Archivio | settembre 25, 2011

REFERENTE DI COSA NOSTRA – Quel biglietto in tasca al boss che accusa il ministro Romano

Quel biglietto in tasca al boss
che accusa il ministro Romano

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I pm accusano: per 4 anni contiguo alle Cosche. Provenzano, capomafia di Agrigento, aveva annotato il recapito dietro al cartoncino di “Pronto pizza”. Il gip Castiglia ha trovato un’intercettazione sfuggita a tutti: fu il politico a cercare il boss Guttadauro. Il collaboratore Campanella: mi disse che aveva intenzione di candidarsi come referente di Cosa nostra

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 di SALVO PALAZZOLO

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Quel biglietto in tasca al boss che accusa il ministro Romano Saverio Romano

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PALERMO Il boss agrigentino Alberto Provenzano aveva annotato due numeri di telefono di Saverio Romano dietro un biglietto di “Pronto pizza  –  servizio a domicilio”: il giorno che l’arrestarono, durante un summit fra i capi delle famiglie della provincia, quel biglietto gli fu trovato nel portafoglio. Era il 2 agosto 2002. L’avvocato Saverio Romano era alla Camera dei deputati ormai da un anno. Ai magistrati che lo convocarono disse che Provenzano l’aveva conosciuto all’università, nel 1984, quando entrambi studiavano Giurisprudenza: “Poi, non l’ho più visto”, precisò. Ma allora perché un capomafia (fino al 2002 un perfetto insospettabile) teneva nel portafoglio i numeri di cellulare e di studio di un avvocato-deputato? Con questa domanda inizia l’atto d’accusa del gip di Palermo Giuliano Castiglia, che nel luglio scorso ha riaperto il caso Romano e ha ordinato alla Procura l’imputazione coatta, per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa.

In 107 pagine, il gip di Palermo sottolinea altri sei “elementi idonei a sostenere l’accusa in giudizio” per il neo ministro dell’Agricoltura. Si fondano innanzitutto sulle dichiarazioni di quattro pentiti. Nino Giuffrè, vicinissimo a Bernardo Provenzano, ha sostenuto che di Romano “si sentiva parlare” quando era presidente dell’Ircac, l’istituto regionale per il credito alla cooperazione. Angelo Siino, l’ex ministro dei Lavori pubblici di Totò Riina, ha spiegato invece che nel 1991 Romano gli portò a casa Totò Cuffaro, candidato all’assemblea regionale. Salvatore Lanzalaco, anche lui come Siino ras degli appalti mafiosi, ha aggiunto che Romano e Cuffaro “procuravano a vari imprenditori, dietro il pagamento di tangenti, finanziamenti per lavori di vario genere”. Il quarto accusatore dell’attuale ministro dell’Agricoltura è Francesco Campanella: il responsabile nazionale dei giovani Udeur che finì per proteggere la latitanza di Provenzano è stato il più dettagliato. Ha parlato di un pranzo a Campo dei fiori, nella Capitale, in cui Romano avrebbe detto: “Francesco mi voterà, siamo della stessa famiglia”. La famiglia di Villabate, guidata da Nino Mandalà. “Fu proprio Mandalà  –  ha aggiunto Campanella  –  a volere la candidatura di Giuseppe Acanto alle regionali del 2001, nella lista del Biancofiore. Romano lo sapeva e accettò”.

Il pubblico ministero Nino Di Matteo li ha chiamati: “Elementi denotanti la contiguità di Romano al sistema mafioso”. Accuse gravi, che però, secondo la Procura, non avrebbero potuto portare a un processo. Ecco perché nei mesi scorsi era partita una richiesta di archiviazione, la seconda dal 2003 (la prima era stata accolta nel 2005). A marzo, quel documento del pm aveva interessato anche il Quirinale: erano i giorni in cui Romano stava per essere nominato ministro dell’Agricoltura.

Qualche tempo dopo, il gip Castiglia ha comunicato che era necessario andare avanti: si è fatto mandare dalla Procura tutti gli atti dell’inchiesta Cuffaro e ha riletto migliaia di ore di intercettazioni, quelle fatte dal Ros nel salotto del boss di Brancaccio Giuseppe Guttadauro. “Fu Romano, tramite un soggetto che non risulta individuato, a far sapere a Guttadauro che lo voleva incontrare”: è il colpo di scena dell’atto d’accusa del gip Castiglia. Perché fino a qualche tempo fa, inchieste e processi davano per scontato che fosse stato un altro dei delfini di Cuffaro, Mimmo Miceli, a proporre di sua iniziativa al boss Guttadauro un incontro con Romano. Ma il gip ha trovato un’intercettazione che era sfuggita a tutti. E adesso, nel capo d’imputazione di Romano, la Procura ha scritto: “Ha messo a disposizione di Cosa nostra il proprio ruolo, così contribuendo alla realizzazione del programma criminoso dell’organizzazione”.

Sono 35 i faldoni che il 25 ottobre prossimo un giudice dovrà esaminare, per decidere sulla richiesta di rinvio a giudizio del ministro. Nei giorni scorsi, il pm Di Matteo ha depositato a sorpresa anche altre accuse, sono quelle dell’ultimo pentito di Cosa nostra, Stefano Lo Verso, che fra il 2003 e il 2004 fu autista del latitante Bernardo Provenzano. “Nicola Mandalà mi disse: abbiamo nelle mani il paesano di mio parrino Ciccio Pastoia, Saverio Romano. Mio parrino è a conoscenza e consenziente”. Anche il parrino Ciccio Pastoia, da Belmonte Mezzagno (il paese di Romano), era uno dei fedelissimi di Provenzano.

A sorpresa, la Procura ha depositato nei giorni scorsi anche un altro verbale di Campanella. Il pentito sostiene di essersi ricordato di una convocazione di Romano, a casa sua: “Nel 2001, mi disse che aveva intenzione di candidarsi anche come punto di riferimento delle famiglie di Villabate e Belmonte. E mi rappresentò che sapeva della mia vicinanza alla famiglia di Villabate”. Campanella ha consegnato ai magistrati anche una fotografia del suo album di nozze: si vede Romano dietro gli sposi all’altare. A quel matrimonio c’erano pure Cuffaro e Clemente Mastella. E così, quella foto è finita fra i 35 faldoni dell’accusa. Ma anche il ministro Romano ha voluto fare il suo colpo a sorpresa, e nei giorni scorsi ha annunciato l’uscita del suo libro autodifesa, che si intitola “La mafia addosso”. “Ovvero, tutte le stravaganze di questa inchiesta  –  come le chiama lui  –  otto anni di indagini, e io sentito una sola volta, nel 2003”.

In realtà, nel 2009, Romano era stato convocato una seconda volta dai pm, ma per l’inchiesta che lo vede indagato per corruzione, assieme al prestanome della famiglia Ciancimino, Gianni Lapis. Quella volta, però, si avvalse della facoltà di non rispondere. “Troppo generiche le accuse”, disse ai giornalisti. Il prossimo 3 ottobre, un altro gip dovrà decidere sulla richiesta della Procura di utilizzare le intercettazioni fra Romano e Lapis. L’ultima parola dovrà dirla, ancora una volta, la Camera dei deputati.

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25 settembre 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/politica/2011/09/25/news/biglietto_boss-22189208/?rss

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Arabia Saudita, le donne non posso votare: Appello per boicottare le elezioni / VIDEO: Saudi Women are SLAVES and SERVANTS enslaved by The Saudi Arabian Kingdom?!

Saudi Women are SLAVES and SERVANTS enslaved by The Saudi Arabian Kingdom?!

Caricato da in data 13/set/2011

according to arabiannight 100. saudi arabian people are masters and Leaders
but the faggot does not even living in his SAUDI ARABIAN reality since the Saudi Women/Girls are SLAVES and SERVANTS enslaved by The Saudi Arabian Kingdom?!

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Le donne? Le vogliono così…

Arabia Saudita, le donne non posso votare
Appello per boicottare le elezioni

Sul Web un gruppo di 60 intellettuali ha lanciato la campagna a favore dell’introduzione del suffragio universale e della possibilità di candidature femminili nelle prossime consultazioni amministrative del 29 settembre

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di Enrica Garzilli

24 settembre 2011

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Siamo nel terzo millennio ma in Arabia Saudita le donne non possono votare. Così un gruppo di intellettuali lancia una campagna online per boicottare le prossime elezioni amministrative, le uniche ammesse nel Paese, previste per il 29 settembre prossimo. Una campagna nata sui blog.

Circa 60 intellettuali sauditi lanciano una protesta perché alle donne sia permesso di prendere parte al voto passivo e attivo, cioè di votare e di partecipare in qualità di candidate, per eleggere i membri di 219 consigli municipali del Paese, che è diviso amministrativamente in 13 emirati. Dato che le donne non possono manifestare in pubblico perché, secondo Nadya Khalife, ricercatrice di Human Rights Watch, loro sono delle “perenni minori”, gli intellettuali si oppongono in prima persona alle decisioni del Consiglio della Shura, l’organo di consultazione politica composto da una rosa di capi clan e tribù locali nominati dal Consiglio dei ministri, che ha deciso di proibire un’altra volta il suffragio universale.

Le prime elezioni amministrative si sono tenute la prima volta nella storia del Paese, governato da una monarchia ereditaria islamica assolutista, il 10 Febbraio 2005. Queste riguardavano solo la metà dei seggi, mentre l’altro 50% era nominato dal re. Solo i maschi avevano diritto al voto. Al tempo il governo ha giustificato l’esclusione delle donne dicendo che gli scrutatori non erano in gradi di verificare la loro identità perché molte non possedevano i documenti. Nello stesso tempo il governo proibiva alle donne anche di essere votate. Nel 2000 il ministro degli Interni ha dato inizio a una campagna per il rilascio dei documenti alle donne di almeno 22 anni, con l’intenzione di semplificare le attività quotidiane e di evitare falsificazioni di firma.

Il 28 marzo scorso, all’annuncio delle elezioni di settembre, inizialmente fissate per il 22, ‘Abd al-Rahman Dahmash, presidente del comitato generale per le elezioni amministrative, ha dichiarato: “Ora non siamo preparati alla partecipazione delle donne alle elezioni”. Dopo 6 anni il governo asserisce di non essere ancora in grado di allestire dei seggi separati per uomini e donne, dato che la legge islamica prescrive che i due sessi non si mischino fra loro. ‘Abd al-Rahman Dahmash ha promesso che le donne potranno votare in un prossimo futuro, senza specificare quando.

L’Arabia Saudita ha preso la decisione di escludere le donne dal pieno godimento dei diritti politici nonostante abbia sottoscritto le convenzioni internazionali sui diritti umani. Nel 2000 ha ratificato la Convenzione delle Nazioni Unite sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne (Cedaw). Anche la Carta Araba dei Diritti Umani, adottata dalla Lega degli stati arabi nel maggio del 2004 ed entrata in vigore nel marzo del 2008, è stata sottoscritta dall’Algeria, il Bahrain, la Giordania, la Libia, la Palestina, il Qatar, la Siria, gli Emirati Arabi Uniti, lo Yemen e l’Arabia Saudita. L’articolo 24 (3) della carta dice che ogni cittadino ha il diritto di accedere a libere elezioni in condizioni di uguaglianza e l’articolo 3 afferma in più paragrafi che la carta ha il compito di garantire che tutti gli individui godano degli stessi diritti e la stessa effettiva libertà, senza distinzione di sesso.

Nel resto dei paesi del Golfo, l’Oman, gli Emirati Arabi Uniti, l’Iraq e l’Iran, le donne votano e possono candidarsi. Nel 2002 anche nel Bahrain le donne conquistano il diritto di voto e nel 2010 Fatima Salman vince le elezioni municipali. In Kuwait nel 2005 alle donne vengono riconosciuti i pieni diritti politici e due vengono elette alle amministrative, mentre nel 2009 quattro siedono al Parlamento.

Le donne in Arabia Saudita sono escluse anche da altre forme di partecipazione politica. Il re Abdullah bin Abdul-Aziz Al Saud, che nomina i membri del Consiglio della Shura, non ha mai nominato una donna, benché nel 2006 il presidente della Shura abbia nominato sei donne come consigliere. Nel 2009 il re ha deciso che Norah Abdallah al-Faiz diventasse vice ministro dell’Istruzione, responsabile per l’educazione delle ragazze.

L’appello al boicottaggio delle elezioni da parte dei 60 intellettuali è contemporaneo all’annuncio da parte della commissione per le elezioni dell’inizio della campagna elettorale, che vede oltre 1,2 milioni di uomini aventi diritto al voto, anche se è prevista una partecipazione molto più bassa. I votanti potranno scegliere fra oltre 5000 candidati. Solo maschi. In Arabia Saudita la partecipazione alla vita pubblica è un affare per soli uomini.

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fonte:
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LE ‘BUONE’ IDEE DELLA LEGA – ‘Cacciamo le Ong da Lampedusa’

‘Cacciamo le Ong da Lampedusa’

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Dopo la ribllione esplosa martedì al centro di accoglienza dell’isola, il vicesindaco Angela Maraventano tuona dai microfoni di Radio Padania: ‘Sono le associazioni umanitarie che fomentano i delinquenti in arrivo dalla Tunisia”


clicca qui

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di Daniele Sensi

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Quello delle associazioni umanitarie che aiutano gli immigrati “informandoli esageratamente” dei loro diritti è un vecchio cruccio leghista. Ieri si trattava dei campi rom da sgomberare a Milano, oggi dei migranti detenuti nel Cie di Lampedusa. Della cui ribellione, esplosa martedì scorso dando alle fiamme il “centro di accoglienza”, Angela Maraventano, senatrice della Lega e vicesindaco dell’isola, accusa, dalle onde di Radio Padania Libera, proprio le ONG: “Chiederò al Governo il loro allontanamento dall’isola, poiché sono le associazioni umanitarie che, venendo a vedere come li trattiamo e come non li trattiamo, fomentano questi delinquenti e ne sostengono le battaglie”. Opinione condivisa da Bernardino De Rubeis, sindaco di Lampedusa, il quale, anch’egli intervenendo telefonicamente su Radio Padania Libera (“ho piena fiducia in Roberto Maroni perché è un ministro che ha avuto la forza di sterminare tutte le mafie presenti in Italia”), se la prende in particolare con le organizzazioni non governative che vigilano sulla condizione dei minori stranieri non accompagnati, “minori che in realtà non sono minori, poiché hanno 16 o 17 anni e sono ben dotati, pertanto dobbiamo stare attenti altrimenti ce li ritroviamo nelle camere da letto”.

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22 settembre 2011

fonte:  http://espresso.repubblica.it/dettaglio/cacciamo-le-ong-da-lampedusa/2161916

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A VOLTE E’ MEGLIO NON ESSERCI… – “Mi sono cercata, ed ero una escort” Google ha il senso dell’umorismo?

A volte è meglio non esserci….

“Mi sono cercata, ed ero una escort” Google ha il senso dell’umorismo?

https://i1.wp.com/27esimaora.corriere.it/wp-content/uploads/2011/09/241543903--471x238.jpg

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di Viviana Mazza
Tags: google, lavoro, memoria, tecnologia, umorismo

Scatta una foto di te stesso con la testa nel freezer. Caricala su internet (per esempio su flickr). Salvala con il nome 241543903. L’idea è che se qualcuno fa una ricerca su Google con la criptica parola chiave 241543903 troverà un mucchio di teste nel freezer. 

Centinaia di persone hanno infilato la testa nel freezer (cercate 241543903 su Google e vedrete…). Continuavo a ripensare a questo fenomeno (in gergo, un internet meme) del 2009, mentre ero seduta insieme ad altri colleghi per un mini-corso al Corriere.

“Google non ha il senso dell’umorismo” era il titolo della lezione.  Era anche il titolo di un recente articolo dell’Atlantic Monthly . Sia l’articolo che la lezione spiegavano che, quando scriviamo i titoli dei pezzi da pubblicare su Internet, noi giornalisti dovremmo evitare i doppi sensi che magari ci sembrano divertenti ma non sono letterali, perché non “funzionano”, dato che Google non li “capisce” e dunque non li elenca nei risultati delle ricerche. Dovremmo piuttosto inserire tutte le parole chiave per essere sicuri che Google “veda” il nostro articolo. Se non sei su Google, non esisti. Un collega si è arrabbiato, e ha apostrofato il tizio che teneva il corso così: “Ci state dicendo come fare il nostro lavoro?!”. Una collega invece ha esclamato “Mi sono cercata su Google. Ed ero una escort”. Insomma, in certi casi forse è meglio non esserci?

Non solo le aziende sono dipendenti da Google. Lo sono le persone. Una ricercatrice della Columbia University ha pubblicato in estate uno studio che sostiene che Google sta cambiando il modo in cui ricordiamo le cose. Tendiamo a dimenticare più facilmente ciò che sappiamo di poter trovare su Google, mentre stiamo diventando bravi a ricordare dove trovare le cose (io a dir la verità attendo ancora che quest’ultimo aspetto si manifesti). Non si tratta di un meccanismo totalmente nuovo, dice la studiosa: gli esseri umani si sono sempre affidati ad altri (considerati esperti) per ricordare le informazioni. Ora però si affidano a internet.

Insomma, nel quotidiano (nei quotidiani) la vita sta cambiando a causa di Google. E nella quotidianeità anche voi vedete la vostra vita cambiare?

Nel titolo di questo post ho inserito tutte le parole chiave, inclusa “escort”.

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20 settembre 2011

fonte:  http://27esimaora.corriere.it/articolo/mi-sono-cercata-ed-ero-una-escort-google-ha-il-senso-dellumorismo/

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CRISI – Fmi, monito degli Usa all’Ue: “Si eviti il default a cascata”

25/09/2011 – LA CRISI – L’ALLARME GLOBALE

Fmi, monito degli Usa all’Ue
“Si eviti il default a cascata”

Il ministro del Tesoro Geithner incalza: «L’Europa intervenga, o ci saranno catastrofi a catena»

Il ministro del Tesoro Usa Geithner durante un briefing a Washington

«L’Europa deve fare di più per contrastare la crisi ed evitare la minaccia di default a catena». Il monito degli Stati Uniti all’Ue si materializza nelle parole del segretario del Tesoro Timothy Geithner, che ha parlato senza mezzi termini del rischio di una immane «catastrofe». Geithner suona l’allarme Eurolandia davanti ai membri dell’International Monetary and Financial Committee (Imfc), il braccio operativo del Fondo Monetario Internazionale.

A preoccupare è soprattutto la Grecia, con le voci di un possibile default che si alimentano di ora in ora. Con la cancelliera tedesca, Angela Merkel, che ribadisce come una uscita della Grecia dall’eurozona o una ristrutturazione del suo debito provocherebbero un effetto domino, «alzando enormemente la pressione su altri Paesi». Il comunicato finale dell’Imfc pone comunque l’accento sul fatto che «i Paesi dell’euro sono impegnati a fare il necessario». L’economia è in «una fase pericolosa» e «bisogna agire insieme per riportare fiducia» ma certo «siamo incoraggiati dalla determinazione dei Paesi dell’area euro a fare il necessario per risolvere la crisi».

Fra i Paesi da settimane bersaglio dei mercati c’è anche l’Italia. Tutti sono preoccupati per quello che potrebbe succedere se capitolasse il nostro Paese. Per questo il ministro delle finanze tedesco, Wolfgang Schaeuble, torna ad invitare con forza Roma ad attuare velocemente le misure prese, pena una ulteriore perdita di fiducia sui mercati. Geithner ribadisce tutta la preoccupazione Usa: la crisi del debito e le tensioni sulle banche del Vecchio Continente sono «il rischio più serio che l’economia mondiale si trova ad affrontare», ammonisce, sottolineando come sia «necessario agire e decidere ora come gestire una volta per tutte i problemi dell’area euro, perchè decisioni come queste non possono attendere che la crisi peggiori».

Il commissario Ue agli affari economici e monetari, Olli Rehn, cerca di rassicurare: «Il risanamento dei conti pubblici è la priorità per l’Europa, ma l’ampiezza degli aggiustamenti varia fra Paesi», spiega, sottolineando come «la crisi del debito ha di recente contagiato l’Italia e la Spagna», che peò – aggiunge – «sono sulla strada per ridurre il proprio livello di debito e attuare riforme che rafforzino la crescita. I movimenti sui mercati – ricorda Rehn – hanno anche spinto Italia e Spagna ad aumentare i loro sforzi e ad attuare nuove misure».

Certo non si può abbassare la guardia. La crisi globale è lungi dall’essere finita, evidenzia Juergen Stark del board Bce. Ma la parola default che ieri il tam tam avvicinava molto alle finanze greche sembra aver perso tono. A farne cenno era stato Klaas Knot, presidente della banca centrale olandese e membro del consiglio Bce che oggi corregge il tiro. «Quello che ho detto è che non ci sono certezze». E assicura:«puntiamo tutti ad una soluzione ordinata per la Grecia». Anche perchè, sottolinea il suo collega della Bce, Athanasios Orphanides, il default greco sarebbe «catastrofico».

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fonte:  http://www3.lastampa.it/economia/sezioni/articolo/lstp/421906/

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“Ad Assisi anche per il nostro Francesco” In marcia per la pace la famiglia Azzarà

“Ad Assisi anche per il nostro Francesco”
In marcia per la pace la famiglia Azzarà

"Ad Assisi anche per il nostro Francesco" In marcia per la pace la famiglia Azzarà

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Il cugino dell’operatore di Emergency rapito racconta questi quaranta giorni vissuti con il congiunto nelle mani dei rapitori. “Lui è un operatore di pace “. “Le ultime notizie sono di una settimana fa e sono rassicuranti, ma ora attendiamo risposte istituzionali”

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di ALBERTO CUSTODERO

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ASSISI – “Alla Marcia della Pace, qui ad Assisi, marciamo per san Francesco per ciò che ha rappresentato. Ma anche per il nostro Francesco, affinché riottenga presto la libertà come riconoscimento del suo essere un operatore di pace”. Quaranta giorni dopo il sequestro avvenuto a Nyala, capitale del Darfur, i familiari dell’operatore di Emergency, il trentaquattrenne Francesco Azzarà, rompono il silenzio stampa che si sono imposti. Non lo fanno i suoi genitori, ancora chiusi nel massimo riserbo. Ma i suoi cugini, Paolo Laganà, il sindaco di Motta San Giovanni (paese natale del sequestrato, nel Reggino), e Antonino Chilà. Gigantografie di Azzarà sono state esposte un po’ dappertutto in Italia: al Campidoglio a Roma, a Palazzo Marino a Milano e ai balconi del palazzo del Consiglio comunale a Napoli. La sua immagine compare anche nella marcia Perugia-Assisi voluta cinquant’anni fa da Aldo Capitini, il capifila del pensiero non violento e del pacifismo ante-litteram non a caso soprannominato il “Gandhi italiano”. Laganà è l’unico sindaco oggi ammesso a parlare dal palco di Assisi.

“All’appuntamento con i mille giovani per la pace – dice Laganà – lanciamo il nostro appello alla Farnesina affinché ci sia una svolta nella trattativa coi rapitori. Questa vicenda porta all’attenzione dell’opinione pubblica non solo il dramma di Francesco, ma anche quello del popolo del Sud del Sudan che proprio qualche giorno fa ha ottenuto il riconoscimento dall’Onu”.

 “Le ultime notizie, che risalgono a una settimana fa – aggiunge il sindaco – ci rassicuravano sulla salute e sulle condizioni di Francesco. Ma 40 giorni senza avere la libertà è già di per sé una condizione estrema. Siamo preoccupati, ma attendiamo. Ora è il momento delle risposte istituzionali: aspettiamo anche queste”.

“Francesco – dichiara l’altro cugino, Antonino Chilà – è l’espressione di quella nazione pulita, intelligente, solidale. Rappresenta la Calabria migliore, la sana voglia dei tanti giovani calabresi di mettersi in gioco e di aiutare gli altri, di rendersi utili e porsi al servizio di chi vive situazioni di disagio estremo, senza se e senza ma, nei confronti dei dimenticati del mondo, con abnegazione ed incosciente passione, coerente con se stesso e con il proprio modo di intendere la vita, come espressione simbolica di un mondo giovanile proteso al prossimo, fatto di ragazzi che si impegnano nel sociale, che dedicano il loro tempo agli ultimi, sopperendo talvolta alle mancanze delle istituzioni preposte all’uopo”. “Francesco – dice ancora Chilà – è uno di questi giovani, che non dobbiamo dimenticare ed il cui dramma attuale dobbiamo vivere con profonda compartecipazione, auspicando l’interessamento, a più livelli, ed uno sforzo maggiore di quello fino ad oggi profuso, per la sua immediata liberazione e per il suo ritorno a casa. Persone e ragazzi come Francesco ci fanno sentire orgogliosamente calabresi e italiani”.

“Abbiamo avuto un contatto diretto con Francesco – aveva riferito Cecilia Strada, figlia di Gino e presidente di Emergency, alla Commissione straordinaria per i diritti umani del Senato presieduta da Pietro Marcenaro – ci ha detto che sta bene, per quanto possibile nella situazione in cui si trova. Mangia e beve e tiene duro”. Per la pace, e per la sua liberazione, marceranno oggi migliaia di persone tra Perugia e Assisi.

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Leggi anche

https://i1.wp.com/www.repubblica.it/images/2011/09/25/102136703-349bb1ec-4a0c-4539-8d11-7f3f64fb2d7e-th.jpg

Marcia della Pace in migliaia ad Assisi

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25 settembre 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/politica/2011/09/25/news/marcia_pace-22188838/?rss

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ESCLUSIVA LA REPUBBLICA – Che Guevara, i diari della battaglia “Non abbiamo tempo per seppellire gli eroi”

IL DOCUMENTO

Che Guevara, i diari della battaglia
“Non abbiamo tempo per seppellire gli eroi”

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L’assalto alla caserma, l’imboscata, le discussioni con Fidel castro, i compagni caduti. Ma anche i dubbi. Escono a Cuba per la prima volta i taccuini che Guevara scrisse sulla Sierra Maestra. Eccoli in esclusiva per Repubblica

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di ERNESTO CHE GUEVARA

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Che Guevara, i diari della battaglia "Non abbiamo tempo per seppellire gli eroi"

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1957: MAGGIO
Senza molta fretta, ci mettiamo in marcia. Giunti sul luogo dell’imboscata del giorno prima, ci raggiunge uno dei nostri uomini staffetta che porta un prigioniero che, secondo alcuni informatori, sarebbe un poliziotto travestito.
Dall’interrogatorio non esce fuori nulla di concreto; lui dice di essere un fidelista e che vuole unirsi a noi.
Siamo rimasti imboscati per tutto il giorno e nel corso della giornata è sorta una discussione con Fidel perché io dicevo che non si poteva sprecare l’opportunità di prendere cinquanta o sessanta guardie in un’imboscata, e lui che non si può attaccare se non una caserma per la forza simbolica che questo comporta.
Per cominciare si è pensato di attaccare Uvedo che ha sessanta soldati […].

Fidel pensa che Casillas (il colonnello che Batista aveva messo al comando del Terzo Distretto Militare Las Villas, ndr) sia vicino e ordina l’avanzata in contemporanea di 80 uomini sul posto. Abbiamo preso posizione quando ci hanno informato che era tutto tranquillo e che le spie erano state catturate. Dopo un po’ sono arrivati i prigionieri, un bianco e un nero; il bianco piangeva a calde lacrime. Hanno confessato di aver avuto l’ordine da Casillas di andare in giro a scoprire qualcosa. Non suscitavano pena ma ripugnanza per la loro vigliaccheria.

Gli ordini prevedevano di impadronirci dei posti di guardia e di avanzare sulla caserma per crivellarla di colpi. La mappa della zona di combattimento era questa: Con il far del giorno, ci siamo trovati davanti la sgradevole scoperta che la caserma non si vedeva. Alcuni gruppi hanno sbagliato direzione e a un altro avevano dato delle cattive informazioni e il suo gruppo non dominava la caserma come gli avevano detto. La mia posizione mi permetteva di sparare sulla caserma a una distanza di circa 500 metri. Appena dato l’ordine di aprire il fuoco, con lo sparo di Fidel, le mitragliatrici hanno cominciato a crepitare. La caserma ha risposto al fuoco e in modo abbastanza efficace, come poi sono venuto a sapere […]. Abbiamo continuato ad avanzare e 2 che sono corsi verso il batey (villaggi costruiti in mezzo alle piantagioni di canna da zucchero, ndr) sono sfuggiti al mio Madzen. Non avendo più cespugli dietro cui trascinarci, cade accanto a me il vecchio Leal e vado a soccorrerlo, il colpo gli ha trapassato la testa, interessando la massa encefalica all’altezza della circonvoluzione parietale sinistra e non riusciva a muovere la mano destra. Gli faccio un po’ d’aria, copro la ferita con un pezzo di carta e lo affido a Joel mentre io riprendo il mitra, quasi subito, tuttavia, la caserma e i posti di guardia si arrendono […].

La battaglia si era svolta così: dopo lo sparo e le raffiche siamo avanzati tutti, meno lo stato maggiore. Lì c’era Julito [Díaz], appostato dietro un tronco, quando gli hanno sparato in un occhio ed è morto poco dopo. Il vecchio Eligio Mendoza, l’uomo pratico della zona, si è gettato nella mischia con un fuciletto che gli avevano dato e si è preso un proiettile nel ventre, morendo poco dopo. Jorge è avanzato alla testa del suo plotone, ma è stato respinto e si è dovuto buttare in acqua per non farsi ammazzare, “el policía” era dietro di lui e lo hanno ammazzato; nell’avanzata sono stati feriti Manals e Quique Escalona al braccio, a una mano e al gluteo destro; Anselmo Vega, del plotone di Guillermo, si è fatto troppo avanti ed è stato abbattuto, morto. Luis Crespo è venuto dallo stato maggiore per aiutare e siamo riusciti a sterminare il posto di guardia quando ormai non faceva quasi più resistenza. Sul posto sono rimasti tre uomini, il quarto è uscito di corsa ed è stato colpito e ucciso sulla spiaggia. Almeida è avanzato con i suoi uomini sul posto di guardia e anche loro hanno ucciso 3 uomini, ma ce n’era ancora qualcuno che ha fatto molte vittime provocando un allarme perché i nostri credevano che a sparare fossero i nostri compagni. Raúl (Castro, fratello di Fidel, ndr) ha separato il suo plotone e Nano [Díaz] è stato mandato in basso con la mitragliatrice. È arrivato quasi fino alla caserma con il suo treppiedi e quando questa si è arresa ha proseguito con la pistola. In quel momento una nostra raffica di mitragliatrice ha provocato la replica degli uomini della caserma, e Nano è caduto ferito a morte alla testa. Acuña era con noi e mentre andava a soccorrere Leal è stato ferito alla mano e al braccio destri, allora si è trascinato per uscire dalla linea di fuoco e trovandosi davanti Almeida ferito lo ha portato con sé fino alla retroguardia. Il plotone di Crescencio non è quasi intervenuto per il fatto che la mitragliatrice non ha funzionato: si trovava nel posto migliore per attaccare la caserma. Quando gli uomini si sono arresi, [Víctor] Mora e Vitalio [Torres], dell’avanguardia, hanno catturato il soldato che ci sparava addosso e con il prigioniero siamo andati a prendere il medico e il suo aiutante; dopo avergli affidato i feriti ho proceduto a perlustrare il batey dove ho trovato altre due guardie. I loro feriti sono stati 19, i morti 12, oltre a 14 prigionieri, se si considera che erano 51 esclusi i sanitari, si ritiene che siano scappate 6 guardie. La cosa stupefacente nel corso della battaglia che è durata 2 ore e tre quarti è che nessun civile è stato ferito. In serata ho potuto prendermi cura dei feriti e dormire che era il mio più grande desiderio […].

1958: Luglio
Si è dato ordine a tutti gli uomini perché si preparino a scendere perché alle 6 è terminata la tregua. Raúl rimarrà sulla Maestra con i suoi uomini e Fonso, tutti gli altri piomberanno su Las Vegas [de Jibacoa], appoggiati da 30 uomini di Camilo che si troverà in un posto intermedio per attaccare Las Vegas o i rinforzi di Santo Domingo. È andato tutto storto perché gli uomini non si sono attenuti agli ordini e sono rimasti a metà strada o qualcosa del genere e infatti non si sono potuti trovare. Il messaggero che doveva fare da contatto con Camilo non si è degnato di svegliarmi e si è addormentato tranquillamente.
Il piano d’attacco a Las Vegas è il seguente:

[…] Arriva un messaggio che chiede un medico, perché Daniel ha una brutta ferita. Ho passato il messaggio a Las Vegas e sono andato di corsa con quello che avevo a portata di mano per riuscire a vedere solo il suo cadavere. Daniel era morto per la ferita causata da un mortaio nello stomaco, era di 10 centimetri ma si sarebbe potuto salvare se avesse avuto delle cure immediate. L’imboscata  era viziata da vari errori gravi ma aveva lasciato un saldo di 16 soldati morti e altrettanti gravemente feriti da una mina. Gli uomini si sono affrettati per andare a cercare le guardie e un mortaio ha colpito Daniel; c’è stato un momento di confusione e lui è rimasto solo con il suo piccolo gruppo, ferito, e ha dovuto passare per una via crucis fino alla morte, qualche ora dopo. Delle profonde divergenze ideologiche mi separavano da René Ramos (detto Daniel, ndr) ed eravamo nemici politici, ma ha saputo morire compiendo il suo dovere, in prima linea e chi muore così lo fa perché sente un impulso interiore che io gli avevo negato e che ora rettifico. Senza aver tempo per il lutto, proseguiamo per Las Mercedes, organizziamo un assedio, senza sapere con sicurezza se ci sono o no le guardie.

Traduzione di Luis E. Moriones
(da Diario de un combatiente, © 2011 Aleida March y el Centro
de Estudios Che Guevara, © 2011 Ocean Press y Ocean Sur)

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25 settembre 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/2011/09/25/news/che_guevara-22188924/?rss

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