del primo governo Moro l’unico a cui si possono attribuire intenti riformatori, è del ‘66 l’unificazione “socialdemocratica” con conseguente calo anche della tensione e del costume interni), il PCI è criticato anche duramente per la strategia gradualistica (è rimessa in discussione la “via nazionale”, quasi simbolico lo scontro in un dibattito, a Pisa, fra Togliatti ed Adriano Sofri), l’accettazione, anche se critica, della politica sovietica di coesistenza pacifica (nascono nel ‘64 i primi gruppi “filocinesi”), per le ambiguità irrisolte della sua linea complessiva (inizia una rilettura eterodossa della sua storia che coinvolge il rapporto Togliatti-Gramsci, la svolta di Salerno, l’unità nazionale…)1. Lo stesso PSIUP che su più punti (radicalità delle lotte di fabbrica e dello scontro internazionale) ha “scavalcato a sinistra” il PCI è giudicato come formazione ambigua, spesso “copertura a sinistra” del riformismo e del revisionismo (termine ideologico molto in uso).

Nel 1972, la prima presentazione elettorale della nuova sinistra si trasforma in un disastro. “Il Manifesto” che ha da poco consumato la sua uscita dal PCI e da un anno pubblica il quotidiano, non va oltre lo 0,7%, “Servire il popolo”, il più consistente dei gruppi m-l, raggiunge lo 0,2%, il “Movimento popolare dei lavoratori”, espressione di settori di dissenso cattolico e capitanato da Livio Labor lo 0,4%. Nella dispersione (oltre un milione di voti) è coinvolto il PSIUP, ormai in crisi frontale, che, nonostante l’1,8% non raggiunge il quorum. Se “Il Manifesto” riesce a reggere, MPL e PSIUP si sciolgono e confluiscono nel PSI e nel PCI.
Le minoranze di sinistra (per il MPL Russo Spena, ]ervolino, Migone, Bellavite, per il PSIUP Miniati, Protti, Ferraris e soprattutto Vittorio Foa) rifiutano l’ingresso nelle formazioni maggioritarie e scelgono di continuare un’esperienza di nuova sinistra. Nel dicembre ‘72 al congresso costitutivo di Livorno, nasce il Partito di Unità Proletaria (PdUP). Nel 1974, dopo complesse discussioni che anticipano le divisioni successive, la fusione fra PdUP e Manifesto dà vita al PdUP per il comunismo.

È questo l’anno in cui dalla miriade di gruppi e partitini emergono le tre forze maggiori: Lotta Continua, Avanguardia Operaia e appunto il PdUP per il comunismo. Lotta Continua sta lasciando alle spalle la fase “estremistica” e tenta di sistemizzare la propria impostazione. La indicazione di voto al PCI per le regionali del ‘75 nell’ipotesi del “PCI al governo” come base per una transizione al socialismo, va in questa direzione. Avanguardia Operaia, nata a Milano nel ‘68, si è progressivamente ingrandita attraverso aggregazioni di varie formazioni che le hanno permesso di assumere una dimensione nazionale. L’ipotesi di unificazione di tutta l’area leninista viene abbandonata a favore dell’incontro dell’ “area della rivoluzione” e anche l’atteggiamento verso il sindacato inizia a modificarsi.

Per le regionali del 15 giugno ‘75 AO e PdUP scelgono l’alleanza elettorale in 6 regioni e in vari comuni. In altre, il PdUP correrà da solo. In Piemonte AO da sola con la sigla “Democrazia operaia”. La sigla scelta dalle due organizzazioni è “Democrazia proletaria”. Era già stata proposta all’assemblea costitutiva del PdUP, nel 1972, ma bocciata dalla base che aveva rifiutato che in essa fosse compresa una parte del nome del partito (la DC) che da oltre 25 anni si combatteva.
La DC di Fanfani, già sconfitta al referendum contro il divorzio (maggio ‘74), subisce un nuovo tracollo. Si produce il più folte spostamento elettorale a sinistra del dopoguerra che avantaggia soprattutto il PCI (33%) la cui ipotesi di “compromesso storico” sembra offrire l’unica alternativa credibile alla trentennale egemonia democristiana. La sinistra conquista comuni, province, regioni. La tendenza sembra inarrestabile e tale da garantire prospettive certe di governo anche a livello nazionale. La nuova sinistra sfiora il 2% con punte positive in Toscana, in Calabria, a Milano. Inizia il dibattito sull’unificazione AO-PdUP.

L’area è, però, divisa su problemi di fondo. Al primo congresso nazionale del PdUP per il comunismo, le due vecchie anime tornano a polemizzare su questioni mai risolte: la presenza nel sindacato, i rapporti con il PCI, l’ipotesi del governo delle sinistre, la concezione del partito, la stessa unificazione con AO. Prevale, di poco, la componente del Manifesto (Magri, Castellina … ) su quella del PdUP (Miniati, Foa, Migone … ). Astenuto il piccolo gruppo che fa capo a Luigi Pintor.

DP cartello elettorale
A marzo, Lotta Continua modifica improvvisamente la propria scelta di voto al PCI e propone liste unitarie di tutta la nuova sinistra per le politiche anticipate (giugno ‘76). Il PdUP si spacca e accetta l’ipotesi unitaria solo davanti al fatto compiuto (rischio di scissione e rottura delle prospettive di unificazione con AO), ma contro l’indicazione della maggioranza degli iscritti. La sigla è “Democrazia Proletaria”. Nel simbolo, alla falce e martello sul mondo stilizzato del PSIUP e del PdUP, si sovrappone il pugno chiuso di Lotta Continua. I candidati di LC sono collocati fra gli ultimi posti delle liste. Si hanno, di fatto, due campagne elettorali parallele e spesso poco omogenee.
Il 20 giugno il PCI cresce ulteriormente (34,4%, suo massimo storico), ma non si verifica il sorpasso sulla DC che invece recupera, agitando il pericolo comunista. Crolla il PSI (sulla sconfitta inizierà l’era di Craxi).
A DP va poco più di mezzo milione di voti 0,5%). 6 i deputati: Magri, Milani, Castellina, Gorla, Corvisieri, Pinto (gli ultimi due subentrano a Foa, dimissionario, eletto in due circoscrizioni).

DP ha puntato sul governo delle sinistre e su una forte affermazione, capace di condizionarlo. Tutta la prospettiva si è rivelata errata. Inevitabile la crisi. Lotta Continua va, di fatto, ad un autoscioglimento. Al congresso nazionale di Rimini (autunno ‘76) l’organizzazione si frammenta per comparti sociali (operai, donne, giovani). La critica del femminismo è lacerante. È impossibile esercitare qualunque forma di direzione politica, occorre una rifondazione dal basso, praticata dai movimenti emergenti. Rinasce la vecchia matrice spontaneista, antileninista, per anni bloccata dalle mediazioni politiche e dalla “sterzata a destra” del gruppo dirigente. Nel PdUP e in AO esplodono più fortemente le contraddizioni irrisolte. Dopo vari tentativi di mediazione, soprattutto ad opera della componente sindacale, il PdUP si spacca nel febbraio ‘77.

Alcune federazioni tentano invano di rilanciare una ipotesi unitaria. Pesa fortemente anche la critica femminista al “vecchio modo di fare politica”. Anche Avanguardia Operaia si scinde, dopo che il segretario Aurelio Campi viene accusato di eccessivo appiattimento sul PdUP di Magri e messo in minoranza. Alle scissioni seguono le unificazioni fra le due “destre” e le due “sinistre”. Dopo lunghe trattative il nome e il simbolo del PdUP restano a Magri, Castellina e Campi. Quelli di Democrazia Proletaria alla “”costituente AO – PdUP Lega” (la Lega dei comunisti, presente soprattutto in Toscana e a Roma sua una delle più interessanti riviste dell’intera area, “Nuovo Impegno”)2.
Frammentato il gruppo parlamentare: 3 deputati al PdUP; 1 (Gorla) a DP; senza collocazione di partito Pinto, dopo lo scioglimento di LC; Corvisieri, lasciata Avanguardia Operaia con una forte polemica “da sinistra” e su posizioni di movimento, si avvicinerà in seguito al PdUP3.
Inizia il difficile processo di costituzione di DP partito, in una fase in cui fortissima è la critica verso la “forma partito” da parte dei movimenti che vanno formandosi, estendendosi e collocandosi in rottura frontale verso ogni struttura organizzata (a febbraio vi è la contestazione al comizio di Lama all’università di Roma, a settembre il convegno di Bologna contro la repressione).

La costituente di DP tenta di rapportarsi e di aprirsi ai nuovi movimenti e alla contestazione operaia (assemblea del Lirico, a Milano, nella primavera ‘77, opposizione alle scelte sindacali dell’EUR, febbraio 1978, in cui si evidenzia l’appoggio del sindacato alla scelta dei governi di unità nazionale).
La costituzione ufficiale avviene al 1° congresso nazionale (Roma, aprile ‘78) nel difficile tentativo di mantenere una prospettiva rivoluzionaria in una fase che non lo è (vengono superati facili “ottimismi” del “movimento”), di non cancellare il marxismo con facili liquidazioni che stanno passando anche nella sinistra, di dare espressione politica all’opposizione sociale (si scommette sulla non normalizzazione della situazione, sulla ricomposizione del blocco sociale).
Non semplici l’eterna questione della presenza o meno nel sindacato (l’opposizione ad alcune lotte autonome provoca difficoltà con la sinistra sindacale) e l’atteggiamento verso la violenza (anche se netta è l’opposizione al terrorismo – siamo nel periodo del rapimento Moro). Anche sul partito permangono differenze. Partitisti e movimentisti conviveranno per anni e con fasi alterne.

Il quotidiano dei lavoratori diventa l’organo del partito. Per i militanti nasce il periodico Democrazia proletaria. La rivista Unità proletaria, diretta prima da Daniele Protti, poi da Pino Ferraris, si qualifica e diventa utile strumento di riflessione (avrà sempre un carattere molto aperto). Molti e differenziati i campi di intervento, dalla tematica giovanile alla questione energetica (nasce il comitato per il controllo delle scelte energetiche e la battaglia antinucleare diventa terreno di aggregazione soprattutto per i giovani), dalla questione delle minoranze nazionali (convegno europeo a Cagliari nel febbraio 79) alla presenza nel radicarsi di un tessuto di radio di sinistra.

Il tonfo di Nuova Sinistra Unita
La crisi dei governi di unità nazionale nasce dall’impossibilità per il PCI di pagare ulteriori prezzi ad una politica di riforme promesse e mai attuate e di sostanziale logoramento del rapporto con la sua base sociale. L’impossibilità di formare una nuova maggioranza porta alle ennesime elezioni anticipate. Parte di DP propone liste unitarie di movimento e non di partito, aperte a PdUP e radicali e garantite da comitati locali, nati dalla base e capaci di controllare le candidature, la campagna elettorale e gli eletti. È una impostazione basista, portata a sopravvalutare la valenza politica dei movimenti, fortemente ispirata dalla sinistra sindacale. La proposta è avversata da alcune federazioni (soprattutto Milano e Trento) e da settori operai che ritengono verrebbe cancellata la centralità delle lotte di fabbrica all’interno di una alleanza generica e priva di priorità. L’assemblea nazionale di Bellaria (16/18 marzo 1979) rovescia parzialmente l’impostazione: se viene riproposta l’ipotesi di liste di movimento, si chiede venga mantenuto il simbolo di DP. Permangono, però, ambiguità e spinte divergenti. Pochi giorni dopo un documento firmato da esponenti della sinistra sindacale, di LC, del dissenso cattolico, da intellettuali, ripropone la lista unitaria di movimento.
In DP e sul suo quotidiano, il dibattito è intenso e mostra posizioni divaricate. Il PdUP rifiuta l’ipotesi unitaria e sceglie liste con proprio simbolo e con il Movimento lavoratori per il  ocialismo (MLS), erede del movimento studentesco della Statale.

Nonostante questo, DP accetta l’ipotesi di liste non di partito. Nasce Nuova Sinistra Unita (NSU). Aderiscono a NSU, oltre a DP, parte di Lotta Continua che nelle diverse scelte dei suoi leaders (Boato e Pinto radicali, alcuni con il PCI…) e dei suoi militanti (parte consistente verso l’area dell’autonomia) dimostra ora il suo autentico scioglimento, esponenti del dissenso cattolico, di Magistratura, Psichiatria e Medicina Democratica, delle radio libere, della sinistra sindacale che, però, non candida i suoi personaggi più significativi.
La campagna elettorale è generosa, ma priva di fisionomia, spesso velleitaria, somma di presunzioni e debolezze, incapace di definire in positivo un programma credibile. Si hanno differenze di impostazione e di proposta tra settore sociale, area geografica, età, come testimoniano le stesse esperienze televisive e si rivela impossibile consolidare nome e simbolo nuovi in poche settimane .

I risultati sono sconfortanti: l’8 giugno NSU raccoglie 300.000 voti (0,8%); pur in una sconfitta della sinistra (il PCI flette nettamente pagando gli anni dell’ “unità nazionale” e il PSI di Craxi stenta a decollare), il PdUP, inaspettatamente, riesce a raccogliere parte dello scontento nell’area del PCI e ad ottenere il quorum, proprio a Milano, dove la scelta per NSU ha provocato polemiche e difficoltà in Democrazia Proletaria.
DP si salva per il rotto della cuffia alle europee della settimana successiva (0,7% e 250.000 voti). Eletto Mario Capanna. È una boccata di ossigeno che dimostra una discreta tenuta e la possibilità di continuare.

Inevitabili le polemiche nel dopo-voto. Sotto accusa chi ha sostenuto la scelta di NSU. La campagna elettorale è giudicata negativamente per la mancanza di chiarezza, il velleitarismo e la presunzione. DP è stata indebolita proprio laddove (Milano, le fabbriche … ) aveva maggiori possibilità di affermazione. Inesistente la presenza su giornali e radio. Il Quotidiano dei lavoratori chiude per deficit. La mancanza di ogni finanziamento statale grava sulle realtà centrale e periferica.

DP partito
La continuazione dell’esistenza di DP è decisa dall’assemblea nazionale dei delegati (Arezzo, 7-8 luglio ‘79). Criticati l’eccessivo politicismo e partitismo della prima metà anni Settanta, ma anche e soprattutto l’eccessivo movimentismo dell’ultimo periodo. Si riafferma la centralità operaia. Si rilancia l’ipotesi di un partito strutturato, capace di offrire linea e direzione politica. Si consuma silenziosamente il distacco di parte consistente dell’ex PdUP (Foa, Miniati, Ferraris, Migone … ) contraria ad una stretta “partitista” e convinta della semplice possibilità di coordinamento di esperienze differenziate (per area geografica e comparto sociale).
Nel febbraio ‘80, ritorna in edicola Il quotidiano dei lavoratori (settimanale), si stabilizza il bollettino Democrazia proletaria.
Il secondo congresso nazionale (Milano, 31 gennaio – 3 febbraio 1980) riconferma le scelte della centralità operaia, nel tentativo di un più stretto rapporto tra classe operaia e nuovi movimenti per “l’unificazione proletaria e anticapitalistica” e la necessità di una struttura politica, rifiutando le critiche di marginalità e residualità con cui culturalmente e politicamente vengono vissute le forme organizzate. Sono respinte le ideologizzazioni per cui all’ “autonomia del politico” si contrappone “l’autonomia di un sociale” indistinto, non più considerato sede del conflitto di classe. Nette le scelte internazionaliste, favorite dall’ingresso a pieno titolo nel partito, di Mario Capanna. Molta attenzione alle difficoltà del PCI. Il congresso definisce compito di DP quello di intessere un dialogo con settori dell’area sociale e del corpo politico della sinistra storica, che si ritiene attraversata da profonda crisi di identità. DP superati residui ideologizzanti ed estremistici, può da un lato esaltare la propria specificità, dall’altro intervenire positivamente sulla “crisi” dei partiti storici e del sindacato.
Non si elegge un segretario politico, ma un direttivo di 28 componenti. Vittorio Foa, in commissione, svolge il suo ultimo intervento in DP, da cui si allontanerà immediatamente dopo.

Alle regionali di giugno crescono i voti, ma i seggi conquistati sono pochi. I 270.000 voti (0,9010) nelle 15 regioni in cui si vota danno appena tre seggi (Lombardia, Campania, Veneto). La mancata raccolta di firme in varie province impedisce l’elezione di consiglieri in Lazio e in Piemonte e premia invece il PdUP. Il seggio sfuma in Toscana e in Liguria per poche decine di voti.
È, comunque, il segno che DP può reggere e crescere e che è sfumato il disegno del PdUP di presentarsi come la “terza forza” del movimento operaio, l’unica a sinistra del PCI.

CONTINUA A LEGGERE QUI (pdf, pag. 5)

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