Archivio | settembre 8, 2011

Nuovo monito di Napolitano: “Attenti a toccare la Costituzione”

Nuovo monito di Napolitano
“Attenti a toccare la Costituzione”

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Il presidente della Repubblica a Palermo: “La politica è in affanno. Viviamo in una fase in cui ci si sveglia una mattina e si propone la modifica di un articolo della Carta. Mi pare ci sia molta improvvisazione e approssimazione”. “Sbagliato parlare di casta politica, c’è il rischio del buio totale”

Nuovo monito di Napolitano "Attenti a toccare la Costituzione" Giorgio Napolitano

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PALERMO – Meno improvvisazioni e meno generalizzazioni.
E attenti all’ondata di antipolitica perché il rischio è che si precipiti nel “buio”. Giorgio Napolitano, nel corso di un confronto pubblico con Gianfranco Pasquino all’Università di Palermo, torna a far sentire la sua voce. Pronunciando un preciso monito: “”La politica è in affanno e anche i sistemi politici sono in tensione. Viviamo in una fase in cui ci si sveglia una mattina e si propone la modifica di un articolo della Costituzione. Mi pare ci siano molta improvvisazione e approssimazione”.

Arriva a questo punto un riferimento all’ondata di antipolitica che scuote il Paese. Napolitano, in sintesi, invita a non generalizzare: ‘Oggi bisogna prestare qualche attenzione all’uso dilagante di certe espressioni come casta politica o si rischia di diventare come la notte in cui tutto è grigio e diventa nero. Non posso che parlare del Parlamento come di una istituzione fondamentale, insostituibile, irrinunciabile e con una funzione pedagogica”.

Citando poi l’interpretazione di Gobetti sul fascismo quale sbocco inevitabile per l’italia, Napolitano ha concordato sul fatto che c’è un “nocciolo di verità” in questo ragionamento. Il fascismo “non è un’improvvisa malattia che abbia contagiato l’Italia, c’era una certa incubazione nella cultura antiparlamentare, oggi si può dire antipolitica o antidemocratica – dice l’inquilino del Colle – Sono d’accordo che c’era un’incubazione ma non c’era nulla di determinato e poi ci sono stati tanti fattori che hanno concorso a far precipitare la situazione verso il fascismo”. Poi Napolitano cita Antonio Gramsci e la sua riflessione sulla responsabilità della sinistra nella genesi del fascismo, quel “fummo anche noi senza volerlo parte della dissoluzione generale della società italiana”, dove “quel noi si riferiva alla parte che Gramsci rappresentava”.

Tocca alla legge elettorale. “Da tempo sono convinto che sia essenziale una democrazia dell’alternanza. Questa fu la vera spinta che venne fuori negli Anni Novanta, con i cambiamenti della legge elettorale. Su quale legge elettorale favorisca la democrazia dell’alternanza si può discutere. Ad esempio, la permette la legge elettorale tedesca che ha un impianto proporzionale non classico: un alto sbarramento di ingresso e la sfiducia costruttiva, che fu ipotizzata anche dai nostri costituenti” ragiona il presidente.

Infine tocca all’Europa e a come starci.
O meglio, a come deve starci l’Italia. Per restare in Europa è necessario un esame di coscienza collettivo che deve riguardare anche i comportamenti individuali di molti italiani di ogni parte politica e sociale. Molti italiani devono comprendere che non siamo più negli anni ottanta e tanto meno negli anni settanta. Il mondo è radicalmente cambiato e anche noi dobbiamo cambiare i nostri comportamenti e le  nostre aspettative in senso europeo per mantenere una nostra prospettiva in Europa”. E la crisi economica potrebbe diventare un’opportunità, perché “spinge verso una maggiore integrazione europea”

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08 settembre 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/politica/2011/09/08/news/napolitano_legge-21407338/?rss

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LA TELEFONATA – Berlusconi a (Ma)Lavitola: “Non tornare” Esclusiva L’Espresso. E ‘Mavalà’ Ghedini smentisce

Caparezza Torna Catalessi

Caricato da in data 02/nov/2006

Music video by Caparezza. Torna Catalessi. Directed by Luca Merli.

LA TELEFONATA

Berlusconi a Lavitola: “Non tornare”
Esclusiva L’Espresso. E Ghedini smentisce

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La conversazione è avvenuta il 24 agosto: il direttore dell’Avanti era in Bulgaria. Da allora, non è più rientrato in Italia e ha evitato l’arresto nell’inchiesta napoletana per estorsione. Dall’opposizione, durissime condanne

Berlusconi a Lavitola: "Non tornare" Esclusiva L'Espresso. E Ghedini smentisce Valter Lavitola

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ROMA – Berlusconi che dice a Lavitola: non tornare. E’ questo il consiglio che il premier dà al faccendiere – attualmente latitante – in una telefonata resa pubblica sul nuovo numero dell’Espresso 1, in edicola da domani.  “Che devo fare, torno e chiarisco tutto?”, chiede agitato Lavitola da Sofia, in Bulgaria, dove si trova per motivi di lavoro. E Berlusconi risponde: “Resta dove sei”. A distanza di qualche ora, arriva la smentita del legale di Berlusconi, Niccolò Ghedini: “Berlusconi non ha mai detto a Lavitola di restare all’estero”.

GUARDA IL SITO DELL’ESPRESSO 2

La telefonata. Ma torniamo al colloquio telefonico del 24 agosto descritto sull’Espresso. In quel momento Valter Lavitola, direttore ed editore dell’Avanti, non è ancora stato raggiunto da una misura di custodia cautelare – da parte dei pm napoletani – per estorsione nei confronti del premier, ma ha comunque motivi per preoccuparsi. Il settimanale Panorama, di proprietà della famiglia Berlusconi, ha infatti anticipato che c’è un’indagine in corso, proprio a Napoli, nei confronti di Lavitola, dell’imprenditore barese Gianpaolo Tarantini e di sua moglie, Angela Devenuto. Un’indagine in cui si ipotizza l’estorsione ai danni di Silvio Berlusconi. Una fuga di notizia che farà molto arrabbiare i pm napoletani, che la ritengono un danno per l’inchiesta.

Di sicuro c’è che Valter Lavitola non ha più fatto ritorno in Italia. Come è certo che il primo settembre, Tarantini e la moglie finiscono in carcere, mentre Lavitola – raggiunto anche lui da un ordine di custodia cautelare – non si trova. E fa sapere di essere da lungo tempo all’estero “per lavoro”.

La difesa di Ghedini. Il legale del premier, Niccolò Ghedini, replica così: “Durante una conversazione privata  e del tutto irrilevante per il procedimento in corso, di cui fra l’altro non si conosce neppure l’autenticità o la completezza il presidente Berlusconi si sarebbe limitato a ribadire a Lavitola la sua totale tranquillità ed estraneità ad ogni vicenda. A fronte di tale certezze il presidente Berlusconi non avrebbe avuto motivo di  consigliare a Lavitola di tornare precipitosamente in Italia, ritenendo quindi che potesse rientrare nei tempi dallo stesso già previsti”. “In quel momento – dice ancora Ghedini – non c’era alcun provvedimento di custodia nei confronti di Lavitola”.

Le reazioni. Il caso provoca già le prime reazioni politiche. “La difesa d’ufficio dell’avvocato
del premier non fa alcuna chiarezza e non dà quelle certezze sulla trasparenza e la non ricattabilità richiesta ad un capo di governo”, dice la capogruppo del Pd in commissione giustizia alla Camera, Donatella Ferranti. “E poi – aggiunge – davanti a Lavitola che si poneva il problema di rientrare per chiarire con l’autorità giudiziaria, quale capo del governo, rispettoso delle istituzioni, avrebbe consigliato di restare all’estero?”. Sempre sul fronte Pd, il presidente del Copasir Massimo D’Alema dice: “Le vicende del premier sono ormai incommentabili”.

“Se è vera l’intercettazione – dice Carmelo Briguglio, vicepresidente vicario di Futuro e libertà alla Camera – il presidente della Repubblica imponga a un presidente del Consiglio complice di un latitante, già utilizzato come killer per dimissionare il presidente della Camera, di lasciare palazzo Chigi”. Un riferimento al ruolo attivissimo di Lavitola nel procurare documenti proprio sulla vicenda dell’appartamento di Montecarlo.

L’Idv interviene con il portavoce, Leoluca Orlando. “Se la telefonata fosse confermata, sarebbe una cosa gravissima. E’ indegno che un presidente del consiglio, invece che incoraggiare i cittadini ad andare dai giudici, ostacoli così manifestamente il corso della giustizia. Perchè berlusconi, che ha definito l’inchiesta di napoli una montatura, dice a un inquisito di scappare?”.

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08 settembre 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/politica/2011/09/08/news/berlusconi_l_espresso-21386788/

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GOODBYE ITALIA

settembre 8 2011

Ricapitoliamo.


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Caparezza ft. Tony Hadley – GOODBYE MALINCONIA

Libia: Tripoli e l’ombra di Al Qaeda / Libya 08 Sept 2011, Col Gaddafi speech, English summary and translation

Libya 08 Sept 2011, Col Gaddafi speech, English summary and translation

Caricato da in data 08/set/2011

Libya: 08 Sept. 2011, Col. Gaddafi speech, English summary and translation
English translation: http://www.mathaba.net/news/?x=628579

To our brave Libyan people that are resisting; the land of Libya is your property and your right from the days of your grandfathers and great grandfathers.

Those that attempt to revoke it from you; are the insiders , foreign backed mercenaries and stray dogs, those foreigners that have resided in Libya for a long time that attempt to take the land of your grandfathers away from you.

This is impossible we will never leaver the land of our grandfathers, their families back then where spies for Italy, and nowadays are spies for France and Britain the same sons are following in the footsteps of their fathers and grandfathers; the steps of dishonor.

These rats and armed scum; are examples of their grandfathers. Each one of them is a clone and a mock-up of traitor-ship, they aren’t Libyan, ask about any of those that are backed by NATO; that destroys Libyan infrastructure and kills Libyan children; you’ll find that his grandfather and his dad where traitors. They carry the genes of traitors.

Do you think those who carry the genes of traitors from their grandparents and great grandparents are going to decide the fate of the Libyan people? These people when they realize that the Libyan people have turned up the ratchet and have refused to accept them they revert to the dirty tricks of the villainous Arab TV channels and the gulf donkeys.

They ask them to come up with any lie to save them, they tell them we feel the earth tremble under our feet; and we feel the masses advances towards us, and that we will lose the ground that we have gained, please save us with a lie or a rumor that will destroy the morale of the resistive Libyan people. That will destroy the morale of the sons of the Al-Fatah revolution.

They ask the villainous horns of lies to save them with a lie or two, a rumor or two here and there. At the beginning they said he’s gone to Venezuela; it turned out to be a lie now they’re fed up and they’ve said he’s gone to Niger. To destroy your morale and make your surrender; this is an indication that they know that your morale and spirits are high.

The people in Tripoli are getting ready to destroy the rats and capture the mercenaries which are like a pack of weasels with no agreeance amongst themselves. Their masters will abandon them soon, even their bomb supplies have been depleted nor do they have aircraft to fight with.

They think that NATO will stay forever in the skies; NATO will return defeated, weather it likes it or not, because it’s financial position doesn’t allow it to continue with its air bombardments. They feel that they are on the battlefield alone.

They bring the horns of lies to rescue them; by spreading rumors and lies such as Qaddafi has been injured, Qaddafi has fled, such and such has happened to Qaddafi. This means that they are facing a bottleneck and that their masters are going to desert them. That they will flip on one another.

The Libyan people in its “Million Man Marches” indicated its position to the world, these people are still alive; they have nothing to resort to now but psychological warfare to influence you, do not be influenced by these psychological advertisements or lies. This should make you be able to mock the weak enemy that’s in front of you, a bunch of traitors and drunkards and a bunch of Islamists that have strayed from law and order; that have no objective but to destroy the country.

They don’t even have a diplomatic or economic plan. They want to destroy the country; you saw what that the armed rebels did when they entered Tripoli, they looted it. They looted homes and stole the gold that belonged to the women.

Each individual ran back to his tribe with the stolen booty (loot) , laid down his weapons and claimed that he is victorious. The Libyan people shouldn’t be silenced by such individuals and his great past. We shouldn’t leave our land to such menial cowards to steal the land of our grandfathers that are backed by the crusaders; that are now looking back at their failed colonialist plot and are repeating their calculations. They will be left on the battlefield alone, to resort to things that affect your morale the most.

The last thing from them was that we saw Qaddafi’s convey enter Niger; what nonsense this isn’t the first time conveys have been seen in the area, from Mali, Chad & Algeria entering and exiting the Sahara desert. It’s as if it’s the first convey ever to enter Niger, be careful and look here and stay determined against these lies and false propaganda. They should be rubbed to dust.

Allahu Akbar (God Is Great) – To the front !

Libia: Tripoli e l’ombra di Al Qaeda

Come ha fatto Al-Qaeda ad arrivare al potere a Tripoli? Secondo l’analisi di Thierry Meissan, è composta da mercenari utilizzati dagli Stati Uniti per combattere sui diversi fronti, Libia, Siria e Yemen.

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DI THIERRY MEYSSAN

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Il leader storico di al-Qaida in Libia, Abdelhakim Belhadj, è divenuto il governatore militare della Tripoli “liberata” ed è il responsabile dell’organizzazione dell’esercito della “nuova Libia”.

Negli anni ’80, la CIA ha incoraggiato Awatha al-Zuwawi a creare una fucina in Libia per reclutare mercenari e inviarli nella jihad contro i sovietici, in Afghanistan. Dal 1986 le reclute libiche vengono addestrate nel campo di Salman al-Farsi (in Pakistan), sotto l’autorità del miliardario anti-comunista Usama bin Ladin.

Quando bin Ladin si trasferì in Sudan, i jihadisti libici lo seguirono. Furono raggruppati in un loro compound. Dal 1994, Usama bin Ladin inviò dei jihadisti libici nel loro paese, a uccidere Muammar Gheddafi e a rovesciare la Jamahiriya popolare socialista.

Il 18 ottobre 1995, il gruppo si struttura sotto il nome di Gruppo Islamico Combattente in Libia (LIFG). Nei tre anni successivi, il LIFG ha cercato per quattro volte di assassinare Muammar Gheddafi e di stabilire la guerriglia nelle montagne del sud. A seguito di tali operazioni, l’esercito libico, sotto il comando del generale Abdel Fattah Younis, condusse una campagna per sradicare la guerriglia, e la giustizia libica lanciò un mandato di arresto contro Usama bin Ladin, diffuso dal 1998 dall’Interpol.

Secondo l’agente del controspionaggio del Regno Unito David Shayler, lo sviluppo del LIFG e il primo tentativo di assassinio di Gheddafi da parte di al-Qaida, furono finanziate con la somma di 100.000 sterline dall’MI6 britannico [1]. All’epoca, la Libia era l’unico stato al mondo a ricercare Usama bin Ladin, che ancora disponeva ufficialmente del sostegno politico degli Stati Uniti, anche se aveva contestato l’operazione “Desert Storm”.

Sotto la pressione di Tripoli, Hassan al-Turabi espulse i jihadisti libici dal Sudan. Spostarono le loro infrastrutture in Afghanistan, insediandosi nel campo di Shahid Shaykh Abu Yahya (appena a nord di Kabul). Tale installazione durerà fino all’estate del 2001, quando i negoziati a Berlino tra Stati Uniti ed i taliban, per il gasdotto transafgano, fallirono. A quel tempo, il mullah Omar, che si stava preparando all’invasione anglo-sassone, chiese che il campo venisse posto sotto il suo controllo diretto.

Il 6 ottobre 2001 il LIFG è nella lista stilata dal Comitato di applicazione della risoluzione 1267 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. C’è tuttora. L’8 dicembre 2004, il LIFG era nella lista delle organizzazioni terroristiche del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti. C’è ancora. Il 10 Ottobre 2005, il Dipartimento degli Interni britannico interdiva il LIFG dal suo territorio. Questa misura è ancora valida. Il 7 Febbraio 2006, le Nazioni Unite sanzionavano cinque membri del LIFG e quattro società ad essa collegate, che continuano ad operare impunemente nel territorio del Regno Unito, sotto la protezione dell’MI6.

Durante la “guerra contro il terrore”, il movimento jihadista si organizza. Il termine “al-Qaida”, che originariamente indicava il grande database in cui Usama bin Ladin sceglieva i mercenari di cui aveva bisogno per missioni specifiche, diventa gradualmente un piccolo gruppo. Le sue dimensioni diminuiscono, a mano a mano che viene strutturato.

Il 6 marzo 2004, il nuovo leader del LIFG, Abdelhakim Belhadj, che ha combattuto in Afghanistan al fianco di Usama bin Ladin [2] e in Iraq, vien arrestato in Malesia e poi trasferito in una prigione segreta della CIA, in Thailandia, dove è sottoposto al siero della verità e alla tortura. A seguito di un accordo tra gli Stati Uniti e la Libia, venne rispedito in Libia dove fu torturato da agenti inglesi, ma questa volta nella prigione di Abu Salim.

Il 26 giugno 2005, le agenzie di intelligence occidentali organizzano a Londra una riunione dei dissidenti libici. Formano la “Conferenza nazionale dell’opposizione libica” unendo tre fazioni islamiche: la Fratellanza mussulmana, la Confraternita dei Senoussi e il LIFG. Il loro manifesto fissa tre obiettivi:

rovesciare Muammar Gheddafi;

esercitare il potere per un anno (sotto la denominazione “Consiglio nazionale di transizione”);

ripristinare la monarchia costituzionale nella sua forma del 1951 e rendere l’Islam la religione di Stato.

Nel luglio 2005, Abu al-Laith al-Liby riesce, contro ogni probabilità, a fuggire dal carcere di massima sicurezza di Bagram (Afghanistan) e a divenire uno dei leader di al-Qaida. Chiama i jihadisti del LIFG che non hanno ancora raggiunto al-Qaida in Iraq. I libici diventano la maggioranza dei kamikaze di al-Qaida in Iraq [3]. Nel febbraio 2007, al-Liby condusse un attacco spettacolare contro la base di Bagram, mentre il vicepresidente Dick Cheney si appresta a visitarla. Nel novembre 2007, Ayman al-Zawahiri e Abu al-Laith al-Liby annunciano la fusione del LIFG con al-Qaida.

Abu al-Laith al-Liby divenne il vice di Ayman al-Zawahiri, e a tal titolo il numero 2 di al-Qaida, in quanto non si avevano notizie di Usama bin Ladin. Fu ucciso da un drone della CIA in Waziristan, alla fine del gennaio 2008. Durante il periodo 2008-2010, Saif al-Islam Gheddafi negoziò una tregua tra i libici e il LIFG. Pubblicò un lungo documento, ’Gli studi riparatori’, in cui ammette di aver commesso un errore nel fare appello alla jihad contro i fratelli musulmani, in un paese musulmano. In tre ondate, tutti i membri di al-Qaida sono graziati e rilasciati alla sola condizione che rinuncino per iscritto alla violenza. Su 1800 jihadisti, oltre un centinaio rifiutano l’accordo e preferiscono rimanere in carcere.

Dopo il suo rilascio, Abdelhakim Belhadj lascia la Libia e si trasferisce in Qatar.

Nei primi mesi del 2011, il principe Bandar Bin Sultan intraprende una serie di viaggi per rilanciare al-Qaida espandendone il reclutamento, fino ad ora quasi esclusivamente tra gli arabi, ai musulmani dell’Asia centrale e del sud-est. Uffici di reclutamento vengono aperti in Malesia [4]. Il miglior risultato si ottiene a Mazar-i-Sharif, dove più di 1.500 afgani vengono impegnati nella jihad in Libia, Siria e Yemen [5]. In poche settimane, al-Qaida, che era solo un piccolo gruppo moribondo, può allineare più di 10.000 uomini. Questo reclutamento è ancora più facile, poiché i jihadisti sono i mercenari più economici sul mercato.

Il 17 Febbraio 2011, la “Conferenza Nazionale dell’opposizione libica” organizza il “giorno della collera” a Bengasi, che segna l’inizio della guerra.

Il 23 febbraio l’Imam Abdelkarim al-Hasadi annuncia la creazione di un emirato islamico a Derna, la città più fondamentalista della Libia, da cui proviene la maggior parte dei kamikaze jihadisti di al-Qaida in Iraq. Al-Hasadi è un membro di lunga data del LIFG, ed è stato torturato dagli statunitensi a Guantanamo [6]. Il burqa è obbligatorio e le punizioni corporali vengono ripristinate. L’emiro al-Hasidi organizza un proprio esercito, che nasce con alcune decine di jihadisti e che presto ne raggruppa più di mille.

Il Generale Carter Ham, comandante di Africom, incaricato di coordinare le operazioni alleate in Libia, ha espresso le sue preoccupazioni per la presenza tra i ribelli, che gli viene chiesto di difendere, di jihadisti di al-Qaida che hanno ucciso soldati statunitensi in Afghanistan e in Iraq. Fu sollevato dalla sua missione, che venne affidata alla NATO.

In tutta la Cirenaica “liberata”, gli uomini di al-Qaida diffondono il terrore, massacrano e torturano. Sono specializzati nel tagliare la gola ai gheddafisti, a cavare occhi e tagliare i seni delle donne impudiche. L’avvocato della Jamahiriya, Marcel Ceccaldi, accusa la NATO di “complicità in crimini di guerra”.

Il 1° maggio 2011, Barack Obama annuncia che ad Abbottabad (Pakistan), sei commando dei Navy Seal hanno eliminato Usama bin Ladin, di cui si era senza notizie credibili da quasi 10 anni. Questo annuncio permette di chiudere il dossier al-Qaida e di rinnovare il look dei jihadisti quali nuovi alleati degli Stati Uniti, come ai bei vecchi tempi delle guerre in Afghanistan, Bosnia, Cecenia e Kosovo [7]. Il 6 agosto, tutti i sei membri del commando dei Navy Seal muoiono nella caduta del loro elicottero.

Abdelhakim Belhadj torna nel suo paese su un aereo militare del Qatar, all’inizio dell’intervento della NATO. Ha preso il comando degli uomini di al-Qaida nelle montagne del Jebel Nefusa. Secondo il figlio del generale Abdel Fattah Younis, è lui che ha sponsorizzando l’omicidio, il 28 luglio 2011, del suo vecchio nemico, che era diventato il capo militare del Consiglio di Transizione Nazionale. Dopo la caduta di Tripoli, Abdelhakim Belhadj apre le porte del carcere di Abu Salim, rilasciando gli ultimi jihadisti di al-Qaida che vi erano detenuti. Viene nominato governatore militare di Tripoli. Pretende le scuse dalla CIA e dall’MI6 per il trattamento che gli hanno inflitto in passato [8]. Il Consiglio nazionale di transizione l’incarica di addestrare l’esercito della nuova Libia.

Nena New

*Questo articolo è stato pubblicato su:

http://www.voltairenet.org/Come-al-Qaida-e-arrivata-al-potere

Traduzione di Alessandro Lattanzio

[1] «David Shayler: “J’ai quitté les services secrets britanniques lorsque le MI6 a décidé de financer des associés d’Oussama Ben Laden“», Réseau Voltaire, 18 novembre 2005.

[2] «Libya’s Powerful Islamist Leader», Babak Dehghanpisheh, The Daily Beast, 2 settembre 2011.

[3] «Ennemis de l’OTAN en Irak et en Afghanistan, alliés en Libye», Webster G. Tarpley, Réseau Voltaire, 21 maggio 2011.

[4] “La Contro-rivoluzione in Medio Oriente”, di Thierry Meyssan, Rete Voltaire, 11 maggio 2011.

[5] «CIA recruits 1,500 from Mazar-e-Sharif to fight in Libya», Azhar Masood, The Nation (Pakistan), 31 agosto, 2011.

[6] «Noi ribelli, islamici e tolleranti», reportage di Roberto Bongiorni, Il Sole 24 Ore, 22 marzo 2011.

[7] “Riflessioni sull’annuncio ufficiale della morte di Osama bin Laden”, Thierry Meyssan, Rete Voltaire, 4 maggio 2011.

[8] «Libyan commander demands apology over MI6 and CIA plot», Martin Chulov, Nick Hopkins e Richard Norton-Taylor, The Guardian, 4 settembre 2011

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fonte:  http://www.nena-news.com/?p=12617

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A Gaza si apre il processo contro i killer di Vittorio “Vik” Arrigoni

A Gaza si apre il processo contro i killer di Vittorio “Vik” Arrigoni

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di Lettera22 per il Fatto8 settembre 2011
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Inizia oggi davanti a un tribunale militare, a Gaza, il processo a quattro persone imputate di aver partecipato al sequestro e all’assassinio di Vittorio Arrigoni, l’attivista e reporter italiano ucciso nella Striscia, nella notte tra il 14 e il 15 aprile scorsi, dopo un rapimento lampo e dai contorni ancora poco chiari.

I quattro imputati sono Mohamed Salfiti (23 anni), Tamer Hasasnah (25), Khader Gharami (26) e Amer Abu Ghula (25). Mancano all’appello i due presunti capi della cellula che ha rapito e ucciso “Vik”, il palestinese Bilal al Omari e il giordano Ahmed Rahman Breizat, uccisi dalle forze di sicurezza di Hamas pochissimi giorni dopo il ritrovamento del corpo di Arrigoni, nel blitz contro il presunto “covo” del gruppo, nel campo profughi di Nusseirat.

Secondo l’accusa, gli imputati facevano parte di un gruppo armato salafita e da quello che si conosce delle deposizioni difensive – anticipate oggi dal quotidiano Il Manifesto che ha raggiunto uno degli avvocati difensori – i giovani alla sbarra tendono a confermare questa versione, anche se riducono la portata del loro “gruppo”, che non sarebbe parte di una organizzazione strutturata. Mohammed Najar, avvocato di Gharami, ha dichiarato al manifesto che l’intenzione della banda era quella di sequestrare un occidentale, per fare pressione su Hamas, e ottenere la liberazione dello sceicco Abdel-Walid al-Maqdisi. L’azione sarebbe servita, secondo l’accusa, ad accreditare questo gruppo come un referente locale per Tawhid wal Jihad, una formazione salafita. Lo sceicco era stato arrestato due mesi prima dalle forze di sicurezza di Hamas e messo in prigione con l’accusa di attività sovversiva.

Il giordano Breizat, allievo di al-Maqdisi, secondo l’accusa, era entrato a Gaza alcune settimane prima proprio per cercare di organizzare un’operazione che portasse alla liberazione dello sceicco.

Secondo la versione degli imputati, era stato al Omari, che conosceva Arrigoni perché frequentavano la stessa palestra, a indicarlo come bersaglio del sequestro. L’avvocato di Gharami spiega che il suo assistito “ha insistito molto” perché fosse sequestrato Arrigoni, perché era molto conosciuto, nella Striscia e nel mondo delle organizzazioni di solidarietà con i palestinesi, e perché secondo lui “conduceva una vita troppo occidentale, non conforme ai dettami dell’Islam”.

Gli imputati sostengono che non era loro intenzione uccidere Arrigoni, che però nel video diffuso dal gruppo appariva emaciato e tumefatto per le botte subite. Non è chiaro, e spetterà al tribunale militare chiarire i fatti, perché le cose siano sfuggite di mano. Il gruppo, forse, ha sentito da subito la pressione dei servizi di intelligence di Hamas, che già poche ore dopo il sequestro aveva individuato e arrestato Gharami, che aveva il compito di seguire i movimenti di Arrigoni. A quel punto, secondo la ricostruzione della difesa, Omari e Breizat hanno deciso di uccidere l’italiano e hanno cercato, assieme agli altri, di far perdere le proprie tracce.

Oltre all’effettivo ruolo dei due presunti capi, non è chiaro ancora che parte abbia avuto ciascuno degli imputati. Mohamed Salfiti ha detto agli investigatori di non essere stato presente al momento dell’uccisione di Vittorio, e così anche Hasasnah, mentre Gharami sostiene di non aver avuto un ruolo operativo nel sequestro e di essersi limitato a seguire i movimenti dell’attivista italiano. Ghula, invece, è accusato solo di fiancheggiamento perché avrebbe affittato al gruppo l’appartamento dove si è svolto il sequestro fino al suo tragico epilogo. Il fine del sequestro, secondo l’avvocato Najar, era “innanzi tutto ottenere la liberazione di al-Maqdisi, poi spaventare l’italiano, pestarlo e rimetterlo in libertà”.

La famiglia di Vittorio sarà rappresentata nel processo dal Centro palestinese per i diritti umani. Il giudice militare Abu Omar Atallah ha molte cose da chiarire, a partire dal perché sia stato scelto proprio Vittorio come vittima di un’operazione il cui obiettivo politico era mettere in difficoltà Hamas, le cui autorità sono state finora molto reticenti sulle indagini e non hanno voluto mostrare i documenti dell’accusa nemmeno alla famiglia Arrigoni.

di Joseph Zarlingo

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fonte:  http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/09/08/a-gaza-si-apre-il-processo-controi-killer-di-vittorio-vik-arrigoni/156085/

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GAZA, OGGI PROCESSO AGLI ASSASSINI DI VIK

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Il quotidiano Il Manifesto, grazie all’aiuto dell’avvocato Mohammed Najar, ha avuto accesso alla confessione di uno degli imputati nel processo che si apre a Gaza sul rapimento ed assassinio di Vittorio Arrigoni lo scorso aprile

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di MICHELE GIORGIO

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Gaza, 08 settembre 2011, Nena News – Vittorio Arrigoni è stato strangolato tra le 23 del 14 aprile e l’1 di notte del 15. Era ancora vivo nel video girato dai suoi rapitori e messo in rete. Il volto tumefatto e sanguinante dell’attivista e giornalista italiano mostrato dalle immagini filmate era il risultato dei colpi durissimi che aveva ricevuto, in particolare uno inferto alla testa con il calcio di una pistola da Bilal al Omari, suo occasionale compagno di palestra, nelle prime fasi del sequestro allo scopo di fermare il suo tentativo di liberarsi e fuggire.

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A riferirci questi e molti altri particolari, in anticipo sull’apertura oggi a Gaza city del processo a carico di quattro palestinesi accusati del rapimento e dell’omicidio di Vittorio, è stato ieri a Mohamed Najar, avvocato di Khader Jram, 26 anni, un giovane palestinese del campo profughi di Shate, con un incarico presso i vigili del fuoco, che ha confessato di aver personalmente indicato Vittorio come lo straniero da catturare al gruppo (presunto) salafita che lo scorso aprile, agli ordini del giordano Abdel Rahman Breizat, ha rivendicato il rapimento di Vik. Najar, mostrandoci le fotocopie di documenti ufficiali ricevuti dalla procura militare, ha letto i passaggi più rilevanti delle confessioni rese dagli imputati durante gli interrogatori.

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E’ la verità degli imputati – Mohammed Salfiti, 23 anni di Karama; Tarek Hasasnah, 25 anni di Shate; Amer Abu Ghoula, 25 anni di Shate e Khader Jram -, che forse non corrisponde pienamente a quanto è accaduto. Inoltre altri due componenti del gruppo di rapitori, il giordano Breizat e il palestinese al Omari, considerati i «capi» della cellula salafita, non possono raccontare la loro versione. Sono stati uccisi un paio di giorni dopo il ritrovamento del corpo di Vik durante il blitz effettuato nel loro rifugio di Nusseirat da una unità scelta di Hamas. Tuttavia è la prima volta, cinque mesi dopo l’assassinio di Vittorio, che viene reso noto, anche se solo in parte, il file delle indagini svolte dalla procura militare di Hamas (tutti e quattro gli imputati sono membri con compiti diversi delle forze di sicurezza) e mai consegnato ai legali della famiglia Arrigoni.
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Due giorni fa è finalmente giunta dall’Italia a Gaza la procura (sulla base dei criteri fissati dal movimento islamico) a favore del Centro palestinese per i diritti umani che rappresenterà i famigliari di Vik all’udienza di domani. Si spera che Hamas non trovi ulteriori pretesti per non riconoscerla.
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Perché è stato ucciso Vittorio che a Gaza aveva dedicato gli ultimi anni della sua vita e dove godeva della stima di tanti palestinesi? L’avvocato Najar ha una lunga risposta a questa domanda che da mesi si pongono tanti. «Dalle confessioni e dichiarazioni del mio assistito e dagli altri imputati emerge che l’intento del gruppo, informale non una vera e propria organizzazione, era quello di sequestrare un occidentale per ottenere la liberazione dello sceicco Abdel-Walid al-Maqdisi, arrestato da Hamas per attività sovversive», ha spiegato Najar. «Breizat era tornato a Gaza (vi era entrato la prima volta un anno e mezzo prima e vi aveva fatto ritorno, grazie a documenti falsi, tra febbraio e marzo 2011, ndr) allo scopo preciso di trovare un modo per liberare lo sceicco Maqdisi che era stato suo maestro in Giordania», ha aggiunto l’avvocato sostenendo che «attraverso il rapimento i giovani volevano affermare l’esistenza della loro cellula armata (ideologicamente legata a Tawhid wal Jihad, ndr) e non avevano intenzione di uccidere l’italiano». Vero, falso? Najar alza la spalle. «Questo è ciò che leggo negli atti». Perché proprio Vittorio Arrigoni? «Il mio assistito (Jram) che lavorara nella stazione dei vigili del fuoco davanti ad un edificio frequentato da Vittorio, mi ha detto di aver insistito molto su quel nome perché era conosciuto a Gaza e perché, secondo lui, l’italiano conduceva una vita poco conforme ai costumi locali, troppo da occidentale». In sostanza, ha spiegato il legale, «il fine del rapimento era di far liberare prima di ogni altra cosa Maqdisi e subito dopo dare una lezione all’italiano: pestarlo, impaurirlo e poi liberarlo».
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Ma le cose sono andate in modo diverso e Vik è stato brutalmente ucciso. «La polizia di Hamas (la sera del 14 aprile, ndr) ha ricostruito in poche ore la dinamica del rapimento e ha arrestato subito Khader Jram che seguiva i movimenti di Arrigoni, gli aveva parlato la sera del sequestro e aveva segnalato i suoi spostamenti ai complici. Per evitare la cattura perciò Breizat ha ucciso l’italiano e con altri due complici ha provato a far perdere le tracce, assieme ad altri due (al Omari e Salfiti,ndr) ma sono stati rapidamente individuati». La figura del giordano, descritto come freddo e calcolatore dagli altri membri del gruppo, rimane un mistero anche nell’indagine svolta da Hamas. Scorrendo gli atti, l’avvocato Najar dice che la procura militare non è stata in grado di accertare collegamenti tra Breizat e «forze esterne» interessate ad eliminare Vittorio Arrigoni, ma gli investigatori non li escludono.
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L’impressione che abbiamo ricavato è che durante il processo l’avvocato Najar e i legali degli altri imputati addosseranno a Breizat e al Omari, che non possono più parlare, le responsabilità maggiori. Salfiti, ad esempio, ha dichiarato sotto interrogatorio che quando Vittorio è stato ucciso «lui era al gabinetto» e di non aver visto nulla. Hasasnah ha fornito una versione simile. Jram invece afferma di aver avuto un ruolo secondario, non operativo, nella gestione del sequestro mentre al Ghoula dice di aver soltanto dato in affitto l’appartamento usato dai rapitori per nascondere Vittorio e di non aver mai saputo delle intenzioni del gruppo armato. Assisteremo perciò ad un intenso «scaricabarile». Jrar nel frattempo si dichiara «molto pentito» per aver insistito sul rapimento di Vik e spera in una condanna a pochi anni di carcere. Spetterà al giudice militare Abu Omar Atallah fare chiarezza mettendo fine alle reticenze delle autorità di Hamas che in cinque mesi non hanno diffuso alcun comunicato sull’assassinio di Vittorio. Persino la data del processo non è stata annunciata.  Nena News
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questo articolo e’ stato pubblicato il 7 settembre 2011 dal quotidiano Il Manifesto
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VENEZIA, NUOVO PALAZZO DEL CINEMA – Blitz degli occupanti del Valle: Scoperto il cantiere degli sprechi. “Qui giacciono 37 milioni di euro”

Venezia 67 Cantiere del Nuovo Palazzo del Cinema

Caricato da in data 07/set/2010

Venezia 67 Mostra d’Arte Cinematografica Biennale di Venezia 2010 Cantiere del Nuovo Palazzo del Cinema

Blitz degli occupanti del Valle
Scoperto il cantiere degli sprechi


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I lavoratori romani, che avevano già occupato una struttura teatrale del Lido, tolgono le coperture che nascondono il cantiere abbandonato del nuovo Palazzo del cinema: “Qui giacciono 37 milioni di euro”. La polizia blocca loro la strada verso il red carpet

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dall’inviato di Repubblica CLAUDIA MORGOGLIONE

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VENEZIA – Hanno approfittato di un momento in cui le forze dell’ordine – presenti in massa al Lido, come in qualsiasi grande evento – non erano abbastanza vicine per fermarli. E hanno compiuto un gesto clamoroso: togliere le coperture di carta e plastica che nascondono agli occhi dei partecipanti alla Mostra il famoso “buco”. Ovvero il cantiere-cratere per il nuovo Palazzo del cinema, nel cuore del festival, cominciato e poi lasciato a metà, abbandonato per il troppo amianto. Nascosto in tutta fretta, prima dell’avvio della kermesse: e ora di nuovo visibile da tutti, grazie a questo blitz. Un pugno nell’occhio, un tempio dello spreco pubblico. Che si estendee nudo e desolato, a poche decine di metri dal red carpet.

Autori del gesto, i lavoratori dello spettacolo che da tempo occupano il Teatro Valle di Roma. E che – dopo essere sbarcati a Venezia, su invito della rassegna Giornate degli autori – hanno occupato insieme a lavoratori dell’audiovisivo della Laguna un’altra struttura teatrale, l’unica del Lido, fuori uso da vent’anni: il Marinoni, una bell’edificio liberty che adesso sta per passare in mani private. “Due simboli identici di come la cultura ceda il passo alla speculazione e alla cementificazione”, spiegano. Così come lo è il cratere: l’avveniristico e già abortito Palazzo del cinema è costato ai contribuenti tantissimi soldi. Quanto di preciso, lo ricordano i finti necrologi che i manifestanti appendono sulle cancellate prima nascoste dalle coperture: “Qui giacciono 37 milioni di euro”, è scritto.

Un’azione di notevole impatto, quella messa in scena dai ragazi del Valle. Che dimostrano come, al di là del glamour e del red carpet, il re sia nudo. “Un film dell’orrore”, commenta uno di loro guardando l’enorme buco. “Spammate le immagini di questo blitz a tutti quelli che conoscete”, dice un’altra al telefonino. Ottavia Piccolo, che li accompagna, sottolinea “l’assurdo” della situazione: “Prima in questo spazio oltre agli alberi c’erano delle scale bellissime, orgoglio della Mostra negli anni ’50”, spiega. Il regista-attore Pippo Del Bono, alla Mostra per presentare il suo film, riprende la scena con una videocamera. Mentre l’archistar Odile Dcq, giurata del festival, annuncia la sua solidarietà.

Intanto, dopo una prima fase di assenza, le forze dell’ordine si fanno vedere: bloccano gli occupanti a metà del perimetro del cantiere. Perché verso il tappeto rosso non devono andare. Ma l’operazione comunque è già riuscita: come la vista del cantiere ormai scoperto dimostra a chiunque passi.

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08 settembre 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/speciali/cinema/venezia/edizione2011/2011/09/08/news/blitz_valle-21399318/?rss

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CRISI – Consumi deboli e risparmi a secco gli italiani sperano nelle lotterie

CRISI

Consumi deboli e risparmi a secco
gli italiani sperano nelle lotterie


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Il Rapporto Coop-Nielsen 2011 scatta un’istantanea della situazione economica delle famiglie italiane, che fanno i conti con la crisi della finanza pubblica e la manovra depressiva. L’Italia fanalino di coda in Europa e le famiglie italiane costrette a mutare pelle: meno formiche sui risparmi ma anche meno cicale sui consumi. In calo alimentari e abbigliamento, cresce la spesa per i giochi a premi

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di MONICA RUBINO

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Consumi deboli e risparmi a secco gli italiani sperano nelle lotterie

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Un Paese senza fiducia dove l’accelerazione dell’inflazione, la debolezza del mercato del lavoro, la manovra depressiva per consolidare la finanza pubblica hanno fatto piazza pulita dei deboli segnali di recupero captati a inizio 2011. Circa l’80% delle famiglie italiane ritiene di vivere al di sotto o sul limite di uno standard appena accettabile e si attinge sempre di più ai propri risparmi per finanziare i consumi quotidiani. Drammatico il quadro della condizione giovanile: nel nostro Paese solo un giovane su due crede ancora nel valore dell’istruzione e della formazione professionale. L’autoimprenditorialità interessa solo il 27% dei giovani contro una media europea del 43%. In compenso come extrema ratio gli italiani si affidano al gioco: alla fine del 2011 saranno oltre 73 i miliardi (quasi il 20% in più rispetto al 2010) spesi  in giochi a premi, lotterie e slot machine (una spesa superiore a quella per l’abbigliamento e le calzature, pari a circa il 60% dei consumi alimentari). L’epicentro della caduta dei consumi è il Mezzogiorno, dove la crisi ha contribuito a accrescere le disuguaglianze colpendo in particolare le famiglie più giovani e con figli a carico. Ma non viene risparmiato nemmeno il Centro e il Nord.

E’ questa la drammatica fotografia dell’economia delle famiglie italiane scattata dalla Coop, nel Rapporto Consumi e Distribuzione 2011, elaborato con la collaborazione scientifica di Ref (Ricerche per l’Economia e la Finanza) e dell’istituto di ricerche Nielsen. Il documento analizza la situazione attuale dei consumi nel nostro Paese in rapporto al contesto europeo e fornisce previsioni per il prossimo anno.
GUARDA LE TABELLE 1

L’eredità della crisi. Se è vero che tecnicamente la crisi dell’economia globale risulta terminata nel secondo trimestre 2009, secondo lo studio Coop è altrettanto vero che diversamente dai cicli economici tradizionali la caduta è stata così intensa e disuguale che ancora oggi persistono diversi focolai di crisi un po’ tutti i Paesi. Ad aggravare le cose le continue tensioni finanziarie che non risparmiano l’Europa e in particolare, oltre a Grecia, Irlanda e Portogallo, anche la Spagna e l’Italia. I timidi segnali di recupero captati a inizio 2011 sono stati travolti da fenomeni avversi e se guardiamo agli ultimi tre anni è proprio l’economia italiana a risultare particolarmente deludente. Il nostro Paese è infatti fra quelli che hanno registrato nel corso della crisi la maggiore contrazione del prodotto interno lordo (nel 2011 è ancora di 5 punti inferiore rispetto ai livelli pre-crisi), ma è anche fra quelli che meno di altri hanno beneficiato dei primi rallentamenti della crisi; in particolare la ripresa industriale è stata poca o nulla (a eccezione dell’industria alimentare e farmaceutica), la domanda interna è debole e parallelamente si è verificato un incremento delle importazioni che spiazza la produzione interna. L’inflazione è tornata a salire spinta dalle materie prime, aumentano i carburanti, le tariffe e i servizi di pubblica utilità, calano i consumi ma cala anche il reddito a disposizione e si attinge ai risparmi fino a quando questi ci saranno. L’immagine degli italiani popolo di risparmiatori è definitivamente tramontata: il tasso di risparmio delle famiglie, calato di dieci punti percentuali rispetto ai valori degli anni ’90, è oggi inferiore a quello di Francia e Germania. Nel corso degli ultimi anni dunque è come se gli italiani stessero progressivamente, e non per volontà propria, cambiando pelle: meno formiche sui risparmi e, controvoglia, anche meno cicale sui consumi.

Più povero il carrello della spesa. Per far quadrare i conti si taglia sulle quantità acquistate e si modifica il carrello della spesa. A soffrire di più l’alimentare (le bevande, pesce, carne, ortofrutta, olii e grassi). In questo settore ritornano a fare capolino dopo anni i prodotti di base come olio d’oliva, latte uht, tonno in scatola, crescono il carrello etnico e il pronto, ma perdono forza i carrelli salute e lusso. In sofferenza anche l’abbigliamento e l’arredamento, mentre sono destinati a crescere la spesa per la sanità, i trasporti, le comunicazioni. I comportamenti di consumo sono cambiati anche in quelle tipologie di spesa in passato caratterizzate da una crescita costante (è il caso dei prodotti tecnologici, eccezion fatta per smartphone e tablet). L’impoverimento del carrello non significa d’altro canto rinuncia alla qualità e sono le promozioni una delle poche ciambelle di salvataggio rimaste (è grazie a queste che il 63% dei consumatori dichiara di aver risparmiato nell’ultimo anno). E’ il fenomeno del “downgrading” in cui le famiglie italiane si mostrano maestre, ma se questo è possibile nei beni dove la distribuzione è liberalizzata, è un’arma spuntata in quei settori obbligati (tariffe e servizi pubblici) il cui peso non è scaricabile.

Negli acquisti gli italiani dunque si dimostrano sempre più sobri (più consumi in ambito domestico), più abili (cercano promozioni, prediligono il supermercato ma fiutano nuovi formati di spesa come i discount e gli specialisti drug, i negozi che vendono prodotti per la cura della casa e della persona), piu nomadi (il 35% vaga da un punto vendita all’altro) e soprattutto sempre piu pessimisti (il 42% dichiara peggiorate le proprie prospettive di lavoro, un anno fa era il 23%). Unica nota positiva la rinnovata attenzione agli sprechi: si rivolgono a confezioni più piccole, riempiono meno il frigo di cibi freschi (meno carne, pesce, ortofrutta) acquistano di meno acqua minerale (l’acqua mediamente frizzante perde oltre l’8% nell’ultimo anno) e detersivi, più sacchetti per la spazzatura (+18%) e meno stoviglie di plastica (-10%).

Le previsioni.
Le famiglia italiane oggi sono dunque sfibrate, in carenza di futuro, votate al risparmio e impegnate a recuperare potere d’acquisto a parità di consumi. E l’orizzonte è ancora più nero: calcoli alla mano, la ricerca Coop-Nielsen prevede un peggioramento del potere d’acquisto delle famiglie di almeno un punto all’anno nel prossimo triennio. “In una situazione di crisi strutturale – afferma Vincenzo Tassinari, presidente del Consiglio di Gestione di Coop Italia – il rigore nei conti pubblici è d’obbligo, ma manovre che rischiano di essere depressive avranno come risultato una consistente riduzione del potere d’acquisto delle famiglie, che negli ultimi dieci anni è già calato del 7%”. Ogni punto di Iva in più pesa 7 miliardi sui consumi annuali. L’aumento al 21% intacca settori già fortemente penalizzati come l’abbigliamento e il multimediale. “Noi pensiamo che la gravità della situazione richieda uno sforzo propositivo –continua Tassinari- al mondo politico e in particolare al Governo chiediamo di riavviare una grande stagione di liberalizzazioni in grado di determinare un aumento in un decennio del Pil del 10,8%. Ciò genererebbe una maggiore capacità di spesa in termini di nucleo familiare di circa 3000 euro all’anno, 250 euro al mese”.

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08 settembre 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/economia/2011/09/08/news/consumi_deboli_e_risparmi_a_secco_gli_italiani_sperano_nelle_lotterie-21376859/?rss

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