Archivio | settembre 18, 2011

I MINORI INCARCERATI – Lampedusa, dove muore il diritto

Lampedusa, dove muore il diritto

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La dott.ssa Cassarà, dopo una visita all’ex base Loran, descrive le vergognose condizioni nelle quali vengono tenuti i minori migranti non accompagnati

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di Christian Elia
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La tragedia dei migranti, in Italia, sembra non avere mai fine. Come se si volesse superare, ogni volta, il limite di una decenza che è prima etica che giuridica. Dopo i lager, dopo i respingimenti, ecco i minori trattati come criminali, puniti per il solo fatto di essere migranti. Una categoria che, almeno per un po’ di anni, si è caratterizzata per una certa attenzione da parte di istituzioni e associazioni. La dott.ssa Giuseppina Cassarà, specialista in Medicina Interna delle Migrazioni, Medicina tropicale e Salute internazionale, ha lavorato come medico volontario a Lampedusa, dal 22 al 28 agosto scorsi. Ha reso pubblico un report angosciante, che rende pubblica una situazione vergognosa per un Paese civile.

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Dott.ssa Cassarà, può raccontare quel che ha visto nell’ex base Loran, dove vengono sistemati i minori non accompagnati che sbarcano a Lampedusa?

”Io sono riuscita a vedere con i miei occhi i minori solo il giorno dopo il mio arrivo, il 23 agosto, anche perchè ero stata rassicurata dai colleghi, sul fatto che alla ex base Loran non si registravano tensioni particolari come quelle quotidiane del CPSA (Centro di primo soccorso e accoglienza) della contrada Imbriacola. Al mio arrivo, però, con i mediatori culturali, ho potuto vedere di persona e ho trovato una situazione molto differente”, racconta a PeaceReporter la dottoressa.

”Attraverso i questionari che i mediatori utilizzavano, emergevano storie personali molto complicate e difficili, comprese le esperienze in Libia e Tunisia. Mentre i ragazzi facevano queste interviste, ho avuto modo di parlare con gli operatori sanitari che erano in questa struttura orrenda e fatiscente, arroventata dal sole. Un’operatrice molto in gamba, arrivata da poco, mi ha detto che aveva già dovuto mettere in isolamento un ragazzo, per un sospetto caso di scabbia, e mi ha chiesto una consulenza specialistica per un ragazzo che – durante un’intervista con i mediatori – aveva parlato di pregressa recente tubercolosi. Questo ragazzo è stato trasferito immediatamente a Palermo dopo avere fatto gli accertamenti richiesti al poliambulatorio di Lampedusa.
Un problema per la profilassi di alcune malattie e la segnalazione di casi particolari è che i trasferimenti dei migranti vengono decisi senza alcuna comunicazione agli operatori sanitari di ong o altre istituzioni. Diventa quindi impossibile tracciare i minori nei loro percorsi dopo Lampedusa, anche perchè le identificazioni non sono ne complete né certe.”.

Casi isolati? Tutt’altro.

”Girando per gli alloggi, ho potuto verificare una condizione igienico sanitaria devastante. La carenza dell’acqua corrente è solo uno dei problemi. Nella zona migliore – quella dove sono alloggiate le ragazze, al piano inferiore – i materassi erano degli strati di gommapiuma sporca, logora, buttati per terra senza spazio per camminare tra un materasso e l’altro. Senza lenzuola, tranne qualcuna lercia di carta, senza copri materasso. C’è un altro problema: si tratta di ragazzine tra i tredici e i diciassette anni, costrette a vivere in luoghi inadeguati in condizioni di promiscuità continua con i ragazzi che sono al piano di sopra. Gli operatori del centro mostravano una certa preoccupazione per eventuali e verosimili rapporti sessuali tra gli ospiti del centro. Ho chiesto se venissero forniti profilattici, al fine di salvaguardare la salute dei ragazzi soprattutto alla luce di numerose storie di abusi sessuali di cui sono vittime i migranti sub sahariani durante il lungo viaggio per arrivare il Libia. Mi è stato risposto che non si potevano fornire preservativi, perché sarebbe sembrato un modo di incentivare l’attività sessuale, assolutamente proibita nonostante l’evidente condizione di promiscuità. Anche se non si capisce come”, racconta la dott.ssa Cassarà.

Una vergogna prima ancora che una mancanza. ”Ribadisco che gli operatori sanitari non hanno tutte le colpe, agendo spesso in modo solidale con ragazzi, ma le condizioni nelle quali vengono tenuti gli ‘ospiti’ sono tremende, non si fornisce alcuna informazioni legale e in più gli altri operatori non hanno la minima alfabetizzazione all’ approccio trans-culturale”, racconta la dott.ssa Cassarà. ”Non capisco i criteri di selezione del personale, visto il modo poco dignitoso con il quale operavano all’ex base Loran, dove c’erano 176 ragazzi, di cui 16 ragazze, per lo più nigeriane”.

Il rapporto della dott.ssa Cassarà, assieme all’inchiesta di Fabrizio Gatti sull’Espresso, ha sollevato un polverone.
Dal 30 agosto, giorno di pubblicazione del report, a oggi, qualcosa è cambiato?

‘La situazione è incandescente. Al CPSA ci sono stati tentativi di rivolta tra i ragazzi, quasi tutti tunisini, tenuti in condizioni anche peggiori di quelle della ex base Loran”, spiega la dottoressa. ”Anche i minori tunisini non accompagnati, per una forma di discriminazione che non so spiegarmi e della quale non conosco i responsabili, sono tenuti al CPSA e non vengono portati in una struttura ad hoc”.

”Rispetto alla ex base Loran ho saputo che negli ultimi giorni ci sono stati trasferimenti in massa di ragazzi che sono stati portati in “strutture ponte” in Sicilia. Da quello che ho saputo e che ho capito c’è stato un sopralluogo di un magistrato che ha messo in evidenza le condizioni indecenti di cui parlo nel mio report e che sono state confermate anche da altri operatori. Molti dei ragazzi dell’ex base Loran sono stati trasferiti in altri centri ponte per minori non accompagnati, come quello di Piana degli Albanesi. Quest’ultimo potrebbe essere un modello, anche se bisogna stare attenti al rischio di sovraffollamento che può rendere difficile seguire tutti i casi soprattutto per la richiesta di tutela giuridica. Da Palermo monitorizziamo continuamente la situazione per trovare soluzioni di ospitalità e progettualità. Scuola di italiano, laboratori artistici, formazione professionale, percorso di studi. Ecco, l’opposto di Lampedusa, dove i minori invece dovrebbero rimanere al massimo 48 ore, per essere trasferiti prontamente in altre strutture adeguate”.

Ancora oggi, 15 settembre, dei minori sono sbarcati a Lampedusa. Lei ha denunciato le mancanze dell’organizzazione, fin dal ricevimento sul molo dei migranti, dove in atto, di fatto, non viene eseguito alcun triage clinico, nonostante la presenza di tutte le ong allertate. Lei stessa è stata maltrattata dagli agenti di polizia sul posto mentre visitava un migrante appena sbarcato. Si è sentita sola in questa battaglia?

”Stampa a parte, si. Operatori sanitari e ong non si sono fatti sentire  in questo frangente, anche se le denunce da parte di alcune ong in passato non sono mancate. Qui, però, c’è da dire con chiarezza: si parla di luoghi di detenzione, non parliamo mai di centri di accoglienza. Nemmeno nelle carceri di Palermo, le condizioni di detenzione sono paragonabili alla tragica situazione che ho visto a Lampedusa e che Gatti ha documentato nel suo reportage. Per ragazzi che, non dimentichiamolo mai, non hanno commesso alcun crimine”.

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17 settembre 2011

fonte:  http://it.peacereporter.net/articolo/30483/Lampedusa%2C+dove+muore+il+diritto

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Usa, Obama lancia il Buffet Rule: I ricchi dovranno pagare più tasse


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Usa, Obama lancia il Buffet Rule
I ricchi dovranno pagare più tasse

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WASHINGTON – Per risanare l’enorme deficit federale e aiutare la ripresa americana, i ricchi, quelli che dichiarano più di un milione di dollari all’anno, devono pagare di più, dal momento che ora godono di aliquote inferiori di quelle delle classi medie. Così Barack Obama presenterà domani la sua proposta per combattere il debito, che verrà chiamata – anticipano dalla Casa Bianca – Buffet Rule, dal nome del famoso investitore Warren Buffett che da mesi non esita a lamentarsi fatto che lui, miliardario, paghi le tasse in base un’aliquota inferiore a quella dei suoi dipendenti. La misura toccherà solo lo 0.3% dei contribuenti americani, ma è difficile che riuscirà ad ottenere l’approvazione da parte dei repubblicani che controllano la Camera e che, come si è visto nel braccio di ferro sul tetto del debito, si sono trincerati dietro un rifiuto ideologico e categorico ad ogni aumento delle tasse. Il blocco del Congresso però potrebbe aiutare Obama e i democratici a lanciare un messaggio populista alle prossime elezioni del 2012.

Attualmente gli stipendi vengono tassati in base ad aliquote che vanno dal 10 al 35%, mentre le transazioni finanziarie vengono tassate solo al 15%. La Casa Bianca non ha anticipato i dettagli del piano che Obama presenterà domani e che sarà al centro delle raccomandazioni che il presidente consegnerà alla Commissione speciale del Congresso che dovrà entro la fine di novembre presentare un nuovo piano bipartisan per permette di ridurre di almeno 1500 miliardi di dollari il deficit nei prossimi 10 anni. Secondo le anticipazioni, Obama tenderà la mano ai repubblicani mostrandosi disponibile a significativi tagli alla spesa pubblica, nei settori del Medicare e del Medicaid, le uniche assistenze sanitarie pubbliche americane per gli anziani e gli indigenti. Ma non si sa se si spingerà fino a proporre l’innalzamento dell’età minima, ora 65 anni, per poter usufruire del Medicare. Quello che è certo che Obama non ripresenterà l’idea di rivolgere la forbice anche al Social Security, il sistema previdenziale americano, decisione che ha fatto esultare deputati democratici e base liberal con cui il presidente – in questo momento di estrema difficoltà nei sondaggi – non può permettersi di tirare troppo la corda. E in quest’ottica la Buffet rule sarà di grande aiuto per Obama, con deputati liberal che salutano una mossa finalmente coraggiosa da parte del presidente che mette i repubblicani nella difficile e impopolare posizione di difendere i benefici fiscali dei più ricchi in un momento di grande difficoltà per la classe media americana.

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Domenica 18 Settembre 2011 – 11:34    Ultimo aggiornamento: 12:47

fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=163403&sez=HOME_NELMONDO

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Gli indignados sbarcano a Wall Street

Gli indignados sbarcano a Wall Street

«Troppa cupidigia», protesta in Borsa: giovani e meno giovani si sono dati appuntamento a New York per manifestare contro la grande finanza (Afp)

«Troppa cupidigia», protesta in Borsa: giovani e meno giovani si sono dati appuntamento a New York per manifestare contro la grande finanza (Afp) – GUARDA LA GALLERY

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Fallisce iniziativa di una ‘Piazza Tahrir’ in salsa Usa. Cortei contro la ‘cupidigia’ delle grande finanza anche a Atene e Madrid.

Gli indignados sbarcano a Wall StreetWall Street

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NEW YORK – Gli indignados sbarcano a Wall Street. Alcune centinaia di manifestanti si sono radunati nella strada simbolo della finanza mondiale. L’obiettivo: protestare contro la cupidigia e la corruzione. I manifestanti hanno cercato di raggiungere l’ingresso del New York Stock Exchange ma sono stati fermati dalla polizia.

LA PROTESTA. A organizzare il sit-in alcuni gruppi anarchici e il magazine online Adbusters. ”La sola cosa che abbiamo in comune e’ che noi siamo quel 99% della popolazione che non tollera’ piu’ la cupidigia e la corruzione del restante 1%” si legge sul sito ‘Occupare Wall Street”. Gli organizzatori avevano sperato di trasformare la protesta in una ‘Piazza Tahrir americana’, ma all’appello si sono presentati solo in 700 rispetto ai 20.000 sperati.

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18 settembre 2011

fonte:  http://www.tg1.rai.it/dl/tg1/2010/articoli/ContentItem-c2eaef56-d648-476e-a749-2e2daf4ff280.html

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Giovani senza lavoro e senza casa: il settore immobiliare va in crisi

Un ragazzo su tre è costretto all’affitto

Giovani senza lavoro e senza casa: il settore immobiliare va in crisi

Il direttore del Censis: «Urgente prospettare abitazioni di proprietà che incontrino le esigenze dei giovani»


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(Ansa)
(Ansa)

MILANO – Generazione senza lavoro: uno su tre è senza un’occupazione. Generazione senza rappresentanza: la gran parte dei contratti del nuovo millennio sono ispirati alla flessibilità e a tipologie para-subordinate e a partita Iva, poco tutelate anche dal punto di vista sindacale. E soprattutto generazione senza casa: il 36,3% degli under 40 è costretto all’affitto, in un Paese in cui i canoni sono i più alti d’Europa.

L’INDAGINE – Se il noto centro studi Censis certifica l’esistente, dando una base statistica alla nota tendenza che parla di una fortissima domanda di contratti di locazione presente soprattutto nelle grandi città (e che alimenta spesso un meccanismo perverso secondo il quale i canoni d’affitto schizzano sempre più verso l’alto data la mole di studenti e lavoratori alla ricerca di una stanza in condivisione) sorprende che a pagare le conseguenze di questo trend sia soprattutto il settore immobiliare. Dice Giuseppe Roma, direttore generale del Censis, che le difficoltà del comparto da congiunturali rischiano di diventare strutturali: «La domanda dei giovani e dei nuovi nuclei familiari alimenta sempre meno il mercato della casa. Ecco perché è urgente prospettare un’offerta di abitazioni di proprietà che incontrino le esigenze delle nuove generazioni».

LA VULNERABILITA’ – In un settore che ha sempre fatto da volano al prodotto interno lordo il rischio che si staglia nell’immediato è l’esaurimento. In altre parole: non c’è più richiesta di nuove abitazioni residenziali, perché non si può sostenerne la spesa e le banche – deputate ad accendere mutui – mal digeriscono condizioni lavorative iper-precarie e preferiscono non accollarsi l’onere di un cliente a rischio insolvenza. D’altronde in un Paese in cui circa otto famiglie su dieci vivono in una casa di proprietà i margini di crescita del mercato residenziale si restringono al lumicino e il fattore che conta davvero per chi vuole acquistare casa è il welfare di tipo familiare, unico ammortizzatore sociale per i giovani alla ricerca di un’abitazione.

IL PARADOSSO – E il fattore casa finisce per configurare un paradosso, per una società che veleggia ormai versa il trionfo dei lavori nel settore dei servizi e richiede sempre manodopera nell’agricoltura e nell’industria. Quale? Accertato che il mercato del lavoro offre maggiori opportunità solo a chi vive nelle grandi città metropolitane, contenitori delle occupazioni del terziario, il settore immobiliare offre invece maggiori possibilità per chi vive in provincia e nelle regioni meridionali. Scrive il Censis che «nel nord-Est (patria delle piccole imprese a vocazione familiare) e nel Mezzogiorno si registra una maggiore incidenza di casi in cui le famiglie più giovani vivono in una casa che appartiene a un parente, di fatto appoggiandosi al patrimonio della famiglia allargata». E soprattutto nei comuni fino a 30mila abitanti l’accesso alla proprietà appare meno problematico per le famiglie più giovani, data una domanda minore e un prezzo per forza di cose più alla portata.

CONTROCORRENTE – E se da un punto di vista sociale più generale lo schema che si profila all’orizzonte è quello di cinture metropolitane sempre più allargate (con un pendolarismo sempre più diffuso) è chiaro che per intercettare questa tendenza bisognerà fare qualcosa visto che siamo uno dei pochi Paesi europei che disincentiva le nuove generazioni a uscire dall’alveo familiare: in Francia il 28,7% dei giovani è in una casa con contratto d’affitto calmierato. E se oltralpe spuntano sempre più modelli residenziali basati sul low-cost, da noi, a stento, i giovani riescono (sempre meno) ad accedere ai finanziamenti pubblici (a carattere regionale) per lenire le spese per l’affitto.

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Fabio Savelli
17 settembre 2011(ultima modifica: 18 settembre 2011 11:52)

fonte:  http://www.corriere.it/economia/11_settembre_17/giovani-censis-fabio-savelli_35349d54-e12c-11e0-98a6-ace789a755c8.shtml

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Crisi euro, l’ombra di una nuova guerra in Europa

Crisi euro, l’ombra della guerra

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di Alberto Tundo

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Il ministro delle Finanze polacco ha evocato il rischio di un ritorno dei conflitti sul continente nel caso in cui la moneta comune venisse affondata

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In queste settimane di borse in altalena e panico generalizzato, di parole sulla crisi che sta scuotendo l’area euro se ne sono spese tante ma quelle del ministro delle Finanze polacco Jacek Rostowski hanno fatto molto rumore. Rostowski, parlando a Strasburgo mercoledì 14 settembre, davanti ai membri del parlamento europeo, ha riferito una conversazione avuta con “un vecchio amico che ora dirige una grossa banca”, nel corso della quale il banchiere avrebbe commentato la crisi dell’eurozona dicendo: “Guarda, dopo tutti questi shock politici ed economici, è davvero difficile che riusciremo ad evitare una guerra“. Probabilmente, Rostowski stava parlando di un qualche pezzo grosso della svizzera Ubs, dal cui quartier generale il 6 settembre era uscito un dossier intitolato Euro Break Up: the Consequences, firmato dagli analisti Stephane Deo, Paul Donovan e Larry Hathaway. Un documento snello, appena 21 pagine, che dimostra che per risolvere la crisi dell’euro non ci sono scorciatoie, che tutti i discorsi sull’espulsione di un membro sull’orlo del crack o la defezione di uno stato che volesse sfuggire alla crisi non hanno senso.

Lo studio sviluppa parallelamente due ipotesi: la prima, che ad uscire dall’euro, consensualmente o per espulsione, sia un Paese piccolo, per peso economico e popolazione, come la Grecia o il Portogallo; la seconda, che al contrario “attraversi la linea del Rubicone” un peso massimo, come la Germania, per ragioni contrarie. Gli analisti calcolano che al primo l’uscita dall’euro costerebbe una cifra compresa tra il 40 e il 50 per cento del Pil soltanto nel primo anno; ogni cittadino dello stato in questione pagherebbe tra i 9500 e gli 11500 euro nei primi 12 mesi, e tra i tremila e i quattromila euro negli anni seguenti. Anche il secondo, però, pagherebbe un conto piuttosto salato per sbarazzarsi degli stati zavorra: tra un 20 e un 25 per cento del Pil nel primo anno, tra i sei e gli ottomila euro a cittadino, e tra i tremila e i 4500 in quelli seguenti. Se invece le economie più forti si accollassero il 50 per cento del debito complessivo di Grecia, Irlanda e Portogallo, i tedeschi pagherebbero mille euro circa, una volta sola. Suicidare l’euro – perché questo comporterebbe l’uscita di un membro, non importa quanto grande – non è conveniente.

Se l’area euro perdesse un membro, l’Europa tutta pagherebbe un costo politico enorme, sia per quanto riguarda le ripercussioni sull’intero progetto europeo, il funzionamento delle sue istituzioni che il peso nell’arena internazionale. Ma altrettanto spaventosi sono gli effetti economici in senso stretto. Cinque, quelli principali. Il primo è il default del debito sovrano, che comporta una situazione di insolvibilità. Il Paese si troverebbe ad avere un debito nominato in una valuta estera ma senza potere raccogliere quella moneta con le tasse. Dovrebbe quindi aumentare le esportazioni verso l’area euro per incassare più valuta pesante o, in alternativa, dovrebbe ricorrere ad una conversione forzosa del debito, il che costituirebbe agli occhi di molti investitori internazionali una prova di default. Gi analisti prendono anche in considerazione la probabilità che possa seguire anche un “corporate default” ma passano subito a considerare il secondo problema, quello del fallimento del sistema bancario nazionale, un meccanismo di trasmissione perfetto della crisi, a causa del panico che si diffonderebbe. Verosimilmente, molti cittadini ritirerebbero depositi e risparmi in euro prima della conversione nell’Nnc e li porterebbero all’estero o in caso di chiusura delle frontiere li seppellirebbero in giardino, come accadde con la fine dell’Unione monetaria degli Stati Uniti nel 1932-33. Il terzo e il quarto costo riguardano la rottura con l’Unione – dal momento che, spiegano gli analisti, uscire dall’Euro significa andare contro lo spirito dei Trattati ed equivale a essere fuori dall’Ue – e il ripristino di tariffe e barriere e un ritorno al protezionismo, scontato nel caso in cui la nuova moneta, soprattutto nel caso di un Paese piccolo, si deprezzasse considerevolmente e l’Unione reagisse proteggendo i propri mercati con l’imposiizone di tariffe sulla merce proveniente dallo stato uscente.

In questo scenario, il rischio di svolte autoritarie, disordine civile e guerra diventa estremamente reale. “La fine delle unione monetarie storicamente si è quasi sempre accompagnato a guerre civile e rivolte”, si legge a pagina 10. Nel 1993, quando Repubblica Ceca e Slovacchia si separarono, si arrivò alla chiusura delle frontiere, al controllo dei movimenti di capitali e a un limite sui prelievi. In Slovacchia in particolare per alcuni anni si assistette alla restrizione dei diritti politici e delle libertà civili. Anche il collasso dell’Unione Sovietica fu seguito dalla nascita di alcuni stati autoritari, ma milizie, sommosse e pistole spuntarono anche dopo il fallimento dell’Unione monetaria degli Stati Uniti nel 1932. Con l’uscita di un Paese dall’area euro, grande o piccolo non importa, il costo della membership per quelli rimanenti aumenterebbe e s’innesterebbe una spinta centrifuga. Ma il crollo dell’euro comporterebbe la fine dell’Ue e avrebbe dimensioni e ripercussioni inimmaginabili, dal momento che l’Ue oscilla tra il primo e il secondo posto per peso economico nel mondo. “I costi economici dello scioglimento dell’euro sono molto alti ed estremamente dannosi. Quelli politici sono talmente grandi da non essere quantificabili in soldi”, concludono gli analisti. La fine dell’euro è un’ipotesi da non accarezzare troppo.

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18 settembre 2011

fonte:  http://it.peacereporter.net/articolo/30516/Crisi+euro%2C+l%27ombra+della+guerra

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GUERRA CIVILE? – Bossi: “Pronti alla secessione. Un referendum per la Padania”

18/09/2011 – LO STRAPPO DEL CARROCCIO

Bossi: “Pronti alla secessione
Un referendum per la Padania”

Il Senatùr: “Non c’è democrazia”
Il Pdl apre all’Udc, alt della Lega.
Calderoli: diciamo no all’inciucio

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VENEZIA
La Lega stoppa l’apertura all’Udc del Pdl e rispolvera la bandiera della secessione. Dal palco di Venezia Bossi infiamma il popolo del Carroccio: «Bisogna trovare una via democratica, forse referendaria, per la Padania». Calderoli parla invece all’alleato Pdl: «L’attuale esecutivo è un governo politico, mentre altre maggioranze sarebbero frutto di inciuci». Un secco altolà a qualsiasi ipotesi di allargamento all’Udc.

Il Carroccio è preoccupato per il corteggiamento crescente dell’alleato nei confronti di Casini. Nel Pdl sono in tanti che sperano di riportare l’Udc nella “casa dei moderati”. L’obiettivo è puntellare meglio il governo «con una maggioranza più ampia». L’ideale sarebbe «riunire tutti i moderati che si ricollegano al popolarismo europeo», spiega Maurizio Sacconi, sottolineando che «un’intesa con l’Udc sarebbe auspicabile anche domani mattina».

Dello stesso parere anche Maria Stella Gelmini e Altero Matteoli, secondo il quale «non bisogna farsi ingannare dagli interventi nei comizi che ognuno fa» ma invece «lavorare per tentare di ricostruire il vecchio centrodestra» con Casini. Ancor più esplicito il corteggiamento del ministro degli Esteri. Per Frattini «oggi vi è un dovere di stare insieme. Tutte le forze che si ispirano al popolarismo europeo, Pdl e Udc, forze che hanno in Europa un riferimento chiaro, anche perchè si è visto che da sinistra fioccano insulti-sfide nei confronti di Casini». Frattini intravede uno spiraglio: «La grande ammucchiata politica con l’estrema sinistra di Bersani ha fatto comprendere a Casini che lì non c’è uno spazio. Noi non facciamo un’offerta di poltrone, noi facciamo una proposta politica per fare stare insieme in Italia».

Dal palco della della “Festa dei popoli padani” Umberto Bossi è netto: «Bisogna trovare una via democratica forse referendaria perchè un popolo importante e lavoratore come il nostro, non può essere costretto a continuare a mantenere l’Italia. D’altra parte – rincara – se l’Italia va giù la Padania va su». «Bisogna trovare la strada – tuona il Senatùr – perché la gente non ne può più, ma io sono per trovare la via democratica». Il leader della Lega è stato accolto mentre saliva sul palco dalle grida «secessione, secessione». «La soluzione è la secessione – prosegue il Senatùr – Come si fa a stare in un Paese che sta addirittura perdendo la democrazia giorno per giorno? Se qualcuno pensa che il fascismo è finito mi sembra sia ritornato con altri nomi e altre facce, addirittura hanno aggredito i corridori del giro di Padania. Per dire come sia il sistema italiano che non sa più essere democratico» mentre bisogna «trovare una via d’uscita democratica, perché un popolo storicamente importante e dignitoso è stato costretto a mantenere l’Italia».

Alfano: “Berlusconi non ha alcuna intenzione di dimettersi”
Intanto Alfano difende Berlusconi. La sinistra «non vuole solo mandarlo a casa, ma vuole cancellare la nostra storia e la nostra presenza politica per dire che noi non ci siamo più ed il governo può tornare nelle mani solide di chi non ha il consenso ma vuole governare». Il segretario de Pdl, intervenendo ad un convegno del partito a Cortina, ha poi assicurato che «Berlusconi non ha alcuna voglia di dimettersi». «In questi anni, ma soprattutto nelle ultime settimane stiamo assistendo ad un’aggressione al governo e al presidente del Consiglio senza precedenti. Sono cambiati gli argomenti ma l’obiettivo è sempre lo stesso: far cadere il premier e mandare a casa l’esecutivo e il Pdl». «Dobbiamo essere consapevoli – assicura Alfano – che il proposito brutale è quello di mandare a casa Berlusconi ma quello più insidioso è affermare che questi 18 anni sono una parentesi buia della storia repubblicana e che una volta chiusa magnifiche sorti attendono il Paese. Se mi autorizzate a dirlo – conclude – noi continueremo a difendere Berlusconi e la nostra storia e lo faremo con orgoglio»

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fonte:  http://www3.lastampa.it/politica/sezioni/articolo/lstp/420722/

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La copertina del mensile di settembre