Archivio | ottobre 2, 2011

BARBARIE – Bambini a pane e acqua perché i genitori non pagano la retta: dopo il Veneto la pratica arriva in Piemonte e Lombardia


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Bambini a pane e acqua perché i genitori non pagano la retta: dopo il Veneto la pratica arriva in Piemonte e Lombardia

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di Gianni Trovati

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Non bastava il caso di Montecchio Maggiore, in provincia di Vicenza, che l’anno scorso era salito alla ribalta della polemica nazionale per la decisione del sindaco di lasciare a pane e acqua a scuola i figli delle famiglie non in regola con il pagamento della retta. L’idea di bambini che sbocconcellano un pezzo di pane mentre il compagno di banco mangia pastasciutta, hamburger e insalata aveva mobilitato i partiti di opposizione alla Giunta leghista, la Caritas, i consumatori.

Con scarso successo, perché in questi giorni l’idea è tornata in auge a Galliate, 15mila abitanti alle porte di Novara, dove per combattere la morosità e l’evasione il sindaco Davide Ferrari ha deciso di mettere in pratica lo stesso sistema. Anche qui, polemica (per ora solo locale) con l’opposizione alla Giunta di centrodestra, con tanto di grida del consigliere comunale dell’Idv che viene allontanato dall’Aula del consiglio per «intemperanze».

Più che politica, però, la questione è di buon senso, perché nessuno schieramento può dirsi immune dal vizietto del rigore a danno dei bambini invece che degli adulti non paganti. Lo sanno per esempio a Cesate, in provincia di Milano, dove il Comune di centrosinistra ha deciso che i figli dei morosi hanno diritto solo a un panino e un succo di frutta. Senza sforzarsi di capire se l’acqua è di destra e il succo di frutta di sinistra, c’è solo da notare che sono almeno una decina i casi (noti) di gruppi di bambini messi a dieta forzata dal sindaco perché i genitori non hanno voluto o potuto pagare la retta della mensa (intorno a Milano è accaduto anche a Pessano e Concorezzo, per esempio).

I propugnatori di questo sistema rivendicano l’efficacia del meccanismo anti-evasione. A Montecchio Maggiore il Comune ha appena fatto i conti e ha scoperto che quest’anno il tasso di mancati pagamenti è crollato e praticamente tutti i 651 bambini iscritti alla refezione hanno i conti in regola. L’anno scorso, in realtà, il servizio era offerto a 800 bambini ma le defezioni, ha assicurato l’assessore al Bilancio al Giornale di Vicenza, sono dovute a «motivi familiari».

A Galliate il sindaco invita sulla propria pagina Facebook a «dirla tutta», e spiega di «aver scoperto gente con tre cellulari che non si faceva trovare sapendo di avere 600 euro di debito», o addirittura di aver ricevuto «una persona venuta a chiedere aiuti perché non aveva soldi per pagare le bollette tra cui l’abbonamento a Sky». Certo, il campionario delle «colpe dei padri», in un Paese in cui l’evasione fiscale rimane una pandemia a tutti i livelli, è ricco, ma già i Greci (quelli antichi) avevano capito che queste non devono «ricadere sui figli». Una via alternativa per i Comuni ci sarebbe, e passerebbe attraverso controlli serrati e attività di riscossione efficaci. A meno che, mentre la manovra estiva chiama i sindaci a collaborare contro l’evasione fiscale attraverso una rete sempre più fitta di incroci telematici di banche dati, si finisca per scoprire che il mezzo più efficace è tagliare i viveri ai figli degli evasori.

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01 ottobre 2011

fonte:  http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-10-01/bambini-pane-acqua-perche-193220.shtml?uuid=AaUlmD9D

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e il mensile di emergency

GIACOMO, DEL ‘TRIO’ – Eminenza, che bello vivere nella mia Milano invivibile

Eminenza, che bello vivere
nella mia Milano invivibile

Il comico e attore Giacomo Poretti

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Consigli al cardinale: «Giri in bici, ma non dimentichi il lucchetto»

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di GIACOMO PORETTI
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Questo è il discorso con cui Giacomo Poretti (del trio comico Aldo, Giovanni e Giacomo) ha dato il benvenuto al nuovo arcivescovo Angelo Scola.

Due cose sono state fondamentali per la mia vita: Milano e i preti. Tra me e Milano è stato un amore a prima vista. Con i preti invece… ci ho messo un po’ di più.

La prima volta che sono venuto a Milano avevo 5 anni ed ero alto 90 centimetri, ero in compagnia del mio papà, che benché ne avesse 30 di anni, superava di poco il metro; siamo entrati nello stadio di San Siro per vedere una partita di calcio e siccome all’epoca si stava in piedi (era il 1960!), né io né il mio papà riuscivamo a vedere niente, allora il papà mi ha messo sulle sue spalle ed io dovevo raccontargli che cosa succedeva, solo che non conoscevo le regole del gioco e nemmeno il nome dei giocatori, allora il papà mi ha preso in braccio e mi ha detto: «Va bene ci tornerai quando sarai più grande, ma almeno ti è piaciuto qualche cosa?». «Sì, ho risposto, mi è piaciuta quella squadra con le maglie nere e azzurre!». Quando siamo arrivati a casa il papà ha detto alla mamma: «Oggi a Milano questo bambino ha scoperto la fede!».

Poi sentivo a tavola che i miei genitori dicevano che la fede andava coltivata, e per far questo mia madre mi mandava in chiesa e all’oratorio del paese, il mio papà invece mi portava a vedere l’Inter a San Siro.
All’oratorio ci andavo tutti i giorni, allo stadio una domenica sì e una no. C’è stato un periodo che la mia squadra vinceva molti scudetti e allora il mio papà mi portava in piazza Duomo a festeggiare. Quando tornavamo a casa alla sera la mamma ci chiedeva dove eravamo stati, il papà diceva… siamo stati in Duomo perché il bimbo voleva dire una preghiera di ringraziamento alla Madonnina… La mamma commossa aggiungeva: vista la sua devozione questo bambino bisognerà mandarlo in seminario!
Non saprei dire se malauguratamente o per fortuna, la mia squadra a un certo punto ha smesso di vincere, io ci rimanevo male, e anche la mamma non si dava pace di come io avevo smesso di pregare e ringraziare la Madonnina.

Nel frattempo continuavo a frequentare l’oratorio del paese; un giorno il prete, don Giancarlo, che amava Pirandello e Shakespeare almeno quanto i santi Pietro e Paolo, decise di allestire uno spettacolo teatrale e siccome il cast prevedeva oltre agli adulti tre bambini, uno grassissimo, uno altissimo e uno bassissimo, io saltai direttamente il provino ed esordii a teatro come l’attore più basso che avesse mai calcato le scene.

All’epoca ero affetto da un complesso di inferiorità per cui era una tragedia quando entravo in scena, mi collocavo di fianco al bimbo altissimo, e la gente rideva. Il prete mi disse che dovevo sfruttare i talenti che mi aveva regalato il Signore. A me sembrava crudele sia il Signore sia don Giancarlo. Ma il don insisteva: la tua bassezza ti regalerà un sacco di soddisfazioni. Che cosa!? Quel corpicino che non si decideva a crescere? Io intanto non mi fidavo del don e continuavo a chiedere nelle mie preghiere al Signore di portarmi un pallone di cuoio e di farmi diventare alto 1 metro e 85. Lei lo confermerà Eminenza, il Signore ti ascolta sempre ed esaudisce tutte le cose che chiedi, solo che devi essere abile nel distinguere la differenza tra alto e grande… finalmente un giorno ho capito, aveva ragione don Giancarlo, il teatro era il gioco più bello del mondo.

Mi ricordo di essermi detto: io voglio fare l’attore. Solo che per fare certi mestieri ti tocca venire a Milano: per fare l’attore e l’Arcivescovo bisogna venire a Milano.
Milano è molto diversa da quella degli Anni 60 ma è pur sempre bellissima e stranissima. Per esempio è una città dove ci sono più semafori che alberi, più discoteche che licei classici, più ritrovi per happy hours che librerie, i telefonini invece sono pari con le automobili: due per ogni milanese; se per caso le capiterà di andare a fare un giro di sera per la città nei mesi invernali non le sarà difficile incontrare dei cani con il piumino e degli uomini in canottiera. Milano è strana.

A Milano i parchi sono merce rara e perciò affollatissimi: nonni che accompagnano i nipotini, badanti che accompagnano i nonni, tate che accompagnano i nipotini, amiche delle tate che fanno compagnia alle badanti, insomma, senza contare i genitori che sono da qualche parte della città ad alzare il Pil della nazione, ogni nucleo famigliare è composto da almeno 10 o 12 elementi, questo spiega, forse, l’enorme impulso dell’edilizia che ha avuto la nostra città recentemente.

Milano è una città tutto sommato ordinata, non vedrà mai code, tranne che per i saldi in via Montenapoleone o fuori dalla Caritas per il pane quotidiano, si rassicuri Eminenza c’è più gente in coda per il pane che non per il prêt-à-porter, anche se a Milano, si tappi le orecchie, si vendono più maglioni di cachemire che non copie della Bibbia. A Milano poi c’è un’aria particolare: invece dell’ossigeno noi a Milano abbiamo il pm10, i tecnici assicurano che a Milano l’aria è sempre stata così, probabilmente fin dai tempi del Pleistocene.

A parole tutti dicono che Milano è brutta e invivibile, che l’aria è irrespirabile, ma alla fine vengono tutti qua: han cominciato i barbari, gli spagnoli, i francesi, gli austriaci, i meridionali, adesso addirittura vengono da Paesi lontanissimi con lingue e dialetti difficilissimi, ma alla fine mi creda se siamo riusciti a capire i pugliesi e quelli della Basilicata riusciremo a comprendere anche quelli che vengono dalla Tunisia o dalle Filippine, dopotutto non credo che il couscous sia più difficile da digerire della caponata con le melanzane fritte. L’unico pericolo è che stando a Milano si diventa un po’ bauscia, ci si sente superiori rispetto agli altri. Mio papà quando mia sorella ha detto che aveva un fidanzato, lui le ha chiesto: «Sarà minga un terun?». Dopo una settimana di broncio gli è passata; ora ho saputo che mio cognato, il terun, quando sua figlia di 16 anni si è messa a frequentare un ragazzo, lui preoccupato le ha chiesto: «Sarà mica un extracomunitario?». C’è sempre qualcuno più a Sud di noi da farci sentire superiori; capita anche a quelli di Helsinki che considerano terroni quelli di Copenaghen, la stessa cosa capita tra quelli di Chiavenna e quelli di Malgrate (vero Eminenza?).

A Milano chiude un cinema all’anno e ogni anno sorgono 10 sushi bar, anche i teatri non se la passano tanto bene: li abbattono per costruirci dei parcheggi o dei supermercati, poi prendono l’insegna e la mettono sopra un tendone di plastica, un teatro dentro un involucro di plastica si sente provvisorio, i teatri a Milano sono a rischio un po’ come la michetta, la nebbia e la cassoeula… ma Lei lo sa Eminenza che nella sua enorme parrocchia, nei suoi oratori, ci sono circa 120 sale per proiettare film e fare spettacoli teatrali? Io le prometto di non perdere di vista Dio, ma Lei cerchi di non perdere di vista gli oratori, raccomandi ai suoi preti di avere a cuore Sant’Ambrogio, San Carlo, ma anche Shakespeare, Pirandello, Dostoevskij, Clint Eastwood e Diego Milito, Lei non immagina che regalo che può fare ai ragazzi: uscire dall’oratorio con la consapevolezza di aver imparato i giochi più belli del mondo: il calcio, il cinema e il teatro!

E poi le do un consiglio: Milano è di una struggente bellezza o al mattino presto o la sera molto tardi, quando quasi tutti dormono; prenda, se può, una bicicletta… (non ci scriva sopra proprietà dell’Arcivescovado, se no gliela fregano subito), una bici normale…. e vada in piazza dei Mercanti, si spinga fino nelle stradine del Carrobbio, passi davanti al palazzo degli Omenoni, continui fino davanti alla casa del Manzoni, faccia altre due pedalate fino piazza San Fedele, in quella chiesa abbiamo battezzato nostro figlio, continui, continui a pedalare… e poi capirà perché Milano ha affascinato Visconti, Olmi e perché due tipi straordinari come Zavattini e De Sica hanno raccontato di un Miracolo a Milano, pedali e poi si fermi dietro al Duomo dove c’è quell’albero bellissimo, di fronte alla libreria San Paolo, si sieda per terra e legga pure un libro, le assicuro che in quel silenzio e in quella magica pace tante cose diventano comprensibili, persino i passaggi più oscuri di Heidegger… e capirà che Milano le sarà entrata nel cuore.
Prima di rientrare a casa si ricordi di chiudere la bicicletta con il lucchetto.

E va bene, noi cercheremo di non perdere di vista Dio, ma lei, che, se posso dirlo, è un po’ come il Sindaco delle anime, ci aiuti a non perder la strada per la Madonnina.
E che Dio non perda di vista il suo Vescovo e Milano!

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02 ottobre 2011

fonte:  http://www3.lastampa.it/cultura/sezioni/articolo/lstp/422927/

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e il mensile di emergency

ESCLUSIVO L’ESPRESSO – Via D’Amelio: fu depistaggio

“Forse saranno mafiosi quelli che materialmente mi uccideranno, ma quelli che avranno voluto la mia morte saranno altri” (Paolo Borsellino)


La famosa borsa “mai ritrovata”, contenente l’agenda rossa di Paolo con appuntati sopra tutti gli appuntamenti già fissati e da fissare con nomi e cognomi degli indagati a noi stra-noti. La foto che vedete è stata scattata nei momenti immediatamente successivi all’attentato. Chi sono quegli uomini che la stanno portando via? – fonte

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Esclusivo

Via D’Amelio: fu depistaggio

Due falsi pentiti sono stati usati per sviare le indagini sulla strage in cui fu ucciso Paolo Borsellino. Obiettivo: coprire il boss Giuseppe Graviano, in contatto con i servizi segreti deviati e con settori della politica

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di Lirio Abbate

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(29 settembre 2011)

L attentato al giudice Paolo Borsellino in via D Amelio nel 1992 L’attentato al giudice Paolo Borsellino in via D’Amelio nel 1992
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Due falsi pentiti, manovrati per depistare le indagini sulla strage di via D’Amelio del 19 luglio 1992. Due collaboratori che hanno costruito una verità fittizia sull’autobomba che uccise Paolo Borsellino e gli agenti della sua scorta, cambiando la storia d’Italia. Dopo anni di indagini la procura di Caltanissetta è convinta che in cella ci siano otto ergastolani estranei a quell’attentato. E che altri nomi siano sfuggiti finora alla giustizia: come quello di Giuseppe Graviano, il regista dell’attacco allo Stato con gli ordigni di Roma, Milano, Firenze. Il procuratore generale Roberto Scarpinato fra pochi giorni depositerà alla Corte d’appello di Catania un provvedimento in cui affronterà il problema dei detenuti-innocenti e una memoria per la revisione del processo. Il capo dei pm nisseni, Sergio Lari, con il pool di magistrati impegnati su questa inchiesta ha ricostruito tutte le fasi dell’attentato. Un lavoro meticoloso, eseguito dagli investigatori del centro operativo Dia di Caltanissetta, che ha svelato retroscena inquietanti.
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Enzo Scaratino e Salvatorte Candura, i due falsi pentiti che con le loro accuse hanno costruito le condanne, non avevano interesse a mentire. All’epoca non rischiavano pesanti condanne e non avevano bisogno di offrire rivelazioni in cambio di sconti di pena. Secondo la nuova istruttoria, qualcuno li ha introdotti e istruiti. Perché c’è stato questo depistaggio? E soprattutto chi lo ha ordinato?
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Due le ipotesi. Qualcuno tra gli investigatori ha giocato sporco per fare carriera. Oppure volontà superiori hanno deciso di sviare le indagini per proteggere i mandanti occulti. Accusando Pietro Aglieri e il suo clan, sono stati tenuti fuori come esecutori i Graviano: quelli in rapporto con i servizi segreti deviati e la politica. Un depistaggio. Gli inquirenti ipotizzano che “non solo è una storia di famiglia interna alla mafia ma anche alle istituzioni”. Ed anche i grandi boss hanno deciso per la prima volta di parlare di questa vicenda con i magistrati. Ecco la sintesi dei loro verbali.
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Carlo Greco

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“Non sono un animale e nemmeno un santo. Ma non voglio pagare per gli errori che non ho fatto. Su questa strage voglio che si faccia luce, per me, per i miei figli e per la giustizia”. Parla ai pm per la prima volta il boss della famiglia di Santa Maria del Gesù, il “macellaio” Carlo Greco, 54 anni, detenuto dal luglio 1996 dopo una lunga latitanza. Ha sulle spalle quattro ergastoli, due dei quali per le stragi di via D’Amelio e Capaci: non è un pentito, e porta ancora sul corpo i segni del passaggio nel carcere durissimo di Pianosa. Considera “un’ingiustizia” la sua condanna e quella dei suoi picciotti per l’attentato a Borsellino. E per questo motivo il fedelissimo del padrino Pietro Aglieri si apre ai magistrati, ammettendo di far parte della cosca di Santa Maria del Gesù, senza però mai confermare il suo ruolo. Greco rivela di aver svolto “indagini difensive” dopo l’arresto di Enzo Scarantino, il ladro di auto che lo chiamò in causa per l’uccisione del giudice. “Eravamo stupiti perché sapevamo che Enzo non aveva lo spessore per commettere questi crimini. Capimmo subito che qualcuno voleva addossarci colpe non nostre”. La mafia indagò e i boss vicini ad Aglieri scoprirono, come afferma Greco, che “Scarantino il giorno dell’attentato era in un albergo con una donna, e non in via d’Amelio come aveva detto ai magistrati. Delegammo Giuffré ad acquisire i documenti che avrebbero portato a smentirlo e lui ci riferì che tutto era a posto. Ma i documenti non arrivarono…”. Adesso i pm hanno scoperto che Scarantino era un falso collaboratore di giustizia. “Se dopo la strage hanno gioito o brindato non lo so, ma è andata a finire che chi lo ha fatto oggi è fuori, libero, e chi non ha brindato ne stiamo pagando le conseguenze”. Nel suo italiano spesso stentato, il boss sottolinea una questione di grande rilevanza: i segreti sulla politica taciuti da Vittorio Mangano, lo stalliere assunto ad Arcore da Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi, e dal suo padrino Salvatore Cancemi. Sostiene che Cancemi, poi diventato collaboratore di giustizia, è rimasto in silenzio su molte cose. “Sono sicuro che Mangano che era un soldato avrà riferito fatti a Cancemi che era il suo capo. Ed è una regola che al proprio boss si deve dire la verità”. Per far comprendere la legge di Cosa nostra aggiunge: “Cancemi conosce molto sulle cose che sa Mangano. Perché se io ho un contatto con un esponente politico o magistrato, al mio capo Aglieri lo devo informare…”. Cancemi è morto a gennaio, tre mesi dopo l’interrogatorio di Greco; Mangano invece è deceduto dieci anni fa: qualunque segreto è stato sepolto con loro.
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E il depistaggio? Greco durante la latitanza ha cercato di capire “come mai il dottor Arnaldo La Barbera (il questore che guidava le indagini, ndr.) avesse utilizzato Scarantino e le sue false accuse per arrivare ad Aglieri e a me; è una domanda che mi faccio da 18 anni e non sono riuscito a darmi una risposta”. Ed anche qui alza il tiro:”La Barbera non lo ritenevamo direttamente responsabile del depistaggio che attribuivamo ad altri di maggior rilievo”. Per i boss c’era un livello superiore: “Pensavamo che La Barbera, persona importante, non poteva occuparsi personalmente delle indagini su figure di così basso spessore, ma tutto ciò poteva significare che aveva ricevuto disposizioni per comportarsi in questo modo. Lui faceva il suo lavoro, e noi capimmo che qualcuno “più importante” ce l’aveva con noi”.

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Totò Riina

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Totò Riina è sepolto dal 1993 in una cella di sei metri quadri. A quasi 81 anni si mostra duro e puro nella sua veste di capo di Cosa nostra. Un capo che dopo un’esistenza di ostinato silenzio decide di parlare con i pm, di rispondere alle loro domande “ma non chiedetemi di questa Cosa nostra perché non lo saccio”. Salvatore Riina ai pm che indagano sulla strage di via D’Amelio concede e si concede. Vuole allontanare da sé ogni responsabilità della morte di Borsellino e degli agenti di scorta, sostenendo che “a Borsellino non lo conoscevo e non mi aveva fatto mai nulla, nemmeno una multa”. Rispondendo ai pm allude, ammicca, annuncia, nega, conferma, rettifica, pontifica su tutto e tutti. Difficile supporre che si tratti di strategia difensiva con i 13 ergastoli che ha da scontare, è probabile che voglia levarsi qualche sassolino dalle scarpe. E lanciare messaggi. Per due volte i pm lo hanno interrogato e Riina ha parlato di stragi e di magistrati, di vecchi compari, di paesani suoi “scrittori”, di generali, spie, di senatori e di pentiti. Segnali in codice a tutto campo. Colloqui e sproloqui che sono una prova tecnica di alta mafiosità. Nel suo stile e nel suo molto approssimativo italiano, a modo suo Riina si confessa per la prima volta.
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E’ risentito con il procuratore Gian Carlo Caselli “che non mi ha mai chiesto se ho baciato o no Andreotti”. Ricorda Borsellino e la scomparsa della sua agenda rossa. Ironizza su un Bernardo Provenzano “troppo scrittore” per i pizzini trovati nel covo. Chiede conto e ragione della chiaroveggenza dell’allora ministro degli Interni Nicola Mancino “sei giorni prima” del suo arresto. Di trattative e papelli, che dice di non aver mai fatto e mai scritto, della “tiratura morale” di Luciano Violante che considera un “giudice tedesco”, della sua condizione carceraria, controllato a vista dalle telecamere: “Non mi pozzo fare neanche un bidè pei telecamere 24 ore su 24”. E della sua età: “Aio 80 anni e si hanno una volta sola. A 80 anni c’è morte. Gli anni sono gli anni”. “Però come vedete non sono proprio abbattuto… penso che tirerò ancora un altro po’…”. Rivolgendosi al capo dei pm di Caltanissetta, Sergio Lari dice: “Signor procuratore, la prego una volta per sempre, cercate la verità, fate luce perché voi potete, potete trovare tante strade, tanto lavoro. Smettiamola con Riina a parafulmine, Riina è Totò Riina. Riina non è niente. Riina è 20 anni che è sacrificato ccà, io signor procuratore la prego mi lascino stare in pace, io aio 80 anni, sono malato, io sono un vecchio finito”. Tenta di allontanare da sé il sospetto della strage e lancia messaggi a chi può aver aiutato Riina in questo attentato e poi lo avrà abbandonato. Da capo di Cosa nostra non vuole accusare nessuno, ma lancia veleni e ipotesi. “Se io avrebbi conosciuto a uno delle servizi segreti… deviati o ansirtati (regolari, ndr.) io non mi chiamerebbe Salvatore Riina”.
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Pietro Aglieri

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Parla di Cosa nostra, della frequentazione durante la latitanza con Bernardo Provenzano e del fatto che con la strage Borsellino lui e i suoi uomini non hanno alcuna responsabilità. Pietro Aglieri è il boss di Santa Maria del Gesù, provenzaniano di ferro, si è sempre dimostrato lontano dalle posizioni di Filippo e Giuseppe Graviano boss di Brancaccio. In due interrogatori risponde ai pm di Caltanissetta perché sostiene che è “nel mio interesse dire nomi e cognomi, o quantomeno indicarli, perché sapete benissimo che ci sono persone innocenti che stanno pagando”. Ma non fa accuse. Sostiene che non era a conoscenza della “strategia stragista”, e nemmeno di una trattativa. “Non ricordo che vi sia mai stata una convergenza di interessi tra appartenenti a Cosa nostra e soggetti esterni: posso solo dire che io personalmente non mi sarei mai avvalso di soggetti esterni”. Poi ripercorre la storia della dissociazione, o come la chiama lui della “desistenza” che nel 2000 avviò insieme ad altri boss con l’allora procuratore nazionale antimafia Pier Luigi Vigna. “Quella iniziativa non era finalizzata ad avanzare richieste di benefici per i detenuti”, spiega Aglieri “tanto è vero che, all’epoca, la chiamai “desistenza”, poiché ciò che si voleva ottenere era dichiarare la “resa” nei confronti dello Stato, almeno in riferimento ai detenuti che avessero aderito all’iniziativa”. Aglieri precisa che si trattava di un “discorso rivolto alle nuove generazioni”. “Se fosse andata in porto, questa situazione avrebbe consentito, a chi avesse voluto, di uscire da Cosa nostra senza pericolo di incorrere nella morte”.
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Parla da capomafia, da uomo d’onore che ha a cuore la sorte dei suoi uomini difendendoli da accuse di strage che secondo lui sono state costruite ad arte. E per questo cerca di provare il depistaggio, senza accusare nessuno. Rispettando la regola che in Cosa nostra è basilare: se punti il dito contro una persona, anche per discolparti, sei un pentito o uno sbirro. Per questo motivo avvia la “desistenza”. E ricorda ai pm che dopo l’arresto di Riina le redini dell’organizzazione le presero Brusca e Bagarella. “Provenzano pensò di fare un passo indietro adducendo motivi di salute, idea che abbandonò per evitare di esporre a ritorsioni i soggetti che gli erano più vicini”.
Il capomafia svela un retroscena, confermando alcune dichiarazioni fatte dal pentito Giuffré, e fa riferimento all’ipotesi circolata fra alcuni boss di “sciogliere l’organizzazione”, perché si era creato un clima di tensione dentro Cosa nostra “uguale a quello già visto dopo la guerra di mafia degli anni Ottanta”. Ma alla fine nulla di tutto ciò si concretizzò secondo Aglieri “per colpa di alcuni, come Giuffré, che non aderirono ai discorsi rispetto ai quali si erano mostrati concordi”.
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e il mensile di emergency

Ruby, per il Cavaliere si apre il “processo perfetto”

Ruby, per il Cavaliere si apre il “processo perfetto”

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Domani via al procedimento per concussione e sesso con una minorenne che l’imputato Berlusconi teme come una tenaglia.  A sorpresa la modella Imane parte civile

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di PIERO COLAPRICO

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Ruby, per il Cavaliere si apre il "processo perfetto" Karima El Mahroug

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MILANOÈ l’ora: si alza il sipario su quello che, dietro le quinte, parlando con i suoi colleghi, l’avvocato Niccolò Ghedini, aveva definito sarcasticamente “Il processo perfetto”. Perfetto – questo il timore – per stringere in una tenaglia l’imputato-premier e la sua immagine.

Per capire la situazione, immaginiamo due binari. Al piano terra, nella grande aula, domani c’è il binario riservato a un unico imputato, lui: Silvio Berlusconi, 75enne. È al centro della complessa inchiesta nata intorno a Karima El Mahroug, detta da se medesima Ruby Rubacuori. Immigrata marocchina, scappata di casa, arrivata ad Arcore, nel sotterraneo del bunga bunga, tra colleghe nude e danzanti, ad appena diciassette anni. Qui, in questo processo, siamo alle ultime schermaglie procedurali. Stiamo cioè entrando nel vivo delle due accuse.

La prima è concussione: Berlusconi, come si sa, ha telefonato personalmente in questura per ottenere indebitamente, nel maggio 2010, il rilascio di Ruby, già così ciarliera da vantarsi con i poliziotti increduli della sua altolocata amicizia. Berlusconi telefona per affannarsi a coprire, sostiene l’accusa, un altro suo reato. Aver pagato la minorenne: banconote da 500 euro in cambio di sesso. Il reato si consuma anche se la minore non viene toccata, ma soltanto “inserita” in un contesto di scene sessuali. E il bunga bunga che altro è? Spaventato, da Parigi Berlusconi “deve” chiamare i poliziotti e “vincerli” affinché Ruby sia affidata al “consigliere ministeriale” (carica inesistente) Nicole Minetti.

C’erano i tempi tecnici per chiedere il processo immediato, i pubblici ministeri l’hanno ottenuto: perciò Berlusconi (domani assente) si ritrova sul solitario binario del processo pubblico già avviato, nell’aula al piano terra. Ma sempre domani, sei piani più su e a porte ancora chiuse, davanti al giudice delle udienze preliminari, eccoci – attenzione – sul secondo binario. È una coincidenza di date che offre su un piatto d’argento la perfetta chiave di lettura giudiziaria.

Davanti al gup viene esaminata la posizione penale del triumvirato di Arcore, composto da Lele Mora, bancarottiere ora ricoverato in ospedale, dopo tre mesi di carcere e un collasso, titolare di un’agenzia di spettacolo; Emilio Fede, direttore del Tg 4, amico o forse ex amico di Berlusconi”; Nicole Minetti, consigliere regionale pdl, e, a suo dire, cubista ed ex fidanzata di Berlusconi. I tre sono accusati di sfruttamento e favoreggiamento delle prostituzione anche minorile. Di portare, cioè, “carne nuova” (espressione citata in un’intercettazione) al “drago” (epiteto dell’ex moglie Veronica Lario) appostato nella Villa Casati Stampa.
Gran parte delle prove d’accusa sono le stesse per entrambi i processi. Ma le indagini sul secondo binario procedono più “sciolte”. C’entrano con la gestione degli appartamenti di via Olgettina, con le “papi-girl”, con gli inviti e i “trasporti” alle feste, con il giro dei soldi. Se il gup darà l’okay, anche questo processo si terrà pubblicamente, e comincerà entro l’anno. Non è difficile comprendere perché questo doppio binario, fortemente voluto dal procuratore aggiunto Ilda Boccassini, stia mettendo apprensione nel mondo politico di centrodestra. Perché non c’è riparo.

L’unica strada rimasta alla difesa Berlusconi per bloccare il processo Ruby-Berlusconi non è giudiziaria, è politica. È stato infatti sollevato, grazie alla maggioranza parlamentare, il conflitto di attribuzioni davanti alla corte costituzionale. Berlusconi – sostiene la difesa – ha telefonato alla questura nelle funzioni di presidente del consiglio e non di “cliente” impaurito. Il 7 febbraio del 2012 la Suprema Corte si riunirà per decidere se impedire ai giudici di Milano di eventualmente assolvere o punire Berlusconi. O se il caso deve passare al Tribunale dei ministri.

Ma – questo è il punto cruciale del “processo perfetto” – qualsiasi cosa potrà accadere al processo Ruby-Berlusconi, che gli avvocati tenteranno di ritardare in attesa della Corte, andrà nel frattempo avanti il processo Ruby-Fede (più Mora e Minetti). E siccome i testimoni sono in gran parte gli stessi, siccome il sostituto Antonio Sangermano dovrà affiancare Boccassini melò processo al premier e Pietro Forno nel processo agli altri tre, non può essere impedito quello che Berlusconi teme più di qualsiasi altra cosa: la sfilata delle ragazze davanti ai giornalisti di mezzo mondo, in un’aula dove anche i suoi sostenitori potranno ascoltare gli interrogatori e le ricostruzioni dei fatti. Dove le accuse di concussione e sesso con minori a pagamento possono trovare nuovi riscontri “in diretta”. Dove il nervosismo dei Mora, Fede e Minetti, senza leader accanto, può crescere e deflagrare.

Basta citare tre casi di testimoni per comprendere il senso della paura berlusconiana: Flavio Briatore, Imane Fadil, Ambra e Chiara.

Briatore era ed è un teste a difesa. Uno che, lo scorso autunno, davanti all’avvocato Ghedini, sosteneva quanto fossero “eleganti” le cene di Arcore. Bene, intercettato in primavera, mentre parla con Daniela Santanché, racconta di un Lele Mora che è in imbarazzo, perché deve continuare a portare donne nonostante l’inchiesta. Si lamenta, Briatore, per il premier “malato”. Aggiunge quanto avesse “ragione Veronica”. In più, spiega all’amica sottosegretario come Emilio Fede abbia “strozzato” Mora, arraffando una ricca percentuale dei soldi ottenuti dal premier. E Mora, in carcere, ha confermato. L’eleganza non sembra molto di casa, ad Arcore.

Non basta. Da qualche settimana è scoppiata l’inattesa “bomba” Imane Fadil, modella marocchina, 26 anni. É stata invitata più volte a casa del premier, ha molti ricordi. È lei che racconta di Minetti vestita da suora e di Katarina Knezevic, la giovane fidanzata montenegrina del premier, coetanea di Ruby Rubacuori, che ha una sorella maggiore, che tiene in scacco il premier. Katarina, rintracciata da Repubblica, ha confermato quel “fidanzamento”, ha avvalorato la versione di Imane, che ha presentato una pesantissima e circostanziata querela contro Emilio Fede. Dalla tribuna del Tg 4 le ha dato della bugiarda, ne ha sollecitato l’arresto. “Vedremo chi è il bugiardo”, s’infervora Imane, che domani arriva in aula. Perché vuole costituirsi parte civile: “Parlerò solo attraverso atti giudiziari”.

E così siamo a quota tre parti civili. L’hanno già fatto due ex concorrenti a miss Italia, che speravano di diventare “meteorine”: Ambra Battilana e Chiara Danese, anche loro in aula domani. Avevano da poco diciott’anni quando si ritrovarono in un baccanale, tra ragazze semisvestite che cantano “meno male che Silvio c’è” e una porno-statua che passa a tavola. Queste tre ragazze, più altre tre testimoni d’accusa, più le intercettazioni costate meno di 30mila euro in tutto, più vari riscontri, possono mettere Berlusconi sotto luci inevitabili. Possono costringere di fatto altre testimoni a chiedersi se vale la pena di rischiare incriminazioni per “salvare” il premier in difficoltà. La velocità delle indagini impedirà la possibilità della prescrizione. Sta in questo, appunto, il sarcasmo del “processo perfetto”. Cioè: è senza scampo, se i reati saranno provati, e la Procura ne è certa.

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02 ottobre 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/politica/2011/10/02/news/processo_ruby-22546407/?rss

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L’EVENTO – VegPride, ecco l’orgoglio vegetariano “A tavola possiamo salvare il pianeta”

VegPride, ecco l’orgoglio vegetariano
“A tavola possiamo salvare il pianeta”


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Fino al 7 ottobre la International Vegetarian Week, con iniziative e manifestazioni in vari Paesi. In Italia seguono questo tipo di dieta sei milioni di persone

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di MICOL LAVINIA LUNDARI

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VegPride, ecco l'orgoglio vegetariano "A tavola possiamo salvare il pianeta"

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Carne e pesce banditi. Per molti, ma non per tutti, anche latte, uova e tutto ciò che è di derivazione animale. Tavole imbandite di verdure, legumi, frutta e cereali. Una scelta etica che si trasforma in un monito ambientalista. Fino al 7 ottobre in tutto il mondo si celebra la International Vegetarian Week 1, la manifestazione, nata nel 2008, nella quale decine di organizzazioni di vari Paesi hanno deciso di riunirsi per celebrare l’orgoglio vegetariano ma soprattutto lanciare messaggi univoci e più forti sull’opportunità di seguire questo tipo di dieta.

Il motto di quest’anno è “Un futuro sostenibile dipende dalle nostre scelte alimentari”. Benché vi siano ricerche scientifiche dalle conclusioni contrastanti, chi abbraccia questa cultura crede che un consumo eccessivo di carne non solo porti problemi di sovranutrizione nei Paesi sviluppati, ma accresca la sottonutrizione delle zone più povere del mondo, perché sempre maggiori estensioni agricole sono destinate alla coltivazione di cereali per gli allevamenti. Si calcola che 1,3 miliardi di persone potrebbero essere sfamate con il grano e la soia destinati al bestiame negli Stati Uniti: ovvero un miliardo di esseri umani in più della popolazione a stelle e strisce. Ci sono poi le pesanti conseguenze che l’allevamento del bestiame ha sull’ambiente.

Secondo il Rapporto Eurispes 2011 i vegetariani in Italia sono sei milioni, quindi uno su dieci. Tra questi lo 0,4% è vegano (ovvero esclude dalla propria dieta tutti gli alimenti di origine animale). In Germania sono più dell’8% (dati 2005), nel Regno Unito il 9% (ma le statistiche sono ferme a dieci anni fa), negli Stati Uniti il 4% ma con significative percentuali fra i giovani; in India, anche per ragioni religiose, fra il 15 e il 20%.

Gli appuntamenti in calendario per la International Vegetarian Week sono molti e variegati tanto quanto le diverse declinazioni del vegetarianesimo. Dalle conferenze per i diritti degli animali in Albania, a cura dell’Institute for Enviromental Policy, ai picnic organizzati dall’australiana VegSa, dal festival Meatless Monday a San Paolo del Brasile alla Veggie Parade a Praga. A Parigi riapre i battenti il salone Vegan Day, all’insegna di “Entrez dans l’ère végétale”, a Milano c’è la VegHipWeek 2, a Bologna annunciata una dimostrazione sotto le Due Torri.

Il calendario degli eventi nelle città italiane 3

Inoltre la settimana del Veg Pride si apre con una buona notizia: in Cina è stato abolito il Jinhua Hutou Dog Meat Festival, che prevedeva nel menù amici a quattro zampe. Una vittoria dei blogger che hanno lanciato una campagna per fermare lo scempio.

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02 ottobre 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/cronaca/2011/10/02/news/settimana_vegetariana-22546827/?rss

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FISCO, DA IERI LA NUOVA ‘STRETTA’ – Equitalia, due mesi per pagare poi ti pignorano la casa

FISCO


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Equitalia, due mesi per pagare
poi ti pignorano la casa

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Nuove regole al via. Lo Stato vuole incassare 13 miliardi. Si deve saldare ancora prima di un processo che definisca chi ha ragione

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di CORRADO ZUNINO

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ROMA L’Agenzia delle Entrate cala l’arma “fine del mondo” sui contribuenti: in modo silenzioso, dopo un rinvio estivo e tre rivisitazioni in altrettanti decreti, ventiquattro ore fa l’Agenzia ha offerto al mastino Equitalia uno strumento di rara efficacia. Dopo 60 giorni dall’avviso al contribuente (“Devi pagare”, e si parla di debiti con lo Stato contratti a partire dal 2007, imposte sui redditi, Iva, Irap), l’Equitalia guidata da Attilio Befera, l’istituzione più temuta del paese, potrà attivare i suoi mezzi per recuperare il debito. Senza muovere un passo, potrà iscrivere ipoteca sull’artigiano considerato infedele (facendo scattare una comunicazione alla centrale rischi delle banche con conseguente chiusura dei fidi), potrà pignorare il suo conto corrente (rendendo impossibile il pagamento di dipendenti e fornitori), avviare i pignoramenti presso terzi (sono i crediti dei clienti, Equitalia ha il potere di arrivare anche lì) e far partire le ganasce fiscali su auto e van posseduti.

Da ieri, il “titolo di debito” è immediatamente esecutivo: basta un avviso per considerarti in mora. Non c’è più bisogno di istruire una cartella esattoriale che, ricorsi compresi, portava al saldo dell’eventuale debito entro 15-18 mesi. Il problema è che in quattro casi su dieci i ricorsi davano ragione al contribuente. Già. Il ministro dell’Economia Giulio Tremonti ha chiesto al suo braccio destro Befera certezza di entrate, gli ha assegnato l’obiettivo 13 miliardi per la prossima raccolta fiscale e, quindi, gli ha offerto una legge che dà al Fisco poteri mai visti nella storia della Repubblica. Entro 61 giorni dall’avviso – a prescindere dal fatto che l’avviso sia stato ricevuto o dorma in un ufficio delle Poste, in una Casa comunale – il contribuente o paga l’intera somma o contesta pagandone un terzo (più gli interessi maturati). Si deve saldare prima ancora dell’istruzione di un processo amministrativo che definisca chi ha ragione. Di fronte al ricorso del cittadino, per sei mesi gli agenti della riscossione non potranno avviare pignoramenti, ma potranno ipotecare una casa e bloccare un’auto. Se Equitalia, poi, si convince che c’è “fondato pericolo” di perdere il credito, ha il mandato per fare quello che crede: sequestrare una pensione, mandare un bene all’asta immobiliare. Se il colpito dimostrerà di avere problemi di liquidità – novità della terza e ultima rivisitazione – chiederà a un giudice tributario una sospensiva per fermare l’azione (per 150-180 giorni) oppure aderirà a un concordato (sconto con trattativa).

“Non esiste più diritto alla difesa, devi versare che tu abbia torto o ragione”, attacca l’avvocato Alberto Goffi, consigliere regionale Udc del Piemonte, riferimento della rivolta anti-Equitalia. “Si sta colpendo chi ha fatto dichiarazioni fedeli e oggi, a causa della crisi, non è in grado di pagare le tasse. Non puoi impugnare quello che hai dichiarato, è la condanna a morte delle imprese oneste”. Pietro Giordano, segretario Adiconsum: “Con questi tassi prossimi all’usura crescerà il debito dei contribuenti, le misure introdotte a luglio vengono vanificate”. Già, sull’onda delle sconfitte alle amministrative e le conseguenti urla della Lega (“tutta colpa di Equitalia”), a inizio estate il governo innalzò a 20 mila euro il tetto per l’ipoteca sulla prima casa, pretese due avvisi prima di apporre le ganasce fiscali e allungò a 72 mesi le rate per i debiti. Quindi, per cercare di diminuire il gigantesco contenzioso fermo nelle commissioni di ricorso, l’Agenzia ha avviato un mini-condono per chi aveva contestato. Ieri, però, è stata sguainata l’arma letale: “60 giorni per pagare”. A fine mese arriverà il redditometro, quindi il carcere per gli evasori. I dirigenti dell’Agenzia: “Ora possiamo andare avanti spediti, gli esattori punteranno al sodo. Usciamo dall’Ottocento, entriamo nel Duemila”.

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02 ottobre 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/economia/2011/10/02/news/equitalia_nuove_regole-22546403/?rss

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MILANO – Iva e rincari, negozi sotto accusa. Il Comune manderà l’Annonaria

Iva e rincari, negozi sotto accusa
il Comune manderà l’Annonaria

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L’Adiconsum: raffica di rialzi. D’Alfonso: sì ai panieri nei mercati. I controlli lanciati da Palazzo
Marino per il boom di segnalazioni. I commercianti si difendono: nessuna stangata sui prezzi

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di ALESSIA GALLIONE

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Iva e rincari, negozi sotto accusa il Comune manderà l’Annonaria

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Quella fiammata che ha fatto schizzare l’inflazione in città adesso divide e crea polemiche. Perché l’indice dei prezzi al consumo a settembre ha raggiunto il livello record del 4,1 per cento rispetto al 2010: mai così alto negli ultimi quindici anni. E per i consumatori, sul banco degli imputati finisce soprattutto il mondo del commercio. Tommaso Di Buono dell’Adiconsum lo dice chiaramente: «Le segnalazioni si sono moltiplicate nelle ultime settimane. I cittadini ci indicano attività che, approfittando del rialzo obbligato dell’Iva, arrotondano in modo ingiustificato i prezzi: le cifre, di solito, non corrispondono mai all’1 per cento in più, ma si aggirano attorno al 5, persino al 10. E, soprattutto, riguardano anche categorie come gli alimentari di base che non dovrebbero essere toccati». Segnalazioni che l’Adiconsum ha girato all’Annonaria, invocando l’intervento del Comune: «Potrebbero avviare campagne di controllo». Un lavoro che, confermano da Palazzo Marino, è già iniziato.

A Milano l’inflazione più alta d’Italia La crisi anticipa alla terza settimana

Sì, confermano all’Annonaria, quelle segnalazioni sono arrivate e stanno arrivando. E sì, i vigili si sono già mossi anche se è difficile se non impossibile multare i cosiddetti “aumenti ingiustificati” in un mercato di prezzi liberi. Ma il commerciante che riceve la visita, a quel punto, finisce sotto la lente degli agenti e tutto viene passato al vaglio: dall’obbligo di avere uno stesso prezzo sul cartellino e alla cassa fino all’igiene. «È giusto controllare», dice l’assessore al Commercio Franco D’Alfonso. Che ha una certezza: «I prezzi sono saliti e su questo non ci sono dubbi. A settembre c’è stato l’effetto della Settimana della moda che ha una grossa influenza sul settore alberghiero e della ristorazione. L’Iva? Diciamo che gli effetti a settembre non si sarebbero neppure dovuti sentire». Una prima risposta è promessa a breve almeno per gli alimentari: «Nei mercati coperti rilanceremo i panieri a prezzi concordati. Volevamo farlo per Natale, ma cercheremo di accelerare».

Lancia un segnale di preoccupazione il segretario della Camera del lavoro Onorio Rosati. Che al Comune chiede un tavolo per «capire le scelte e come tutelare le fasce deboli». «Con i nuovi tagli — dice — piove sul bagnato. Il tasso di inflazione è al 4,1 per cento sui prodotti di largo consumo ed è sempre più difficile vivere in questa città. I tagli aumentano ulteriormente uno stato di difficoltà che attraversa tutto il mondo del lavoro». Per Nunzio Buongiovanni (Adoc Lombardia), «gli aumenti sono palpabili. I commercianti? Non sarà la maggioranza, ma qualcuno approfitta dell’Iva». E Gianmario Mocera (Federconsumatori): «L’inflazione non è ancora più alta soltanto perché i consumi sono bloccati. A spingerla sono tariffe e accise».

Ma il mondo del commercio non ci sta. Tra i rincari più forti ci sono stati i prezzi degli alberghi: + 22,4 per cento in un anno. Un dato non veritiero per il presidente di Federalberghi Alberto Sangregorio: «In un momento di crisi come questo, per riempire le camere abbiamo diminuito i prezzi. Non esiste questo aumento». Lino Stoppani, il presidente dei pubblici esercizi, guarda al 4,1 per cento di inflazione e dice: «È un dato importante e preoccupante soprattutto in un momento di crisi dei consumi. A soffrire è anche il mondo del commercio: gli operatori sono seri e quando toccano i listini lo fanno perché non riescono più ad assorbire gli aumenti».

Tra i balzi maggiori c’è quello della colazione al bar. Che Stoppani spiega così: «La tazzina del caffè è legata a materie prime che, anche in modo anomalo, sono entrate nel giardinetto degli speculatori. Nel nostro settore sono aumentati molto anche il latte e il burro». Nessun ritocco, invece, per Alfredo Zini che per bar e ristoranti dice: «L’aumento dell’Iva per ora lo stiamo assorbendo noi».

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02 ottobre 2011

fonte:  http://milano.repubblica.it/cronaca/2011/10/02/news/iva_e_rincari_negozi_sotto_accusa_il_comune_mander_lannonaria-22543007/?rss

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