Archivio | settembre 9, 2011

POVERA PATRIA.. – Berlusconi: «Il governo non ha potere. Non temo inchieste. Con manovra fatto miracolo»

POVERA PATRIA

Caricato da in data 22/giu/2009

Berlusconi: «Il governo non ha potere
Combattere lo strapotere dei giudici»

«Non temo inchieste. Con manovra fatto miracolo. Alfano premier e Letta al Quirinale». Attacchi a opposizione e stampa

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ROMA – Nonostante la wagneriana Cavalcata delle Valchirie, gli applausi e le bandiere che lo hanno accolto, Silvio Berlusconi non ha trovato il tutto esaurito ad Atreju, la 13^ festa dei giovani Pdl all’ombra del Colosseo. Il premier ha anche avuto un piccolo inciampo salendo sul palco, dove è arrivato planando tra le braccia del ministro Giorgia Meloni. E’ lo stesso Berlusconi a dire «vedo ancora dei posti vuoti lassù in alto», invitando i giovani a prendere posto prima dell’inizio della kermesse. «Grazie per la splendida accoglienza: apre il cuore avere a che fare con i giovani dopo che si è avuta la ventura o la sventura di vedere certi telegiornali», dice poi il premier, che durante il suo discorso sciorina i suoi temi preferiti: premier senza poteri, magistratura comunista, giornali e telegiornali cattivi, sinistra anti-italiana.

Non temo le inchieste su di me. «No, perchè?», risponde Berlusconi ai giornalisti che gli chiedono se teme l’ultima inchiesta aperta dalle procure di Bari e Napoli su presunti ricatti nei suoi confronti da parte di Giampaolo Tarantini e Valter Lavitola. «Tutti abbiamo degli umani sfoghi che abbiamo il diritto di fare se parliamo al telefono con altre persone. Un Paese senza privacy dove le conversazioni sono ascoltate e anche sfornate sui giornali non è un Paese completamente libero», aggiunge riferendosi alle ultime intercettazioni sul caso Tarantini-Lavitola.

«La sovranità popolare è dei magistrati», dice il premier, sottolineando che ogni volta che viene approvata una legge se «non piace a Magistratura Democratica, politicizzata e di sinistra viene mandata alla Corte Costituzionale a maggioranza di sinistra e viene puntualmente abrogata. I cittadini sono depositari della sovranità popolare; i cittadini votano e col voto passano la sovranità popolare al Parlamento e ai suoi membri. I membri del Parlamento votano, ma il risultato del loro lavoro viene abrogato. Sintetizzando e semplificando oggi la sovranità popolare non è più dei cittadini e del Parlamento ma è dei magistrati di Magistratura democratica. Lo strapotere della magistratura che da ordine dello Stato si trasforma sempre più in potere indipendente da qualunque controllo è intollerabile, da combattere e cancellare».

Senso di impotenza drammatico, non ho poteri. «È difficilissimo» governare e «trovarsi a fare i conti con tutte le difficoltà» ereditate dal passato, «in un sistema che non dà alcun potere al presidente del Consiglio e al governo. Sono stati i governi del compromesso storico ad avere la colpa del debito pubblico, un’eredità pesantissima che ci viene dal passato recente dagli anni ’70 fino al ’92. Ho sentito in questi anni un senso di impotenza drammatico», dice Berlusconi. Durante il lavoro di elaborazione delle leggi «dobbiamo naturalmente tenere presenti i suggerimenti del Quirinale. Il governo non ha nessun potere. Può solo suggerire al Parlamento dei disegni di legge o fare decreti che poi il Parlamento può modificare e che se non approvati decadono dopo 60 giorni». Spiegando che l’iter di una legge deve passare da entrambe le Camere il premier sottolinea poi che una volta uscita dal Parlamento una legge «se non piace in qualche particolare al Quirinale deve tornare alle Camere che la devono rivotare».

«Quando si sente dire che ci vuole un governo tecnico a noi nel governo viene da ridere, perchè se anche arrivasse il miglior tecnico del mondo non avrebbe nemmeno l’autorevolezza personale per imporsi agli altri ministri. E poi non vedo tanti tecnici che possano mettere in campo anche l’autorevolezza politica necessaria. Arriverò certamente alla fine della legislatura, attraverso la mia autorevolezza personale che mi permette di tenere insieme la squadra anche attraverso la mia autorevolezza politica. Solo ora abbiamo la fondata speranza che la maggioranza possa arrivare ad approvare la riforma della giustizia perchè prima c’era in maggioranza l’Udc e il partito di Fini che si opponevano. Abbiamo 18 mesi per fare la riforma dell’architettura dello Stato, quella della giustizia e quella del sistema fiscale».

«Nessun tecnico al mondo avrebbe fatto il miracolo che abbiamo fatto noi – dice Berlusconi riferendosi alla manovra – Con la lettera riservata che ci hanno chiesto loro di mantenere tale, scritta insieme alla Banca d’Italia la Bce ci ha indicato non solo di raggiungere il pareggio di bilancio nel 2013 ma anche in che modo avrebbero preferito che fosse raggiunto. Ho accettato il contributo di solidarietà anche se aveva ricevuto un mare di critiche e io avevo detto che il cuore mi grondava sangue perchè io mi sono sempre vantato di non aver mai messo le mani in tasca agli italiani, per ottenere dalla Lega il via libera sulle pensioni. Si fa così perchè è un do ut des. Mandare la gente in pensione a 65, anche 67 anni, è qualcosa che funziona perchè la vita media anche con gli interventi chirurgici si è spostata in alto e così anche la capacità di lavoro, ma non parlo dei lavori usuranti».

Dai partiti e dai giornali della sinistra sulla manovra di ferragosto è venuta una «campagna totalmente anti-italiana». Questa, spiega Berlusconi, è stata la reazione della sinistra, nonostante lui personalmente avesse assicurato apertura ai «suggerimenti» e agli «emendamenti», «col buon senso del padre di famiglia». Il premier, parlando alla festa dei giovani del Pdl, sottolinea che dalla sinistra «ci hanno detto che avevamo perso la bussola». E, accompagnando le sue parole con un movimento delle braccia simile a un gesto dell’ombrello, aggiunge: «Allora sono pronti per una dittatura, che dice: questa è la manovra, prendetela così e basta».

A sinistra «non c’è un solo protagonista degno di pensare di diventare presidente del Consiglio dei ministri – rincara la dose Berlusconi – Sono assolutamente convinto che gli elettori moderati prevarranno su questa sinistra che abbiamo la disgrazia di trovarci di fronte».

«Ho 27 anni, sono preoccupato, come voi», dice Berlusconi prendendo spunto da una domanda di Giorgia Meloni sulle pensioni e sui rischi che corrono i giovani in materia previdenziale, il premier si è rivolto direttamente alla platea: «Sapete quanti hanno ho?». Di fronte al silenzio dei presenti, evidentemente in attesa di una battuta, Berlusconi ha detto: «Ho 27 anni».

La decisione su una ricandidatura alla presidenza del Consiglio «sarà da prendere alla fine di questa legislatura. Farò ciò che in quel momento sarà necessario fare – dice ancora Berlusconi – Dopo venti anni di attività politica, che sono un periodo enorme perchè la vita politica è drammaticamente pesante, mi sembra che sarei giustificato e avrei consolidato il diritto di rinunciare alla richiesta del mio partito di ricandidarmi. Due persone stimo sopra gli altri, Angelino Alfano e Gianni Letta. Il mio pensiero non recondito è vedere Letta al Quirinale e Alfano presidente del Consiglio. Davanti alla situazione politica e giudiziaria del Paese viene voglia di dire di scappare ma io resto con voi perchè questo Paese va cambiato».

Venerdì 09 Settembre 2011 – 19:25    Ultimo aggiornamento: 20:01
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MANOVRA L’ULTIMO MISTERO – Onorevoli dimezzati quella riforma attesa e dimenticata

09/09/2011 – MANOVRA L’ULTIMO MISTERO

Onorevoli dimezzati quella riforma attesa e dimenticata

Il governo evita di presentare un Ddl ad hoc e le opposizioni incalzano: ora fatti, non parole

di CARLO BERTINI
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ROMA
«Non l’abbiamo presentato oggi semplicemente perché il dimezzamento del numero dei parlamentari è stato già approvato dal consiglio dei ministri del 22 luglio: 250 senatori e 250 deputati, è tutto scritto nel ddl costituzionale che prevede anche il Senato federale e altre cose». Roberto Calderoli sorseggia un caffè alla buvette e fa la faccia sorpresa quando gli si chiede che fine abbia fatto la promessa delle promesse, di cui non c’è traccia nel resoconto della seduta di ieri a Palazzo Chigi, malgrado fosse attesa una norma ad hoc come per le province. Anche perché, se fosse bastata la deliberazione del consiglio di fine luglio, non si vede perché il primo punto del comunicato uscito dal vertice di maggioranza di Arcore del 29 agosto, quello che dava il via alla terza e penultima versione della manovra, indicasse con precisione «dimezzamento del numero dei parlamentari e soppressione delle province».

A conferma della volontà di procedere spediti sul binario dei costi della politica parallelamente alla manovra, estrapolando il tema più sensibile per gli italiani come fiore all’occhiello. E il giallo si infittisce quando si scopre che il Ddl Costituzionale del 22 luglio fu approvato con la formula «salvo intese», senza essere poi trasmesso alle Camere nelle settimane successive fino ad ora. Non esiste un testo governativo, non è ancora stato incardinato, spiegano i funzionari dell’archivio degli atti parlamentari. D’altronde il 23 luglio, dopo un comizio nel cremonese, Bossi maltrattò forse non a caso i cronisti che gli chiedevanmo lumi, dicendo che «il ddl non deve tornare in consiglio dei ministri, perché è già passato e manca solo qualche chiacchiera. Ormai la questione è solo una bega tra i ministri interessati…».

Ebbene, se è vero che Berlusconi alla cura dimagrante della Casta (annunciata la prima volta al Tg2 nel 2001) non intende rinunciare a nessun costo perché la ritiene la più popolare di tutte, di più delle province; e visto che tutto Il Carroccio è dello stesso avviso, come conferma un leghista autorevole quale Giancarlo Giorgetti, ci sarà pure una ragione per cui agli annunci del governo non siano seguiti ancora i fatti. «Forse sarà perché quella è una nostra proposta», butta lì Antonello Giacomelli del Pd in mezzo al Transatlantico deserto. Dopo che per la quarta volta le Camere non sono riuscite a nominare un giudice costituzionale per mancanza del numero legale: 47 senatori e 88 deputati presenti, con un buon 77% di assenteismo, denunciato solo da un pasdaran dell’Idv come Francesco Barbato.

Ma anche se La Russa assicura che «il governo vuole promuovere anche il dimezzamento dei parlamentari ed è possibile un intreccio con il ddl sulle Province», a chiedere di votare una norma autonoma senza intrecciarla a questioni capaci di bloccare tutto per i veti incrociati, son stati prima i dipietristi, seguiti a ruota da Fli e Pd. Invece la bozza costituzionale di Calderoli contiene proprie quelle «altre cose» in grado di innescare il tutti contro tutti. Oltre alla riforma del bicameralismo e al Senato federale, mette sul tavolo anche pietanze più piccanti, oggetto di scontri infuocati: i poteri del premier, lo scioglimento delle Camere e la revoca di ministri. Insomma, una riforma ambiziosa che il dipietrista Donadi bollò come «un mezzuccio per non approvare entro dicembre la nostra proposta secca per ridurre i parlamentari».

Nel Pd questa bandiera è condivisa da tutto il partito e si intreccia con la riforma elettorale. Che, sostiene Veltroni, va fatta ad ogni costo «e la via maestra è il dimezzamento dei parlamentari. Votato quello, si deve fare una nuova legge elettorale». E anche se la Bonino obietta che con la metà dei parlamentari verrebbe a cadere l’impianto del Mattarellum chiesto dai referendari, i veltroniani come Ceccanti incalzano lo stesso il governo sul dimezzamento degli onorevoli: «Non ha presentato un ddl ad hoc perchè si riconosce nelle proposte già in discussione in Senato?».

A Palazzo Madama infatti è già partito l’esame di ben cinque proposte di riduzione dei parlamentari, «stralciate da quelle inserite nella riforma costituzionale a dimostrazione che si fa sul serio», esulta il relatore Enzo Bianco. Ma in ogni caso, perché il taglio della Casta veda la luce, come per ogni legge costituzionale, servirebbero quattro voti, due alla Camera e due al Senato; con una pausa di tre mesi in mezzo e con due-terzi dei 945 «tacchini sempre restii ad anticipare il Natale» disposti a mettere in forse il proprio futuro. Solo così si eviterebbe un referendum che però stavolta di sicuro passerebbe liscio. A differenza di quello del 2006, quando gli italiani bocciarono la sforbiciata agli onorevoli perché inserita nella discussa riforma costituzionale con il premierato e la devolution.

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fonte:  http://www3.lastampa.it/politica/sezioni/articolo/lstp/419355/

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Istat: Nel censimento entrano le coppie gay

Nel censimento entrano le coppie gay

Per la prima volta le unioni omo saranno riconosciute dall’Istat

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«Fra un mese il questionario sarà distribuito nelle case degli italiani – esultano dall’associazione Gay.it-, nel frattempo bisogna raggiungere più coppie e famiglie omogenitoriali possibili. Quante più saranno le coppie gay che si dichiareranno tali, tanto più sarà evidente e incontrovertibile il dato che ci riguarda e nessuno potrà più ignorarlo, tanto meno il parlamento, il governo e la classe politica. Famiglie lgbt e coppie omosessuali esistono e reclamano diritti e riconoscimento»

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Per la «prima volta nella storia italiana le coppie formate da gay e lesbiche saranno censite ufficialmente dall’Istat» nell’ambito del censimento ufficiale della popolazione. «È un traguardo importante – dice Alessio De Giorgi, presidente di Gay.it -. Ci siamo intestati questa battaglia dieci anni fa come Gay.it, ai tempi del precedente censimento che non prevedeva in alcun modo la possibilit… di individuare le coppie omosessuali conviventi ignorando, così, una fetta importante della popolazione».

«Dopo ripetuti appelli e contatti con l’Istat – spiega De Giorgi – in cui abbiamo chiesto che il nuovo questionario contemplasse anche le nostre realtà, finalmente ce l’abbiamo fatta. Adesso sta ai gay e alle lesbiche italiane cogliere questa importantissima occasione».

Ed è proprio da Gay.it, in collaborazione con Arcigay, l’associazione radicale Certi Diritti e Rete Lenford – Avvocatura per i diritti lgbt, che parte la campagna «Fai contare il tuo amore!» per informare la comunità lgbt (lesbiche, gay, bisessuali, transessuali) della novità del censimento che permette per la prima volta di fotografare la situazione delle coppie formate da persone dello stesso sesso.

«Fra un mese il questionario sarà distribuito nelle case degli italiani – continua De Giorgi -, nel frattempo bisogna raggiungere più coppie e famiglie omogenitoriali possibili. Quante più saranno le coppie gay che si dichiareranno tali, tanto più sarà evidente e incontrovertibile il dato che ci riguarda e nessuno potrà più ignorarlo, tanto meno il parlamento, il governo e la classe politica. Famiglie lgbt e coppie omosessuali esistono e reclamano diritti e riconoscimento».

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09 settembre 2011

fonte:  http://www3.lastampa.it/cronache/sezioni/articolo/lstp/419509/

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Tra Cosenza e Catanzaro – Sessanta milioni per quattro chilometri: La «strada d’oro» che va in pezzi

La strada della vergogna

Caricato da in data 16/ott/2009

La vicenda della strada Piano Lago-Medio Savuto (Cs)

Poche gocce d’acqua e si spaccano le carreggiate

Sessanta milioni per quattro chilometri
La «strada d’oro» che va in pezzi

Tra Cosenza e Catanzaro, costruita su terreno franoso (guarda il video del Corriere qui)

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L’idra dello spreco in Calabria produce mostri come la strada del Medio Savuto, meglio nota come strada «mangiasoldi» o «strada d’oro». Poco più di 4 km di asfalto che hanno drenato risorse pubbliche per 60 milioni di euro. A cui si devono aggiungere ogni anno le spese legali per gli innumerevoli contenziosi sorti da quando nel 1990 si appaltò il progetto. L’ultima parcella che la Comunità Montana ha pagato ai legali che la rappresentano ammonta a 130 mila euro. La Medio Savuto doveva collegare la provincia di Cosenza a quella di Catanzaro. Ma al momento di scavare, l’impresa appaltatrice (una ATI composta da Italstrade, Impregilo e Bocoge) scrive che «ci sono numerose problematiche tecniche che impediscono l’esecuzione dell’appalto». In altre parole, ci si accorge che il primo lotto, quello che va dal comune di Marzi a quello di Carpanzano, nasce su un terreno altamente franoso.

SMOTTAMENTI – Dopo rinvii, sospensioni e richieste di varianti, il contratto con la Italstrade viene rescisso. «Si decide di affidare l’opera a un pool di imprese locali che terminano i lavori alla meno peggio», ricorda l’ex sindaco di Marzi Rodolfo Aiello che, da architetto, resta sbalordito quando gli riferiscono che un tecnico ha firmato il collaudo della strada e si sta per aprire il passaggio. Questo perché numerosi studi dell’Università della Calabria, e finanche un rapporto dei Vigili del Fuoco, già nel 1996 avvertivano degli smottamenti in atto in tutta la zona. Tredici anni per costruirla e la strada del Savuto dopo appena qualche giorno dalla conclusione dei lavori viene chiusa. Bastano poche gocce d’acqua, infatti, e gli smottamenti divorano letteralmente le carreggiate. Persino i tiranti ai quali sono ancorati i piloni della strada vengono spazzati via dal terreno franoso e scistoso.

SCUOLABUS – Sul corpo di frana, oggi, è stato spianato un altro percorso su cui incombe un traliccio dell’alta tensione in procinto di cadere. Qui c’è un continuo via vai di auto. «Durante i mesi scolastici è stato visto passare persino uno scuolabus», dice Aiello mentre abbassa la testa, lui stesso imbarazzato per tanta incoscienza. Al passaggio di ogni auto, infatti, è visibile a occhio nudo l’instabilità del terreno che scende verso valle. E mentre ogni giorno si sfiora la catastrofe, si è pensato di risolvere il problema piazzando cartelli che raccomandano la sicurezza o la percorrenza del tratto franoso solo nei mesi che vanno da maggio a ottobre. Il premio Oscar per la fotografia del film Avatar, Mauro Fiore, originario proprio di Marzi, quando è tornato in città per i festeggiamenti, nel vedere tale scempio pare abbia esclamato: «Questi sì che meritano l’Oscar».

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Antonio Crispino
09 settembre 2011 14:48

fonte:  http://www.corriere.it/cronache/11_settembre_09/strada-oro-frana-crispino_cc50bbf0-daba-11e0-9c9b-7f60b377ee16.shtml

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UNIVERSITA’, TEST DI AMMISSIONE – Sapienza, quiz sulla grattachecca della ‘sora’ Maria. Udu: “Faremo ricorso, domanda inammissibile”

UNIVERSITA’

Sapienza, quiz sulla grattachecca
Udu: “Faremo ricorso, domanda inammissibile”


Rroma: Le signore della Grattachecca (articolo di Chiara Testore – Nuok)

grattachecca 4 Rroma: Le signore della Grattachecca

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L’Unione degli universitari annuncia l’avvio di un procedimento legale contro la domanda sul chiosco della “Sora Maria” a Roma, in zona Trionfale. “Attenderemo i risultati e poi raccoglieremo le denunce degli esclusi”. L’avvocato: “Test illegittimo, domande insensate e fuori programma”

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di VIOLA GIANNOLI

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Ricorso contro la grattachecca. La domanda sul celebre chiosco della “Sora Maria”, meta prediletta da giovani e non della capitale per rinfrescarsi dall’arsura estiva a colpi di ghiaccio e sciroppi, spuntata nei test di accesso alla facoltà di Professioni sanitarie della Sapienza di Roma, ha scatenato un putiferio e farà partire la macchina dei ricorsi.

L’Unione degli universitari (Udu) annuncia infatti che tutelerà gli esclusi ritenendo “inaccettabile” il quesito che recitava: “Nei pressi del noto liceo Tacito di Roma si trova la grattachecca di Sora maria, molto nota tra i giovani romani. Sapresti indicare quali sono i gusti tipici serviti? Menta, limone, amarena oppure cioccolato?”. Così suonava all’incirca la domanda sotto accusa.

“Come si può pensare che per accedere alla formazione di una professione sanitaria si debbano sapere le specialità di un chiosco romano? – attacca Michele Orezzi, coordinatore nazionale dell’Udu – E come può uno studente di Genova, di Milano, di Reggio calabria o di Cagliari sostenere il test essendo già in principio penalizzato dalla provenienza geografica”.

“E’ inammissibile – prosegue Orezzi- che gli studenti debbano rispondere a domande di questo genere per entrare nel mondo universitario. Faremo ricorso”.

Ad occuparsene sarà l’avvocato Michele Bonetti che da anni segue le cause contro il numero chiuso: “In base allae segnalazioni che ci sono giunte, molte domande sono ambigue e mal formulate sia nei quesiti che nelle risposte – spiega l’avvocato – Inoltre ce ne sono alcune del tutto insensate e fuori programma. Il test è illegittimo e per questo lo impugneremo: i quiz avrebbero dovuto riguardare le materei studiate alle scuole medie superiori, non la Champions League o la grattachecca”.

“I nostri ricorrenti possono chiedere giudizialmente l’ammissione all’università, chiedendo l’attribuzione del punteggio per le domande mal poste – prosegue Bonetti- se anche quest’anno verrà confermato che nelle stanze del Miur di viale Kennedy sono stati distrutti i verbali della commissione incaricata dal ministro per la redazione dei quiz, valuteremo l’opportunità di chiedere l’annullamento della prova con conseguente ammissione di tutti gli esclusi, nonché di portare il caso all’attenzione della magistratura penale”.

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09 settembre 2011

fonte:  http://roma.repubblica.it/cronaca/2011/09/09/news/sapienza_quiz_sulla_grattachecca_udu_faremo_ricorso_domanda_inammissibile-21430402/?rss

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OMOFOBIA A MILANO – Lesbica presa a pugni al ristorante trovato l’aggressore, è un negoziante

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Fotogramma del film ‘Quando le donne avevano la coda’, 1970, di Pasquale Festa Campanile – fonte immagine

CAVERNICOLI

L’ennesimo episodio di omofobia, questa volta ai danni delle donne. Dalla descrizione del ‘tipo’ (un vero macho, secondo la sua visione di se) non è difficile pensarlo sdraiato su di un divano a sollazzarsi con cassette porno dove le scene saffiche si sprecano. Il nostro macho a quelle si eccita, ne siamo sicuri, ma non può ammettere che esista nella realtà una donna che ama altre donne e che, quindi, lo escluda dal suo panorama. Lui è l’uomo, e la donna esiste solo per il suo piacere. E se non lo fa, ovviamente, sono botte.

mauro

Lesbica presa a pugni al ristorante
trovato l’aggressore, è un negoziante

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L’uomo è stato identificato dalla Digos ed è accusato di lesioni. Ha confermato l’episodio
negando però che sia legato a motivi omofobi: “L’ho fatto dopo uno scambio di battute”

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Il personale della Digos ha identificato e denunciato per lesioni l’uomo che ha aggredito la 29enne lesbica in un ristorante in via Sanzio a Milano. Si tratta di Andrea C., 35 anni, titolare di un negozio nella periferia nord di Milano. L’uomo, raggiunto questa mattina all’apertura del suo esercizio, ha confermato l’avvenuta aggressione, ma negato i motivi omofobi. Alla base della lite ci sarebbe, secondo la sua versione, uno scambio di sguardi e battute. La vittima ha spiegato alla polizia che l’aggressore le avrebbe rivolto queste parole: “Tu ti comporti da uomo e io ti tratto da uomo e ti picchio”. L’uomo è stato individuato ricostruendo il percorso con i mezzi pubblici per rientrare a casa dopo l’episodio al ristorante. Altri elementi sono stati forniti da testimoni e conoscenti. Gli investigatori hanno ascoltato la sua versione e sentito di nuovo la vittima.

Andrea C. mercoledì sera si trovava al tavolo di un ristorante giapponese di via Raffaello Sanzio in compagnia della convivente e di altre due donne. A un altro tavolo era seduta la vittima assieme alla fidanzata e a un’amica. L’aggressore, corporatura robusta, tatuato sulle braccia e con pochi capelli, ha riferito di un insistente scambio di sguardi fra i due tavoli e di uno scambio di battute, non a sfondo omofobo. Le stesse che la 29enne ha invece definito “battutine” sui suoi gusti sessuali.

Entrambi i gruppi si sarebbero sentiti osservati, anche quando le due ragazze si sono scattate alcune fotografie e si sono scambiate effusioni.

Ne è sfociata una lite e sono volati schiaffi e pugni all’indirizzo della donna, che ha riportato una lieve frattura al naso. Gli investigatori nelle prossime ore sentiranno altri eventuali testimoni, comprese le due donne che sedevano al tavolo di Andrea C.

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09 settembre 2011

fonte:  http://milano.repubblica.it/cronaca/2011/09/09/news/presa_a_pugni_al_ristorante_perch_lesbica_denunciato_l_aggressore_un_negoziante-21425989/?rss

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Aspettando lo Stato Palestinese / VIDEO: Veto Detour: Palestinian will looking for a way

Veto Detour: Palestinian will looking for a way

Caricato da in data 08/set/2011

Palestinians have started a campaign for statehood ahead of the September 20th vote in the United Nations. They carried a letter to the local UN mission in Ramallah, saying their peaceful demonstrations will continue until Palestine becomes a member state. RT’s Paula Slier has more on the developments in the region.
Also, to discuss the build-up to the upcoming UN vote on Palestinian independence, RT’s joined by Dr. Ron Pundak. He’s the Chairman of the Palestinian Israeli Peace NGO Forum.
RT on Twitter: http://twitter.com/RT_com
RT on Facebook: http://www.facebook.com/RTnews

Aspettando lo Stato Palestinese

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fonte immagine

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Israele proclama lo stato di allerta, come per una guerra, in vista della richiesta del riconoscimento di uno Stato palestinese alle Nazioni Unite, il 20 settembre, sulla base delle leggi e risoluzioni internazionali. Ulteriormente armati i coloni

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DI GIORGIA GRIFONI

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Gerusalemme, 09 Settembre 2011, Nena News – Il dado è tratto. Il segretario generale dell’Olp Yasser Abdel Rabbo ha confermato oggi che il 20 settembre la Palestina chiederà formalmente l’adesione alle Nazioni Unite durante la riunione dell’Assemblea Generale. La lettera, indirizzata al segretario generale dell’Onu Ban Ki-Moon, è stata consegnata al quartier generale delle Nazioni Unite a Ramallah non da Abdel Rabbo, né tantomeno dal presidente Abu Mazen, ma da una rifugiata del campo di Al-Amari. Latifa Abu Hamed, 60 anni, sette figli passati tra le carceri israeliane e uno ucciso dall’Idf, non ha perso la speranza : “Abbiamo diritto ad avere il nostro Stato come tutti nel mondo e abbiamo diritto alla fine dell’occupazione”.

Non tutti la pensano come lei. A cominciare dagli Stati Uniti, dall’Italia e da un nugolo di stati europei e non che febbrilmente hanno tentato di fermare Abu Mazen nelle settimane passate. Se uno stato palestinese deve esistere, sostengono in molti, deve essere il frutto di negoziati diretti, “guardandosi negli occhi” come ha asserito recentemente una parlamentare italiana.

La richiesta di riconoscimento sarà un momento storico per i palestinesi. Ma è destinato a essere schiacciato dal veto statunitense al Consiglio di sicurezza dell’Onu, dove l’adesione, se dovesse essere accolta dai due terzi dell’Assemblea, dovrà essere ratificata. L’unica strada rimasta da percorrere dopo il riconoscimento sarebbe quella del negoziato con Israele, ma che il nuovo Stato venga trattato in modo più consono al nuovo status dalla controparte è altamente improbabile.

In teoria Tel Aviv potrebbe dormire sonni tranquilli: invece è scattato l’allarme per quel mezzo milione di coloni israeliani che vive negli insediamenti illegali disseminati tra due milioni e mezzo di palestinesi in Cisgiordania e a Gerusalemme est. Condannati da varie risoluzioni dell’Onu e criticati da ogni angolo del pianeta, i coloni sono la spina nel fianco di qualsiasi negoziato. Ma ora che la Palestina potrebbe essere riconosciuta come stato indipendente la faccenda per loro si complica. Anche se sul piano pratico non dovesse cambiare nulla dopo un eventuale riconoscimento – la Palestina sarebbe uno stato de jure ma dovrebbe continuare a negoziare con Israele per diventarlo de facto– la questione degli insediamenti illegali avrebbe un altro valore. Il sogno colonico di conquistare l’intera Eretz Yisrael potrebbe essere portato sui banchi della Corte penale internazionale, secondo il quotidiano Haaretz: il trasferimento di popolazioni all’interno di un territorio occupato costituirebbe infatti un crimine di guerra perseguibile dal tribunale dell’Aja.

In attesa della fatidica data intanto Israele sta prendendo precauzioni. Che hanno già un nome: Operation Summer Seeds, ovvero tecniche di autodifesa per coloni da eventuali assalti palestinesi nel post-riconoscimento. Secondo un documento segreto del Ministero della Difesa rivelato dal quotidiano Haaretz, i coloni sarebbero i bersagli più esposti alle manifestazioni anti-israeliane: l’Idf (esercito israeliano, ndR) avrebbe quindi radunato i leader di alcuni insediamenti – chiamati “responsabili della sicurezza”- nelle basi di Shiloh a Lachish e fornito loro tutta sorta di granate assordanti, lacrimogeni e persino forniture di gas per sopportare un eventuale assedio.

I settler, che sono sempre stati tacciati di aggressività e giudicati “fuori controllo” dalle stesse autorità israeliane, sono ora la massima urgenza di Tel Aviv. Talvolta “sgridati” dal Governo per i loro comportamenti violenti, ma riccamente sovvenzionati dallo stesso per estendere i loro insediamenti, potrebbero in questo momento realizzare la “missione” di difesa dell’intera terra promessa da insidie “esterne”. Il tutto con la benedizione del governo, che invece di allentare la pressione sembra solo alimentare il panico e aizzarli contro gli abitanti della Cisgiordania.

La tensione è talmente alta che alcuni membri della destra parlamentare hanno incontrato ieri i leader degli insediamenti per discutere di una strategia da adottare nel caso la richiesta palestinese venga accolta. C’è chi ha suggerito di sparare a vista a qualsiasi palestinese si avvicinasse alla casa di un colono, invocando la “legge Dromi” che permetterebbe questo tipo di autodifesa: l’idea è venuta a Yoni Yosef, rappresentante dei coloni ebrei a Sheikh Jarrah, un quartiere di Gerusalemme est. Yaakov Katz, deputato dell’Unione Nazionale, ha invece  invitato gli attivisti di destra a organizzare delle contro-marce israeliane in direzione delle maggiori città palestinesi, dato che secondo lui l’esercito non farà altro che dispiegare uomini e restare a guardare. A tal proposito ha preparato anche degli itinerari, che andrebbero in senso contrario a quelli dei palestinesi  che dovrebbero sfilare verso le colonie della Cisgiordania.

Sembra proprio che i coloni non vogliano cedere un centimetro di terreno. Lo sanno bene i palestinesi, che vengono spesso attaccati arbitrariamente sulle loro terre da settler ultraortodossi. Molti contadini della Cisgiordania hanno paura di recarsi nei campi quando devono attraversare zone limitrofe agli insediamenti. E lo sa bene anche l’esercito israeliano, che quando demolisce le abitazioni di una colonia considerata illegale dallo stesso Israele d’ora in poi deve aspettarsi vendetta. Per averne un assaggio basta pensare a Migron: questo insediamento, il più grande della Cisgiordania tra quelli non autorizzati dalle autorità israeliane –circa 300 abitanti- verrà smantellato entro aprile 2012, dietro sentenza della Corte suprema. Lunedì scorso i bulldozer, scortati dall’esercito israeliano, hanno demolito tre abitazioni dell’insediamento: il bilancio è stato di una moschea vandalizzata nel villaggio di Qusra, due macchine date alle fiamme a Qabalan, un’altra moschea colpita a Yatma, 35 ulivi sradicati nel villaggio di Huwwara (tutti nei pressi di Nablus) e un avamposto militare israeliano vandalizzato. Il tutto condito da insulti ai musulmani e slogan nazionalistici, tra i quali spicca ”Aley Ayn –due colonie illegali recentemente demolite- e Migron = giustizia sociale”. Suona come uno sfottò agli indignados d’Israele, ma il messaggio è chiaro: Palestina o no, loro da qui non se ne andranno tanto facilmente. Nena News

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fonte:  http://www.nena-news.com/?p=12634

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MANOVRA – La beffa dei tagli alla politica e le promesse non mantenute. Via anche la norma sull’ineleggibilità dei corrotti

Il dossier

Indennità e vitalizi d’oro, la beffa dei tagli alla politica e le promesse non mantenute

Non c’è traccia di «scelte epocali» e risparmi milionari. Via anche la norma sull’ineleggibilità dei corrotti


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«E tu osi credere ai tuoi occhi invece che a me?». Il fastidio con cui nella maggioranza vivono lo scetticismo dei cittadini nei confronti dei tagli alla politica ricorda la battuta di una leggendaria diva del cinema al marito che l’aveva sorpresa a letto con un amante: ma come, non ti fidi?

Il guaio è che di impegni, promesse, giuramenti, in questi anni ne abbiamo sentiti davvero troppi. Prendiamo due titoli di poche settimane fa dell’Ansa. Il primo: «Ok a bilancio Camera, tagli per 150 milioni». Il secondo: «Via libera Senato a tagli per 120 milioni». Non c’è estate, praticamente, che le agenzie non annuncino tagli radicali. Tutti futuri: il prossimo anno, nei prossimi due anni, nei prossimi tre anni… Poi vai a vedere e scopri che le spese correnti, quelle che contano, non scendono mai. E se Montecitorio nel 2001 costava 749,9 milioni di euro oggi ne costa un miliardo e 59 milioni. Sforbiciata reale nel 2011: meno 0,71%. E se Palazzo Madama dieci anni fa costava 349,1 milioni oggi ne costa 574. Con un aumento del 65%. In un decennio in cui il Pil pro capite italiano è calato del 4,94%. Sforbiciata reale nel 2011: 0,34%. Meno di un centesimo della amputazione radicale ai fondi per la cultura, falcidiati in un decennio del 50,2%.

E se al Quirinale va riconosciuto d’avere tentato di frenare la macchina impazzita e ormai quasi incontrollabile con un aumento del 5,07% negli ultimi anni seguiti al divampare delle polemiche sui costi della politica, non si può dire lo stesso per il Senato (+9,37%), la Camera (+12,64), la Corte Costituzionale (+11,48) e soprattutto il Cnel, schizzato all’insù, dopo un periodo di magra, del 20% tondo: il quadruplo dell’aumento del Colle.

Non diversamente è andata con altri impegni solenni. «Costi della politica, tagli epocali» era il titolone de «la Padania» di tre settimane fa. All’interno, lo stesso entusiasmo strillato a tutta pagina: «La Casta colpita al cuore». E il ministro per la Semplificazione Roberto Calderoli sventolava una serie di successi trionfali: taglio delle Province, taglio dei seggi e degli stipendi dei Consigli regionali, taglio dei Comuni sotto i 1.000 abitanti, taglio complessivo di 54 mila «poltrone». Pochi giorni e il trionfo si ridimensionava. Ed ecco emergere che le Province in via di soppressione da 37 scendevano a 22, il taglio dei seggi e degli stipendi dei consigli regionali non poteva violare l’autonomia degli enti e dunque era affidato a un «ricatto virtuoso» (o tu tagli dove dico io o io taglio a te un po’ di finanziamenti), i Comuni più piccoli non ne volevano sapere e le 54.000 «poltrone» si rivelavano così poco «lussuose» che dopo la pubblicazione sulla «Gazzetta Ufficiale» anche un giornale non ostile come «Libero» denunciava in un titolo: «Nella manovra non è previsto neppure un euro di ricavi dalle sbandierate soppressioni di Comuni e Province: segno che non ci credono neppure loro». Qualche giorno ancora e saltavano sia l’accorpamento dei piccoli Municipi che l’abolizione delle poche Province, rimandata a un lunare disegno di legge costituzionale. Come volevasi dimostrare.

Più o meno lo stesso tormentone che da anni ruota intorno alla soppressione degli enti inutili, bollati addirittura nella prima versione del codice delle autonomie, provvedimento governativo arenato in Senato da quattordici mesi, come «enti dannosi». Estate 2008: «Entro quest’anno sugli enti inutili calerà la ghigliottina». Estate 2009: «Via 34.000 enti inutili». E via così. Il risultato si può leggere nella relazione tecnica della manovra del 2011: «L’abrogazione degli enti con dotazione organica inferiore alle 50 unità non ha prodotto alcun risparmio». Enti tagliati? Manco uno. Ed ecco il 13 agosto scorso una nuova Ansa: «Via gli enti pubblici non economici con una dotazione organica inferiore alle settanta unità». Lo prevede il testo della manovra ma «con esclusione degli ordini professionali e loro federazioni, delle federazioni sportive, degli enti la cui funzione consiste nella conservazione e nella trasmissione della memoria della Resistenza e delle deportazioni». Restano fuori anche le organizzazioni per la Giornata della memoria, del Giorno del ricordo, le Autorità portuali e gli enti parco. Tempi? «Gli enti sotto le 70 unità sono soppressi al novantesimo giorno dalla data di entrata in vigore della manovra». Da allora, di giorni, ne sono passati venti. E invece che essere soppressi gli enti inutili, nella nuova versione della manovra, è stata soppressa la loro soppressione. Andiamo avanti?

Nella prima bozza Tremonti del 23 giugno era previsto che «i compensi pubblici erogati a qualsiasi titolo, politico o di pubblico servizio, ed a qualsiasi livello, tanto centrale quanto regionale, provinciale o comunale, non possono superare quelli erogati per i corrispondenti titoli europei». Traduzione: basta con le indennità e gli stipendi troppo alti rispetto alla media Ue. Decisione sacrosanta. Ma una misteriosa manina ha nottetempo infilato nel testo di un emendamento di poche paroline e la media europea di riferimento è diventata «ponderata rispetto al Pil» e limitata ai «sei maggiori Paesi», così da tagliar fuori i Paesi che avrebbero fatto abbassare le buste paga. Un giochetto che, secondo una nota interna della Cisl, avrebbe messo in salvo circa mille euro al mese.

Ancora più divertente, si fa per dire, è l’epilogo della promessa di adeguare le regole italiane a quelle straniere, che in molti casi vietano espressamente a chi è pagato per fare il parlamentare di fare altri lavori. Facoltà che in certi casi (ad esempio quello del medico Antonio Gaglione, che ha detto di non avere nessunissima intenzione di dimettersi e rinunciare alle prebende) ha portato anche al 93% di assenze.

La riforma sbandierata all’inizio prevedeva il taglio del 50% dell’indennità lorda. Poi il trauma è stato ridimensionato col raddoppio del prelievo di solidarietà, il 20% oltre i 90 mila e il 40% oltre i 150 mila. Ma siccome pochissimi hanno una indennità superiore a questa cifra (quelli che guadagnano molto lo devono proprio all’attività privata) la percentuale di riferimento reale è quella del 20%. Facciamo due conti? Dato che l’indennità lorda di un deputato semplice è di 140.443 euro e 68 centesimi lordi l’anno (poi bisogna aggiungere le diarie e rimborsi vari, al netto) un doppiolavorista avrebbe avuto con la prima versione delle nuove regole, un taglio di 70.221 euro e 84 centesimi. Con le regole nuove, 10.088 euro e 73 centesimi. Un settimo. Non bastasse, mentre il prelievo di solidarietà «doppio» non aveva scadenza, l’ultima versione dice esplicitamente che dura tre anni: 2011, 2012 e 2013. Non solo: non tocca più la Corte Costituzionale e il Quirinale. Che com’è noto, alla denuncia di Roberto Castelli, ha risposto bruscamente: tutta farina vostra, noi non c’entriamo, è il governo che decide.

Non bastasse ancora, la legge che vietava l’accumulo di cariche e già era di fatto ignorata (si pensi che siedono in Parlamento vari presidenti provinciali, da quella di Asti a quelli di Foggia, Bergamo, Salerno, Brescia…) è stata addirittura annacquata: l’incompatibilità assoluta fra incarico parlamentare e altre cariche elettive, introdotta nella prima versione della manovra agostana, si è ridotta a vietare l’accumulo del seggio alle Camere con le cariche elettive «monocratiche», presidenti provinciali e sindaci di Comuni oltre i 5 mila abitanti. Non con altre poltrone, come quelle di assessori o consiglieri provinciali e comunali. E non basta ancora. Nella prima bozza della manovra di luglio si diceva che dopo la scadenza dell’incarico nessun «titolare di incarichi pubblici, anche elettivi, può continuare a fruire di benefici come pensioni, vitalizi, auto di servizio, locali per ufficio, telefoni, etc…» Nel testo approvato, sorpresa sorpresa, è sparito ogni riferimento a «pensioni e vitalizi». Anche lì, la solita manina? Ma non è finita. Da giugno scorso giace alla Camera un altro disegno di legge che era stato sbandierato in pompa magna dal governo il 1° marzo 2010, sull’onda degli scandali sui grandi eventi e la Protezione civile: quello contro la corruzione. Ricordate?

Suonarono le trombe: «Nessuno mai è stato così duro contro i corrotti!».
Dopo più di un anno il disegno è stato approvato in Senato, ma diverso da come era nato. Nel testo iniziale si stabiliva per la prima volta che una persona condannata con sentenza definitiva a una pena superiore a due anni per reati come la corruzione non potesse venire eletta in Parlamento. In quello approdato a giugno dalla Camera la norma tassativa e immediatamente applicabile dopo l’approvazione della legge è diventata una «delega al governo per l’adozione di un testo unico delle disposizioni in materia di incandidabilità e divieto di ricoprire cariche di governo conseguenti a sentenze definitive di condanna per delitti non colposi». Ricapitoliamo? Prima bisognerà approvare la legge. E già immaginiamo che verrà opportunamente modificata alla Camera per poi tornare in terza lettura al Senato… Un annetto per ogni passaggio e già siamo fuori tempo massimo. Ma se per miracolo dovesse superare l’esame del Parlamento prima della fine della legislatura, da quel momento il governo avrà ancora un anno di tempo per scrivere la delega. Campa cavallo… Per capire cosa è successo «davvero» è sufficiente citare un caso: quello di Salvatore Sciascia, l’ex manager Fininvest condannato in via definitiva a due anni e mezzo per corruzione della Guardia di finanza e portato nel 2008 in Senato. Come ha votato? Indovinato: a favore.

Per chiudere, a parte la sottolineatura che la telenovela intorno all’abolizione della metà dei parlamentari ormai giunta alla 1327a puntata è ancora aperta a ogni colpo di scena, vale la pena di ricordare che nonostante tutte le promesse è ancora in vigore la leggina più infame che, sotto l’infuriare delle polemiche, si erano impegnati a cambiare. Quella sulle donazioni. La quale riconosce a chi regala 100.000 euro alla ricerca sul cancro o ai lebbrosi uno sconto fiscale di 392 euro e chi regala gli stessi soldi a un partito politico uno sconto 50 volte più alto. Giuravano tutti che sarebbe stata spazzata via: e ancora lì.
E i cittadini dovrebbero fidarsi delle promesse di oggi?

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Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella
09 settembre 2011 09:50

fonte:  http://www.corriere.it/economia/11_settembre_09/rizzo-stella-tutte-le-promesse-non-mantenute_46b89716-daa5-11e0-9c9b-7f60b377ee16.shtml

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TURCHIA – Erdogan, scorteremo flottiglie a Gaza

Erdogan, scorteremo flottiglie a Gaza

Parole premier Ankara alzano livello tensione Turchia-Israele

09 settembre, 09:55
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(ANSA) – ANKARA, 9 SET – ”Navi da guerra turche sono autorizzate a proteggere le nostre navi che portano aiuti umanitari a Gaza”. Lo ha detto ieri alla tv satellitare Al Jazira il premier Recep Tayyip Erdogan. ”D’ora in poi – ha detto il premier secondo quanto riferiscono i media turchi – non lasceremo che queste navi vengano attaccate da Israele come avvenne con la Freedom Flottilla”, il convoglio umanitario vittima del raid israeliano dell’anno scorso che ha causato una crisi diplomatica fra Turchia e Israele.
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Usa, da Obama piano da 447 miliardi dollari per mercato lavoro

Usa, da Obama piano da 447 miliardi dollari per mercato lavoro

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WASHINGTON (Reuters) – President Barack Obama, seeking to rescue the troubled U.S. economy and his own prospects for re-election, embarks on an uphill battle on Friday to win Republican support for a make-or-break $447 billion jobs plan. | Video

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WASHINGTON, 9 settembre (Reuters) – Presentando al Congresso un piano da 447 miliardi di dollari che prevede tagli alle tasse e incentivi per far ripartire il mercato del lavoro, il presidente americano Barack Obama ha dovuto fare i conti con le ritrosie dei Repubblicani e la difficoltà di recuperare la fiducia degli elettori nei suoi piani economici.

Con il gradimento nei suoi confronti a nuovi minimi e un tasso di disoccupazione al 9,1%, Obama ha sollecitato un intervento urgente su una vasta serie di proposte illustrate 14 mesi prima delle elezioni.

“Dovete approvare questo piano per il mercato del lavoro immediatamente”, ha detto rivolto al Congresso, in un discorso trasmesso in tv.

Obama, che ha nel 2009 ha varato un pacchetto di stimoli all’economia da 800 miliardi di dollari, ha detto che il nuovo piano ridurrà le tasse per lavoratori e imprese e darà lavoro a operai e insegnanti in progetti per le infrastrutture.

Mentre aumentano i timori per la stabilità dell’economia Usa e di quella globale, i ministri delle Finanze del G7 si incontrano oggi in Francia per sollecitare i Paesi che possono a fare di più per la crescita.

Il segretario del Tesoro Usa Tim Geithner ieri ha detto che gli sforzi per creare posti di lavoro negli Usa possono aiutare l’economia mondiale a riprendere velocità.

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09 settembre 2011

fonte:  http://borsaitaliana.it.reuters.com/article/bondsNews/idITMIE78803E20110909

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