Archivio | ottobre 5, 2011

Verso il 15 ottobre.”Solleviamoci!?”

Forse è inutile precisarlo ma, a scanso d’equivoci, il titolo del post non è nostro anche se un po’ ci inorgoglisce. Questo blog opera dal 2008 e nel chiamarlo ‘solleviamoci’ volevamo far percepire anche ai nostri amici lettori ciò che ‘sentivamo’ già nell’aria.. Diciamo che siamo stati profetici, anche se dobbiamo aggiungere un ‘purtroppo’…

elena e mauro

Verso il 15 ottobre.”Solleviamoci!?”


Spanish PEOPLE OF EUROPE, RISE UP: Revolution, it begins, come on europe get up! (GREAT VID) – fonte immagine

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articolo originale pubblicato in www.radiocittaperta.it

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Discussione animata e difficile sul percorso del corteo del 15 ottobre. Ma alla fine si è trovata la “quadra”. Persistono divergenze sul segnale politico che deve mandare la manifestazione italiana. Il 15 ottobre sarà una giornata di mobilitazione internazionale contro la crisi e il massacro sociale scatenato dalle istituzioni finanziarie europee e dal governo unico delle banche.

L’ennesima riunione preparatoria per la giornata europea di mobilitazione del 15 ottobre, ha visto le molte componenti del coordinamento nato ad hoc, cercare in tutti in modi di trovare “la quadra”. Un risultato che dopo l’ultima riunione e all’inizio di quella di ieri non appariva affatto scontato.

La discussione – ad un osservatore esterno – poteva sembrare meramente “tecnica” cioè il percorso del corteo, lo striscione di apertura, la conclusione. In realtà indicava e indica divaricazioni politiche sul segnale che la manifestazione nazionale del 15 ottobre deve mandare sia a chi scenderà in piazza sia ai responsabili del massacro sociale che in tutta Europa ed anche Italia si sta abbattendo su lavoratori, giovani, pensionati,migranti.

La discussione dei due gruppi di lavoro (manifestazione, comunicazione) è iniziata dopo le 11.00 ed è riuscita a concludersi solo a ridosso dell’inizio della riunione plenaria dopo un lungo botta e riposta e numerosi interventi che hanno talvolta allontanato la possibilità di giungere ad un appuntamento unitario e condiviso. Lo spettro di due manifestazioni si è affacciato neanche troppo velatamente in alcuni interventi. Il rappresentante dell’Usb è andato alla carica senza troppi preamboli mettendo in discussione che il corteo dovesse accuratamente evitare di transitare per il centro della capitale e si dirigesse verso piazza San Giovanni secondo i canoni della manifestazioni di massa ma un po’ liturgiche. La proposta avanzata dall’Usb era che si concludesse invece nella centrale piazza del Popolo a ridosso dei palazzi del potere e annunciasse pubblicamente che la manifestazione non si concludeva la sera del 15 ottobre con un tradizionale comizio. “A New York manifestano sotto la Borsa di Wall Street mica a Central Park, in Grecia stanno in piazza Syntagma davanti al Parlamento” ha specificato. Insomma una manifestazione di lotta e non di rappresentazione che trova il suo punto di forza solo nel numero dei partecipanti.

Di avviso contrario alla proposta dell’Usb altre componenti del coordinamento (Action,Uniti contro la crisi, Cobas, Arci, Fiom, Uds) e consenso invece da parte di altre componenti come le reti dello Sciopero Precario, la rete Roma Bene Comune, Atenei in rivolta, la Rete dei Comunisti, che hanno insistito molto sul fatto che il passaggio del centro “politico ed economico” della capitale funzioni anche come avviso di garanzia – in qualche modo anche minaccioso – verso le misure antipopolari decise dal governo e dalle istituzioni europee, un nemico che alcuni definiscono ormai come il “governo unico delle banche” (con chiare allusioni al governo che sostituirà quello Berlusconi per fare una identica politica antipopolare). La discussione si è incastrata e contrapposta per parecchio tempo ed è sembrato a un certo punto che la rottura fosse inevitabile. Un paio di interventi hanno infine cercato di raccogliere tutte le osservazioni in campo e indicato la quadra possibile: il percorso del corteo verrà allungato e chiederà di transitare per il centro prima di arrivare a Piazza San Giovanni, arrivare ma non concludersi. Un concetto questo che è stato ribadito da diversi interventi preoccupati che la manifestazione del 15 ottobre si riduca ad una tradizionale manifestazione di massa ma privata di ogni conflittualita contro il massacro sociale approntato dai poteri forti in Europa e in Italia.

Anche sullo striscione di apertura la discussione non è stata semplicissima. Il momento francamente più paradossale è stato quando si è inceppata sulla condivisione dello slogan ormai europeo lanciato dai movimenti greci “People of Europe rise up!” ma non sulla sua traduzione in italiano che significa testualmente “Popoli europei solleviamoci!”. L’idea della sollevazione è apparsa forse un pò troppo inquietante che si volevano sostituire con un più rassicurante “Cambiare l’Italia, cambiare l’Europa”, uno slogan che obiettivamente sarebbe metabolizzabile anche da Bersani e Bonanni.

La discussione si è conclusa con l’approvazione dello striscione d’apertura coerente in inglese e in italiano con l’indicazione apparsa sul Partenone “People of Europe rise up! Popoli europei solleviamoci!”. La testa del corteo sarà unitaria e rappresentativa di tutte le componenti del coodinamento con l’esplicito invito a tenere alla larga bandiere di partito e organizzazione o I leader televisiviche ammucchiano di loro le telecamere e riducono il corteo ad uno sfondo anonimo nei contenuti.

Più difficile è stato trovare “la quadra” sulla gestione dell’arrivo della manifestazione in piazza San Giovanni che in molti non intendono vivere come conclusione del corteo e della mobilitazione del 15 ottobre. Molte le proposte sul tappeto (il coordinatore della discussione ne ha elencate almeno dieci diverse tra loro), ragione per cui il coordinamento si è riconvocato per discueterne martedi prossimo. Nel frattempo una delegazione andrà in Questura per discutere il percorso del corteo avendo ricevuto un mandato esplicito sulle opzioni da indicare. Il percorso di avvicinamento al 15 ottobre è ormai avviato. C’è da augurarsi e da lavorare affinchè proceda come auspicato da tutti gli interventi. L’aspettativa è indubbiamente in crescita e il governo unico delle banche dovrà cominciare a tenerne conto.

Redazione di Contropiano

Fonte

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28-09-2011

http://www.pane-rose.it/cms_utilities/media.php?id=1212

fonte:  http://www.pane-rose.it/files/index.php?c3:o29704:e1

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Londra dopo le rivolte: Parla Nina Power, filosofa, scrittrice, giornalista e accademica britannica

London Street Battles: Video of mad clashes, riots out of control

Caricato da in data 09/ago/2011

Follow latest updates on http://twitter.com/RT_com and http://www.facebook.com Violence and looting raged across London and spread to three other major British cities, as authorities struggled to contain the country’s most serious unrest since race riots set the capital ablaze in the 1980s. In London, a third straight night of disorder saw buildings, vehicles and rubbish dumps set alight, stores looted and police officers pelted with bottles and fireworks, as groups of young people rampaged through neighbourhoods.

2:05 video courtesy http://www.youtube.com/user/jellyfielders

Londra dopo le rivolte

Parla Nina Power, filosofa, scrittrice, giornalista e accademica britannica

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E’ stata una delle notizie principali della scorsa estate. Il titolo “Londra brucia” (e non solo Londra) rimbalzava dai media mainstream ai blog, echeggiando una famosa canzone dei Clash di fine anni Settanta. Oggi, quasi due mesi dopo le rivolte inglesi, tutto sembra tranquillo e la notizia è scomparsa. Ma che ne è delle ragioni materiali all’origine di saccheggi e devastazioni?
Anticipando il reportage Le vie della rivolta, che comparirà sul numero di ottobre di E-il mensile (in edicola da mercoledì 5 ottobre), PeaceReporter l’ha chiesto alla filosofa ed editorialista britannica Nina Power.

Un mese dopo le rivolte inglesi: cosa hanno fatto le autorità per affrontare i problemi alla loro origine, a parte militarizzare le strade?
Le autorità stanno facendo ben poco anzi quasi niente per risolvere i problemi sociali che sono la vera causa delle violenze. Addirittura si può dire che fanno esattamente quello che non dovrebbero e che potenzialmente potrebbe peggiorare la situazione: le operazioni di polizia si concentrano sulle minoranze etniche, l’ineguaglianza economica peggiora, coloro che erano coinvolti nelle sommosse vengono puniti in maniera eccessivamente dura. Molte di queste misure non sono altro che un atteggiamento populista per dimostrare alla classe media, alla classe “proprietaria”, che qualcosa “è stato fatto”. Ma un atteggiamento criminalizzante può provocare più rivolte. La complicità dei giudici che si piegano di fronte a questo populismo, non è da sottovalutare. Penso che la gente veda il nucleo polizia/giustizia/governo come un’organizzazione predisposta per punire e raccogliere informazioni su chiunque sia da considerarsi socialmente indesiderabile (studenti che protestano, rivoltosi, squatters etc.)

Qual è stata la reazione dei gruppi di sinistra di fronte alle sommosse?
Ci sono state reazioni di tipo diverso: alcuni gruppi anarchici e di sinistra hanno organizzato una campagna per dire NO agli sfratti quando gli organi di governo della città di Londra hanno mandato lettere dichiarando che chi avesse preso parte alle violenze sarebbe stato buttato fuori dalle case popolari, costringendo di fatto famiglie intere a diventare dei “senza tetto”. Altri cercano di fare campagne per difendere chi è stato condannato. Io penso che sia necessario fare di più per spiegare e difendere le ragioni dei dimostranti, e bisognerebbe anche ripensare alla nozione di “proprietà” e al fatto che sia alla base di tutte le preoccupazioni della politica tradizionale.

Qualcuno cerca di organizzare la protesta e di darle degli obiettivi politici?
Forse più a livello di analisi che di azione: la forte reazione, l’arresto e la condanna di coloro che erano coinvolti sono stati eseguiti con tale rapidità (con tribunali aperti anche di notte e gente spedita in prigione in tempi decisamente accelerati rispetto alla norma) che l’organizzazione ha avuto difficoltà a stare al passo. Credo che la natura politica delle rivolte sia identificabile proprio nella risposta dell’establishment, che ha fatto di tutto per negarla.

Secondo lei queste rivolte sono una forma di lotta di classe contemporanea o no?
Si, nel senso che si sono ribellati soprattutto gli esclusi, quelli che vengono perseguitati: i disoccupati, già criminalizzati, e continuamente assillati dalla polizia. Tutto questo in un contesto in cui ricchi politici ipocriti dicono alla gente che deve trovarsi un lavoro, quando di lavoro non ce n’è. Penso che ci saranno altre violenze, la coalizione al governo è molto debole e sanno che non saranno rieletti. Penso che stiano cercando di portare avanti quanti più tagli possibile e contano sui giudici e sulla polizia per bloccare ogni resistenza nel modo più brutale possibile.

Crede che ci sia una connessione tra le rivolte e la gentrification (trasformazione dei quartieri popolari in residenziali)?
Senza dubbio, ma è difficile da quantificare. E’ certamente vero che i poveri e i disoccupati vengono spinti sempre più verso le periferie, sempre più fuori Londra ad esempio, e che il costo della vita aumenta vertiginosamente per un numero sempre maggiore di persone.

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https://i1.wp.com/it.peacereporter.net/upload/5/57/573/5734/57345.jpeg

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Cosa ne pensa, da un punto di vista sia politico sia teorico, dell’attitudine dei rivoltosi al saccheggio?
Penso che sia perfettamente comprensibile, è il piacere dello “shopping proletario”. Abbiamo un governo di avidi politici eletti da noi cittadini che rubano ai poveri, si fanno rimborsare per spese illegali, etc. Non credo che il saccheggio sia negativo, ma chi ritiene che la proprietà sia sacrosanta penserà che sia una cosa spaventosa, a livello della violenza contro le persone, mentre chiaramente non lo è. I media hanno detto che i rivoltosi hanno attaccato i piccoli negozi indipendenti mentre in realtà hanno saccheggiato solo le grandi catene o attaccato le banche, gli istituti finanziari, come il banco dei pegni o le agenzie che fanno prestiti usurai, insomma i luoghi in cui ci si approfitta dei poveri e dei disoccupati.

(traduzione di Laura Passetti)

Gabriele Battaglia

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05 ottobre 2011

fonte:  http://it.peacereporter.net/articolo/30692/Londra+dopo+le+rivolte

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Carceri israeliane: cresce il numero dei prigionieri palestinesi in sciopero della fame

Palestinians rally in support for their prisoners in Israel – Press TV News

Caricato da in data 29/set/2011

GAZA

Caricato da in data 02/set/2011

United Nations Convention on the Prevention and Punishment of the Crime of Genocide (CPPCG). Article 2 of this convention defines genocide as “any of the following acts committed with intent to destroy, in whole or in part, a national, ethnical, racial or religious group, as such: killing members of the group; causing serious bodily or mental harm to members of the group; deliberately inflicting on the group conditions of life, calculated to bring about its physical destruction in whole or in part
Israelis and Palestinians Injured
September 29, 2000 – Present

9,226 Israelis and 45,041 Palestinians have been injured since September 29, 2000.

1 Israeli is being held prisoner by Palestinians, while 5,935 Palestinians are currently imprisoned by Israel. 0 Israeli homes have been demolished by Palestinians and 24,813 Palestinian homes have been demolished by Israel since 1967.During Fiscal Year 2011, the U.S. is providing Israel with at least $8.2 million per day in military aid and $0 in military aid to the Palestinians.124 Israeli children have been killed by Palestinians and 1,463 Palestinian children have been killed by Israelis since September 29, 2000.Israel currently has 236 Jewish-only settlements and ‘outposts’ built on confiscated Palestinian land. Palestinians do not have any settlements on Israeli land.

Carceri israeliane: cresce il numero dei prigionieri palestinesi in sciopero della fame

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Le autorità e la stampa israeliane minimizzano. In realtà la campagna di disobbedienza civile portata avanti dai detenuti palestinesi si è estesa a molte carceri israeliane. Da oggi in sciopero anche gli ex carcerati, in segno di solidarietà

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Ramallah, 05 ottobre 2011, Nena News – Si è estesa a migliaia di detenuti palestinesi nelle carceri israeliane la campagna di disobbedienza civile, incluso lo sciopero della fame, iniziata nelle prigioni di Rimon e Nafha 8 giorni fa, per chieder migliori condizioni di vita. Una campagna rafforzata dal secco niet dell’amministrazione israeliana, di soddisfare anche solo parte delle richieste dei detenuti politici, più di 5000 palestinesi, fra cui 200 minorenni, secondo l’associazione per i diritti umani B’Tselem (e inclusi 219 palestinesi in detenzione amministrativa); richieste che i prigionieri palestinesi avanzano da tempo, ma che le autorità israeliane non vogliono ascoltare: la fine della pratica dell’isolamento che Israele utilizza come “punizione collettiva”, la fine delle ispezioni umilianti, fine anche della pratica secondo la quale ai detenuti vengono legati mani e piedi durante le visite di familiari e avvocati; chiedono inoltre permessi per poter studiare. Condizioni che il governo Netanyahu si rifiuta categoricamente di concedere, come confermato dal Ministro palestinese per i prigionieri, Issa Quraqe in seguito all’incontro tenutosi lo scorso martedì tra i rappresentanti dei detenuti, il vicedirettore del carcere israeliano di Ramon e ufficiali dell’intelligence israeliana.

Il primo ministro israeliano annunciò lo scorso giugno un ulteriore inasprimento del già disumano trattamento dei detenuti palestinesi con l’obiettivo di costringere Hamas a liberare il soldato Gilad Shalit, prigioniero a Gaza dal 2006. Tra le misure adottate, figurano anche il divieto all’educazione, alla lettura e alle visite da parte dei familiari; così come restrizioni sulle possibilità ricreative dei detenuti tra cui l’uso della TV; anche membri della stessa famiglia, che si trovavano nella stessa cella, sono stati volutamente separati.

E’ di oggi la notizia, riportata dall’agenzia Ma’an News, secondo cui anche ex-detenuti hanno dato inizio oggi nella città di Nablus (nord della Cisgiordania), a uno sciopero della fame in solidarietà con i prigionieri.

Per sottolineare la campagna di disobbedienza civile, il Palestinian Central Bureau of Statistics (Ufficio Statistiche palestinesi) ha pubblicato oggi un comunicato stampa in lingua araba in cui ricorda che  750,000 palestinesi hanno trascorso un periodo nelle carceri israeliana dal’occupazione del 1967. Nena News

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fonte: http://nena-news.globalist.it/?p=13293

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Intercettazioni, passa l’udienza “filtro”. Scontro con il Terzo polo, se ne va la Bongiorno

Intercettazioni, passa l’udienza “filtro”
Scontro con il Terzo polo, via Bongiorno

Intesa su norma anti-blog. Il Pdl: anche il carcere per i giornalisti
Bersani: governo pensa solo ad affari suoi. La protesta di Wikipedia

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ROMA – Nuovo scontro sulle intercettazioni. L’Aula della Camera ha ripreso oggi l’esame del ddl e il Pdl è tornato a chiedere il carcere per i giornalisti. E’ scontro intanto con il Terzo polo dopo l’approvazione della norma che rende impubblicabili gli “ascolti” fino al momento dell’udienza filtro, cioè fino a quando avvocati e magistrati selezionano le registrazioni essenziali per dimostrare la colpevolezza o l’innocenza escludendo le parti superflue. Intesa invece sulla norma-anti-blog, che aveva scatenato la rivolta sul web. Oggi al Pantheon presidio organizzato dalla Federazione nazionale della stampa (Fnsi) per protestare contro il ddl.

L’Aula della Camera ha bocciato poi le questioni pregiudiziali di Pd e Idv al testo sulle intercettazioni. Le pregiudiziali di costituzionalità sono state respinte con 307 no (Pdl e Lega), 230 voti a favore (Pd e Idv) e 63 astenuti (i deputati del Terzo polo). Sostanzialmente analogo il risultato della votazione sulla pregiudiziale di merito: 229 sì, 307 no e 64 astenuti.

Il presidente della commissione Giustizia della Camera, Giulia Bongiorno, ha annunciato le dimissioni da relatore del ddl intercettazioni. Bongiorno ha preso questa decisione dopo che il governo ha dato parere favorevole all’emendamento Pdl per rendere impubblicabili gli “ascolti” fino al momento dell’udienza filtro. Dopo che l’emendamento presentato dal capogruppo del Pdl in commissione Giustizia, Enrico Costa, ha ricevuto parere favorevole dal governo, è stato anche votato a maggioranza. E questo ha portato Bongiorno a lasciare. Al suo posto relatore è diventato Enrico Costa del Pdl.

Avranno obbligo di rettificare entro 48 ore solo le testate on-line che risultano registrate. È questo l’accordo bipartisan raggiunto dal “Comitato dei nove”, che sta esaminando il ddl Intercettazioni. La proposta è il frutto di alcuni emendamenti presentati da Zaccaria (Pd) e Cassinelli (Pdl).

«Devono essere sanzionati i giornali che pubblicano e i giornalisti. I giornalisti con una misura di rilevanza penale», ha detto invece Maurizio Paniz, parlamentare del Pdl, a Radio 24. «Il giornalista che pubblica ciò che non può pubblicare dovrebbe subire una sanzione pensale, il carcere magari è un percorso più lungo – ha proseguito l’esponente del Pdl -. Che ne so, ci vorrebbe una sanzione da 15 giorni a un anno, poi il giudice graduerà a seconda della violazione, vedrà se sono possibili riti alternativi, pene pecuniarie o multe o se il giornalista debba andare in carcere. Cosa che è tutto sommato – ha concluso – molto rara nel nostro ordinamento per questa tipologia di situazione».

«Sono morte quattro donne che venivano pagate 4 euro l’ora, c’è il declassamento di Moody’s e noi siamo qui a parlare di intercettazioni. Il governo ha perso totalmente la presa sul Paese, pensa solo agli affari suoi. Questo si vede in Italia ma lo vedono anche all’estero». È lo sfogo del segretario Pd Pier Luigi Bersani alla Camera.

«Noi stiamo dimostrando con la nostra astensione sulle pregiudiziali che se vogliono fare una legge seria per impedire gli abusi nelle Intercettazioni c’è lo spazio. Se vogliono fare qualcos’altro è chiaro che non potremo essere complici di questa cosa». Lo dice il leader dell’Udc, Pier Ferdinando Casini che sembra però pessimista sulla possibilità di fermare l’offensiva del Pdl: «Questa è l’aria che tira e tira molto forte» dice.

«Futuro e libertà difenderà il diritto all’informazione e uno strumento indispensabile per le indagini in maniera intransigente. Questa legge non è una priorità ma solo una esigenza della casta di governo per salvaguardare se stessa, ad iniziare dal Premier». Lo afferma il deputato di Futuro e libertà, Fabio Granata. «Il testo di Giulia Bongiorno garantiva questioni fondamentali ed in linea con la Costituzione e solo per questo ci siamo astenuti sulle pregiudiziali. Ma la volontà del Pdl è un altra -conclude Granata- e da domani inizieremo una opposizione durissima e intransigente ad ogni iniziativa tendente ad oscurare informazione o impedire indagini».

L’udienza “filtro” «mi pare una soluzione che ha una propria ragionevolezza». Lo afferma il vicepresidente del Csm Michele Vietti, intervenendo ai microfoni di Radio Anch’io su Radio 1. Sulle intercettazioni «mi auguro che il Parlamento trovi finalmente una soluzione», auspica Vietti ricordando che «sulla questione si sono arrovelate quasi tre legislature» per giungere a un nulla di fatto. Ma il «punto di equilibrio» tra il «diritto alle indagini» quello all’informazione e il diritto alla riservatezza «deve trovarlo la politica», raccomanda.

La protesta di Wikipedia e del web. L’enciclopedia libera da ieri si è autosospesa per protesta contro la stretta sulle intercettazoni, che ora in base all’intesa raggiunta oggi dovrebbe però essere attenuata. In qualunque pagina il sito si apre con il comunicato in cui spiega le ragioni del dissenso: «Con le norme del ddl intercettazioni non esisteremo più. Sarebbe un’inaccettabile limitazione della propria libertà e indipendenza».

È solo la versione italiana di Wikipedia quella attualmente non consultabile per la protesta contro il ddl intercettazioni. Nel comunicato ai lettori dell’enciclopedia libera si spiega che «negli ultimi 10 anni, Wikipedia è entrata a far parte delle abitudini di milioni di utenti della Rete in cerca di un sapere neutrale, gratuito e soprattutto libero. Oggi, purtroppo, i pilastri di questo progetto – neutralità, libertà e verificabilità dei suoi contenuti – rischiano di essere fortemente compromessi dal comma 29 del cosiddetto DDL intercettazioni».

«Tale proposta di riforma legislativa, che il Parlamento italiano sta discutendo in questi giorni, prevede – si legge nella nota on line – tra le altre cose, anche l’obbligo per tutti i siti web di pubblicare, entro 48 ore dalla richiesta e senza alcun commento, una rettifica su qualsiasi contenuto che il richiedente giudichi lesivo della propria immagine. Purtroppo, la valutazione della »lesività« di detti contenuti non viene rimessa a un Giudice terzo e imparziale, ma unicamente all’opinione del soggetto che si presume danneggiato. Vogliamo poter continuare a mantenere un’enciclopedia libera e aperta a tutti. La nostra voce è anche la tua voce: Wikipedia è già neutrale, perché neutralizzarla?».

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Mercoledì 05 Ottobre 2011 – 09:34    Ultimo aggiornamento: 16:31

fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=165359&sez=HOME_INITALIA

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Incidente in impianto nucleare in Belgio: tre persone contaminate dal plutonio

Incidente in impianto nucleare in Belgio
tre persone contaminate dal plutonio

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La caduta di un recipiente contenente plutonio si è verificata ieri nella struttura della Belgoprocess nel corso di una visita degli ispettori dell’Agenzia internazionale e di Euratom

Incidente in impianto nucleare in Belgio tre persone contaminate dal plutonio

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BRUXELLES – Tre persone sono rimaste contaminate in un incidente avvenuto martedì pomeriggio in un impianto di smaltimento di rifiuti nucleari a Dessel, in Belgio. L’incidente è avvenuto pressolo lo stabilimento di Belgoprocess nel corso di una ispezione annuale condotta dall’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) e Euratom, l’organismo europeo dell’energia atomica. A causare l’incidente, di cui si è venuto a sapere solo oggi, è stato un errore di manipolazione di un recipiente contenente plutonio, che è caduto a terra.

Secondo quanto riferito dalle autorità belghe, non ci sarebbero state fughe di radioattività e l’intera area dove si è verificato il problema è stata sigillata prima che ci potessero essere fughe all’esterno. La decontaminazione della struttura sarà avviata quanto prima, hanno precisato ancora fonti del governo di Bruxelles.

“L’ispettore, accompagnato da un collega di Euratom e da un funzionario di Belgoprocess, stava conducendo una verifica di routine quando è avvenuto l’incidente”, precisa una nota della Aiea. “I tre si sono sottoposti alla procedura di decontaminazione esterna e a controlli sanitari e al momento si sta valutando il grado di esposizione al quale sono stati sottoposti”, aggiunge il comunicato dell’Agenzia.

Quello accaduto ieri in Belgio è il secondo incidente nel giro di meno di un mese in una struttura di smaltimento dei rifiuti atomici. Lo scorso 12 settembre era esploso infatti un forno in un centro per il trattamento dei rifiuti a Marcoule 1, in Francia. In quella circostanza le conseguenze furono ben più gravi, con un tecnico rimasto ucciso e altri quattro feriti.

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05 ottobre 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/esteri/2011/10/05/news/nucleare_belgio-22749042/?rss

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Ammazza blog – Wikipedia si ribella contro la legge bavaglio / Il Comunicato di autosopensione

Ammazza blog – Wikipedia si ribella contro la legge bavaglio

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Wikipedia si ribella contro la legge bavaglio, che limiterà in modo vergognoso Internet in Italia e costringerà non solo l’enciclopedia della rete a chiudere, ma tantissimi altri siti liberi e indipendenti.
Il caso è assurdo e costringerebbe ogni blogger a trasgredire la legge o subire ammende pesantissime, sino a 12mila euro: se un nazista volesse esprimere il suoi sentimenti filo nazionalsocialisti, magari esaltando l’olocausto, se un mafiose volesse esaltare le organizzazioni criminali il povero responsabile del sito, del blog rischierebbe l’ammenda per aver rifiutato di pubblicare tale smentita contro articoli anti mafia o anti razzisti.
Così, oltre a dover diffondere opinioni ripugnanti commetterebbe un reato, istigazione a delinquere, obbligato da questa assurda norma incostituzionale: nessuno può costringermi a pubblicare qualsiasi cosa su un sito internet, oppure su un blog.
Questa norme obbligherebbe i responsabili del sito a commettere reati penali, perché nessuna autorità vaglierebbe se la replica è legittima oppure no.
Si nega la proprietà sui siti e i blog, si nega la titolarità: in pratica diverrebbero luoghi pubblici dove scrivere ogni schifezza, da parte di utenti squinternati, per esempio.
La nostra libertà di blogger viene negata in modo vergognoso, i nostri diritti umani sono castrati da questa pazzesca legge ed è giusto chiedere un risarcimento allo Stato Italiano: il fatto è di una tale gravità che sarebbe legittimo richiedere un risarcimento direttamente ai deputati che voteranno tale legge, perché costoro ci stanno derubando di un diritto sancito non solo nella costituzione italiana, ma dalle norme internazionali.
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05 ottobre 2011
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Il Comunicato di autosopensione di Wikipedia

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saf
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Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo
Articolo 27

«Ogni individuo ha diritto di prendere parte liberamente alla vita culturale della comunità, di godere delle arti e di partecipare al progresso scientifico e ai suoi benefici.

Ogni individuo ha diritto alla protezione degli interessi morali e materiali derivanti da ogni produzione scientifica, letteraria e artistica di cui egli sia autore.»

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Cara lettrice, caro lettore,

in queste ore Wikipedia in lingua italiana rischia di non poter più continuare a fornire quel servizio che nel corso degli anni ti è stato utile e che adesso, come al solito, stavi cercando. La pagina che volevi leggere esiste ed è solo nascosta, ma c’è il rischio che fra poco si sia costretti a cancellarla davvero.

Il Disegno di legge – Norme in materia di intercettazioni telefoniche etc., p. 24, alla lettera a) del comma 29 recita:

«Per i siti informatici, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica, le dichiarazioni o le rettifiche sono pubblicate, entro quarantotto ore dalla richiesta, con le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilità della notizia cui si riferiscono.»

Negli ultimi 10 anni, Wikipedia è entrata a far parte delle abitudini di milioni di utenti della Rete in cerca di un sapere neutrale, gratuito e soprattutto libero. Una nuova e immensa enciclopedia multilingue e gratuita.

Oggi, purtroppo, i pilastri di questo progetto — neutralità, libertà e verificabilità dei suoi contenuti — rischiano di essere fortemente compromessi dal comma 29 del cosiddetto DDL intercettazioni.

Tale proposta di riforma legislativa, che il Parlamento italiano sta discutendo in questi giorni, prevede, tra le altre cose, anche l’obbligo per tutti i siti web di pubblicare, entro 48 ore dalla richiesta e senza alcun commento, una rettifica su qualsiasi contenuto che il richiedente giudichi lesivo della propria immagine.

Purtroppo, la valutazione della “lesività” di detti contenuti non viene rimessa a un Giudice terzo e imparziale, ma unicamente all’opinione del soggetto che si presume danneggiato.

Quindi, in base al comma 29, chiunque si sentirà offeso da un contenuto presente su un blog, su una testata giornalistica on-line e, molto probabilmente, anche qui su Wikipedia, potrà arrogarsi il diritto — indipendentemente dalla veridicità delle informazioni ritenute offensive — di chiedere l’introduzione di una “rettifica”, volta a contraddire e smentire detti contenuti, anche a dispetto delle fonti presenti.

In questi anni, gli utenti di Wikipedia (ricordiamo ancora una volta che Wikipedia non ha una redazione) sono sempre stati disponibili a discutere e nel caso a correggere, ove verificato in base a fonti terze, ogni contenuto ritenuto lesivo del buon nome di chicchessia; tutto ciò senza che venissero mai meno le prerogative di neutralità e indipendenza del Progetto. Nei rarissimi casi in cui non è stato possibile trovare una soluzione, l’intera pagina è stata rimossa.

L’obbligo di pubblicare fra i nostri contenuti le smentite previste dal comma 29, senza poter addirittura entrare nel merito delle stesse e a prescindere da qualsiasi verifica, costituisce per Wikipedia una inaccettabile limitazione della propria libertà e indipendenza: tale limitazione snatura i principi alla base dell’Enciclopedia libera e ne paralizza la modalità orizzontale di accesso e contributo, ponendo di fatto fine alla sua esistenza come l’abbiamo conosciuta fino a oggi.

Sia ben chiaro: nessuno di noi vuole mettere in discussione le tutele poste a salvaguardia della reputazione, dell’onore e dell’immagine di ognuno. Si ricorda, tuttavia, che ogni cittadino italiano è già tutelato in tal senso dall’articolo 595 del codice penale, che punisce il reato di diffamazione.

Con questo comunicato, vogliamo mettere in guardia i lettori dai rischi che discendono dal lasciare all’arbitrio dei singoli la tutela della propria immagine e del proprio decoro invadendo la sfera di legittimi interessi altrui. In tali condizioni, gli utenti della Rete sarebbero indotti a smettere di occuparsi di determinati argomenti o personaggi, anche solo per “non avere problemi”.

Vogliamo poter continuare a mantenere un’enciclopedia libera e aperta a tutti. La nostra voce è anche la tua voce: Wikipedia è già neutrale, perché neutralizzarla?

Gli utenti di Wikipedia

 

Nota: poiché anche il bar, punto d’incontro e di discussione della comunità, sarà bloccato, vi rimandiamo al canale IRC della Wikipedia in lingua italiana, dove potrete chiedere spiegazioni ed esprimere il vostro parere (qui è spiegato nel dettaglio come accedere alla chat): irc://chat.freenode.net/wikipedia-it
Una delle discussioni che ha portato a questa misura si trova qui.

Post per le operaie di Barletta. E contro chi sfrutta il lavoro oltre ogni principio di civiltà

Post per le operaie di Barletta. E contro chi sfrutta il lavoro oltre ogni principio di civiltà

Non dimentichiamo i loro nomi: Maria, Matilde, Giovanna, Antonella, Tina. Non dimentichiamo il richiamo di Napolitano: una sciagura inaccettabile

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di Dario Di Vico

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Una palazzina che crolla a Barletta, dopo giorni di scricchiolii sentiti ma inascoltati. Crolla su un laboratorio tessile dove lavora una piccola comunità di donne: sono operaie senza contratto, guadagnano 3,95 euro l’ora, per 14 ore ogni giorno. Muoiono in 5: quattro ragazze che ogni mattina si trovavano nell’opificio e con loro la figlia adolescente del titolare. I loro nomi – Maria, Matilde, Giovanna, Antonella, Tina – e le loro voci che per alcune ore sono arrivate da sotto le macerie raccontano una parte del Paese, il nostro Paese, che spesso dimentichiamo. Non vediamo, non denunciamo. Come ha detto il presidente Napolitano “è una sciagura inaccettabile”. Come inaccettabili sono le tante situazioni di precariato che si stanno moltiplicando in Italia.

Questo post è per le donne di Barletta e contro chi specula al ribasso sul lavoro oltre ogni norma di legalità e di civilità.

Riprendiamo qui l’editoriale che ha scritto Dario Di Vico sul Corriere di questa mattina. Troverete allegato anche il commento di Edoardi Nesi pubblicato sul giornale di martedì. 

Cliccando qui potrete leggere anche l’articolo di Valeria Fedeli (presidente della Federazione Sindacale Europea del Tessile Abbigliamento, Cuoio e Calzature dell Cgil) pubblicato oggi su L’Unità con il titolo Le Lacrime e la lotta

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Le Macerie e le Storie di un Paese dimenticato

Siamo appesi da almeno otto settimane all’altalena dei mercati finanziari e stiamo dimenticando cosa avviene nel frattempo nel Paese reale? È questa la prima domanda che viene spontanea come reazione – anche autocritica – alla tragedia di Barletta. Alla scoperta che, nell’Italia delle élite che si accapigliano un giorno per l’interpretazione dell’articolo 8 e quello dopo per l’articolo 18, esistono sacche di schiavitù contrabbandata per lavoro. Le quattro operaie morte in Puglia lavoravano senza contratto e in condizioni di sicurezza zero per 14 ore al giorno, pagate meno di 4 euro l’ora. Grosso modo la metà del minimo contrattuale.

Ma dov’erano le autorità che avrebbero dovuto controllare? In Puglia non mi risulta che ci sia al potere un pugno di spietati thatcheriani! Che si possa lavorare in quelle condizioni nel nostro Paese è uno schiaffo per la tradizione sindacale e laburista, per i nostri Primo Maggio e per le centinaia di convegni, con buffet, sulla responsabilità-sociale-delle-imprese e/o il-futuro-delle-relazioni-industriali. Il laboratorio di maglieria franato faceva parte dell’ampio mondo della subfornitura, una propaggine del distretto tessile a nord di Bari. La piccola impresa pugliese ha reagito alla Grande Crisi come ha potuto ma sta pagando duramente gli errori del passato quando il lavoro c’era e le idee no. Se non si riesce a creare un marchio, a salire nella qualità delle produzioni, a unire i destini dei Piccoli in una rete di imprese, si rimane per tutta la vita fasonisti o cappottari e si finisce per ricorrere al dumping sociale pur di non chiudere bottega. Non possiamo però archiviare Barletta solo come la storia di un territorio che non ha sprigionato innovazione, saremmo terribilmente ingiusti nei confronti delle vittime e assolutori verso chi non ha mosso un dito per impedire l’illegalità e si è girato dall’altra parte. La verità è che la tragedia pugliese reca anche il segno di un Paese che si sta pericolosamente adattando al ribasso. Che sta raschiando il fondo del barile. Nella scala della competizione globale in alto ci sono sicuramente i nostri prestigiosi brand del lusso ma in basso la grande pancia delle micro-imprese è sottoposta a un sommovimento tellurico. E per resistere scende metaforicamente di uno o due piani, scommette di nuovo sul sommerso. Così rinuncia alla sicurezza dei laboratori, evade tutte le norme possibili, sfrutta il lavoro oltre ogni principio di civiltà. Ma non è certo questo il futuro che ci meritiamo.

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fonte:  http://27esimaora.corriere.it/articolo/post-per-le-operaie-di-barletta-e-contro-chi-sfrutta-il-lavorooltre-ogni-principio-di-civilta/#more-2391

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Bianca Balti: “Meglio prostituta che escort. No al consumismo: dovremmo frenare, avere il coraggio di cambiare tutto”

Bianca Balti: “Meglio prostituta che escort”

La top boccia il ‘sistema olgettine’: “Sbagliato”

Bianca Balti, 27 anni, sulla copertina di 'A' (Ansa)
Bianca Balti, 27 anni, sulla copertina di ‘A’ (Ansa)

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La modella attacca: “Oggi tante ragazze si vendono a uomini di potere e fanno finta di essere delle gran dame”. Poi aggiunge: “Voglio essere del mio Paese”

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Roma, 5 ottobre 2011 – “Meglio le prostitute delle escort”. A dirlo è la supermodella Bianca Balti, che, in un’intervista al settimanale A, attacca il ‘sistema olgettine’. “Oggi tante ragazze si vendono a uomini di potere e fanno finta di essere delle gran dame – dice la top e volto di un noto spot pubblicitario -. Fanno male. È contro la mia morale, e non mi vergogno di dire che ne ho una”.

E continua: “Sono belle, giovani, avrebbero potuto avere una vita splendida, innamorarsi, costruire qualcosa. E comunque potevano anche lavorare come tutti. Invece chi aspetta i clienti lungo i viali ha la coscienza di sè e di quello che fa. È l’unico punto di partenza per un riscatto”. Poi rilancia: “Legalizziamo la prostituzione. Non capisco perché l’unica attività completamente esentasse debba essere andare a puttane”.

L’Italia di oggi, che non premia i giovani più impegnati ma quelli più disponibili, sta avvilendo una generazione, dice ancora Bianca Balti, impegnata in questi giorni a Parigi per il lancio della collezione Hogan. “Tra i ventenni molti pensano ancora alle paillettes, vogliono cose che poi non serviranno a nulla, puntano agli status – continua -. Tanti altri invece sono arrabbiati, spaventati: guardano al futuro e vedono che per loro sarà avanzato poco. Io sono certa: stiamo correndo verso l’apocalisse. Dovremmo frenare, avere il coraggio di cambiare tutto. Invece andiamo avanti con l’acceleratore a tavoletta: dobbiamo consumare, consumare, consumare”.

Niente desideri di fuga, però, per la top model: “Io sono arcipatriottica, voglio vivere in Italia, voglio che mia figlia faccia la scuola pubblica, voglio essere curata dalla mutua. Voglio essere fiera del mio paese e far parte in tutto e per tutto del suo popolo”.

L’intervista si conclude con una previsione molto personale: “Vorrei mettere da parte abbastanza per lasciare tutto e vivere di rendita. Mi basterebbe avere una casa a Milano, una al mare e 2500 euro al mese. Potrei andare in giro con i miei amici, godermi le giornate con il mio uomo, crescere mia figlia Matilde. Avrei tutto quello che serve”.

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fonte: http://qn.quotidiano.net/spettacoli/2011/10/05/594488-bianca_balti_meglio_prostituta_escort.shtml

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CRISI La Grecia paralizzata dallo sciopero Ad Atene scontri dimostranti-polizia

CRISI

La Grecia paralizzata dallo sciopero
Ad Atene scontri dimostranti-polizia

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http://www.akous.gr/post.asp?uid=3019

Fermi tutti i comparti del settore pubblico, dai trasporti ai musei e siti archeologici, alle scuole. La protesta contro i sacrifici imposti dal governo continuerà: il 19 ottobre con gli statali si fermeranno anche i dipendenti dei privati. Due giovani manifestanti feriti nella capitale

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ATENE Grecia paralizzata dallo sciopero dei dipendenti pubblici contro l’ennesima manovra lacrime e sangue varata dal governo per incassare gli aiuti della comunità internazionale. La tensione, altissima ormai da settimane in tutto il Paese, è sfociata in scontri ad Atene, dove due giovani manifestanti sono rimasti feriti.

VIDEO Gli scontri ad Atene 1Tutti a piedi 2

FOTO Gli incidenti nella capitale 3

Gli incidenti si sono verificati nella centralissima piazza Syntagma, davanti al Parlamento, dopo che i poliziotti avevano esploso candelotti lacrimogeni verso una decina di dimostranti che avevano lanciato sassi e bottiglie contro le forze dell’ordine. I giovani erano usciti all’improvviso da un corteo, sino a quel momento pacifico, cui hanno partecipato oltre 20 mila lavoratori.

Lo sciopero è stato indetto dai due principali sindacati greci, l’Adedy che rappresenta i dipendenti pubblici e la Gsee che riunisce quelli del settore privato per protestare contro le ultime, più rigide misure di austerità decise dal governo per cercare di risanare la dissestata economia nazionale.

Si sono fermati tutti i mezzi di trasporti pubblico, con l’eccezione degli autobus che dalle 8.00 alle 21.00 daranno ai cittadini la possibilità di partecipare alle manifestazioni. Gli aeroporti sono rimasti chiusi a causa dello sciopero dei controllori di volo. Gli ospedali hanno garantito solo i servizi di emergenza. Chiusi anche tutti i siti archeologici e i musei del Paese. Alla mobilitazione hanno aderito i maestri delle scuole elementari e i professori delle superiori e degli atenei che protestano per la mancanza di personale e di libri scolastici. Tra le tante categorie coinvolte nella protesta figurano anche gli avvocati e i lavoratori portuali.

La protesta non si ferma con oggi. Contro i tagli e i sacrifici che il governo di George Papandreou sta imponendo al Paese su richiesta delle istituzioni finanziarie internazionali è in programma per il 19 ottobre uno sciopero generale che oltre ai dipendenti pubblici coinvolgerà i lavoratori del settore privato.

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05 ottobre 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/economia/2011/10/05/news/grecia_5_ottobre-22738575/?rss

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CRISI, LA BOCCIATURA DELL’ITALIA – Il sipario strappato

THE KING IS NAKED

THE KING IS NAKED
BERLUSCONI denounces a decision by Standard & Poor’s to downgrade italian sovereign debt rating

CONSEGUENZE DI UNA CONDANNA

Il sipario strappato

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Le agenzie di rating valutano l’affidabilità di un debitore. Formano un oligopolio a volte collusivo. E sono tra le maggiori responsabili della crisi finanziaria. Diedero, tanto per fare un esempio, la tripla A, il massimo dei voti, a Lehman Brothers poco prima del suo fallimento. Ma, piaccia o no, chi investe non può non tenere conto del loro giudizio. Specie se rischia i soldi di altri. Dunque, inutile polemizzare, inventarsi complotti, dare la colpa ai media, se anche Moody’s, dopo Standard and Poor’s, ha declassato il nostro debito. La bocciatura era prevista. Arriva solo con un mese di ritardo. Non era però immaginabile l’ampiezza della retrocessione. Tre gradini bruciano. Ci avvicinano pericolosamente alla Grecia.

Il Paese che lavora, risparmia, produce non merita questo trattamento. Gli hedge fund , i fondi speculativi, non hanno cuore. Sono spietati con chi si mostra debole. Ma noi non lo siamo, potremmo obiettare, abbiamo dopotutto la seconda industria manifatturiera d’Europa. Sì, il debito sfiora i 2.000 miliardi, più o meno il valore del patrimonio pubblico, ma la ricchezza netta privata è quattro volte tanto. Perché i mercati se la prendono con noi e non più, per esempio, con la Spagna, che ha uno spread – la differenza fra rendimenti dei propri titoli di Stato e quelli tedeschi – inferiore al nostro? Eppure la nostra ricchezza pro capite è quasi il triplo di quella iberica. Il debito è il doppio, ma il deficit circa la metà. Perché? La risposta è lapidaria. Non siamo né credibili, né seri. Nessuno più investe in Italia e chi ci presta soldi vuole tassi usurari. La nostra immagine è a pezzi. Chi lavora con l’estero prova una profonda umiliazione, cui si accompagna un sempre crescente moto d’ingiustizia, per come viene trattato il nostro Paese.

Noi ci sforziamo di pensare che un sussulto di dignità, uno scatto d’orgoglio siano ancora possibili. Anche dall’attuale maggioranza. La manovra annunciata e smentita più volte in agosto è stata varata, alla fine, e vale 58 miliardi. Ma è insufficiente. La lettera della Bce al governo italiano, pubblicata dal Corriere , è rimasta in gran parte inascoltata, al punto che nei giorni scorsi, a Francoforte, si è persino pensato di mandarne un’altra. Ha diviso in profondità anche l’opposizione. E i mercati guardano avanti, perplessi. Riforme vere, privatizzazioni e liberalizzazioni, rimangono sulla carta. Siamo stati capaci di aumentare le tasse, ma la spesa pubblica (800 miliardi) prosegue la sua corsa. Abbiamo annunciato che avremmo abolito le Province: non era vero. Tagliato i costi della politica: una presa in giro. La nomina più delicata, quella del governatore della Banca d’Italia, è finita mestamente nel tritacarne delle liti di maggioranza. Il premier mostra di occuparsi solo delle sue questioni personali. E, infatti, oggi di che cosa discute la Camera dopo aver votato in diretta televisiva (ci vedono anche all’estero) sulle inchieste Papa, Milanese e Romano? Delle questioni contenute nella lettera della Bce? No, delle intercettazioni. Bossi non appare, anche agli stranieri, nel pieno delle sue facoltà. Non c’è membro del governo o della maggioranza che non affermi in privato che Berlusconi debba lasciare. Su questo giornale abbiamo suggerito al premier di fare come è accaduto in Spagna: annunciare che non si ricandiderà, chiedere le elezioni e non trascinare con sé l’intero centrodestra. Nessuna risposta.

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05 ottobre 2011 07:42

fonte:  http://www.corriere.it/editoriali/11_ottobre_05/il-sipario-strappato-ferruccio-de-bortoli_f5fd53c2-ef10-11e0-a7cb-38398ded3a54.shtml

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