Archivio | agosto 23, 2011

CINEMA – Squillo sul Web, il film choc


fonte immagine – se ti interessa vedere il film puoi scaricarlo qui con u-torrent

Squillo sul Web, il film choc

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Una studentessa francese su dieci si prostituisce per mantenersi agli studi. Trovando i clienti via Internet. Ora una dura pellicola di Emmanuelle Bercot prova a raccontare questo fenomeno crescente e sommerso

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di Roberto Escobar

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“C’è chi si vende e c’è chi lo compra”, dice Joe (Alain Cauchi) a Laura (Déborah François). I due sono in una camera d’albergo, seduti sul letto. Lei ha appena compiuto 19 anni, e studia lingue all’università. Lui le ha detto d’averne 50, di anni, ma è più vicino ai 60. Si sono “incontrati” su Internet, mesi prima. Joe aveva bisogno di un po’ di fantasia erotica e di ragazze giovani – così le aveva scritto – e Laura invece di qualche centinaio di euro per mangiare e pagarsi l’affitto. Niente di immorale, insiste ora il suo cliente: tutto è consumo e mercato, ed è giusto che lo sia.

Non è questo il momento più crudo di “Student Services” (“Mes chères études”, Francia, 2010, 103′), che Emmanuelle Bercot ha scritto e girato per la televisione francese. Ben altre sono le umiliazioni cui Laura s’adatta, e che il film non ci risparmia. Eppure la misera ideologia liberistica di Joe è, o sarebbe potuta essere, il cuore di questa storia triste.

Sostiene la Bercot che, per mantenersi all’università, molte studentesse francesi (il 10 per cento) si prostituiscono. Il suo film parte dunque da un interesse statistico e sociologico. E come per lo più non si sa, la sociologia è una pessima compagna del cinema. Lo porta a banalizzare, a ridurre a numero e quantità quanto è individuale, singolare. E individuali e singolari sono o dovrebbero essere le speranze, le decisioni, i compromessi, le angosce di Laura, e certo anche la sofferenza e lo squallore degli incontri con i suoi clienti.

E’ una prostituta, o non lo è? E potrebbe mai aiutarla, il suo Benjamin (Mathieu Demi)? Questo si domanda Laura, man mano che s’adatta a vendersi. Più d’una volta, la macchina da presa della Bercot sa cogliere e mostrare le ombre che attraversano il viso e l’anima della sua protagonista. Insieme fragile e decisa, Laura non è solo una vittima. In fondo, e nonostante la miseria dei suoi incontri, resta padrona se non del proprio corpo almeno – così sembra – del proprio futuro.

Potrebbe essere duro e profondo, il film della Bercot. Ma glielo impedisce il pregiudizio statistico da cui si muove. Che cosa sente Laura? Che cosa vuole Laura? Quali fantasmi incatenano Laura all’ideologia di Joe? In tutte queste domande, e soprattutto nell’ultima, quel che conta è Laura, appunto. E però, più che a lei e alla sua singolarità, la Bercot finisce per interessarsi al “10 per cento” cui lei dovrebbe appartenere. La sociologia può funzionare (forse) in televisione, ma è una pericolosa compagna del cinema.

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22 agosto 2011

fonte:  http://espresso.repubblica.it/dettaglio/squillo-sul-web-il-film-choc/2158749

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TABU’ MANOVRA: NON SOLO VATICANO, ANCHE MEDIASET – Quei tre miliardi regalati alle tv

Intervista

Quei tre miliardi regalati alle tv

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Tra i tabù della manovra non c’è solo il Vaticano, ma anche Mediaset. A cui il governo dà in omaggio quelle frequenze che in tutta Europa le emittenti devono pagare profumatamente. Un gigantesco conflitto d’interesse che deruba gli italiani. Colloquio con Vincenzo Vita

(23 agosto 2011)

Vincenzo Vita Vincenzo Vita
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di Alessandro Longo
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Lo Stato potrebbe raggranellare circa tre miliardi di euro dalla vendita delle frequenze tv (frutto del passaggio al digitale terrestre) alle emittenti, ma preferisce regalarle. E così, non solo rinuncia a quei soldi, ma è anche costretto a sborsare di tasca propria 240 milioni di euro. Questo paradosso porta la firma di Paolo Romani, ministro allo sviluppo economico, e adesso l’opposizione, complice il clima della manovra bis da “lacrime e sangue”, tenta l’ultima carta per evitare l’obbrobrio. «Entro fine settimana presenteremo l’emendamento al decreto sulla manovra per imporre la vendita delle frequenze con un’asta competitiva», spiega Vincenzo Vita, senatore Pd. Le speranze di rovesciare la sorte sono ben poche, va detto subito: «L’argomento colpisce in pieno il conflitto di interessi».

L’Agcom e il ministero hanno deciso di non fare un’asta ma di regalare le frequenze alle emittenti con un “beauty contest”. E hanno anche deciso di favorire Mediaset riservandole le frequenze più pregiate (leggi).

Senatore Vita, che speranze ha il suo emendamento?
«I tempi sono giusti: la manovra bis chiede sacrifici straordinari agli italiani. E’ il momento che paghino anche le tv nazionali, invece di avere gratis quello che nel resto del mondo invece si paga. I bilanci dei governi di Francia, Germania, Regno Unito si reggono in parte anche grazie all’assegnazione onerosa delle frequenze. L’Italia fa come al solito eccezione. Eccezione che però in questa fase è ancora più difficile da far mandare giù agli italiani».

Un’asta quanti soldi potrebbe portare allo Stato?
«Stimiamo circa tre miliardi. Ricordiamo che agli operatori tlc il governo sta per assegnare le frequenze liberate dal digitale terrestre con un’asta che ha 2,4 miliardi di euro come base minima».

Una proposta del Pd chiedeva al governo di non regalare quelle frequenze alle tv nazionali. Ma di tenerne libere alcune, per altri utilizzi. Proposta ignorata- si è preferito dare un surplus di risorse alle nazionali- e quindi ora il governo è costretto a togliere frequenze alle emittenti locali per fare l’asta da 2,4 miliardi. Risultato: per risarcirle, dovrà versare 240 milioni di euro, come stabilito dal ministro Tremonti…
«Esatto! Fare un favore a Mediaset non è solo un mancato guadagno, ma anche un assurdo spreco di soldi».

Va bene, ma Romani può dirvi: ormai è cosa fatta; il bando del beauty contest è già uscito. C’è disciplinare di Agcom, un regolamento del ministero… Il beneplacito della Commissione europea, persino.
«Sì, ma non è detta l’ultima parola. C’è ancora tempo: l’asta si apre il 6 settembre e il 5 settembre gli emendamenti saranno discussi in aula».

D’accordo, ma quante speranze avete, concretamente?
«Poche, ma non nessuna. E’ una battaglia difficile ma sostenibile. Con quei soldi potrebbe ridare copertura allo Stato sociale, alla Cultura, all’editoria. Perché fare un favore a Mediaset deve venire sempre prima di ogni altra considerazione?».

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MESSICO – Ciudad Juárez: lo sterminio di una famiglia di attivisti per i diritti umani

Ciudad Juárez: lo sterminio di una famiglia di attivisti per i diritti umani

familia-reyesFamilia Reyes

A Donna Sara, 76 anni, originaria di un paesino vicino a Ciudad Juárez, nel Nord del Messico, hanno già ammazzato quattro dei suoi dieci figli, un nipote e una cognata, tutti militanti per i diritti umani. Adesso, dopo l’ennesimo sequestro, tutta la famiglia chiede asilo negli Stati Uniti

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di Gennaro Carotenuto

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CIUDAD JUÁREZ – Tredici persone della famiglia Reyes Salazar si sono presentate venerdì ad uno dei ponti internazionali che uniscono Ciudad Juárez (Chihuahua, Messico) a El Paso (Texas, Stati Uniti). Da poche ore, nel Municipio di Guadalupe, 60 chilometri a sud-est nella Valle di Juárez, che corre lungo la frontiera e chiave per il passaggio di droga verso gli USA, era stata sequestrata una loro familiare, Isela Hernández Lara, ennesima violenza in uno Stato, il Chihuahua, dove si sono concentrati un terzo dei 50.000 morti della guerra per il narcotraffico voluta dal presidente messicano Felipe Calderón. Il sequestro era il triste definitivo segnale che per quella famiglia, impegnata da sempre sul fronte dei diritti umani, non ci sarebbe stata né pietà né protezione da parte dello Stato.

La persecuzione era cominciata a novembre 2008. Julio César Reyes Reyes, nipote di Sara, fu sequestrato e assassinato. Colpivano sua madre, Josefina Reyes Salazar, da oltre un decennio una figura pubblica nei movimenti contro i femminicidi, per i diritti umani e contro la militarizzazione della lotta al narcotraffico. Denunciò in maniera dettagliata le responsabilità dell’esercito messicano nel sequestro e nell’assassinio del giovane. La Procura della Repubblica neanche aprì un’inchiesta.

Per zittirla un altro figlio di Josefina, Miguel Ángel, fu arrestato per spaccio. Giurando sull’innocenza del ragazzo, Josefina entrò in sciopero della fame. Ne ottenne la liberazione per vederselo riarrestato poche settimane dopo. Josefina fu assassinata il 3 gennaio del 2010 sulla porta del suo negozietto di barbacoa, carne arrostita alla messicana. Ad agosto fu la volta del fratello Rúben che cadde sotto i colpi dei sicari con le mani bianche di farina dopo una notte a fare il suo lavoro di panettiere.

Il 9 febbraio 2011 Marisela e Claudia, si presentarono a denunciare –in una città di 1.5 milioni di abitanti dove l’impunità è assoluta- il sequestro di Magdalena, Elías e Ornela, moglie di quest’ultimo. Sull’auto dove viaggiava con i due figli e la cognata c’era anche Donna Sara e un nipotino. Le sorelle decisero di accamparsi sotto il tribunale di Ciudad Juárez per esigere –come da decenni i parenti dei desaparecidos fanno in questo Continente- la restituzione in vita dei familiari.

In risposta fu bruciata la casa di Donna Sara, a meno di cento passi da una caserma dell’Esercito. Allora andarono a Città del Messico, sotto il Senato della Repubblica: “non abbiamo né denaro né conoscenze; possiamo solo chiedere giustizia” disse Marisela. Appena tre politici, tra i quali il candidato di centro-sinistra alla presidenza, Andrés Manuel López Obrador, vollero incontrarle. La riunione fu interrotta dalla notizia del ritrovamento dei tre corpi torturati, riesumati da una fossa clandestina: tanto vi basti, sembravano dire quei poveri resti.

Francia, Canada, Venezuela e Stati Uniti offrirono asilo politico all’intera famiglia. “Grazie –affermò Marisela- restiamo qui, e comunque non andremo negli Stati Uniti, paese che consideriamo corresponsabile di ciò che avviene da noi”. I Reyes Salazar, come molte delle associazioni di Ciudad Juárez, denunciano sistematicamente che la maggior parte dei crimini verrebbe da parte delle forze armate che, concordano molteplici osservatori, tra i quali Anabel Hernández, sono parte in causa in una guerra per il controllo dell’export di droga verso gli Stati Uniti.

Le accuse di anni degli attivisti, confermate questa settimana dal New York Times, stigmatizzano il ruolo del vicino del Nord. Chi si oppone diviene un nemico comune per tutti i contendenti e sono almeno venti, solo negli ultimi tre anni, gli attivisti per i diritti umani assassinati. Nello scorso giugno la famiglia ha partecipato alla “Carovana per la pace con giustizia e dignità”, della quale figura principale è il poeta Javier Sicilia, che ha unito Città del Messico a Juárez, 2.000 km più a nord. Olga (la sua testimonianza), altra figlia di Sara, era al fianco di Sicilia alla testa del corteo.

La risposta a tanta dignità, in questo agosto juarense, è stata il sequestro di Isela. Un sequestro, insieme alla richiesta d’asilo che Sara e i suoi figli avevano sempre cercato di evitare, che grida al mondo quanto ingannevole sia la politica orchestrata dal governo Calderón. Se neanche ad una sola famiglia, da anni nell’occhio del ciclone, è stato possibile garantire sicurezza, tutto quanto propagandato ai quattro venti dal governo è una irresponsabile, se non criminale, illusione.

Gennaro Carotenuto su http://www.gennarocarotenuto.it

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23 agosto 2011

fonte:  http://www.gennarocarotenuto.it/16340-ciudad-jurez-lo-sterminio-di-una-famiglia-di-attivisti-per-i-diritti-umani/#more-16340

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LIBIA – Vescovo di Tripoli: Spero ancora in una riconciliazione. Sulla Nato: E’ orribile vantarsi di aver bombardato per 6 mesi la popolazione civile

LIBYA COMPOUND

by APTN MUST SEE plus

23/08/2011 Rebels on Tuesday stormed Moammar Gadhafi’s fortress-like Bab al-Azizya compound in Tripoli, after an all-day battle against forces loyal to the longtime leader

LIBIA

Vescovo di Tripoli: Spero ancora in una riconciliazione

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di Bernardo Cervellera

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Mons. Giovanni Martinelli prevede che vi sarà una forte resistenza della città contro i ribelli. Per portare la pace nel Paese , è necessario il dialogo, anche all’ultimo momento. Sulla Nato: E’ orribile vantarsi di aver bombardato per 6 mesi la popolazione civile. Centinaia di cristiane filippine, e un sacerdote, avevano tentato un’evacuazione via mare, ma l’insicurezza delle strade, dove si spara, ha reso impossibile la fuga. La chiesa di Tripoli è chiusa da giorni per sicurezza

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Roma (AsiaNews) – Mons. Giovanni Innocenzo Martinelli si autodefinisce “pazzo”, ma deciso “a pensare ancora a una riconciliazione” fra Gheddafi e i ribelli “per poter portare la pace nel Paese, perché altrimenti non vi è altra soluzione”. “E i bombardamenti Nato – aggiunge – non sono una soluzione. Vantarsi di aver bombardato per sei mesi la popolazione civile è orribile”.

Il vescovo di Tripoli è scettico sulla presa della città da parte dei ribelli: “Tutto è confuso, ma non mi sembra che Tripoli sia nella mani dei ribelli. L’apparizione di Seif al Islam stamattina, la sicurezza che ha mostrato, il suo entusiasmo, significa che i ribelli hanno preso ancora poco o niente”.

Ieri i ribelli hanno diramato la notizia di essere entrati in Tripoli, accolti da una folla festante, di aver arrestato Seif al Islam, di averlo accusato davanti al Tribunale internazionale, e di aver preso anche altri due figli del leader libico. Ma oggi le televisioni di tutto il mondo hanno mostrato Saif al Islam libero, che con atteggiamento di sfida ha guidato perfino un gruppo di giornalisti in una zona della città sotto il controllo delle truppe di Gheddafi. In più vi sono notizie di scontri a fuoco in diversi punti della città.

“Penso – dice il vescovo – che una vittoria dei ribelli su Tripoli sarà molto difficile: troveranno una forte resistenza”.

Sulla situazione dei cristiani, mons. Martinelli dice che “hanno paura dei bombardamenti” come tutto il resto della popolazione. Giorni fa si era pensato ad una loro evacuazione, ma ormai l’insicurezza domina ed è impossibile anche camminare per strada perché vi sono spari di continuo. Un gruppo di filippine cattoliche e un sacerdote avevano pensato – con l’aiuto dell’ambasciata filippina – di fuggire via mare, ma ormai questo è impossibile. Anche per i cristiani non resta che aspettare”.

A causa della mancanza di sicurezza, la chiesa è chiusa da diversi giorni e non si celebra nessuna messa.

“Ma io non ho perso la speranza”, conclude il vescovo. “Penso ancora alla possibilità di una riconciliazione, magari proprio all’ultimo momento, per portare la pace nel Paese. Le bombe non possono risolvere i problemi. Mi auguro che trovino una possibilità di dialogo”.

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23 agosto 2011

fonte:  http://www.asianews.it/notizie-it/Vescovo-di-Tripoli:-Spero-ancora-in-una-riconciliazione-22437.html

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QUESTI SONO MALATI – Terremoto negli Usa. Paura a Washington: evacuati Congresso e Pentagono. La gente è scesa in strada con la paura di un attentato terroristico

Terremoto negli Usa. Paura a Washington: evacuati Congresso e Pentagono

(Xinhua)  (Xinhua)

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ultimo aggiornamento: 23 agosto, ore 21:04
Washington – (Adnkronos/Ign) – La scossa di magnitudo 5,8 ha avuto l’epicentro in Virginia. Ma è stata avvertita anche a New York . La gente è scesa nelle strade, temendo che si trattasse di un altro attacco terroristico.

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Washington, 23 ago. (Adnkronos/Ign) – Un forte terremoto, magnitudo 5,8, ha scosso oggi l’America. Pur avendo l’epicentro in Virginia, la scossa è stata avvertita in molte altre città dell’East Coast. Da New York a Washington, dove è stato evacuato, per precauzione, il Congresso e il Pentagono, fino a Detroit e Toronto, in Canada.

Barack Obama, come è noto, non si trova alla Casa Bianca perché e’ in vacanza a Martha’s Vineyard ma anche nell’isola si è avvertita la scossa.

L’epicentro è stato ad una profondità di sette chilometri, in una zona mineraria della Virginia a circa 80 miglia da Washington. La Cnn sta mostrando le immagini di Washington, New York e di altre città dove la gente è scesa per strada subito dopo la scossa, temendo che si trattasse di un attacco terroristico simile a quello dell’11 settembre.

L’edificio del Pentagono ha tremato, ha raccontato la corrispondente della Cnn, nello stesso modo in cui tremò il giorno dell’attacco alle torri gemelle.

La scossa sismica ha interrotto anche la conferenza stampa del caso Strauss Kahn, oggi tornato libero dopo che il giudice ha archiviato le accuse nei suoi confronti, convocata dagli avvocati di ‘Ofelia’. Ad un certo punto i giornalisti sono tutti scappati, come si vede da un video che ha immortalato il volto terrorizzato di uno degli avvocati che stava parlando e poi il fuggi fuggi generale. “All’inizio ho pensato che fosse una bomba, ma poi ho capito che era il terremoto”, ha spiegato la giornalista della Cnn che stava seguendo la conferenza stampa.

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(Adnkronos)

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fonte:  http://www.adnkronos.com/IGN/News/Esteri/Terremoto-negli-Usa-Paura-a-Washington-evacuati-Congresso-e-Pentagono_312379117692.html

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CAN CHE ABBAIA.. E LEI DI CANI SE NE INTENDE (VERO ‘BRAMBI’?) – Il ministro Brambilla ci ha preso gusto: Nuova querela contro Travaglio


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Il ministro Brambilla ci ha preso gusto
Nuova querela contro Travaglio

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La rossa di Calolziocorte non ha gradito l’editoriale del vice direttore del Fatto Quotidiano in cui si criticava la scelta di citare in giudizio il giornale servendosi dell’avvocatura dello Stato, cioè a spese dei cittadini. E così, si legge sul sito del Giornale, ha annunciato un’altra azione legale. La quarta contro il Fatto, di cui tre per lo stesso argomento

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Ci risiamo. Vietato nominare il ministro del Turismo Michela Vittoria Brambilla. Altrimenti lei se la prende e querela. Anzi, querela sulle querele. Non è un gioco di parole: il ministro – racconta infatti il Giornale – ha annunciato azione legale contro Marco Travaglio per l’editoriale pubblicato domenica sul Fatto Quotidiano in cui raccontava le vicende legate alla citazione precedente.

E con questa siamo a tre. Anzi quattro, se si conta anche quella che ci è stata promessa (contro il Fatto e contro Repubblica) per avere osato riportare i giudizi poco lusinghieri espressi sul ministro da Bisignani. Ricapitolando: una citazione (en attandant) per le parole di Bisignani. Un’altra (500mila euro di richiesta) per avere parlato della gestione Aci, dei viaggi in elicottero e delle assunzioni al ministero del Turismo promossa personalmente dal ministro. Una terza, patrocinata dall’Avvocatura dello Stato – e quindi, vale la pena di ricordarlo, pagata dai cittadini – per difendere gli stessi consulenti, nel nome di una “danno d’immagine” alla Struttura di missione per il rilancio dell’immagine dell’Italia. Cioè due querele sullo stesso tema.

Il “danno” sarebbe stato procurato denunciando un semplice fatto: i consulenti del ministero arrivano quasi tutti dalla Tv delle Libertà, rete televisiva creata dalla stessa Brambilla e fallita dopo appena un anno di attività quando era soffocata da 14,5 milioni di euro di debiti (pagati poi da Forza Italia). Alcuni di loro lavorano contemporaneamente per il ministero e per le strutture movimentiste della stessa Brambilla. Vero? Sì. Documentato? Altrettanto. Ma al ministro non è andata giù e ha promosso le due cause.

E qui cade la quarta citazione. Alla Brambilla infatti non è piaciuto l’editoriale del vice-direttore del Fatto pubblicato sull’edizione di domenica. Motivo? Non è vero, si spiega sul sito del Giornale, che il cittadino Brambilla si fa difendere a spese dei contribuenti, perché quella denuncia (la numero tre) è una causa del ministero. Non sua. Quindi, bolla impietoso il quotidiano di via Negri, quella di Travaglio è “l’ultima bufala”.

Vale la pena di ricostruire con un sillogismo piuttosto semplice l’intero circolo vizioso: Premessa A: il ministero del Turismo cita il Fatto Quotidiano. Premessa B: il ministro è Michela Vittoria Brambilla. Sintesi: chi ci ha fatto causa? Proprio lei, tanto che la querela era da tempo annunciata. Almeno da Natale, quando il ministro dettò alle agenzie tutta la sua rabbia e citò specificamente l’Avvocatura dello Stato.

L’obiezione possibile è altrettanto semplice: la struttura pubblica ha tutto il diritto di difendersi. E l’Avvocatura dello Stato è l’organo preposto. Vero, se non fosse che le critiche rivolte dal Fatto erano tutte per il ministro e per la sua gestione della struttura pubblica: il Fatto accusa la Brambilla di avere fatto un torto allo stesso ministero che conduce, mettendovi a capo le persone (lei in testa) responsabili di un fallimento da 14,5 milioni di euro. Il Fatto critica e contesta la legittimità di dare ruoli pubblici a persone impegnate – privatamente – nelle iniziative del ministro. E non accusa la struttura in quanto tale. Semmai la difende.

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BOLOGNA – Axel, il fedele bulldog che è morto con la sua padrona dopo averla vegliata per ore

CALDERARA DI RENO

Axel, che è morto con la sua padrona dopo averla vegliata per ore

Il bulldog viveva con un’anziana: quando questa è morta ha abbaiato accanto a lei fino all’arrivo dei soccorsi
Poi si è accasciato senza vita

Axel da cuccioloAxel da cucciolo

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Per Axel, bulldog inglese, la sua padrona Mara era tutto. Condivideva con lei un appartamento alla periferia di Bologna: una vita modesta, ma a lui bastava così. Lo sguardo e il respiro dell’anziana pensionata gli bastavano per essere felice. Vivevano sotto lo stesso tetto da sette anni, alla periferia di Bologna. Da quando, chissà come e chissà dove, si erano incontrati. Lei si era appoggiata a lui, e Axel le aveva donato tutto se stesso. Fino alla scorsa notte, quando la vita di entrambi si è spezzata. Prima ha ceduto il cuore affaticato di Mara, poi quello del suo più fedele compagno che prima di andarsene ha abbaiato senza sosta per chiedere aiuto.

I DUE – Mara non era molto conosciuta nel suo quartiere a Calderara di Reno. Aveva 74 anni, viveva lì da qualche anno, ma aveva difficoltà a camminare. Usciva poco, si vedeva raramente in giro. Ma aveva quel cane che la guardava come se fosse il mondo intero. Nella notte il cuore di Mara si è arreso. Axel ha provato ad aiutarla, ha abbaiato per oltre un’ora. Un latrato disperato e straziante, che prima ha solo infastidito i vicini, poi li ha allarmati. Hanno chiamato i soccorsi, ma quando i medici sono arrivati, insieme ai carabinieri, la porta non si apriva: si sentiva solo l’ininterrotto guaito del cane. Sono allora riusciti a chiamare un parente che aveva le chiavi dell’appartamento ma quando sono entrati non hanno potuto che prendere atto di quello che era successo: per salvare Mara non c’era più niente da fare. In questi casi, inevitabilmente, la burocrazia si sovrappone alla pietà. Ci sono da compilare dei moduli, da scrivere dei referti. Durante tutto il tempo in cui soccorritori e carabinieri sono rimasti nell’appartamento, Axel non si è mai allontanato dalla padrona. Poi, all’improvviso, si è accasciato accanto al cadavere di Mara ed è morto. Di crepacuore, secondo i medici. Forse per il povero bulldog – cani molto emotivi – è stato uno stress insostenibile. O forse tutta la sua vita e tutto il suo mondo erano finiti quella notte, nell’insopportabile calura di questo agosto africano.
(Fonte: Ansa)

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23 agosto 2011

fonte:  http://corrieredibologna.corriere.it/bologna/notizie/cronaca/2011/23-agosto-2011/axel-che-morto-la-sua-padrona-averla-vegliata-ore-1901344132169.shtml

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Libia, i ribelli conquistano il bunker. Gheddafi: «Combatterò fino alla fine»

Caricato da in data 23/ago/2011

Tripoli è piombata nel caos. I ribelli stanno assediando l’ingresso ovest del compaund di Gheddafi a Bab al Aziziya. Tratto da Tg3 online

Nella capitale si spara ancora, ed è emergenza sanitaria

Libia, i ribelli conquistano il bunker
Gheddafi: «Combatterò fino alla fine»

Il Raìs non molla: «Combatterò fino alla fine»
Gli insorti nella residenza del Colonnello a Bab al Aziziya

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MILANO- Il bunker Bab al-Aziziya l’ultimo baluardo del regime a Tripoli è caduto dopo quasi due giorni di assedio. Nessuna traccia di Gheddafi, che lì si nascondeva fino a qualche giorno fa. Né tantomeno dei suoi figli, che avevano annunciato di essere pronti all’estremo sacrificio piuttosto che abbandonare Tripoli. I ribelli che hanno scagliato l’ultimo decisivo attacco, si sono radunati intorno al monumento eretto in memoria del raid americano sulla capitale libica del 1986. Ed hanno inneggiato alla liberazione dal tiranno attorno alla nota statua del pugno dorato che stritola un caccia americano. Al-Jazeera ha mostrato le immagini dell’edificio in fiamme e la gioia dei vincitori. Tra colpi di mitra esplosi verso il cielo, urla e danze selvagge, i ribelli hanno anche decapitato la statua del colonnello posta all’ingresso dell’edificio principale del compound. La tv araba ha ripreso un rivoltoso che brandiva la testa di metallo, come fosse un trofeo.

L’ATTACCO DECISIVO – L’assalto si è svolto dall’ingresso ovest. Una battaglia durissima. La Nato ha coperto l’avanzata delle milizie sul campo con bombardamenti a tappeto. Quando poi sono riusciti a varcare le mura di cinta, non hanno trovato molti nemici ad accoglierli. Piuttosto numerosi cadaveri, i soldati lealisti che hanno cercato di difendere il bastione del bunker fino all’ultimo. Il compound è collegato al mare con tunnel lunghi fino a 30 km. I ribelli si sono così addentrati nel dedalo di cunicoli, alcuni raggiungendo e saccheggiando l’arsenale.

LA CONFERENZA DI PARIGI – Francia e Stati Uniti «proseguiranno il loro sforzo militare» in Libia fino a che il leader libico Muammar Gheddafi «e il suo clan» non avranno deposto le armi: lo ha affermato il presidente francese Nicolas Sarkozy al termine di un colloquio telefonico con l’omologo statunitense Barack Obama, nel quale i due leader hanno espresso la loro soddisfazione per i «progressi decisivi» compiuti negli ultimi due giorni dalle milizie ribelli.

IL COLONNELLO Proprio mentre è stato attaccato il suo (presunto) rifugio, Muammar Gheddafi è tornato a parlare. Raggiunto al telefono dal presidente della Federazione internazionale di scacchi, il russo Kirsan Ilyumzhinovha, ha spiegato di essere a Tripoli. E che «combatterò fino alla fine». Anche suo figlio Saif al-Islam, apparso nella notte a Bab al Aziza, ha confermato: «Mio padre è a Tripoli». Il 39enne secondogenito del colonnello, da sempre considerato «amico dell’occidente» per i suoi studi londinesi, si è mostrato ai giornalisti sorridente. «Tripoli è sotto il nostro controllo, stiamo vincendo noi. Spezzeremo la schiena ai ribelli».

L’ARRESTO – La sua apparizione è una sorpresa anche per il Consiglio nazionale di transizione che per tutto lunedì dichiarava di aver arrestato il secondogenito del Raìs. E il tribunale internazionale dell’Aja aveva già fatto richiesta di processarlo per crimini contro l’umanità. Eventualità che non preoccupa, almeno a suo dire, il «delfino di Gheddafi». Non è ancora chiaro se Saif sia stato arrestato e poi liberato da truppe lealiste. Come è già successo al fratello Mohammed. Insomma, nessuno della famiglia Gheddafi sembra volersi arrendere. A cominciare dal Colonnello. La domanda è sempre la stessa: dov’è? C’è chi dice sia scappato grazie a dei tunnel scavati negli anni sotto il bunker. E c’è chi crede sia già lontano. Ma tutti sono d’accordo su un punto: «Non si arrenderà». E lui fa sapere de essere ancora nella capitale. Lo conferma anche Mousa Ibrahim: «Voglio rassicurare tutti che il leader, i suoi figli e tutti gli esponenti più importanti continuano a essere al lavoro, sono impegnati a fornire servizi ai cittadini e combattono il nemico».

LA BATTAGLIA – E di conseguenza nemmeno le sue truppe. La battaglia a Tripoli e in alcune zone del Paese continua. Nonostante per tutta la notte la Nato abbia bombardato il compound e la città di Sirte, da dove lunedì notte sono partiti tre missili scud intercettato dai caccia dei caschi blu. E da dove sono partite truppe lealiste in direzione Tripoli. Gli insorti li hanno però bloccati. E dopo poche ore sono ricominciati gli spari nella capitale che conta due milioni di abitanti. Lunedì si sono verificati scontri per tutto il giorno. Tre i missili lanciati e intercettati verso Misurata. Molte le vittime, tra cui anche due bambini.

L’OSPEDALE Proprio a causa dei numerosi feriti, l’ospedale di Tripoli lancia l’allarme: «Siamo al collasso». Un medico ha lanciato l’appello: « Chiedo a tutti i libici che possono di venire ad aiutarci – ha detto Fatih al Bousnina – sappiamo che ci sono molti pericoli in strada, le persone hanno paura, ma dobbiamo sacrificare qualcosa per far passare questo momento».

ARMI CHIMICHE – L’amministrazione statunitense e, in particolare il Pentagono, si dice preoccupata per la possibilità di depositi di amri chimiche. Proprio per questo,. non appena la situazione si sarà calmata, verranno mandati agenti speciali che con i ribelli andranno alla ricerca degli arsenali nel paese.

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Redazione online
23 agosto 2011 19:37
fonte:  http://www.corriere.it/esteri/11_agosto_23/saif-libia-tripoli_2774edca-cd5b-11e0-8914-d32bd7027ea8.shtml

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REPORT – Greenpeace, sostanze tossiche sugli abiti sportivi. Compaiono nomi di aziende come Kappa, Nike, Lacoste, Ralph Lauren ed altri

Vesti sportivo? Attenzione alle sostanze tossiche

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News – 23 agosto, 2011

I vestiti che indossi potrebbero contenere sostanze tossiche. Lo rilevano i risultati dei nuovi test sugli abiti sportivi delle grandi marche, appena pubblicati nel nostro rapporto “Panni sporchi 2”. La campagna “Detox” continua.

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Abbiamo comprato 78 articoli fra t-shirt, giacche, pantaloni, abbigliamento intimo e scarpe in tela uomo/donna/bambino in 18 differenti paesi in tutto il mondo, fra cui anche l’Italia. 52 prodotti appartenenti a 14 marche (Abercrombie & Fitch, Adidas, Calvin Klein, Converse, G-Star RAW, H&M, Kappa, Lacoste, Li Ning, Nike, Puma, Ralph Lauren, Uniqlo e Youngor) sono risultati positivi al test sui nonilfenoli etossilati (NPE).

Questi composti una volta rilasciati nell’ambiente si trasformano in una sostanza pericolosa, il nonilfenolo (NP). Il nonilfenolo è persistente perché non si degrada facilmente, bioaccumulante perché si accumula lungo la catena alimentare e può alterare il sistema ormonale dell’uomo anche a livelli molto bassi.

I risultati delle nostre ricerche sono solo la punta di un iceberg. L’uso di composti pericolosi nell’industria tessile è un problema globale che rischia di intossicare le acque di tutto il mondo. I grandi brand dell’abbigliamento sportivo sono responsabili di questi scarichi pericolosi e le persone hanno il diritto di sapere quali sostanze sono presenti nei vestiti che indossano e quali effetti causano una volta rilasciati nell’ambiente.

Questa ricerca segue il precedente rapporto Panni sporchi, che denunciava il problema dell’inquinamento dei fiumi cinesi causato dagli scarichi tossici dell’industria tessile e rivelava il legame commerciale fra i proprietari di due complessi industriali cinesi e le più famose marche sportive.

Le grandi multinazionali devono assumersi le loro responsabilità: intervenire su tutta la catena e obbligare i propri fornitori a dare informazioni periodiche sugli scarichi tossici con l’obiettivo finale della loro completa eliminazione.

Grazie alla nostra campagna “Detox”, Nike e Puma si sono già impegnate a farlo. Che stanno aspettando gli altri campioni dello sport?

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Scarica il report “Panni sporchi 2” Pdf

Scarica la versione integrale in inglese

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Brand

Numero Capi

Testati

Numero Capi

Positivi al test

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3

3

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9

4

 https://i2.wp.com/www.laprofumeria.com/ec/images/cklogo.jpg

4

3

 https://i0.wp.com/eshop.maxibealucstore.it/images/product/Converse_logo%20%202.jpg

6

5

 https://solleviamoci.files.wordpress.com/2011/08/4190_g_star_raw_central_valley_img.gif?w=200

5

3

 http://t1.gstatic.com/images?q=tbn:ANd9GcRYZycgSK6HfSiJypTeMK8LnJHF0SzUgNPKiE44qbIEOXt29z0k

2

0

 https://solleviamoci.files.wordpress.com/2011/08/h_m_0.gif?w=300

6

4

 http://t0.gstatic.com/images?q=tbn:ANd9GcT5RO9pJekR0gYzV6EMBublwCmAg5jNjYdohbC-xXkmGc8P3Fmf

5

4

 http://t3.gstatic.com/images?q=tbn:ANd9GcQ7krHIwZINDOWv8bA9dMdllLS4VHwlU-iWKYlVZdz7Oy9opmWl

4

1

 https://i2.wp.com/streetballblog.com/wp-content/uploads/2011/02/li-ning.png

4

4

 https://i2.wp.com/www.corkysport.it/images/nike_logo.jpg

10

5

 https://i1.wp.com/shoes.stylosophy.it/img/puma.gif

9

7

 https://solleviamoci.files.wordpress.com/2011/08/polo_ralph_lauren_logo4.jpg?w=300

4

3

 https://i0.wp.com/www.ctcp.pt/imagens/noticias/1785uniklo.jpg

4

3

 http://t1.gstatic.com/images?q=tbn:ANd9GcT84I0mXVRgA2jEE7icUe6Mvp0_FdnfFHANu609OC4SDfGAbrd2

3

3

TOTAL

78

52

Tabella ricavata dal Report di Greenpeace

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fonte:  http://www.greenpeace.org/italy/it/News1/news/abbigliamento-sportivo-tossico/

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CRISI? NON PER TUTTI – Il Governo taglia tutto ma trova 45 milioni per i debiti del Comune di Palermo. In nove anni sono stati elargitio aiuti per 850 milioni

Il Governo taglia tutto, ma trova 45 milioni per la Gesip di Palermo

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clicca sull’immagine per ingrandire

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In piena crisi del debito, la presidenza del Consiglio ha destinato 45 milioni di euro alla città amministrata da Diego Cammarata (nella foto) per salvare gli stipendi dei circa 1500 dipendenti della Gesip, spa multiservizi controllata dal Comune che perde circa 10 milioni all’anno


A quest’uomo affidereste il vostro portafoglio? Sinceramente, io no.

mauro

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L’abolizione di tutte le Province italiane, in termini di costi della politica diretti, farebbe risparmiare circa 120 milioni di euro. Secondo le ultime stime l’abolizione preventiva prevista dalla manovra di Ferragosto farà risparmiare circa meno di 20 milioni di euro. Molto meno della metà di quanto è costata al bilancio dello Stato l’ennesima elargizione per il Sindaco di Palermo Diego Cammarata. Il 29 luglio con l’Ordinanza 3597 della Presidenza del Consiglio dei ministri firmata personalmente da Silvio Berlusconi, è stato staccato un assegno da 45 milioni di euro per garantire il pagamento degli stipendi dei circa 1500 lavoratori della Gesip, la Spa interamente posseduta dal Comune di Palermo che si occupa di una miriade di attività che potrebbero essere svolte in-house, senza alcuna società esterna, risparmiando 10 milioni di Iva l’anno, 50 mila euro di compenso per il commissario straordinario Massimo Primavera più una serie di costi nascosti che quasi ogni giorno emergono dal carrozzone palermitano. In nove anno lo Stato ha trasferito a titolo di finanziamento straordinario 850 milioni al comune di Palermo letteralmente bruciati in una situazione che definire fallimentare è poco.

La Gesip, ovvero Gestione servizi impianti pubblici Palermo s.p.a., nasce nel 2001 con l’allora commissario straordinario al comune di Palermo Guglielmo Serio. Leoluca Orlando aveva da poco lasciato la poltrona di primo cittadino per sfidare alle regionali Totò Cuffaro e il capoluogo siciliano venne affidato all’ex presidente del Tar. Al momento della costituzione, la Gesip conta 1.500 dipendenti provenienti per la maggior parte dalle cooperative sociali ma che comprendono anche il personale in mobilità di alcune aziende fallite. La società è al 51% del Comune di Palermo e al 49% di Italia Lavoro s.p.a., agenzia del ministero del Lavoro che supporta gli enti locali nella gestione degli lavoratori socialmente utili.

Il progetto prevedeva che l’azienda si specializzasse nella fornitura di servizi e che poi andasse sul mercato, permettendo l’inserimento nel mondo del lavoro dei suoi dipendenti oltre che la vendita di servizi come si evidenzia dal sito (peraltro mai aggiornato) della stessa Gesip. Ovviamente l’emergenza Lsu periodicamente torna a diventare di attualità e così nel 2005, in vista delle Regionali del 2006, il Comune decide di inserire in Gesip altri 455 lavoratori di cui 350 ex lsu con il sovvenzionamento di fondi di un progetto specifico del governo nazionale affidato ad Italia Lavoro, e altri 105 ex giardinieri ed ex ausiliari di supporto ai disabili convogliati nella partecipata Gesip servizi, per un totale di quasi 2000 dipendenti.

Dopo due anni, quando finiscono i finanziamenti statali e Cammarata è stato eletto Sindaco di Palermo, iniziano i problemi perché la società, nel frattempo passata integralmente sotto il controllo del Comune, comincia a perdere. Palazzo delle Aquile versa in base al contratto di servizio 53 milioni l’anno, iva compresa, quando all’azienda per non chiudere in rosso ne servirebbero almeno 70. Dal 2007 l’azienda perde 800.000 euro al mese, più di dieci milioni l’anno, più o meno quanto costano i 455 lavoratori inseriti nel 2005. E poi come tutti i carrozzoni clientelari che si rispettino non mancano premi, bonus e indennità di varia natura che ad ogni tornata pre-elettorale si trasformano in salario permanente.

Non mancano alcuni scandali. Il più clamoroso quello denunciato da Striscia la notizia che riguarda un dipendente Gesip che in realtà fa lo skipper sulla barca di proprietà del Sindaco che costa a Cammarata un rinvio a giudizio.

Ora con l’assegno staccato dal Governo gli stipendi per i lavoratori Gesip sono assicurati. Almeno sino alle prossime elezioni amministrative anche se nel decreto di Berlusconi è rispuntato un regalino che i palermitani potrebbero non gradire. La Presidenza del Consiglio ha fatto propria l’idea di Cammarata di pagare i lavoratori Gesip con i soldi raccolti con la Tassa rifiuti, appositamente ridefinita Tariffa nel OPCM del 29 luglio pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 12 agosto, proprio il giorno del varo della Manovra straordinaria.

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22 agosto 2011
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