Archivio | agosto 27, 2011

SULL’ICI, LA RISPOSTA DI ‘AVVENIRE’ – Campagna anticattolica. Da 4 anni le stesse bugie


L’Ici e la Chiesa cattolica nella satira – fonte immagine

Pubblichiamo l’articolo in virtù del fatto che sullo spinoso argomento dell’Ici è giusto sentire anche (mai detto fu più appropriato) ‘l’altra campana’. L’autore è uno stimato teologo e sacerdote, che credo sia degno quantomeno di ascolto. Sulla verità degli argomenti, beh… anche qui credo, popolarmente detto, che la ragione stia nel mezzo.

mauro

Laica cantonata

Campagna anticattolica
Da 4 anni le stesse bugie


mons. Gianfranco Ravasi – fonte immagine

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di Gianfranco Ravasi

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Freezer e microonde sono il toccasana in tante cucine. E pure in certe redazioni. Proprio ieri un “settimanale di politica cultura economia” lanciava una roboante inchiesta dal titolo «La santa evasione», così riassunta: «I vescovi lanciano l’anatema contro chi non paga le tasse, ma i patrimoni della Chiesa vivono di agevolazioni ed esenzioni. Ecco la mappa di un tesoro che conta un quinto degli immobili italiani. E per legge sfugge alla manovra».

Nulla di nuovo. La fonte principale, se non unica, è una vecchia inchiesta di Curzio Maltese apparsa sulla “Repubblica” dal 28 settembre al 17 dicembre 2007, poi raccolta nel volume “La Questua”. A ogni puntata dell’inchiesta seguiva una pagina di Avvenire che confutava, dati alla mano, errori, verità dimezzate e omissioni, lavoro poi confluito nel libro “La vera questua” (scaricabile qui). “Repubblica” non rispose mai né mai corresse i suoi sbagli; ma Maltese ripulì il libro dagli errori più madornali, pur senza mai citare “Avvenire”, esempio perfetto di mobbing mediatico: ci sei ma non esisti.

Nient’altro di nuovo, se non un misterioso «altro libro» di Piergiorgio Odifreddi, che accuserebbe la Chiesa di un’evasione doppia, rispetto a quella denunciata da Maltese.

A sconcertare è l’assenza totale di fonti che i lettori possano controllare. Si citano vaghe «stime» e «calcoli», magari dei «Comuni». Tutto così generico da risultare inattendibile. Si dice, si ripete, si ridice che «la Chiesa non paga l’Ici», ma da quattro anni non facciamo che ripetere la verità: la Chiesa paga l’Ici per tutti gli immobili di sua proprietà che danno reddito, a cominciare dagli appartamenti (vedi la lettera del parroco romano) e dai cinema con caratteristiche commerciali. E se qualcuno non paga ma dovrebbe pagare, sbaglia e va fatto pagare. Ma chi?

L’inchiesta, se così la si può definire, non lo dice. Sbrina e riscalda. E insinua. Afferma che a Roma gli immobili del Vaticano sono grandi evasori. Ma non si prende la briga di chiedere all’Agenzia delle Entrate della capitale l’elenco degli enti non commerciali contribuenti. Comprensibile: se fosse una vera inchiesta, dovrebbe spiegare che Apsa (Amministrazione del patrimonio della Sede apostolica) e Propaganda Fide sono al secondo e al terzo posto tra i contribuenti, dietro un importante istituto di previdenza. Quindi paga, eccome se paga. Ma poiché il teorema esige che evada, le cifre dell’Agenzia vanno oscurate, altrimenti farebbero saltare il teorema.

Son fatte così queste “inchieste”. Perfino la Caritas romana viene messa nel mirino come «proprietaria» di ben 70 immobili. La Caritas non «possiede» nulla ma gestisce, in effetti, mense e comunità di recupero per ex tossicodipendenti, case per malati terminali di Aids o per giovani madri in difficoltà… che per il gruppo guidato da Carlo De Benedetti, così in sintonia con le parole d’ordine e le campagne di Radicali italiani e Massoneria italiana, devono fruttare ampi redditi, e quindi vanno ben spremuti.

Nulla di nuovo, dunque. Anche se con ineffabile faccia tosta qualcuno afferma che la Chiesa manterrebbe un imbarazzato silenzio e non avrebbe mai smentito nulla, tutto è già stato ampiamente confutato dal 2007 in poi; ma la campagna militare esige l’applicazione del mobbing mediatico: so perfettamente che ci sei, mi rispondi e cerchi il dialogo, ma ti ignoro e faccio come se tu non esistessi. Via allora con le cifre sparate a casaccio senza citare fonti controllabili. Così gli immobili di proprietà della Chiesa cattolica, in Italia, ieri erano il 30 per cento, oggi calano al 22 e domani chissà… palesi enormità, avvalorate da numeri che si riferiscono a Roma, dove però tutte le congregazioni religiose del mondo hanno una “casa madre” o una rappresentanza, e molte Conferenze episcopali nazionali hanno i loro collegi dove ospitano i propri studenti che frequentano le Pontificie università. Che un collegio di seminaristi o giovani preti, che studiano e pregano, collegio che non produce reddito alcuno ma ha soltanto dei costi, debba pagare l’Ici è una palese sciocchezza. Nessun istituto d’istruzione la paga.

Ma la campagna contro la Chiesa non teme le sciocchezze. Leggiamo infatti l’elogio dell’emendamento dei Radicali «che farebbe cadere l’esenzione dall’Ici (…) per tutti gli immobili della Chiesa non utilizzati per finalità di culto», con questo elenco: «Quelli in cui si svolgono attività turistiche, assistenziali, didattiche, sportive e sanitarie, spesso in concorrenza con privati che al fisco non possono opporre scudi di sorta». La scure decapiterebbe anche innumerevoli ong, enti di promozione sportiva laicissimi, scuole non cattoliche, realtà culturali, politiche e sindacali. Un massacro. E costerebbe una cifra inaudita (la sola scuola paritaria, pubblica esattamente come la statale, fa “risparmiare” 6 miliardi all’anno) a uno Stato costretto a intervenire là dove la Chiesa, e altri, sarebbe costretti a mollare. Ma che importa? La furia demagogica ha bisogno di un facile bersaglio da additare all’odio popolare. E intanto gli evasori, quelli veri, gongolano.

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SE QUESTA VI PARE UNA STANZA DA 300 EURO A NOTTE
«La splendida abbazia di Chiaravalle alle porte di Milano costa 300 euro, ma è un cinque stelle a tutti gli effetti», tuonava il 10 novembre 2007 la “Repubblica”. Splendida lo è senza dubbio, Chiaravalle. Ma un albergo a cinque stelle proprio no. Come tanti monasteri, ha una foresteria, nel suo caso di 7 stanze singole (una doppia è in via di realizzazione), dove ospita chi voglia condividere qualche giornata di preghiera con i monaci cistercensi (e in qualche caso familiari di persone ricoverate in ospedali milanesi). Le stanzette, tutte con bagno e in regola con le normative edilizie vigenti, sono come quella che vedete nella foto. Agli ospiti viene chiesto un contributo di 40 euro per la pensione completa, ma se una persona è in difficoltà, viene ospitata gratuitamente per una notte. La cantonata madornale non è mai stata corretta dal quotidiano di De Benedetti, i cui lettori sono ancora convinti che Chiaravalle sia un albergone. Se è con questi metodi che gli anticattolici calcolano la presunta Ici evasa dalla Chiesa, stiamo freschi.
Umberto Folena
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27 agosto 2011
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India, Hazare interromperà lo sciopero della fame. Il governo accetta le sue proposte anti corruzione / VIDEO: TV9 – This is victory of Indian people on Jan Lokpal bill – Anna Hazare says

TV9 – This is victory of Indian people on Jan Lokpal bill – Anna Hazare says

Caricato da in data 27/ago/2011

India, Hazare interromperà lo sciopero della fame. Il governo accetta le sue proposte anti corruzione

Anna Hazare (Ansa)

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La decisione giunge dopo una maratona parlamentare in cui sono state accettate le condizioni poste dall’attivista gandhiano, a capo di una crociata contro la corruzione

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Nuova Delhi, 27 agosto 2011 – La democrazia indiana è a un bivio cruciale per la sua esistenza. Ne è convinto il ministro delle Finanze indiano, a proposito di una legge anti-corruzione in discussione in Parlamento.

“Siamo a un bivio. Il funzionamento della più grande democrazia al mondo si trova a un punto cruciale” ha dichiarato il ministro delle Finanze, Pranab Mukherjee, a proposito della sessione straordinaria del Parlamento, riunito per esaminare il progetto di legge che mira a creare la carica di mediatore della Repubblica; un ruolo necessario per sorvegliare il comportamento di uomini politici e funzionari governativi, in un Paese dove la corruzione è piuttosto diffusa.

Il ministro ha poi chiesto al pacifista Anna Hazare, il ‘guru’ che conduce da mesi una lotta contro la corruzione, di porre fine al suo sciopero della fame, iniziato 12 giorni fa, dopo che i medici hanno messo in guardia sulle sue precarie condizioni di salute. Hazare, 74 anni, ha finora perso 7 chili: “Il suo peso continua a calare ed è molto debole” ha affermato il dottor Naresh Trehan, che dirige l’equipe medica incaricata di controllare le condizioni del seguace di Gandhi.

Ma il militante anti-corruzione ha dichiarato a migliaia di suoi seguaci che è pronto ad andare avanti.

Anche se Hazare interrompera’ il suo digiuno domani alle 10:00. Lo hanno fatto sapere i suoi collaboratori, secondo quanto riferito stasera dalla tv Ibn-Cnn.

La decisione giunge dopo una maratona parlamentare in cui sono state accettate le condizioni poste dall’attivista gandhiano, a capo di una crociata contro la corruzione. Hazare chiedeva alcune modifiche a un progetto di legge per la creazione di un’agenzia indipendente anti corruzione (Lokpal) in modo da renderla piu’ severa e allargare la sfera di competenza a tutti i funzionari pubblici dal primo ministro agli amministratori locali. Gli emendamenti saranno inserite in una risoluzione della Camera.

In un messaggio su Twitter uno dei collaboratori, Kiran Bedi, ex poliziotta, ha precisato che ‘’Hazare non interrompe mai i suoi digiuni dopo il tramonto’’ per spiegare la decisione di terminare la protesta solo domani.

Da mesi, Hazare guida un movimento che chiede misure più dure e la possibilità per il mediatore della Repubblica di indagare su tutti, compresi Primo ministro e giudici, attualmente protetti dalla legge. Centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza per sostenerlo; molti, invece, gli attacchi che gli sono arrivati dal mondo politico: dopo le critiche del primo ministro indiano, Manmohan Singh, e dei partiti all’opposizione, sono arrivate anche quelle di Rahul Gandhi, figlio di Sonia, considerato il potenziale futuro primo ministro.

Da mesi il governo è invischiato in casi di corruzione: il più eclatante è quello che riguarda la vendita delle licenze per la telefonia mobile, che ha coinvolto l’ex ministro delle Telecomunicazioni, che avrebbe fatto perdere al Tesoro circa 40 miliardi di dollari (27,8 miliardi di euro).

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fonte:  http://qn.quotidiano.net/esteri/2011/08/27/570081-india_hazare_interrompera_sciopero_della_fame.shtml

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ESAGERATO – Avvistato un pianeta di diamante grande cinque volte la Terra. Quanto potrà valere?

Chiedere al proprietario


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Avvistato un pianeta di diamante grande cinque volte la Terra. Quanto potrà valere?

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https://i0.wp.com/imagesdotcom.ilsole24ore.com/images2010/SoleOnLine5/_Immagini/Tecnologie/2011/08/pulsar-pianeta-258.jpg
Uno schema di come potrebe essere il sistema pulsar pianeta PSR J1719-1438. La pulsar è al centro e l’orbita del pianeta è mostrata in raffronto alle dimensioni del nostro Sole (in giallo)

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di Lepoldo Benacchio

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Un diamante è per sempre? Forse. Certamente quello che pare sia stato scoperto nell’Universo, con un diametro di circa 60.000 chilometri, qualche milione di anni li ha. Non è uno scherzo, ma il risultato di un’importante ricerca che un nutrito team internazionale di astrofisici tedeschi, australiani, statunitensi, inglesi e anche italiani, molto forti in questo campo, ha pubblicato sulla rivista Science questa settimana.

È stata scoperta una stella pulsar, dal nome molto tecnico di PSR J1719-1438 che avrebbe attorno a sé un pianeta, grande cinque volte la Terra, costituito da carbonio e un po’ di ossigeno in struttura cristallina. Il che potrebbe voler dire diamante, l’ipotesi più attendibile, ma anche altri minerali a base di carbonio.

La scoperta è stata fatta inizialmente con il radiotelescopio di Parkes, in Australia, uno dei più grandi del mondo con la sua parabola di 64 metri di apertura e che ha portato già fama e gloria a molti scienziati, fra cui il gruppo italiano di Niccolò D’Amico, Andrea Possenti, Sabrina Milia e Marta Burgay dell’Università e Osservatorio Astronomico di Cagliari, che negli anni scorsi scoprirono un sistema di stelle pulsanti tanto importante che valse loro vari premi e riconoscimenti in campo europeo ed internazionale.Il tutto poi è stato confermato da altri telescopi ottici e radio.

Le pulsar sono stelle molto piccole, della dimensione di una ventina di chilometri che emettono onde radio e ruotano in modo regolare e veloce, una specie di faro che possiamo rilevare da terra con i radiotelescopi.
Gli astronomi non hanno visto il pianeta direttamente, ma ne hanno dedotto la presenza dalle alterazioni del segnale che arriva dalla stella pulsante. Infatti queste irregolarità sono compatibili solo con la presenza attorno alla stella stessa di un pianeta grande cinque volte la terra e lontano solo 600.000 chilometri dalla pulsar. Pochissimi se pensiamo che la Terra dista 150 milioni di chilometri dal Sole.

Il pianeta potrebbe essere addirittura quel che rimane di una compagna della pulsar che si è trasformata per qualche motivo in un pianeta dalla densità piuttosto alta. Se è il residuo di una stella compagno che si è evoluta è molto probabile che sia in gran parte di carbonio e ossigeno, e, data la notevole densità nel pianeta, il tutto deve essere nello stato di un cristallo solido. Come si vede le ipotesi da fare sono parecchie, ma il risultato è parecchio suggestivo.

Va la pena di ricordare che quest’anno in Sardegna inizierà a lavorare uno dei più grandi radiotelescopi esistenti, SRT, Sardina Radio Telescope, parabola di 64 metri come quello di Parkes ma molto più efficiente e moderno.

Quanto potrà poi valere un diamante grande cinque volte la Terra? Moshe Mosbacher, Presidente del Diamond Dealers Club ha dichiarato al settimanale New Scientist, in modo simpaticamente diplomatico «non posso stabilire il prezzo senza vederne la qualità, ma se ce lo portate qui lo tagliamo nel modo migliore». Unico problema, il pianeta sta a 4.000 anni luce da noi…

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27 agosto 2011

fonte:  http://www.ilsole24ore.com/art/tecnologie/2011-08-27/scoperta-stella-pulsar-diamante-092915.shtml?uuid=AaYTMOzD

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Germania, vincono i fan della fuggitiva Yvonne: La mucca non potrà essere abbattuta

Germania, vincono i fan della fuggitiva Yvonne La mucca non potrà essere abbattuta

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Yvonne – fonte immagine

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Solo tre esperti, secondo quanto deciso dalle autorità potranno narcotizzare il bovino sfuggito al macello e latitante da oltre due mesi. In contemporanea gli animalisti del rifugio Gnadenhof Aiderbichl l’hanno comprata

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Monaco di Baviera, 27 agosto 2011 – I fan della mucca bavarese Yvonne possono tirare un sospiro di sollievo: l’ufficio dell’amministrazione distrettuale di Muehldorf am Inn ha revocato in modo definitivo la licenza di sparare al bovino in fuga per la libertà da oltre due mesi nel profondo sud della Germania.

Solo tre esperti, secondo quanto deciso dalle autorità – scrive la Passauer Neue Presse – potranno narcotizzare il bovino sfuggito al macello, ha riferito una portavoce.

Sono settimane che Yvonne vaga (preferibilmente di notte) nella zona vicino a Zangberg, nell’Oberbayern (Alta Baviera). Dato che l’animale aveva più volte attraversato un incrocio, rischiando di essere investita da un’auto (o viceversa) l’ufficio distrettuale aveva emesso l’ordinanza di abbatterla, nell’intento di “garantire la sicurezza stradale”.

In contemporanea gli animalisti del rifugio Gnadenhof Aiderbichl, a Deggendorf, stanno tentando da giorni di catturare sana e salva la mucca, fino ad ora senza successo. La fattoria che accoglie animali sottratti a un destino tragico, ha già comprato per mille euro Yvonne, per poterla accudire una volta che verrà ritrovata.

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fonte:  http://qn.quotidiano.net/curiosita/2011/08/27/570071-germania_vincono_della_fuggitiva_yvonne.shtml

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DIRITTI UMANI – Pechino vuole cambiare il codice penale “Legalizzare le scomparse dei dissidenti”

DIRITTI UMANI

Pechino vuole cambiare il codice penale
“Legalizzare le scomparse dei dissidenti”

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Gli emendamenti autorizzerebbero la polizia a detenere i sospetti in luoghi segreti fino a sei mesi, senza dover avvertire le famiglie. Allarme delle organizzazioni in difesa dei diritti umani: “Così si legittimano le sparizioni illegali”. Fra i casi più celebri quello dell’artista di fama internazionale Ai Weiwei

Pechino vuole cambiare il codice penale "Legalizzare le scomparse dei dissidenti" Ai Weiwei

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PECHINO – Il caso che ha fatto più clamore è quello dell’artista Ai Weiwei 1, prelevato dalle autorità cinesi e detenuto per tre mesi prima di essere rilasciato a fine giugno, dopo una campagna di mobilitazione internazionale. Ora il governo cinese sta progettando di cambiare il suo codice penale in modo da rendere legali le ‘scomparse’ di dissidenti, un sistema di repressione largamente usato a partire dall’anno scorso.

Gli emendamenti proposti alla legge che prevede l’istituto della ‘residenza sorvegliata’, una variante degli arresti domiciliari, permetterebbe alla polizia di detenere per sei mesi i sospetti in località di sua scelta senza l’obbligo di avvertire le famiglie, riporta il Legal Daily, ripreso dalla France Presse e da altre agenzie. Di fatto questo è quello che è successo nei mesi scorsi a decine di attivisti per i diritti umani, fra cui l’architetto Ai Weiwei, da quando la repressione contro le voci critiche del governo cinese si è fatta più intensa, in seguito alla popolarità in Cina dei moti di proteste di piazza che hanno scosso il mondo arabo.

Lo ‘scomparso’ di più antica data è l’avvocato Gao Zhisheng, del quale si sono perse le tracce da oltre un anno.
Nicholas Bequelin, ricercatore di Human Rights Watch esperto della Cina, ha detto alla France Presse che gli emendamenti, se tradotti in legge, indicherebbero una “preoccupante espansione dei poteri della polizia” e confermerebbero “l’evidente crescita del ruolo dell’apparato di sicurezza” cinese. Si tratterebbe della “legittimazione delle sparizioni forzate cui abbiamo assistito nell’ultimo anno”, gli fa eco Joshua Rosenzweig, del gruppo in difesa dei diritti umani Dui Hua, di Hong Kong.

Bequelin sottolinea ancora che gli emendamenti sono in contraddizione con gli obblighi che la Cina ha assunto firmando la Convenzione Internazionale sui Diritti Civili e Politici. Pechino ha sottoscritto la Convenzione nel 1998 ma l’Assemblea Nazionale del Popolo, equivalente di un Parlamento occidentale, non ha ancora ratificato l’adesione.

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27 agosto 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/esteri/2011/08/27/news/cina_legalizzare_scomparsa_dissidenti-20933077/

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LIBIA – Liberati i tre italiani prigionieri da un mese. Ma chi sono, che ci facevano? Nessuno lo sa. O parla

Liberati i tre italiani prigionieri da un mese. Ma chi sono, che ci facevano? Nessuno lo sa. O parla


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Un bel mistero, questo dei tre italiani in Libia… Mercenari? Agenti? Spie? Terroristi? Nessuno lo sa. E loro non parlano. D’altra parte pare che siano dediti a lavoretti quali l’idraulica e la meccanica. Insomma, disoccupati in cerca di lavoro all’estero? Ipotesi poco plausibile… Loro non parlano. Ma sembra che viaggino. E molto.

Leggiamo quanto riporta l’Unità di oggi:

08: 30 TRE ITALIANI PRIGIONIERI PER UN MESE
Sono Antonio Cataldo, 27 anni, di Chiusano di San Domenico (Avellino), Luca Boero, 42 anni, di Genova e Vittorio Carella, 42 anni, di Peschiera Borromeo (Milano), i tre italiani catturati un mese fa dalle milizie fedeli al regime di Gheddafi e rinchiusi in un carcere della capitale. Lo riferisce il Corriere della Sera. Ieri, dopo essere stati liberati dai ribelli il 21 agosto, sono stati accompagnati all’Hotel Corinthia di Tripoli dove alloggiano numerosi giornalisti e reporter internazionali. I tre hanno raccontato di aver subito violenze in carcere, ma non hanno spiegato il perché si trovassero sul territorio libico. Il ministero degli Esteri e quello dell’Interno hanno smentito che siano agenti di sicurezza privata. In giornata i tre italiani dovrebbero imbarcarsi su una nave per tornare in Italia.

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Chiusano San Domenico – fonte immagine

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Intanto a Chiusano di San Domenico, comune dell’Avellinese di poco più di 2mila residenti, pochissimi dicono di sapere qualcosa di Antonio Cataldo, il 27enne di cui, insieme con Luca Boero e Vittorio Carella, si erano perse le tracce in Libia e che poi sono stati ritrovati. In paese, raccontano telefonicamente dal bar principale, «oggi non se ne parla, qui ognuno si fa i fatti suoi». E spiazzano anche le pochissime parole della mamma di Antonio, la signora Graziella: «Mi coglie di sorpresa», premette. Poi non aggiunge nulla: «Certo eravamo preoccupati ma, ripeto, mi coglie di sorpresa ed ora vado di fretta. Devo chiudere». Da Chiusano di San Domenico, racconta Pamela che con Antonio qualche volta ci ha scambiato qualche chiacchiera, Cataldo ci mancava da «diversi mesi», alcuni dicono da Natale. «Che fa di lavoro? Lavoretti vari, l’idraulico, il meccanico – dice – Cosa ci faceva in Libia non lo so e penso che nessuno lo sappia. Quello che so è che lui di questi viaggi all’estero ne faceva spesso».

fonte:  http://www.unita.it/italia/libia-tre-italiani-prigionieri-br-per-un-mese-in-carcere-1.326434#CARCERE

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Un fiore nero per Francesco Mastrogiovanni, conversazione con Agnesina Pozzi

Un fiore nero per Francesco Mastrogiovanni

conversazione con Agnesina Pozzi

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di Angelo Pagliaro

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Mentre a Vallo della Lucania proseguono le udienze del processo, siamo andati a parlare con una dottoressa che ha seguito e segue con grande competenza il caso

Francesco Mastrogiovanni

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Sono passati due anni da quel 4 agosto 2009 quando, alle 7.30 del mattino circa, il personale medico e infermieristico del reparto di psichiatria dell’Ospedale San Luca di Vallo della Lucania si accorge che Francesco Mastrogiovanni, costretto per oltre 80 ore in una contenzione “ illecita, impropria e antigiuridica” è morto da circa sei ore. Ma non doveva essere monitorato ogni 15 minuti? Ma i medici non avrebbero dovuto slegarlo, curarlo, nutrirlo? Ma chi era addetto alla sorveglianza dei monitor non avrebbe dovuto accorgersi di quanto stava accadendo? Ne discutiamo con la Dott.ssa Agnesina Pozzi che, sin dall’aprile 2010, d’accordo con la famiglia del maestro libertario, ha iniziato a studiare la documentazione relativa alla perizia autoptica, agli interrogatori, alla cartella clinica, al video e in una relazione tecnica analizza, in modo semplice e dettagliato, tutti i particolari, anche quelli che potrebbero apparire insignificanti a chi medico non è per esprimere un giudizio.

Gentile Agnesina, il caso Mastrogiovanni è diverso da quello di Cucchi, Uva, Bianzino ed altri perché il magistrato intervenuto subito dopo la morte di Franco ha sequestrato il video prodotto dal sistema di videosorveglianza interno al reparto di psichiatria dell’Ospedale di Vallo. Tale video è stato ammesso come prova nel processo in corso e noi, che lo abbiamo esaminato minuto per minuto, sappiamo che oltre a costituire la prova evidente racconta delle negligenze e delle omissioni impensabili in un ospedale di un paese civile. Nelle tue qualità di medico, dalla lunga esperienza ospedaliera, cosa ti ha colpito maggiormente di quel video dell’orrore?
Certamente se il magistrato non avesse sequestrato il video, di quell’orrore non sarebbe rimasta traccia. È altrettanto sicuro che una videosorveglianza non può assolutamente sostituire l’assistenza ed il controllo “de visu”, al letto del malato. Se fossero stati eseguiti i controlli come dalle linee guida e come da buon senso in corso di contenzione e sedazione, ci si sarebbe accorti che Franco non certo “russava” beatamente ma era in uno stato di deficit di ossigeno, poi in carbonarcosi, poi in pre-agonia fino alla morte. Neppure la sua morte hanno individuato tramite la videosorveglianza (che dunque serve ben poco se non è supportata professionalmente ed umanamente). Infatti se ne sono accorti solo sul fare del giorno e di persona. Colpisce l’assoluta mancanza di privacy, di rispetto, di colloqui col paziente tesi anche alla ri-valutazione della necessità della contenzione. Colpisce il paziente che avvicina a sé una bottiglia d’acqua con un piede, l’asciugamano gettato su Franco, il sangue per terra, l’assoluta mancanza di alimentazione, l’immobilità della morte. È tutto vergognoso e terribile in quel video. Una piccola cosa sul caso Cucchi voglio dirla e spezzare una lancia a favore dei medici del Pertini che, massacrati da una stampa cialtrona e disinformata, sono stati fatti oggetto di accuse senza fondamento, come dichiara pubblicamente ed in modo accorato la dottoressa Flaminia Bruno in una lettera aperta, che vi invito a visionare in rete. I casi di cittadini massacrati di botte durante l’arresto, gli interrogatori o in carcere sono innumerevoli e purtroppo non assurgono tutti agli onori (orrori) della cronaca. Contro la maggior parte di agenti che fanno onestamente ed umanamente il loro lavoro, c’è un drappello di violenti, psicopatici con delirio di onnipotenza, che bisognerebbe imparare ad individuare, magari con opportuni test psico-attitudinali; prevenire piuttosto che punire. Ma siamo molto lontani da questa utopia.

La cartella clinica dovrebbe essere il documento più importante per verificare la corretta applicazione dei protocolli medici al paziente ricoverato. In quella di Mastrogiovanni non si fa alcun cenno della contenzione fisica. È possibile che nessuno abbia controllato?
Ti sembrerà assurdo quello che sto per dirti e che ho scritto peraltro: la contenzione è stato il problema minore, insieme alla sua mancata, seppur grave, annotazione in cartella! Non hanno annotato le terapie fatte durante la cattura “rocambolesca” ed essendo Franco già sedato, come dimostra il video, hanno duplicato la sedazione che, stando la sua tranquillità, non era affatto necessaria. Per sedarlo, hanno fatto un’associazione controindicata di farmaci, sfruttando perfino di uno di questi l’effetto collaterale. Non hanno verificato che ci fossero controindicazioni alle terapie potenzialmente pericolose se in atto patologie cardiache, epatiche e/o renali. Lo hanno lasciato per ben 36 ore senza alcuna idratazione con quel caldo infernale d’agosto, l’agitazione, la dispersione di liquidi ed hanno spacciato per “alimentazione” con flebo, quella che alimentazione non era; perché non si trattava di nutrizione parenterale, ma solo di infusione generica di liquidi salini e zuccherini del tutto inadatta a fornire l’adeguato supporto energetico. Non hanno annotato l’apposizione di catetere e neppure la diuresi nelle 24 ore e, cosa più grave, non hanno verificato gli esami di laboratorio. Questi erano tutti, ma proprio TUTTI sballati ma, pur avendo fatto il prelievo, ne hanno visionato i risultati SOLO DOPO LA MORTE. Dalle analisi risultava un’epatopatia (incompatibile con le terapie che gli hanno fatto), un interessamento dell’apparato urinario, una carenza di ferro che richiedeva terapia di apporto, un’infezione che richiedeva terapia antibiotica.

La ASL parte civile?

Cosa hai pensato, come medico e come donna quando hai visto il lungo filmato dell’agonia di Franco?
Ho provato orrore e vergogna. È indubbio che medici ed infermieri abbiano delle responsabilità ma le responsabilità maggiori sono a livello dirigenziale, a partire dalla Regione che ha divulgato le linee guida solo dopo la morte di Franco, ha autorizzato la sussistenza di reparti senza requisiti generali, strumentazioni d’emergenza (come ad esempio un defibrillatore), presidi idonei di sicurezza e comfort per i pazienti; a continuare con la dirigenza ASL che non ha disposto l’impiego di personale qualificato, non ne ha verificato la formazione, né ha creato sistemi di controllo a feedback con l’utenza. La cosa che ritengo più grave e spudorata è che la ASL si sia dichiarata parte civile, mentre è la prima responsabile di quanto accaduto! Preciso che la difesa Mastrogiovanni, dopo un iniziale entusiasmo e il mio utilizzo in frontiera, mi ha messo da parte con motivazioni insussistenti. Un medico resta tale, anche senza specializzazione; e comunque la mia esperienza e l’impegno, con successo, in altre vicende nazionali ed internazionali, porta a ritenere che davvero si siano voluti trovare pretesti. Forse per farmi tacere in merito all’attacco feroce che avevo fatto alla “dirigenza”.

Com’è stato possibile che prima della morte di Francesco non esistessero, né presso la Direzione sanitaria, né presso il reparto di Psichiatria dell’ospedale di Vallo della Lucania, le necessarie linee guida da adottare in caso di contenzione, nonostante negli ultimi due anni (2008 e 2009) ben 22 pazienti su 408 ricoverati siano stati sottoposti a contenzione.
No no, le linee guida esistevano eccome! Solo che la Regione non le ha diramate, ma neppure i dirigenti ASL si sono preoccupati di “pescarle” a livello nazionale. Il personale non le ha applicate? Significa che non le conosceva, significa quindi che i dirigenti non hanno aggiornato adeguatamente il personale!

Il presidente del Comitato, Peppe Tarallo, ha sottolineato più volte che Franco, nonostante avesse pranzato da solo e si fosse mosso autonomamente nella stanza, è stato cateterizzato sin dai primi momenti del ricovero e pesantemente sedato. La contenzione totale del paziente, in quell’ospedale, era un modus operandi?
A quanto pare si. Il video mostra infatti, un paziente già contenuto che addirittura per prendersi l’acqua la notte, avvicina il tavolino con un piede; la contenzione di un paziente sopraggiunto proprio la notte del decesso di Franco, appena arrivato in reparto e tranquillo.

Nella tua relazione, ribadisci la differenza che corre tra idratazione e nutrizione ed evidenzi che il paziente sequestrato, come risulta dalle analisi cliniche, fosse affetto da importanti patologie che andavano opportunamente trattate. Perché le analisi cliniche routinarie sono state richieste solo giorno 3 agosto?
Già! Perché nessuno ha accertato, da subito, che non ci fossero controindicazioni alle terapie ed ha fatto almeno un elettrocardiogramma all’ingresso? La dicitura “esami di routine” si riferisce ai test per la tossicodipendenza. Gli esami ematochimici sono stati richiesti solo il 3 agosto perché si evince dal foglio del laboratorio, così come la data della stampa, che è invece il 4, ossia quando Franco è già morto. Avranno voluto sapere “perché“, fosse morto?

Ai parenti del paziente è stato impedito di visitarlo e non sono stati mai consultati in merito alle condizioni di salute del loro congiunto. È stato lasciato morire senza assistenza, senza igiene, senza rispetto della dignità.
Tutto ciò ha violato la carta dei diritti del malato e qualunque regola di buon senso. Questo tipo di malati poi, specie se in contenzione, hanno maggior bisogno di figure parentali rassicuranti, proprio per vivere in modo meno drammatico quella che comunque (qualora estremamente necessaria) resta sempre un’umiliazione, una privazione della libertà, uno stato di sottomissione inerme. Come in effetti è stato. Non ci sono parole sufficienti anche a descrivere le menzogne dette ai famigliari e la mancata comunicazione della contenzione che, si sa, per legge può anche essere impugnata, se protratta, davanti ad un giudice. Comportamenti gravissimi, ma ripeto, statuiti; e, ancora più gravemente, ignorati dalla dirigenza che mai ha fatto controlli in merito. Qui sorge però il problema: chi controlla chi? Una Commissione d’inchiesta senza contraddittorio, che si limita solo all’ascolto del direttore della ASL, è cosa normale secondo voi?

Prepotenza, vigliaccheria, illegalità, incompetenza

Cara Agnesina, cosa ne pensi di un processo che all’inizio non sembrava iniziare mai e che ora, grazie all’alta professionalità della nuova Presidente del tribunale, Dott.ssa Elisabetta Garzo, si sta svolgendo in modo regolare. La neo-presidente ha ammesso, come parti civili, varie associazioni; ha ridotto il numero dei testi da ascoltare, ha ammesso come prova il video dell’orrore. Una delle testimonianze più importanti dell’intero processo sarebbe stata, senza dubbio alcuno, quella del sindaco di Pollica Angelo Vassallo, firmatario del TSO illegale che portò al ricovero di Franco ma, purtroppo, è stato vittima, il 5 settembre 2010, di un barbaro attentato mafioso.
La prima cosa che ho capito è che la Dott.ssa Garzo è una persona per bene. Ha infatti avocato a sé il processo per non allungare i tempi di designazione del Giudice dedicato. Mi dispiace che non si sia ammesso Serra come parte civile perché credo che, tra i familiari, sia stato quello che più di tutti si è preso cura di Franco anche nei momenti più critici. Sulle associazioni non mi pronuncio, vedremo. Proprio in virtù della bella impressione che avevo ricevuto in merito alla Dott.ssa Garzo, le spedii la mia relazione tecnica per darle anche modo di capire il contesto generale che io avevo così “chirurgicamente” ed amorevolmente, e disinteressatamente, esaminato. Voglio sperare che almeno per curiosità, l’abbia letta. Anche se ciò non fosse accaduto, ho piena fiducia nell’operato di questa donna. Per quanto mi riguarda sento di aver fatto il mio dovere di medico e di cittadino in virtù dell’amore che nutro verso l’alto valore della Giustizia. Non ci può essere giustizia senza verità, e la verità non può essere soggettiva, né ad uso e consumo di questo o quell’interesse personale o di bottega. Concludendo, la verità è che anche la dirigenza regionale e della ASL sono responsabili dell’omicidio di Franco, piaccia o non piaccia, faccia o non faccia comodo, a qualcuno. La morte di Vassallo che, nonostante il rispetto che si deve alla morte, ho definito “sceriffo”, è in perfetta armonia con la legge cosmica del Karma. Ora lui e Franco se la potranno vedere direttamente.
Di certo sono venuti a mancare tasselli importanti sul perché reale di un simile accanimento. Forse Franco disturbava, come i mozziconi di sigaretta, il paesaggio. Fatto sta che il defunto sindaco- sceriffo si arrogò un diritto che non aveva, sconfinando perfino nel territorio del comune limitrofo senza passare le competenze al collega. Restano le perplessità sulle condizioni preliminari rilevate dai vigili urbani; quelle infrazioni presunte che di certo non prevedevano provvedimenti di una tale violenza e una simile limitazione della libertà con uno spropositato, ingiustificato ed illegale impiego di uomini e mezzi. Vassallo, pace all’anima sua, non potrà spiegare come mai, per un cittadino “bislacco” ma assolutamente non violento come Franco, si è usata una tecnica di “cattura” degna di un pericoloso delinquente pluriomicida evaso da un carcere di massima sicurezza; né perché addirittura si sia coinvolta… la guardia costiera. Mancavano solo carrarmati ed elicotteri per prendere (vivo o morto) quel tenerissimo gigante buono che, scappato in acqua, lanciava sassolini e parolacce per difendersi dal destino tragico che qualcuno aveva stabilito per lui e che lui aveva previsto:”non portatemi a Vallo che quelli mi fanno morire!” . E i medici coinvolti da Vassallo nel TSO dovranno anche spiegare oltre al Giudice, alla loro coscienza, come mai, avendo Franco accettato la terapia sedante una volta convinto ad uscire dall’acqua, abbiano proseguito l’iter del TSO, essendo venuti a mancare i presupposti di legge.
Prepotenza, vigliaccheria, illegalità, incompetenza o malafede, hanno ucciso inutilmente e barbaramente l’ennesimo essere umano. Questo è quanto.

Angelo Pagliaro

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Agnesina Pozzi è stata definita “la dottoressa Giamburrasca” nelle battaglie per i diritti del malato. Nel 1990 il TdM la nominò, per questo, Referente Regionale per la Basilicata. Ha collaborato con periodici d’informazione locali (Il Lorico, L’Eco di Basilicata, Campania e Calabria), con Aritmie del Centro Sociale Scaldasole (Donna & Poesia) di Milano, con riviste e pubblicazioni d’arte. Organizzatrice e performer di numerosi eventi di informazione, comunicazione, formazione, prevenzione, per scuole ed associazioni. Il suo impegno professionale ha consentito la concessione degli arresti domiciliari a Bruno Contrada e l’evidenza di falsi processuali e denunce in USA a favore dell’innocenza di Carlo Parlanti (relazione tecnica riportata nel libro del Prof. Mastronardi Stupro, processi perversi; il caso Parlanti). Coautrice del libro-denuncia sul deposito di scorie nucleari in Basilicata Il sito; scenari e retroscena su Scanzano Jonico 2004; autrice de Alla ricerca di antichi rimedi (Ed.Capuano 2005), autrice a latere del libro-dossier Cogne, l’Enigma svelato (Ed.Giraldi 2007). Attualmente denuncia la psichiatrizzazione violenta a mezzo di TSO inutili, illeciti e mortali.

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estate 2011

fonte:  http://www.anarca-bolo.ch/a-rivista/364/15.htm

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SULLA NOSTRA PELLE – La Grande Truffa Miliardaria dei Farmaci

La Grande Truffa Miliardaria dei Farmaci

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https://i2.wp.com/www.comedonchisciotte.org/images/novartis.jpg

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DI KHADIJA SHARIFE
english.aljazeera.net

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Questa è la prima delle due parti di un documento che esamina i metodi utilizzati dalle aziende farmaceutiche per controllare il mercato e la vita

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La diarrea da rotavirus, insieme alle malattie causate dallo pneumococco come le meningiti e la polmonite, sono tra le principali cause di morte tra i bambini nei paesi in via di sviluppo. Si stimano circa 500.000 vittime l’anno.

L’85% di questi bambini, una percentuale sconvolgente, è costituita da africani e asiatici. Anche se sarebbero necessari miracoli della medicina, le anomalie di prezzo delle multinazionali farmaceutiche generano immensi profitti, spingendo in alto quelli dei dei medicinali salva-vita.

L’azienda farmaceutica GlaxoSmithKline (GSK), che ha sede in Gran Bretagna, ha recentemente proposto un accordo per somministrare alle nazioni povere 125 milioni di dosi del vaccino Rotavirus – il Rotarix – a 2,50 dollari la dose, solo il cinque per cento del prezzo dei mercati occidentali. Grazie al gruppo GAVI, l’agenzia di vaccini internazionali finanziata dai paesi sviluppati come il Regno Unito, si spera che GSK e la multinazionale farmaceutica Merck – che dominano il mercato del vaccino rotavirus – somministrino una linea sicura di medicine a basso costo a circa 40 paesi nei prossimi anni.

Ma è davvero uno “sconto”? E se lo è, chi pagherà il costo?

Il meccanismo finanziario che sovvenziona i vaccini si chiama Advance Market Commitment (AMC), una struttura creata dal G8, dalla Banca Mondiale e dalla Fondazione Gates per incentivare le multinazionali farmaceutiche a prendere in considerazione, nel lungo termine, i mercati dei paesi in via di sviluppo per i “bene comuni” farmaceutici, come i vaccini. Il Rotarix è partito bene: dal 2007 circa 50 milioni di bambini, con circa dieci milioni di dosi, hanno usufruito di questo farmaco. Nel 2009 la vendita globale di questo medicinale è arrivata a 440 milioni di dollari, un aumento del 50% rispetto al 2008, e il Rotateq della Merck ha realizzato vendite per un totale di 564 milioni di dollari.

Il direttore esecutivo di GSK, Andrew Witty, ha descritto la struttura dei prezzi “né una tattica, né un gesto filantropico isolato, ma fa parte di una strategia concordata per cambiare il nostro modello di vendita”, progettata per poter unire “il successo commerciale ai contributi per i sussidi nel lungo termine.”

Struttura dei prezzi e profitti

Compagnie farmaceutiche come GSK sostengono che i costi dell’innovazione, ossia della Ricerca e Sviluppo, e quelli per l’introduzione di un nuovo farmaco sul mercato oscillano tra i 1000 ed i 1700 milioni di dollari. L’AMC e il GAVI, che hanno raccolto 4,3 miliardi di dollari per finanziare l’acquisto di vaccini, sono stati introdotti con la premessa che bisogna compensare l’alto costo della R&S delle multinazionali finanziarie.

Nell’ultimo decennio l’industria farmaceutica negli Stati Uniti – della quale più della metà è composta da aziende con sede in Europa – è stata di gran lunga il settore più remunerativo dell’economia della nazione, grazie anche all’assenza di una struttura di prezzi imposti dal governo. “La libera attribuzione dei prezzi e la veloce approvazione assicurano un rapido accesso alle innovazioni grazie all’afflusso di capitali”, ha affermato Danile Vasella, ex capo di Novartis (con base in Svizzera), parlando dei vantaggi del fare affari negli Stati Uniti.

Le multinazionali farmaceutiche affermano che i consumatori statunitensi sono obbligati a finanziare la ricerca e lo sviluppo che sono necessari per mantenere costante l’innovazione in tutto il mondo. In Australia, Europa e Canada – i luoghi di provenienza di gran parte delle medicine “reimportate” negli USA, dove spesso le medicine vengono vendute alla metà del prezzo degli Stati Uniti – i governi si assicurano che le strutture dei prezzi facciano in modo che i medicinali brevettati siano accessibili.

Nonostante le multinazionali farmaceutiche ottengano notevoli profitti in questi paesi, circa il 50% degli introiti delle industrie farmaceutiche globali vengono generati negli USA. Nel 2006, ad esempio, la vendita globale di medicinali è arrivata a più di 640 miliardi di dollari, dei quali quasi 300 provenienti dagli Stati Uniti.

Il vero inganno machiavellico utilizzato dalla compagnie farmaceutiche consiste nell’affermare che l’alto prezzo di vendita del Botox (la pillola che vale un miliardo di dollari) sia dovuto all’innovazione. Dal 1996 al 2005 le grandi compagnie farmaceutiche hanno speso 739 miliardi di dollari in marketing e amministrazione: in questo caso i costi di “amministrazione” includono la contabilità, gli stipendi dei dirigenti (incluse le indennità, la vendita di azioni, etc) così come le spese per le risorse umane. Il marketing consiste in pubblicità diretta al consumatore, in programmi di vendita e in campioni gratuiti per i medici, oltre alla pubblicità sulle riviste del settore.

Un esame più minuzioso dei costi dei medicinali

Durante il periodo a cavallo tra il 1996 ed il 2005, le compagnie farmaceutiche hanno investito 288 miliardi di dollari in R&S e 43 miliardi in beni ed attrezzature, con un profitto di 558 miliardi di dollari. È possibile notare che la ricerca e sviluppo è al penultimo posto in termini di spesa. Ma la flessione in sé non è trasparente: le aziende non dettagliano le spese effettive per lo sviluppo di un singolo medicinale, sostenendo che le informazioni sono esclusive e comprendono segreti professionali e/o confidenziali.

Secondo l’Harvard Business Review, “il costo per l’approvazione di un nuovo medicinale è aumentato più dell’800% dal 1987, l’11% all’anno per quasi due decenni.” Le aziende farmaceutiche come Novartis e GSK si lamentano che le compagnie che producono farmaci generici – spesso in India – possono evitare di sostenere questi costi e così riescono a vendere i loro medicinali “copiati” a prezzi inferiori rispetto al prodotto originale, in una fascia che oscilla tra il 65% e il 99% in meno di quelli praticati dalle multinazionali.

Il “costo di 1000 milioni di dollari” deriva da uno studio del 2003 pubblicato nel Journal of Health Economics da Joe DiMasi e altri del Tufts Center for the Study of Drug Development. Gli autori e la loro organizzazione garantirono l’obbiettività della ricerca, nonostante il Tufts Center sia finanziato per il 65% dalle aziende farmaceutiche.

Anche se i risultati furono presentati dai media come corretti, già da tempo sono stati screditati dagli specialisti indipendenti.

Gli autori hanno analizzato dieci grandi aziende farmaceutiche (responsabili del 42% della spesa in R&S negli Stati Uniti, dove si svolge la gran parte di questo lavoro), esaminando i costi di R&S di 68 farmaci scelti a caso e hanno determinato il costo di sviluppo di ciascuno in 802 milioni di dollari (portato a un miliardo per l’inflazione).

Poiché i dati sono stati presentati in modo confidenziale dalle aziende farmaceutiche agli autori, non c’è stato modo di verificare la qualità delle informazioni, né tantomeno si è potuto valutare la manipolazione interna dei costi da parte delle aziende. I nomi delle imprese non sono stati menzionati, tanto meno i nomi dei farmaci, il genere di medicinale o il loro stato, se si trattasse di farmaci fondamentali, tra cui quelli per le cure sofisticate, o farmaci “generici”, che sono una variante di prodotti già presenti sul mercato.

“Demistificare” i costi

Per iniziare, la cifra di 802 milioni di dollari non tenne conto della forma strana e poco chiara della contabilità analizzata, iniziando a partire dai “costi capitalizzati”. Secondo gli autori, i guadagni della R&S “devono essere capitalizzati a un tasso di sconto appropriato, pari al reddito del quale si privano gli investitori durante lo sviluppo del farmaco quando mettono capitali in questo settore piuttosto che altri ugualmente rischiosi del mercato finanziario.”

Come affermato da Marcia Angell, medico americano ed ex capo-redattore del New England Journal of Medicine oltre che docente alla Harvard Medical School: “I consulenti della Tufts li aggregarono semplicemente ai costi generali del settore. Questa manovra contabile ha quasi duplicato i 403 milioni di dollari in 802 milioni”.

Quindi, nel prendere in considerazione i costi aggiornati dai dati del PhTMA (2006), con un incremento della R&S che è arrivata a 1,32 miliardi di dollari, più di 650 milioni di dollari sono stati semplicemente considerati come “ricerca e sviluppo” dalle aziende farmaceutiche, con la pretesa di mitici profitti che sarebbero potuti generare investendo a Wall Street invece che nell’”innovazione”, che viene usata per giustificare enormi guadagni provenienti dalla creazione di brevetti esclusivi.

Nella rivista BioSocieties, il sociologo Donald Light e l’economa Rebecca Warbuton “demistificano” i costi della R&S per i medicinali, analizzando anche la componente delle tasse all’interno di questi costi.

L’”Office of Technology Assessment (OTA) ha affermato che “il costo netto di ogni dollaro speso nella ricerca deve essere ridotto dal totale delle imposte che vengono risparmiante con questa spesa”. Gli autori hanno utilizzato dati di fonti ufficiali come il Tax Policy Center (Centro di politica tributaria) per rilevare rivelare risparmi di imposta supplementari pari al 39%. Cumulativamente, i sussidi e dei contribuenti e i crediti hanno ridotto i costi complessivi da 403 a 201 milioni di dollari.

Segreto Fiscale

Del resto, come spiega l’articolo “Pianificazione Fiscale” di Ernst & Young, i costi di R&S generalmente vengono trasferiti in paesi che hanno alto peso fiscale per compensarne la spesa. Invece, i profitti generati dai brevetti spesso vengono “ricollocati” in paesi con una bassa imposizione fiscale. Le aziende farmaceutiche preferiscono generare i “costi” della R&S in paesi con un’alta fiscalità, come gli USA, per poter togliere i costi più alti dal reddito imponibile. Naturalmente, il costo della R&S non include le imposte “evitate”. Non sorprende che la maggior parte delle compagnie farmaceutiche abbia sede in paesi con basso livello impositivo e in cui vi sia il segreto fiscale, come il Delaware negli USA, dove i profitti si possono convertire in passività e in aziende di proprietà intellettuale.

In un articolo (stampato originariamente sulla rivista New Age e pubblicato online su Al–Jazeera) che scrissi con John Christensen, fondatore della Tax Justice Network ed ex consigliere economico del Jersey, uno dei massimi paradisi fiscali del Regno Unito, rivelammo come il segreto fiscale e la proprietà intellettuale (IP) vengano utilizzate dalle aziende farmaceutiche per trarne profitti, piuttosto che servire i bisogni delle persne deboli.

“Pfizer, Novartis, GlaxoSmithKline, cosi come più del 60% delle multinazionali nella lista di Fortune, mantengono le loro “sedi” nel Delaware, approfittando degli strumenti di opacità legale e finanziaria. A parte il segreto fiscale e la mancata divulgazione del beneficiario dei profitti, il Delaware permette che le società controllanti generino in due giorni holding che non producono nulla, che non realizzano attività economiche nello Stato e che, in genere, hanno un solo azionista, la compagnia madre. Tali soggetti permettono che la società madre paghi alla società appena creata un “onorario” per l’uso dell’IP, fungendo come un condotto che converte il reddito imponibile in passività non soggette a imposta. L’unico scopo di questa società è quello di possedere e gestire i profitti “ripuliti” generati dall’IP”.

Le enormi spese legali sostenute dagli specialisti per lo sviluppo dei brevetti, per il patrocinio legale, per la ricerca dei paradisi fiscali e per le questioni legate all’IP, costituiscono costi aggiuntivi che vengono inclusi nella R&S. Questa strategia di ottimizzazione tributaria somiglia a quella delle compagnie di “alta tecnologia” che basano sul capitale intangibile la maggior parte della loro ricchezza. Secondo la rivista Forbes, nel 1999 tre delle quattro persone più ricche al mondo hanno fatto la loro fortuna con i diritti di proprietà intellettuale. Devono la loro fortuna, come afferma Michael Perelman, a “Microsoft uno dei maggiori proprietari di diritti di proprietà intellettuali, qualcosa di molto appropriato per la denominata New Economy, e nella quale il Capitale DOS” ha soppiantato “Il Capitale” di Marx.

Profitti dalla cura dell’AIDS

La gestione dei diritti di proprietà intellettuale può essere certamente un’attività lucrativa. Il primo trattamento dell’HIV/AIDS , la zidovudina (AZT) venduta con il nome di marca Retrovir, venne fabbricato dalla compagnia Burrough Wellcome, inglobata successivamente a GSK. Nel 1983, dopo due anni di ricerche sull’AIDS, National Institutes of Health statunitense (NIH) e l‘Istituto Pasteur di Parigi identificarono per la prima volta la sua causa: il retrovirus HIV. Lo stesso anno, Samuel Broder, capo del National Cancer Institute (un ramo dell’NIH), creò un’equipe globale al fine di selezionare strumenti antivirali, tra cui la molecola AZT scoperta dalla Michigan Cancer Foundation, che venne poi acquisita da Burrough Wellcome.

L’equipe NIH-NCI di Broder, insieme agli eruditi dell’università Duke, scoprì l’effettiva capacità di azione dell’AZT contro il virus dell’AIDS e realizzò i primi saggi clinici nel 1985. Come spiega Marcia Angeli nel suo libro informativo “The truth about Drug Companies “(La verità sulle compagnie farmaceutiche), Burrough Wellcome brevettò immediatamente il medicinale e “realizzò le ricerche posteriori che gli diedero la possibilità di ricevere l’approvazione della Food and Drugs Administration (FDA) nel 1987”, dopo uno studio di soli pochi mesi. La società pagò più di 10.000 dollari l’anno ai pazienti per il trattamento medicinale e si auto-celebrò per aver scoperto il farmaco salvavita.

Dopo una lettera auto-elogiativa di questo tipo, il presidente esecutivo di Burrough Wellcome e i suoi colleghi del NCI e della Duke University risposero al New York Times dichiarando: “La società non ha sviluppato la tecnologia adeguata prima di somministrare la prima applicazione del medicinale, e non si è a conoscenza della capacità dell’AZT di sopprimere il virus vivo dell’AIDS nelle cellule umane, né tantomeno ha sviluppato la tecnologia per determinare quali dosi utilizzare al fine di ottenere tale effetto in un essere umano. Inoltre, non è stata la prima a somministrare AZT a un essere umano con l’AIDS, né a realizzare i primi studi clinici farmacologici in pazienti affetti da tale malattia. Tantomeno ha realizzato gli studi immunologici e virologici necessari per dedurre che il medicinale potesse funzionare e che, per questo, valesse la pena continuare con la ricerca. Tutto questo fu realizzato dal personale dell’NCI, in collaborazione con il personale della Duke University”.

Aggiunge poi: “Di certo, uno degli ostacoli dello sviluppo dell’AZT è stato che Burroughs Wellcome non lavorò con il virus vivo dell’AIDS, né tantomeno con pazienti affetti dall’AIDS”.

Tattiche assassine

Paradossalmente, il medicinale Reterovir venne classificato dalla compagnia come “medicinale orfano”, ossia un farmaco per il quale esiste un mercato di meno di 200.000 persone, e per tanto non era probabile che fosse economicamente redditizio. Tutto ciò aveva lo scopo di ottenere un credito di 50% dal governo per i costi delle sperimentazioni cliniche. Nel 2005, GSK fu accusata di aver spinto in alto in modo artificiale i suoi profitti a breve termine non incrementando la produzione per soddisfare la crescita drastica della domanda, causando di conseguenza “scarsità” del prodotto brevettato. Ciò fu visto come un ultimo tentativo di sfruttare il brevetto in scadenza nel settembre 2005. Poco dopo il governo degli Stati Uniti approvò versioni generiche del medicinale.

In Africa si conosce GSK – letteralmente. Per le sue tattiche assassine.

Quando il distributore ghanese, la Healthcare Ltd., importò una versione generica del medicinale (una combinazione di AZT e 3TC conosciuta come Combivir) da una compagnia farmaceutica indiana, la CIPLA, che la smerciava a un prezzo accessibile (9 centesimi di dollaro per pillola) invece del prezzo pattuito statunitense (10 dollari a pillola), GSK minacciò di portare in tribunale il distributore, costringendo quindi Healthcare Ltd a cessare le vendite. Senza dubbio, mentre GSK accusava CIPLA di violare il brevetto, non possedeva i “diritti” di Combivir nell’ufficio regionale per i brevetti dell’Africa Occidentale. L’AZT e altri trattamenti per l’AIDS hanno riscontrato grande successo nelle vendite di GlaxoSmithKline, generando 2,4 miliardi di dollari di profitti nei primi sei mesi del 1997, in particolare grazie alla vendita di AZT e 3TC. Nel 1998 ci si riferiva all’AIDS come una “crisi sanitaria su scala mondiale”, considerata da molti come “un’epidemia”.

Conseguentemente GSK guadagnò 1000 milioni di dollari con un brevetto, controllò un mercato e fu responsabile della vita e della morte di un miliardo di persone in tutto il mondo attraverso un qualcosa che non aveva inventato. I suoi ricercatori affermarono, comunque, che avvano intuito che il farmaco avrebbe funzionato. Questa affermazione fu sufficiente per negare agli scienziati del NCI, incluso Broder, di essere considerati gli inventori.

Ma è un esempio isolato?

La seconda parte verrà pubblicata prossimamente.

**********************************************Fonte: http://english.aljazeera.net/indepth/opinion/2011/06/20116297573191484.html

29.06.2011

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di VERA ELIANA FORNONI

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fonte:  http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=8868

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“Basta carbone, smettetela di ucciderci”. Ma a Vado Ligure la centrale raddoppia

Vado Ligure, la centrale inquina e raddoppia

A Savona il progetto per l’impianto a carbone con la benedizione di Pd e Pdl. Accordo fra governo e Regione Liguria. Ma anche De Benedetti ci guadagna

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di Ferruccio Sansa

27 agosto 2011

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Paura di respirare. Di infilare dentro di te un nemico invisibile. A Vado, Quiliano, Savona, in tanti vivono così.

Strana storia quella della centrale a carbone di Vado Ligure. Delle sue sorelle, come quella di Porto Tolle, si parla perché, incredibilmente, erano sorte vicino a un parco naturale. Di questa, cresciuta in mezzo a una città, quasi nessuno sa nulla: da quarant’anni brucia fino a 5000 tonnellate di carbone al giorno. E pensare che, secondo gli esperti, gli effetti arrivano a 48 chilometri: fino a Genova, fino a località turistiche come Varigotti e Loano. A luglio il governo e la Regione Liguria hanno approvato il progetto di ampliamento.

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Ma a protestare contro il nuovo impianto da 460 Megawatt (che si aggiungerà inizialmente ai due esistenti da 330 Megawatt l’uno) c’è solo chi vive all’ombra delle due ciminiere. È letteralmente così: case, scuole, ricoveri per anziani dal 1970 sono a pochi passi dai camini di 200 metri. Ma adesso la gente ha deciso di dire basta, sventolando gli studi sugli effetti delle centrali a carbone. A diffonderli non sono fanatici, ma gli esperti dell’Ordine dei Medici. I dati annuali sulla mortalità maschile per tumore ai polmoni su 100.000 abitanti parlano di 54 decessi in Italia, 97 a Savona e 112 a Vado.

Statistiche, ma se vai in via Pertinace qualcuno dà nomi e volti ai numeri. A ogni finestra corrisponde una storia. Suggestione? A Vado da decenni si sono concentrate industrie inquinanti che hanno dato lavoro, ma bruciato perfino la vegetazione delle colline. L’Ordine dei Medici aggiunge: “La stragrande maggioranza delle emissioni inquinanti nel comprensorio Vado-Quiliano-Savona provengono dalla centrale elettrica (circa il 78,5 per cento per il PM 2,5 solo per i gruppi a carbone)”.

D’accordo, non esistono studi che dimostrino il rapporto tra le morti per tumore, ictus, infarti e la centrale. Ci voleva la procura, guidata da Francantonio Granero, che ha incaricato esperti come Paolo Crosignani, Paolo Franceschi e Valerio Gennaro e ha aperto un fascicolo per omicidio colposo plurimo (a carico di ignoti).

“Intanto l’ampliamento è già stato approvato”, allarga le braccia Stefano Milano che dalla sua libreria nel cuore di Savona ha raccolto firme contro il colosso della Tirreno Power. “Intorno alla centrale ruotano interessi economici e politici”, aggiunge mostrando le lettere di protesta di cittadini, associazioni e quasi tutti i partiti. Con due assenze: Pd e Pdl.

Già, Vado e la sua centrale, come Taranto con l’Ilva, strette nella tenaglia “salute contro occupazione”. Mario Molinari, giornalista d’inchiesta, respinge l’alternativa secca: “Utilizzando studi americani su una centrale simile e parametri dell’Unione Europea, i medici dell’associazione Moda hanno quantificato i danni a salute e coltivazioni di una centrale a carbone in 36,5 milioni all’anno (142 milioni i costi complessivi). Un danno molto maggiore del beneficio dato dall’impianto (dove lavorano 250 persone, ndr)”.

Così ecco il paradosso: tutti i 18 comuni interessati hanno votato contro l’ampliamento. Durante l’ultima campagna elettorale per le regionali, i candidati si sono espressi contro il carbone. E poi? Il progetto è stato approvato. Una decisione che ha sollevato le critiche della Curia sulle pagine del Letimbro, il giornale diocesano di Savona: la decisione “contraddice con forza le posizioni di alcuni partiti che sostengono la giunta Burlando i quali, in campagna elettorale, avevano ribadito il “no”.

Ma che cosa prevede l’accordo? Renzo Guccinelli, assessore alle Attività produttive della Regione, spiega: “Sarà realizzato un nuovo gruppo a carbone da 460 megawatt. Ci vorranno sei anni. Allora si abbatterà uno dei due gruppi vecchi e, dopo altri tre anni, si abbatterà il terzo. A quel punto valuteremo l’opportunità di dare parere favorevole alla costruzione di un ulteriore gruppo per il quale non è previsto alcun automatismo”.

Insomma, impianti nuovi al posto di quelli con quarant’anni di vita. Ma un aumento di potenza della centrale. Nel frattempo, l’accordo prevede una serie di prescrizioni, tra cui l’Aia (Autorizzazione Integrata Ambientale).

Una vittoria per l’ambiente, secondo la Regione: “Tirreno Power non era disposta a realizzare un impianto interamente a metano come chiedono i cittadini”, racconta Renata Briano, assessore all’Ambiente. Perché non sostituire semplicemente i due vecchi impianti senza ampliamenti? “L’azienda non era disposta. Al massimo avrebbe adeguato gli impianti, ma si sarebbe inquinato di più che con il nuovo progetto”.

I cittadini, però, parlano di “resa” per ambiente e salute. Come Gianfranco Gervino di Uniti per la Salute: “I gruppi non potevano restare come sono, ma per legge e senza condizioni dovevano essere adeguati alle migliori tecnologie. Invece continuano a funzionare. In pratica si è contrattato l’ampliamento con il rispetto delle norme. È incredibile”.

La Regione non è la sola favorevole all’accordo. Tirreno Power difende il progetto: “Gli studi per ottenere la Valutazione di Impatto Ambientale sono in corso, ma dovranno tenere conto dei miglioramenti che ridurranno le emissioni del 40 per cento”. Non era meglio valutare prima di ingrandire? “Diventerà una delle centrali più pulite d’Europa”. Ma i dati dell’Ordine dei Medici? “Ognuno può diffondere i dati che crede. L’accordo prevede un Osservatorio che monitorerà l’impatto della centrale”.

Anche altre figure di spicco sono per l’ampliamento. Fabio Atzori, presidente dell’Unione Industriali, ha commentato: “Per Savona è come aver vinto al Superenalotto”. Una frase che ha sollevato polemiche: “Atzori – ricorda Molinari – è amministratore delegato della Demont che lavora con Tirreno Power”. C’è chi ricorda che il vicepresidente degli industriali savonesi, è Giovanni Gosio, manager Tirreno Power.

La questione scuote equilibri immutabili del potere locale. Che dire, per esempio, di Luciano Pasquale definito da Claudio Scajola “manager di grande caratura”? Pasquale, anche lui sponsor dell’operazione Tirreno Power, è un recordman delle poltrone savonesi: già presidente dell’Unione Industriali è oggi numero uno della Camera di Commercio e presidente della Carisa, la banca cittadina. Senza contare cariche varie, soprattutto nelle società autostradali (legate al gruppo Gavio).

Tirreno Power vanta un appoggio trasversale. I comitati hanno inviato una lettera a Carlo De Benedetti, imprenditore tessera numero uno del Pd e proprietario attraverso Sorgenia del 39 per cento delle quote di Tirreno Power. “È una lotta impari – racconta Molinari – Tirreno Power ha mezzi inesauribili: compra pubblicità sui quotidiani, tappezza la città di manifesti e sponsorizza iniziative del Comune”.

A Vado Ligure, però, delle questioni di potere interessa poco. Nel torrente Quiliano, l’Arpal nel 2009 ha rilevato la presenza di metalli pesanti e di idrocarburi policiclici aromatici cento volte superiore alla legge. I medici parlano di “molto probabile derivazione dalla centrale a carbone”.

Per i responsi definitivi bisogna attendere l’indagine epidemiologica. Intanto si può andare alla farmacia Mezzadra o a quelle di Quiliano. “C’è una diffusione notevole di malattie respiratorie”, dicono i farmacisti. I clienti presentano la ricetta. Molti non hanno bisogno di parlare. Il codice 048 sulla prescrizione vuole dire una cosa sola: tumore.

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(video di Lorenzo Galeazzi)

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POLITICA & AFFARI – La Procura fa ricorso: “Penati va arrestato”

27/08/2011 – AFFARI E POLITICA L’INCHIESTA SU SESTO

La Procura fa ricorso “Penati va arrestato”

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Filippo Penati alla sede del Pd

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E l’ex braccio destro di Bersani si autosospende dal Partito Democratico

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di GIOVANNA TRINCHELLA
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MILANO
La Procura di Monza non arretra davanti allo stop del giudice che ha negato l’arresto, ricalibrato il reato da concussione a corruzione e dichiarato la prescrizione. E vuole Filippo Penati, ormai ex esponente del Pd dopo l’autosospensione dei ieri, in galera. Insieme al suo ex capo di gabinetto in Provincia, Giordano Vimercati. I pm Walter Mapelli e Franca Macchia, avevano già pronto da giorni l’appello al tribunale del Riesame contro la decisione del giudice per le indagini preliminari Anna Magelli che ha comunque riconosciuto i gravissimi indizi di colpevolezza. L’ex sindaco di Sesto San Giovanni e Vimercati stavano inquinando le prove; sapevano dell’inchiesta ed entrambi hanno incontrato il costruttore Giuseppe Pasini per dargli indicazioni su cosa dire ai pm.

Una depistaggio iniziato chissà quando se è vero come risulta dal fascicolo di indagine che nell’aprile scorso (le prime perquisizioni della Finanza sono avvenute a fine giugno) Vimercati sa che l’indagine è aperta. Il 28 aprile scorso, proprio una ex collaboratrice di quest’ultimo viene convocata come teste. Poco dopo sul telefono dell’ex candidato alla poltrona di governatore della Lombardia arriva un sms dal suo portavoce Franco Maggi. «No tel, no news, no problem». Per gli inquirenti è la spia della consapevolezza degli indagati di essere finiti nel mirino di una Procura. La stessa donna svela a un amico: «Giordano (Vimercati, ndr) mi ha detto che è un casino, tutti i telefoni sono intercettati tranne il mio». E invece no. Nelle venti pagine di appello ai giudice della Libertà i pm sostengono che ci fu concussione e non corruzione e insistono sull’esistenza di prove sul finanziamento illecito al partito che il gip non ha riconosciuto.

Ma l’indagine guarda anche avanti, ci sono altri filoni da scandagliare: quello delle Coop rosse, il capitolo Serravalle, così recente – si tratta del luglio del 2005 – da non temere prescrizioni e l’affare Falck che ha avvantaggiato alla fine l’immobiliarista Luigi Zunino, indagato e che presto sarà interrogato. Sull’area ex industriale avevano puntato gli occhi proprio Zunino, a suo tempo numero uno della Risanamento spa, e Giuseppe Grossi, il re delle bonifiche arrestato nell’ambito dell’inchiesta milanese sul quartiere Montecity-Santa Giulia dalla quale è scaturita l’inchiesta di Monza. Nel 2005 Zunino acquista dal costruttore Giuseppe Pasini le aree ex Falck che erano state comprate da Pasini proprio su suggerimento di Penati. Ma Pasini, cui vengono imposte le coop rosse che avrebbero avuto il ruolo «di garantire la parte romana del partito» e che si sfilano poi lamentando l’assenza di liquidità, è costretto a vendere; ha alle costole Banca Intesa e quindi decide di mollare il progetto evitando il fallimento.

Entra in campo Zunino: «… per accrescere l’immagine del gruppo Risanamento era necessario anche un appoggio politico che Di Caterina, uomo legato all’allora presidente della Provincia di Milano Filippo Penati, poteva dare», spiega Giovanni Camozzi, un altro immobiliarista. Scatta l’operazione raddoppio della volumetria – che Pasini non aveva chiesto né avrebbe probabilmente ottenuto – forse «al solo scopo di costituire provviste per il pagamento di tangenti a favore di politici di Sesto San Giovanni». Così, Zunino, Grossi e Di Caterina concludono una serie di compravendite fra società di comodo che generano plusvalenze e minusvalenze. Soldi, provviste, fondi neri da destinare magari a bustarelle: un capitolo quello della corruzione che era già stato ipotizzato contro ignoti dalla Procura di Milano. Infine l’affare Serravalle (l’acquisto di quote da parte della Provincia dalle mani dell’imprenditore Gavio) che Penati, da presidente della Provincia, avrebbe messo in piedi anche per quietare le richieste dell’imprenditore Di Caterina.

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fonte:  http://www3.lastampa.it/politica/sezioni/articolo/lstp/417122/

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