Archivio | agosto 27, 2011

SULL’ICI, LA RISPOSTA DI ‘AVVENIRE’ – Campagna anticattolica. Da 4 anni le stesse bugie


L’Ici e la Chiesa cattolica nella satira – fonte immagine

Pubblichiamo l’articolo in virtù del fatto che sullo spinoso argomento dell’Ici è giusto sentire anche (mai detto fu più appropriato) ‘l’altra campana’. L’autore è uno stimato teologo e sacerdote, che credo sia degno quantomeno di ascolto. Sulla verità degli argomenti, beh… anche qui credo, popolarmente detto, che la ragione stia nel mezzo.

mauro

Laica cantonata

Campagna anticattolica
Da 4 anni le stesse bugie


mons. Gianfranco Ravasi – fonte immagine

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di Gianfranco Ravasi

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Freezer e microonde sono il toccasana in tante cucine. E pure in certe redazioni. Proprio ieri un “settimanale di politica cultura economia” lanciava una roboante inchiesta dal titolo «La santa evasione», così riassunta: «I vescovi lanciano l’anatema contro chi non paga le tasse, ma i patrimoni della Chiesa vivono di agevolazioni ed esenzioni. Ecco la mappa di un tesoro che conta un quinto degli immobili italiani. E per legge sfugge alla manovra».

Nulla di nuovo. La fonte principale, se non unica, è una vecchia inchiesta di Curzio Maltese apparsa sulla “Repubblica” dal 28 settembre al 17 dicembre 2007, poi raccolta nel volume “La Questua”. A ogni puntata dell’inchiesta seguiva una pagina di Avvenire che confutava, dati alla mano, errori, verità dimezzate e omissioni, lavoro poi confluito nel libro “La vera questua” (scaricabile qui). “Repubblica” non rispose mai né mai corresse i suoi sbagli; ma Maltese ripulì il libro dagli errori più madornali, pur senza mai citare “Avvenire”, esempio perfetto di mobbing mediatico: ci sei ma non esisti.

Nient’altro di nuovo, se non un misterioso «altro libro» di Piergiorgio Odifreddi, che accuserebbe la Chiesa di un’evasione doppia, rispetto a quella denunciata da Maltese.

A sconcertare è l’assenza totale di fonti che i lettori possano controllare. Si citano vaghe «stime» e «calcoli», magari dei «Comuni». Tutto così generico da risultare inattendibile. Si dice, si ripete, si ridice che «la Chiesa non paga l’Ici», ma da quattro anni non facciamo che ripetere la verità: la Chiesa paga l’Ici per tutti gli immobili di sua proprietà che danno reddito, a cominciare dagli appartamenti (vedi la lettera del parroco romano) e dai cinema con caratteristiche commerciali. E se qualcuno non paga ma dovrebbe pagare, sbaglia e va fatto pagare. Ma chi?

L’inchiesta, se così la si può definire, non lo dice. Sbrina e riscalda. E insinua. Afferma che a Roma gli immobili del Vaticano sono grandi evasori. Ma non si prende la briga di chiedere all’Agenzia delle Entrate della capitale l’elenco degli enti non commerciali contribuenti. Comprensibile: se fosse una vera inchiesta, dovrebbe spiegare che Apsa (Amministrazione del patrimonio della Sede apostolica) e Propaganda Fide sono al secondo e al terzo posto tra i contribuenti, dietro un importante istituto di previdenza. Quindi paga, eccome se paga. Ma poiché il teorema esige che evada, le cifre dell’Agenzia vanno oscurate, altrimenti farebbero saltare il teorema.

Son fatte così queste “inchieste”. Perfino la Caritas romana viene messa nel mirino come «proprietaria» di ben 70 immobili. La Caritas non «possiede» nulla ma gestisce, in effetti, mense e comunità di recupero per ex tossicodipendenti, case per malati terminali di Aids o per giovani madri in difficoltà… che per il gruppo guidato da Carlo De Benedetti, così in sintonia con le parole d’ordine e le campagne di Radicali italiani e Massoneria italiana, devono fruttare ampi redditi, e quindi vanno ben spremuti.

Nulla di nuovo, dunque. Anche se con ineffabile faccia tosta qualcuno afferma che la Chiesa manterrebbe un imbarazzato silenzio e non avrebbe mai smentito nulla, tutto è già stato ampiamente confutato dal 2007 in poi; ma la campagna militare esige l’applicazione del mobbing mediatico: so perfettamente che ci sei, mi rispondi e cerchi il dialogo, ma ti ignoro e faccio come se tu non esistessi. Via allora con le cifre sparate a casaccio senza citare fonti controllabili. Così gli immobili di proprietà della Chiesa cattolica, in Italia, ieri erano il 30 per cento, oggi calano al 22 e domani chissà… palesi enormità, avvalorate da numeri che si riferiscono a Roma, dove però tutte le congregazioni religiose del mondo hanno una “casa madre” o una rappresentanza, e molte Conferenze episcopali nazionali hanno i loro collegi dove ospitano i propri studenti che frequentano le Pontificie università. Che un collegio di seminaristi o giovani preti, che studiano e pregano, collegio che non produce reddito alcuno ma ha soltanto dei costi, debba pagare l’Ici è una palese sciocchezza. Nessun istituto d’istruzione la paga.

Ma la campagna contro la Chiesa non teme le sciocchezze. Leggiamo infatti l’elogio dell’emendamento dei Radicali «che farebbe cadere l’esenzione dall’Ici (…) per tutti gli immobili della Chiesa non utilizzati per finalità di culto», con questo elenco: «Quelli in cui si svolgono attività turistiche, assistenziali, didattiche, sportive e sanitarie, spesso in concorrenza con privati che al fisco non possono opporre scudi di sorta». La scure decapiterebbe anche innumerevoli ong, enti di promozione sportiva laicissimi, scuole non cattoliche, realtà culturali, politiche e sindacali. Un massacro. E costerebbe una cifra inaudita (la sola scuola paritaria, pubblica esattamente come la statale, fa “risparmiare” 6 miliardi all’anno) a uno Stato costretto a intervenire là dove la Chiesa, e altri, sarebbe costretti a mollare. Ma che importa? La furia demagogica ha bisogno di un facile bersaglio da additare all’odio popolare. E intanto gli evasori, quelli veri, gongolano.

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SE QUESTA VI PARE UNA STANZA DA 300 EURO A NOTTE
«La splendida abbazia di Chiaravalle alle porte di Milano costa 300 euro, ma è un cinque stelle a tutti gli effetti», tuonava il 10 novembre 2007 la “Repubblica”. Splendida lo è senza dubbio, Chiaravalle. Ma un albergo a cinque stelle proprio no. Come tanti monasteri, ha una foresteria, nel suo caso di 7 stanze singole (una doppia è in via di realizzazione), dove ospita chi voglia condividere qualche giornata di preghiera con i monaci cistercensi (e in qualche caso familiari di persone ricoverate in ospedali milanesi). Le stanzette, tutte con bagno e in regola con le normative edilizie vigenti, sono come quella che vedete nella foto. Agli ospiti viene chiesto un contributo di 40 euro per la pensione completa, ma se una persona è in difficoltà, viene ospitata gratuitamente per una notte. La cantonata madornale non è mai stata corretta dal quotidiano di De Benedetti, i cui lettori sono ancora convinti che Chiaravalle sia un albergone. Se è con questi metodi che gli anticattolici calcolano la presunta Ici evasa dalla Chiesa, stiamo freschi.
Umberto Folena
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27 agosto 2011
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India, Hazare interromperà lo sciopero della fame. Il governo accetta le sue proposte anti corruzione / VIDEO: TV9 – This is victory of Indian people on Jan Lokpal bill – Anna Hazare says

TV9 – This is victory of Indian people on Jan Lokpal bill – Anna Hazare says

Caricato da in data 27/ago/2011

India, Hazare interromperà lo sciopero della fame. Il governo accetta le sue proposte anti corruzione

Anna Hazare (Ansa)

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La decisione giunge dopo una maratona parlamentare in cui sono state accettate le condizioni poste dall’attivista gandhiano, a capo di una crociata contro la corruzione

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Nuova Delhi, 27 agosto 2011 – La democrazia indiana è a un bivio cruciale per la sua esistenza. Ne è convinto il ministro delle Finanze indiano, a proposito di una legge anti-corruzione in discussione in Parlamento.

“Siamo a un bivio. Il funzionamento della più grande democrazia al mondo si trova a un punto cruciale” ha dichiarato il ministro delle Finanze, Pranab Mukherjee, a proposito della sessione straordinaria del Parlamento, riunito per esaminare il progetto di legge che mira a creare la carica di mediatore della Repubblica; un ruolo necessario per sorvegliare il comportamento di uomini politici e funzionari governativi, in un Paese dove la corruzione è piuttosto diffusa.

Il ministro ha poi chiesto al pacifista Anna Hazare, il ‘guru’ che conduce da mesi una lotta contro la corruzione, di porre fine al suo sciopero della fame, iniziato 12 giorni fa, dopo che i medici hanno messo in guardia sulle sue precarie condizioni di salute. Hazare, 74 anni, ha finora perso 7 chili: “Il suo peso continua a calare ed è molto debole” ha affermato il dottor Naresh Trehan, che dirige l’equipe medica incaricata di controllare le condizioni del seguace di Gandhi.

Ma il militante anti-corruzione ha dichiarato a migliaia di suoi seguaci che è pronto ad andare avanti.

Anche se Hazare interrompera’ il suo digiuno domani alle 10:00. Lo hanno fatto sapere i suoi collaboratori, secondo quanto riferito stasera dalla tv Ibn-Cnn.

La decisione giunge dopo una maratona parlamentare in cui sono state accettate le condizioni poste dall’attivista gandhiano, a capo di una crociata contro la corruzione. Hazare chiedeva alcune modifiche a un progetto di legge per la creazione di un’agenzia indipendente anti corruzione (Lokpal) in modo da renderla piu’ severa e allargare la sfera di competenza a tutti i funzionari pubblici dal primo ministro agli amministratori locali. Gli emendamenti saranno inserite in una risoluzione della Camera.

In un messaggio su Twitter uno dei collaboratori, Kiran Bedi, ex poliziotta, ha precisato che ‘’Hazare non interrompe mai i suoi digiuni dopo il tramonto’’ per spiegare la decisione di terminare la protesta solo domani.

Da mesi, Hazare guida un movimento che chiede misure più dure e la possibilità per il mediatore della Repubblica di indagare su tutti, compresi Primo ministro e giudici, attualmente protetti dalla legge. Centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza per sostenerlo; molti, invece, gli attacchi che gli sono arrivati dal mondo politico: dopo le critiche del primo ministro indiano, Manmohan Singh, e dei partiti all’opposizione, sono arrivate anche quelle di Rahul Gandhi, figlio di Sonia, considerato il potenziale futuro primo ministro.

Da mesi il governo è invischiato in casi di corruzione: il più eclatante è quello che riguarda la vendita delle licenze per la telefonia mobile, che ha coinvolto l’ex ministro delle Telecomunicazioni, che avrebbe fatto perdere al Tesoro circa 40 miliardi di dollari (27,8 miliardi di euro).

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fonte:  http://qn.quotidiano.net/esteri/2011/08/27/570081-india_hazare_interrompera_sciopero_della_fame.shtml

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ESAGERATO – Avvistato un pianeta di diamante grande cinque volte la Terra. Quanto potrà valere?

Chiedere al proprietario


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Avvistato un pianeta di diamante grande cinque volte la Terra. Quanto potrà valere?

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https://i0.wp.com/imagesdotcom.ilsole24ore.com/images2010/SoleOnLine5/_Immagini/Tecnologie/2011/08/pulsar-pianeta-258.jpg
Uno schema di come potrebe essere il sistema pulsar pianeta PSR J1719-1438. La pulsar è al centro e l’orbita del pianeta è mostrata in raffronto alle dimensioni del nostro Sole (in giallo)

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di Lepoldo Benacchio

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Un diamante è per sempre? Forse. Certamente quello che pare sia stato scoperto nell’Universo, con un diametro di circa 60.000 chilometri, qualche milione di anni li ha. Non è uno scherzo, ma il risultato di un’importante ricerca che un nutrito team internazionale di astrofisici tedeschi, australiani, statunitensi, inglesi e anche italiani, molto forti in questo campo, ha pubblicato sulla rivista Science questa settimana.

È stata scoperta una stella pulsar, dal nome molto tecnico di PSR J1719-1438 che avrebbe attorno a sé un pianeta, grande cinque volte la Terra, costituito da carbonio e un po’ di ossigeno in struttura cristallina. Il che potrebbe voler dire diamante, l’ipotesi più attendibile, ma anche altri minerali a base di carbonio.

La scoperta è stata fatta inizialmente con il radiotelescopio di Parkes, in Australia, uno dei più grandi del mondo con la sua parabola di 64 metri di apertura e che ha portato già fama e gloria a molti scienziati, fra cui il gruppo italiano di Niccolò D’Amico, Andrea Possenti, Sabrina Milia e Marta Burgay dell’Università e Osservatorio Astronomico di Cagliari, che negli anni scorsi scoprirono un sistema di stelle pulsanti tanto importante che valse loro vari premi e riconoscimenti in campo europeo ed internazionale.Il tutto poi è stato confermato da altri telescopi ottici e radio.

Le pulsar sono stelle molto piccole, della dimensione di una ventina di chilometri che emettono onde radio e ruotano in modo regolare e veloce, una specie di faro che possiamo rilevare da terra con i radiotelescopi.
Gli astronomi non hanno visto il pianeta direttamente, ma ne hanno dedotto la presenza dalle alterazioni del segnale che arriva dalla stella pulsante. Infatti queste irregolarità sono compatibili solo con la presenza attorno alla stella stessa di un pianeta grande cinque volte la terra e lontano solo 600.000 chilometri dalla pulsar. Pochissimi se pensiamo che la Terra dista 150 milioni di chilometri dal Sole.

Il pianeta potrebbe essere addirittura quel che rimane di una compagna della pulsar che si è trasformata per qualche motivo in un pianeta dalla densità piuttosto alta. Se è il residuo di una stella compagno che si è evoluta è molto probabile che sia in gran parte di carbonio e ossigeno, e, data la notevole densità nel pianeta, il tutto deve essere nello stato di un cristallo solido. Come si vede le ipotesi da fare sono parecchie, ma il risultato è parecchio suggestivo.

Va la pena di ricordare che quest’anno in Sardegna inizierà a lavorare uno dei più grandi radiotelescopi esistenti, SRT, Sardina Radio Telescope, parabola di 64 metri come quello di Parkes ma molto più efficiente e moderno.

Quanto potrà poi valere un diamante grande cinque volte la Terra? Moshe Mosbacher, Presidente del Diamond Dealers Club ha dichiarato al settimanale New Scientist, in modo simpaticamente diplomatico «non posso stabilire il prezzo senza vederne la qualità, ma se ce lo portate qui lo tagliamo nel modo migliore». Unico problema, il pianeta sta a 4.000 anni luce da noi…

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27 agosto 2011

fonte:  http://www.ilsole24ore.com/art/tecnologie/2011-08-27/scoperta-stella-pulsar-diamante-092915.shtml?uuid=AaYTMOzD

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Germania, vincono i fan della fuggitiva Yvonne: La mucca non potrà essere abbattuta

Germania, vincono i fan della fuggitiva Yvonne La mucca non potrà essere abbattuta

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Yvonne – fonte immagine

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Solo tre esperti, secondo quanto deciso dalle autorità potranno narcotizzare il bovino sfuggito al macello e latitante da oltre due mesi. In contemporanea gli animalisti del rifugio Gnadenhof Aiderbichl l’hanno comprata

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Monaco di Baviera, 27 agosto 2011 – I fan della mucca bavarese Yvonne possono tirare un sospiro di sollievo: l’ufficio dell’amministrazione distrettuale di Muehldorf am Inn ha revocato in modo definitivo la licenza di sparare al bovino in fuga per la libertà da oltre due mesi nel profondo sud della Germania.

Solo tre esperti, secondo quanto deciso dalle autorità – scrive la Passauer Neue Presse – potranno narcotizzare il bovino sfuggito al macello, ha riferito una portavoce.

Sono settimane che Yvonne vaga (preferibilmente di notte) nella zona vicino a Zangberg, nell’Oberbayern (Alta Baviera). Dato che l’animale aveva più volte attraversato un incrocio, rischiando di essere investita da un’auto (o viceversa) l’ufficio distrettuale aveva emesso l’ordinanza di abbatterla, nell’intento di “garantire la sicurezza stradale”.

In contemporanea gli animalisti del rifugio Gnadenhof Aiderbichl, a Deggendorf, stanno tentando da giorni di catturare sana e salva la mucca, fino ad ora senza successo. La fattoria che accoglie animali sottratti a un destino tragico, ha già comprato per mille euro Yvonne, per poterla accudire una volta che verrà ritrovata.

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fonte:  http://qn.quotidiano.net/curiosita/2011/08/27/570071-germania_vincono_della_fuggitiva_yvonne.shtml

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DIRITTI UMANI – Pechino vuole cambiare il codice penale “Legalizzare le scomparse dei dissidenti”

DIRITTI UMANI

Pechino vuole cambiare il codice penale
“Legalizzare le scomparse dei dissidenti”

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Gli emendamenti autorizzerebbero la polizia a detenere i sospetti in luoghi segreti fino a sei mesi, senza dover avvertire le famiglie. Allarme delle organizzazioni in difesa dei diritti umani: “Così si legittimano le sparizioni illegali”. Fra i casi più celebri quello dell’artista di fama internazionale Ai Weiwei

Pechino vuole cambiare il codice penale "Legalizzare le scomparse dei dissidenti" Ai Weiwei

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PECHINO – Il caso che ha fatto più clamore è quello dell’artista Ai Weiwei 1, prelevato dalle autorità cinesi e detenuto per tre mesi prima di essere rilasciato a fine giugno, dopo una campagna di mobilitazione internazionale. Ora il governo cinese sta progettando di cambiare il suo codice penale in modo da rendere legali le ‘scomparse’ di dissidenti, un sistema di repressione largamente usato a partire dall’anno scorso.

Gli emendamenti proposti alla legge che prevede l’istituto della ‘residenza sorvegliata’, una variante degli arresti domiciliari, permetterebbe alla polizia di detenere per sei mesi i sospetti in località di sua scelta senza l’obbligo di avvertire le famiglie, riporta il Legal Daily, ripreso dalla France Presse e da altre agenzie. Di fatto questo è quello che è successo nei mesi scorsi a decine di attivisti per i diritti umani, fra cui l’architetto Ai Weiwei, da quando la repressione contro le voci critiche del governo cinese si è fatta più intensa, in seguito alla popolarità in Cina dei moti di proteste di piazza che hanno scosso il mondo arabo.

Lo ‘scomparso’ di più antica data è l’avvocato Gao Zhisheng, del quale si sono perse le tracce da oltre un anno.
Nicholas Bequelin, ricercatore di Human Rights Watch esperto della Cina, ha detto alla France Presse che gli emendamenti, se tradotti in legge, indicherebbero una “preoccupante espansione dei poteri della polizia” e confermerebbero “l’evidente crescita del ruolo dell’apparato di sicurezza” cinese. Si tratterebbe della “legittimazione delle sparizioni forzate cui abbiamo assistito nell’ultimo anno”, gli fa eco Joshua Rosenzweig, del gruppo in difesa dei diritti umani Dui Hua, di Hong Kong.

Bequelin sottolinea ancora che gli emendamenti sono in contraddizione con gli obblighi che la Cina ha assunto firmando la Convenzione Internazionale sui Diritti Civili e Politici. Pechino ha sottoscritto la Convenzione nel 1998 ma l’Assemblea Nazionale del Popolo, equivalente di un Parlamento occidentale, non ha ancora ratificato l’adesione.

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27 agosto 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/esteri/2011/08/27/news/cina_legalizzare_scomparsa_dissidenti-20933077/

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LIBIA – Liberati i tre italiani prigionieri da un mese. Ma chi sono, che ci facevano? Nessuno lo sa. O parla

Liberati i tre italiani prigionieri da un mese. Ma chi sono, che ci facevano? Nessuno lo sa. O parla


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Un bel mistero, questo dei tre italiani in Libia… Mercenari? Agenti? Spie? Terroristi? Nessuno lo sa. E loro non parlano. D’altra parte pare che siano dediti a lavoretti quali l’idraulica e la meccanica. Insomma, disoccupati in cerca di lavoro all’estero? Ipotesi poco plausibile… Loro non parlano. Ma sembra che viaggino. E molto.

Leggiamo quanto riporta l’Unità di oggi:

08: 30 TRE ITALIANI PRIGIONIERI PER UN MESE
Sono Antonio Cataldo, 27 anni, di Chiusano di San Domenico (Avellino), Luca Boero, 42 anni, di Genova e Vittorio Carella, 42 anni, di Peschiera Borromeo (Milano), i tre italiani catturati un mese fa dalle milizie fedeli al regime di Gheddafi e rinchiusi in un carcere della capitale. Lo riferisce il Corriere della Sera. Ieri, dopo essere stati liberati dai ribelli il 21 agosto, sono stati accompagnati all’Hotel Corinthia di Tripoli dove alloggiano numerosi giornalisti e reporter internazionali. I tre hanno raccontato di aver subito violenze in carcere, ma non hanno spiegato il perché si trovassero sul territorio libico. Il ministero degli Esteri e quello dell’Interno hanno smentito che siano agenti di sicurezza privata. In giornata i tre italiani dovrebbero imbarcarsi su una nave per tornare in Italia.

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Chiusano San Domenico – fonte immagine

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Intanto a Chiusano di San Domenico, comune dell’Avellinese di poco più di 2mila residenti, pochissimi dicono di sapere qualcosa di Antonio Cataldo, il 27enne di cui, insieme con Luca Boero e Vittorio Carella, si erano perse le tracce in Libia e che poi sono stati ritrovati. In paese, raccontano telefonicamente dal bar principale, «oggi non se ne parla, qui ognuno si fa i fatti suoi». E spiazzano anche le pochissime parole della mamma di Antonio, la signora Graziella: «Mi coglie di sorpresa», premette. Poi non aggiunge nulla: «Certo eravamo preoccupati ma, ripeto, mi coglie di sorpresa ed ora vado di fretta. Devo chiudere». Da Chiusano di San Domenico, racconta Pamela che con Antonio qualche volta ci ha scambiato qualche chiacchiera, Cataldo ci mancava da «diversi mesi», alcuni dicono da Natale. «Che fa di lavoro? Lavoretti vari, l’idraulico, il meccanico – dice – Cosa ci faceva in Libia non lo so e penso che nessuno lo sappia. Quello che so è che lui di questi viaggi all’estero ne faceva spesso».

fonte:  http://www.unita.it/italia/libia-tre-italiani-prigionieri-br-per-un-mese-in-carcere-1.326434#CARCERE

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Un fiore nero per Francesco Mastrogiovanni, conversazione con Agnesina Pozzi

Un fiore nero per Francesco Mastrogiovanni

conversazione con Agnesina Pozzi

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di Angelo Pagliaro

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Mentre a Vallo della Lucania proseguono le udienze del processo, siamo andati a parlare con una dottoressa che ha seguito e segue con grande competenza il caso

Francesco Mastrogiovanni

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Sono passati due anni da quel 4 agosto 2009 quando, alle 7.30 del mattino circa, il personale medico e infermieristico del reparto di psichiatria dell’Ospedale San Luca di Vallo della Lucania si accorge che Francesco Mastrogiovanni, costretto per oltre 80 ore in una contenzione “ illecita, impropria e antigiuridica” è morto da circa sei ore. Ma non doveva essere monitorato ogni 15 minuti? Ma i medici non avrebbero dovuto slegarlo, curarlo, nutrirlo? Ma chi era addetto alla sorveglianza dei monitor non avrebbe dovuto accorgersi di quanto stava accadendo? Ne discutiamo con la Dott.ssa Agnesina Pozzi che, sin dall’aprile 2010, d’accordo con la famiglia del maestro libertario, ha iniziato a studiare la documentazione relativa alla perizia autoptica, agli interrogatori, alla cartella clinica, al video e in una relazione tecnica analizza, in modo semplice e dettagliato, tutti i particolari, anche quelli che potrebbero apparire insignificanti a chi medico non è per esprimere un giudizio.

Gentile Agnesina, il caso Mastrogiovanni è diverso da quello di Cucchi, Uva, Bianzino ed altri perché il magistrato intervenuto subito dopo la morte di Franco ha sequestrato il video prodotto dal sistema di videosorveglianza interno al reparto di psichiatria dell’Ospedale di Vallo. Tale video è stato ammesso come prova nel processo in corso e noi, che lo abbiamo esaminato minuto per minuto, sappiamo che oltre a costituire la prova evidente racconta delle negligenze e delle omissioni impensabili in un ospedale di un paese civile. Nelle tue qualità di medico, dalla lunga esperienza ospedaliera, cosa ti ha colpito maggiormente di quel video dell’orrore?
Certamente se il magistrato non avesse sequestrato il video, di quell’orrore non sarebbe rimasta traccia. È altrettanto sicuro che una videosorveglianza non può assolutamente sostituire l’assistenza ed il controllo “de visu”, al letto del malato. Se fossero stati eseguiti i controlli come dalle linee guida e come da buon senso in corso di contenzione e sedazione, ci si sarebbe accorti che Franco non certo “russava” beatamente ma era in uno stato di deficit di ossigeno, poi in carbonarcosi, poi in pre-agonia fino alla morte. Neppure la sua morte hanno individuato tramite la videosorveglianza (che dunque serve ben poco se non è supportata professionalmente ed umanamente). Infatti se ne sono accorti solo sul fare del giorno e di persona. Colpisce l’assoluta mancanza di privacy, di rispetto, di colloqui col paziente tesi anche alla ri-valutazione della necessità della contenzione. Colpisce il paziente che avvicina a sé una bottiglia d’acqua con un piede, l’asciugamano gettato su Franco, il sangue per terra, l’assoluta mancanza di alimentazione, l’immobilità della morte. È tutto vergognoso e terribile in quel video. Una piccola cosa sul caso Cucchi voglio dirla e spezzare una lancia a favore dei medici del Pertini che, massacrati da una stampa cialtrona e disinformata, sono stati fatti oggetto di accuse senza fondamento, come dichiara pubblicamente ed in modo accorato la dottoressa Flaminia Bruno in una lettera aperta, che vi invito a visionare in rete. I casi di cittadini massacrati di botte durante l’arresto, gli interrogatori o in carcere sono innumerevoli e purtroppo non assurgono tutti agli onori (orrori) della cronaca. Contro la maggior parte di agenti che fanno onestamente ed umanamente il loro lavoro, c’è un drappello di violenti, psicopatici con delirio di onnipotenza, che bisognerebbe imparare ad individuare, magari con opportuni test psico-attitudinali; prevenire piuttosto che punire. Ma siamo molto lontani da questa utopia.

La cartella clinica dovrebbe essere il documento più importante per verificare la corretta applicazione dei protocolli medici al paziente ricoverato. In quella di Mastrogiovanni non si fa alcun cenno della contenzione fisica. È possibile che nessuno abbia controllato?
Ti sembrerà assurdo quello che sto per dirti e che ho scritto peraltro: la contenzione è stato il problema minore, insieme alla sua mancata, seppur grave, annotazione in cartella! Non hanno annotato le terapie fatte durante la cattura “rocambolesca” ed essendo Franco già sedato, come dimostra il video, hanno duplicato la sedazione che, stando la sua tranquillità, non era affatto necessaria. Per sedarlo, hanno fatto un’associazione controindicata di farmaci, sfruttando perfino di uno di questi l’effetto collaterale. Non hanno verificato che ci fossero controindicazioni alle terapie potenzialmente pericolose se in atto patologie cardiache, epatiche e/o renali. Lo hanno lasciato per ben 36 ore senza alcuna idratazione con quel caldo infernale d’agosto, l’agitazione, la dispersione di liquidi ed hanno spacciato per “alimentazione” con flebo, quella che alimentazione non era; perché non si trattava di nutrizione parenterale, ma solo di infusione generica di liquidi salini e zuccherini del tutto inadatta a fornire l’adeguato supporto energetico. Non hanno annotato l’apposizione di catetere e neppure la diuresi nelle 24 ore e, cosa più grave, non hanno verificato gli esami di laboratorio. Questi erano tutti, ma proprio TUTTI sballati ma, pur avendo fatto il prelievo, ne hanno visionato i risultati SOLO DOPO LA MORTE. Dalle analisi risultava un’epatopatia (incompatibile con le terapie che gli hanno fatto), un interessamento dell’apparato urinario, una carenza di ferro che richiedeva terapia di apporto, un’infezione che richiedeva terapia antibiotica.

La ASL parte civile?

Cosa hai pensato, come medico e come donna quando hai visto il lungo filmato dell’agonia di Franco?
Ho provato orrore e vergogna. È indubbio che medici ed infermieri abbiano delle responsabilità ma le responsabilità maggiori sono a livello dirigenziale, a partire dalla Regione che ha divulgato le linee guida solo dopo la morte di Franco, ha autorizzato la sussistenza di reparti senza requisiti generali, strumentazioni d’emergenza (come ad esempio un defibrillatore), presidi idonei di sicurezza e comfort per i pazienti; a continuare con la dirigenza ASL che non ha disposto l’impiego di personale qualificato, non ne ha verificato la formazione, né ha creato sistemi di controllo a feedback con l’utenza. La cosa che ritengo più grave e spudorata è che la ASL si sia dichiarata parte civile, mentre è la prima responsabile di quanto accaduto! Preciso che la difesa Mastrogiovanni, dopo un iniziale entusiasmo e il mio utilizzo in frontiera, mi ha messo da parte con motivazioni insussistenti. Un medico resta tale, anche senza specializzazione; e comunque la mia esperienza e l’impegno, con successo, in altre vicende nazionali ed internazionali, porta a ritenere che davvero si siano voluti trovare pretesti. Forse per farmi tacere in merito all’attacco feroce che avevo fatto alla “dirigenza”.

Com’è stato possibile che prima della morte di Francesco non esistessero, né presso la Direzione sanitaria, né presso il reparto di Psichiatria dell’ospedale di Vallo della Lucania, le necessarie linee guida da adottare in caso di contenzione, nonostante negli ultimi due anni (2008 e 2009) ben 22 pazienti su 408 ricoverati siano stati sottoposti a contenzione.
No no, le linee guida esistevano eccome! Solo che la Regione non le ha diramate, ma neppure i dirigenti ASL si sono preoccupati di “pescarle” a livello nazionale. Il personale non le ha applicate? Significa che non le conosceva, significa quindi che i dirigenti non hanno aggiornato adeguatamente il personale!

Il presidente del Comitato, Peppe Tarallo, ha sottolineato più volte che Franco, nonostante avesse pranzato da solo e si fosse mosso autonomamente nella stanza, è stato cateterizzato sin dai primi momenti del ricovero e pesantemente sedato. La contenzione totale del paziente, in quell’ospedale, era un modus operandi?
A quanto pare si. Il video mostra infatti, un paziente già contenuto che addirittura per prendersi l’acqua la notte, avvicina il tavolino con un piede; la contenzione di un paziente sopraggiunto proprio la notte del decesso di Franco, appena arrivato in reparto e tranquillo.

Nella tua relazione, ribadisci la differenza che corre tra idratazione e nutrizione ed evidenzi che il paziente sequestrato, come risulta dalle analisi cliniche, fosse affetto da importanti patologie che andavano opportunamente trattate. Perché le analisi cliniche routinarie sono state richieste solo giorno 3 agosto?
Già! Perché nessuno ha accertato, da subito, che non ci fossero controindicazioni alle terapie ed ha fatto almeno un elettrocardiogramma all’ingresso? La dicitura “esami di routine” si riferisce ai test per la tossicodipendenza. Gli esami ematochimici sono stati richiesti solo il 3 agosto perché si evince dal foglio del laboratorio, così come la data della stampa, che è invece il 4, ossia quando Franco è già morto. Avranno voluto sapere “perché“, fosse morto?

Ai parenti del paziente è stato impedito di visitarlo e non sono stati mai consultati in merito alle condizioni di salute del loro congiunto. È stato lasciato morire senza assistenza, senza igiene, senza rispetto della dignità.
Tutto ciò ha violato la carta dei diritti del malato e qualunque regola di buon senso. Questo tipo di malati poi, specie se in contenzione, hanno maggior bisogno di figure parentali rassicuranti, proprio per vivere in modo meno drammatico quella che comunque (qualora estremamente necessaria) resta sempre un’umiliazione, una privazione della libertà, uno stato di sottomissione inerme. Come in effetti è stato. Non ci sono parole sufficienti anche a descrivere le menzogne dette ai famigliari e la mancata comunicazione della contenzione che, si sa, per legge può anche essere impugnata, se protratta, davanti ad un giudice. Comportamenti gravissimi, ma ripeto, statuiti; e, ancora più gravemente, ignorati dalla dirigenza che mai ha fatto controlli in merito. Qui sorge però il problema: chi controlla chi? Una Commissione d’inchiesta senza contraddittorio, che si limita solo all’ascolto del direttore della ASL, è cosa normale secondo voi?

Prepotenza, vigliaccheria, illegalità, incompetenza

Cara Agnesina, cosa ne pensi di un processo che all’inizio non sembrava iniziare mai e che ora, grazie all’alta professionalità della nuova Presidente del tribunale, Dott.ssa Elisabetta Garzo, si sta svolgendo in modo regolare. La neo-presidente ha ammesso, come parti civili, varie associazioni; ha ridotto il numero dei testi da ascoltare, ha ammesso come prova il video dell’orrore. Una delle testimonianze più importanti dell’intero processo sarebbe stata, senza dubbio alcuno, quella del sindaco di Pollica Angelo Vassallo, firmatario del TSO illegale che portò al ricovero di Franco ma, purtroppo, è stato vittima, il 5 settembre 2010, di un barbaro attentato mafioso.
La prima cosa che ho capito è che la Dott.ssa Garzo è una persona per bene. Ha infatti avocato a sé il processo per non allungare i tempi di designazione del Giudice dedicato. Mi dispiace che non si sia ammesso Serra come parte civile perché credo che, tra i familiari, sia stato quello che più di tutti si è preso cura di Franco anche nei momenti più critici. Sulle associazioni non mi pronuncio, vedremo. Proprio in virtù della bella impressione che avevo ricevuto in merito alla Dott.ssa Garzo, le spedii la mia relazione tecnica per darle anche modo di capire il contesto generale che io avevo così “chirurgicamente” ed amorevolmente, e disinteressatamente, esaminato. Voglio sperare che almeno per curiosità, l’abbia letta. Anche se ciò non fosse accaduto, ho piena fiducia nell’operato di questa donna. Per quanto mi riguarda sento di aver fatto il mio dovere di medico e di cittadino in virtù dell’amore che nutro verso l’alto valore della Giustizia. Non ci può essere giustizia senza verità, e la verità non può essere soggettiva, né ad uso e consumo di questo o quell’interesse personale o di bottega. Concludendo, la verità è che anche la dirigenza regionale e della ASL sono responsabili dell’omicidio di Franco, piaccia o non piaccia, faccia o non faccia comodo, a qualcuno. La morte di Vassallo che, nonostante il rispetto che si deve alla morte, ho definito “sceriffo”, è in perfetta armonia con la legge cosmica del Karma. Ora lui e Franco se la potranno vedere direttamente.
Di certo sono venuti a mancare tasselli importanti sul perché reale di un simile accanimento. Forse Franco disturbava, come i mozziconi di sigaretta, il paesaggio. Fatto sta che il defunto sindaco- sceriffo si arrogò un diritto che non aveva, sconfinando perfino nel territorio del comune limitrofo senza passare le competenze al collega. Restano le perplessità sulle condizioni preliminari rilevate dai vigili urbani; quelle infrazioni presunte che di certo non prevedevano provvedimenti di una tale violenza e una simile limitazione della libertà con uno spropositato, ingiustificato ed illegale impiego di uomini e mezzi. Vassallo, pace all’anima sua, non potrà spiegare come mai, per un cittadino “bislacco” ma assolutamente non violento come Franco, si è usata una tecnica di “cattura” degna di un pericoloso delinquente pluriomicida evaso da un carcere di massima sicurezza; né perché addirittura si sia coinvolta… la guardia costiera. Mancavano solo carrarmati ed elicotteri per prendere (vivo o morto) quel tenerissimo gigante buono che, scappato in acqua, lanciava sassolini e parolacce per difendersi dal destino tragico che qualcuno aveva stabilito per lui e che lui aveva previsto:”non portatemi a Vallo che quelli mi fanno morire!” . E i medici coinvolti da Vassallo nel TSO dovranno anche spiegare oltre al Giudice, alla loro coscienza, come mai, avendo Franco accettato la terapia sedante una volta convinto ad uscire dall’acqua, abbiano proseguito l’iter del TSO, essendo venuti a mancare i presupposti di legge.
Prepotenza, vigliaccheria, illegalità, incompetenza o malafede, hanno ucciso inutilmente e barbaramente l’ennesimo essere umano. Questo è quanto.

Angelo Pagliaro

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Agnesina Pozzi è stata definita “la dottoressa Giamburrasca” nelle battaglie per i diritti del malato. Nel 1990 il TdM la nominò, per questo, Referente Regionale per la Basilicata. Ha collaborato con periodici d’informazione locali (Il Lorico, L’Eco di Basilicata, Campania e Calabria), con Aritmie del Centro Sociale Scaldasole (Donna & Poesia) di Milano, con riviste e pubblicazioni d’arte. Organizzatrice e performer di numerosi eventi di informazione, comunicazione, formazione, prevenzione, per scuole ed associazioni. Il suo impegno professionale ha consentito la concessione degli arresti domiciliari a Bruno Contrada e l’evidenza di falsi processuali e denunce in USA a favore dell’innocenza di Carlo Parlanti (relazione tecnica riportata nel libro del Prof. Mastronardi Stupro, processi perversi; il caso Parlanti). Coautrice del libro-denuncia sul deposito di scorie nucleari in Basilicata Il sito; scenari e retroscena su Scanzano Jonico 2004; autrice de Alla ricerca di antichi rimedi (Ed.Capuano 2005), autrice a latere del libro-dossier Cogne, l’Enigma svelato (Ed.Giraldi 2007). Attualmente denuncia la psichiatrizzazione violenta a mezzo di TSO inutili, illeciti e mortali.

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estate 2011

fonte:  http://www.anarca-bolo.ch/a-rivista/364/15.htm

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