Archivio | settembre 22, 2011

CIRCOLARE MINISTERIALE – Scuole paritarie, salta tetto minimo. Pochi alunni, insegnanti in nero

Scuole paritarie, salta tetto minimo
Pochi alunni, insegnanti in nero

Con una circolare, il ministero dell’Istruzione autorizza l’apertura di corsi con meno di 8 alunni. La normativa della scuola statale impone limiti molto più rigidi. E così nelle private si avalla di fatto l’utilizzo di docenti sottopagati

Scuole paritarie, salta tetto minimo Pochi alunni, insegnanti in nero

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Le scuole paritarie potranno osare quello che è vietato alle statali. Mentre il lavoro nero nelle scuole è in aumento, una recente circolare del ministero dell’Istruzione consentirà alle private di formare classi con meno di 8 alunni. Due aspetti che soltanto apparentemente sono separati. Ma andiamo con ordine. L’altro ieri, sul sito del ministero dell’Istruzione è comparsa la circolare numero 4334, datata 24 giugno, che ha per oggetto “scuole paritarie: numero minimo di alunni per classe”. Il direttore generale Carmela Palumbo spiega che il Tar Lazio, con due diverse sentenze del 2009, ha annullato la disposizione introdotta nel 2007 dal ministro della Pubblica istruzione, Giuseppe Fioroni, relativa al requisito del numero minimo di alunni per classe per il riconoscimento della parità scolastica.

Il decreto varato da Fioroni quattro ani fa prevedeva che, all’atto della richiesta di parità, “il gestore o il rappresentante legale della gestione” dichiarasse “l’impegno a costituire corsi completi e a formare classi composte da un numero di alunni non inferiore ad 8, per rendere efficace l’organizzazione degli insegnamenti e delle attività didattiche”. La normativa riguardante le classi della scuola statale prevede limiti minimi completamente diversi: 18 alunni per classe nella scuola dell’infanzia e alla media, 15 alla primaria e addirittura 27 al superiore.

Nel 2008, alcune associazioni di scuole non statali  –  Aninsei, Fiinsei, Filins  –  si sono rivolte ai giudici amministrativi chiedendo la cancellazione del comma in questione. L’anno dopo, nel 2009, il Tar si è espresso a favore dei gestori delle paritarie. Ora, visto che il ministero dell’Istruzione non si è appellato, le due sentenze sono passate in giudicato e “considerata la necessità di dare ottemperanza al giudicato formatosi sulle predette sentenze”, il ministero invita i direttori regionali a tenere conto “in sede di riconoscimento della parità scolastica, dell’annullamento” della lettera f, comma 6, dell’articolo 1 del decreto ministeriale 267 del 2007: quello che prevedeva la formazione di corsi completi e con classi di almeno 8 alunni.

Quest’ultimo parametro era stato imposto perché, con un numero inferiore di alunni per classe, le rette richieste ai genitori non consentono ai gestori di pagare neppure gli insegnanti. Del resto, sono tantissime le denunce di docenti di scuole paritarie che lavorano per il solo punteggio, senza nessuna retribuzione o con un compenso risibile. Ieri mattina, l’Istat ha pubblicato i dati sulla “misura dell’occupazione non regolare nelle stime di contabilità nazionale”: il cosiddetto lavoro nero. Fra le attività economiche che si avvalgono di lavoro nero c’è anche l’istruzione, dove gli occupati dipendenti irregolari sono in aumento: più 10,5 per cento dal 2008 al 2009. Un dato che è presumibilmente da associare alle sole scuole non statali, visto che quelle pubbliche non possono avvalersi di insegnanti “irregolari”.

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22 settembre 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/scuola/2011/09/22/news/paritarie_alunni-22068691/?rss

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Violazioni israeliane del diritto alla vita e alla libertà a Gerusalemme

Violazioni israeliane del diritto alla vita e alla libertà a Gerusalemme

Scritto il 2011-09-22 in News

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Al-Quds (Gerusalemme) – InfoPal. Un centro palestinese per i diritti umani ha accusato le autorità israeliane di aver intensificato le aggressioni contro il diritto alla vita dei cittadini di al-Quds (Gerusalemme) citando l’uccisione da parte dei soldati d’occupazione di due ragazzi del campo profughi di Qalandiya, all’inizio del mese scorso.

Un altro cittadino palestinese è stato investito intenzionalmente da una pattuglia militare israeliana mentre si recava a lavoro, di notte, nella città di Sur Baher.

L’unità di ricerca e documentazione del centro “al-Quds per i diritti socio-economici” ha denunciato, in un rapporto, le violazioni israeliane del mese scorso.

Nel documento pubblicato ieri, si afferma che “ad agosto scorso si è assistito a un’escalation delle violazioni del diritto di libertà religiosa e del diritto di celebrare i riti religiosi. Le violazioni si sono registrate in concomitanza con il mese santo di Ramadan attraverso le limitazioni di accesso alla città di Gerusalemme e alla moschea di Al-Aqsa, mentre le autorità d’occupazione israeliane hanno approvato  la costruzione di nuove unità abitative negli insediamenti su terra palestinese, hanno demolito abitazioni palestinesi, e hanno ripetutamente tentato di confiscare proprietà palestinesi.

“Inoltre, sono stati numerosi gli abusi commessi sia dai civili che dagli agenti delle forze di sicurezza israeliani nei confronti dei cittadini di Gerusalemme, c’è stata un’intensificazione delle operazioni di ebraicizzazione della città Santa, arresti e aggressioni nei confronti dei palestinesi, soprattutto verso i bambini”.

Il rapporto ha anche documentato l’uccisione di tre cittadini nel mese di agosto, due operazioni delle quali sono state condotte durante l’irruzione dell’esercito israeliano nel campo profughi di Qalandiya. Il terzo palestinese è stato investito volontariamente da una pattuglia delle guardie di frontiera.

Il documento ha anche rilevato che “nel mese preso in esame, l’amministrazione municipale ha condotto demolizioni, violando la proprietà palestinese, privandoli del diritto alla casa”.

A tal proposito, è stato ricordato il caso di Majid ar-Rajabi, la cui casa ad al-Baqa’ah è stata demolita dai bulldozer di Israele con il pretesto di “mancata licenza”.

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fonte:  http://www.infopal.it/leggi.php?id=19396

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GAZA – Vittorio: Oggi la seconda udienza del processo

VITTORIO: Oggi la seconda udienza del processo

Riprende alle 10 italiane il procedimento contro quattro giovani palestinesi, appartenenti ad un presunto gruppo salafita, accusati di aver rapito ed ucciso l’attivista italiano lo scorso 15 aprile

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di MICHELE GIORGIO

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Gaza, 22settembre 2011, Nena News – Riprende stamani al tribunale militare di Gaza city il processo per l’assassinio, avvenuto lo scorso 15 aprile, di Vittorio Arrigoni che vede alla sbarra quattro giovanissimi palestinesi – Mahmoud Salfiti, Tamer Hasasnah, Khader Jram e Amer Abu-Ghoula – membri di una presunta cellula salafita di Gaza guidata da Abdel Rahman Breizat (un cittadino giordano) e da Bilal al Omari, entrambi rimasti uccisi dopo il sequestro dell’attivista italiano in uno scontro a fuoco con un’unità scelta delle forze di sicurezza del governo di Hamas. Oggi si attendono in aula, in qualità di osservatori, anche l’avvocato italiano della famiglia Arrigoni, Gilberto Pagani, e due attivisti, Germano Monti e Giuseppe Marella, della Freedom Flotilla Italia. La presenza di Monti e Marella, annunciata nei giorni scorsi, tuttavia ieri sera appariva incerta. Al momento di trasmettere questo servizio, i due italiani non avevano ancora comunicato il loro ingresso a Gaza ed erano fermi sul versante egiziano del valico di Rafah. In aula ci saranno sicuramente altri italiani, che vivono e lavorano a Gaza, e un buon numero di amici palestinesi di Vittorio. La famiglia Arrigoni sarà comunque rappresentata dai legali del Centro palestinese dei Diritti Umani (Cpdu) che, pur non essendo stato ammesso a partecipare al dibattimento (la procedura penale militare non prevede la costituzione di parti civili), potrà seguire in aula il processo e avrà la facoltà di fare osservazioni e presentare documenti.

La prima udienza, lo scorso 8 settembre, si era chiusa con la decisione del presidente della corte, il colonnello Ata Abu Mansour, di consentire alla difesa di prendere visione di nuovi elementi di prova e di un cd con le confessioni degli imputati introdotti dall’accusa. La speranza è che oggi cominci il dibattimento vero e proprio e che si possano ascoltare agli imputati in modo da sapere dalla loro viva voce i motivi che li hanno spinti a sequestrare Vittorio che a Gaza godeva di grande prestigio. Sono in tanti nella Striscia a ricordare l’importante lavoro di informazione svolto da Vik durante e dopo la devastante Operazione militare israeliana «Piombo fuso» sulle pagine del manifesto e attraverso il suo blog e facebook. Senza dimenticare la sua costante presenza nelle campagne o in mare aperto a protezione di contadini e pescatori palestinesi minacciati dal fuoco dei militari israeliani. Durante gli interrogatori gli imputati hanno confessato di aver rapito Vik allo scopo di ottenere la liberazione dello sceicco al Maqdisi (maestro spirituale del giordano Breizat) arrestato qualche mese prima dalla polizia di Hamas. La difesa sostiene che i quattro alla sbarra non erano a conoscenza delle vere intenzioni di Abdel Rahman Breizat, personaggio dai contorni incerti ed esecutore materiale dell’assassinio. L’accusa, al contrario, afferma che tre dei quattro imputati avevano premeditato l’omicidio assieme ai leader del gruppo (il quarto imputato, Amr Abu Ghoula, è accusato «soltanto» di aver offerto rifugio a Breizat e ad Omari quando, dopo l’assassinio di Vittorio, cercavano di far perdere le loro tracce).

Amici e conoscenti di Vittorio auspicano di poter ottenere oggi un inizio di verità e certezza su di un assassinio terribile e misterioso che potrebbe aver avuto una «regia esterna», nonostante questa ipotesi non sia emersa a sufficienza durante l’inchiesta condotta dalla procura militare. «Troppi dubbi restano da sciogliere – ci diceva ieri Khalil Shahin, vice direttore del Cpdu – la figura di Breizat resta avvolta nella nebbia e il fatto che sia morto non ci permetterà di ascoltare la verità di colui che era ritornato di proposito a Gaza per prendere in ostaggio uno straniero e scambiarlo con al Maqdisi. Sempre ammesso che questa versione ufficiale dell’accaduto corrisponda alla verità». In ogni caso il processo dovrebbe proseguire a ritmi relativamente sostenuti. Secondo indiscrezioni la sentenza potrebbe arrivare tra la fine di ottobre e l’inizio di novembre. Almeno due degli imputati rischiano la pena di morte.

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fonte:  http://www.nena-news.com/?p=12943

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REPORTAGE – Cacciati dalle terre in Uganda: Il dramma di 20 mila contadini / ‘Land grabs’ leave people hungry and homeless – Oxfam

Cacciati dalle terre in Uganda
Il dramma di 20 mila contadini

‘Nessun compenso, solo minacce. Ora siamo poverissimi’

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Janet Kamigisha, 34 anni, sfrattata da Mubende, vive in una capanna (foto Oxfam)
Janet Kamigisha, 34 anni, sfrattata da Mubende, vive in una capanna (foto Oxfam)

KICUCULA (Uganda) – Dall’alto della collina Paulo Ntesemana guarda con le lacrime agli occhi quella che fino a pochi mesi fa era la sua terra. Fa un ampio gesto con il braccio: «Ecco, tutto questo era mio. Coltivavo caffè e patate, avevo mucche, capre e pecore. Guadagnavo bene e ogni anno con un milione di scellini (262 euro, ndr) potevo permettermi di mandare i miei tre figli a scuola. Volevo che diventassero dottori. Invece, un anno fa mi hanno confiscato tutto, bruciato la casa e picchiato brutalmente. Ho abbandonato la terra e sono andato a vivere da mio fratello. Ospite, senza più un lavoro. E i miei figli non vanno più a scuola».

L’acquisto dei terreni agricoli da parte di grandi compagnie occidentali non è una pratica in uso solo in Uganda. Come spiegano diverse indagini dell’Onu e di alcune organizzazioni non governative, si è diffusa in tutta l’Africa e non solo. La riforestazione e l’uso intensivo di campagne sottoutilizzate, perché destinate finora a un’agricoltura di sostentamento, potrebbero giovare sia alle economie povere sia all’ambiente. Ma invece non è così, perché i contadini che da anni abitavano quelle terre sono stati allontanati senza alcuna ricompensa. Dal 2001, nei Paesi in via di sviluppo, 227 milioni di ettari, una superficie grande quanto l’Europa occidentale, è stata data in concessione a società straniere: cinesi e indiane soprattutto, ma anche coreane o europee.

Joseph Ntamashakiro, cacciato da Kiboga, mostra una foto dei figli (foto Oxfam)
Joseph Ntamashakiro, cacciato da Kiboga, mostra una foto dei figli (foto Oxfam)

In particolare in Uganda ad accaparrarsi i terreni è stata la britannica New Forests Company (Nfc), il cui presidente, Julian Ozanne, è stato corrispondente del Financial Times da Nairobi: uno dei più competenti giornalisti al tempo della guerra dell’Onu in Somalia all’inizio degli anni ’90. Julian scriveva di business, ora il business lo fa. In Uganda, Tanzania e Mozambico, la Nfc gestisce 90 mila ettari: le coltivazioni originali – banani, manghi, avocado, fagioli, cereali e altro – sono state distrutte e la terra è stata riconvertita a pini ed eucalipti. «Le nuove piantagioni – sottolinea Matt Grainger dell’Ong Oxfam International – hanno portato lavoro e gli alberi contribuiranno ad evitare che la produzione di legname avvenga sfruttando le foreste naturali. Inoltre si potranno vantare i carbon credit, previsti dal trattato di Kyoto». «Non solo – aggiunge Matt -. La Nfc in Uganda ha aperto scuole, piccoli ambulatori, programmi economici con le comunità locali. Ha scavato pozzi e costruito latrine. Il contratto non prevede una vera vendita, ma un permesso di utilizzo che, per evitare un effetto devastante sull’economia locale, vieta comunque di coltivare piante destinate al cibo, allevare animali e costruire case. Il progetto è buono».

Allora cos’è che non quadra? Al di là dei problemi che possono sorgere nei mercati interni, in Africa la gestione della terra è legata a sistemi di proprietà e di utilizzo consuetudinari con altrettanti diritti che in Europa si chiamerebbero «acquisiti» e in Africa «tradizionali». Un sistema che coinvolge l’organizzazione sociale. La proprietà fondiaria è un punto assai sensibile che coinvolge emotività ancestrali. Oggi nel continente solo una piccola parte della terra è oggetto di un titolo di proprietà individuale.

In Uganda le piantagioni affidate alla Nfc sono tre, nei distretti di Mubende, Kiboga e Bugiri, per un totale di 20 mila ettari, nei quali sono già stati piantati 12 milioni di pini ed eucalipti. I terreni appartengono allo Stato, che li aveva dati in uso ai veterani di guerra per aver combattuto a fianco delle truppe britanniche in Egitto e in Birmania. In Kiboga alcuni contadini le coltivavano da oltre 40 anni e le avevano passate a figli e nipoti. Alcune erano passate di mano con regolari contratti di vendita. «Possedevo tre ettari di terra. Mi avevano assicurato che mi avrebbero ricompensato. Invece è arrivato un gruppo di militari, guidato a distanza da tre muzungo , tre bianchi – racconta Besigye Chance -. Mi hanno intimato di sloggiare. Esitavo e mi hanno picchiato e minacciato di violentare mia moglie. Mentre scappavamo abbiamo visto che distruggevano la mia casa e bruciavano il bananeto». Ci sono tante testimonianze simili nei villaggi ai margini delle piantagioni della Nfc. Oxfam stima che le persone cacciate siano oltre 20 mila. «Ci chiamano abusivi – racconta Bumusiba Ridia, 11 figli, il marito in ospedale, mostrando i documenti di proprietà di un terreno confiscato – ma sono loro che hanno agito illegalmente per portar via le nostre proprietà. Eravamo ricchi, ora siamo poverissimi».

Questa situazione ci riporta alla storia del continente quando, fino al secolo scorso, le potenze coloniali e i coloni stranieri si impadronivano arbitrariamente di terreni agricoli africani, cacciando le popolazioni che vi abitavano. «Il progetto – ripete Matt Grainger – è buono, ma perché sbatter fuori la gente così? I contadini sono disposti a spostarsi se potessero ricevere nuove terre o i soldi per comprarle. Così non si fanno gli interessi delle popolazioni ma si impoveriscono interi villaggi. Gli effetti potrebbero essere catastrofici».

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Massimo A. Alberizzi
22 settembre 2011 15:12

fonte:  http://www.corriere.it/esteri/11_settembre_22/alberizzi-cacciati-da-terre-uganda_003a6b2a-e50e-11e0-ac8f-9ecb3bbcc6bf.shtml

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‘Land grabs’ leave people hungry and homeless – Oxfam

Demand for cheap food and fuel in the rich world is driving poor people from their homes, according to Oxfam, as big business, including British companies, buy up millions of acres of land in the developing world in increasingly violent ‘land grabs’

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Demand for cheap food and fuel in the rich world is driving poor people from their homes, according to Oxfam, as big business, including British companies, buy up millions of acres of land in the developing world in increasingly violent ‘land grabs’.

In Uganda it is claimed more than 20,000 people lost their homes and land in evictions to make way for a UK-based timber company, the New Forests Company, to grow plantations Photo: AP
Louise Gray

By , Environment Correspondent

7:00AM BST 22 Sep 2011

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The trend for buying up huge areas of land in poorer countries to grow cash crops like sugar harks back to the Colonial era.

But the problem has not gone away and may even be getting worse due to the increasing demand for food, the pressures of climate change, water scarcity and competition for land from non-food crops such as biofuels to power vehicles.

In a new report to highlight the scale of land grabs today, Oxfam estimate that 227 million hectares (560 million acres) have been sold, leased or licensed in large-scale land deals since 2001, mostly by international investors.

A lack of transparency over the deals makes them hard to confirm. However 1,100 deals covering 67 million hectares (165 million acres) – an area the size of Germany – have been cross-checked by the Land Matrix Partnership, a coalition of academic, research and non-governmental organisations.

Dame Barbara Stocking, Chief Executive of Oxfam, said communities rarely have full legal title to the land documented and women, who produce up to 80 per cent of food in some countries, generally have weaker land rights.

As a consequence people are driven from their homes with no where to go and no means of supporting their families.

“Many of the world’s poorest people are being left worse off by the unprecedented pace of land deals and the frenetic competition for land,” she said.

“The blinkered scramble for land by investors is ignoring the people who live on the land and rely on it to survive.”

Oxfam said land grabs are going on in Indonesia, Guatemala, South Sudan and Honduras, with communities forced to leave their land and reports of violence.

In Uganda it is claimed more than 20,000 people lost their homes and land in evictions to make way for a UK-based timber company, the New Forests Company, to grow plantations.

The report quotes local people who claim they were evicted violently, with beatings. They say they now have no where to grow food and cannot send their children to school.

Oxfam are now working alongside the community to help people get compensation or equivalent land.

However the New Forests Company said people were resettled peacefully.

“This has been corroborated on a number of occasions by meticulous audits of the company by highly respected international organisations including the FSC (Forest Stewardship Council) and the IFC (International Finance Corporation, part of World Bank),” said a spokesman.

Oxfam want financiers and buyers to take responsibility for what is happening on the ground, while governments in countries where companies involved in land acquisitions are based should demand standards and safeguards to protect small-scale food producers.

Measures such as biofuel targets which encourage large-scale land buys should be removed, the report urged.

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fonte:  http://www.telegraph.co.uk/news/worldnews/africaandindianocean/8779372/Land-grabs-leave-people-hungry-and-homeless-Oxfam.html

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Obama all’Onu respinge lo Stato palestinese

Obama all’Onu respinge lo Stato palestinese

Scritto il 2011-09-22 in News

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Onu – InfoPal. Il presidente americano Barak Obama ha respinto, nel suo discorso di ieri, il piano con il quale i palestinesi intendono chiedere la benedizione internazionale del loro Stato e, da parte sua, ha insistito per un ritorno ai negoziati con Israele rischiando, in tal modo, di dar luogo a un imminente disastro diplomatico.

Rivolgendosi all’Assemblea Generale Onu, Obama – i cui precedenti sforzi di pace avevano prodotto ben poco – ha insistito sui negoziati in Medio Oriente: “La pace non giungerà per mezzo di dichiarazioni o risoluzioni”, e ha addossato a entrambe le parti la responsabilità di rompere l’impasse lunga anni.

“Non esiste una scorciatoia per porre fine al decennale conflitto. La pace è una missione dura da realizzare”.

Obama si è aggrappato alla crisi economia, al calo dei sondaggi nazionali e ai crescenti dubbi all’estero sulla sua leadership. La sua diplomazia in Medio Oriente, insomma, procede camminando sui trampoli, e questo lo condurrà a un punto critico per la sua presidenza e per la credibilità del suo Paese nel mondo.

Egli sta affrontando un test scoraggiante che prova come l’influenza americana nella regione sia erosa. Lo ha dimostrato la sua ultima disfatta, quando ha provato a convincere i palestinesi a non portare avanti  la loro richiesta di uno Stato indipendente al Consiglio di Sicurezza Onu questa settimana. Ma i palestinesi sono intenzionati a farlo, a dispetto dell’opposizione israeliana e della minaccia del veto Usa.

Salendo sul podio dell’Onu, Obama ha tentato di sbilanciare il delicato equilibrio. Ha rassicurato i palestinesi che, così dichiarando, egli non sta abbandonando il proprio impegno ad aiutarli a fondare il loro Stato, mentre, da un altro lato, ha cercato di placare le preoccupazioni di Israele in materia di sicurezza e ha reiterato le promesse di Washington.

I membri dell’Assemblea generale Onu – dove si è riscontrato un alto indice di gradimento per i palestinesi – lo hanno ascoltato tutti, ma il responso al discorso di Obama – durato 36 minuti – è stato un freddo silenzio.

Diffuso era lo scetticismo sulle probabilità che le parole di Obama potessero suscitare successo – non solo per le profonde divergenze tra le due parti – e sul fatto che il presidente Usa non sia capace di fare molto, se non contenere i danni.

L’amministrazione di Obama aveva affermato che “solo colloqui diretti possono portare alla pace con i palestinesi”. Questi ultimi sostengono: “Dopo due decadi di negoziati privi di risultati, non abbiamo avuto altra scelta se non quella di rivolgerci all’organizzazione internazionale”.

Al discorso di Obama hanno fatto seguito una serie di colloqui con il premier israeliano Benjamin Netanyahu, il quale ha ribadito le affermazioni americane sul ripristino dei negoziati come unica via per la pace, senza, tuttavia, fare alcuna nuova proposta.
“Non avrà successo”, ha affermato Netanyahu con riferimento alla mossa palestinese all’Onu per il proprio Stato.

Dopo anni di ostracismo della diplomazia americana, ieri gli europei sono sembrati essere meramente pazienti.
Il presidente francese Nicolas Sarkozy ha esposto un piano ambizioso per la ripresa dei negoziati entro un mese e per raggiungere un accordo finale entro un anno.

Il dramma dello Stato. Dal momento che America, Israele e leadership palestinese lottano tutti all’ombra delle rivolte arabe dalle quali stanno venendo fuori nuove tensioni politiche in Medio Oriente, il dramma del voto all’Onu per lo Stato palestinese rappresenta un fuorigioco.

Esso arriva anche nel periodo in cui Israele si ritrova maggiormente isolato rispetto agli ultimi decenni e rappresenta una sfida per Washington. Continuando a proteggere Israele, gli Stati Uniti produrranno un aumento della diffidenza araba in un momento in cui l’inclinazione di Obama per il mondo musulmano è già al tramonto.

Annotando le profonde frustrazioni per la mancanza di qualunque progresso sul fronte israelo-palestinese, Obama ha affermato: “Israele deve sapere che qualunque accordo sarà condotto nel nome della sua sicurezza. (…) I palestinesi meritano di avere certezze sulle basi territoriali del loro Stato”.

Dopo il suo discorso all’Onu, Obama avrebbe poi incontrato il presidente dell’Autorità palestinese (Anp), Mahmoud ‘Abbas.

Con l’imminente questione che domina l’agenda Onu di Obama, il suo fallimento nel disinnescare la situazione non segnerà solo una sconfitta diplomatica per il presidente americano, ma sarà anche il segno eloquente dei nuovi limiti statunitensi. E questi segnali avranno il loro peso in Medio Oriente.

Nel suo discorso, Obama ha dato sostegno ai cambiamenti democratici nel mondo arabo, insistendo sulla necessità di imporre ulteriori sanzioni contro il leader siriano Bashar al-Assad e richiamando Iran e Corea del Nord a rispettare i propri obblighi in materia di nucleare – due punti questi, che sono serviti a Obama ad evadere dalla risoluzione dei palestinesi.

I diplomatici da Usa, Russia, Unione Europea (Ue) e Onu – ovvero il Quartetto per il Medio Oriente composto da mediatori -, hanno cercato di raggiungere un altro compromesso, senza risultati.

Il discorso di Obama non ha offerto alcuna nuova ricetta per la pace israelo-palestinese. A maggio scorso egli era stato chiaro su un accordo finale che aveva provocato l’ira di Israele quando aveva dichiarato che “il punto di partenza per qualunque negoziato, sarebbero state le frontiere antecedenti alla guerra del 1967 (a partire da quell’anno, e fino ad oggi, occupate da Israele, ndr)”.

Obama chiederà un faccia a faccia con ‘Abbas, per farlo desistere dal sottoporre al Segretario generale Onu, Ban Ki-moon, la richiesta di piena adesione alla comunità internazionale, domani, venerdì 23 settembre. Gli Usa hanno annunciato di voler porre il veto per bloccare l’iniziativa.

Ed è stato prevedibile che, durante incontri separati, Obama avesse chiesto a Netanyahu – da cui era stato posto sotto pressione – di aiutarlo ad adulare ‘Abbas, convincerlo a tornare ai negoziati, mentre chiedeva al premier israeliano di mettere a freno le nuove pericolose tensioni con Egitto e Turchia, due partner regionali di rilievo dell’America.

E’ inverosimile che il presidente americano potesse fare troppe pressioni sui falchi della leadership israeliana in merito a concessioni da riservare ai palestinesi. Obama, infatti, è conscio di non poter osare alienare l’ampia base del sostegno che Israele gode tra gli elettori americani, dal momento che nel 2012 egli dovrà inaugurare la propria campagna elettorale.

Gran parte degli analisti sono scettici sul fatto che l’ultima diplomazia di Obama e quella di altri possano fare abbastanza per spronare negoziati che siano attendibili e dopo i precedenti sforzi che hanno condotto a un punto morto.

(Fonti: Reuters e Ma’an)

Il discorso di Barak Obama

http://www.maannews.net/eng/ViewDetails.aspx?ID=422351 

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fonte:  http://www.infopal.it/leggi.php?id=19386

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GIUSTIZIA? ABBIATE FEDE – Pescara, organizza protesta su Fb: Denunciato per manifestazione non autorizzata

Pescara, organizza protesta su Fb
Denunciato per manifestazione non autorizzata

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Il consigliere regionale di Rifondazione Maurizio Acerbo aveva fondato il gruppo “Non vogliamo Fede” contro la presenza del giornalista nella giuria di Miss Gran Prix. In 200 si sono ritrovati in piazza, ieri la convocazione in questura


Pescara, contestato Fede al concorso delle miss

Grande contestazione ieri sera allo Stadio del Mare di Pescara con fischi rivolti al direttore del Tg4, Emilio Fede, che avrebbe dovuto sedersi nella giuria di un concorso di miss. A sollevare «l’indignazione» è stato il consigliere comunale e regionale di Rifondazione comunista Maurizio Acerbo che in 2 giorni su Faceboook ha chiamato a raccolta i cittadini. Leggi l’articolo (Foto Giampiero Lattanzio)

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di GIUSEPPE CAPORALE

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Pescara, organizza protesta su Fb Denunciato per manifestazione non autorizzata

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PESCARADenunciato per aver protestato contro Emilio Fede. Denunciato per aver inviato duecento “amici” di Facebook a ritrovarsi in piazza davanti all’ingresso della finale nazionale di Miss Gran Prix e Mister Italia dove proprio il direttore del Tg4 doveva essere lì come presidente della giuria.

Alla fine c’erano stati fischi, l’accensione di due bengala e un solo cartello: “vergogna”.

E per dare forza a questa protesta, il consigliere regionale di Rifondazione Comunista, Maurizio Acerbo sul social network aveva fondato due giorni prima il gruppo: “Non vogliamo Emilio Fede a Pescara”, raccogliendo un migliaio di adesioni. Un appello lanciato ai “cittadini onesti per protestare contro l’invito a Fede indagato per favoreggiamento della prostituzione e per protestare contro il Comune che ha finanziato “l’iniziativa culturale” con 12 mila euro”. Un evento, per altro, quelle di Miss Gran Prix, che da 10 anni si organizza sempre in Abruzzo, e finanziato anche dalla Regione e dalle province di Teramo e Pescara. Fede aveva risposto in diretta su Rete4 annunciando anche la sua assenza. “Acerbo indignato, stizzito, vorrebbe portare in piazza migliaia di persone contro di me  –  aveva detto Fede al tg4 poche ore prima della manifestazione – Modesto consiglio: la visita psichiatrica. Intanto, per le sue parole offensive una querela-denuncia”.

“C’è un limite a tutto” aveva invece replicato Acerbo “perché la finale del concorso di miss doveva essere presieduta da un indagato per favoreggiamento della prostituzione. Sono indignato e credo che con me lo saranno i cittadini onesti. Non è accettabile che mentre si tagliano i fondi per la scuola, la sanità e l’assistenza ai disabili si promuovono manifestazioni di questo genere. Fede viene a fare le selezioni per il bunga-bunga a spese dei cittadini? Quale sarà la prossima iniziativa dei nostri amministratori: mandare Lele Mora nelle scuole? Non si può assistere a questo schifo”. Secca la replica dell’assessore al Comune di Pescara Barbara Caz zaniga: “ogni protesta è legittima, ma questa è pretestuosa in quanto da un decennio la finale in questione si svolge in Abruzzo, richiama l’attenzione nazionale ed è finanziata da amministrazioni pubbliche tanto di centrodestra quanto di centrosinistra, che al di là del colore politico riconosco che l’evento accende i riflettori sulla località che ospita l’iniziativa”.

Ma la protesta era contro la presenza di Fede e non certo contro le miss. L’evento alla fine si era svolto lo stesso regolarmente, seppure con la defezione del conduttore Rai Milo Infante, che all’ultimo aveva deciso di non salire sul palco. Ieri, la questura di Pescara ha convocato Acerbo per la denuncia: “manifestazione non autorizzata”, il reato ipotizzato.

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22 settembre 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/politica/2011/09/22/news/pescara_organizza_protesta_su_fb_denunciato_per_manifestazione_non_autorizzata-22050063/?rss

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Referendum elettorale, la sfida dei promotori “Vogliamo arrivare a quota 700 mila”

Referendum elettorale, la sfida dei promotori
“Vogliamo arrivare a quota 700 mila”

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L’ultimo giorno utile per la consegna in Cassazione è il 30 settembre, ma l’obiettivo delle 500 mila firme contro il Porcellum è a portata di mano. Tanto che i comitati hanno ormai alzato l’asticella. Soddisfatti i partiti che hanno contribuito alla raccolta

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di CARMINE SAVIANO

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Referendum elettorale, la sfida dei promotori "Vogliamo arrivare a quota 700 mila" Fila in piazza San Babila, a Milano, per firmare il referendum elettorale

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ROMAIl traguardo è vicino. Dopo uno sprint durato tre settimane, il comitato referendario 1 che ha lanciato la raccolta di firme cancellare il Porcellum sembra poter festeggiare una vittoria inattesa. Quota 500mila non è solo a portata di mano. Nelle ultime ore, infatti, l’asticella viene alzata: “Arriviamo a 700mila, mettiamo in sicurezza i quesiti”. L’ultimo giorno utile per la consegna delle firme alla Corte di Cassazione è il 30 settembre. E l’ottimismo si basa sulle cifre che arrivano dai partiti. Trecentomila firme raccolte dall’Italia dei Valori 2 di Antonio Di Pietro. Altre centomila da Sinistra Ecologia e Libertà 3. Cui vanno sommate quelle dei democratici 4, degli altri spezzoni che compongono il comitato referendario e le sottoscrizioni provenienti dai comuni. E la “legge porcata” sembra avere le ore contate.

LA MAPPA DEI GAZEBO PER FIRMARE IL REFERENDUM 5

Una sfida etica. Sono proprio le cifre che arrivano dai territori che lasciano ben sperare. Diecimila firme raccolte nella sola Firenze, cinquantamila dalla Puglia, ottomila a Modena. E nello scorso fine settimana banchetti per raccogliere l’adesione dei cittadini sono spuntati ovunque nelle grandi città italiane. E si susseguono gli appelli degli esponenti della società civile. Come quello dei 64 costituzionalisti che hanno espresso il loro favore al referendum lanciato da Andrea Morrone e Arturo Parisi. Scrivono: “Avvertiamo l’onere etico di non tacere e di invitare i cittadini elettori a manifestare, nelle forme democratiche, la loro indignazione”.

L’Idv. E la soddisfazione è grande in casa Idv. Leoluca Orlando: “Abbiamo già raccolto circa trecentomila firme per il referendum sulla legge elettorale. C’è stata una grande risposta dei cittadini e il sito Idv è stato visitato da oltre 100 mila utenti”. Ancora. “Abbiamo raddoppiato rispetto all’impegno di 150 mila firme preso con il comitato referendario e proseguiremo questa battaglia per la democrazia fino all’ultimo giorno utile con lo stesso impegno e lo stesso entusiasmo che ci hanno accompagnato sin dal primo momento.

Sinistra e Libertà. Poi Nichi Vendola. La cui videolettera indirizzata agli iscritti alla sua pagina Facebook ha già ricevuto migliaia di condivisioni. Un appello a coinvolgere quante più persone possibili, a lavorare per un obiettivo importante per migliorare la qualità della democrazia italiana. “Il Porcellum è un sistema elettorale che non garantisce la governabilità, che umilia la democrazia e il pluralismo, e priva i cittadini persino della possibilità di indicare direttamente i propri rappresentanti”. Poi un attacco alle “nomenclature” che gestiscono le candidature: “Questo è un autentico scippo, a cui ci opponiamo. Si tratta di rimettere lo scettro della sovranità nelle mani del popolo”.

I democratici. E se non mancano adesioni da esponenti del centrodestra  –  anche Storace ha firmato per cancellare la legge elettorale  –  c’è grande soddisfazione anche tra i democratici. Per Nicola Zingaretti, presidente della provincia di Roma “il referendum è un trionfo”. E ancora: “Io credo che dietro la spinta al referendum, dietro l’enormità delle firme ci sia un altro segnale di voglia di cambiare che va interpretato. Poi l’attacco all’esecutivo guidato da Silvio Berlusconi: “Chi governa questo paese ha una ristretta minoranza elettorale, tanto minoranza che sono terrorizzati dal fatto che l’Italia possa tornare al voto. È palese che per il bene comune sarebbe giusto ridare la parola agli italiani”.

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22 settembre 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/politica/2011/09/22/news/legge_elettorale-22051727/?rss

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