Archivio | settembre 26, 2011

Il Kenya piange Wangari Maathai, premio Nobel per la pace e paladina dell’ambiente africano / VIDEO: Kenyans react to Wangari Maathai’s death – Taking Root The Vision of Wangari Maathai

Kenyans react to Wangari Maathai’s death

Caricato da in data 26/set/2011

http:www.ntv.co.ke
Kenyans have expressed shock at the news of Prof Wangari Maathai’s death with many hailing her as a true Kenyan heroine. The Nobel Peace laureate and conservation heroine,died in Nairobi after a long battle with cancer. She was 71.She passed on at the Nairobi Hospital at around 10pm on Sunday.

Taking Root The Vision of Wangari Maathai

Caricato da in data 25/set/2008

Taking Root tells the dramatic story of Kenyan Nobel Peace Prize Laureate Wangari Maathai whose simple act of planting trees grew into a nationwide movement to safeguard the environment, protect human rights, and defend democracy—a movement for which this charismatic woman became an iconic inspiration.
http://takingrootfilm.com

Il Kenya piange Wangari Maathai, premio Nobel per la pace e paladina dell’ambiente africano

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È morta a Nairobi la keniota Wangari Maathai, prima donna africana a ottenere il Nobel per la pace. La Wangari si è spenta all’etá di 71 anni mentre si stava sottoponendo a un trattamento medico contro il cancro.

La sua morte è stata annunciata con un comunicato del Green Belt Movement, il movimento da lei fondato e che oltre alle numerose battaglie in difesa dell’ambiente del Continente nero, ha piantato 20-30 milioni di alberi in Africa.

La Wangari aveva ottenuto il Nobel nel 2004 proprio per il suo impegno a favore della conservazione della natura, i diritti delle donne e una maggiore trasparenza nei governi.

Nel 2002 era stata eletta deputata e per un breve periodo è stata ministro. Professore di veterinaria, era salita alla ribalta a cavallo degli anni 80-90 con le sue campagne contro la deforestazione in Kenya, durante la quale era stata più volte arrestata.

«È con grande tristezza – scrive il movimento in un comunicato – che la famiglia della professoressa Wangari Maathai ha annunciato la sua scomparsa il 25 settembre presso l’ospedale di Nairobi, dopo una lunga e coraggiosa battaglia contro il cancro».

Nata nel 1940, Maathai é diventata una figura chiave in Kenya. Fermamente convinta nel portare avanti una campagna per la conservazione dell’ambiente e il buon governo, nel 1970, ha anche diretto il Kenya Red Cross.

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26 settembre 2011

fonte:  http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-09-26/kenya-piange-wangari-maathai-090215.shtml?uuid=AavCFc7D

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URGENTE! – Intercettazioni, cresce la protesta contro la norma ammazza blog. Il 29 manifestazione in piazza

Intercettazioni, cresce la protesta contro la norma ammazza blog. Il 29 manifestazione in piazza

ammazza blog
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di Nicoletta Cottone

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«Bendare tutti per salvarne uno. Questo sembra essere ormai l’unico criterio che guida la maggioranza nella riproposizione della legge bavaglio, perché di bavaglio si tratta, come confermano le critiche dei magistrati e dei cronisti, i veri destinatari della legge, quelli che dovranno essere “ammanettati” per impedire loro l’accertamento degli illeciti e soprattutto per oscurare il diritto ad essere informata della pubblica opinione». Questa la posizione di Giuseppe Giulietti, portavoce di Articolo 21. «Una legge che non vuole colpire il marcio, ma soltanto renderlo invisibile». Nel mirino delle polemiche la norma sulla rettifica in rete, detta ammazza-blog, una disposizione prevista dal comma 29 dell’articolo 3 del ddl intercettazioni, sul quale il Governo si starebbe preparando a porre la fiducia, «tanto arrogante quanto stupida, sarà inapplicabile e darà vita al caos, non aumenterà le garanzie per i cittadini e favorirà solo il commercio clandestino delle notizie».

Il 29 manifestazione in piazza contro l’ammazza blog
Giovedì 29 settembre in piazza del Pantheon a Roma si svolgerà la manifestazione del Comitato per la libertà e il diritto all’informazione, alla cultura e allo spettacolo contro le iniziative del governo per «imbavagliare l’informazione con la legge sulle intercettazioni». Interverranno anche blogger e internauti per scongiurare le norme cosiddette «ammazza blog». Viene denunciato, spiegano, il tentativo di imporre ai gestori di tutti i siti informatici l’obbligo di procedere alla rettifica di ogni contenuto pubblicato dietro semplice richiesta, fondata o meno, del soggetto che se ne ritenga leso. Il comma 29 prevede che «per i siti informatici, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica, le dichiarazioni o le rettifiche sono pubblicate, entro 48 ore dalla richiesta, con le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilità della notizia cui si riferiscono». La mancata rettifica nei termini comporterebbe per il blogger una sanzione pecuniaria sino a 12 mila euro. E quanti blogger rischierebbero 12 mila euro per difendere la loro libertà di parola?

Di Pietro: l’oscuramento della rete è una misura fascista
Dal suo blog il leader dell’Idv, Antonio Di Pietro, attacca il governo per la norma ammazza blog «che grida vendetta in tutto il mondo. Una volta approvata la legge bavaglio, infatti, i gestori dei siti e dei blog saranno obbligati a rettificare qualsiasi dichiarazione, qualsiasi commento, qualsiasi affermazione se qualunque soggetto che si ritiene leso lo chieda». Non c’è bisogno di provare che l’affermazione di cui si chiede la rettifica è calunniosa o lesiva di qualcosa, aggiunge Di Pietro, «non c’è nemmeno bisogno di rivolgersi a un magistrato, figurarsi! Basta inviare una mail e, se la rettifica non arriva immediatamente, piovono multe da migliaia di euro. In questi anni Berlusconi ha scoperto che non gli bastano i Minzolini e i Feltri. Può controllare tutte le televisioni e condizionare i giornali, come è riuscito a fare sino a pochi mesi fa, fino a far rimuovere i direttori che non lo osannavano abbastanza. Ma se non controlla la Rete è fatica sprecata». La norma ammazza blog, continua Di Pietro, è «un insulto alla libertà e alla democrazia, è una misura fascista. La Rete si mobiliterà per impedire il suo oscuramento».

Gentiloni: nel ddl intercettazioni un incredibile attacco a Internet
«Il ddl sulle intercettazioni oltre a colpire drasticamente gli strumenti per combattere delinquenza e criminalità contiene un incredibile attacco a internet», denuncia Paolo Gentiloni, deputato del Pd. «Trasferire le norme sull’obbligo di rettifica, tipiche della carta stampata, alla rete é ovviamente impossibile. L’unica conseguenza di una tale assurdità giuridica sarebbe il blocco di fatto di siti, blog e social networw. Milioni di italiani usano i social network ma questo governo “televisivo” non se ne é ancora accorto. In parlamento il Pd utilizzerà ogni mezzo disponibile contro questo attacco alla libertà delle rete».

Cassinelli presenta un emendamento per modificare il comma 29
Intanto il deputato Pdl, Roberto Cassinelli, ha presentato un emendamento che modifica il comma 29 del ddl intercettazioni: quello che pone l’obbligo di rettifica indistintamente per blogger e testate professionali online. «È bene cercare convergenze – spiega – piuttosto che urlare a un’inesistente censura di Stato. Non si vuole soffocare la libertà della rete. Forse c’è poca sensibilità nei confronti del fenomeno».

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26 settembre 2011

fonte:  http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-09-26/intercettazioni-cresce-protesta-contro-133321.shtml?uuid=AaC83f7D

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Il virus dei computer sale in automobile

Il virus dei computer sale in automobile

https://i1.wp.com/www.motori24.ilsole24ore.com/IMMAGINI/Tecnologia/2011/09/auto-virus-352.jpg

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di Luca Figini

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Il virus ora sale in auto. Sì, quello dei computer che ora amplia il suo raggio d’azione anche al mondo automotive. Come è presto detto: lo spiega uno studio di McAfee, realizzato in collaborazione con Wind river ed Escrypt, che illustra come i sistemi elettronici delle auto moderne sono potenzialmente esposte a pericoli di sicurezza. Nel rapporto “Attenzione: malware sulla vostra strada” la società esperta in sicurezza precisa un punto che spesso è dato per scontato. Ovvero che all’interno dell’auto i principali sistemi di sicurezza sono affidati a centraline elettroniche, veri e propri elaboratori, che gestiscono airbag, radio, sedili elettrici, Abs, controllo di stabilità, velocità e comunicazione interna ed esterna al veicolo. Ebbene, secondo McAfee questi possono essere sia “violati se è possibile accedere fisicamente ai componenti elettronici del veicolo situati all’interno dell’abitacolo” sia è “possibile sferrare un attacco che consenta di tenere traccia di un veicolo e compromettere la privacy dei passeggeri attraverso il tracciamento dei tag Rfid, realizzato utilizzando potenti lettori a lungo raggio posizionati a circa 40 metri di distanza”. Come dire che basta sfruttare sapientemente alcune delle architetture più recenti per arrivare a colpire il cruscotto dell’auto, un tempo non molto lontano saldamente al sicuro all’interno della scocca.

Eppure è proprio la progressiva introduzione dell’hi-tech in plancia che aumenta il rischio che software e hardware siano manipolati e resi violabili. “Ci sono molti esempi di manomissioni fatte a scopo di ricerca che mostrano le minacce potenziali e l’elevato livello di esposizione al rischio per il consumatore. Un conto è vedere compromessi la propria e-mail o il portatile, ma una violazione ai danni della propria automobile potrebbe portare a rischi estremi per la sicurezza personale”, spiega Stuart McClure, senior vice president e general manager di McAfee. La misura del rischio di questi virus, o malware che dir si voglia, è ancora tutta da stabilire, tuttavia la società controllata da Intel ha provato a dare un’idea delle potenzialità di questi tipi di attacchi. Lo studio, per esempio, esamina alcune delle attività condotte dai criminali informatici che sono attuabili con il ricorso all’elettronica e a tecniche sviluppate in campo informatico. Si può aprire il veicolo in remoto e avviare il motore attraverso il telefono cellulare, così come bloccare l’auto ovunque ci si trovi oppure tracciare la posizione del mezzo e registrare l’attività e le abitudini di guida. Per non parlare del furto di dati attuabile via Bluetooth o la manomissione dei navigatori satellitari perché conducano in luoghi diversi da quelli richiesti. Senza contare che si possono disattivare gli assistenti di emergenza proprio quando sono necessari. Uno studio che lascia a bocca aperta, perché mette l’accento su un problema laddove si ritiene di essere più sicuri, in virtù della presenza di servomeccanismi e di un’elettronica complessa. A ingarbugliare ulteriormente la situazione ci pensa Internet, in rapida diffusione nei centri di infotainment presenti in auto. Il Web arriva per ampliare i servizi disponibili al volante ed estendere l’esperienza di guida ma apre la necessità di difese da pericoli che non arrivano dalla strada ma dall’aria.

La “fretta” di assicurare una connessione costante e ovunque non dovrebbe permettere un abbassamento dei livelli di sicurezza. “Sempre più spesso la richiesta è quella di rendere possibili in auto le stesse esperienze attuabili con i più recenti dispositivi connessi e mobile. Tuttavia, di pari passo con la crescita della connettività ubiqua, aumentano anche la vulnerabilità e le minacce alla sicurezza”, dice Georg Doll, senior director for automotive solutions di Wind River. “Dato il tempo necessario alla progettazione delle automobili, l’industria ritiene che sia essenziale iniziare a collaborare sin da ora con coloro che possiedono il giusto mix di esperienza in ambito software”. Significa che proprio la diversa velocità necessaria per la progettazione e la commercializzazione di un’auto, rispetto all’intraprendenza di hacker e cybercriminali, rappresenta il punto debole su cui bisogna iniziare a ragionare e attrezzarsi. Anche perché finora la plancia è stata un sistema di comunicazione monodirezionale, ora si trasforma in un dispositivo intelligente e con scambio costante di dati in entrata e uscita. La “smart” car, dunque in estrema sintesi, risente dei rischi potenziali già avvistati sugli smartphone. Anche in questo caso è previsto un sistema operativo, in questo caso embedded, e la necessità di interagire con le periferiche esterne (smartphone, navigatori, device multimediali, portatili e così via). Un caso, per esempio, già visibile oggi con la Volvo XC90 che dialoga con iPhone e Android per aprire il veicolo, attivare il sistema di intrattenimento, controllare da remoto lo stato del mezzo e fornire funzioni di navigazione Gps. Basterebbe utilizzare lo smartphone come “chiave” per accedere a una serie di informazioni e di opportunità di attacco che dovrebbero essere precluse.

Certo, saranno stati previsti opportuni sistemi di difesa, tuttavia affidarsi troppo all’elettronica, come sostieme McAfee, senza opportuni scudi assicura una piattaforma d’attacco che non si limita al semplice furto dell’autovettura. Non è un’ipotesi lontana, dato che esistono software concepiti proprio per questi scopi. CarShark permette di intrufolarsi nell’elettronica dell’auto mediante un portatile via Bluetooth. Lo stesso sfrutta i tag Rfid presenti nei pneumatici, magari per violare la privacy di chi guida, oppure può accedere al cruscotto multimediale via Web e immobilizzare il veicolo. Tutto ciò per dire che bisogna iniziare a studiare un nuovo codice per valutare la sicurezza di un’auto. Non più solo test meccanici e di resistenza: ora bisogna anche valutare la sicurezza. Perché, come dice McAfee, tra 10 anni i cruscotti interattivi potranno mettere a rischio la nostra privacy?

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26 settembre 2011

fonte: http://www.motori24.ilsole24ore.com/Tecnologia/2011/09/auto-e-virus.php

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L’ENNESIMO – Parma, in manette assessore Pdl: tangenti sulla ristorazione scolastica

Parma, in manette assessore Pdl: tangenti sulla ristorazione scolastica

Il procuratore: indecente che si lucri sui pasti dei bambini. Arrestati anche il suo addetto stampa e due imprenditori


Una scena del film ‘La grande abbuffata’ , di Marco Ferreri – fonte immagine

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ROMA – Nuovo capitolo dell’inchiesta per corruzione in Comune a Parma. All’alba di oggi, con un blitz, gli uomini della Guardia di Finanza hanno tratto in arresto quattro persone. Tra questi l’assessore della giunta comunale Giovanni Paolo Bernini, 48 anni, che nell’esecutivo guidato dal sindaco Pietro Vignali si occupa di scuola e servizi per l’infanzia. Bernini è un esponente del Pdl e in passato ha avuto anche la delega al personale. Dopo l’arresto Bernini è stato accompagnato dai finanzieri in comune, dove è rimasto circa mezz’ora, probabilmente per una perquisizione.

Tangente sulla ristorazione scolastica. Stando alle accuse Bernini avrebbe «intascato una tangente di 8.000 euro per favorire la società Copra di Piacenza nell’assegnazione degli appalti per la ristorazione delle scuole pubbliche dell’infanzia ed elementari della città». Secondo agli inquirenti Bernini avrebbe chiesto l’assunzione di un suo conoscente da parte della ditta aggiudicatrice. Insieme a lui sono finiti in carcere Paolo Signorini, suo braccio destro ed addetto stampa, l’amministratore della Copra, il piacentino Mauro Tarana, e l’imprenditore parmigiano Antonio Martelli. Quest’ultimo è ai domiciliari. Bernini, Signorini e Tarana sono invece in carcere.

«È grave per non dire indecente che si lucri anche sui pasti dei bambini delle materne e delle elementari proprio da parte di chi dovrebbe invece assicurare massima equità e controllo – è il durissimo commento di Gerardo Laguardia, procuratore della Repubblica di Parma – Le indagini sono cominciate all’inizio dell’anno a seguito della denuncia presentata da un amministratore della società Camst, concorrente di Copra nell’appalto in seguito le utenze telefoniche di Bernini, del suo segretario e dell’amministratore della Copra sono state poste sotto intercettazione». E le intercettazioni hanno consentito di appurare che i rapporti illeciti tra l’assessore alla scuola e l’impresa piacentina svariavano anche in altri ambiti. Stando agli inquirenti, Bernini «per tramite del suo braccio destro e addetto stampa Paolo Signorini teneva contatti con l’azienda di ristorazione che avrebbe dovuto essere favorita nell’assegnazione degli appalti».

In un caso soltanto un errore nella compilazione da parte della Copra della domanda di partecipazione ad un bando comunale ha impedito che un altro appalto «pilotato» potesse giungere a destinazione. In ballo c’era l’aggiudicazione del servizio bar e ristorazione del Duc (direzione uffici comunale), che si trova in un grande complesso costruito pochi anni fa su uno dei viali interni alla città. La Copra, hanno spiegato gli inquirenti, non ha presentato un progetto che prevedesse come invece richiesto dal bando il servizio ai tavoli ma solo ed esclusivamente quello self service.

Secondo la Guardia di Finanza nelle intercettazioni le bustarelle venivano chiamate «conferenze stampa». In un caso tra Bernini e Signorini nasce un fraintendimento. L’assessore dice al suo segretario di aver «convocato una conferenza stampa» e l’altro, allarmato, gli spiega che tutte le stanze del Municipio sono prese e che non c’è spazio per ospitare i giornalisti. L’assessore, arrabbiato, fa notare al suo braccio destro «di non aver capito nulla» e gli dice: «Sconvoca tutto, non è quello che hai capito ciò che intendevo». Il riferimento era ad una presunta dazione di danaro. Dalle intercettazioni emerge un quadro che gli inquirenti hanno definito «pesante» in relazione alla responsabilità dell’amministratore circa la gestione degli appalti delle mense.

«Tutti i minuti mi chiama, mi manda messaggi. Non so più cosa raccontargli a quest’uomo». Così Paolo Signorini, segretario di Bernini nel corso di una delle conversazioni avute con l’amministratore di Copra Mauro Tarana. Stando agli inquirenti, Bernini esercitava continue pressioni sul suo braccio destro per fare in modo che questi portasse a termine il compito che gli era stato affidato: ottenere danaro dall’impresa di ristorazione a fronte dell’aggiudicazione dell’appalto pilotato.

Non solo gli appalti per le mense scolastiche, ma anche favoritismi a imprenditori amici. Bernini e l’imprenditore Antonio Martelli avevano dato luogo ad «intensi rapporti» per arrivare ad una positiva conclusione del progetto sulla scuola privata Mary Poppins di Parma. Secondo la Gdf tra l’assessore e l’imprenditore non erano ancora intercorse tangenti ma solo «regalie» (un iPad), per poter agevolare l’iter burocratico. Era stato Signorini a fare da tramite.

«Bernini è assurto agli onori della cronaca già qualche anno fa quando, assieme ad un altro parmigiano, fu oggetto di un’inchiesta del settimanale l’Espresso che scrisse dei suoi rapporti con il numero due del clan dei Casalesi (Michele Zagaria, ndr) – dice il procuratore Laguardia – Sarebbe opportuno che la politica e gli stessi partiti scegliessero con più attenzione le persone chiamate ad amministrare la cosa pubblica. Perchè se è vero che i contatti tra Bernini e i casalesi non portarono ad alcuna conseguenza giudiziaria è anche vero che questi erano stati accertati da un’inchiesta condotta dall’antimafia di Napoli».

Per la Giunta guidata dal sindaco Pietro Vignali è la seconda bufera dopo l’inchiesta Green Money, la vicenda sulle tangenti del verde pubblico che a fine giugno ha portato all’arresto di 11 persone, tra cui il comandante della Polizia municipale, tre dirigenti comunali, un dirigente di una società partecipata (Infomobility) e sei imprenditori. Corruzione e peculato erano le ipotesi di reato. In città ci sono state manifestazioni a ripetizione, una anche con incidenti, per chiedere le dimissioni della Giunta.

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Lunedì 26 Settembre 2011 – 09:25    Ultimo aggiornamento: 15:17

fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=164318&sez=HOME_INITALIA

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I vescovi scaricano Berlusconi: “Purificare l’aria da atti licenziosi”

‘Insufficienti le misure per la crisi’

I vescovi scaricano Berlusconi: “Purificare l’aria da atti licenziosi”


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Nel suo discorso di apertura dei lavori del Consiglio episcopale permanente della Cei, in corso a Roma, il cardinale Angelo Bagnasco, ha affrontato anche lo spinoso argomento della questione morale, sostenendo che “non è un’invenzione mediatica: nella dimensione politica, come in ciascun altro ambito privato o pubblico, essa è un’evenienza grave”. Misure per la crisi economica in Italia insufficienti

Angelo Bagnasco

Angelo Bagnasco

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Roma, 26-09-2011

“La questione morale non e’ un’invenzione mediatica”. Cosi’ il presidente della Cei Angelo Bagnasco. Pur segnalando, sulle inchieste in atto, “l’ingente mole di strumenti di indagine”, “la dovizia delle cronache a cio’ dedicate” e la presenza di “strumentalizzazioni”, Bagnasco ha affermato che “nessun equivoco tuttavia puo’ annidarsi”: la questione morale “e’ un’evenienza grave”.

Servono azioni nobili
“Quando le congiunture si rivelano oggettivamente gravi, e sono rese ancor piu’ complicate da dinamiche e rapporti cristallizzati e insolubili, tanto da inibire seriamente il bene generale, allora non ci sono ne’ vincitori ne’ vinti: ognuno e’ chiamato a comportamenti responsabili e nobili. La storia ne dara’ atto” ha detto il presidente della Cei.

Atti licenziosi ammorbano l’aria
“I comportamenti licenziosi e le relazioni improprie sono in se stessi negativi e producono un danno sociale a prescindere dalla loro notorieta’. Ammorbano l’aria e appesantiscono il cammino comune” ha detto il card. Bagnasco nella prolusione al Consiglio Cei. “C’e’ da purificare l’aria, perche’ le nuove generazioni, crescendo, non restino avvelenate”.

In un passaggio precedente Bagnasco aveva fotografato cosi’ lo stato delle cose: “Colpisce la riluttanza a riconoscere l’esatta serieta’ della situazione al di la’ di strumentalizzazioni e partigianerie; amareggia il metodo scombinato con cui a tratti si procede, dando l’impressione che il regolamento dei conti personali sia prevalente rispetto ai compiti istituzionali e al portamento richiesto dalla scena pubblica, specialmente in tempi di austerita’.

Rattrista il deterioramento del costume e del linguaggio pubblico, nonche’ la reciproca, sistematica denigrazione, poiche’ cosi’ e’ il senso civico a corrompersi, complicando ogni ipotesi di rinascimento anche politico. Mortifica soprattutto dover prendere atto di comportamenti non solo contrari al pubblico decoro ma intrinsecamente tristi e vacui”. Mentre “si rincorrono, con mesta sollecitudine, racconti che, se comprovati, a livelli diversi rilevano stili di vita difficilmente compatibili con la dignita’ delle persone e il decoro delle istituzioni e della vita pubblica”, Bagnasco torna a richiamare “la misura, la sobrieta’ la disciplina, l’onore” a cui e’ tenuto chi “sceglie la militanza politica”.

La corruzione è una piovra
La corruzione e’ una “piovra” e va combattuta per il presidente della Cei. “Non si capisce – ha aggiunto il cardinale Bagnasco – quale legittimazione possano avere in un consorzio democratico i comitati d’affari” che “si auto-impongono attraverso il reticolo clientelare, andando a intasare la vita pubblica”. “Il loro maggior costo sta nella capziosita’ dei condizionamenti, nell’intermediazione appaltistica, nei suggerimenti interessati di nomine e promozioni”.

Troppo potere a finanza, speculazione e alle agenzie di rating
“La globalizzazione resta non governata, e sempre piu’ tende ad agire dispoticamente prescindendo dalla politica” ha detto il card. Bagnasco, che nella prolusione al Consiglio permanente ha richiamato l’attenzione sulla finanza e sulla speculazione che, citando il Papa, ha definito “senza limiti” e sulle agenzie di rating: “Le agenzie che classificano l’affidabilita’ dei grandi soggetti economici – ha sottolineato – hanno continuato a far valere la loro autarchica e misteriosa influenza, imponendo ulteriori carichi alle democrazie”.

Misure per la crisi economica in Italia insufficienti
“La crisi economica e sociale che inizio’ a mortedere tre anni or sono, era in realta’ piu’ vasta e potenzialemnte piu’ devastante di quanto potesse di primo acchito apparire”. I vescovi hanno presente “quel che, a piu’ riprese, si e’ tentato di fare e ancora si sta facendo per fronteggiarle”, ma “l’impressione tuttavia e’ che, stando a quel che s’e’ visto, non sia purtroppo ancora sufficiente” ha detto il presidente della Cei, Bagnasco. “Colpisce la riluttanza a riconoscere l’esatta serieta’ della situazione al di la’ di strumentalizzazioni e partigianerie; amareggia il metodo scombinato con cui a tratti si procede”.

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fonte:  http://www.rainews24.it/it/news.php?newsid=156783

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SCUOLA CHE VAI VOTO CHE TROVI – Scuola, Uil: «Disparità nelle valutazioni, il ministero chiarisca su voti e pagelle»


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Scuola, Uil: «Disparità nelle valutazioni
il ministero chiarisca su voti e pagelle»

Studenti Udc: sistema valutazione sia omogeneo in tutta Italia

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ROMA – Regione che vai, valutazione che trovi: è la denuncia della Uil Scuola che, in una lettera inviata al ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini, chiede «chiarezza su voti e pagelle» denunciando troppo caos nella valutazione. «Se studi al liceo delle Scienze umane – segnala la Uil scuola – la matematica viene valutata con un doppio voto. Se sei iscritto al liceo Classico, a parità di piani di studio e di orario, viene valutata con un unico voto. Se studi in Piemonte, in base alla decisione assunta in tale regione, al Classico per la matematica c’è un doppio voto. Se il liceo è nel Lazio, in analoga situazione, il voto è unico. In sostanza, con il riordino delle superiori sono cambiati indirizzi e piani di studio, ma a parità di indirizzo e di ore di insegnamento, in assenza di un quadro chiaro di riferimento per alcune discipline c’è incertezza nelle scuole. Per molti studenti questo è il secondo anno del biennio e, in base al riordino, può essere richiesta la certificazione delle competenze, spendibile sul mercato del lavoro, il che complica ulteriormente le cose».

Per la Uil Scuola, serve un definitivo intervento di chiarimento perché «tale materia – si legge nella nota inviata al ministro – non può dare luogo a controversie interpretative, né può essere assunta, come ora avviene, sulla base di differenti decisioni a livello di Direzioni Regionali ma deve costituire una base di confronto univoca anche per la valutazione di competenze e conoscenze acquisite sulle discipline, in ambiti territoriali diversi, ai fini della validazione dei percorsi e della spendibilità dei titoli».

Studenti Udc: sistema valutazione sia omogeneo in tutta Italia. «Ci è incredibile vedere, a seconda delle regioni, valutazioni espresse con uno o due voti in pagella – dice Virgilio Falco, portavoce nazionale di StudiCentro, l’organizzazione studentesca dell’Udc – Chiediamo che il ministero si adoperi per uniformare il sistema di valutazioni in tutta Italia. Come ha dimostrato la Uil Scuola, un esempio calzante può essere la valutazione della matematica al liceo classico in Piemonte e nel Lazio: nella prima regione gli studenti si trovano in pagella due valutazioni, mentre nel Lazio se ne trovano una complessiva. Si faccia chiarezza anche per attuare in modo migliore gli strumenti recentemente introdotti dal legislatore quali la valutazione degli apprendimenti e la certificazione delle competenze».

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Lunedì 26 Settembre 2011 – 16:58    Ultimo aggiornamento: 16:59

fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=164380&sez=HOME_SCUOLA

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SE NON S’ERA CAPITO DA CHE PARTE STAVANO.. – Brunetta: “Basta certificati, anche quelli antimafia”

Brunetta: “Basta certificati
anche quelli antimafia”

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Il ministro della Pubblica amministrazione anticipa uno dei contenuti del dl sviluppo: “Una delle vitamine per la crescita è la semplificazione”. Insorge l’opposizione. L’Idv: “Certo, con questi ministri…”. Stop anche da Maroni: “Strumento indispensabile”. La replica: “Non scompare il certificato, ma l’obbligo di presentazione”

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ROMA“Una delle vitamine per la crescita è la semplificazione. Perché famiglie e imprese devono fornire certificati alla pubblica amministrazione che li ha già in casa? Basta certificato antimafia, basta Durc (documento unico di regolarità contributiva, ndr). Basta pacchi di certificati per partecipare ai concorsi. Ci sono tante riforme che non costa niente attuare ma che producono crescita”. Il ministro della pubblica amministrazione Renato Brunetta anticipa una delle misure che saranno contenute nel decreto Sviluppo, ma tocca un tasto delicato: il certificato antimafia è una forma di controllo decisiva per lo sviluppo economico e per la lotta alla criminalità.

A margine della presentazione del nuovo logo della PA, il ministro ha detto che i certificati “inutili” dovrebbero essere eliminati completamente e sostituiti con autocertificazioni, mentre le certificazioni rilasciate dalla PA resteranno valide solo nei rapporti tra privati. Immediata la reazione delle opposizioni, cui il ministro ha replicato dicendo che non verrà abolito il certificato antimafia, ma l’obbligo di presentazione.

Le reazioni. Il vicepresidente dei deputati Pd, Michele Ventura, è il primo a reagire sdegnato: “Nel sacro fuoco della semplificazione amministrativa che, fin qui, ha soltanto complicato la vita a tutti, il ministro Brunetta vuole bruciare la certificazione antimafia per le imprese. Ecco le idee dell’esecutivo Berlusconi per la crescita: meno legalità per tutti”. “Sono in attesa di capire cosa intenda veramennte Brunetta. Di certo non potrà essere accettata una misura che rende più fragile il sistema di controllo dello Stato”, ha commentato Emanuele Fiano, responsabile sicurezza del Pd.

“E’ evidente che il ministro Brunetta abbia voluto lanciare una provocazione”, ironizza il capogruppo dell’Italia dei Valori in commissione parlamentare antimafia, Luigi Li Gotti. “Proponendo l’abolizione della certificazione antimafia, Brunetta ha voluto dirci: se un indagato per mafia (Romano ndr) può fare il ministro, con la benedizione del ministro dell’Interno, perché mai le imprese dovrebbero farsi rilasciare dagli uffici periferici del ministero dell’Interno la certificazione antimafia?”. “Brunetta ha ragione – aggiunge – la mafia (prima con Cosentino ora con Romano) è, evidentemente, una componente della maggioranza e del governo. Brunetta, quindi, ha il merito di non essere ipocrita”. Il presidente dei deputati Idv Massimo Donadi rincara: “Una proposta assurda e pericolosa che lascia senza parole. Questo governo è sempre più sorprendente, in senso negativo naturalmente: è capace di penalizzare i lavoratori e fare favori alla mafia”.

Scettico il procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso: “Il ministro Brunetta è sempre molto originale – ha detto – stop ai certificati antimafia? Faccia una proposta di legge, la valuteremo…”. “E’ stato da poco approvato il Codice antimafia – ha aggiunto – che tra l’altro disciplina in modo molto rigoroso tutta la certificazione antimafia. Se il ministro aveva qualche osservazione da fare poteva farla in sede di Consiglio dei ministri”. Al momento, comunque, “è inutile fare polemiche sterili – conclude – e non è mia abitudine prendere posizione su cose campate in aria”.

Sulla stessa lunghezza d’onda Antonio Ingroia, procuratore aggiunto a Palermo: “Concordo sulla necessità di semplificare la burocrazia, ma senza intaccare i controlli preventivi antimafia, perché il rischio di indebolire gli apparati di prevenzione dalle infiltrazioni mafiose c’è e credo che questi strumenti non dovrebbero essere toccati”.

Forti critiche all’annuncio di Brunetta arrivano anche da Libera, l’associazione per la legalità presieduta da don Luigi Ciotti. “Il certificato antimafia – precisa in una nota – non è stato lo strumento straordinario nella lotta alla mafia ma è un importante presidio di prevenzione e conoscenza che in tanti casi ha permesso previa verifica di bloccare gli interessi delle mafie negli appalti. La scelta di indebolirlo e di scaricare la questione sulla pubbliche amministrazioni ha il sapore di una anestetico che invece di snellire la procedura rischia di rendere tutto ancor più complicato con una moltiplicazione di lavoro per gli enti che già devono affrontare e combattere i tagli e le riduzione di servizi e personale. Ci sembra che questa proposta è l’ennesimo segnale che qualcosa non va”.

La replica del ministro. Alle critiche, in particolare a quelle del Pd, Brunetta replica dicendo che non “scomparirà” il certificato antimafia ma solo l’obbligo della sua presentazione. “Preso dal sacro fuoco della banalità politica, il Partito democratico non ha perso un solo minuto a riflettere su questa importante proposta di semplificazione, preferendo chiosare il tutto con l’abusato slogan ‘Meno legalità per tutti’. Che tristezza. I conservatori della sinistra – si legge in una nota – non riescono a capire che accadrà esattamente il contrario, in quanto la certezza dei dati non diminuirà ma verrà semmai rafforzata: invece di chiedere al singolo imprenditore di fare il fattorino tra le amministrazioni, saranno infatti queste ultime a procurarsi direttamente presso gli uffici competenti la documentazione richiesta”. “Tant’è vero – prosegue la nota – che le amministrazioni certificanti dovranno individuare un ufficio responsabile per tutte le attività volte a gestire, garantire e verificare la trasmissione dei dati o l’accesso diretto alle informazioni da parte delle amministrazioni procedenti. Solo così arriverà a compimento il cammino intrapreso sin dal 1997 con le prime norme sull’autocertificazione, che potrà adesso cedere finalmente il passo alla “decertificazione”. Per questo un portavoce del ministro ha definito “campate in aria” anche le critiche arrivate da imprenditori e magistratura, ricordando che “l’iniziativa di semplificazione annunciata dal ministro Brunetta serve proprio a rendere cogenti per le amministrazioni quanto già previsto in tema di certificazione antimafia dall’articolo 4, comma 13 del decreto Sviluppo (decreto legge n. 70/2011 convertito con la legge n. 106 del 12 luglio 2011) che prevede che ‘le stazioni appaltanti pubbliche acquisiscono d’ufficio, anche in modalità telematica, a titolo gratuito ai sensi dell’articolo 43 comma 5 del Testo Unico sulla documentazione amministrativa la prescritta documentazione antimafia”.

L’altolà di Maroni. Evidentemente tra chi ha frainteso e male interpretato la proposta del responsabile della Funzione pubblica c’è però anche il Viminale. Con una nota il ministro dell’Interno Roberto Maroni ricorda infatti al collega che “la certificazione antimafia non può essere modificata perché è uno strumento indispensabile per combattere la criminalità organizzata e, in particolare per contrastare le infiltrazioni malavitose negli appalti pubblici”.

Stato in vendita. Brunetta ha parlato anche di privatizzazioni: “Vendere, vendere, vendere tutto il capitale morto che purtroppo ancora esiste nel nostro Paese, dagli asset pubblici, mobiliari e immobiliari, case, caserme. Vendere tutto quello che non serve e non è strategico. E investire in comunicazione e semplificazione. Vendiamo il patrimonio pubblico non produttore di ricchezza, pensiamo alle public utilities: luce, acqua, gas, trasporti, spazzatura, tutte quelle società che sono al 99% di proprietà degli enti locali e che spesso sono inefficienti”.

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26 settembre 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/politica/2011/09/26/news/brunetta_certificati-22244909/?rss

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Stato palestinese: oggi iniziano le consultazioni al Consiglio di Sicurezza


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Stato palestinese: oggi iniziano le consultazioni al Consiglio di Sicurezza

Scritto il 2011-09-26 in News

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Onu – InfoPal. Oggi, il Consiglio di sicurezza dell’Onu inizia le consultazioni sulla richiesta formale presentata venerdì dal presidente dell’Anp, Mahmoud Abbas, di piena adesione palestinese all’organizzazione mondiale. Il voto, tuttavia, è previsto tra diverse settimane.

Gli Stati Uniti hanno già minacciato di porre il veto alla votazione, affermando che solo i colloqui diretti israelo-palestinesi potranno portare allo stato palestinese.

Il presidente Usa Barack Obama afferma che la richiesta alle Nazioni Unite è “una scorciatoia non realistica che non produrrà pace vera e duratura tra israeliani e palestinesi”.

Il Quartetto Onu per il Medio Oriente (Stati Uniti, Unione Europea, Onu e Russia) sta cercando di riportare le parti al tavolo dei negoziati.

Venerdì 23 settembre, il Quartetto ha presentato una controproposta alla richiesta palestinese alle Nazioni Unite, proponendo nuovi colloqui di pace entro un mese, con entrambe le parti impegnate in un accordo finale da sottoscrivere quest’anno.

Il leader palestinese Mahmoud Abbas, cavalcando un’onda di vasto consenso popolare in Cisgiordania, ha escluso nuovi colloqui senza un “blocco totale” nella costruzione di insediamenti israeliani.

A settembre dello scorso anno, i palestinesi si sono ritirati dai colloqui diretti dopo che il governo di Tel Aviv aveva revocato la moratoria sulla costruzioni di insediamenti ebraici a Gerusalemme e Cisgiordania.

“Stiamo negoziando fino alla nausea, con un processo che non ha rapporto con la realtà. Questo è il problema”, ha dichiarato Hanan Ashrawi, dirigente di spicco di Fatah, al programma “This Week” della ABC.

“Quindi, se si negozia e si dà a Israele del tempo per creare fatti unilaterali, per costruire più insediamenti, rubare più terra, è in pericolo la distruzione di tutto quanto, non solo del processo di pace, ma anche le stesse prospettive di pace”.

Dall’occupazione della Cisgiordania, nel giugno del 1967, Israele ha costruito più di 130 insediamenti su tutto il territorio palestinese, che ospitano più di 300mila residenti. Altri 200mila israeliani vivono in insediamenti a Gerusalemme est.

In Cisgiordania, la maggioranza dei coloni vive in otto grandi insediamenti che Israele vuole inserire in qualsiasi accordo di pace definitivo con i palestinesi.

Israele ritiene entrambi i settori di Gerusalemme, Ovest ed Est, parte della sua “eterna e indivisibile capitale” e non considera le attività di costruzione coloniale a Gerusalemme Est come “insediamenti”.

La richiesta di Abbas davanti alle Nazioni Unite è stata un evento storico che ha riscosso il plauso dell’Assemblea Generale e l’entusiasmo dei palestinesi in Cisgiordania, e anche a Gaza.

Ieri, domenica 25 settembre, ha fatto ritorno a Ramallah, alla Muqata’a, la residenza presidenziale, ed è stato accolto come un “eroe” dalla folla festante che lo ha applaudito, sventolando la bandiera palestinese.

La richiesta di riconoscimento all’Onu è appoggiata da oltre 130 Stati nel mondo, tuttavia, gli Usa, alleati di Israele, sono uno dei cinque membri permanenti nel Consiglio di Sicurezza con diritto di veto, e Washington ha ripetutamente affermato che userà tale potere.

Perché il voto passi, i palestinesi hanno bisogno del sostegno di nove dei 15 membri del Consiglio di Sicurezza. Sei hanno già appoggiato la richiesta, sette non hanno ancora rivelato la propria decisione, mentre la Colombia ha fatto sapere che si asterrà.

L’avvio delle consultazioni del Consiglio di Sicurezza è fissato per oggi alle 15, presso la sede dell’Onu, a New York, ma i diplomatici dicono che saranno necessarie settimane, addirittura mesi, prima di arrivare al voto.

(Fonte: AFP e Quds Press)

(Foto di Mohammad Awad dalla Cisgiordania)

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‘Echidnas’ israeliane tra i coloni si addestrano all’uso di armi contro i palestinesi

Scritto il 2011-09-24 in News

An-Nasira (Nazareth) – InfoPal. Fonti israeliane hanno rivelato che “alcune donne dell’insediamento di Gush Etzion, vicino a Betlemme (Cisgiordania Sud) hanno iniziato un corso di addestramento per l’uso di armi da fuoco (fucili…

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fonte:  http://www.infopal.it/leggi.php?id=19424

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FINO A QUANDO VOGLIAMO TOLLERARLO? – Bossi: chi mette fuori il tricolore sono somari che mangiano e bevono


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Bossi: chi mette fuori il tricolore
sono somari che mangiano e bevono

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SOMMA LOMBARDO – Quelli che mettono «fuori i tricolori sono somari: quelli mangiano e bevono». Il leader della Lega Nord Umberto Bossi ha usato questa espressione intervenendo a una festa della Lega Nord nel Varesotto. Bossi, riferendosi alla crisi economica, ha affermato che «la verità è che costa troppo il Sud, mentre il povero Nord lavora e basta». E se con la manovra «finalmente inizierà a scendere il colossale debito pubblico», secondo il ministro delle Riforme «si può dire che la casa è salva, ma per noi lo sarà davvero quando saremo fuori dalle balle, perchè siamo la vacca da mungere».

Nessun accenno questa volta alla parola secessione nè da parte del Senatur, nè da parte dei militanti che l’ascoltavano.

Tremonti non è in pericolo, voteremo no all’arresto di Romano. Poi Bossi ha detto «stop alla missione in libia a settembre. Il Senatur spiega a una festa della Lega il voto contro l’arresto di Milanese: «Ci insultano, ma abbiamo coscienza a posto: il suo processo va avanti, volevano solo far cadere il governo».

Giornalisti prenderete botte. «Lo dico ai giornalisti: prima o dopo piglierete una mano di botte, non ci distruggerete con i vostri insulti». Il segretario della Lega Nord Umberto Bossi è tornato ad attaccare con queste parole i giornalisti. Dal palco di una festa del partito nel Varesotto, Bossi è intervenuto per difendere la moglie Manuela Marrone, oggetto di ricostruzioni giornalistiche per il suo ruolo all’interno della Lega. Lei «non si fa pagare» e «ha fatto tanto» per il Carroccio, ha spiegato il marito ministro delle Riforme. «C’è chi pensa solo a fare i soldi e chi invece ci crede a degli ideali – ha aggiunto -: e se non c’era mia moglie la mia famiglia sarebbe scomparsa, perchè io non sono mai a casa». Bossi ha quindi inframmezzato il suo intervento con insulti ai giornalisti, definiti «stronzi», «lacchè», «gentaglia», «obbedienti agli ordini peggiori pur di andare contro la Lega».

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Domenica 25 Settembre 2011 – 22:38    Ultimo aggiornamento: Lunedì 26 Settembre – 09:51

fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=164315&sez=HOME_INITALIA

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LO SCHIAVISMO NON SI FERMA – Braccianti e operai fantasma: nuova legge ma il carcere non ferma i «caporali»

IL MERCATO ILLEGALE DEL LAVORO NELL’AGRO PONTINO

Braccianti e operai fantasma: nuova legge ma il carcere non ferma i «caporali»

Immigrati sottopagati nelle campagne. Carcere fino a 8 anni e 2 mila euro di multa per ogni «schiavo» sfruttato, eppure l’arruolamento illegale continua


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Contadini sikh  a Sabaudia (dal web)
Contadini sikh a Sabaudia (dal web)

LATINA – Caporalato: il reato è nuovo, ma i problemi restano sempre gli stessi. A sei mesi dalla proposta di legge, la Finanziaria bis ha introdotto pene più severe – il reato diventa penale – prevedendo anche l’arresto per chi sfrutta i lavoratori in maniera sistematica e violenta. Ma basta visitare le campagne della provincia pontina, le coltivazioni ortofrutticole, i frutteti, le immense serre ed i vigneti, per rendersi conto che il comparto continua a reggersi sul lavoro di braccianti – per la maggior parte indiani, 4mila quelli stimati nel 2010 – senza contratto, senza diritti, sconosciuti allo Stato perché clandestini. Così come accade per gli operai-fantasama arruolati dai kapì alla periferia di Roma per centinaia di cantieri edili.

MANETTE SPAURACCHIO – La prospettiva di multe e manette, è evidente, non spaventa gli imprenditori che pur stanno subendo qualche controllo in più. Si scopre così che il nuovo reato è difficile da configurare e dunque da punire. I primi moti di soddisfazione da parte dei sindacati, in particolare la Cgil dei comparti edili ed agricoli – che nel maggio 2010 aveva organizzato da Latina a Viterbo proteste in piazza degli immigrati -, si stanno trasformando in una ennesima denuncia verso un Paese che vive di buoni propositi ma ha le armi spuntate per fermare l’illegalità.

Braccianti indiani nelle campagne di Latina
Braccianti indiani nelle campagne di Latina

LEGGE MONCA – Il bilancio ad una decina di giorni dall’entrata in vigore del Ddl contro il caporalato non è esaltante. «In provincia il 16% del Pil proviene dall’agricoltura – dice Giovanni Gioia della Flai Cgil – e non possiamo lasciarlo in mano alle organizzazioni criminali». I sindacalisti sono convinti che dietro al caporalato e a quel 90% di lavoratori extracomunitari ci sia qualcosa di ben più articolato e temibile, un’organizzazione che la nuova legge non riesce a identificare e colpire. «Servono decreti attuativi che stabiliscano chi debba fare i controlli dotando le forze dell’ordine dei giusti strumenti – dice Gioia – e soprattutto occorre che si definisca meglio la figura del caporale».

Il corteo dei braccianti indiani a Latina nel 2010
Il corteo dei braccianti indiani a Latina nel 2010

IL NUOVO REATO – Basta scorrere l’articolo 12 del decreto legge 138/2011 per capire che – fatte salve le premesse sufficientemente ancorate alla realtà – di fatto manca qualcosa. Vi si legge che «chiunque svolga un’attività organizzata di intermediazione, reclutando manodopera o organizzandone l’attività lavorativa caratterizzata da sfruttamento, mediante violenza, minaccia o intimidazione, approfittando dello stato di bisogno o di necessità dei lavoratori, è punito con la reclusione da cinque a otto anni e con la multa da 1000 a 2000 euro per ciascun lavoratore reclutato». Inoltre costituisce indice di sfruttamento «la sistematica retribuzione dei lavoratori in modo palesemente difforme dai contratti collettivi nazionali o comunque sproporzionato rispetto alla quantità e qualità del lavoro prestato…».

Un indiano in bici nella nebbia (foto Ap)
Un indiano in bici nella nebbia (foto Ap)

ARMI SPUNTATE E 3 EURO L’ORA – Ma se il ritratto dello sfruttatore appare ben definito, il legislatore ha dimenticato che nella maggior parte dei casi i lavoratori sono dei veri e propri invisibili, fantasmi che denunciando le condizioni di vita disumane verrebbero espulsi senza possibilità di recuperare le migliaia di euro spesi per il viaggio della speranza in Italia, spesso intascati da mercanti di uomini senza scrupoli.
In provincia di Latina lavorano migliaia di cittadini del Punjab, localizzati tra Aprilia, il capoluogo, Sabaudia, San Felice, Terracina e Fondi. Tengono in piedi il settore dell’ortofrutta (ed anche quello zootecnico ) locale al pari dei «colleghi» del Nord Italia dai quali dipendono allevamenti bovini e produzioni tipiche come il Grana Padano. In questi giorni le campagne sono colme di braccianti sfruttati dall’alba al tramonto per 3 euro l’ora: gli unici controlli di cui si è avuto notizia sono quelli dei carabinieri e dell’ispettorato del lavoro. In alcuni casi si usa l’elicottero per sorvolare i vigneti e coltivazioni per indirizzare le pattuglie. Il bilancio è di una manciata di ammende, ma di arresti neanche uno.

PALESI ANOMALIE – «Servirebbe una task force che si dedichi a controlli sistematici – dice ancora Giovanni Gioia – mentre è completamente assente quell’analisi, quell’incrocio di dati ufficiali che già da solo fa comprendere le anomalie del sistema produttivo locale. Alla Camera di commercio sono registrate 11mila tra aziende agricole e florovivaistiche, mentre di lavoratori agricoli al collocamento ce ne contano 9mila, neanche uno per azienda». Così come è assurdo, prosegue Gioia, «che non via sia nemmeno una denuncia di infortunio nelle campagne. In questo panorama il reato di caporalato è difficilmente contestabile».

Operai stranieri in attesa del «caporale» alle porte di Roma (Faraglia)
Operai stranieri in attesa del «caporale» alle porte di Roma (Faraglia)

BATTAGLIA PER I DIRITTI – La nuova legge viene vista solo come un punto di partenza. Prosegue Giovanni Gioia insieme al responsabile del settore edile della Cgil Ezio Giorgi: «Avere un quadro normativo più puntuale e certo (ricordiamo che in precedenza il caporalato era un reato civile con un’ammenda prevista di 50 euro a lavoratore sfruttato) ci consente di rivendicare e rilanciare con qualche strumento in più la battaglia per la difesa dei diritti e della dignità dei lavoratori e del lavoro e, ci auguriamo possa essere anche un sistema disincentivante per tutti quei malfattori che fanno dello sfruttamento il loro business».
Intanto, ogni mattina all’alba, centinaia di Sikh con le loro biciclette scassate si recano dalle miriadi di «Little India» pontine verso i campi, per guadagnarsi il pane: qualcuno è vittima dello sfruttamento ad opera dei propri concittadini, altri di organizzazioni criminali nostrane. Molti di più quelli che debbono sottostare alla logica di un profitto che gli imprenditori locali mandano a memoria: «Con questa crisi se dovessi prendere un bracciante in regola non andrei avanti…».

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Michele Marangon
26 settembre 2011 08:41

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Speciale formazione Roma

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fonte:  http://roma.corriere.it/roma/notizie/cronaca/11_settembre_26/caporalato-nuova-legge-vecchi-problemi-1901637350201.shtml

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