Archivio | agosto 29, 2011

La storia siamo noi – Mischling: I soldati ebrei di Hitler

La storia siamo noi – Mischling – I soldati ebrei di Hitler 


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Caricato da in data 08/ago/2011

Nell’attuare la sua criminale politica della “purezza razziale”, Hitler dovette fronteggiare alcuni imprevisti, dovuti alle sue folli idee e all’inconsistenza delle sue conoscenze sull’identità ebraica. Nella società tedesca infatti, dopo alcuni secoli di integrazione e matrimoni misti, l’eliminazione degli ebrei presentava difficoltà che Hitler non aveva previsto. Come mostra Bryan Rigg in questo nel suo libro (I soldati ebrei di Hitler), in nessun settore l’odioso processo di pulizia etnica era più confuso e contraddittorio che all’interno dell’esercito.

Contrariamente a quanto si crede generalmente, dopo le leggi razziali un numero assai alto di militari fu classificato dai nazisti come «parzialmente ebreo» (Mischlinge). Rigg dimostra che si trattò di oltre 150.000 uomini, tra cui c’erano veterani decorati e molti alti ufficiali, come generali e ammiragli. Questi soldati, come il libro documenta per la prima volta, non si consideravano ebrei e avevano scelto la carriera militare con devozione e patriottismo per servire la rinata nazione tedesca. In cambio, erano stati completamente integrati nelle forze armate, che, prima delle leggi razziali, non avevano dato alcun peso alla loro origine, ma che adesso si vedevano costrette ad esaminare la discendenza dei loro uomini.

Ma la rimozione dei Mischlinge si rivelò quanto mai difficile e fu concesso un gran numero di “esenzioni” per permettere ai militari di restare al loro posto o per salvare la vita ai genitori o alle mogli. Molte di queste esenzioni furono firmate personalmente da Hitler. Col proseguire della guerra però, la politica nazista ebbe la meglio sulla logica militare e, nonostante il crescente bisogno di uomini da parte della Wehrmacht, divenne quasi impossibile per questi soldati scampare al destinodi milioni di altre vittime del Terzo Reich.

Basato su vaste e approfondite ricerche negli archivi e sulle fonti secondarie, e su oltre quattrocento interviste dell’autore a Mischlinge e a loro familiari, questo racconto apre un nuovo capitolo di un argomento che pure è stato molto studiato nel corso degli ultimi anni, indagando un ulteriore aspetto di quella realtà legata al Terzo Reich.

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CISGIORDANIA – Il caso Sodastream: Bollicine e Occupazione Illegale

IL CASO SODASTREAM: BOLLICINE E OCCUPAZIONE

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La Coop Svezia annuncia la sospensione della vendita dei prodotti Sodastream, l’azienda israeliana con sede a Ma’ale Adumim, il più grande insediamento colonico in Cisgiordania.

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DI STEPHANIE WESTBROOK

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Roma, 29 Agosto 2011, Nena News – L’estate del 2011 è stata lunga e calda per le aziende israeliane e internazionali che si sono rese complici di violazioni dei diritti umani nei territori palestinesi occupati.

Il più grande esportatore israeliano di prodotti agricoli, Agrexco, che commercializza il 60-70 per cento della frutta e verdura coltivate su terreni rubati in Cisgiordania, ha dichiarato la bancarotta. Già obiettivo del movimento per il boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS) e un’intensa campagna europea, Agrexco ha visto allontanarsi anche i potenziali acquirenti internazionali, avvertiti dagli attivisti BDS che essi stessi sarebbero diventati obiettivi di boicottaggio, lasciando una sola società israeliana, Kislev, in gioco (http://www.globes.co.il/serveen/globes/docview.asp?did=1000672903&fid=1725).

Anche la multinazionale francese Veolia, coinvolta in progetti di trasporti e gestione dei rifiuti nelle colonie illegali israeliane, ha annunciato perdite pesanti, tanto che l’azienda ha dovuto ridimensionare le sue operazioni all’estero (http://online.wsj.com/article/SB100014=24053111903454504576487392247095536.html).L’annuncio è arrivato pochi giorni dopo che la società aveva perso ancora un altro contratto a Londra (http://palestinecampaign.org/index7b.asp?m_id=1&l1_id=4&l2_id=24&Content_ID=2088).Veolia è stata presa di mira dagli attivisti BDS di tutto il mondo, con una campagna mirata a convincere i consigli comunali di escludere la società da contratti pubblici.

In Svezia, il produttore israeliano di sistemi per rendere gassata l’acqua dal rubinetto, Sodastream, ha subito un colpo diretto quando la catena di supermercati Coop ha annunciato il 19 luglio la sospensione degli acquisti dei suoi prodotti. Per due anni, la Sodastream è stata oggetto di una campagna svedese che mirava a evidenziare la complicità dell’azienda con l’occupazione israeliana. Il principale impianto di produzione di Sodastream si trova, infatti, a Mishor Adumim, la zona industriale dell’insediamento israeliano di Ma’aleh Adumim nella Cisgiordania occupata, a causa dell’attività della società negli insediamenti illegali israeliani.

Per il movimento BDS, questa è stata un’altra importante vittoria, in quanto la Svezia rappresenta il più grande mercato per la Sodastream, dove si stima che i suoi sistemi per gasare l’acqua si trovino in una casa su cinque.

Sodastream, i cui prodotti sono venduti in 41 paesi, ha ripetutamente cercato di distogliere l’attenzione dalla sua fabbrica a Mishor Adumim, affermando che è solo una delle tante in tutto il mondo. In un’intervista rilasciata lo scorso marzo con il quotidiano finanziario israeliano The Marker (pubblicato da Ha’aretz), l’amministratore delegato della Sodastream, Daniel Birnbaum, ha addiritura dichiarato che “tutti i prodotti Sodastream venduti in Svezia sono prodotti in Cina, non in Israele” (http://english.themarker.com/sodastream-setting-up-plant-within-green-line-1.346814).

Il rapporto annuale presentato il 30 giugno 2011 alla US Securities and Exchange Commission (SEC), come d’obbligo per le società quotate in borsa, (Sodastream è quotata al NASDAQ), dimostra chiaramente che le affermazioni di Birnbaum sono palesemente false. Nel rapporto l’impianto a Mishor Adumim di 15.255 metri quadrati è descritto comprendere “una fabbrica per lavorare il metallo, una fabbrica per lavorare la plastica e produrre bottiglie, una fabbrica attrezzata con macchine utensili, una fabbrica di assemblaggio, un impianto per la produzione di cilindri, un impianto per la ricarica di CO2 e un impianto per collaudare i cilindri”, mentre due subappaltatori in Cina non producono altro che “alcuni componenti” per i gasatori Sodastream.

Il rapporto annuale chiarisce anche che le tanto vantate “fabbriche in tutto il mondo” – vale a dire in Australia, Germania, Olanda, Nuova Zelanda, Sud Africa, Svezia e Stati Uniti – forniscono soltanto servizi di ricarica di CO2.

Coop Svezia ha inizialmente cercato di difendere i suoi legami con Sodastream, ripetendo che i prodotti sugli scaffali svedesi erano fabbricati in Cina. Ma, come evidenziato nel dossier presentato alla Coop dalla Associazione di Solidarietà con la Palestina svedese (PGS) lo scorso gennaio, il problema principale non era tanto dove venissero prodotti i gasatori ma che la COOP aveva rapporti con aziende israeliane che violavano il diritto internazionale.

La decisione di Coop Svezia, con una quota di mercato del 21,5 per cento dei supermercati svedesi, è arrivata dopo un servizio televisivo nazionale andato in onda il 4 luglio sulla Sodastream e le sue attività a Mishor Adumim (http://www.nyheterna.se/1.2196437/2011/07/04/fortsatt_produktion_pa_ockuperad_mark). Da informazioni fornite da giornalisti israeliani e organizzazioni per i diritti umani nonché documenti aziendali della Sodastream, il servizio ha mostrato che, nonostante le smentite sia di Sodastream che del suo distributore svedese, Empire, i prodotti venduti in Svezia sono fabbricati in un insediamento illegale nella Cisgiordania occupata. Tre anni fa la Empire aveva promesso che la produzione nello stabilimento a Mishor Adumim sarebbe cessata.

Sodastream è stata una scelta naturale come caso per la ricerca sulle attività aziendali negli insediamenti illegali israeliani per il rapporto pubblicato a gennaio 2011 dal progetto Who Profits della Coalizione di Donne per la Pace in Israele (http://www.whoprofits.org/articlefiles/WhoProfits-ProductioninSettlements-SodaStream.pdf2).

Il rapporto ha sottolineato come l’acquisto di prodotti Sodastream dia un sostegno diretto all’insediamento di Ma’aleh Adumim: le tasse comunali pagate dall’azienda vengono utilizzate esclusivamente per “sostenere la crescita e lo sviluppo dell’insediamento”.

La creazione della zona industriale illegale di Mishor Adumim nel 1974 è stata strumentale per la creazione dell’insediamento di Ma’aleh Adumim. Il comitato ministeriale incaricato di eseguire il piano per la creazione della zona industriale ha espropriata un’area sette volte più grande di quella originariamente raccomandata, rubando le terre ai villaggi palestinesi circostanti di Abu Dis, Azarya, A-Tur, Issauya, Han El Akhmar, Anata e Nebbi Mussa. Il rapporto di Who Profits evidenzia che questo è “considerato il più grande singolo esproprio nella storia dell’occupazione israeliana”.

Oltre alla zona industriale, la commissione ministeriale ha anche aggiunto alloggi per i lavoratori. Un anno dopo, questi alloggi sono diventati l’insediamento di Ma’aleh Adumim. Nel 1977, quando il partito Likud ha conquistato il potere, il governo ha ufficialmente riconosciuto Ma’aleh Adumim come una “comunità civile” (http://www.btselem.org/sites/default/files/publication/200912_maale_adummim_eng.pdf).

Oggi, Ma’Aleh Adumim è il più grande insediamento israeliano in termini di superficie e, con 35.000 abitanti, terzo per popolazione. Strategicamente posizionato per collegare gli insediamenti di Gerusalemme est a quelli della Valle del Giordano, Ma’aleh Adumim effettivamente taglia in due la Cisgiordania, separando il nord dal sud.

 

Sodastream: “uno splendido esempio di coesistenza pacifica”?

La direzione della società invece cerca di presentare Sodastream come un favoloso luogo in cui i palestinesi sarebbero fortunati a lavorarci. A giugno il direttore di marketing per Sodastream Italia, Petra Schrott, ha dato la solita risposta aziendale ad una domanda postata su Yahoo Answers sulla fabbrica in Cisgiordania, descrivendola come “uno splendido esempio di coesistenza pacifica”, dove “lavorano circa 160 palestinesi che ricevono per intero tutte le prestazioni sociali e sanitarie in conformità con la legge israeliana”, per non parlare dei “pasti caldi quotidiani” (http://it.answers.yahoo.com/question/index?qid=20110623012820AAGk1iJ).

Come il rapporto di Who Profits sottolinea, i lavoratori palestinesi, con poche alternative oltre a quella di lavorare negli insediamenti a causa della disoccupazione, “vivono sotto occupazione e quindi non godono di diritti civili, e inoltre dipendono dai loro datori di lavoro per i permessi di lavoro”. Tentativi da parte dei lavoratori palestinesi di organizzarsi e rivendicare i propri diritti spesso risultano nel ritiro dei permessi di lavoro, portando pochi a fare qualsiasi richiesta ai propri datori di lavoro. Secondo l’organizzazione israeliana per i diritti dei lavoratori, Kav LaOved, i lavoratori palestinesi negli insediamenti israeliani sono sottopagati, sottoposti a umilianti controlli di sicurezza, esposti ai rischi sul posto di lavoro e abbandonati a se stessi in caso di incidenti sul lavoro (http://www.kavlaoved.org.il/media-view_eng.asp?id=2764).

Kav LaOved ha assistito i lavoratori palestinesi della fabbrica Sodastream a Mishor Adumim nella loro lotta per migliorare le condizioni di lavoro e i salari. Nel 2008, lavoratori che si lamentavano salari molto al di sotto del salario minimo e giornate lavorative di 12 ore hanno organizzato una protesta nella fabbrica dopo che i loro appelli non avevano avuto nessuna risposta. Sono stati licenziati 17 lavoratori. Fu solo dopo che Kav LaOved è intervenuta con lettere e incontri con i manager della Sodastream, e sopratutto che la Sodastream si è guadagnata pubblicità poco lusinghiera sulla stampa svedese, che l’azienda ha a malincuore riassunto i lavoratori palestinesi e ha rispettato i loro diritti lavorativi. Tuttavia, come Kav LaOved ha notato, restavano “gli ultimi nella gerarchia in fabbrica e con il costante timore di essere licenziati”. Infatti, la storia si è ripetuta nel mese di aprile 2010, con 140 lavoratori licenziati e non pagati i loro stipendi per il mese precedente (http://www.kavlaoved.org.il/media-view_eng.asp?id=2797). Kav LaOved ancora una volta è riuscita ad ottenere il pagamento dei salari e di fare riassumere i lavoratori, tranne i due che hanno condotto la lotta. Da quel momento, Kav LaOved non è più riuscita ad avere informazioni sulle condizioni di lavoro nella fabbrica Sodastream a Mishor Adumim.

Non sorprende che i lavoratori palestinesi alla fabbrica Sodastream provengano da alcuni dei villaggi la cui terra è stata rubata per creare Ma’aleh Adumim, tra cui Abu Dis e Azarya, quest’ultima in particolare ha perso il 57 per cento delle sue terre (http://www.btselem.org/sites/default/files/publication/200912_maale_adummim_eng.pdf).

Sodastream pubblicizza i suoi prodotti come “eco-ambientali”. È un’idea che è difficile da conciliare con il fatto che l’insediamento che l’azienda sostiene finanziariamente è responsabile per la “gestione” della famigerata discarica di Abu Dis, costruita illegalmente su terreni espropriati dal villaggio omonimo, in cui vengono scaricati rifiuti provenienti da Gerusalemme e dagli insediamenti circostanti (http://www.parkedom.co.il/Edomim/Templates/ShowPage.asp?DBID=1&LNGID=1&TmID=84&FID=318).

Nel giugno 2011, il Comune di Gerusalemme ha finalmente accettato di rispettare l’ordine di ottobre 2010 del Ministero dell’Ambiente per ridurre le 1100 tonnellate di rifiuti che vengono scaricate al giorno ad Abu Dis, perché la discarica sta “inquinando corsi d’acqua e terre nelle vicinanze”. (http://www.jpost.com/NationalNews/Article.aspx?id=225455&R=R2)

La discarica di Abu Dis si trova sopra la Mountain Aquifer, la principale fonte d’acqua in Cisgiordania. In base ai mal concepiti Accordi di Oslo, a Israele viene concessa una quantità di acua dalla falda acquifera superiore di quattro volte a quella data ai palestinesi, i quali devono ottenere l’approvazione per lo sviluppo e il mantenimento delle proprie risorse idriche dal Joint Water Committee (JWC), in cui Israele gode di esclusivo potere di veto sulla Cisgiordania. Da Oslo in poi, nessun nuovo permesso per pozzi agricoli è stato emesso e 120 pozzi palestinesi esistenti non funzionano per mancanza di approvazione per le riparazioni. I palestinesi sono costretti ad acquistare la propria acqua dalla società israeliana Mekerot. (http://www.ewash.org/files/library/2%20Fact%20sheet-%20Water%20Resources%20In%20the%20West%20Bank.pdf)

 

Pubblicità negativa contro gli incentivi fiscali

Nel rivelare fattori di rischio, come d’obbligo per la documentazione richiesta dalla SEC, Sodastream ha elencato sia il rimanere in, che il trasferirsi da, Mishor Adumim. I rischi associati con rimanere includono “pubblicità negativa, soprattutto in Europa occidentale, contro le aziende con strutture in Cisgiordania” e “boicottaggio dei prodotti israeliani provenienti dalla Cisgiordania”. Rispettare il diritto internazionale e lasciare l’insediamento illegale, d’altra parte, avrebbe “limitato alcune agevolazioni fiscali”, delle quali godono le aziende nelle zone industriali negli insediamenti illegali.

Tuttavia, sempre più aziende arrivano alla conclusione che questi incentivi fiscali non ricompensano la pubblicità negativa. Il 19 luglio, la multinazionale Unilever, dopo aver tentato invano di vendere la sua quota nella società Bagel e Bagel, ha formalmente annunciato l’intenzione di spostare la sua fabbrica dalla zona industriale di Barkan nell’insediamento di Ariel all’interno dei confini di Israele (http://www.ynetnews.com/articles/0,7340,L-4097068,00.html).

E mentre la Israel Lands Administration ha recentemente annunciato gare per sei nuovi fabbriche a Mishor Adumim, l’organizzazione israeliana Peace Now rivela che si tratta di una gara riciclata, già emessa sotto l’amministrazione Olmert nel 2008, che non è riuscita ad attrarre partecipanti.

Anche la Sodastream comincia a mostrare segni dell’impatto delle campagne internazionali contro la società. In un comunicato stampa del 6 luglio ha annunciato la costruzione di una nuova fabbrica all’interno dei confini di Israele. Il nuovo impianto dovrebbe entrare in funzione nel 2013, lo stesso anno in cui scade il contratto di affitto a Mishor Adumim.

Nel comunicato stampa, l’amministratore delegato Birnbaum ha affermato che la società si aspetta di far leva degli “accordi di libero scambio con l’UE e con il Nord America”. Nel 2010, Sodastream è stata al centro di una sentenza della Corte di Giustizia Europea che ha dichiarato i prodotti provenienti dagli insediamenti nei territori palestinesi occupati non ammissibili per le tariffe doganali preferenziali sotto l’accordo UE-Israele (http://stopagrexcoitalia.org/news/60-lavvocato-generale-yves-bot-sui-prodotti-dalle-colonie.html). Anche se diverse altre azioni legali sono state incluse nei documenti depositati presso la SEC da Sodastream, questo caso in particolare era vistosamente assente.

Italia “mercato chiave”

Sodastream è in gran parte una società di esportazione, con solo tre per cento delle vendite effettuate in Israele, secondo Israele 21c. Mentre la Svezia è attualmente il più grande mercato per Sodastream, il blitz pubblicitario in atto in diversi paesi europei e negli Stati Uniti indica che la società vuole espandersi. Il 12 luglio Sodastream ha annunciato una campagna pubblicitaria televisiva in Gran Bretagna per Euro 3,4 milioni (http://www.marketingweek.co.uk/sectors/food-and-drink/soft-drinks/sodastream-launches-%C2%A33m-advertising-push/3015692.article).

Mentre in Italia, dove la Sodastream è presente dal 2008, è partita a giugno una campagna “in chiave ‘eco-chic’” per Euro 1,8 milioni, che comprende web, radio, e per la prima volta, pubblicità televisive, e che punta a proporre i gasatori Sodastream come regalo natalizio (http://www.pubblicitaitalia.it/news/Creativita–Marketing/Campagne-e-Spot/campagna-integrata-da-18-milioni-per-le-bollicine-di-sodastream-_01061156.aspx).

Il rapporto annuale di Sodastream dimostra che il suo budget pubblicitario è più che raddoppiato, passando da Euro 10,5 milioni nel 2009 a 21,5 milioni nel 2010, e definisce l’Italia come un mercato chiave. La Sodastream produce anche concentrati per fare bibite gasate in casa, addotando sapori per soddisfare i gusti locali. Per l’Italia ha pensato bene di aggiungere il chinotto.

Anche negli Stati Uniti la Sodastream mira a nuove quote di mercato, e gli attivisti si stanno attrezzando per contrastrarla. In un’azione coordinata lo scorso marzo, una petizione con oltre 2.500 firme chiedendo alla catena Bed Bath & Beyond di sospendere la vendita dei prodotti Sodastream (così come Ahava, società di cosmetici con sede negli insediamenti), è stata consegnata a 15 punti vendità su e giù per la West Coast, da Seattle a Los Angeles (http://codepink.salsalabs.com/o/424/p/dia/action/public/?action_KEY=6325) Nel mese di agosto, un gruppo di attiviste travestite da spose hanno tenuto un matrimonio finto all’interno di Bed Bath & Beyond a Los Angeles, invitando tutte le spose a cancellare Sodastream (e Ahava) dalle loro liste di nozze (http://www.youtube.com/watch?v=8njU1jZAHbI). E in Italia, la campagna pubblicitaria sul web fornisce uno spazio opportuno per iniziative di contro informazione sulla Sodastream.

La recente decisione di Coop Svezia, grazie alla lavoro costante degli attivisti svedesi, non solo dà una spinta alle campagne BDS in tutto il mondo, ma manda anche un segnale importante ad altre società che mantengono rapporti con aziende che si rendono complici delle violazioni dei diritti umani. Nena News

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29 agosto 2011

fonte:  http://www.nena-news.com/?p=12325

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L’impatto ambientale della guerra

L’impatto ambientale della guerra

Un gruppo di ecologisti sta studiando gli effetti della guerra sull’ambiente e gli effetti di quest’ultimo sulle guerre presenti e future

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La guerra distrugge l’umanità e l’impatto ambientale è tutt’altro che trascurabile. Nei bollettini di guerra si tiene conto delle morti dei soldati, dei civili (in maniera sempre approssimativa) e dei danni strutturali. Cadono nell’oblio gli effetti postumi (vedi l’utilizzo di munizioni all’uranio impoverito, del fosforo bianco e di altri agenti chimici). Nature allarga, e di molto, il punto d’impatto della guerra e delle sue attività collaterali: addestramenti, esperimenti, stoccaggi, test e smantellamenti. La prestigiosa rivista scientifica si chiede, per esempio e retoricamente, come mai il tasso di tumori sull’isola portoricana di Vieques sia di molto superiore all’incidenza nelle altre aree caraibiche e da dove provengano le ingenti quantità di mercurio tossico nel terreno della Slovenia. La risposta è una: la guerra. Vieques è stata per anni la discarica delle munizioni nocive degli Stati Uniti. Il mercurio sloveno risale ai combattimenti della Prima Guerra Mondiale.

Un gruppo di ecologisti sta studiando gli effetti della guerra sull’ambiente e gli effetti di quest’ultimo sulle guerre presenti e future. La guerra sovverte ogni ordine naturale e normativo. Una delle prime conseguenze è il sistematico saccheggio delle risorse naturali da parte dei paesi vincitori o occupanti, con il beneplacito di governi fantoccio. Ma quando si parla di risorse naturali, non bisogna pensare solo a idrocarburi o metalli preziosi. Esistono dei dati allarmanti che dimostrano come  le mafie del legno abbiano devastato intere foreste non appena la guerra è sbarcata in Afghanistan e Pakistan.

A guardare gli inizi di questo nuovo millennio, ci sono poche speranze: gli uomini sono più pratici nella gestione della guerra che non nella salvaguardia dell’ambiente. Basta guardare, scrive Nature, il bilancio della Difesa americana che è di cento volte superiore al budget della National Science Foundation, l’agenzia governativa che si occupa di sviluppo e ricerca scientifica (nel 2011, la Nsc aveva richiesto uno stanziamento di 7,424 miliardi di dollari; il Tesoro ne ha concessi 6,8; alla Difesa sono andati oltre 700 miliardi di dollari).

Guarda il docuentario Vieques, Tropico del Cancro. Di Alessandro Grandi, prodotto da E-ilMensile e PeaceReporter

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27 agosto 2011

fonte:  http://it.peacereporter.net/articolo/30133/L%27impatto+ambientale+della+guerra

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F35, CHE CE NE FACCIAMO? – L’Italia spende 16 miliardi di euro per un super-caccia che non funziona

L’Italia spende 16 miliardi per l’F35
Ma il nuovo supercaccia ancora non funziona

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di Andrea Di Stefano
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Sulle nostre teste, e soprattutto sui nostri conti pubblici, incombe un impegno di spesa per l’acquisto di un nuovo cacciabombardiere a decollo verticale, l’F35. L’Italia, con diversi governi (Prodi, Berlusconi, D’Alema, Prodi e nuovamente Berlusconi) si è impegnata ad acquistare 131 velivoli per un costo complessivo di 16 miliardi di euro nel miraggio di ritorni occupazionali ed economici per le aziende che partecipano al consorzio guidato da Lockheed Martin e Base System che coinvolge anche l’italiana Finmeccanica. Ma quello del supercaccia si è rivelato un progetto con grossissimi problemi tecnici e costi completamente fuori controllo, tanto da spingere gli Stati Uniti a ripensare e addirittura mettere in forse l’intero programma.

Lo scorso 2 agosto, dopo un black out al sistema di controllo di uno dei veivoli, il Joint Program Office ha deciso di tenere a terra tutti gli esemplari in prova nelle basi di Edwards e Patuxent. L’episodio, ennesimo di una lunga serie di gravi problemi tecnici che affliggono il costosissimo progetto, è stato tenuto sotto silenzio sino a quando la stampa specializzata ha cominciato a far filtrare la notizia. I caccia sono rimasti a terra sino al 18 agosto, quando il sito della Lockheed Martin ha pubblicato la notizia della ripresa dei voli di prova confermando che una valvola del sistema di alimentazione e condizionamento si è bloccata e che i costruttori, d’intesa con il Pentagono, stanno ancora indagando sulle cause.

Il faraonico programma di costruzione e acquisto del nuovo cacciabombardiere è a rischio da mesi, almeno da quando il Gao (Governement Accountability Office) ha pubblicato un voluminoso rapporto che mette in luce come tempi e costi di progettazione siano fuori controllo: secondo l’ultima revisione il ritardo è di 5 anni e il budget è cresciuto a 56,4 miliardi di dollari (+26%). Dopo nove anni di sviluppo e quattro di produzione, non si è ancora riusciti a dimostrare che la progettazione del velivolo sia stabile, che i processi produttivi siano maturi e che il sistema – in sintesi – possa dirsi affidabile. Solo il 3% dei 32 test condotti a terra è affidabile e il 4% delle potenzialità dei Joint Strike Fighter è stato scientificamente dimostrato da test di volo o in laboratorio.

Rispetto a quelli oggi in dotazione all’aeronautica militare il nuovo cacciabombardiere ha una fortissima accentuazione sul ruolo di attacco pur mantenendo la definizione “multiruolo” per tutte le tre versioni F-35A, F-35B, F-35C : convenzionale (CTOL), a decollo corto e atterraggio verticale (STOVL), imbarcata (CV). Ovviamente l’F-35 può trasportare anche armi nucleari secondo la logica dell’US Air Force ed è anche il primo caccia sottoposto al Chemical and Biological Program, al fine di ottenere il requisito necessario che assicuri sia una capacità di sopravvivenza all’equipaggio, sia una capacità di resistenza alla degradazione del velivolo dopo un attacco chimico o biologico. La crescita dei costi dell’F-35 viene paragonata a quella dell’F-22 Raptor, programma terminato anzitempo proprio per la elevata spesa: il prezzo unitario del velivolo si attesta su una media di 92,4 milioni di dollari contro i 50 previsti nel 2002, l’intero programma ha già raggiunto la cifra di 382 miliardi di dollari in 25 anni per l’acquisto di 2.457 aerei.

In sostanza il budget è stato sforato del 64% rispetto alle previsioni, oltre il limite del 50% stabilito dalla legge Nunn-McCurdy che prevede la cancellazione di un programma.  Dunque per continuare si deve definire questo programma vitale per la sicurezza del paese. La Gran Bretagna, per esempio, ha deciso come si evince dal bilancio 2011 della MoD (Ministry of Defence) di rinunciare alla versione a decollo corto e atterraggio verticale, per le sue portaerei e punta solo al modello C convertendo le Queen Elizabeth con cavi d’arresto e catapulte.

A Fort Worth il processo di assemblaggio finale non è ancora completato e Lockheed Martin si difende rispetto ai ritardi nella produzione (almeno 13 mesi) e alla contrazione dei requisiti richiesti, promettendo di abbassare i costi della versione A dal 2016-2017 a 60 milioni per aereo, escluso il motore. Il costo unitario di un motore sarebbe di oltre 30 milioni ed anche il budget in dotazione all’azienda motoristica è stato ampiamente sforato. Il costo dello sviluppo è stimato attorno ai 7,28 miliardi contro i 4,8 previsti.

Nel 2011 il segretario alla difesa americano Robert Gates ha deciso di eliminare il motore alternativo della Rolls-Royce. Un solo F-35 completo verrebbe a costare circa 80 milioni di dollari, ma non si conta il fatto che il Pentagono ha deciso di diminuire il numero di velivoli da finanziare che significa un aumento dei costi. A ciò bisogna aggiungere i nuovi problemi emersi sulla componente software dell’aereo che ha fatto decidere al Pentagono l’aut-aut: o tutto si risolve entro il 2011 o si sospendono i finanziamenti. Le esitazioni dei paesi che si sono impegnati a comprare il nuovo cacciabombardiere e la decisione di mettere la versione a decollo corto e atterraggio verticale (STOVL) in stand-by, rende la pianificazione della produzione incerta.

Sia la Marina USA che quella italiana, che nel dicembre 2010 ha svolto a bordo della portaerei Cavour una riunione con rappresentanti delle agenzie governative americane e italiane insieme ai rappresentanti delle ditte Lockheed-Martin, Fincantieri e Selex Sistemi integrati, non hanno un piano B nel caso di una soppressione del velivolo. L’Italia ha deciso per ora di comprare 22 F-35B e nella riunione si sono cercate le soluzioni tecniche più idonee per consentire l’imbarco del velivolo a partire dal 2016.

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Leggi anche

La campagna di Peacelink

Articolo di Gianni Alioti, segretario della Fim-Cisl contro gli F35

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29 agosto 2011
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Don Gallo: “La Chiesa paghi le tasse e sia povera”

Don Gallo: “La Chiesa paghi le tasse e sia povera”

“L’emendamento dei radicali sulla richiesta di contribuzione del Vaticano all’economia del Paese”, non solo è “giusto”, ma rappresenta anche “un’occasione per la Chiesa stessa per recuperare la strada maestra della sobrietà e della vicinanza con gli ultimi”. Lo ha detto don Andrea Gallo, intervenendo alla festa dell’Anpi a Toirano, in occasione della presentazione del suo libro “Di sana e robusta Costituzione”. Il fondatore della comunità per tossicodipendenti “San Benedetto al Porto” ha richiamato la platea ai valori fondanti del testo costituzionale, criticando “il moralismo della Chiesa” – soprattutto in tema di sessualità – ed esaltando la necessità per le donne di rivendicare con forza i loro diritti “se non ora quando”. Don Gallo non ha risparmiato critiche a un governo che “colpisce sistematicamente il bene pubblico in tutte le sue forme” (a partire dalla scuola) e nei confronti di “soggetti che ne distorcono il significato”. L’attacco è rivolto soprattutto a Comunione e Liberazione, ribattezzata per l’occasione “Comunione e Lottizzazione”. Don Gallo ha concluso citando Don Milani: “Le uniche due armi che ha il popolo sono il voto e lo sciopero”. Ma “di fronte a un periodo come questo non basta uno sciopero di un giorno. Ci vorrebbe di almeno un mese!” di Giovannij Lucci

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fonte:  http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/08/29/don-gallo-la-chiesa-paghi-le-tasse-e-sia-povera/154080/

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LIBIA – L’Algeria: “I Gheddafi sono qui”. Per i ribelli è un atto di aggressione

LIBIA

L’Algeria: “I Gheddafi sono qui”
Per i ribelli è un atto di aggressione

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La notizia data dal ministero degli Esteri: “Sono entrati  nel Paese la moglie del raìs Safia, la figlia Aisha, i figli Hannibal e Mohammad”. Rete britannica Sky News: “Ucciso da Apache Nato Khamis Gheddafi”. Il Colonnello forse a Bani Walid con il delfino Saif al Islam. A Tripoli rischio epidemia

L'Algeria: "I Gheddafi sono qui" Per i ribelli è un atto di aggressione

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TRIPOLI – “La famiglia di Gheddafi è qui”. La notizia che la moglie e tre figli del Colonnello fossero in territorio algerino, diffusa da fonti diplomatiche libiche, è stata confermata dal ministero degli Esteri di Algeri: “La consorte di Muammar Gheddafi, Safia, la figlia Aisha, i figli Hannibal e Mohammad, accompagnati dai i loro figli, sono entrati in Algeria alle 08:45 (le 09:45 italiane, ndr) attraverso la frontiera algerino-libica”, ha dichiarato il ministero in un comunicato riportato dall’agenzia algerina Aps senza fornire indicazioni su dove sia Gheddafi. A quanto si è appreso, l’ok dell’Algeria sarebbe arrivato per “motivi umanitari”, dato che la figlia di Gheddafi, Aisha, avrebbe appena partorito, ma per i ribelli si tratta di un “atto di aggressione” da parte del paese nordafricano e sono pronti a chiedere l’estradizione.

Continua, dunque, la caccia al raìs che, secondo alcune fonti libiche, ora si troverebbe a Bani Walid, la città fedele al Colonnello a circa 100 chilometri a sud-est di Tripoli. Insieme a Gheddafi ci sarebbe Saif al Islam, il figlio ‘delfino’. Sarebbe stato ucciso, invece, Khamis Gheddafi, figlio del raìs e comandante della temutissima 32/esima brigata che ha guidato l’ultima resistenza di Tripoli. La notizia della morte di Khamis era stata data più volte durante la rivolta, ma questa volta a diffonderla è stata la rete britannica Sky News secondo la quale il figlio del raìs sarebbe stato ucciso da un elicottero britannico Apache che ha centrato con un missile la Toyota Land Cruiser blindata a bordo del quale si trovava, a 60 chilometri a sud di Tripoli.

E non si fermano i combattimenti. La notte scorsa aerei Nato hanno nuovamente bombardato Tripoli: le esplosioni, almeno sei, sono avvenute attorno all’una di notte e hanno interrotto, solo per qualche minuto, le raffiche di mitra dei festeggiamenti. I ribelli, intanto sono sempre più vicini a conquistare Sirte, città natale di Gheddafi e ultima roccaforte del regime. Violenti combattimenti si sono registrati a ovest del paese e gruppi di insorti stanno cercando di strappare il controllo della regione dalle forze di Gheddafi dopo l’agguato teso dai lealisti a sudovest di Zuwarah.

Si fa sempre più difficile la situazione a Tripoli che rischia “un’epidemia sanitaria senza precedenti”. L’allarme arriva dall’Unicef ed è legato all’emergenza idrica che l’agenzia Onu sta affrontando distribuendo acqua nella città. Fino ad ora l’Unicef ha consegnato 23 mila bottiglie d’acqua mentre altre 90mila verranno consegnate oggi. Complessivamente, circa 5 milioni di litri d’acqua verranno messi a disposizione nei prossimi giorni e distribuiti a Tripoli.

Oggi Eni e il Consiglio nazionale transitorio libico (Cnt) hanno firmato un memorandum che rafforza la cooperazione in Libia tra Eni e il Cnt. Con il memorandum, Eni e il Cnt si impegnano a ricreare le condizioni per una celere e completa ripresa delle attività di Eni nel paese e a porre in essere quanto necessario per il riavvio del gasdotto Greenstream, che trasporta gas dalla costa libica a quella italiana.

E sempre nella giornata di oggi sono rientrati in Italia i tre contractors tenuti prigionieri a Tripoli per un mese. I tre sono stati ascoltati in una caserma dei carabinieri subito dopo il loro arrivo a Roma. Luca Boero, Antonio Cataldo e Vittorio Carella sarebbero stati sentiti separatamente. Devono chiarire le circostanze del loro arrivo in Libia, se effettivamente lavoravano come addetti privati alla sicurezza e come sono stati catturati dagli uomini di Muammar Gheddafi e poi liberati dai ribelli.

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29 agosto 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/esteri/2011/08/29/news/l_algeria_conferma_famiglia_gheddafi_qui_ribelli_da_paese_nordafricano_atto_di_aggressione-21019785/

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Svizzera, animalisti sconfitti «Legittimo sparare ai gatti»

Il caso – La battaglia aveva come testimonial «Lara Croft», una felina ferita alla zampa


European wild cats returning, but threatened by ex-domestic cats – Eurpean wildcat, in Bayerischer National Park in Germany (photo, wikipedia)

Svizzera, animalisti sconfitti
«Legittimo sparare ai gatti»

Erano state raccolte 14 mila firme per bloccare la caccia

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MILANO – Lara Croft ci ha provato. Con la sua faccina triste e la zampetta sinistra sollevata da terra ha cercato di convincere gli umani del suo Paese, la Svizzera, a non imbracciare il fucile per sparare a quelle come lei. Niente da fare. È stato un buco nell’acqua. E sì che ne ha raccolte di firme con la sua petizione: in tutto, 13.700.

«Diciamo basta alla caccia dei gatti erranti» c’era scritto in quella benedetta petizione con la sua foto. 13.700 fogli mandati al Bundesrat, il Consiglio federale, perché abolisse – appunto – il permesso di caccia che avviene quasi sempre a fucilate, con il risultato che spesso le pallottole feriscono soltanto e da quel momento in poi i poveri felini si ritrovano a vagare sanguinanti per giorni e giorni. Muoiono sfiniti dal dolore o, se va «bene», restano mutilati. A Lara Croft è andata bene e con il tempo ha imparato a fare a meno della zampa ferita.

Luc Barthassat, deputato del cantone di Ginevra, si è dato un gran daffare per aiutare i ragazzi di Sos Chats che hanno lanciato l’idea della petizione «per fermare questo massacro». Ne ha fatto una campagna sua, l’ha sostenuta nelle sedi pubbliche, ha moltiplicato contatti e firme, «rendiamo possibile la caccia soltanto in caso di allarme sanitario, per esempio un’epidemia di rabbia» ha mediato. Tutto inutile. La risposta del governo (che aveva ricevuto a giugno le firme) è stata «no»: sono i singoli cantoni a decidere delle soppressioni, ha fatto sapere quattro giorni fa il Consiglio federale. E poi, rivelano i siti d’informazione e i giornali elvetici, il Bundesrat ritiene necessario lo «sfoltimento dei gatti randagi» sia perché mettono in pericolo costante uccelli, lepri e rettili, sia perché da «erranti» finiscono con l’accoppiarsi a gatti molto più selvatici di loro minacciando così, con possibili malattie, la sopravvivenza stessa della specie domestica.

Men che meno convince l’ipotesi della sterilizzazione invece dell’abbattimento, un’operazione ritenuta troppo costosa oltre che difficile da realizzare vista la difficoltà di acciuffare i gatti, animali agili e sfuggenti per antonomasia. E allora ecco: la sola via possibile, dicono, è quella che esiste già, cioè la caccia al «gatto domestico inselvatichito» permessa tutto l’anno. Per la verità sono tempi duri anche per altri, stando all’articolo 5 della legge federale sulla caccia e la protezione dei mammiferi. Si trovano nelle stesse condizioni del felino randagio anche il cane procione, il procione lavatore, la cornacchia nera, la gazza, la ghiandaia e la tortora domestica inselvatichita.
La domanda a questo punto è: come fa un umano armato di fucile e intenzioni anti-gatto a riconoscere il randagio? I microchip con i quali i gatti vengono sempre più spesso registrati all’«anagrafe» felina non sono certo visibili a distanza. E allora? Chi mi dice che sto sparando al gatto «giusto» e non al micio del vicino che si è perduto?

Luc Barthassat ha provato ad argomentare la richiesta della petizione anche con questa obiezione. Tutto respinto. Senza arrendersi, il deputato ha posto un altro problema: la caccia nei centri urbani è di sicuro un pericolo anche per noi umani che rischiamo di essere impallinati. Niente, parole scivolate via come acqua sull’impermeabile. Ci ha provato con l’argomento internazionale: «Nella vicina Francia questa barbarie è stata abolita e ora è vietata» ha insistito il deputato ginevrino. Come prima, obiezione nulla. Un po’ come dire: che la Francia faccia come vuole, il governo svizzero non vieterà un bel niente.

Viene da chiedersi: chissà che direbbe Lara Croft se potesse parlare…
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SCATTO AL GATTO
In un libro tutta l’iniziativa

Oltre 1000 gatti italiani immortalati dai loro padroni

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Giusi Fasano
29 agosto 2011 10:52

fonte:  http://www.corriere.it/animali/11_agosto_29/svizzera-animalisti-sconfitti-caccia-gatti_55998954-d201-11e0-a205-8c1e98b416f7.shtml

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