Archivio | ottobre 2, 2011

LA RIVOLUZIONE? E’ DENTRO DI NOI – Bergonzoni, dal Teatro Valle di Roma occupato

Ascoltare, riflettere, agire..

mauro

Bergonzoni, dal Teatro Valle di Roma occupato

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SFRUTTAMENTO – Ingegneri al servizio dello Stato. Gratis

«È un servizio alla collettività». «No, è sfruttamento»

Ingegneri al servizio dello Stato. Gratis

Accordo Agenzia del territorio-Consiglio nazionale per censire gli immobili-fantasma. Ma i giovani non ci stanno

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Con tanti saluti dallo Stato – fonte immagine

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MILANO – «Questo si chiama volontariato», dice Roberta Liggi, la pasionaria cagliaritana a capo della protesta, per ora virtuale, ma amplificata dal potere taumaturgico di Facebook. E ancora – animata dal sacro fuoco della ribellione – aggiunge: «È una modalità palesemente anticostituzionale e soprattutto configura una sorta di sfruttamento verso gli ingegneri più giovani, collaboratori di professionisti qualificati che li sguinzagliano sul territorio per violare la privacy altrui e fare gli sceriffi sul patrimonio delle persone. A quale titolo? Gratuito!».

IL CASO – Gli strali della Liggi e di alcuni giovani ingegneri iscritti all’ordine della provincia di Cagliari, da dove è partita la protesta, sono tutti contro una circolare n°445 del 3 agosto 2011 che ha suggellato l’intesa tra il Consiglio nazionale degli ingegneri e l’Agenzia del territorio, diretta da Gabriella Alemanno (sorella del primo cittadino di Roma). Il protocollo controfirmato dai due enti stabilisce (ma intesa speculare era stata firmata a maggio anche con il Conaf, consiglio nazionale dei dottori agronomi e forestali, «l’attività congiunta di comunicazione e sensibilizzazione nei confronti dei titolari di immobili non dichiarati al catasto». Cioè la pletora delle decine di migliaia di immobili-fantasma dislocati su tutto il territorio italiano, sui quali finora, l’unico strumento dissuasivo (?) e di recupero di gettito per le casse dell’Erario, era stato lo scudo fiscale utilizzato dalla politica con alterne fortune.

COMPENSO GRATUITO – Peccato che questa attività – secondo quanto si è impegnato a fare il Consiglio nazionale degli ingegneri – preveda l’individuazione, da parte dei singoli ordini, di professionisti di comprovata esperienza che agiranno a titolo completamente gratuito «nell’interesse delle istituzioni coinvolte e della collettività». Quest’opera di «censimento patrimoniale» si sta realizzando con un software elaborato da Sogei (società per azioni a capitale pubblico controllata dal ministero dell’Economia) previa scheda tecnica, sulla quale annotare eventuali irregolarità rispetto a quanto documentato nei database dell’Agenzia del territorio. Ma al netto del modello anglosassone di Big Society, tradotto nella formula «il potere alla gente», secondo il quale cittadini e associazioni possono svolgere funzioni normalmente di monopolio pubblico per il progresso della società, i giovani ingegneri cagliaritani individuano in questa intesa almeno tre violazioni normative.

VIOLAZIONI NORMATIVE – Dice la Liggi: «Il volontariato è incompatibile con qualsiasi forma di lavoro subordinato o autonomo» (legge-quadro sul volontariato 266/1991). Aggiunge: «Il lavoratore deve essere retribuito proporzionalmente alla quantità e alla qualità di lavoro svolto e sufficientemente per poter avere un’esistenza libera e dignitosa» (art. 36 della Costituzione). Infine è prassi (oltre che comportamento doveroso nei confronti del fisco e quindi della collettività) che la prestazione professionale debba essere fatturata, anche «nel caso di un progetto realizzato per i propri genitori», come raccontano i presenti a una riunione informale di un consiglio provinciale dell’Ordine degli ingegneri.

PARADOSSO – E allora il paradosso è che per lavorare per i propri cari è necessario regolarizzare il tutto con il fisco, altrimenti l’Agenzia delle entrate e la Guardia di finanza possono contestare irregolarità, mentre se si lavora per lo Stato il compenso può essere gratuito o ci si può rimettere di tasca propria, tra benzina, tempo e gli occhi indispettiti di chi non ha denunciato il proprio podere al catasto.

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Fabio Savelli
01 ottobre 2011

fonte:  http://www.corriere.it/economia/11_ottobre_01/ingegneri-stato-gratis-savelli_8f7f6652-ec28-11e0-827e-79dc6d433e6d.shtml

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AUTUNNO CALDO – Ottobre, dai trasporti alla scuola: Calendario di un mese di scioperi

AUTUNNO CALDO


1969 – fonte immagine

Ottobre, dai trasporti alla scuola
Calendario di un mese di scioperi

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Si comincia lunedì 3, quando si fermano il trasporto locale (con modalità diverse da città a città) e i lavoratori delle Poste. Venerdì 7 toccherà alla scuola e ai servizi esternalizzati di Regioni e autonomie locali. Il 20 e 21 ottobre agitazioni nel comparto ferroviario. Chiude, il 28, lo sciopero generale del pubblico impiego

 

ROMA Lo sciopero del trasporto locale del 3 ottobre, proclamato dall’Unione sindacale di base, inaugura un mese di ottobre particolarmente caldo, non solo per la mobilità: il calendario è particolarmente articolato e prevede astensioni dal lavoro oltre che nelle ferrovie, anche in altri settori, dalle Poste alla scuola al
pubblico impiego.

Si comincia dunque domani con lo sciopero nazionale del trasporto locale indetto da Usb per difendere il futuro occupazionale di 150.000 addetti del settore, il diritto alla mobilità, la natura pubblica del servizio e la volontà popolare espressa con il referendum del 12 e 13 giugno, ma anche contro il taglio del 70% delle risorse dedicate al trasporto pubblico locale, che sta già producendo esuberi, tagli ai salario, aumento delle tariffe e diminuzione del servizio. Saranno rispettate le fasce di garanzia, diverse da città a città.

A Roma lo sciopero 1 riguarda i lavoratori di Atac, Roma Tpl,  Cotral e Roma Servizi per la Mobilità che incroceranno le braccia dalle ore 8.30 alle 17 e dalle 20 fino al termine del servizio. Per limitare i possibili disagi, l’amministrazione comunale ha disposto la disattivazione delle Ztl, le zone a traffico limitato diurne. Saranno a rischio bus, tram, metrò e le ferrovie urbane Roma-Lido, Termini-Giardinetti e Roma-Civita Castellana-Viterbo e le linee periferiche gestite da Roma Tpl. Coinvolto il personale viaggiante e interno, compresi addetti alla verifica dei titoli di viaggio e ai parcheggi, ausiliari del traffico e lavoratori delle biglietterie. Esclusi dallo sciopero portieri, guardiani, addetti ai centralini telefonici e ai servizi di sicurezza, compresi quelli delle metropolitane.

A Torino i mezzi Gtt viaggeranno regolarmente.

A Bologna l’Atc fa presente che negli orari di sciopero (alle ore 8.30 alle ore 16.30 e dalle 19.30 a fine servizio), il trasporto pubblico urbano, suburbano ed extraurbano non sarà garantito. Più precisamente  saranno assicurate solamente le corse dal capolinea centrale verso periferia, e viceversa, con orario di partenza fino alle 8.15 al mattino e fino alle 19.15 alla sera. Durante gli orari di sciopero saranno comunque garantiti i servizi “riservati scolastici”, il servizio dei centri di informazione e vendita Atcittà e le attività di rilascio di contrassegni e vetrofanie per le aree regolamentate dal piano sosta, nei consueti orari di apertura degli sportelli. Al call center telefonico 051-290290, la presenza di un operatore fino alle ore 9 e dalle ore 16 al termine del servizio.

A Milano l’Atm ha precisato che il proprio servizio invece sarà regolare per l’intera giornata.

A Firenze, dove da tempo la Rsu Ataf ha scelto il 7 ottobre come giornata per l’astensione, il trasporto pubblico è a rischio, ma ci sarà il rispetto delle fasce di garanzia: saranno garantite due finestre negli orari 6-9.15 / 11.45-15,15.

A Napoli i mezzi pubblici saranno a rischio al di fuori delle fasce di garanzia che vanno dalle 5.00 alle 8.00 e dalle 16.30 alle 19.30.

Lunedì 3 ottobre si fermano anche i lavoratori delle Poste aderenti a Sip-Cisl, Uilposte, Confsal-Com e Ugl-Com, mentre per il settore “recapito” l’agitazione riguarda gli aderenti a Si-Cobas.

Venerdì 7 sarà la volta della scuola: hanno aderito allo sciopero il personale docente e Ata a tempo indeterminato e determinato, ma l’agitazione coinvolge anche i lavoratori dei servizi esternalizzati di scuola e università di Usi-Ait.

Sempre venerdì si fermeranno per l’intera giornata i lavoratori dei servizi esternalizzati di Regioni e autonomie locali aderenti sempre a Usi-Ait.

Lunedì 10 sciopereranno per l’intera giornata i dipendenti del gruppo Unicredit.

Il 20 e 21 ottobre nuovo stop per i trasporti: si asterranno dal lavoro gli addetti al settore degli appalti del comparto ferroviario (stop dalle 21 del 20 ottobre alle 21 del giorno dopo), mentre i dipendenti Aeroflot aderenti a Filt-Cgil si fermeranno dalle 10 alle 14 del 20 ottobre.

Il 21 ottobre, dalle 9 alle 17, è previsto lo stop dei lavoratori del Gruppo Fs, organizzato da Filt-Cgil, Fit-Cisl, Uiltrasporti, Ugl-Trasporti e Fast Ferrovie.

Lunedì 24 sarà la volta dei lavoratori del trasporto merci.

Venerdì 28 ottobre, infine, sciopero generale del pubblico impiego organizzato dalla Uil per l’intera giornata.

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02 ottobre 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/economia/2011/10/02/news/ottobre_scioperi_trasporti-22566825/?rss

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Le donne coraggio dello Zimbabwe

Le persone e la dignita Corriere della Sera

dalla rubrica ‘Le persone e la dignità

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Le donne coraggio dello Zimbabwe

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di Riccardo Noury
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Colui che 31 anni fa era stato uno dei più grandi protagonisti della lotta di liberazione della Rhodesia del Sud dal colonialismo britannico si è trasformato da tempo in un satrapo illiberale.

È da almeno un decennio che la situazione dei diritti umani nello Zimbabwe è disastrosa. Alla vigilia del World Habitat Day del 3 ottobre, non va dimenticato che il governo di Robert Mugabe, nel marzo 2005, ordinò uno dei più grandi e violenti sgomberi forzati della storia recente: 700.000 persone persero case e beni durante la cosiddetta Operazione Murambatsvina.

Il governo di unità nazionale costituito nel 2009 tra l’Unione nazionale africana dello Zimbabwe di Mugabe e il principale partito di opposizione, il Movimento per un cambiamento democratico di Morgan Tsvangirai, non ha migliorato le cose. Ormai ottantasettenne e secondo molti colpito da un cancro alla prostata, l’ex leader della liberazione non molla il potere. A maggio ha partecipato alla beatificazione di Giovanni Paolo II, tra molte polemiche legate al divieto di ingresso imposto nei suoi confronti dall’Unione europea come “persona non grata”.

A sfidarlo, sono soprattutto le donne che guidano il movimento per la giustizia sociale. Il 21 settembre a Bulawayo, la seconda città del paese, la polizia ha stroncato una manifestazione indetta per celebrare la Giornata internazionale della pace.

Dodici attiviste di Woza (Women of Zimbabwe Arise) sono state picchiate e arrestate. Dieci di loro sono state rilasciate, mentre a Jenny Williams e Magodonga Mahlangu, le due leader di Woza, è stato negato il rilascio su cauzione. Sono state accusate di “sequestro e furto”. Di chi o di cosa, non è chiaro. Erano appena uscite da un periodo di convalescenza, dopo che entrambe avevano subito nelle settimane precedenti due interventi chirurgici.

Jenny Williams e Magodonga Mahlangu hanno una lunga esperienza di arresti e periodi di detenzione: spesso brevi, comminati più che altro per fiaccare la loro determinazione, ma in un paio di casi anche per cinque settimane. Ricordiamolo: per non aver fatto nulla se non esercitare il diritto alla libertà d’espressione sancito nella stessa Costituzione del paese.

Dall’esempio di Woza è nata recentemente Moza (Men of Zimbabwe Arise). La loro modalità d’azione è simile, l’odio del presidente Mugabe nei loro confronti pure. Il 28 febbraio, sempre a Bulawayo, sette esponenti dei due movimenti erano stati arrestati e torturati per due giorni con la tecnica della “falaqa” (bastonate sulle piante dei piedi). Gli aguzzini volevano sapere dove fossero finite Jenny Williams e Magodonga Mahlangu, di cui si erano perse le tracce dopo la bella manifestazione pre-San Valentino del 12 febbraio. Appreso che la polizia le cercava per arrestarle, avevano provvisoriamente lasciato le loro abitazioni.

Già, perché nei momenti peggiori, la repressione contro l’attivismo sociale nello Zimbabwe si trasforma in una caccia all’uomo. Più spesso, in una caccia alla donna.

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02 ottobre 2011

fonte:  http://lepersoneeladignita.corriere.it/2011/10/02/le-donne-coraggio-dello-zimbabwe/

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ACCADE IN MOLISE – Berlusconi sparisce dal simbolo elettorale: “Ora fa perdere voti”

Berlusconi sparisce dal simbolo elettorale “Ora fa perdere voti”

 
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Molise alle urne tra 15 giorni: per la prima volta il nome eliminato dal logo, niente comizi del leader

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di GIUSEPPE SALVAGGIULO
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CAMPOBASSO
Per la prima volta dal simbolo del Pdl scompare il nome di Berlusconi. Omesso poiché ritenuto auspicio di sventura elettorale. Accade in Molise, unica regione dove si vota tra 15 giorni. Segno dei tempi, malinconico crepuscolo del mito del «partito personale». Pare trascorso un secolo dal 2008-2009, quando «BERLUSCONI» campeggiava da solo a caratteri cubitali in Abruzzo e Sardegna (ignorati i candidati locali), ma anche dal 2010 e dalla scorsa primavera, quando ancora sovrastava i nomi di sindaci e governatori, piccini e relegati nella parte bassa del simbolo, a testimoniare l’effetto taumaturgico del Cavaliere.

Mentre cinque anni fa il premier piombò in Molise quattro volte in un mese, per sostenere il governatore Michele Iorio, questa volta non si è fatto vedere, né sono in agenda comizi, videomessaggi, collegamenti telefonici. Nulla di nulla. Peggio: nelle manifestazioni pubbliche il nome di Berlusconi non viene pronunciato come si faceva per sollecitare ovazionie mobilitare le masse moderate, se non in senso opposto da Lorenzo Cesa, segretario dell’Udc, che per giustificare l’alleanza con il Pdl ha proclamato: «Iorio non è Berlusconi». In privato, invece, raccontano che i colonnelli del Pdl abbiano sì evocato il Cavaliere, ma per bandirlo dalla campagna elettorale: «Ora fa solo perdere voti».

Iorio è alla caccia del terzo mandato (il limite legislativo di due è ormai ignorato dopo i precedenti di Formigoni ed Errani). E nonostante il vento nazionale contrario e un paio di inciampi giudiziari (processi in corso per abuso d’ufficio), risulta in testa nei sondaggi. Anche perché il centrosinistra ha pensato bene di opporgli Paolo Di Laura Frattura, fino a pochi mesi fa collaboratore del governatore, che nel 2006 l’aveva piazzato nella lista di Forza Italia. Un successo elettorale, sia pure in una regione di 320 mila abitanti (un quarto della sola Milano) sarebbe un miracolo, interrompendo una serie di batoste memorabili. Per questo Iorio ha deciso di fare a meno di Berlusconi.

Interpellato, minimizza: «Non ho approfondito, ma mi pare che il simbolo del Pdl sia cambiato. Certo, cinque anni fa il suo nome c’era anche in Molise. Ora no, meglio privilegiare quello del candidato sul territorio. Comunque, non sono tra quelli che pensano che il nome di Berlusconi sia negativo, chiaro? Quanto ai comizi con lui, ne avevamo parlato tempo fa, ma al momento non ce ne sono in programma». In altri tempi, quando i candidati azzurri facevano stampare manifesti con fotomontaggi per simulare l’abbraccio e la benedizione del Cavaliere, tale scelta sarebbe apparsa un suicidio. Oggi no. Secondo le rilevazioni Demos, il gradimento popolare di Berlusconi è sceso dal 35% del dicembre 2010 al 22,7% del settembre di quest’anno.

E gli ultimi indizi elettorali fanno una prova. Milano: Berlusconi prende in mano la campagna per le comunali affondando Letizia Moratti. Napoli: il candidato del centrodestra Gianni Lettieri telefona a Denis Verdini supplicandolo: «Convinci il presidente a non venire»; Silvio va e trova una piazza Plebiscito semivuota e fischiante, facendo felice De Magistris. Referendum: i consiglieri suggeriscono il basso profilo, il Cavaliere fa appelli per l’astensione e trascina milioni di elettori alle urne. Se Iorio perderà, avrà pagato il clima nazionale. Se vincerà, dovrà ringraziare la damnatio memoriae di Berlusconi. Fino a ipotizzare il capovolgimento del gingle del Pdl: «Meno male che Silvio non c’è…».

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fonte:  http://www3.lastampa.it/politica/sezioni/articolo/lstp/422941/

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STRANA GIUSTIZIA, RIINA SI, LAVITOLA NO – Mentana: “Perché nessuno mi chiede dov’era Lavitola?”

Ricordate? L’abbiamo pubblicato anche noi: ‘Sequestrati a Repubblica i verbali di Riina. I materiali erano stati pubblicati questa mattina e sono rimasti in linea almeno dieci ore. Ma i magistrati di Caltanissetta parlano di un provvedimento “preventivo” per evitarne la diffusione. Indagati i giornalisti Attilio Bolzoni e Lirio Abbate’.

https://i1.wp.com/inchieste.repubblica.it/images/2011/09/30/221731457-4570f56a-f336-4264-aeea-811e33eac84a.jpg

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Mentana, al Tg de La7, effettua un collegamento in diretta con il latitante (su consiglio espresso di Berlusconi) Lavitola e nessuno muove un dito? Forse perché nei verbali di Riina vi sono ‘notizie’ scottanti a carico di noti politici italiani, mentre le ‘notizie’ che potrebbe dare il Lavitola è meglio che restino ‘sepolte’ all’estero?

C’è del marcio, a Palazzo Grazioli.

mauro

Mentana: “Perché nessuno mi chiede dov’era Lavitola?”

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Breve sfogo di Enrico Mentana durante l’edizione serale del suo TgLa7 del 30 settembre. A conclusione di un servizio riguardante la possibile iscrizione del premier nel registro degli indagati nell’ambito del caso Tarantini (per Berlusconi si profila l’accusa di istigazione a rendere false testimonianze a causa delle discrepanze tra i suoi racconti e quelli di Lavitola), Mentana così commenta il silenzio sulla sua esclusiva intervista in diretta a Lavitola, andata in onda il 28 settembre su La7 (un collegamento satellitare di circa 2 ore9: “L’altro giorno, ormai 48 ore fa, abbiamo fatto quell’intervista via satellite a Lavitola. Ci saremmo aspettati che poche ore dopo, o addirittura durante la trasmissione, qualcuno (le autorità preposte, ndr) sarebbe venuto a verificare l’origine tecnica di quel collegamento per identificare dove sia il latitante Lavitola. Sono passate 48 ore e non si è fatto vivo ancora nessuno”.

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(Guarda qui l’intervista a Lavitola)

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02 ottobre 2011

fonte:  http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/01/mentana-perche-nessuno-mi-chiede-dovera-lavitola/161403/

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STUPIDARIO – Più che un governo, è un cabaret

Più che un governo, è un cabaret

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https://i2.wp.com/www.navecorsara.it/wp/wp-content/uploads/2011/09/Gelmini+tunnel+c1.jpg
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Rotondi che parla di «blogghisti e inernettauti». Frattini che si vanta on line di aver stretto la mano a Obama. Gelmini che inventa tunnel dalla Svizzera all’Abruzzo. Sorge il dubbio che facciano apposta: per imitare un Capo che ha fatto della gaffe il suo stile comunicativo

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di Riccardo Bianchi

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L’ultima chicca è stata quella del ministro per l’Attuazione del programma, Gianfranco Rotondi, che martedì scorso, durante un’intervista radiofonica a ‘Un giorno da pecora’ ha mostrato una conoscenza di Internet tragicomica: per lui infatti la Rete è frequentata da “blogghisti e internettauti”.
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Solo il giorno prima a fare una figura tremenda era stato il ministro degli esteri, Franco Frattini. che nel suo sito aveva messo, tutto orgoglioso, un titolo trionfalistico in terza persona (“New York, Obama saluta Frattini”, neanche fosse l’incontro di Teano) e presto è stato preso in giro da mezza Italia: il video dell’incontro infatti mostrava come Obama, dopo una velocissima stretta di mano a Frattini, non si fosse filato per niente il responsabile della Farnesina, rimasto ai margini del capannello a guardare per aria imbarazzato e ad aggiustarsi il ciuffo mentre gli altri parlavano tra loro.
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Una performance che ha seguito di pochi giorni la disavventura di un’altra collega di governo, Maria Stella Gelmini, per la storia della costruzione del fantomatico tunnel dei neutrini che collegherebbe il Cern di Ginevra e il Gran Sasso, annunciata dal ministro Mariastella Gelmini sul sito web del suo ministero: vicenda diventata un tormentone del web.
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Ma queste sono solo le ultime zeppe di un governo che, dal 2008 a oggi, ha fornito spettacoli di ogni tipo: come quando a ‘Ballarò’, il 3 maggio scorso, Ignazio La Russa ha mostrato di ignorare chi sia il presidente della Bielorussa (“Chi è questo Lukashenko?”) o come quando il 30 gennaio 2010 all’Aquila Angelino Alfano, allora ministro della Giustizia, ha proclamato con tono solenne: “Dichiaro aperto l’anno giudiziario” ma è stato prontamente redarguito dal presidente della Corte d’Appello, Giovanni Canzio: “Fino a quando non vi sarà una riforma in tal senso, l’apertura dell’anno giudiziario la dichiara il presidente della Corte”.
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E via così: di Brunetta si sa che è stato definito “proprio un cretino” il 17 luglio scorso da Tremonti, durante un convegno, e che il ministro dell’Innovazione non gode neanche di una gran stima da parte del collega Maurizio Sacconi (“Io non lo ascolto nemmeno”). Di Scajola si ricorda sempre la storia della casa “acquistata a sua insaputa”, ma si tratta dello stesso Scajola che aveva definito Marco Biagi (ucciso dalle Brigate Rosse) “un rompicoglioni” e – ancora – è lo stesso Scajola che durante l’inaugurazione di una centrale a Civitavecchia ha voluto ricordare a suo modo i due lavoratori deceduti nella costruzione: “Dopo tanti sacrifici, anni di lavoro e qualche vita umana si è costruito questa modernissima centrale dove tutto è controllato e tutto è sicuro”. Con buona pace dei defunti.
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Ma, come si diceva, a fare gaffe è anche Franco Frattini, quello che di mestiere dovrebbe starciattentissimo visto che il capo della diplomazia italiana. Intervenuto nel settembre 2009 a una riunione informale dei capi delle diplomazie europee a Stoccolma, Frattini si è vantato di aver fatto un discorso sull’antisemitismo: “Sono stato l’unico e ne sono fiero”. A smentirlo ci hannopensato subito il ministro svedese Carl Bildt e Javier Solana, allora alto rappresentante per la politica estera europea, che ha commentato: “Forse Frattini doveva essere ad un’altra riunione”.
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Resta poi memorabile, quanto triste, la frase pronunciata da Frattini pochi giorni dopo l’inizio delle attività della Nato in Libia: “Durerà al massimo 3 o 4 settimane, le ipotesi più ottimistiche parlano di pochi giorni”. Era aprile: tutt’oggi, fine settembre, le operazioni sono in corso.
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E c’è pure, nella ‘frattineide’ delle gaffe, quella con l’alto commissariato per i rifugiati, quando il minstro ha detto che ci sarebbe stato “un coinvolgimento dell’Unhcr in azioni di prevenzione e contrasto del flusso di migranti provenienti dalla Libia”. Secca la risposta dell’organizzazione, che da sempre si impegna proprio per aiutare i rifugiati e i migranti, la quale ha ribadito “la propria contrarietà a ogni azione di respingimento”.
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Poi ci sono gli altri, i ministri minori. Tipo Maria Vittoria Brambilla, che intervenendo alla conferenza di presentazione dell’ultima edizione del Vinitaly, è stata vista sorseggiare in pubblico Coca Cola. Niente in confronto a quando, nel luglio dell’anno scorso, ha lanciato una campagna per convincere gli italiani a trascorrere le vacanze in patria, salvo farsi beccare pochi giorni dopo sul lungomare dell’appartamento che aveva affittato per l’estate in Costa Azzurra, oltre confine.
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Del resto Maria Vittoria è una che le figure di palta se le va cercare. Dato che il suo ministero ai sensi di legge non esiste (è stato abrogato con un referendum nel 1993 e da allora è un banale Dipartimento della presidenza del consiglio) e dato che lei quindi è ‘ministro senza portafoglio con delega al turismo’, ha fatto mettere sull’edificio dove lavora con il suo staff una gigantesca scritta in similoro, che indica ai passanti una notizia fondamentale: “Ministro del turismo”. Senza la ‘e’.
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Poi, naturalmente, c’è la Carfagna: intervistata dal Tg2 (l’8 marzo 2010), il ministro delle pari opportunità ha sfoggiato un’invidiabile conoscenza delle date storiche: “In Italia paghiamo un grande ritardo”, ha detto: “Le donne hanno guadagnato il diritto di voto soltanto nel 1960”. Non contenta di aver dimenticato che questo invece fu concesso nel 1946, in occasione del referendum tra repubblica e monarchia, la Carfagna continuò sbagliando sia l’anno in cui fu abolito il delitto d’onore si quello della riforma del diritto di famiglia.
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Non è più ministro ma è capogruppo del Pdl invece Maurizio Gasparri, quello secondo il quale “con Obama alla Casa Bianca Al Qaeda è più contenta”. Nel caso, tempo due minuti e partì una corsa a smentire o a prendere le distanze dalle affermazioni dell’ex An. Ma ci fu chi lo difese: “Maurizio è vittima della sterile critica demagogica di certa sinistra” sostenne coraggiosamente il Pdl Mario Ferrara. Tra l’altro, durante il mandato del presidente americano è stato ucciso Osama bin Laden: in quanto a preveggenza, Gasparri non eccelle.
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Inutile poi indulgere troppo su Carlo Giovanardi è uno che di gaffe se ne intende. Il 9 maggio 2009 ha dichiarato che Stefano Cucchi era morto “perché era un drogato”. Il 20 settembre 2010 ha sostenuto che nei paesi in cui era stata legalizzata l’adozione per le coppie gay era “esplosa la compravendita di bambini”. Poi, quando è stato incaricato di seguire la strage di Ustica del 1980, durante un convegno a Bologna ha esordito dicendo che in quella stessa estate “due aerei sono stati abbattuti da bombe libiche: in Sudan e a Lockerbie”. Peccato che Lockerbie avvenne nel 1988 e la strage “in Sudan”, che per altro era in Ciad, è del 1989.
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Del resto, il vero guru delle gaffe del governo è il capo di tutti loro, il Berlusconi delle corna al vertice della Ue (2002) e dei ‘cucù!’ alla Merkel, quello che “Mussolini non ha mai ucciso nessuno, mandava la gente in vacanza al confino” e le vittime del terremoto de L’Aquila “devono prendere questa esperienza come un camping da fine settimana”: E, ancora, quello che racconta le barzellette con bestemmia finale e che ha fatto arrabbiare la Regina Elisabetta chiamando a gran voce Obama. Quello infine che dice “Romolo e Remolo” e “Gògol” al posto di Google.
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Non è facile poi per Paolo Bonaiuti, che cura la comunicazione di Chigi, cercare di mettere una pezza. Anzi, è un vero casino e a volte la pezza medesima diventa peggiore del buco. Come quando, il 24 marzo scorso, ha fatto pubblicare un comunicato ufficiale sul sito del governo per far sapere agli italiani che “ieri il premier non ha cantato alcuna canzone a cena”. Purissimo cabaret.
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28 settembre 2011
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BARBARIE – Bambini a pane e acqua perché i genitori non pagano la retta: dopo il Veneto la pratica arriva in Piemonte e Lombardia


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Bambini a pane e acqua perché i genitori non pagano la retta: dopo il Veneto la pratica arriva in Piemonte e Lombardia

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di Gianni Trovati

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Non bastava il caso di Montecchio Maggiore, in provincia di Vicenza, che l’anno scorso era salito alla ribalta della polemica nazionale per la decisione del sindaco di lasciare a pane e acqua a scuola i figli delle famiglie non in regola con il pagamento della retta. L’idea di bambini che sbocconcellano un pezzo di pane mentre il compagno di banco mangia pastasciutta, hamburger e insalata aveva mobilitato i partiti di opposizione alla Giunta leghista, la Caritas, i consumatori.

Con scarso successo, perché in questi giorni l’idea è tornata in auge a Galliate, 15mila abitanti alle porte di Novara, dove per combattere la morosità e l’evasione il sindaco Davide Ferrari ha deciso di mettere in pratica lo stesso sistema. Anche qui, polemica (per ora solo locale) con l’opposizione alla Giunta di centrodestra, con tanto di grida del consigliere comunale dell’Idv che viene allontanato dall’Aula del consiglio per «intemperanze».

Più che politica, però, la questione è di buon senso, perché nessuno schieramento può dirsi immune dal vizietto del rigore a danno dei bambini invece che degli adulti non paganti. Lo sanno per esempio a Cesate, in provincia di Milano, dove il Comune di centrosinistra ha deciso che i figli dei morosi hanno diritto solo a un panino e un succo di frutta. Senza sforzarsi di capire se l’acqua è di destra e il succo di frutta di sinistra, c’è solo da notare che sono almeno una decina i casi (noti) di gruppi di bambini messi a dieta forzata dal sindaco perché i genitori non hanno voluto o potuto pagare la retta della mensa (intorno a Milano è accaduto anche a Pessano e Concorezzo, per esempio).

I propugnatori di questo sistema rivendicano l’efficacia del meccanismo anti-evasione. A Montecchio Maggiore il Comune ha appena fatto i conti e ha scoperto che quest’anno il tasso di mancati pagamenti è crollato e praticamente tutti i 651 bambini iscritti alla refezione hanno i conti in regola. L’anno scorso, in realtà, il servizio era offerto a 800 bambini ma le defezioni, ha assicurato l’assessore al Bilancio al Giornale di Vicenza, sono dovute a «motivi familiari».

A Galliate il sindaco invita sulla propria pagina Facebook a «dirla tutta», e spiega di «aver scoperto gente con tre cellulari che non si faceva trovare sapendo di avere 600 euro di debito», o addirittura di aver ricevuto «una persona venuta a chiedere aiuti perché non aveva soldi per pagare le bollette tra cui l’abbonamento a Sky». Certo, il campionario delle «colpe dei padri», in un Paese in cui l’evasione fiscale rimane una pandemia a tutti i livelli, è ricco, ma già i Greci (quelli antichi) avevano capito che queste non devono «ricadere sui figli». Una via alternativa per i Comuni ci sarebbe, e passerebbe attraverso controlli serrati e attività di riscossione efficaci. A meno che, mentre la manovra estiva chiama i sindaci a collaborare contro l’evasione fiscale attraverso una rete sempre più fitta di incroci telematici di banche dati, si finisca per scoprire che il mezzo più efficace è tagliare i viveri ai figli degli evasori.

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01 ottobre 2011

fonte:  http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-10-01/bambini-pane-acqua-perche-193220.shtml?uuid=AaUlmD9D

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e il mensile di emergency

GIACOMO, DEL ‘TRIO’ – Eminenza, che bello vivere nella mia Milano invivibile

Eminenza, che bello vivere
nella mia Milano invivibile

Il comico e attore Giacomo Poretti

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Consigli al cardinale: «Giri in bici, ma non dimentichi il lucchetto»

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di GIACOMO PORETTI
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Questo è il discorso con cui Giacomo Poretti (del trio comico Aldo, Giovanni e Giacomo) ha dato il benvenuto al nuovo arcivescovo Angelo Scola.

Due cose sono state fondamentali per la mia vita: Milano e i preti. Tra me e Milano è stato un amore a prima vista. Con i preti invece… ci ho messo un po’ di più.

La prima volta che sono venuto a Milano avevo 5 anni ed ero alto 90 centimetri, ero in compagnia del mio papà, che benché ne avesse 30 di anni, superava di poco il metro; siamo entrati nello stadio di San Siro per vedere una partita di calcio e siccome all’epoca si stava in piedi (era il 1960!), né io né il mio papà riuscivamo a vedere niente, allora il papà mi ha messo sulle sue spalle ed io dovevo raccontargli che cosa succedeva, solo che non conoscevo le regole del gioco e nemmeno il nome dei giocatori, allora il papà mi ha preso in braccio e mi ha detto: «Va bene ci tornerai quando sarai più grande, ma almeno ti è piaciuto qualche cosa?». «Sì, ho risposto, mi è piaciuta quella squadra con le maglie nere e azzurre!». Quando siamo arrivati a casa il papà ha detto alla mamma: «Oggi a Milano questo bambino ha scoperto la fede!».

Poi sentivo a tavola che i miei genitori dicevano che la fede andava coltivata, e per far questo mia madre mi mandava in chiesa e all’oratorio del paese, il mio papà invece mi portava a vedere l’Inter a San Siro.
All’oratorio ci andavo tutti i giorni, allo stadio una domenica sì e una no. C’è stato un periodo che la mia squadra vinceva molti scudetti e allora il mio papà mi portava in piazza Duomo a festeggiare. Quando tornavamo a casa alla sera la mamma ci chiedeva dove eravamo stati, il papà diceva… siamo stati in Duomo perché il bimbo voleva dire una preghiera di ringraziamento alla Madonnina… La mamma commossa aggiungeva: vista la sua devozione questo bambino bisognerà mandarlo in seminario!
Non saprei dire se malauguratamente o per fortuna, la mia squadra a un certo punto ha smesso di vincere, io ci rimanevo male, e anche la mamma non si dava pace di come io avevo smesso di pregare e ringraziare la Madonnina.

Nel frattempo continuavo a frequentare l’oratorio del paese; un giorno il prete, don Giancarlo, che amava Pirandello e Shakespeare almeno quanto i santi Pietro e Paolo, decise di allestire uno spettacolo teatrale e siccome il cast prevedeva oltre agli adulti tre bambini, uno grassissimo, uno altissimo e uno bassissimo, io saltai direttamente il provino ed esordii a teatro come l’attore più basso che avesse mai calcato le scene.

All’epoca ero affetto da un complesso di inferiorità per cui era una tragedia quando entravo in scena, mi collocavo di fianco al bimbo altissimo, e la gente rideva. Il prete mi disse che dovevo sfruttare i talenti che mi aveva regalato il Signore. A me sembrava crudele sia il Signore sia don Giancarlo. Ma il don insisteva: la tua bassezza ti regalerà un sacco di soddisfazioni. Che cosa!? Quel corpicino che non si decideva a crescere? Io intanto non mi fidavo del don e continuavo a chiedere nelle mie preghiere al Signore di portarmi un pallone di cuoio e di farmi diventare alto 1 metro e 85. Lei lo confermerà Eminenza, il Signore ti ascolta sempre ed esaudisce tutte le cose che chiedi, solo che devi essere abile nel distinguere la differenza tra alto e grande… finalmente un giorno ho capito, aveva ragione don Giancarlo, il teatro era il gioco più bello del mondo.

Mi ricordo di essermi detto: io voglio fare l’attore. Solo che per fare certi mestieri ti tocca venire a Milano: per fare l’attore e l’Arcivescovo bisogna venire a Milano.
Milano è molto diversa da quella degli Anni 60 ma è pur sempre bellissima e stranissima. Per esempio è una città dove ci sono più semafori che alberi, più discoteche che licei classici, più ritrovi per happy hours che librerie, i telefonini invece sono pari con le automobili: due per ogni milanese; se per caso le capiterà di andare a fare un giro di sera per la città nei mesi invernali non le sarà difficile incontrare dei cani con il piumino e degli uomini in canottiera. Milano è strana.

A Milano i parchi sono merce rara e perciò affollatissimi: nonni che accompagnano i nipotini, badanti che accompagnano i nonni, tate che accompagnano i nipotini, amiche delle tate che fanno compagnia alle badanti, insomma, senza contare i genitori che sono da qualche parte della città ad alzare il Pil della nazione, ogni nucleo famigliare è composto da almeno 10 o 12 elementi, questo spiega, forse, l’enorme impulso dell’edilizia che ha avuto la nostra città recentemente.

Milano è una città tutto sommato ordinata, non vedrà mai code, tranne che per i saldi in via Montenapoleone o fuori dalla Caritas per il pane quotidiano, si rassicuri Eminenza c’è più gente in coda per il pane che non per il prêt-à-porter, anche se a Milano, si tappi le orecchie, si vendono più maglioni di cachemire che non copie della Bibbia. A Milano poi c’è un’aria particolare: invece dell’ossigeno noi a Milano abbiamo il pm10, i tecnici assicurano che a Milano l’aria è sempre stata così, probabilmente fin dai tempi del Pleistocene.

A parole tutti dicono che Milano è brutta e invivibile, che l’aria è irrespirabile, ma alla fine vengono tutti qua: han cominciato i barbari, gli spagnoli, i francesi, gli austriaci, i meridionali, adesso addirittura vengono da Paesi lontanissimi con lingue e dialetti difficilissimi, ma alla fine mi creda se siamo riusciti a capire i pugliesi e quelli della Basilicata riusciremo a comprendere anche quelli che vengono dalla Tunisia o dalle Filippine, dopotutto non credo che il couscous sia più difficile da digerire della caponata con le melanzane fritte. L’unico pericolo è che stando a Milano si diventa un po’ bauscia, ci si sente superiori rispetto agli altri. Mio papà quando mia sorella ha detto che aveva un fidanzato, lui le ha chiesto: «Sarà minga un terun?». Dopo una settimana di broncio gli è passata; ora ho saputo che mio cognato, il terun, quando sua figlia di 16 anni si è messa a frequentare un ragazzo, lui preoccupato le ha chiesto: «Sarà mica un extracomunitario?». C’è sempre qualcuno più a Sud di noi da farci sentire superiori; capita anche a quelli di Helsinki che considerano terroni quelli di Copenaghen, la stessa cosa capita tra quelli di Chiavenna e quelli di Malgrate (vero Eminenza?).

A Milano chiude un cinema all’anno e ogni anno sorgono 10 sushi bar, anche i teatri non se la passano tanto bene: li abbattono per costruirci dei parcheggi o dei supermercati, poi prendono l’insegna e la mettono sopra un tendone di plastica, un teatro dentro un involucro di plastica si sente provvisorio, i teatri a Milano sono a rischio un po’ come la michetta, la nebbia e la cassoeula… ma Lei lo sa Eminenza che nella sua enorme parrocchia, nei suoi oratori, ci sono circa 120 sale per proiettare film e fare spettacoli teatrali? Io le prometto di non perdere di vista Dio, ma Lei cerchi di non perdere di vista gli oratori, raccomandi ai suoi preti di avere a cuore Sant’Ambrogio, San Carlo, ma anche Shakespeare, Pirandello, Dostoevskij, Clint Eastwood e Diego Milito, Lei non immagina che regalo che può fare ai ragazzi: uscire dall’oratorio con la consapevolezza di aver imparato i giochi più belli del mondo: il calcio, il cinema e il teatro!

E poi le do un consiglio: Milano è di una struggente bellezza o al mattino presto o la sera molto tardi, quando quasi tutti dormono; prenda, se può, una bicicletta… (non ci scriva sopra proprietà dell’Arcivescovado, se no gliela fregano subito), una bici normale…. e vada in piazza dei Mercanti, si spinga fino nelle stradine del Carrobbio, passi davanti al palazzo degli Omenoni, continui fino davanti alla casa del Manzoni, faccia altre due pedalate fino piazza San Fedele, in quella chiesa abbiamo battezzato nostro figlio, continui, continui a pedalare… e poi capirà perché Milano ha affascinato Visconti, Olmi e perché due tipi straordinari come Zavattini e De Sica hanno raccontato di un Miracolo a Milano, pedali e poi si fermi dietro al Duomo dove c’è quell’albero bellissimo, di fronte alla libreria San Paolo, si sieda per terra e legga pure un libro, le assicuro che in quel silenzio e in quella magica pace tante cose diventano comprensibili, persino i passaggi più oscuri di Heidegger… e capirà che Milano le sarà entrata nel cuore.
Prima di rientrare a casa si ricordi di chiudere la bicicletta con il lucchetto.

E va bene, noi cercheremo di non perdere di vista Dio, ma lei, che, se posso dirlo, è un po’ come il Sindaco delle anime, ci aiuti a non perder la strada per la Madonnina.
E che Dio non perda di vista il suo Vescovo e Milano!

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02 ottobre 2011

fonte:  http://www3.lastampa.it/cultura/sezioni/articolo/lstp/422927/

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e il mensile di emergency

ESCLUSIVO L’ESPRESSO – Via D’Amelio: fu depistaggio

“Forse saranno mafiosi quelli che materialmente mi uccideranno, ma quelli che avranno voluto la mia morte saranno altri” (Paolo Borsellino)


La famosa borsa “mai ritrovata”, contenente l’agenda rossa di Paolo con appuntati sopra tutti gli appuntamenti già fissati e da fissare con nomi e cognomi degli indagati a noi stra-noti. La foto che vedete è stata scattata nei momenti immediatamente successivi all’attentato. Chi sono quegli uomini che la stanno portando via? – fonte

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Esclusivo

Via D’Amelio: fu depistaggio

Due falsi pentiti sono stati usati per sviare le indagini sulla strage in cui fu ucciso Paolo Borsellino. Obiettivo: coprire il boss Giuseppe Graviano, in contatto con i servizi segreti deviati e con settori della politica

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di Lirio Abbate

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(29 settembre 2011)

L attentato al giudice Paolo Borsellino in via D Amelio nel 1992 L’attentato al giudice Paolo Borsellino in via D’Amelio nel 1992
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Due falsi pentiti, manovrati per depistare le indagini sulla strage di via D’Amelio del 19 luglio 1992. Due collaboratori che hanno costruito una verità fittizia sull’autobomba che uccise Paolo Borsellino e gli agenti della sua scorta, cambiando la storia d’Italia. Dopo anni di indagini la procura di Caltanissetta è convinta che in cella ci siano otto ergastolani estranei a quell’attentato. E che altri nomi siano sfuggiti finora alla giustizia: come quello di Giuseppe Graviano, il regista dell’attacco allo Stato con gli ordigni di Roma, Milano, Firenze. Il procuratore generale Roberto Scarpinato fra pochi giorni depositerà alla Corte d’appello di Catania un provvedimento in cui affronterà il problema dei detenuti-innocenti e una memoria per la revisione del processo. Il capo dei pm nisseni, Sergio Lari, con il pool di magistrati impegnati su questa inchiesta ha ricostruito tutte le fasi dell’attentato. Un lavoro meticoloso, eseguito dagli investigatori del centro operativo Dia di Caltanissetta, che ha svelato retroscena inquietanti.
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Enzo Scaratino e Salvatorte Candura, i due falsi pentiti che con le loro accuse hanno costruito le condanne, non avevano interesse a mentire. All’epoca non rischiavano pesanti condanne e non avevano bisogno di offrire rivelazioni in cambio di sconti di pena. Secondo la nuova istruttoria, qualcuno li ha introdotti e istruiti. Perché c’è stato questo depistaggio? E soprattutto chi lo ha ordinato?
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Due le ipotesi. Qualcuno tra gli investigatori ha giocato sporco per fare carriera. Oppure volontà superiori hanno deciso di sviare le indagini per proteggere i mandanti occulti. Accusando Pietro Aglieri e il suo clan, sono stati tenuti fuori come esecutori i Graviano: quelli in rapporto con i servizi segreti deviati e la politica. Un depistaggio. Gli inquirenti ipotizzano che “non solo è una storia di famiglia interna alla mafia ma anche alle istituzioni”. Ed anche i grandi boss hanno deciso per la prima volta di parlare di questa vicenda con i magistrati. Ecco la sintesi dei loro verbali.
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Carlo Greco

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“Non sono un animale e nemmeno un santo. Ma non voglio pagare per gli errori che non ho fatto. Su questa strage voglio che si faccia luce, per me, per i miei figli e per la giustizia”. Parla ai pm per la prima volta il boss della famiglia di Santa Maria del Gesù, il “macellaio” Carlo Greco, 54 anni, detenuto dal luglio 1996 dopo una lunga latitanza. Ha sulle spalle quattro ergastoli, due dei quali per le stragi di via D’Amelio e Capaci: non è un pentito, e porta ancora sul corpo i segni del passaggio nel carcere durissimo di Pianosa. Considera “un’ingiustizia” la sua condanna e quella dei suoi picciotti per l’attentato a Borsellino. E per questo motivo il fedelissimo del padrino Pietro Aglieri si apre ai magistrati, ammettendo di far parte della cosca di Santa Maria del Gesù, senza però mai confermare il suo ruolo. Greco rivela di aver svolto “indagini difensive” dopo l’arresto di Enzo Scarantino, il ladro di auto che lo chiamò in causa per l’uccisione del giudice. “Eravamo stupiti perché sapevamo che Enzo non aveva lo spessore per commettere questi crimini. Capimmo subito che qualcuno voleva addossarci colpe non nostre”. La mafia indagò e i boss vicini ad Aglieri scoprirono, come afferma Greco, che “Scarantino il giorno dell’attentato era in un albergo con una donna, e non in via d’Amelio come aveva detto ai magistrati. Delegammo Giuffré ad acquisire i documenti che avrebbero portato a smentirlo e lui ci riferì che tutto era a posto. Ma i documenti non arrivarono…”. Adesso i pm hanno scoperto che Scarantino era un falso collaboratore di giustizia. “Se dopo la strage hanno gioito o brindato non lo so, ma è andata a finire che chi lo ha fatto oggi è fuori, libero, e chi non ha brindato ne stiamo pagando le conseguenze”. Nel suo italiano spesso stentato, il boss sottolinea una questione di grande rilevanza: i segreti sulla politica taciuti da Vittorio Mangano, lo stalliere assunto ad Arcore da Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi, e dal suo padrino Salvatore Cancemi. Sostiene che Cancemi, poi diventato collaboratore di giustizia, è rimasto in silenzio su molte cose. “Sono sicuro che Mangano che era un soldato avrà riferito fatti a Cancemi che era il suo capo. Ed è una regola che al proprio boss si deve dire la verità”. Per far comprendere la legge di Cosa nostra aggiunge: “Cancemi conosce molto sulle cose che sa Mangano. Perché se io ho un contatto con un esponente politico o magistrato, al mio capo Aglieri lo devo informare…”. Cancemi è morto a gennaio, tre mesi dopo l’interrogatorio di Greco; Mangano invece è deceduto dieci anni fa: qualunque segreto è stato sepolto con loro.
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E il depistaggio? Greco durante la latitanza ha cercato di capire “come mai il dottor Arnaldo La Barbera (il questore che guidava le indagini, ndr.) avesse utilizzato Scarantino e le sue false accuse per arrivare ad Aglieri e a me; è una domanda che mi faccio da 18 anni e non sono riuscito a darmi una risposta”. Ed anche qui alza il tiro:”La Barbera non lo ritenevamo direttamente responsabile del depistaggio che attribuivamo ad altri di maggior rilievo”. Per i boss c’era un livello superiore: “Pensavamo che La Barbera, persona importante, non poteva occuparsi personalmente delle indagini su figure di così basso spessore, ma tutto ciò poteva significare che aveva ricevuto disposizioni per comportarsi in questo modo. Lui faceva il suo lavoro, e noi capimmo che qualcuno “più importante” ce l’aveva con noi”.

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Totò Riina

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Totò Riina è sepolto dal 1993 in una cella di sei metri quadri. A quasi 81 anni si mostra duro e puro nella sua veste di capo di Cosa nostra. Un capo che dopo un’esistenza di ostinato silenzio decide di parlare con i pm, di rispondere alle loro domande “ma non chiedetemi di questa Cosa nostra perché non lo saccio”. Salvatore Riina ai pm che indagano sulla strage di via D’Amelio concede e si concede. Vuole allontanare da sé ogni responsabilità della morte di Borsellino e degli agenti di scorta, sostenendo che “a Borsellino non lo conoscevo e non mi aveva fatto mai nulla, nemmeno una multa”. Rispondendo ai pm allude, ammicca, annuncia, nega, conferma, rettifica, pontifica su tutto e tutti. Difficile supporre che si tratti di strategia difensiva con i 13 ergastoli che ha da scontare, è probabile che voglia levarsi qualche sassolino dalle scarpe. E lanciare messaggi. Per due volte i pm lo hanno interrogato e Riina ha parlato di stragi e di magistrati, di vecchi compari, di paesani suoi “scrittori”, di generali, spie, di senatori e di pentiti. Segnali in codice a tutto campo. Colloqui e sproloqui che sono una prova tecnica di alta mafiosità. Nel suo stile e nel suo molto approssimativo italiano, a modo suo Riina si confessa per la prima volta.
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E’ risentito con il procuratore Gian Carlo Caselli “che non mi ha mai chiesto se ho baciato o no Andreotti”. Ricorda Borsellino e la scomparsa della sua agenda rossa. Ironizza su un Bernardo Provenzano “troppo scrittore” per i pizzini trovati nel covo. Chiede conto e ragione della chiaroveggenza dell’allora ministro degli Interni Nicola Mancino “sei giorni prima” del suo arresto. Di trattative e papelli, che dice di non aver mai fatto e mai scritto, della “tiratura morale” di Luciano Violante che considera un “giudice tedesco”, della sua condizione carceraria, controllato a vista dalle telecamere: “Non mi pozzo fare neanche un bidè pei telecamere 24 ore su 24”. E della sua età: “Aio 80 anni e si hanno una volta sola. A 80 anni c’è morte. Gli anni sono gli anni”. “Però come vedete non sono proprio abbattuto… penso che tirerò ancora un altro po’…”. Rivolgendosi al capo dei pm di Caltanissetta, Sergio Lari dice: “Signor procuratore, la prego una volta per sempre, cercate la verità, fate luce perché voi potete, potete trovare tante strade, tanto lavoro. Smettiamola con Riina a parafulmine, Riina è Totò Riina. Riina non è niente. Riina è 20 anni che è sacrificato ccà, io signor procuratore la prego mi lascino stare in pace, io aio 80 anni, sono malato, io sono un vecchio finito”. Tenta di allontanare da sé il sospetto della strage e lancia messaggi a chi può aver aiutato Riina in questo attentato e poi lo avrà abbandonato. Da capo di Cosa nostra non vuole accusare nessuno, ma lancia veleni e ipotesi. “Se io avrebbi conosciuto a uno delle servizi segreti… deviati o ansirtati (regolari, ndr.) io non mi chiamerebbe Salvatore Riina”.
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Pietro Aglieri

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Parla di Cosa nostra, della frequentazione durante la latitanza con Bernardo Provenzano e del fatto che con la strage Borsellino lui e i suoi uomini non hanno alcuna responsabilità. Pietro Aglieri è il boss di Santa Maria del Gesù, provenzaniano di ferro, si è sempre dimostrato lontano dalle posizioni di Filippo e Giuseppe Graviano boss di Brancaccio. In due interrogatori risponde ai pm di Caltanissetta perché sostiene che è “nel mio interesse dire nomi e cognomi, o quantomeno indicarli, perché sapete benissimo che ci sono persone innocenti che stanno pagando”. Ma non fa accuse. Sostiene che non era a conoscenza della “strategia stragista”, e nemmeno di una trattativa. “Non ricordo che vi sia mai stata una convergenza di interessi tra appartenenti a Cosa nostra e soggetti esterni: posso solo dire che io personalmente non mi sarei mai avvalso di soggetti esterni”. Poi ripercorre la storia della dissociazione, o come la chiama lui della “desistenza” che nel 2000 avviò insieme ad altri boss con l’allora procuratore nazionale antimafia Pier Luigi Vigna. “Quella iniziativa non era finalizzata ad avanzare richieste di benefici per i detenuti”, spiega Aglieri “tanto è vero che, all’epoca, la chiamai “desistenza”, poiché ciò che si voleva ottenere era dichiarare la “resa” nei confronti dello Stato, almeno in riferimento ai detenuti che avessero aderito all’iniziativa”. Aglieri precisa che si trattava di un “discorso rivolto alle nuove generazioni”. “Se fosse andata in porto, questa situazione avrebbe consentito, a chi avesse voluto, di uscire da Cosa nostra senza pericolo di incorrere nella morte”.
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Parla da capomafia, da uomo d’onore che ha a cuore la sorte dei suoi uomini difendendoli da accuse di strage che secondo lui sono state costruite ad arte. E per questo cerca di provare il depistaggio, senza accusare nessuno. Rispettando la regola che in Cosa nostra è basilare: se punti il dito contro una persona, anche per discolparti, sei un pentito o uno sbirro. Per questo motivo avvia la “desistenza”. E ricorda ai pm che dopo l’arresto di Riina le redini dell’organizzazione le presero Brusca e Bagarella. “Provenzano pensò di fare un passo indietro adducendo motivi di salute, idea che abbandonò per evitare di esporre a ritorsioni i soggetti che gli erano più vicini”.
Il capomafia svela un retroscena, confermando alcune dichiarazioni fatte dal pentito Giuffré, e fa riferimento all’ipotesi circolata fra alcuni boss di “sciogliere l’organizzazione”, perché si era creato un clima di tensione dentro Cosa nostra “uguale a quello già visto dopo la guerra di mafia degli anni Ottanta”. Ma alla fine nulla di tutto ciò si concretizzò secondo Aglieri “per colpa di alcuni, come Giuffré, che non aderirono ai discorsi rispetto ai quali si erano mostrati concordi”.
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