Archivio | settembre 10, 2011

LIBIA – Le forze del rais resistono a Bani Walid / VIDEO: Fight for Bani Walid ‘near end’

Fight for Bani Walid ‘near end’

Caricato da in data 09/set/2011

Heavy fighting has broken out near the town of Bani Walid, with National Transitional Council commanders saying they are close to capturing the town from Gaddafi loyalists.

Reports say fighters have been engaged in street-to-street combat with pro-Gaddafi forces.

Al Jazeera’s Sue Turton reports from outside Bani Walid.

Raid Nato, scontri anche a Sirte

Libia. Le forze del rais resistono a Bani Walid

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Neanche i raid della Nato, che oggi ha colpito piu’ volte, hanno domato i soldati del rais, che per tutta risposta hanno fatto piovere sulle postazioni avanzate dei ribelli missili Grad e colpi di artiglieria

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Tripoli, 10-09-2011

Chi si aspettava a Bani Walid e Sirte un attacco fulmineo e travolgente come quello che ha portato le forze del Cnt nella ‘casa’ di Muammar Gheddafi a Tripoli rimarra’ deluso: i reparti che dovevano archiviare la pratica piu’ semplice sulla carta, conquistando la roccaforte dei fedelissimi del rais nella cittadina in pieno deserto a sud di Misurata, hanno invece incontrato una forte resistenza, con un certo numero di vittime.

Neanche i raid della Nato, che oggi ha colpito piu’ volte, hanno domato i soldati del rais, che per tutta risposta hanno fatto piovere sulle postazioni avanzate dei ribelli missili Grad e colpi di artiglieria. Micidiali i cecchini, in agguato sulle colline desertiche in questo pezzo orientale del Jebel Nafusa, l’altopiano che rievoca paesaggi western e guerre indiane piuttosto che guerre civili.

Stessa situazione a Sirte, dove gli insorti restano ad alcune decine chilometri dalla citta’ natale di Muammar Gheddafi e dove la resistenza dei lealisti e’ stata strenua. Il rais continua ad essere uccel di bosco e dalla Guinea Bissau il premier Carlos Gomes Junior fa sapere che sarebbe pronto ad accoglierlo “a braccia aperte”. Oggi si e’ appreso che un altro convoglio di una decina di veicoli con a bordo persone vicine al colonnello e’ giunto ad Agadez, nel nord del Niger. Chissa’ se si tratta di defezioni o di fedelissimi che il rais invia in avanscoperta per preparare una sua possibile fuga.

A Bani Walid l’atmosfera nel principale campo di raccordo dei ribelli era tesa sin dal primo mattino: oltre ai soldati del rais hanno avuto a che fare con una carovana di giornalisti, fotografi e cameraman stranieri e locali, tutti a caccia dell’immagine simbolo di questa battaglia, forse l’ultima se le cose andranno come prevedono gli insorti.

Caduto questo piccolo centro, dove sarebbero asserragliati almeno 800 uomini del rais (3.000 secondo altre fonti non verificabili) la battaglia per Sirte sarebbe piu’ facile e l’ulteriore invito alla resa offerto oggi da Mustafa Abdul Jalil, il presidente del Cnt, potrebbe trovare un seguito anche qui, dove molti abitanti e tribu’ si dicono pronti a gettare le armi e firmare la pace.

“La decisione spetta ora ai comandanti sul campo”, e’ stato il monito di Jalil, oggi in visita per la prima volta a Misurata, citta’ ‘martire’ e simbolo della rivolta iniziata nel febbraio scorso, alla scadenza dell’ultimatum che, ha assicurato, “non verra’ prorogato”.

Dopo la luce verde del Cnt, il Consiglio militare di Misurata sta ora decidendo il da farsi: qui ci sono almeno 15.000 combattenti pronti a dare battaglia e con una gran voglia di vendicarsi per l’orrore patito in settimane di assedio, che ha trasformato la terza citta’ del Paese in una vera e propria Stalingrado di cui restano ancora oggi i segni. Ma i soldati di Misurata pensano a Sirte, piuttosto che a Bani Walid.

E nella roccaforte gheddafiana sull’altopiano altri ‘rivoluzionari’ aspettano e mugugnano: tra i Thuwar si contano gia’ tre morti e nove feriti in meno di 24 ore, da quando un gruppo di ribelli ha iniziato gli scontri in citta’, la gran parte colpiti da schegge dei missili Grad. “Escludiamo che i combattenti di Misurata possano unirsi a noi – spiega il colonnello Abdullah Hussein – E’ vero che i combattimenti sono ostici perche’ i gheddafiani non hanno postazioni fisse, quindi avanziamo lentamente, combattendo casa per casa. Anche ora ci sono delle sparatorie in citta’”. “Non credo pero’ – aggiunge – che si possa parlare di resistenza, ma solo di disperati”.

Al check-point, accanto ad una struttura adibita alla produzione di mangimi mentre il sole tramonta tra le dune sfrecciano ancora le ambulanze con altri feriti: i ribelli, in massima parte arrivati da Tripoli e dalle citta’ nei dintorni per dare sostegno ai compagni di Bani Walid, diventano nervosi, se la prendono con i giornalisti, con i quali per tutto il giorno hanno usato il pugno di ferro, anche sparando in aria raffiche di Ak-47 per far rispettare i limiti entro i quali si poteva muoversi. “Qui la gente muore, la finite di fare domande?”, sbotta uno, prima di mettersi in posa per una foto.

A Tripoli, il Cnt sta consolidando la sua presa sulle leve del potere. Dopo la visita a Misurata, nella capitale e’ arrivato Jalil e il ministro del petrolio del Cnt, Ali Tarhouni, ha annunciato che la produzione del greggio riprendera’ tra pochi giorni, precisando che con le compagnie straniere non sono stati ne’ saranno firmati contratti prima delle elezioni. E il Fondo monetario internazionale (Fmi) intanto ha riconosciuto il Cnt come “il nuovo governo della Libia”.

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fonte:  http://www.rainews24.it/it/news.php?newsid=156292

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FORTE DEI MARMI – Premio satira politica a ‘Sora Cesira’

Premio satira politica a ‘Sora Cesira’

Il video della premiazione

Forte dei Marmi, la Sora Cesira ritira il Premio Satira

mmedia.kataweb.it3 min – 2 ore fa
La prima apparizione pubblica della Sora Cesira al Premio Satira Politica di Forte dei Marmi. L’autrice di tanti

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Siamo felici per la Sora Cesira (che nessuno conosce, ma che forse oggi si rivelerà), come per Vauro (grandissimo) e molti altri che saranno premiati oggi a Forte dei Marmi.

Questo è l’ultimo video messo in Rete dalla ‘sora’

Le scappatelle di zio Angelino

Caricato da in data 27/lug/2011

Il coro dei piccoli indemoniatini del Pdl lanciano un appello a Napolitano e alla Lega affinchè non intralcino la legge salva Ruby e le altre trovate dello zio Angelino Alfano.
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Altro splendido video

Incarcerabile

guardatelo qui

fonte immagine

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10 settembre 2011

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A Roma Cozza day di Beppe Grillo, In piazza Popolo viola e Indignati

Cozza Day, Grillo: “Un corteo pulito, ordinato, perfetto”

Caricato da in data 10/set/2011

http://www.ilfattoquotidiano.it | Onorevoli come le cozze, ostinatamente attaccati alle poltrone. I grillini sfilano a Roma, da Piazza Navona a Montecitorio, carichi di cozze. Ognuna contiene l’immagine di un parlamentare. “Un corteo ordinato, perfetto, nessuno blocchi il traffico”, avevo chiesto Grillo dal palco e il suo popolo l’ha accontentato. Il leader s’è scagliato contro la classe politica, Monti e Draghi (papabili per un governo tecnico) e il professore Romano Prodi. “Firma il referendum contro il porcellum, ma in 2 anni e mezzo di governo perchè non l’ha abrogato?”.
Di Paolo Dimalio e Luigina D’Emilio

A Roma Cozza day di Beppe Grillo
In piazza Popolo viola e Indignati

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ROMA – Popolo viola e Indignati in piazza e “Cozza day” di Beppe Grillo oggi a Roma. «In nome del popolo italiano depositiamo nel più grande deposito di mitili avariati, che è il nostro Parlamento, la dose di cozze sperando che si tolgano di lì nell’arco dei secoli. È cominciato un nuovo corso», ha detto il comico e leader del Movimento 5 Stelle in piazza Navona dove ha riunito i militanti per dire basta con la politica «che toglie futuro alle giovani generazioni».

Grillo, nel depositare le cozze in alcuni cestini in piazza Montecitorio davanti al Parlamento è stato accolto dagli applausi dei manifestanti accorsi a migliaia per gridare il no a una politica corrotta. Sono arrivati da tutta Italia, Ancona, Cosenza, Rimini tutti per depositare la loro cozza in segno di protesta. I militanti hanno sbandierato i cartelloni più fantasiosi, come: “Governo Berlusconi i sacrifici fateli voi e le vostre sante escorts e pie igieniste dentali” e “Per un’Italia sincera. Parlamento pulito e giustizia vera”.

«Questi non rubano dei soldi, rubano tempo, speranze, rubano la linfa vitale», ha detto il comico. «La cozza è il mitile che non si schioda – ha aggiunto -. È quella che sta attaccata allo scoglio, come quei mitili che non mollano mai, che sono li che non si muovono. E qui abbiamo la più grande accozzaglia di mitili avariati d’Europa che è il nostro Parlamento».

Un gruppetto di grillini, dopo aver manifestato davanti a Montecitorio, si è poi fermato di fronte alla residenza romana di Silvio Berlusconi in via del Plebiscito. Una ragazza si è avvicinata all’ingresso di palazzo Grazioli per pochi secondi e ha esposto un cartello con una lapide disegnata sovrastata dal simbolo del Pdl e la scritta “stroncati dal bunga-bunga”. Giusto il tempo di farsi fotografare dai numerosi fotoreporter accampati davanti alle transenne dell’ingresso principale, poi il gruppetto è stato allontanato dal servizio di sicurezza.

Obiettivo della manifestazione dei grillini era «dare il benservito a una casta di “cozze di partito” incollate agli scogli del potere e dire basta ai loro assurdi privilegi, al finanziamento pubblico ai partiti, alle super pensioni con soli 2 anni di contributi, a benefit assurdi». Ma anche esprimere lo sdegno per la mancata discussione del disegno di legge popolare «Parlamento pulito» sottoscritto l’8 settembre 2007 da 350.000 cittadini.

Il ddl popolare prevede l’ineleggibilità nelle istituzioni, in primis Camera e Senato, dei condannati in via definitiva e quelli in primo e secondo grado con processo in corso; limite di due mandati (10 anni); ripristino dell’elezione diretta dei parlamentari con la preferenza unica (vedi referendum 1991). «A terrorizzare i “leader di partito”, i professionisti della politica, è soprattutto – dicono i grillini – la norma dei 10 anni, 2 legislature e poi a casa! Come farebbero ? Lo stesso Antonio Di Pietro che firmò la legge ora è stato eletto da più di due mandati in Parlamento».

Popolo viola in piazza contro la manovra. Via alla mobilitazione di due giorni che Indignati italiani e Popolo viola hanno organizzato per questo fine settimana a Roma. Oggi un corteo, ribattezzato “Camminata verso l’assemblea” ha attraversato la città per concludersi in piazza San Giovanni, dove ha preso il via una “Assemblea popolare”, «senza nessun palco centrale». «È importante che durante la nostra iniziativa che abbiamo chiamato Piazza Pulita – ha spiegato Franz Mannino del Popolo Viola – si lasci libertà di decisione ed espressione ai cittadini che parteciperanno. Ma i temi dell’appello, lanciato tra gli altri da Dario Fo, Franca Rame e Andrea Camilleri, sono chiari: facciamo pagare questa crisi alla casta dei politici, ai corruttori e gli evasori fiscali».

«È pazzesco che un cittadino che vuole manifestare debba pagare così tanto – si è lamentato uno degli organizzatori della protesta – faremo una battaglia politica anche su questo. Oggi per essere qui abbiamo dovuto versare al Comune 10 mila euro: 4.200 per la pulizia all’Ama, 2.600 per avere due ambulanze, 3.000 per il palco e l’amplificazione, 1.900 di assicurazioni e 550 euro a Telecom per l’Adsl utile per lo streaming sul web».

I manifestanti di Indignati e Popolo Viola hanno poi montato una decina di tende colorate, verdi e blu, e sono accampati nei prati davanti la storica Basilica romana. “Un’accampata” per dire al paese e al governo: «Guardate come ci avete ridotto». «L’accampata – ha spiegato Chiara del Movimento Indignati di Roma – è un modo per dire che viviamo una situazione tremenda dal punto di vista del precariato. Che non è solo dal punto di vista economico ma anche esistenziale. Scendere in piazza con le tende significa dire “no” agli affitti cari, al lavoro che non c’è e a quello che quando c’è e all’insegna dello sfruttamento. Le tende sono il simbolo del precariato di oggi».
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Sabato 10 Settembre 2011 – 18:30    Ultimo aggiornamento: 19:06

fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=162587&sez=HOME_INITALIA

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VERONA – Tosi ha un ‘ugola d’oro’ da 170.000 l’anno. Ma non bisogna dirlo, altrimenti scatta la querela

L’OPINIONE DI MARILYN

Cos’abbia da dire Tosi di così importante da non poter dire da sè rimane un mistero. Ciò che è lampante è il ‘sistema’ berlusconiano, che ha salde radici anche nella Lega. Pagare 170.000 euro l’anno un individuo perché ti faccia da portavoce è un bell’insulto per chiunque si spacca i ‘maroni’ tutti i giorni per poter portare a casa la pagnotta e sfamare sè ed i suoi figli . Con tutto il rispetto per i tanti ‘penna rossa’ che hanno visto la ‘luce’ da un pò di anni a questa parte, non mi sembra etico percepire simili stipendi in questi tempi di grama. Senza spremere un grammo di sudore, oltretutto.

Tosi ha un portavoce d’oro

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Il sindaco di Verona fa pagare ai contribuenti 170 mila euro l’anno per lo stipendio del suo nuovo uomo immagine. Una cifra che supera quella di tutti i dirigenti comunali. E se qualcuno lo fa notare, partono le querele

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di Paolo Tessadri

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fonte immagine

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Più del direttore generale (130 mila euro), più del segretario generale (110 mila euro): per il suo portavoce, il sindaco leghista di Verona Flavio Tosi non ha lesinato i quattrini pubblici e ha stabilito uno stipendio di oltre 170 mila euro l’anno. Così Roberto Bolis, 65 anni, ex cronista enogastromomico, ex militante del Pci ed ex firma dell’Unità, è diventato l’uomo più pagato fra i dipendenti del Comune veneto.

Certo, ci sarebbe la crisi dei conti pubblici e ci sarebbero i tagli effettuati agli enti locali, ma per «l’alta professionalità commisurata alla specifica preparazione e alle particolari condizioni di mercato dei giornalisti» non si poteva chiedere neppure un minimo contributo di solidarietà a Bolis.

Il ‘Richelieu nostrano’, come lo hanno soprannominato alcuni colleghi (invidiosi?), ha sostituito Franco Miracco, già alter ego dell’attuale ministro Giancarlo Galan. Miracco riceveva meno della metà dello stipendio di Bolis, nonostante sia stato assunto quando le «condizioni di mercato dei giornalisti» erano molto migliori di adesso.

Come Bolis, anche Miracco aveva un passato di ‘penna rossa’, così come Giampiero Beltotto, portavoce dell’altro capo leghista famoso in Veneto, il governatore Luca Zaia.

Bolis è da tempo l’uomo ombra di Tosi: i due si sono conosciuti nel 2005, quando l’attuale sindaco era assessore alla sanità, mentre Bolis stava all’ufficio stampa della Regione, dove appunto ha conosciuto Tosi: «Non sono più riuscito a staccarmi, perché Tosi, come la Lega, è l’identità più giovane della passione politica più antica», ha spiegato l’ex giornalista dell’Unità.

Chi osa far notare che in tempo di tagli lo stipendio di Bolis è un po’ fuori luogo, si becca però una querela: com’è accaduto al consigliere regionale Stefano Valdegamberi dell’Udc. L’esponente casiniano è rimasto di sasso: «A Verona», ha reagito, «ormai esprimere un’opinione politica è considerato un reato. L’ufficio legale del Comune sforna 2-3 querele alla settimana, persino contro i consiglieri dell’opposizione. Tanto il sindaco fa pagare al contribuente le spese legali, mentre il consigliere deve difendersi di tasca propria».

Tuttavia, come noto, Tosi non ha un eccellente rapporto con la giustizia: è stato condannato a due mesi in via definitiva per “propaganda di idee razziste” dalla Cassazione per la vicenda dei Rom a Verona. Mentre la moglie, Stefania Villanova, ha perso la causa contro il consigliere regionale del Pd Franco Bonfante che aveva scritto della sua promozione da semplice impiegata a dirigente della sanità veneta, senza averne i titoli, per uno scambio di favori politici fra Tosi e altri leghisti.

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Il giornale in edicola

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fonte:  http://espresso.repubblica.it/dettaglio/tosi-ha-un-portavoce-doro/2159902

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HA RAGIONE LUI – Vernice rossa sul Cristo del Giubileo. Lo scultore rivela: «Sono stato io»

Nulla di personale con l’autore dell’articolo, ma chiamare ‘blasfemo’ il gesto dell’artista a me sembra un po’ troppo fuori le righe. Al di là della pura proprietà fisica, esiste una proprietà artistica, incontestabile, e, ancor più, una proprietà spirituale. L’iter del Cristo di Pierotti (che giudico molto bello) è davvero sconfortante: usato per una celebrazione giubilare, vilipeso e abbandonato poi per lungo tempo, fino a finire in una chiesa come un oggetto di scarto che prima o poi ci si deciderà a buttare.
Per un credente c’è di che riflettere. E quella vernice rossa altro non è che il pianto di chi in croce c’è finito davvero, per un’umanità irridente e gaglioffa.
Povero Gesù, assassinato ogni giorno dai cosidetti ‘cristiani’.

mauro

Vernice rossa sul Cristo del Giubileo
Lo scultore rivela: «Sono stato io»

Blitz nella chiesa di Tor Vergata, Stefano Pierotti: «La mia opera ignorata dal Vaticano, cadeva a pezzi»

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di Claudio Marincola
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ROMA – Il giorno prima si è comprato una scala alta 7 metri, un bidone di vernice e una corda intrecciata. Ha messo tutto in macchina ed è partito verso sera da Pietrasanta, il paese in provincia di Lucca in cui vive.

A Roma è arrivato verso le 2 di notte. Ha parcheggiato, scavalcato il cancello, percorso il vialetto che conduce in chiesa portandosi dietro il suo armamentario. Con la luce di una piccola pila sul casco, ha montato la scala e cominciato a verniciare di rosso il suo Gesù Cristo, una statua alta 6 metri e 20 centimetri e larga quattro. Durante le Giornata mondiale della Gioventù del 2000 fu posto sulla Porta santa che Papa Wojtyla varcò insieme ai giovani dei cinque continenti. «Alle prime luci dell’alba i cani hanno cominciato ad abbaiare, un gallo cantava, qualcuno si è affacciato ai balconi. Non capivano cosa stesse accadendo, ma io ho continuato il mio lavoro fino alla fine», racconta lui, Stefano Pierotti.

Vandalismo? «No, quel Cristo è mio, una mia opera. Il mio è stato un gesto estremo e disperato, non so più cosa fare, ho perso anche la fede – continua sconfortato lo scultore toscano, che ha 47 anni e ha realizzato anche la statua di Giovanni Paolo II al Policlinico Gemelli – ; monsignor Ruini, dopo aver visto l’originale di dimensioni molto più ridotte nel Duomo di Pietrasanta, mi chiese di realizzarlo. L’ho ceduto al Vaticano, vero. Ma rimane una mia creatura, non possono insultarmi in questo modo. Ha un dito spezzato, è pieno di guano, posizionato con l’inclinazione sbagliata, sta cadendo a pezzi».

Dopo il Giubileo fu parcheggiato in un prato e poi in un cantiere, finché nell’aprile del 2006 fu sistemato alla destra della chiesa di Santa Margherita Maria Alacoque, a Tor Vergata, non distante dalla spianata dove per l’Anno santo affluirono due milioni di fedeli e dove ora si sta costruendo la Città della sport di Calatrava.

Il parroco della chiesa, don Salvatore Urras, si è chiuso nella sua stanza e non ha voluto commentare. Ha avvisato i carabinieri e chiamato un’impresa specializzata che ha ripulito il crocifisso. Poi si è consultato con i superiori in Vicariato e pregato suo nipote di chiudere il cancello della chiesa («se mi cercano non ci sono per nessuno, sto dormendo»).

Il blitz blasfemo risale a mercoledì scorso. Quando i militari sono arrivati hanno trovato la corda ancora appesa e la scala montata (pagata 370 euro).

La chiesa è una costruzione moderna inaugurata nell’aprile del 2006 dal cardinal Moretti e dal vescovo Mandara. Una struttura azzurrina, maiolicata, con accanto un campanile triangolare di ferro bianco. Fu realizzata espropriando i terreni dell’Associazione Reduci di guerra per sostituirne un’altra che sorgeva lì accanto e fu demolita per esigenze urbanistiche. «Non c’è neanche la campana – fa osservare Berardo, 80 anni, un parrocchiano che abita proprio di fronte – ma la domenica per la Messa è sempre piena».

Un luogo pieno di richiami alla spiritualità di quella oceanica Gmg. L’altare l’ambone, il crocifisso di Pierotti: un Cristo sofferente, il torace trafitto, il sudario squarciato. Spiega Pierotti: «Ho cercato di rendere tutta la forza della Resurrezione, avrei potuto immaginare le critiche ma non tutto quello che poi è successo». Prima di finire accanto alla chiesa, Il crocifisso è stato abbandonato per anni in cantiere – di Anemone, quello del Salaria Village – è poi lasciato in un prato.

Prima di armarsi di scala e vernice rossa l’artista – che non è stato mai invitato in Vaticano né all’inaugurazione della chiesa – ha tentato in tutti i modi di attirare l’attenzione sulla sua opera. «Ho scritto lettere, inviato mail, proposto una nuova sistemazione più idonea per la luce per disporlo su una parete e sotto un arco di travertino. Per tutta risposta mi è stato chiesto se per caso avessi uno sponsor». Lo sa che verrà denunciato? «Pazienza, sono un’artista, Michelangelo avrebbe fatto lo stesso: non possono calpestare così la mia dignità».

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pubb

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Sabato 10 Settembre 2011 – 15:41    Ultimo aggiornamento: 16:47

fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=162550&sez=HOME_ROMA

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GIAPPONE? COME DA NOI, UGUALE! – “Fukushima città fantasma” Si dimette ministro Economia / VIDEO: Japan’s ghost town captured on the camera

Japan’s ghost town captured on the camera

Caricato da in data 14/apr/2011

The horror of the Japan tragedy and the forbidden evacuation area of Fukushima N-plant has been caught on lens.

GIAPPONE

“Fukushima città fantasma”
Si dimette ministro Economia

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I commenti di Hachiro dopo una visita nelle zone colpite dal disastro nucleare post-tsunami hanno provocato forti polemiche e critiche da parte del governo. Fino alla decisione di abbandonare l’incarico

"Fukushima città fantasma" Si dimette ministro Economia Yoshio Hachiro

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TOKYO – Il ministro dell’economia giapponese, Yoshio Hachiro, ha rassegnato le dimissioni dall’incarico dopo aver definito ieri i dintorni di Fukushima “una città fantasma” dopo una vista ai luoghi del disastro. In una conferenza stampa tenuta il girono dopo la visita Hachiro aveva osservato come nei centri abitati vicini alla centrale non ci fosse più nessuno: “Fa pensare a una città fantasma”. Affermazioni definite “inadeguate” dallo stesso neopremier Yoshihiko Noda – che aveva chiesto e ottenuto delle scuse immediate da parte del ministro – mentre il paese è intento a far tornare tutto alla normalità: “Mi dispiace sinceramente che la frase abbia causato incomprensione, sono estremamente dispiaciuto e ritiro le mie affermazioni”, aveva rettificato il ministro.

Scuse che non sono valse a fermare gli attacchi della stampa e del’opposizione conservatrice, il che ha costretto Hachiro – ex socialista 63enne passato al partito democratico giapponese (centro-sinistra) e senza alcuna esperienza precedente di governo – a gettare la spugna.

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10 settembre 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/esteri/2011/09/10/news/fukushima_ministro-21477648/?rss

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Popolo viola e “indignati” a Roma: «Piazza pulita» contro la manovra

Popolo viola e “indignati” a Roma
«Piazza pulita» contro la manovra

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http://www.unita.it/polopoly_fs/1.36877.1284556330!/image/2574074875.jpg_gen/derivatives/box_304/2574074875.jpg

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Protesta oggi pomeriggio e domani a Roma di “Indignati italiani” e Popolo Viola. Alle 15 parte un corteo chiamato “Camminata verso l’assemblea” che parte da Piazza della Repubblica; alle 16.30 in piazza San Giovanni prende il via una assemblea popolare, «senza nessun palco centrale», fanno sapere gli organizzatori. Diverse persone hanno portato la tenda, sul modello degli indignatos spagnoli.

Partecipano anche quattro ‘Indignados’ spagnoli. Poi è previsto un collegamento con Atene, dove gli ‘indignatì Greci hanno organizzato una mobilitazione «contro la pesante crisi che sta attanagliando quel Paese e che è tutta sulle spalle dei cittadini».

«È importante che durante la nostra iniziativa che abbiamo chiamato ‘Piazza Pulita’ – spiega Franz Mannino del Popolo Viola – si lasci libertà di decisione ed espressione ai cittadini. Ma i temi dell’appello, lanciato tra gli altri da Dario Fo, Franca Rame e Andrea Camilleri, sono chiari: facciamo pagare questa crisi alla casta dei politici, ai corruttori e gli evasori fiscali».

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10 settembre 2011

fonte:  http://www.unita.it/italia/popolo-viola-e-indignati-br-facciamo-piazza-pulita-1.330647

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RIFIUTI TOSSICI, ALLARME IN CALABRIA – La galleria radioattiva: Ecco le prove dell’orrore

10/09/2011 – RIFIUTI TOSSICI ALLARME IN CALABRIA

La galleria radioattiva
Ecco le prove dell’orrore

Un geometra racconta: «Discarica nel cemento» . E c’è un nuovo pentito

Contatori impazziti: la rilevazione all’interno della galleria rivela livelli di radioattività quattro volte superiori al normale

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di NICCOLÒ ZANCAN

INVIATO A REGGIO CALABRIA

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Nel mare e nel cemento. Per lunghi anni disgraziati la Calabria è stata la pattumiera d’Europa. Fra lo Ionio e l’Aspromonte sono stati smaltiti quintali di rifiuti tossici e radioattivi. È stato il lavoro ordinario di capitani e marinai, operai e geometri. Un affare ben retribuito e conosciuto, almeno in parte, dai nostri servizi segreti. Perché questa è una storia delicatissima e tipicamente italiana, non si chiarisce e neppure si estingue. Dopo lo strano infarto che ha stroncato il capitano Natale De Grazia, mentre stava indagando sulla motonave Jolly Rosso incagliata sulla spiaggia di Amantea (1991). Dopo le dichiarazioni mai riscontrate, eppure molto dettagliate, del pentito di ’drangheta Francesco Fonti (2004). Ora due nuove voci, che la Stampa è in grado di documentare, si aggiungono al coro. E sono voci che fanno paura.

Ha parlato del traffico di rifiuti radioattivi, in almeno due verbali, il pentito principe della ’ndrangheta. Principe perché di alto livello gerarchico, a differenza di Fonti. Principe perché Antonino Lo Giudice detto «il nano», solo per un problema di statura, finora si è rivelato estremamente attendibile. Arrestato ad ottobre del 2010. Si è autoaccusato degli attentati intimidatori contro la procura di Reggio Calabria. «Lo Stato non si stava dimostrando abbastanza riconoscente», ha spiegato con calma. Poi ha iniziato a parlare. Di tutto.

Delle cosche. Dei nuovi rapporti di potere legati al clan Condello. Ha svelato omicidi e affari. Ha fatto arrestare un capitano dei carabinieri, Gaspare Spadaro Tracuzzi, per concorso esterno in associazione mafiosa. Ha messo nei guai avvocati. Fatto iscrivere nel registro degli indagati anche un magistrato in carriera come Francesco Mollace, uno dei due vice procuratori nazionali antimafia. Insomma, Antonino Lo Giudice ha dimostrato di avere molte storie da raccontare. E ha iniziato a parlare anche dei veleni che sono stati seminati in Calabria: «Essendo, diciamo, in amicizia con l’avvocato Gatto e sapendo io che si stava interessando di questo fatto ha messo a verbale – mi ricordai che Pasquale Condello mi disse che c’era questo Galimi – che ha un’agenzia automobilistica nel quartiere Pentimele – che era stato fermato nei pressi di Platì o di San Luca. Con lui c’era il comandante di una nave di Reggio Calabria: stavano andando a trattare, diciamo, cose radioattive per buttarle a mare».

Sono le navi a perdere. Sarcofagi immondi. Carrette colate a picco nel mare turchese, che richiama turisti e brutti pensieri. Secondo le nuove rivelazioni, la zona interessata sarebbe quella davanti a Saline Joniche. Particolare non secondario. Perché tre anni fa, su indicazione di Francesco Fonti, gli investigatori erano andati a caccia di un relitto sul versante opposto. Ma la carcassa inabissata di fronte a Cetraro si era rivelata la vecchia nave passeggeri Catania, affondata nel 1917 durante la prima guerra mondiale. Erano tutti presenti, quel giorno, anche il ministro per l’Ambiente Stefania Prestigiacomo. A celebrare lo scampato pericolo.

Ma ora il pentito Lo Giudice indicherebbe altre coordinate. Altri tratti di mare interessati. Diverse le navi affondate piene di scorie. Una pratica quasi banale. Un tipo di lavoro così diffuso e tenuto ben nascosto che solo adesso, dopo sei anni, si scopre un documento firmato da un geometra residente in un piccolo paese della zona. Ha 84 anni, si è ritirato a vivere in montagna. Di quello che ha dichiarato, in un colloquio investigativo reso davanti a un investigatore della Direzione Nazionale Antimafia, non vuole più parlare. Eppure lui era a conoscenza di questo fatto: «Certe volte, quando l’affondamento in mare si rivelava troppo complicato, si usavano le tumulazioni nel cemento». Il geometra ha parlato nello specifico della galleria Limina, 3 chilometri e 700 metri, sulla strada statale 682 che collega i due mari. Da Rosarno a Gioiosa Jonica. L’ultimo tratto, proprio quello della galleria, è stato ultimato nel 1992. Lì, secondo il suo racconto, sarebbero stati tumulati rifiuti radioattivi. Impastati nel cemento e poi inaugurati in pompa magna. Una rivelazione su cui – questo è l’aspetto più straniante – nessuno avrebbe mai fatto accertamenti. Parole che giacevano da sei anni negli archivi investigativi, come lettera morta.

Senza alcuna pretesa di scientificità, possiamo dire questo: all’imbocco della galleria Limina in direzione Tirreno, con un piccolo contatore geiger, si registra una radioattività di 0,41 millisievert ora. Quando il fondo ambientale in Calabria – il livello normale – oscilla fra 0,10 e 0,20. Sul versante opposto le alterazioni sono meno evidenti: 0,31. Altre gallerie della zona non fanno riscontrare lo stesso sbalzo. Va detto subito: 0,41 non è indice di pericolosità. Ma è anche vero che un metro di cemento basta per schermare in massima parte le radiazioni. Resta il dubbio se possa essere un piccolo indizio. Una conferma alle parole del geometra.

A Mammola nessuno ama parlare della galleria, anche se in molti in paese hanno lavorato per costruirla. È uno di quei posti dove nel giro di due minuti ci si sente degli intrusi. Alla fine un ex operaio in pensione, seduto sulla panchina della piazza, ricorda: «Di scorie e rifiuti tossici qui nessuno sa nulla. Ma posso dire che quella galleria è piena d’acqua e roccia friabile tutta uguale. È costruita solo con cemento, centine e tronchi di pioppo. Non ha impermeabilizzazione». Ecco, nel mare e nel cemento. Il procuratore capo di Reggio Calabria, quello a cui erano destinati i bazooka piazzati da Lo Giudice, non si nasconde. Giuseppe Pignatone è qui da due anni: «Quello dei veleni è un tema su cui abbiamo la massima sensibilità – spiega – saranno fatti tutti gli accertamenti. Lasceremo nulla di intentato. In passato però, mi è parso di capire, spesso il problema è stato trovarsi di fronte a segnalazioni troppo generiche».

Molti sapevano. Come dimostrano i documenti riservati numero 488/1 e 488/3 – consegnati da Giorgio Piccirillo, il direttore dell’Aisi (Agenzia di informazione e sicurezza interna), alla commissione parlamentare di inchiesta sui rifiuti. Era il 12 luglio. Documenti attraverso i quali, finalmente, venivano scoperte alcune carte: «Fin dal 1992 il servizio avrebbe acquisito notizie fiduciarie relative all’interesse del clan Mammoliti, in particolare i fratelli Cordì, per lo smaltimento illegale di rifiuti radioattivi, che sarebbero pervenuti sia dal centro, sia dal nord Italia, ma anche da fonti straniere». La Calabria era il posto giusto per risolvere questo tipo di problemi. Nel senso che la ’ndrangheta avrebbe trattato il tema alla stregua di un qualsiasi altro affare. E infatti: «Informatori del settore non in contatto tra loro – quindi fonti diverse che riportano la stessa informazione – hanno riferito che Morabito Giuseppe, detto Tiradiritto, previo accordo raggiunto nel corso di una riunione tenutasi recentemente con altri boss mafiosi, avrebbe concesso in cambio di una partita di armi, l’autorizzazione a far scaricare nella provincia di Africo un quantitativo di scorie tossiche presumibilmente radioattive».

Quel giorno di luglio, il presidente della commissione, Gaetano Pecorella, ha dichiarato: «Vi è una serie di notizie che ci paiono di specifico e rilevante interesse per indagini in materia di rifiuti radioattivi. Rifiuti che sono stati – secondo notizie sempre molto ricche ma poco verificate fino ad ora – occultati soprattutto in Calabria». È il succo velenoso della storia: notizie molto ricche ma poco verificate. A chi è convenuto?

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fonte:  http://www3.lastampa.it/cronache/sezioni/articolo/lstp/419532/

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GLI EFFETTI DELLA ‘MANOVRA’ – Aiuti all’Italia, si spacca la Bce: ll tedesco Stark si dimette


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Aiuti all’Italia, si spacca la Bce
ll tedesco Stark si dimette

Il componente del board contro gli acquisti di Btp italiani e spagnoli. Trichet: scelta dettata da motivi personali

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di Rossella Lama
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ROMA. Terremoto al vertice della Bce. Il tedesco Juergen Stark si è dimesso. Ufficialmente lascia il comitato esecutivo per motivi personali. Lo assicura il presidente della Bce, Jean-Claude Trichet: «Stark è sempre stato leale alla nostra istituzione e ora ha deciso di dimettersi per ragioni di tipo personale». Ha anche detto, Trichet, che «la Banca centrale è fieramente indipendente e continuerà ad esserlo, con successo, anche in futuro». In ogni caso, la motivazione vera delle dimissioni di Stark va cercata nel disaccordo sul sostegno che l’Eurotower sta fornendo ai titoli di Stato italiani e spagnoli. Stark ha informato Trichet che resterà nel board fino a fine anno, quando sarà nominato il successore. In anticipo quindi rispetto a maggio del 2014 data di scadenza del mandato. La notizia delle dimissioni è trapelata a mercati aperti, creando un vero e proprio scossone. Perché Juergen Stark “il falco”, è un personaggio di primo piano al vertice della Bce. Non solo perchè è tedesco, e la Germania è la maggiore azionista della Banca centrale europea, ma per le posizione rigoriste che ha sempre portato avanti, anche in contrasto con gli altri membri del board, del consiglio, e con lo stesso presidente Jean-Claude Trichet.
Già a maggio del 2010, quando con la Grecia sull’orlo del fallimento la Bce attivò il Security Market Program, lo fece non all’unanimità ma a maggioranza. Stark non era d’accordo, come non lo è stato quando, dopo quattro mesi di interruzione, la Bce ha deciso di ripartire con gli acquisti di titoli sul mercato secondario, per andare questa volta in soccorso di Italia e Spagna. L’altri ieri, quando la Bce si è riunita per decidere se andare ancora avanti, Stark ha ripetuto che la Bce si stava caricando di troppi titoli svalutati. Spalleggiato solo da Olanda e Finlandia, e in mezzo ad una maggioranza di governatori che gli ricordavano il grande rischio che per la stessa sopravvivenza dell’euro deriverebbe dall’abbandonare in questo momento Italia e Spagna a loro stesse.

Stark è il secondo tedesco che lascia la Bce. Ad aprile Axel Weber, il governatore della Bundesbank che con Stark si era espresso in maniera molto critica sul coinvolgimento della Bce nella gestione del debito dei singoli Stati membri, in polemica con Trichet si è fatto da parte e ha abbandonato anche la corsa alla presidenza della Bce, aprendo la strada a Mario Draghi. Il diverso modo di intendere la solidarietà europea si è vista anche in materia di tassi di interesse, con la Germania che ha spinto per i due aumenti di aprile e luglio. O quando si discute se continuare ad assicurare alle banche tutta la liquidità di cui hanno bisogno, con i tedeschi propensi ad accelerare sull’exit strategy e gli altri paesi dell’euro molto più prudenti. Secondo fonti tedesche la Germania ha già scelto il successore di Stark. Si fa il nome del viceministro delle Finanze Joerg Asmussen. Da Marsiglia per il G7 il numero uno delle Finanze Shaueble non si pronuncia su questo, ma si preoccupa di assicurare che la «Bundesbank resta impegnata a difendere la stabilità dell’euro». Mario Draghi, anche lui a Marsiglia, non ha voluto commentare le dimissioni di Stark.
Per salvare l’eurozona è necessario «un salto quantico» ha dichiarato Stark ad Handelsblatt. Ricorre ad un fenomeno della fisica per invocare più potere europeo sui budget dei paesi membri e un maggior coordinamento delle politiche economica nella zona euro. «I massicci rischi di sostenibilità nei bilanci pubblici stanno erodendo la stabilità finanziaria».

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Sabato 10 Settembre 2011 – 09:37    Ultimo aggiornamento: 11:12

fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=162515&sez=HOME_ECONOMIA

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I DUELLANTI – Precari nella scuola e ruolo di Cl: Tra Gelmini e Lupi è scontro totale


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Il duello

Precari nella scuola e ruolo di Cl
Tra Gelmini e Lupi è scontro totale

Nuova lite fra i due esponenti del Pdl, in lotta anche per la leadership in Lombardia

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Mariastella Gelmini e Maurizio Lupi in una foto di archivio
Mariastella Gelmini e Maurizio Lupi in una foto di archivio

ROMA – Si sono sempre marcati stretti, perché in politica la vera battaglia è con il vicino di banco, non con chi sta dall’altra parte. Ma è negli ultimi mesi che i loro destini, anzi le loro ambizioni si sono incrociate più volte: per la poltrona di segretario del Pdl, per la scrivania di ministro della Giustizia, per il trono di amministratore unico del Pdl lombardo e quindi successore del viceré Roberto Formigoni. No, davvero non bastano la scuola, i concorsi per i giovani o le assunzioni dei precari a spiegare l’ultimo round fra Mariastella Gelmini e Maurizio Lupi. A prima vista potrebbe sembrare una questione tecnica, anche importante, ma in fondo per addetti ai lavori. E invece dentro ci sono tutti gli ingredienti del perfetto scontro di potere, comprese le dichiarazioni ufficiali prudenti e una discreta dose di ferocia che si intravede dietro i virgolettati. Fino al duello aperto di giovedì, durissimo, con la Gelmini che urlando chiedeva la marcia indietro di Cl e Lupi che le rispondeva anche lui ad alta voce e a brutto muso. Ieri i due si sono rivisti. Nessuna pace, ma all’uscita si sono infilati le tute da pompiere: «Non c’è un problema politico con Mariastella» dice Lupi, «Credo alla buona fede di Maurizio» conferma Gelmini. Sarà.

Dopo una breve luna di miele all’inizio della legislatura, sono ormai mesi che Comunione e Liberazione – leggi Maurizio Lupi e Mario Mauro – attacca la Gelmini. Il grande guru Giorgio Vittadini le ha dato addirittura della «statalista», ha detto che era meglio «un signore comunista come Luigi Berlinguer». E in un’intervista all’ Avvenire – che quindi vale doppio – ha pure aggiunto che la «Gelmini intona il de profundis della scuola paritaria, che non può assumere». L’accusa è di aver «congelato i corsi di abilitazione» favorendo i precari in attesa da anni. «Cl ha sterzato a sinistra», ha scritto il Giornale sostenendo che dietro ci sono motivi economici, e il fatto che Cl ha un ruolo importante proprio in quei corsi. «Feltri fa tanti danni», minimizza Lupi. Ma forse l’interpretazione non è dispiaciuta al ministro dell’Istruzione: «Quel regolamento – dice Gelmini – è stato approvato nel settembre 2010, sono molto sorpresa che questa contestazione sia nata ad un anno di distanza anche perché sono da sempre aperta al confronto con Cl». Un attacco a freddo, secondo lei. Che fa il paio con un’altra piccola notizia dal grande significato politico. Solo due giorni fa nel parlamentino del Cnsu, l’organismo di rappresentanza degli studenti universitari, Cl e sinistra hanno votato insieme spaccando la maggioranza. L’ennesimo segnale che tra Gelmini e Lupi il problema non è tecnico ma politico. E che forse siamo di fronte al pezzo di un problema più grande, quello dei rapporti fra Berlusconi e i cattolici.

Con un occhio, anzi tutti e due, a quello che succederà in Lombardia. Qui nel Pdl si combatte un altro duello, quello tra Lupi e Formigoni. Dopo che il governatore si è smarcato da Berlusconi, con la proposta delle primarie e le critiche ai tagli delle due manovre estive, Lupi sta cercando il sorpasso a sinistra per recuperare il voto cattolico. E questo perché consapevole che «l’amica Mariastella» ha da sempre rapporti migliori con la Lega. Quest’anno la Gelmini è stata tra i pochissimi ministri non ospitati al meeting di Rimini. Onorevole Lupi, sarà invitata l’anno prossimo? «Ma guardi che chi viene non lo decido mica io». Ecco, nemmeno un «mi auguro di sì» di facciata.

Lorenzo Salvia
10 settembre 2011 10:19

fonte:  http://www.corriere.it/politica/11_settembre_10/salvia-precari-gelmini-scuola_3a8e4958-db78-11e0-b2c4-3586dc7a9584.shtml

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