Archivio | agosto 28, 2011

UNA RISATA CI SALVERA’ – Ora è ufficiale, ridere protegge il cuore, il buonumore vale quanto l’esercizio fisico e i farmaci

LAUGHTER YOGA EXERCISE

Caricato da in data 30/lug/2008

Laughter Yoga Exercises are derived from Yoga based exercises, playful exercise and value based exercise

Yoga della Risata e terapie oncologiche

Caricato da in data 14/mag/2011

Una storia vera su come lo Yoga della Risata ha aiutato una donna a superare un grave tumore che la ha colpita. Anche in una situazione grave,con lo Yoga della RIsata, è possibile imparare ad essere felici e fare questo facilita la guarigione.

Cardiologi: “Nuovi studi misurano l’efficacia preventiva della risata”

Ridere fa bene al cuore

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“Ora è ufficiale, ridere protegge il cuore il buonumore vale quanto l’esercizio fisico e i farmaci”. E’ quanto emerge da una ricerca dell’Università del Maryland presenta oggi al Congresso europeo di Cardiologia che si apre oggi a Parigi. La scarica positiva di una risata ha sulle arterie lo stesso effetto benefico dell’attività fisica o delle statine, i farmaci anti-colesterolo

Raduno di clownRaduno di clown

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Roma, 28-08-2011

“Ora è ufficiale, ridere protegge il cuore il buonumore vale quanto l’esercizio fisico e i farmaci”. E’ quanto emerge da una ricerca dell’Università del Maryland presenta oggi al Congresso europeo di Cardiologia che si apre oggi a Parigi. La scarica positiva di una risata ha sulle arterie lo stesso effetto benefico dell’attività fisica o delle statine, i farmaci anti-colesterolo. Per la prima volta una ricerca dell’Università del Maryland, presentata al Congresso europeo di Cardiologia che si apre oggi a Parigi, è riuscita a misurare l’impatto del buonumore sulla salute.

I risultati sono sorprendenti ed hanno destato grande interesse fra i 30.000 medici presenti, tanto da inserire questo parametro fra i capisaldi di uno stile di vita corretto, al pari del movimento o della dieta. “Per star meglio basta un buon film comico – spiega il prof. Roberto Ferrari, past president della European Society of Cardiology (ESC) e presidente della “Fondazione Anna Maria Sechi per il Cuore” (FASC) -: lo studio ha messo a confronto l’espansione dell’endotelio, il rivestimento interno dei vasi sanguigni, nelle stesse persone in seguito alla visione di uno spettacolo divertente e di uno drammatico, dimostrando che la risata provoca la dilatazione dei vasi fino al 50% in più, aiutando così a prevenire aterosclerosi, infarti e ictus”.

La ridotta funzionalità vascolare è determinante per lo sviluppo di malattie cardiache, che rappresentano tuttora la prima causa di morte nel mondo, con 4,3 milioni di decessi ogni anno in Europa, il 48% del totale. In Italia sono circa 5 milioni le persone affette da cardiopatia ischemica, la più diffusa tra le malattie cardiovascolari, mentre l’infarto del miocardio ogni 12 mesi colpisce circa 200 mila persone. Perché gli effetti siano visibili l’ilarità deve essere frequente, l’ideale sono 15 minuti al giorno.

La rabbia aumenta il rischio d’infarto
Rabbia e negatività aumentano invece il rischio di infarti nei sani, fino a raddoppiarlo in chi è già malato, come dimostra un’altra ricerca dell’Università di Pisa presentata al Congresso. Gli oltre 30.000 esperti dedicano infatti grande attenzione al rapporto fra umore e salute, oggetto di un’intera sessione dei lavori, preoccupati per gli effetti della crisi economica globale che fa prevedere un aumento del 15% degli eventi cardiovascolari nel vecchio continente nei prossimi mesi, così come è accaduto in Irlanda in seguito al crac del 2010.

“Nel nostro Paese tradurremo in pratica i risultati di queste ricerche nel primo progetto di prevenzione basato sulla promozione del buonumore promosso dalla FASC – continua Ferrari -. Be happy, be healthy, che partirà in autunno, si basa sul valore protettivo e terapeutico della risata e utilizzerà la comicità in tv come strumento principale di prevenzione, come indicato dallo studio USA. Stiamo elaborando un nuovo programma ad hoc con attori e cabarettisti che ci vedrà impegnati direttamente, per garantire la massima scientificità. Ridere infatti è importante ma ovviamente da solo non basta e soprattutto non può sostituirsi all’esercizio fisico e a una dieta sana”.

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fonte:  http://www.rainews24.it/it/news.php?newsid=155910

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LOTTA ALL’EVASIONE – Eppure abbiamo un’arma: il 117

Eppure abbiamo un’arma: il 117


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Il governo ha fatto di tutto per nasconderlo, ma il numero della Guardia di Finanza è un potente strumento contro l’evasione. Per segnalare chi non fa la ricevuta, chi affitta l’appartamento in nero e tutti gli altri furbetti

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di Maurizio Maggi

25 agosto 2011

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Basta debolezze sull’evasione fiscale, ha tuonato il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, al meeting di Comunione a liberazione di Rimini. Com’era ovvio, la classe politica si è spellata le mani di fronte all’indignato grido di dolore presidenziale. Nessuno, però, si è ricordato che una discreta arma contundente per dare qualche bacchettata agli evasori e agli elusori delle tasse e puntare comunque su un significativo effetto deterrente, l’Italia ce l’ha già, da ben quindici anni e, colpevolmente, la utilizza col silenziatore.
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E’ il 117, il numero utile istituito dalla Guardia di finanza per permettere ai cittadini di segnalare – anche in forma anonima – comportamenti scorretti in tutti i campi di competenza delle Fiamme gialle, dall’evasione fiscale alla contraffazione.
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Lanciato all’epoca del governo di Romano Prodi ma su iniziativa della Gdf e tratteggiato quando a Palazzo Chigi c’era Silvio Berlusconi, fu sottoposto a durissime critiche da parte dello schieramento di centrodestra ma non faceva impazzire neppure il centrosinistra. Uno dei suoi fustigatori più accesi fu l’allora presidente dell’Autorità garante della Privacy, Stefano Rodotà. I primi passi del 117 si rivelarono trionfali: nel dicembre del 1996, in soli dieci giorni, arrivarono 12 mila chiamate. Nel gennaio del 1997, un’indagine dell’Eurispes rivelò, a sorpresa, che nell’area considerata la più insofferente nei confronti del fisco, il Nord-est, quasi il 20 per cento degli abitanti riteneva il 117 “utile come il 112 e il 113” (i numeri di pronto intervento di Carabinieri e Polizia di Stato) contro una media nazionale del 16,1 per cento.
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Dopo il boom iniziale, con i giornali pronti a raccontare aneddoti di marachelle smascherate e i detrattori di ogni colore impegnati a denigrare “il numero dei delatori”, lo strumento ha perso pian piano la sua spinta propulsiva. “E’ il classico esempio di grandissima potenzialità non sfruttata fino in fondo: ora, tuttavia, la crisi economica e l’assoluta necessità di combattere evasione ed elusione dovrebbero spingere la politica a rilanciarlo”, sostiene Giorgio Benvenuto, che è stato a capo della commissione Finanze del Senato ed è presidente della Fondazione Bruno Buozzi. Aggiunge l’ex segretario della Uil, che quando il 117 fu varato lo sostenne a spada tratta dai molti attacchi provenienti dal suo stesso schieramento politico: “Purtroppo, mi pare che invece la volontà non ci sia, come dimostra lo spot in onda in questi giorni sui canali televisivi e radiofonici della Rai, a cura dell’Agenzia delle entrate e del Dipartimento per l’informazione e l’editoria della presidenza del Consiglio, in cui si afferma che l’evasore è un parassita ma non si indica il numero utile attraverso il quale la gente può informare la pubblica amministrazione in tempo reale”.
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Anche Pietro Giordano, segretario dell’associazione dei consumatori Adiconsum, punta il dito contro la politica: “Io ci parlo spesso, con gli ufficiali della Gdf, e so che sarebbero prontissimi a scatenare l’inferno: il problema, mi fanno capire, è che non arriva mai l’indicazione di perseguire duramente i comportamenti scorretti, così il 117 ha rischiato di diventare quasi un binario morto”. E infatti, le telefonate hanno vivacchiato per anni intorno a quota 23/24 mila. E’ bastata una campagna di annunci radiofonici, nel 2006, all’epoca del secondo governo Prodi, per ridare un po’ di fiato al 117, risalito sopra quota 25 mila nel 2007. Poi è di nuovo caduto nell’oblìo, almeno in termini di promozione pubblica e politica.
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Mentre uno dei suoi atout è proprio il fatto che i “cattivi” sappiano della sua esistenza e la temano, dando nel contempo ai cittadini “buoni” il segnale della volontà di combattere l’evasione, proprio come chiede a gran voce il presidente Napolitano. Se fosse usato a manetta dai clienti di ristoranti e bar, studi dentistici e artigiani, quando la controparte non sgancia ricevute e fatture, sarebbe un efficace deterrente contro categorie che temono poco la “tracciabilità” del denaro. “E’ un ottimo strumento ma dall’impatto ridotto perché le segnalazioni anonime non possono fare partire l’indagine”, commenta Maurangelo Rana, esperto di diritto tributario dello studio Martinez-Novebaci di Milano, nonché ex funzionario dell’Agenzia delle entrate in Lombardia. Tuttavia, anche le segnalazioni prive di denuncia formale che l’operatore del 117 ritiene meritevoli di attenzione finiscono nel database informatico dei comandi provinciali dove si raccolgono tutti i dati sui contribuenti. “Tutto fa massa critica”, sostengono alla Gdf. Così, se durante un controllo stradale un tizio viene trovato su un auto di lusso intestata a una Srl (o in porto è trovato su uno yacht di proprietà di una società) e nel database risultano già segnalazioni anonime a suo carico (magari per non aver emesso uno scontrino, se è un dettagliante), l’accertamento parte subito e con un pacchetto di informazioni più robusto.
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Anche se paradossalmente ignorato da un governo che afferma a parole di voler contrastare l’evasione, il 117 non è in disarmo. Decine di truffe e abusi sono stati stroncati, o almeno pizzicati, da accertamenti scattati grazie a una telefonata alla Gdf. Qualche esempio? Le scoperte di una discarica abusiva di San Pio delle Camere, vicino a L’Aquila, e di una tipografia che stampava falsi passaporti diplomatici a Milano, o della 78enne nonnina di Padova che affittava nove appartamenti in “nero” a immigrati irregolari, occultando il 75 per cento del reddito (qui a telefonare è stato uno dei vicino di casa). Oppure, sempre a Milano, delle quintalate di mimose abusive per la festa della Donne, sequestrate e regalate a scuole e asili. In questi episodi il numero utile ha giocato il ruolo di allertatore dello sceriffo. Ed è grazie alle chiamate al 117, dopo un appello della Finanza, che la Procura di Ragusa ha potuto ricostruire le gesta del promotore finanziario Gerlando Termini, accusato di aver messo in piedi una truffa di oltre 22 milioni di euro ai danni di numerosi risparmiatori siciliani. Ogni tanto, i risultati sono al limite della beffa. A Milano, il cliente di un locale con le slot-machines ha visto che un giocatore, dopo aver perso un sacco di soldi, ha intimato al gestore del bar di spegnere la macchinetta: “Torno domani, tocca a me giocarci e finalmente vincere qualcosa”. L’occhiuto avventore ha chiamato il 117, perché i video-poker non possono essere spenti senza una ragione seria. La Gdf è intervenuta, ha fatto riaccendere la slot-machine. Il telefonatore ha giocato, e dopo poco ha vinto. Non si sa che cosa è successo quando il giocatore del giorno precedente è tornato nel locale. Non mancano le proteste per i mancati interventi dopo le segnalazioni. “Ci ha chiamato un turista che, in villeggiatura in Toscana, ha telefonato al 117 perché un benzinaio non esponeva i cartelli con i prezzi dei carburanti, ha aspettato un sacco di tempo e la pattuglia della Gdf non s’è fatta vedere”, raccontano quelli del Codacons. E il portale d’informazione online Adg News sostiene che la Gdf non è intervenuta per bloccare i venditori abusivi di borse griffate contraffatte in via Condotti a Roma: “Abbiamo chiamato il 117 e ci hanno detto che le pattuglie erano tutte impegnate, mentre invece c’era una macchina del 117 proprio lì nei pressi. Allora abbiamo chiesto ai militari presenti di intervenire, e loro ci hanno invitato a contattare il 117”, sostiene Antonello De Gennaro, direttore del sito Internet.
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Non tutte le telefonate che arrivano ai centralini del 117, attivi 24 ore su 24, del resto, possono colpire davvero nel segno. “Sulle cento chiamate quotidiane, dopo la scrematura degli operatori, quelle serie su cui lavorare rimangono 3 o 4”, dicono alla Gdf a Milano. In un certo senso, alla luce del disinteresse della politica, per i comandi il 117 è un fardello non da poco: è impegnativo e in termini di produttività non può, per sua stessa natura, essere fenomenale: una pattuglia rischia di uscire apposta ed essere impegnata per molto tempo per emettere, magari, un verbale da pochi euro. E’ formidabile, però, la sua funzione psicologica. “E anche culturale: di fronte al principio dell’equità fiscale, la privacy deve passare in secondo piano”, dice ancora Benvenuto, che confida in un rilancio tosto del 117 per aiutare gli italiani a cambiare andazzo: “Negli Stati Uniti, è un titolo di merito far sapere quanto si guadagna e quanto si paga di tasse. Qui da noi, è quasi un titolo di merito far capire di non pagarle, le tasse. Il 117 non è un attrezzo da delatori ma un eccellente canale di comunicazione tra il cittadino onesto e l’amministrazione pubblica”.
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L’anno scorso, le segnalazioni dei cittadini sono state più di 28 mila, ed effettuando una proiezione sui dati freschissimi (da inizio anno al 21 agosto), per l’intero 2011 il numero dovrebbe aumentare, visto che siamo a una media di 85,6 segnalazioni quotidiane contro le 78,3 del 2010. Evidentemente, il peggioramento del clima sociale contribuisce a incrementare la voglia di giustizia dei cittadini. Conferma l’avvocato e commercialista Vittorio Carlomagno, che insegna Diritto tributario all’università di Napoli ed è il presidente del sito Contribuenti.it: “Tre contribuenti su quattro hanno fiducia nel 117, è emerso da un recente sondaggio online cui hanno partecipato 5.641 nostri associati. E’ il miglior dato, in termini di gradimento, nell’ambito dell’amministrazione finanziaria”. Secondo Carlomagno, è il momento giusto per ampliare i poteri della Guardia di finanza, concentrando l’attività dei militari proprio sul fronte della tutela dei diritti e dei doveri dei contribuenti. “Quando svolge indagini per le procure, la Gdf porta sempre a casa eccellenti risultati: nel fare i controlli sugli studi di settore, per esempio, nove volte su dieci scopre comportamenti punibili. Se a fare gli accertamenti, sulla stessa tipologia di soggetti, è l’Agenzia delle entrate, bene che vada le irregolarità sono due ogni dieci indagini. Ecco perché bisogna rinforzare il 117 e la Gdf, l’Agenzia delle entrate troppo spesso si rivela, di fatto, una fabbrica di condoni”. Per il legale partenopeo, ci vuole più severità ed è ora di estendere gli studi di settore a tutte le imprese, anche sopra i 7,5 milioni di euro di ricavi. Ma, soprattutto, ci si deve affidare maggiormente alle Fiamme gialle: “Perché la Gdf è temuta dagli evasori fiscali, mentre l’Agenzia delle entrate, in realtà, non lo è”.
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ANTIMAFIA – Palermo ricorda Grassi: un uomo ancora Libero


Per ricordare Libero Grassi e la sua lotta contro il “pizzo” non servono le nostre parole, che suonano spesso vuote o retoriche, bastano le sue: “Volevo avvertire il nostro ignoto estorsore di risparmiare le telefonate dal tono minaccioso e le spese per l’acquisto di micce, bombe e proiettili, in quanto non siamo disponibili a dare contributi e ci siamo messi sotto la protezione della polizia. Ho costruito questa fabbrica con le mie mani, lavoro da una vita e non intendo chiudere. Se paghiamo i 50 milioni, torneranno poi alla carica chiedendoci altri soldi, una retta mensile, saremo destinati a chiudere bottega in poco tempo. Per questo abbiamo detto no al “Geometra Anzalone” e diremo no a tutti quelli come lui”. Dal sito di Laura Aprati

Palermo ricorda Grassi: un uomo ancora Libero

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di Luciana Cimino

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Sono le 7.45 del 29 agosto quando suona il citofono di Casa Grassi, a Palermo. «Signora suo marito è in casa?». Poche parole, in apparenza innocue ma che raggelano Pina Maisano. Non ha bisogno di scendere le scale. Capisce subito quello che è successo. Palermo ha abbandonato suo marito, Libero, che ora giace riverso per strada colpito a morte da 5 colpi di pistola mentre stava raggiungendo lan sua fabbrica. Cinque colpi in faccia per cancellare un volto diventato simbolo di speranza e legalità. Da allora ogni anno all’angolo di quella strada, Pina e i suoi figli Alice e Davide, attaccano un manifesto vergato con le loro mani che recita: «Libero Grassi, imprenditore, uomo coraggioso, ucciso dalla mafia, dall’omertà dell’associazione degli industriali, dall’indifferenza dei partiti, dall’assenza dello Stato».

GALLERY: L’ALBUM DEI RICORDI, TRA AFFETTI E AMAREZZE

Non c’è bisogno di una targa, che poi diventa parte del paesaggio urbano e non si nota più, e assieme ad essa scolorisce il ricordo. Più forte è il manifesto, perchè in vent’anni le cose non sono poi di molto cambiate e «la voragine dell’oblio è sempre in allerta». Pina Maisano racconta suo marito, l’eroe antimafia ma soprattutto l’uomo, in un libro scritto con Chiara Caprì, scrittice 25enne e socia fondatrice di “Addiopizzo”, l’associazione che è nata proprio sulle orme e sull’esempio dell’imprenditore palermitano, “Libero, l’imprenditore che non si piegò al pizzo” (Castelvecchi edizioni). «I miei nipoti».

Così Pina chiama i ragazzi di Addio Pizzo che «dice cose che erano già state dette da Libero – scrive – e ha avuto il merito di riuscire a realizzarle, a mettere insieme i commercianti, risvegliare la società civile». Quello che a Libero Grassi, lasciato solo, non era riuscito. Palermo e la Sicilia, evidentemente, non erano pronti. Allora, come ricostruisce dettagliatamente Pina con Chiara Caprì, i colleghi di Grassi si stupirono della ribellione, accusarono Libero di fare solo «una tammurriata», e cioè un caso per farsi pubblicità. Nessuno in città aveva capito la forza del gesto di Libero Grassi che pochi mesi prima aveva scritto una lettera pubblica al «caro estortore». «Volevo avvertire il nostro ignoto estortore che non siamo disponibili a dare contributi e ci siamo messi sotto la protezione della polizia (…) Per questo abbiamo detto no al “geometra Anzalone” (come si qualificava nelle minacce telefoniche l’esattore di Cosa Nostra, e a tutti quelli come lui».

Nessun solidarietà, racconta Pina. Non dal loro partito, i Radicali, del quale la famiglia Grassi era un punto di riferimento in Sicilia, non dall’Api, l’associazione piccoli imprenditori, non dalla città. Arriva solo un telegramma dal gruppo consiliare del Partito Comunista siciliano. Poi arrivano Michele Santoro e Maurizio Costanzo, con una trasmissione a reti unificate Rai e Finivest interamente dedicata a Libero Grassi e l’Italia ha modo di conoscere l’uomo che per primo si era ribellato al racket. Nel libro di Chiara Caprì Pina ricostruisce la figura di un uomo «libero». «Non è solo un nome per me, è un aggettivo», diceva lui di se stesso. Il coraggio imprenditoriale nel fondare una fabbrica di biancheria nel deserto siciliano, il padre esemplare innamorato dei suoi figli, l’esercizio continuo della propria coscienza civile ed etica negli anni del sacco di Palermo ad opera del sindaco mafioso Vito Ciancimino e di Salvo Lima.

Racconta il loro amore contrastato (la famiglia di Pina si oppose perché Libero era già divorziato), la loro intesa intellettuale, il rispetto e la passione che li unirono fino al barbaro assassinio di lui. E pubblica per le prima volta le struggenti lettere d’amore che Libero le scriveva. «Mia cara tienimi vicino e amami quanto si possa amare così come io ti amo. Tu sei quella che aspettavo: ti ho riconosciuta e non ti lascerò, amore mio». Ma dalle pagine emerge anche forte il ritratto di una donna particolare, una «combattente», che il martirio di suo marito non ha fermato. Per descrivere la sua tenacia e il suo impegno etico basta citare un’episodio: Pina nel 1993 si ritrova, in quanto parlamentare radicale, a far parte della Giunta per le autorizzazioni a procedere del Senato che deve esaminare le richieste della Procura di Palermo e di quella di Roma di processare Giulio Andreotti per associazione mafiosa e per l’omicidio del giornalista Pecorelli.

Domanda quindi in maniera impertinente al senatore a vita: «ma lei nella sua posizione non poteva non sapere, visti i suoi rapporti con Lima e Ciancimino, quale fosse la situazione a Palermo, non è così?». Andreotti dapprima non risponde, poi le si avvicina e dice «mia cara signora appena tutto questo sarà finito, risponderò alla sua domanda». Finiti i processi che lo riguardavano, nel 2003 Pina scrive ad Andreotti per ricordargli la promessa: «adesso che “tutto questo è finito” io, che ho fiducia nei magistrati vorrei sapere da lei». Andreotti la liquiderà con un bigliettino da una riga e mezzo: «grazie cara collega della lettera gentile e dei ricordi di un periodo interessante». Ben altra risposta riceverà dall’allora Presidente della Repubblica Ciampi quando, indignata, chiederà conto delle parole del ministro Lunardi che aveva detto, nel 2001, che «con la mafia e la camorra bisogna conviverci». Una donna indomita, come lo sono i suoi figli, cresciuti nell’esempio del padre. La foto di Davide che mentre solleva la bara del padre alza le due dita in segno di vittoria, rimarrà nella storia dell’antimafia.

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28 agosto 2011

fonte:  http://www.unita.it/italia/palermo-ricorda-grassi-un-uomo-ancora-libero-1.326782

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UN’IDEA ASSURDA – Foreste artificiali contro CO2. Ma i prodotti di reazione non si sa come eliminarli

Ribadisco che mi sembra un’idea del tutto assurda, con costi altissimi di produzione e un problema di smaltimento dei residuati che, è bene ricordarlo, ancora NON SI SA come risolverlo. Centinaia di migliaia di pannelli (milioni nel mondo, ecco l’idea di business) che offendono la vista e deturpano la Natura. Non sarebbe un’idea migliore piantare altri alberi (e smettere di depauperare le foreste) che fanno egregiamente il loro lavoro di pulizia oltre a tenere compatto il terreno ostacolando così anche la desertificazione? Hanno idea del ‘valore complessivo’ di una foresta? Una vera, intendo.
E ancora, non sarebbe meglio pensare in termini di decrescita industriale e organizzare la società secondo uno stile di vita veramente a misura d’uomo e fuori dalle logiche consumistiche? Perché è questo che ci stanno dicendo. Troppo inquinamento? Ci pensa la tecnologia, tranquilli. Così potremo continuare a ‘produrre’ dissennatamente cose per lo più inutili e dannose che a loro volta sono fonte di altro inquinamento. Fino a che la Terra sarà un’unica, enorme, discarica. E saremo morti tutti.

mauro

Foreste artificiali contro CO2
“Clone degli alberi ci salverà”

Assorbono ogni giorno la quantità di anidride carbonica che un albero elimina in un anno. Per l’Associazione degli ingegneri britannici la strada migliore contro l’effetto serra

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di ELENA DUSI

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Foreste artificiali contro CO2 "Clone degli alberi ci salverà" Una ricostruzione di come potrebbero apparire gli alberi artificiali

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ROMA – Se il respiro degli alberi non basta a depurare il pianeta, l’uomo prova a intervenire costruendo foreste artificiali. Mimando il meccanismo con cui le piante assorbono anidride carbonica, questi impianti non troppo diversi nell’aspetto da un pannello solare sfruttano una reazione chimica per risucchiare la CO2 dall’aria. Se un castagno con le sue foglie larghe impiega un anno ad assorbire una tonnellata del gas serra, l’albero artificiale è in grado di raggiungere questo obiettivo in un giorno.

Secondo l’Associazione degli ingegneri britannici, gli alberi artificiali rappresentano la strada migliore per arginare il cambiamento climatico. “I governi e le aziende – si legge in una nota del gruppo che raccoglie 35mila professionisti – dovrebbero concentrare i finanziamenti su questa tecnologia, affinché si diffonda rapidamente e raggiunga una scala sufficientemente ampia da dare risultati concreti”. Gli alberi artificiali sono studiati attualmente dalla Columbia University e prodotti a livello di prototipo dall’azienda Global Research Technologies di Tucson in Arizona. Per il 24 ottobre Klaus Lackner, il ricercatore della Columbia che più se ne occupa, ha organizzato una dimostrazione pratica del loro funzionamento a Londra nel corso della “Air capture week”.
Il rapporto tecnico dell’Associazione degli ingegneri fa notare che questi impianti sono semplici da costruire e possono essere installati ovunque, per esempio ai bordi delle strade o laddove già esistono delle pale eoliche. Sono pannelli di dimensioni variabili, da uno a dieci metri quadri, che contengono idrossido di sodio. Quando questa sostanza entra in contatto con l’anidride carbonica, scatta una reazione chimica che cancella il gas serra e produce carbonato di sodio.

Fin qui il disegno è abbastanza lineare (a eccezione di alcuni dettagli mantenuti riservati per ragioni industriali). Eliminare i prodotti di reazione resta però un problema arduo e l’idea di seppellirli in grotte scavate a grandi profondità fino a oggi si è sempre arenata di fronte a costi e difficoltà tecniche. Per gli stessi alberi sintetici, l’aspetto finanziario resta un punto interrogativo. Secondo l’Associazione degli ingegneri britannici infatti il costo di un singolo albero può essere ribassato fino a 20mila dollari. Mantenendo comunque assai pesante il conto per gli 8,7 miliardi di tonnellate di anidride carbonica emessi ogni anno, che foreste (vere) e fitoplancton marino riescono ad assorbire solo a metà. Secondo uno studio dell’università del Colorado pubblicato su Environmental Science and Policy, solo per cancellare l’anidride carbonica emessa dalle auto americane (il 6 per cento di tutte le emissioni di  CO2 negli Usa) bisognerebbe spendere 48 miliardi di dollari in foreste sintetiche.

Se l’Associazione degli ingegneri britannici ha deciso comunque di puntare sugli alberi artificiali per arginare il cambiamento climatico è perché gli altri progetti di geo-ingegneria sono ancora più difficili da realizzare. Questa disciplina, che si propone di risolvere il problema dell’inquinamento con soluzioni ad alta tecnologia, ha finora generato idee decisamente troppo complicate (come quella di lanciare in orbita dei pannelli riflettenti per respingere i raggi del sole) o che si sono dimostrate poco efficaci all’atto pratico, come l’iniziativa di spargere un fertilizzante in mare per accelerare la crescita di fitoplancton.

L’anidride carbonica – uno dei gas che più contribuiscono all’effetto serra e quindi al riscaldamento climatico – è in continuo aumento dai tempi della rivoluzione industriale. Intorno al ‘700 questa sostanza prodotta dai combustibili fossili era presente nell’atmosfera con una concentrazione di 280 parti per milione, che oggi stanno per sfondare quota 400. Le previsioni per il futuro sono rese più fosche dal fatto che il tasso di emissioni non accenna a frenare. Gli 8,7 miliardi di tonnellate di oggi, secondo le stime dell’Agenzia per l’energia statunitense, sono infatti destinati a diventare 12 nel 2030.

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28 agosto 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/ambiente/2011/08/28/news/foreste_artificiali_per_divorare_co2_un_clone_degli_alberi_salver_la_terra-20953893/?rss

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MANOVRA, REFERENDUM STRAVOLTI – Il governo propone incentivi a chi privatizza i servizi pubblici

Il governo propone incentivi a chi privatizza i servizi pubblici: “Referendum stravolti”

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In silenzio l’esecutivo Berlusconi cerca di aggirare il voto del referendum sull’acqua del giugno scorso. L’articolo 4 della nuova manovra economica prevede la possibilità di aprire ai privati la gestione di trasporti pubblici, asili e rifiuti. Caselli, comitato referendario: “La furbizia di tener fuori l’acqua dalla manovra significa solo aggirare la questione. Il referendum non riguardava solo il servizio idrico”. Fermo “no” del sindaco di Reggio Emilia, Delrio

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di Francesca De Benedetti27 agosto 2011
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Non è bastato il referendum del 12 e 13 giugno, non è stato sufficiente che ventisette milioni di italiani si recassero alle urne, né quel quorum così tradizionalmente difficile raggiungere. La manovra economica spalanca le porte alla privatizzazione dei servizi pubblici locali, offrendo peraltro incentivi economici agli enti locali che sceglieranno questa strada. Con lo slogan “l’acqua la lasciamo fuori”, il governo tira però dentro i trasporti, gli asili, i rifiuti, e tutti quei servizi che rientrano nella categoria di servizi pubblici locali e che quindi, al pari del servizio idrico, erano toccati dal quesito referendario numero uno. “Per fare un esempio – spiega Andrea Caselli del comitato referendario Acqua bene comune emiliano-romagnolo – con questa manovra potrebbe essere ceduta una parte dell’azienda dei trasporti pubblici. La furbizia di tener fuori l’acqua dalla manovra significa solo aggirare la questione, perché il referendum non riguardava solo il servizio idrico. Penso che l’opposizione sociale si allargherà e spero che avremo con noi anche gli amministratori locali”.

Cosa ne pensano i sindaci? Il fattoquotidiano.it è andato a bussare alle porte del sindaco del capoluogo dell’Emilia Romagna, Virginio Merola, e del primo cittadino di Reggio Emilia, Graziano Delrio, che è anche presidente dell’Anci. Dal Comune di Bologna la reazione per ora è il silenzio:  il sindaco bolognese promette di esprimersi sui singoli provvedimenti della manovra ma solo quando il tutto sarà definitivo. Il presidente dell’Anci invece è pronto ad annunciare battaglia. “La nostra posizione è chiara e unanime, l’articolo 4 della manovra reintroduce di fatto l’articolo 23 bis abrogato con il referendum”.

Delrio parla di “un’operazione  illegittima sul piano costituzionale” e riferisce che i sindaci, “siano essi di destra o di sinistra”, sono compatti contro questo provvedimento. I motivi? “Interviene sulle competenze dei comuni e delle autonomie. E’ una norma che lede il referendum. Obbliga ad alienare quote di società e a vincolare la vendita a scadenze temporali. In sostanza, devalorizza il patrimonio dei Comuni e non vedo quindi come possa aiutare la finanza pubblica”.

Delrio parla al plurale e fino ad ora l’opposizione all’articolo 4 ha già trovato i suoi alleati più convinti fuori dai confini della regione: nelle due città, Milano e Napoli, che solo un mese prima del referendum furono protagoniste della “rivoluzione arancione”, le reazioni sono dure e immediate. Cristina Tajani, assessore allo sviluppo economico della giunta di Pisapia, giudica un errore la privatizzazione dei servizi di pubblica utilità e chiede che il provvedimento venga modificato: “Se venisse assegnata ai privati la gestione di settori in cui la concorrenza non può esistere, come quella del trasporto pubblico, si darebbe il via di fatto ai monopoli privati”. Anche la Napoli di De Magistris lavora contro l’articolo 4 della manovra. Alberto Lucarelli, assessore ai beni comuni, un incarico che parla da sé,  rivendica anche una storia personale che “dà coerenza a quel ruolo”: oltre che professore universitario di diritto pubblico, “sono stato estensore dei quesiti referendari e ho introdotto in Italia il dibattito giuridico sui beni comuni”, spiega. “Perciò posso dire con cognizione di causa che la manovra riproponendo le privatizzazioni non solo va contro la volontà espressa dagli elettori, ma agisce in contrasto con il diritto comunitario e con la stessa costituzione”.

Questa la ragione dell’appello nazionale (http://www.siacquapubblica.it/) promosso da Lucarelli e dai suoi colleghi giuristi Ugo Mattei, Università di Torino, Luca Nivarra, Università di Palermo, Gaetano Azzariti, Università di Roma La Sapienza. Una lunghissima fila di firme è allegata al testo, a cominciare dall’ex magistrato Livio Pepino e dal missionario Alex Zanotelli. “L’Unione europea non impone forme di privatizzazione forzata, lascia solo una facoltà, non a caso Parigi ha scelto di ripubblicizzare l’acqua. In Italia, prima con Lanzillotta, poi con Ronchi, si è tentato di procedere con la privatizzazione forzata. Anche gli incentivi previsti in questa manovra per chi privatizza sono una forma di pressione, incidono sul potere di scelta degli enti locali”, spiega Lucarelli. “La Corte costituzionale aveva detto chiaramente che il referendum non era limitato all’acqua – continua Ugo Mattei – e invece ora vogliono limitare il più possibile quel Sì, delegittimarne la portata politica”.

“Politicamente siamo senza voce”, lamenta il professore torinese, “c’è un’asse che comprende maggioranza e opposizione a cui va bene vendere i servizi pubblici”. Nel frattempo si dichiarano contro le privatizzazioni il sindacato Cgil e alcune realtà associative. Codacons urla allo scippo: quel capitolo dell’articolo 4 della manovra, chiamato “Adeguamento della disciplina dei servizi pubblici locali al referendum popolare e alla normativa dell’unione europea”, di fatto ripristina il testo abolito con il voto. Il comitato referendario, in Emilia Romagna e non solo, scalda i motori. E assieme ai giuristi firmatari dell’appello promette: “Quel provvedimento verrà impugnato davanti alla Corte costituzionale”.

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Emergency si mobilita per Azzarà, il volontario rapito in Darfur il 14 agosto

«Le foto di francesco vengano esposte sui palazzi delle istituzioni»

Emergency si mobilita per Azzarà, il volontario rapito in Darfur il 14 agosto

La ong: cittadini, media e istituzioni si attivino per la liberazione del 34enne calabrese

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Francesco Azzarà, il volontario di Emergency rapito in Sud Darfur
Francesco Azzarà, il volontario di Emergency rapito in Sud Darfur

MILANO – Emergency si mobilita per Francesco Azzarà, il logista sequestrato a Nyala, in Darfur, il 14 agosto scorso. Dopo un iniziale periodo di riserbo, adesso, d’0ccordo con la famiglia del giovane sequestrato, la ong italiana ritiene sia il momento di rinnovare l’attenzione su Francesco e chiede ai cittadini, ai media e alle istituzioni italiane di mobilitarsi per la sua liberazione, esponendo la foto di Francesco sui palazzi delle istituzioni, partecipando e rilanciando le iniziative che Emergency organizzerà. Dal 23 agosto scorso un grande striscione con la foto di Azzarà è esposta sul terrazzino di Palazzo Vecchio (lato piazza Signoria), sede del Comune di Firenze. Sullo striscione compare la scritta «Liberate Francesco».

IMPEGNATO NEL CENTRO PEDIATRICOIl volontario calabrese di 34 anni che lavora per Emergency, alla sua seconda missione a Nyala come logista del Centro pediatrico che la ong ha aperto in città nel luglio del 2010, è stato rapito nella capitale del Sud Darfur mentre si trovava in auto diretto verso l’aeroporto della città.

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Redazione online
27 agosto 2011 16:27

fonte:  http://www.corriere.it/esteri/11_agosto_27/emergency-mobilitazione-per-rapito-azzara_4c508d42-d0b3-11e0-9089-e017081fffa0.shtml

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Comunicati stampa

Lo striscione “Liberate FRANCESCO”

Il Centro pediatrico di Nyala

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Vasco non delude i fan: siamo sempre «I soliti»

Vasco non delude i fan: siamo sempre «I soliti»

https://i1.wp.com/media.athesiseditrice.it/media/2011/08/28_49_are_f1_942_medium.jpg

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Da domani in radio e in digitale l’inedito che sarà a Venezia
Molto autobiografico, aveva fatto ascoltare il brano ancora embrionale ai giornalisti durante l’ultimo tour

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di Giulio Brusati

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Quando Vasco Rossi, al termine della prima data del suo recente tour, ad Ancona, ci ha fatto ascoltare, negli spogliatoi dello Stadio del Conero, un pazzesco brano inedito, una cosa simile a Siamo solo noi 30 anni dopo, c’era sembrato assurdo che non potesse pubblicarlo subito. Dopo oltre due ore e mezza di concerto, aveva premuto un tasto del suo computer e s’era messo a cantarla lui stesso, mentre usciva dalle casse. Un brano del genere, pensavamo, è ancora meglio di quelli dell’ultimo disco, Vivere o niente, ma chissà quando lo pubblicherà.

Quel giorno è arrivato. Il rocker di Zocca manda in radio e in digitale, da domani, il singolo I soliti, proprio quell’inedito. Il brano chiude il documentario Questa storia qua di Sibylle Righetti e Alessandro Paris che verrà presentato al Festival del Cinema di Venezia il 5 settembre. In uscita in contemporanea in 200 sale cinematografiche.
«Noi siamo i soliti, quelli cosi/ Siamo i difficili, fatti così/ Noi siamo quelli delle illusioni, delle grandi passioni», canta Blasco ne I soliti, e poi ci piazza la frase-killer, quella che rivela più di un aspetto della sua personalità, sempre più complessa: «Noi siamo quelli che vedete qui/ Abbiamo frequentato delle pericolose abitudini e siamo vivi quasi per miracolo/ grazie agli interruttori…».

La canzone, scritta con Gaetano Curreri degli Stadio e Valerio Principini, era stata postata sulla sua pagina di Facebook in uno degli ormai famosi «clippini» che usa per comunicare senza intermediari. È nata uno degli ultimi giorni della sua permanenza a Los Angeles nel gennaio 2011, «in un clima di sbaraccamento e valigie», come ha raccontato lui stesso, «con i fidi Gaetano e Saverio che lavoravano alla musica». Per lui si tratta «della Siamo solo noi di oggi»: «perché siamo ancora e sempre noi, quelli che vivono intensamente la loro vita, con passione e verità. E non le fermano no, le loro emozioni, anzi». Uscita di getto, non aveva fatto in tempo ad essere inserita in Vivere o niente.
Nel concerto di Roma, lo scorso luglio, il Blasco ne ha accennato un paio di strofe, promettendo che «a settembre ve la farò sentire tutta». Ha anticipato solo di un paio di giorni, mentre Vivere o niente, il disco uscito a fine marzo con il «Manifesto futurista della nuova umanità», è tornato al primo posto della classifica.

Così, mentre i medici gli hanno imposto uno stop di almeno un paio di mesi, facendogli saltare diverse date live e mettendo in forse la sua presenza al Festival di Venezia, i fan si possono consolare con I soliti. «Di solito», ha commentato postando la canzone su Facebook, «quando esce una mia nuova canzone, non esco io. Quindi non mi vedrete in giro».

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28 agosto 2011

fonte:  http://www.ilgiornaledivicenza.it/stories/Cultura_e_Spettacoli/282928__vasco_non_delude_i_fan_siamo_sempre_i_soliti/

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Vasco Rossi – I Soliti.m4a

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O-ZIO D’ESTATE – Cosa c’è che non va con Veltroni?

Cosa c’è che non va con Veltroni?


fonte immagine


Il sogno del giovane Walter – fonte immagine

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di Leonardo (ho una teoria)

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Ma Walter Veltroni se lo fila più nessuno? A parte i massimi quotidiani nazionali, che continuano impietosi a pubblicare tutte le sue lunghe lettere, come Repubblica oggi, ormai senza neanche mettere a posto le virgole e – quel che è peggio – senza moderare i commenti. Col risultato che tutti tranne forse Veltroni si possono aspettare, ovvero che in capo a mezza giornata l’ennesima orazione riformista si ritrovi sprofondata in un mare di pernacchie, di “vattene in Africa” ormai stucchevoli ma non del tutto campati in aria. D’accordo, la maggior parte dei lettori i commenti nemmeno li legge. Ma almeno Veltroni dovrebbe darci un’occhiata, dal momento che è da più di un annetto che sembra sondare il bacino di quotidiani e internet alla ricerca di uno spazio dove rilanciarsi: giusto per capire le dimensioni dei buchi nell’acqua che invece i suoi interventi producono.Cosa c’è che non funziona nella comunicazione di Veltroni? Un po’ tutto, verrebbe da dire: perfino quegli spazi messi prima delle virgole, che nessun redattore professionista lascerebbe in un testo da pubblicare su un quotidiano, e che a livello subliminale suggeriscono la solitudine di un uomo politico che un tempo aveva senz’altro uno staff che gli desse un’occhiata alla punteggiatura, e oggi evidentemente no. Il tono paternalistico per cui ogni tensione mondiale – dalla crisi dei mercati europei agli scontri di Londra – deve sempre essere causato dall’egoismo di un monello globale che non sa dire “noi”, che sa dire solo “no”, che insomma non vuole ascoltare il predicozzo del buon Walter che gli spiega di fare il bravo e pensare agli altri: un approccio non proprio ideale per il lettore di quotidiano, che assume un aspetto suicida quando Veltroni cerca di trasferirlo in un ambiente radicalmente egalitario come Facebook, dove il suo accorato invito ai pacifisti italiani a essere bravi e coerenti e scendere in piazza contro Gheddafi ottenne meno apprezzamenti della risposta di uno sfigato chiunque (il sottoscritto). Che altro? L’irriducibile pulsione al ma-anche, per cui un pezzo che sembra salvare, degli ultimi vent’anni di centrosinistra, solo l’esperienza di Prodi, deve comunque concludersi con un inno ai patriarchi del PCI, sia mai che si possa fondare la sinistra di domani senza ricordarsi di onorare Occhetto e Berlinguer…

Ma soprattutto, una certa ripetitività, che sconfina nel comico involontario, per cui dopo averne lette una mezza dozzina ormai la prossima letterina veltroniana potremmo scriverla noi: è sufficiente ricordarsi, in presenza di qualsiasi rivolgimento sociale, di citare il Sessantotto, giusto per ribadire che comunque era diverso, perché allora si voleva “cambiare il mondo”… anche se poi alcuni si sbagliarono e diventarono terroristi cattivi, insomma, tutta una Storia d’Italia ridotta ai minimi termini di una fiction Rai che a questo punto credo irriti per primo chi il Sessantotto lo ha vissuto davvero, e si ricorda che le cose erano un filo più complesse. Invece, quando si parla di riformismo, bisogna sempre ricordarsi di citare Olof Palme, come se poi l’esempio di questo Palme potesse risultare utile al lettore medio. Il che non è, insomma, qualcuno prima o poi dovrebbe spiegare a Veltroni che la maggior parte dei lettori del suo bacino di riferimento non si ricorda chi sia, il buon Palme, se non un pallino privato di Walter Veltroni.

Il fatto è che certe ripetizioni veltroniane ormai più che distrazioni sembrano ossessioni, non facilmente spiegabili e persino un po’ inquietanti. Faccio un altro esempio: ogni volta che qualcuno, nella sua prosa, dice “no”, Veltroni sembra costretto a soggiungere che lo fa “come Bartleby lo scrivano”, il protagonista di quel famoso racconto di Melville che poi, secondo me, in Italia così famoso non è. Voglio dire che se parli di Renzo e Lucia, su un quotidiano, tutti i tuoi lettori non faticheranno a ricordarsi che si tratta di due fidanzati con qualche difficoltà a concludere; se parli di metamorfosi kafkiana, alla maggior parte non sfuggirà che si tratta dello strano caso di un uomo che si risveglia trasformato in scarafaggio. Ma se parli di Bartleby, ecco, a quel punto non credo che la maggioranza abbia ben chiaro a cosa ti stai riferendo. A questo punto di potrebbe ipotizzare che Veltroni stia cercando i suoi nuovi interlocutori tra gli appassionati di letteratura americana, o i fans di Baricco, che sono comunque un bacino cospicuo. Il fatto è che anche questi non disprezzabili conoscitori di Melville, ogni volta che Veltroni lo cita, non riescono comunque a capire dove voglia andare a parare.

Due anni fa per esempio per Veltroni Bartleby era D’Alema, perché diceva sempre di no. E già in quel caso c’era qualcosa di maldestro nel riferimento letterario: per quanto ci si sforzasse si faticava a immaginare i baffetti di D’Alema sul volto inespressivo dello scrivano che si lascia morire di inedia in prigione perché preferirebbe non mangiare. Nella lettera di oggi, per contro, il riferimento scatta davanti ai “pochi, coraggiosi, docenti italiani che si sottrassero al giuramento di fedeltà al fascismo e risposero, come Bartleby lo scrivano ,”Preferirei di no””. Superfluo notare che non risposero proprio così. Ma anche stavolta, quel Bartleby esattamente cosa c’entra? Chiunque abbia letto il racconto sa che non si tratta di un eroe; tra i critici che si sono cimentati con l’enigma c’è chi lo considera un’incarnazione dell’alienazione, della depressione, perfino del blocco dello scrittore. Il modo in cui oppone il suo rifiuto prima al datore di lavoro, e poi progressivamente al mondo non sembra avere molto di politico; poi naturalmente la politica si può attaccare a qualsiasi cosa, ma l’impressione è che Veltroni più che operare dei riferimenti efficaci a opere letterarie condivise si impigli troppo spesso nelle reminiscenze private delle sue tante passioni (cinema jazz figurine romanzi).

Al punto che uno smette di pensare a cosa Veltroni vorrebbe dagli italiani per domandarsi cos’è che Veltroni nasconde, nella sua testa, sotto il feticcio di Bartleby. Forse un’irrazionale pulsione a restare nella sua posizione, come il copista nel suo studio su Wall Street, quando ormai il suo capo lo ha licenziato e persino l’azienda si è trasferita. Magari Veltroni non se ne rende conto, ma se c’è un Bartleby in Italia oggi, probabilmente è proprio quel personaggio che si ostina a ricopiare la storia del Sessantotto e degli anni di piombo, a dettare manifesti riformisti a destra e manca, a ringraziare Di Vittorio e Berlinguer. Fuori il più della gente lo ignora; chi ancora lo nota gli domanda con stanca malizia se non è il caso di andare in Africa. Lui evidentemente preferisce di no. http://leonardo.blogspot.com

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26 agosto 2011
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Siria, la condanna della Lega Araba: “Forza inutile contro richieste legittime”

Siria, la condanna della Lega Araba
“Forza inutile contro richieste legittime”

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L’organizzazione annuncia una missione a Damasco per far “risolvere la crisi” e interrompere “lo spargimento di sangue”. Il neo segretario Al Arabi: “Reagire positivamente alle richieste della gioventù araba”. Ieri altri due morti

Siria, la condanna della Lega Araba "Forza inutile contro richieste legittime" La riunione della Lega Araba

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IL CAIRO – La Lega Araba si muove contro il regime di Bashar al Assad. Prima la condanna delle violenze, avvenuta in apertura di una riunione ministeriale straordinaria dell’organizzazione, poi l’annuncio del viaggio del segretario Al Arabi a Damasco per presentare un’iniziativa araba per chiudere la crisi.

“Il ricorso alla forza è inutile”, ha detto Al Arabi in apertura della riunione, di fronte alle “rivoluzioni” e alle “sollevazioni” le quali “reclamano cambiamenti radicali” con rivendicazioni “legittime”. “Dobbiamo reagire positivamente – continua il capo della Lega dei 22 paesi arabi – alle richieste della gioventù araba”, ha detto al Cairo. “L’attuazione rapida dei progetti di riforma”, ha aggiunto al Arabi, è un mezzo efficace per evitare “interventi stranieri”.

Al termine della riunione, Al Arabi ha fatto sapere – attraverso un comunicato – che si recherà in Siria per ottenere una fine della repressione delle proteste: sarà una “missione urgente” in cui Al Arabi si farà latore di ” una iniziativa araba per risolvere la crisi” in Siria.  I paesi della Lega araba si appellano affinchè finisca “lo spargimento di sangue” in Siria, venga “seguita la via della ragione prima che sia troppo tardi” e sia rispettato il diritto del popolo siriano a “riforme politiche e sociali”.

Nell’esprimere “inquietudine di fronte agli sviluppi gravi avvenuti sulla scena siriana che hanno causato migliaia di morti e di feriti”, l’organizzazione sottolinea di considerare la stabilità della Siria cruciale per quella del mondo arabo e dell’intera regione.

Ieri altre due vittime della repressione: un manifestante è stato ucciso in un quartiere periferico di Damasco, un altro a Kafar Nabel, nel Nord-Ovest del paese.

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28 agosto 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/esteri/2011/08/28/news/siria_lega_araba-20955849/?rss

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ROMA – Tbc, i neonati positivi sono 34. Il Codacons presenterà denuncia

CASO GEMELLI

Tbc, i neonati positivi sono 34
Il Codacons presenterà denuncia

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Scoperti dieci nuovi contagi. Polverini: “Siamo comunque sotto la media prevista”. Tutti i bambini interessati saranno sottoposti a test entro il 31 agosto. I consumatori annunciano un’azione contro l’ospedale

Tbc, i neonati positivi sono 34 Il Codacons presenterà denuncia L’ingresso del policlinico Gemelli

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ROMA – I bambini nati al Gemelli negli ultimi mesi e positivi al test della tubercolosi salgono a 34, con 10 nuovi casi solo oggi, ma la governatrice del Lazio Renata Polverini non è preoccupata. “Del resto abbiamo aumentato le visite, era quindi ovvio avere più positivi rispetto ai primi giorni”, commenta da Lourdes, dove si trova per un pellegrinaggio, quando arrivano i dati dell’ultimo bollettino sui controlli.

I bambini trovati oggi positivi alla Tbc sono 3 femmine e 7 maschi: tre sono nati nel mese di marzo, tre nel mese di maggio, tre nel mese di giugno e uno nel mese di luglio, fa sapere l’Unità di coordinamento. I controlli sono stati avviati dopo che un’infermiera del nido del Policlinico ha scoperto di essere malata di tubercolosi. Gli esperti della Regione ricordano sempre che la positività al test non significa malattia, ma esprime l’avvenuto contatto con il bacillo.

Oltre ai 34 positivi riscontrati finora c’è il caso della bimba di 5 mesi ricoverata all’ospedale Bambino Gesù, le cui condizioni non destano preoccupazioni e la cui malattia però non è ancora collegabile con certezza all’infermiera del Gemelli.

“Siamo comunque sotto la media – ha detto Polverini – perché gli esperti mi avevano parlato di una percentuale attesa di positivi attorno al 10-12%. Noi invece non siamo neanche al 6%. Dunque, sono dati che ci aspettavamo. Inoltre nessuno è ammalato, si parla sempre di positivi. Siamo sopra la media invece per quanto riguarda le visite effettuate tra le tre strutture coinvolte: siamo sopra le 150 al giorno”.

La Regione fa sapere che per “lunedì 29 sono stati fissati ulteriori 170 controlli, per un totale a tutt’oggi di 1.186
appuntamenti effettuati o confermati. Si conferma pertanto che entro il 31 agosto tutti i bambini interessati saranno stati sottoposti a visita e test, come previsto dal protocollo medico”.

Intanto però il Codacons è pronto a presentare una denuncia contro il Gemelli per il caso di tubercolosi che ha costretto ai test sui bambini. L’associazione dei consumatori offrirà consulenze gratis ai genitori.

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27 agosto 2011

fonte:  http://roma.repubblica.it/cronaca/2011/08/27/news/tbc_i_neonati_positivi_sono_34_il_codacons_presenter_denuncia-20951032/?rss

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