Archivio | settembre 3, 2011

“La lunga strada per Kathmandu”: in un libro il viaggio degli hippies verso Oriente

https://solleviamoci.files.wordpress.com/2011/09/haight-hippie2b459c3973222bpixels.jpg?w=300
fonte immagine

Piccole considerazioni. Premetto che non ho letto il libro di Buffarini, perciò non posso certo fare qui una recensione, tantomeno darne un giudizio di valore (cosa che, peraltro, mai farei), ma c’è un dato, riportato dall’articolo, che mi sconcerta: l’età. L’età, Buffarini, semplicemente, non aveva l’età. A quei tempi un trentenne non veniva guardato con sospetto, non veniva proprio considerato! Un trentenne era vecchio. Aveva un lavoro, famiglia, figli, e, solitamente, non era più sul gobbo di ‘madri piangenti e padri incazzati’ (dove l’autrice abbia preso questo aspetto della società di allora non si capisce proprio: c’era la crisi, forse più di oggi, e i figli prima andavano fuori casa e più i genitori erano contenti. Anche a fare gli hippie: sotto questo aspetto, ve lo dice uno che nel 1971 aveva 18 anni e che da 3 lavorava, c’era più tolleranza e larghezza di vedute allora che non oggi, imborghesiti come siamo).
Dicevo: un trentenne hippie era un trentenne ‘andato’, cotto, suonato, fuori come un balcone. E se ancora faceva l’hippie con la speranza di ‘rimorchiare’ la disponibile di turno, beh, era un povero illuso. A meno che non si fosse trasformato in guru dei figli dei fiori (cosa che non pare nelle corde del nostro). Poi c’è la faccenda del figlio della senatrice DC… nella V legislatura, dopo le elezioni politiche del ’68, che terminò nel 1972, vi erano, mal contate 8 senatrici. Chissà chi era la mamma… Si andava in India, qualcuno anche in Tibet. L’Afghanistan? Manco si sapeva cosa fosse. E se si andava in Oriente perlopiù era per il ‘trip’, che ti permetteva l’esperienza allucinogena tout-court… Buddismo? E cos’era? Nel 1971 era come parlare arabo. Nel 1971 il fenomeno hippie, in Italia, dava i suoi ultimi bagliori. Poi, per fortuna, è venuto l’impegno politico.
L’autore, per sua stessa ammissione, è un hippie decisamente anomalo, con frequentazioni ‘disturbate’ e un ‘traffico di droga’ che noi, all’epoca, non ci sognavamo di fare. Non per niente. Non avevamo soldi.

mauro

p.s. Anch’io avevo il ‘sogno’ del viaggio in Oriente: il mio consisteva nel raggiungere Amsterdam per proseguire poi per Bombay. Ma la meta era Goa. Da piazza Dam partiva un pulmann per l’India, ma non esisteva una data di partenza, per il semplice fatto che la partenza era legata al riempimento dello stesso; per cui capitava di dover ‘soggiornare’ sulla piazza anche un’intera settimana prima che si mettesse in moto. Il viaggio durava, mediamente, un mese, con mille peripezie a costellarlo. Altro che Katmandu: quello era per ‘fighetti’.

.

“La lunga strada per Kathmandu”: in un libro il viaggio degli hippies verso Oriente

A hippy bus that was parked on
hippie bus
Hippie Bus
hippie bus

.

Luigi Guidi Buffarini racconta con autoironia la sua esperienza di quarant’anni fa quando a bordo di un furgoncino Ford Transit raggiunse il Nepal. Con la descrizione dei sui incontri strampalati, l’autore ricostruisce lo spirito di quei tempi in cui ognuno aveva “il suo trip”

C’è stata un’epoca, circa quarant’anni fa, in cui un giovane, o meglio una certa categoria di giovane, non era tale se non viveva determinate esperienze. O, quantomeno, se non desiderava fortemente viverle. La più epica di queste esperienze era il viaggio a Oriente. Un viaggio rigorosamente via terra, con pochissimi mezzi economici, una larga disponibilità di tempo e una certa propensione per il consumo di droghe più o meno leggere.

Sulle orme dei figli dei fiori americani – ma anche dei Beatles, che in India avevano trovato nuove psichedeliche fonti d’ispirazione – orde di ventenni partivano dunque su pullmini scassati o su treni che avevano vissuto tempi migliori alla volta dell’India o addirittura del Nepal, lasciandosi alle spalle mamme piangenti e padri incazzati.

All’epoca, Luigi Guidi Buffarini non aveva l’età, nel senso che aveva già trent’anni, e poca o niente predisposizione per le droghe. Eppure, fu proprio lui a organizzare il viaggio che oggi racconta in un libretto delizioso che ha il sapore e l’odore e la musica di quegli anni: La lunga strada per Kathmandu – Quando gli hippies migravano a Oriente (Ignazio Maria Gallino Editore).

L’ingrediente che fa di questo diario di viaggio un godibilissimo viaggio nel tempo non è, come si potrebbe credere, la nostalgia ma una forte autoironia. Certo, un intervallo di quarant’anni dall’esperienza alla sua descrizione aiuta: lo scrittore di oggi non può che guardare con disincanto al ragazzo di ieri e ai suoi compagni d’avventura, anche se assicura che lo scetticismo che traspare dalle pagine è lo stesso con cui ieri affrontò l’impresa.

Del resto, un particolare differenziava nettamente il viaggio di Guidi Buffarini da quello dei giovani che all’epoca migravano a Oriente: “Secondo il linguaggio del tempo… ognuno aveva il suo trip: chi la religione, quasi sempre il pantheon indiano, ma anche il buddismo, chi la droga, chi il misticismo, chi la comunanza umana, quest’ultima un modo come un altro per entrare in rapporti più stretti con l’altro sesso”. Il trip dell’autore, o meglio lo scopo finale della lunga trasferta, era la stesura di una guida ragionata a uso degli hippies di ogni latitudine. Ed è proprio sulla scorta degli appunti presi per questa guida (poi effettivamente pubblicata con il titolo Viaggio all’Eden, ma mai tradotta all’estero, come l’autore confidava) che sono stati ricostruiti luoghi, alberghi, ostelli, prezzi dell’epoca. Ciò che invece Guidi Buffarini non poteva trovare negli appunti è lo spirito dei tempi, che ha però efficacemente ricostruito ripescando nella memoria gli episodi salienti e gli incontri strampalati avvenuti durante il viaggio.

.

in my vintage 1965 VW bus
hippie bus

.

Ecco dunque il “malgascio”, atletico esemplare di pelle nera, lingua francese e coltello facile, incontrato in un pulciosissimo albergo di Istanbul, che si aggrega alla compagnia (l’autore e altri due amici) fino al suo arresto, in Afghanistan, per traffico di stupefacenti, lo stesso reato per il quale era dovuto fuggire dalla Francia. E poi altri passeggeri paganti raccattati lungo la strada: l’americana Susan e la francese Francine, perennemente strafatte e fonti di innumerevoli guai, una coppia di inglesi ributtanti (lui viene chiamato “l’uomo delle spelonche”) e un’italiana, Grazia, dalla storia tragica.

Ma vero protagonista del racconto è il viaggio stesso, svolto a bordo di un furgoncino Ford Transit che l’autore, con un tantino di giovanile megalomania, battezza “Le roi des Belges”, come il battello che in Cuore di tenebra di Joseph Conrad percorre il fiume Congo alla ricerca di Kurtz.

Anche i nostri viaggiatori avevano il loro Kurtz da scovare in Nepal su incarico della mamma, una senatrice democristiana. E riuscirono pure a trovarlo a Kathmandu, alla fine del loro viaggio che aveva toccato Turchia, Iran, Afghanistan, Pakistan, India e, appunto, Nepal. “Non dirò the horror, the horror, sarebbe troppo scontato. L’orrore vero è quello di vivere in famiglia, almeno nella mia” dirà Giuliano-Kurtz ai suoi ritrovatori.

La cifra del racconto, si diceva, è l’autoironia: Guidi Buffarini prende costantemente in giro il suo io giovanile, anti eroe per eccellenza: “No, decisamente non ero il tipo del viaggiatore coraggioso e neppure tollerante: non sopportavo i disagi, non sopportavo il caldo, la sete, le cimici, la sporcizia, la stanchezza, fino al punto di non osservare ciò che mi stava intorno se non con l’occhio del sopravvivente. Anche adesso, sotto la volta del cielo stellato, sapevo che a guardarla con occhio distaccato l’alba rossa che si stava annunciando su quell’arido deserto mi sarebbe apparsa divina. Io, però, sarei stato pronto a scambiarla senza rimorsi con un bicchiere di acqua minerale ghiacciata con le bollicine”.

Il viaggio attraverso le “Porte della percezione” – quelle che danno il titolo al saggio di Aldous Huxley sull’esperienza con la droga e il nome al gruppo di Jim Morrison, i Doors – non ha mutato l’autore e i suoi compagni: “Per dirla con le parole di Huxley, non ci aveva molto mutato. Forse ‘Non tornavamo indietro più saggi, meno spocchiosi e neppure più felici’ … Per adesso tornavamo e questa, per il momento, era già una bella fortuna”.

.

.
.
__________________________________________________________________________
.

Wikileaks all’attacco sul web: “Boicottate il Guardian”

Wikileaks all’attacco sul web
“Boicottate il Guardian”

.

Su twitter Assange chiama i suoi sostenitori a raccolta contro il giornale britannico, che avrebbe “violato gli accordi” sulla riservatezza del database dei cablo Usa. Ma riceve molte critiche dagli internauti. E il giornale inglese, insieme agli altri coinvolti, contrattacca: “Assange aveva già deciso di diffondere quei file”

.

di RAFFAELLA MENICHINI

.

Wikileaks all'attacco sul web "Boicottate il Guardian" Julian Assange

.

Ormai è guerra aperta: dopo aver deciso di mettere a disposizione del pubblico tutti gli oltre 250 mila 1 cablo del dipartimento di Stato – senza filtri e selezioni redazionali e parlando apertamente di “media di parte” – oggi Wikileaks circoscrive l’oggetto della polemica e chiama il suo “popolo” al boicottaggio del Guardian. “Chiediamo a tutti di boicottare il Guardian, nessuno deve fidarsene. Soprattutto, non stringete mai accordi con loro: non li rispettano”. Il tam tam è partito, come sempre, su twitter. Dal suo account, che pare gestito direttamente da Julian Assange, l’organizzazione sta facendo partire brevi messaggi-strale contro il quotidiano britannico, allegando addirittura il contratto (qui un resoconto Storyful 2 della polemica online) firmato dal direttore Alan Rusbridger il 30 luglio 2010 con l’impegno a “non divulgare a parti terze” il contenuto del “pacchetto”: ovvero, l’accesso ai file del dipartimento di Stato che l’anno scorso fecero esplodere uno dei più grandi casi diplomatico-giornalistici degli ultimi anni. L’appello per ora non sembra ricevere molti consensi: sono infatti più le persone che difendono la credibilità del giornale e cominciano a diffidare della vera natura della campagna di Assange.

Il quotidiano inglese, che nel corso dell’inchiesta decise di coinvolgere anche il New York Times e poi i giornali europei Spiegel, El Pais e Le Monde per condividere la responsabilità dello scoop, secondo Wikileaks si sarebbe reso responsabile della divulgazione delle chiavi di decrittazione utili ad accedere al database. Il Guardian si è difeso sostenendo che le chiavi erano state presentate come temporanee, e che in ogni caso Assange aveva già intenzione di rendere pubblici tutti i documenti senza filtri ed epurazioni redazionali. Lo proverebbe, secondo un resoconto pubblicato sul Guardian da James Ball – ex attivista di Wikileaks poi passato al Guardian – un lungo incontro tenuto già nel novembre dello scorso anno nella residenza inglese di un sostenitore di Wikileaks, in cui Assange aveva lasciato capire che avrebbe voluto “liberare” i contenuti dei cablo. Cosa che è poi puntualmente accaduta ieri pomeriggio, suscitando le reazioni indignate dei giornali che avevano partecipato alla campagna e che hanno parlato di gravi rischi per le persone i cui nomi venivano esposti senza precauzioni: attivisti, agenti di intelligence, informatori. Oltre a numeri di telefono e riferimenti di ogni tipo, che infatti in queste ore stanno filtrando – lentamente – su twitter grazie al lavoro di curiosi e più o meno abili internauti cui Wikileaks ha fornito tool semplici e immediati di ricerca nell’immenso archivio. Esattamente quel che l’accordo firmato dai direttori dei giornali con Assange mirava ad evitare. Tra i cablo pubblicati ce ne sarebbero oltre mille che identificano attivisti, e migliaia “etichettati” dagli americani in modo da idenficare fonti che potrebbero essere messe in pericolo, oltre a 150 che menzionano specificamente informatori, scrive ancora il Guardian. Wikileaks ieri ha motivato la sua decisione con un non meglio specificato “sondaggio” tra gli attivisti che avrebbe dato una schiacciante maggioranza di consensi all’ipotesi della pubblicazione. Ma tra l’apertura del sondaggio e quella delle dighe del database è passato obiettivamente un tempo molto breve: il minimo necessario, hanno detto i maligni su twitter, per costruire i tool di accesso ai file. E i risultati precisi del sondaggio non sono comunque mai stati diffusi.

Che i grandi giornali siano rimasti scottati dopo aver maneggiato il personaggio Assange è provato dai commenti amari dati alla Reuters da Bill Keller, direttore uscente del New York Times: “Non ci siamo mai illusi di aver alcun controllo sul comportamento di Wikileaks e siamo sempre stati molto attenti a mantenere le distanze. I media coinvolti avevano l’impressione che Wikileaks gradualmente stesse prendendo il nostro esempio e comprendesse l’importanza di non divulgare informazioni che avrebbero messo la vita di altre persone a rischio. E’ triste che – sia per sete di attenzione, o per una dottrina di ‘trasparenza’ assolutista, o per qualche altro motivi maligno, non so dire – abbiano deciso di prendere questa via irresponsabile”.

Insomma, tra il mainstream media e il “pirata” del web ormai è guerra aperta, con gli internauti usati come “truppe”. Sullo sfondo della vicenda rimangono gli aspetti puramente giudiziari, con Assange che – nel pieno della battaglia giudiziaria per evitare l’estradizione dalla Gran Bretagna alla Svezia dove è accusato di molestie sessuali – rischia di essere messo sotto processo ora anche in Australia dopo che la nuova ondata di cablo ha identificato, secondo il procuratore dello Stato Robert McClelland, “almeno un componente dei servizi segreti australiani”. A pubblicare la notizia, ancora una volta, è stato il Guardian.

.

03 settembre 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/esteri/2011/09/03/news/wikileaks_contro_guardian-21187189/?rss

__________________________________________________________

LIBIA – Gli insorti: “Bani Walid si arrenda entro domattina”. Sul petrolio, Frattini sfida: “Noi al primo posto”

Se qualcuno dubitava, il monito di Frattini dovrebbe ormai avergli aperto, definitivamente, gli occhi. La guerra d’occidente a Gheddafi non ha mai avuto altro che a cuore che gli interessi delle proprie economie. Non certo la libertà del popolo libico da un presunto tiranno.
In merito, leggasi l’analisi che il nostro blog ha pubblicato proprio oggi: Perché Gheddafi ha avuto il cartellino rosso di PEPE ESCOBAR, ed anche L’operazione Libia e la battaglia per il petrolio di MICHEL CHOSSUDOVSKY pubblicato da DIETRO IL SIPARIO

mauro


fonte immagine

LIBIA

Gli insorti: “Bani Walid si arrenda entro domattina”
Sul petrolio, Frattini sfida: “Noi al primo posto”

Secondo il ministro degli esteri, l’Italia deve mantenere il suo primato anche nel dopo-Gheddafi. Ultimatum a Bani Walid: entro le dieci di domenica dovrà arrendersi, altrimenti scatterà l’assalto finale. Ancora una settimana di trattative, invece, a Sirte

.

TRIPOLI – “Bani Walid ha tempo, per arrendersi, fino a domattina alle dieci. Poi si scatenerà un assalto senza esclusione di colpi”. E’ l’ultimatum lanciato dai ribelli – attraverso uno dei capi militari, Abdulrazzak Naduri – alla città dove potrebbe nascondersi ancora il colonnello Gheddafi: un centro nel deserto, 120 chilometri a sud di Tripoli. Da diverse ore, intorno a Bani Walid, si era intensificato il movimento di truppe dei ribelli, scortate da almeno 200 blindati. Nelle ore precedenti, invece, il presidente del Consiglio nazionale di transizione, Jalil, aveva detto che le città ancora in mano ai lealisti – Sirte, Bani Walid, Jufra and Sebha – avevano ancora una settimana a disposizione per le trattative prima dell’attacco. E aveva aggiunto che era stato consentito l’arrivo di aiuti umanitari alle città sotto assedio.

Sul fronte dei futuri rapporti economici con la Libia, è sfida aperta del governo italiano alla Francia e a nuovi concorrenti nell’area.  “L’Italia manterrà il suo primo posto, ce l’avevamo e ce l’avremo”. Queste le parole del ministro degli Esteri, Franco Frattini, che a Cernobbio ha parlato delle forniture di petrolio libico. “Quel che occorre – ha aggiunto Frattini – è che l’Italia rimanga, come è sempre stata, primo partner della Libia. Abbiamo confermato gli impegni: per ottobre saremo in grado di far ripartire la produzione di quello che era sotto il controllo dell’Eni”. Frasi che confermano quanto già detto dal presidente dell’Eni, Giuseppe Recchi, cioè che per metà ottobre dovrebbe ripartire la fornitura di gas. A parte Parigi, c’è anche Mosca che si prepara a entrare nel grande business libico. “Altri paesi, come la Russia – ha detto Frattini arrivando a Cernobbio – si preoccupano di confermare i loro contratti petroliferi. Ne prendo atto, non ci trovo niente di strano”.

Intanto, dal passato della Libia emergono nuove ombre. Documenti ritrovati a Tripoli dopo la conquista della città da parte degli insorti rivelano un’intensa e controversa cooperazione tra l’intelligence libica da una parte e la Cia americana e l’MI6 britannico dall’altra. Lo rivelano sia il New York Times che il Wall Street Journal. I servizi di intelligence occidentali hanno iniziato a cooperare con il regime di Gheddafi nel 2004 e da allora gli Stati Uniti inviarono otto volte presunti terroristi in Libia per farli interrogare, malgrado la reputazione che il paese aveva in materia di ricorso alla tortura.

.

03 settembre 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/esteri/2011/09/03/news/italia_prima_nelle_forniture_di_petrolio_frattini_sfida_parigi_nei_rapporti_con_tripoli-21189589/?rss

_______________________________________________________________

Presunta estorsione al premier, legale di Tarantini consegna memoriale ai giudici

https://i1.wp.com/risodegliangeli.corriere.it/20100610-fricca-berlusconi.jpg
fonte immagine

Indagato anche Valter Lavitola, latitante all’estero

Presunta estorsione al premier, legale di Tarantini consegna memoriale ai giudici

.

Gianpaolo Tarantini   Gianpaolo Tarantini
.
ultimo aggiornamento: 03 settembre, ore 15:22
Napoli – (Adnkronos) – Nelle 14 pagine del testo si legge: ”Mera liberalità le somme di denaro” ricevute da Berlusconi. E ammette: ”Gli chiesi 500 mila euro con promessa di restituzione”. Interrogatorio di garanzia nel carcere di Poggioreale per l’imprenditore pugliese e la moglie, arrestati tre giorni fa. Indagini sulla Procura di Bari: al vaglio l’operato dei magistrati
.
Napoli, 3 set. (Adnkronos) – Un memoriale di 14 pagine è stato consegnato stamattina, al suo arrivo nel carcere di Poggioreale, dal legale di Gianpaolo Tarantini, Alessandro Diddi, al gip Amelia Primavera e ai pm Francesco Curcio, Vincenzo Piscitelli ed Henry John Woodcock, prima che avesse inizio l’interrogatorio di garanzia.
.
Nel suo memoriale difensivo Tarantini, arrestato tre giorni fa nell’ambito di una indagine per una presunta estorsione al presidente del Consiglio, sostiene di essere “totalmente estraneo a qualunque manovra di carattere estorsivo nei confronti del presidente Silvio Berlusconi nei confronti del quale non posso che dichiarare gratitudine per tutto quello che ha fatto e sta facendo per me e per la mia famiglia e leggo con estremo piacere che nella dichiarazione del presidente Berlusconi, per come riportata nell’articolo di ‘Panorama’ anche lui riconduca a mera liberalità le somme di denaro che mi ha fatto pervenire”.
.
Intanto, da oltre tre ore e mezzo Tarantini viene sottoposto a interrogatorio di garanzia dal gip Primavera. Dopo di lui toccherà alla moglie Angela Devenuto, trasferita in mattinata dal carcere di Pozzuoli a quello di Poggioreale.
.
Nel memoriale Tarantini scrive ancora che “nel corso di numerosi incontri che ora non sarei in grado di collocare nel tempo il Lavitola si offrì di intermediare con il presidente Berlusconi per farsi portatore anzitutto di miei saluti e dei miei dispiaceri per averlo coinvolto in una situazione alla quale ribadisco anche in questa sede egli è completamente estraneo avendo io retribuito le ragazze che venivano ospitate presso la sua abitazione a sua assoluta insaputa”.
.
Inoltre “tramite il Lavitola ho fatto sapere al presidente Berlusconi delle mie gravissime difficoltà di carattere economico” ma “voglio precisare che con tale mio atteggiamento io non intendevo formulare richieste ma mi sono affidato assolutamente all’eventuale generosità del presidente Berlusconi ed al comune senso di amicizia che ritenevo e ritengo ci potesse legare”.
.
“Ricordo che il Lavitola – prosegue Tarantini nel memoriale – mi disse anche come il presidente mi avrebbe potuto eventualmente aiutare, sostenendo le mie nuove iniziative economiche. Per il momento per far fronte alle prime esigenze di vita, iniziai a ricevere settimanalmente tramite Lavitola somme di denaro in contanti che mia moglie andava a prelevare in via del Corso a Roma presso gli uffici del predetto Lavitola”.
.
Tarantini poi sostiene di avere ricevuto “complessivamente circa 20 mila euro al mese oltre ad altre somme per far fronte ad esigenze extra, fino al mese di luglio. Voglio subito precisare – sostiene l’indagato – a scanso di ogni equivoco che l’importo di cui si tratta mi serve effettivamente per esigenze di vita, perché a mio carico oltre alla mia famiglia, composta da mia moglie e da due bambine una di 2 e l’altra di 7 anni, vi è quella di mio fratello composta da moglie e figlio nonché la mia anziana madre vedova”.
.
Tarantini poi spiega di avere “numerosi debiti personali lasciati a Bari che non ho potuto onorare in quanto dopo la mia misura cautelare non ho più avuto le disponibilità economiche per farlo”.
.
“Osai chiedergli (al presidente Berlusconi, ndr) anche se mi avesse potuto aiutare a districarmi nei miei numerosi guai giudiziari – scrive Tarantini – ma egli mi rispose, con tono divertito, che la cosa non poteva nemmeno essergli richiesta posto che lui stesso aveva i suoi problemi giudiziari e che la sua vera opposizione politica era la magistratura italiana”.
.
“Chiesi al presidente Berlusconi un finanziamento di 500 mila euro – si legge nel memoriale -, tale somma pensavo mi sarebbe stata sufficiente per attivare l’iniziativa commerciale che in quel momento avevo in animo di intraprendere”. “Il presidente non mi fece praticamente finire di parlare e mi disse subito: ‘Per te non c’è problema’. Io ci tenni a precisare e ricordo di averlo detto più volte che avrei sicuramente restituito la somma non appena ne avessi avuto la possibilità e che non intendevo considerare questo ennesimo gesto di generosità come una donazione. Berlusconi nel dirmi di non preoccuparmi della restituzione mi disse che quanto prima mi avrebbe fatto pervenire tramite il presente Lavitola la somma di cui ritenevo di avere bisogno”, spiega Tarantini nel memoriale.
.
Il dialogo tra Tarantini e il premier Berlusconi risale a marzo di quest’anno quando l’indagato si recò a Villa San Martino ad Arcore per incontrare il capo del governo. A quell’incontro erano presenti anche la moglie di Tarantini Angela Devenuto e l’editore dell”Avanti’ Valter Lavitola.
.
Oltre a Tarantini e alla moglie Devenuto, nell’ambito dello stesso procedimento è indagato anche Valter Lavitola editore del quotidiano ‘L’Avanti’, destinatario di una ordinanza di custodia cautelare ma latitante all’estero.

UNA ANALISI – Perché Gheddafi ha avuto il cartellino rosso

Perché Gheddafi ha avuto il cartellino rosso

.

https://i2.wp.com/www.comedonchisciotte.org/images/52a06e98c7803b0e4c2929cf9ccc0909.jpg

.

DI PEPE ESCOBAR
Asia Times

.

Ispezionando la landa libica da una confortevole stanza strapiena di sottili schermi LCD in un palazzo di Pyongyang, l’Amato Leader della Repubblica Democratica Popolare della Corea, Kim Jong-il, deve essersi impressionato contemplando la predica del colonnello Muammar Gheddafi

“Che imbecille!”, mormora prevedibilmente l’Amato Leader. Non c’è da meravigliarsi. Sa come il Grande G ha firmato virtualmente la sua condanna a morte in quel giorno del 2003, quando accettò il suggerimento dei suoi discendenti malvagi – tutti infatuati dell’Europa – di liquidare il suo programma per le armi di distruzione di massa e di porre il futuro del suo regime nelle mani della NATO.

Bisogna ammettere che Saif al-Islam, Mutassim, Khamis e il resto del clan Gheddafi ancora non potevano vedere la differenza tra scorazzare per St. Tropez ed essere bombardati dai Mirage e dai Rafale. Ma dovunque sia il Grande G, a Sirte, nel deserto centrale o in una silenziosa carovana verso l’Algeria, sicuramente li sta maledicendo da qui all’eternità.

Aveva pensato di essere socio della NATO. Perché la NATO ora gli vuol far saltare la testa. Di tipo di cooperazione è questa?

Il dittatore monarchico sunnita del Bahrein rimane al suo posto; non ci sono bombe “umanitarie” su Manama, non hanno messo un prezzo sulla sua testa. Il circolo di dittatori della Casa di Saud rimane al potere; non ci sono bombe “umanitarie” su Riad, Dubai o Doha, nessuna taglia sulle loro teste dorate filo-occidentali. Persino il dittatore siriano sta prendendo fiato, per ora.

E allora la domanda posta da molti lettori di Asia Times Online è inevitabile: qual è stata la linea rossa determinante che Gheddafi ha oltrepassato e che gli è costata il cartellino rosso?

.

 

 

“Rivoluzione” made in France

Il Grande G ha attraversato abbastanza linee rosse per far sì che il monitor di questo computer si tinga di rosso sangue.

Cominciamo dalla cosa basilare. Sono stati i rospi (ndt: dispregiativo usato per identificare i francesi). Vale sempre la pena ripeterlo: è una guerra francese. Neanche gli statunitensi la chiamano guerra; è un'”azione cinetica” o qualcosa del genere. Il Consiglio Nazionale di Transizione, il CNT, è un’invenzione francese.

E certo, si tratta soprattutto di una guerra del neo-napoleonico presidente Nicolas Sarkozy. È il personaggio di George Clooney nel film (povero Clooney). Tutti gli altri, da David Cameron d’Arabia al Premio Nobel della Pace e sviluppatore di guerre multiple, Barack Obama, sono comparse.

Come già vi ha informato Asia Times Online, questa guerra è iniziata nell’ottobre del 2010 quando il capo del gabinetto di Gheddafi, Nuri Mesmari, disertò per andare a Parigi, e fu contattato dall’intelligence francese e, per tutti gli obbiettivi pratici, venne tramato un colpo di stato militare, coinvolgendo i disertori della Cirenaica.

.

 

Sarkò ha un sacco di buoni motivi per vendicarsi del Grande G

Le banche francesi gli avevano detto che Gheddafi stava per trasferire i suoi miliardi di euro nelle banche cinesi. E pertanto Gheddafi non poteva diventare un esempio per altre nazioni arabe o per i fondi sovrani.

Le grandi aziende francesi dissero a Sarkò che Gheddafi aveva deciso di non continuare a comprare i caccia Rafale e che non andava voleva incaricare i francesi per la costruzione di una centrale nucleare; era più preoccupato di investire nella spesa sociale.

Il gigante energetico Total voleva molto una fetta molto più grande della torta energetica libica, che era già stata divorata per la parte europea, specialmente perché il Premier Silvio “bunga bunga” Berlusconi, un sostenitore certificato del Grande G, aveva concluso un affare molto complesso con Gheddafi.

Pertanto il colpo militare fu perfezionato a Parigi fino a dicembre; le prime manifestazioni popolari in Cirenaica – fortemente istigate dai cospiratori – furono dirottate. Il sedicente filosofo Bernard Henri-Levy volò a Bengasi con la sua camicia bianca aperta a torso nudo per intervistare i “ribelli” e telefonare a Sarkozy, ordinandogli in pratica di riconoscerli come legittimi già agli inizi di marzo (non che Sarkò avesse bisogno di un grande incitamento).

Il CNT fu ideato a Parigi, ma le Nazioni Unite lo fecero proprio a tempo debito, ritenendolo il governo “legittimo” della Libia, proprio quando la NATO non aveva un mandato delle Nazioni Unite per passare da una “no-fly zone” a un bombardamento “umanitario” indiscriminato, che è culminato con l’attuale assedio di Sirte.

I francesi e i britannici stilarono quella che si sarebbe trasformato nella Risoluzione 1973 dell’ONU. Washington si aggiunse allegramente alla festa. Il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti negoziò un accordo con la Casa di Saud con il quale i sauditi avrebbero garantito il voto a favore della Lega Araba come preludio alla risoluzione dell’ONU, e in cambio li avrebbero lasciati tranquilli di reprimere qualunque tipo di protesta pro-democrazia nel Golfo Persico, come poi hanno fatto, selvaggiamente, in Bahrein.

Il Consiglio per la Cooperazione del Golfo (CCG), poi trasformatosi nel Circolo dei Controrivoluzionari del Golfo, aveva anche lui tonnellate di ragioni per liberarsi di Gheddafi. I Sauditi avrebbero assai gradito un emirato amico nel Nord Africa, specialmente se si liberavano del cattivissimo sangue che scorreva tra Gheddafi e il re Abdullah. Gli emirati volevano un nuovo posto per investire e “sviluppare”. Il Qatar, molto disponibile con Sarkò, voleva guadagnare denaro, per esempio incaricandosi delle nuove vendite di petrolio dei “legittimi” ribelli.

Il Segretario di Stato degli USA, Hillary Clinton, si troverà meravigliosamente a suo agio con la Casa di Saud o con gli assassini al-Khalifa in Bahrein. Ma il Dipartimento di Stato ha fustigato energicamente Gheddafi per le sue “politiche sempre più nazionaliste in campo energetico”; e anche per “aver libanizzato” l’economia.

Il Grande G, un giocatore astuto, avrebbe dovuto comprendere cosa gli riservava il futuro. Da quando il primo ministro Mohammad Mossadegh fu deposto essenzialmente dalla CIA in Iran nel 1953, la regola è quella di non provocare il Big Oil globalizzato. Per non parlare del sistema finanziario/bancario internazionale, promuovendo idee sovversive come volgere l’economia a favore della tua popolazione.

Se qualcuno opera a beneficio del proprio paese, si posiziona automaticamente contro quelli che comandano, le banche occidentali, le multinazionali, gli “investitori” nell’ombra che vogliono profittare di tutto quello che si muove.

Gheddafi non solo ha attraversato tutte queste linee rosse, ma ha anche cercato di fuggire dal petrodollaro; ha cercato di convincere l’Africa dell’idea di una moneta unita, il dinaro d’oro, e la maggioranza dei paesi africani era con lui; ha investito in un progetto multimiliardario – il Grande Fiume Fatto dall’Uomo, una rete di condotte che pompano acqua fresca dal deserto alle coste del Mediterraneo – senza genuflettersi agli altari della Banca Mondiale; ha investito in programmi sociali per i poveri paesi sub-sahariani; ha finanziato la Banca Africana, permettendo così a un sacco di nazioni, ancora una volta, di bypassare la Banca Mondiale e specialmente il Fondo Monetario Internazionale, ha finanziato un sistema di telecomunicazioni in tutta l’Africa per bypassare le reti occidentali. La lista è infinita.

.

 

Perché non ha chiamato Pyongyang

E poi c’è il cruciale angolo militare Pentagono/Africom/NATO. Nessuno in Africa voleva ospitare una base dell’Africom; l’Africom venne ideato durante l’amministrazione Bush come mezzo per costringere e controllare l’Africa sul posto e combattere clandestinamente i progressi commerciali della Cina.

Pertanto l’Africom si vide obbligato a stabilirsi nel più africano dei luoghi: Stoccarda, Germania.

L’inchiostro della Risoluzione 1973 dell’ONU si era appena asciugato quando l’Africom, per tutti gli obbiettivi pratici, avviò il bombardamento della Libia con più di 150 Tomahawk, prima che il comando venisse trasferito alla NATO. Si tratta della prima guerra africana di Africom e di un preludio di quello che avverrà. La realizzazione di una base permanente in Libia si dà già per fatta come parte di una militarizzazione neocoloniale non solo del Nord Africa, ma di tutto il continente.

Il piano del NATO per dominare tutto il Mediterraneo come un suo lago è tanto audace quanto quello dell’Africom di trasformarsi nel Robocop dell’Africa. Gli unici problemi erano Libia, Siria e Libano, i tre paesi non membri della NATO o non collegati con la NATO in una delle infinite “collaborazioni”.
Per comprendere a pieno il ruolo di Robocop globale della NATO – legittimato dalle Nazioni Unite – bisogna esaminare con attenzione la bocca del cavallo, il Segretario Generale della NATO, Anders Fogh Rasmussen. Mentre ancora bombardavano Tripoli ha detto: “Se non potete schierare truppe oltre le vostre frontiere, non riuscirete a esercitare un’influenza internazionale e allora la mancanza sarà colmata dalle potenze emergenti che non condividono necessariamente i vostri valori e le vostre idee.”

Allora, ci siamo. La NATO è una milizia occidentale ad alta tecnologia per difendere gli interessi statunitensi ed europei, per isolare gli interessi dai paesi emergenti del BRICS e non solo e per tenere a bada i “nativi”, siano esse africani o asiatici. Il tutto viene molto più facilmente realizzato se la truffa viene mascherata come R2P, “Responsabilità di Proteggere”, non i civili, ma il saccheggio conseguente.

Con tutte queste avversità, non è sorprendente che al Grande G sia stato comminato il cartellino rosso e che sia stato espulso per sempre dal gioco.

Solo poche ore prima che il Grande G iniziasse a lottare per la sua vita, l’Amato Leader stava bevendo champagne russo col presidente Dmitry Medvedev, parlando di una futura mossa per il Pipelinestan ed evocando per puro caso la sua volontà di parlare del suo arsenale nucleare, ancora attivo.

Quello riassume il motivo per cui l’Amato Leader è ancora in sella mentre il Grande G è fuori dal gioco.

************************************************Fonte: Why Gaddafi got a red card

01.09.2011

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SUPERVICE

.

fonte:  http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=8910

___________________________________________________________

ATTO DEMENZIALE – Roma: Vandali in piazza Navona fanno a pezzi la Fontana del Moro

DISEGNATA DAL BERNINI

Vandali in piazza Navona: fanno a pezzi Fontana del Moro

Staccati alcuni frammenti in marmo ritrovati poi dai vigili in strada: le telecamere hanno ripreso tutto
Alemanno: atto demenziale che offende la nostra città

.

La fontana danneggiata (Jpeg)
La fontana danneggiata (Jpeg)

ROMA- Un pezzo di marmo sul marciapiede. Un altro abbandonato sull’asfalto vicino ad una panchina. E i pennuti restano senza becco. Questo è lo spettacolo che un vigile urbano del I Gruppo della Polizia Municipale di Roma si è trovato davanti sabato mattina quando ha cominciato il suo turno in piazza Navona. I pezzi appartenevano alla Fontana del Moro, quella disegnata dal Bernini, che si trova davanti all’Ambasciata del Brasile.

La Fontana del Moro
La Fontana del Moro

«TUTTO MONITORATO» – «Abbiamo trovato i frammenti in terra – raccontano i vigili -, non sappiamo se i vandali abbiano fatto quel danno la notte scorsa ma pensiamo di sì». I frammenti appartengono alle figure che si trovano intorno alla scultura centrale, il Moro appunto disegnato dal Bernini. Tutto è stato ripreso dalle telecamere della piazza «che viene monitorata 24 ore su 24». E forse si riuscirà a risalire ai vandali. Intanto, subito sono state avvisate le Belle Arti che sono arrivate in piazza Navona e stanno valutando l’entità del danno. È vero che non si tratta di parti originali. «Quella fontana era stata già danneggiata in passato – spiegano ancora i vigili -, e quella parte era stata poi restaurata, quindi non è originale». Ma certo, conclude uno dei vigili, «purtroppo i cretini non vanno mai a dormire».

Il sampietrino lanciato contro la Fontana di Trevi (Jpeg)
Il sampietrino lanciato contro la Fontana di Trevi (Jpeg)

L’IDENTIKIT – Da quanto emerso dai filmati delle telecamere in piazza Navona, a Roma, potrebbe essere stato un ragazzo di media corporatura, vestito di nero, a danneggiare una delle sculture della Fontana. Come riferiscono i vigili urbani, presenti sul posto, il timore è che il giovane possa aver colpito ancora: alcuni cittadini hanno infatti segnalato il lancio di un sampietrino contro la Fontana di Trevi da parte di una persona che poi è scappata. Il sasso è caduto in acqua e non ha provocato danni alla fontana.

LA RICOSTRUZIONE – Da una prima ricostruzione attraverso le telecamere presenti in piazza Navona, l’atto vandalico sulla Fontana del Moro sarebbe stato compiuto sabato mattina presto e non stanotte, come appreso in precedenza. L’uomo ha deturpato, probabilmente con un martello, uno dei quattro mascheroni della fontana, tutti copie risalenti all’Ottocento. A dare l’allarme, intorno alle 8, è stato un turista che ha avvisato due vigili urbani dicendo soltanto «fontana rotta» in un italiano stentato. Dai primi riscontri delle telecamere l’atto vandalico è avvenuto nelle prime ore del mattino.

_________________________________________________________________________________________________________________________________

Piazza Navona, danneggiata Fontana del Moro Piazza Navona, danneggiata Fontana del Moro Piazza Navona, danneggiata Fontana del Moro

Piazza Navona, danneggiata Fontana del Moro Piazza Navona, danneggiata Fontana del Moro Piazza Navona, danneggiata Fontana del Moro Piazza Navona, danneggiata Fontana del Moro Piazza Navona, danneggiata Fontana del Moro

_________________________________________________________________________________________________________________________________

«ATTO DEMENZIALE» – «Un atto vandalico così demenziale è una vera e propria offesa alla nostra città», queste le parole del sindaco Gianni Alemanno. «Mi auguro che anche attraverso le telecamere istallate in piazza Navona si possano immediatamente individuare i responsabili di questo gesto per punirli in maniera esemplare. Ogni offesa ai beni artistici del centro storico di Roma, tutelato dall’Unesco come patrimonio dell’umanità, deve essere sanzionata come una dei più gravi atti di inciviltà». E l’assessore alle Politiche Culturali di Roma Capitale Dino Gasperini annuncia: «Questa mattina sono stati recuperati i frammenti di uno dei mascheroni della fontana del Moro danneggiati. Il restauro partirà immediatamente. Stiamo sbobinando le registrazioni delle telecamere di controllo. Contiamo di identificare al più presto il responsabile di questo atto gravissimo contro il patrimonio dell’umanità, per il quale chiediamo una pena esemplare».

«TERRA DI NESSUNO» – «Questa piazza è abbandonata e non è solo un problema di vandali, nell’ultimo mese ci sono stati diversi furti nei locali, gli abusivi vendono senza ritegno e le telecamere installate sembra che non funzionino o comunque non funzionano da deterrente». A parlare è Alessandro Tucci il giovane gestore del ristorante ‘I tre scalinì che si affaccia su piazza Navona. Il ragazzo, come tanti altri negozianti di piazza Navona, ha appreso solo questa mattina dell’atto vandalico compiuto sulla fontana Del Moro e non è affatto stupito. «Solo nel mio locale – prosegue Tucci – hanno scassinato e rubato la scorsa settimana e dall’altro lato della piazza ci sono stati altri episodi del genere. È una piazza che non viene tutelata in alcun modo e sono anni che chiediamo più vigilanza». «Dopo l’una e mezza di notte qui c’è il deserto assoluto – gli fa eco il proprietario di un altro ristorante vicino la fontana del Moro – Ci sono le telecamere ma penso che non funzionino, perchè rubano, rompono e nessuno sa niente. Qui ormai è terra di nessuno».

.

Speciale formazione Roma

.

Redazione online
03 settembre 2011 15:43

fonte:  http://roma.corriere.it/roma/notizie/cronaca/11_settembre_3/vandali-fontana-bernini-piazza-navona-1901433155437.shtml

_____________________________________________________________

La storia di Giulia. È morta, ma ce l’ha fatta

Una storia toccante, per l’età della protagonista, la sua voglia di vivere, la fiducia in un Dio che ha trovato in sè.
Non so se Dio esista. Certo, questo è un articolo di fede, un qualcosa che si ha o non si ha, che non è ‘tangibile’ e verificabile ma deve essere rispettato e, il suo bisogno, compreso.
Non so nemmeno se si è spenta col sorriso sulle labbra, ma mi piace immaginarlo. E sono d’accordo col titolo, almeno, lei, ce l’ha fatta. Ce l’ha fatta a vivere il poco tempo che le è restato il più serenamente possibile, e già questa, per chiunque nelle sue condizioni, è una vittoria enorme.
Ne parlavo con Elena giusto stamattina. Ieri sono andato al San Matteo di Pavia, in visita, e, entrando in ascensore, ho trovato un papà, giovane, immigrato, col suo bambino dall’apparente età di nove-dieci anni: aveva il classico cappellino sulla testa completamente priva di capelli e una mascherina a coprirgli il naso e la bocca. Inizialmente si è discostato da me, impaurito dal possibile contatto. Poi, mentre il padre fissava una parete con lo sguardo assente, il bambino mi ha piantato nei miei due occhioni spalancati e serissimi. Sembravano pormi l’eterna, angosciante, domanda di tutti i bambini ammalati di tumore: perché?

mauro

.

La storia di Giulia
È morta ma ce l’ha fatta

https://i1.wp.com/webstorage.mediaon.it/media/2011/08/264784_690599_IMGP2930_12362038_medium.jpg

Una bella immagine di Giulia Gabrieli

.

di Fabio Finazzi

.

Questa è la storia di Giulia Gabrieli, 14 anni, malata di tumore. Sappiate fin da subito che Giulia ce l’ha fatta. È vero, non è guarita: è morta la sera del 19 agosto, a casa sua, nel quartiere di San Tomaso de’ Calvi, a Bergamo, proprio mentre alla Gmg di Madrid si concludeva la Via Crucis dei giovani.

Eppure ce l’ha fatta. Ha trasformato i suoi due anni di malattia in un inno alla vita, in un crescendo spirituale che l’ha portata a dialogare con la sua morte: «Io ora so che la mia storia può finire solo in due modi: o, grazie a un miracolo, con la completa guarigione, che io chiedo al Signore perché ho tanti progetti da realizzare. E li vorrei realizzare proprio io. Oppure incontro al Signore, che è una bellissima cosa. Sono entrambi due bei finali. L’importante è che, come dice la beata Chiara Luce, sia fatta la volontà di Dio». Giulia era fatta così: diceva queste cose enormi, che a noi adulti tremolanti sembrano impronunciabili, con la lievità dei suoi 14 anni.

Eppure era una ragazza normale. Anzi, rivendicava spesso la sua normalità: era bella, solare, genuinamente teatrale, amava viaggiare, vestirsi bene e adorava lo shopping. Un’esplosione di raffinata vitalità, che la malattia, misteriosamente, non ha stroncato, ma amplificato.

Il talento della scrittura Aveva il talento della scrittura (due volte premiata al concorso letterario «I racconti del parco»). Amava inventarsi storie fantastiche, avventurose. Per questo paragonava la sua malattia a un’avventura. E rifletteva: «Il fatto è che la gente ha paura della malattia, della sofferenza. Ci sono molti malati che restano soli, tutti i loro amici spariscono, spaventati. Non bisogna avere paura! Se gli altri ci stanno vicino, ci vengono accanto, ci mettono una mano sulla spalla e ci dicono “Dai che ce la fai!”, è quello che ci dà la forza di andare avanti. Se questo non succede ti chiedi: perché vanno così lontano? Se hanno paura, allora devo temere anch’io… Perché dovrei lottare per la guarigione se nessuno mi sta accanto?». Non solo conosceva perfettamente la sua malattia, ma aveva imparato a distinguere ogni farmaco, ogni risvolto tecnico delle chemioterapie. Con la sua amabile ma dirompente personalità non lesinava consigli (eufemismo, sarebbe meglio dire direttive) a medici e infermieri dell’oncologia pediatrica di Bergamo. In più ci aggiungeva la sua decisiva flebo di allegria: «Se trovi la forza per pensare: eh va be’, vado in ospedale, faccio una chemio e poi torno a casa, è tutta un’altra cosa. Certo anch’io quando sto male mi chiedo: perché è successo proprio a me? Poi però quando sto meglio dico: “Massì, dai, è passato”. Ci rido anche sopra…».

La malattia va sdrammatizzata La malattia va sdrammatizzata, diceva sempre Giulia. E ci riusciva così bene che pochi giorni prima di morire ha costretto uno dei suoi medici, in visita a casa sua, a mimare «quella volta in cui sono svenuta e tu mi ha presa al volo». Lui ha dovuto mimare e farsi pure fotografare. Quel drammatico pomeriggio è finito con una risata collettiva. Già, i suoi «supereroi». Giulia aveva un rapporto personale, speciale, perfino confidenziale con ciascuno di loro. Li adorava, ampiamente ricambiata. E si arrabbiava moltissimo quando in Tv sentiva parlare di «malasanità». «Se ci fate caso non c’è molta differenza tra un supereroe e un medico. I supereroi salvano tutti i giorni la vita a delle persone, anche sconosciute. E lo stesso si può dire dei medici: solo che anziché usare le tele di ragno come Spiderman o le ali come Batman, usano le medicine. E poi, dal punto di vista umano, sono davvero imbattibili». Potete quindi immaginare con quale peso sul cuore i suoi supereroi le dovettero comunicare un giorno della «recidiva». Il tumore, un sarcoma tra i più aggressivi, tenacemente combattuto per un anno e ridotto in un angolo, si era ripresentato. Più forte di prima. C’era da ricominciare tutto da capo.

Nello studio, i medici schierati avevano le lacrime agli occhi, che non sarà professionale ma è dannatamente umano. Non riuscivano a rompere il ghiaccio. Allora Giulia, che come al solito aveva già capito tutto, con uno di quei suoi gesti spontanei e regali, si è alzata e li ha abbracciati uno per uno (e chi l’ha conosciuta sa cosa erano i suoi abbracci…). Poi ha detto: «Ce l’ho fatta una volta ad affrontare le chemio, posso farcela anche la seconda. Forza, ripartiamo da capo». Insomma, li ha consolati, capite? Eppure, insisto, Giulia era una ragazza normale. Per esempio, come tutti i suoi coetanei, amava la musica. E in modo speciale un grande classico di Claudio Baglioni, nella versione cantata da Laura Pausini: «Strada facendo». «Strada facendo vedrai che non sei più da solo… mi trasmette proprio un grande slancio: dai che ce la fai! Strada facendo troverai anche tu un gancio in mezzo al cielo… Sì, mi dà leggerezza, una grande speranza». Strada facendo Giulia si è imbattuta nella storia di Chiara Luce Badano, morta nel 1990, a diciotto anni, per un tumore osseo e proclamata beata il 25 settembre 2010. E Dio solo sa quanto è stato provvidenziale questo incontro: «Lei è morta, però ha saputo vivere questa esperienza in modo così luminoso e solare, abbandonandosi alla volontà del Signore. Voglio imparare a seguirla, a fare quello che lei è riuscita a fare nonostante la malattia. La malattia non è stata un modo per allontanarsi dal Signore, ma per avvicinarsi a Lui…».

Ma Dio dov’è? Avvicinarsi a Dio? Ma come, la malattia t’incalza, la tua vita è sempre più stravolta, il tuo fisico sempre più debilitato e tu ti avvicini a Dio anziché urlargli tutta la tua rabbia? In realtà anche Giulia a un certo punto è stata «molto arrabbiata». Di più: è scesa nell’abisso – il cristianissimo abisso – del mio Dio, mio Dio perché mi hai abbandonata? Racconterà, in seguito: «Continuavo a dire ai miei genitori: ma Dio dov’è? Adesso che sto malissimo, ho addosso di tutto, Dio dov’è? Lui che dice che posso pregare, può fare grandi miracoli, può alleviare tutti i dolori perché non me li leva? Dov’è?». Giorni drammatici, di autentica disperazione. I medici pensavano a un ovvio, prevedibile crollo psicologico. Ma Giulia cercava un’altra risposta e l’ha trovata a Padova. Ci era andata per la radioterapia ed era finita nella basilica di Sant’Antonio, in cerca di un po’ di pace. A un certo punto una signora raccolta in preghiera, mai vista prima, le ha messo la mano sopra la sua mano malata. «Non mi ha detto niente, ma aveva un’espressione sul volto come se mi volesse comunicare: forza, vai avanti, ce la fai, Dio è con te. Sono entrata arrabbiata, in lacrime, proprio in uno stato pietoso, sono uscita dalla basilica con il sorriso, con la gioia che Dio non mi ha mai abbandonata. Ero talmente disturbata dal dolore che non riuscivo a sentirlo vicino, ma in realtà penso che lui mi stesse stringendo fortissimo. Quasi non ce la faceva più…».

La gioia. Tenete bene a mente questa parola, perché in questa incredibile ma realissima storia sembra la più fuori posto e invece, alla fine, diventerà la parola chiave. Ma prima c’è da dire di un’altra grande passione di questa ragazza normale: la Madonna. Abbracciata in modo singolare in un primo viaggio a Medjugorje. E poi in un secondo più recente, chiesto per i suoi 14 anni, come regalo di compleanno, al seguito un pullman di 50 persone tra amici e parenti. Ha spiegato un giorno, in una testimonianza pubblica – non volava una mosca –, davanti a decine di ragazzi: «Non c’è una parola che possa descrivere Medjugorje: posso solo dirvi che l’amore della Madonna è talmente grande, è talmente forte che esplode in preghiera, conversioni, amore verso il prossimo». Va da sé che la devozione mariana si porta dietro un’altra passione: quella per il Rosario, recitato tutte le sere. Inusuale per una ragazzina? Può darsi. Ma Giulia ti sorprendeva sempre. Era sempre un passo avanti. E così, proprio nelle settimane di sofferenza più acuta, ha composto di suo pugno una «coroncina di puro ringraziamento». Diceva: «Nelle nostre preghiere, nelle nostre litanie, chiediamo sempre qualcosa per noi o per gli altri. Mai che ci si limiti a dire grazie, senza chiedere nulla in cambio». Questa formula non esisteva. Lei l’ha inventata e scritta.

L’esame da 10 e lode Ma intanto la ragazza normale desiderava fortissimamente continuare a fare le cose normali della sua età. Per esempio l’esame di terza media. E trovando chissà dove le energie, sostenuta dalle insegnanti della scuola in ospedale (che lei amava profondamente e voleva fosse meglio conosciuta e valorizzata) e dalle prof della sua scuola media Savoia, anche questa volta ce l’ha fatta. A dispetto dei dati clinici e della sua prognosi, che la dava già per morta. Allo scritto di italiano un tema magistrale, ispirato al diario di un soldato al fronte. All’orale, con tutta la commissione d’esame riunita nel salotto di casa, la tesina sugli orrori delle guerre e della Shoah, con tanto di acutissima analisi critica del Guernica di Picasso. Il tutto unito da un filo vibrante: la trasposizione della sua sofferenza. Un’esposizione di mezz’ora filata, chiusa da un’irrituale ma quantomai appropriata standing ovation. Risultato: 10 e lode. Al suo fianco l’amica del cuore che singolarmente – ma non casualmente secondo Giulia – si chiama anche lei Chiara («È da sempre la mia migliore amica, lei è tutto per me»). Con la malattia, cresceva in lei l’urgenza di dare una testimonianza ai giovani, soprattutto a quelli che pensano di fare a meno di Dio, «impegnati in una frenetica caccia al tesoro, ma senza tesoro».

Erano giorni di preghiera intensissima, di sofferenze offerte in particolare ai non credenti. Perché «ognuno ha un Dio e Dio c’è per tutti». Ecco l’idea di una video-testimonianza. Ancora volta ce l’ha fatta: l’intervista diventerà presto un dvd. Giulia, del resto, va detto con la dovuta cautela e senza enfasi, ma va detto, cambiava spesso le (moltissime) persone che incontrava. Chi entrava in casa sua, in quel bunker di serenità, ma anche di riservatezza e accoglienza che è la sua famiglia – a partire da mamma Sara, da papà Antonio e dal piccolo, formidabile Davide (9 anni) – si portava un carico di angoscia e usciva molto più leggero. Giulia, infine, credeva nei miracoli. Ma le grazie le chiedeva per gli altri, non per se stessa: in particolare i bambini malati conosciuti all’ospedale. Soltanto alla fine, quando il suo giogo era a tratti insopportabile e tutte le armi dei supereroi erano drammaticamente spuntate, ha iniziato a chiedere per sé. Ma solo «se è la volontà del Signore».

Quale sia stata la volontà del Signore già lo sapete. La mattina del 19 agosto, a Madrid, il suo vescovo Francesco, che con lei aveva intessuto un dialogo fitto e confidenziale, ha raccontato la storia di Giulia ai mille e più ragazzi bergamaschi della Gmg. Non sapeva che si fosse aggravata così tanto. Poi la sera la Via Crucis, nella notte la notizia che era «andata incontro al Signore». Il giorno dopo, sabato, ha celebrato per lei la Messa con i giovani. E la mattina del lunedì, di ritorno da Madrid, qualche ora prima dei funerali, raccolto in preghiera con la famiglia, ha invitato a «correggere» così l’eterno riposo: «L’eterna gioia donale Signore, splenda a lei la luce perpetua. Amen». Con questa parola, gioia, di colpo così adeguata, finisce (o forse inizia), la storia di Giulia Gabrieli, la ragazza malata di tumore. Che è morta. Ma ce l’ha fatta. E giudicate voi, credenti o meno che siate, se tutto questo non è un miracolo.

P.S. Come si sarà intuito sulla storia di Giulia ce n’è quanto basta per scrivere un libro. In effetti era anche il suo sogno. Quando il progetto è stato presentato alle Paoline di Milano, l’editore ha deciso in pochi minuti, senza esitazione: si pubblichi. Il primo capitolo è già scritto. Il resto verrà da sé. Perché qualcuno, che l’ha amata come una figlia senza che il padre ne fosse geloso, è stato scelto – da Giulia – per conservare i suoi scritti, registrare le sue testimonianze pubbliche, raccogliere le sue confidenze. E ora ne completerà l’opera, prestando la sua penna e lasciando che sia lei a scrivere. Il libro s’intitolerà: «Un gancio in mezzo al cielo».

Familiari e amici stanno realizzando un blog dedicato a Giulia. Nel frattempo chi volesse inviare messaggi o riflessioni può scrivere a: congiulia03@gmail.com

.

.

30 agosto 2011

fonte:  http://www.ecodibergamo.it/stories/Cronaca/228339_finazzi/

______________________________________________________________