Archivio | ottobre 6, 2011

Aggressioni ‘benedette’: preti e Vescovi a difesa della guerra e del diritto di prevaricazione

Aggressioni ‘benedette’

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DI MANLIO DINUCCI
ilmanifesto.it

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Mons. Vincenzo Pelvi (nella foto), arcivescovo ordinario militare e direttore della rivista dell’Ordinariato «Bonus Miles Christi» (il Buon Soldato di Cristo), prova «amarezza e disagio» di fronte a «chi invoca lo scioglimento degli eserciti, l’obiezione contro le spese militari». Questi miscredenti non capiscono che «il mondo militare contribuisce a edificare una cultura di responsabilità globale, che ha la radice nella legge naturale e trova il suo ultimo fondamento nell’unità del genere umano». Dall’Afghanistan alla Libia, «l’Italia, con i suoi soldati, continua a fare la sua parte per promuovere stabilità, disarmo, sviluppo e sostenere ovunque la causa dei diritti umani». Il militare svolge così «un servizio a vantaggio di tutto l’uomo e di ogni uomo, diventando protagonista di un grande movimento di carità nel proprio paese come in altre nazioni» (Avvenire, 2 giugno 2011).

Mons. Pelvi prosegue così la tradizione storica delle gerarchie ecclesiastiche di benedire gli eserciti e le guerre. Un secolo fa, nel 1911, nella chiesa pisana di S. Stefano dei Cavalieri, addobbata di bandiere strappate ai turchi nel Cinquecento, il cardinale Maffi esortava i fanti italiani, in partenza per la guerra di Libia, a «incrociare le baionette con le scimitarre» per portare nella chiesa «altre bandiere sorelle» e in tal modo «redimere l’Italia, la terra nostra, di novelle glorie». E il 2 ottobre 1935, mentre Mussolini annunciava la guerra di Etiopia, Mons. Cazzani, vescovo di Cremona, dichiarava nella sua pastorale: «Veri cristiani, preghiamo per quel povero popolo di Etiopia, perché si persuada di aprire le sue porte al progresso dell’umanità, e di concedere le terre, ch’egli non sa e non può rendere fruttifere, alle braccia esuberanti di un altro popolo più numeroso e più avanzato». Il 28 ottobre, celebrando nel Duomo di Milano il 13° anniversario della marcia su Roma, il cardinale Schuster esortava: «Cooperiamo con Dio, in questa missione nazionale e cattolica di bene, nel momento in cui, sui campi di Etiopia, il vessillo d’Italia reca in trionfo la Croce di Cristo, spezza le catene agli schiavi. Invochiamo la benedizione e protezione del Signore sul nostro incomparabile Condottiero».

L’8 novembre, Mons. Valeri, arcivescovo di Brindisi e Ostuni, spiegava nella sua pastorale: «L’Italia non domandava che un po’ di spazio per i suoi figli, aumentati meravigliosamente da formare una grande Nazione di oltre 45 milioni di abitanti, e lo domandava a un popolo cinque volte meno numeroso del nostro e che detiene, non si sa perché e con quale diritto, un’estensione di territorio quattro volte più grande dell’Italia senza che sappia sfruttare i tesori di cui lo ha arricchito la Provvidenza a vantaggio dell’uomo. Per molti anni si pazientò, sopportando aggressioni e soprusi, e quando, non potendone più, ricorremmo al diritto delle armi, fummo giudicati aggressori».

Nel solco di questa tradizione, don Vincenzo Caiazzo – che ha la sua parrocchia sulla portaerei Garibaldi, dove celebra la messa nell’hangar dei caccia che bombardano la Libia – assicura che «l’Italia sta proteggendo i diritti umani e dei popoli, per questo siamo in mezzo al mare» (Oggi, 29 giugno 2011). «I valori militari – spiega – vanno a braccetto con i valori cristiani». Povero Cristo.

Manlio Dinucci
Fonte: http://www.ilmanifesto.it
4.10.2011

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fonte:  http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=9099

 

IL DIARIO – Processo Arrigoni, cronache da Gaza

Processo Arrigoni, cronache da Gaza

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Il diario da Gaza dell’avvocato della famiglia di Vittorio Arrigoni
Oggi la terza udienza, riaggiornata al 17 ottobre

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Scritto per noi da
Gilberto Pagani *

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Lunedì 19/9/2011
Da due settimane la nostra ambasciata del Cairo ha inoltrato al Ministero degli Esteri egiziano la mia richiesta di passare il valico di Rafah ed entrare a Gaza, ma ancora nessuna risposta.
Nella mattinata mi chiama Egidia, la madre di Vittorio, e mi dà la notizia: posso partire.
Sono emozionato e un po’ teso, alla sera a cena con la mia famiglia sono tutti un po’ preoccupati, del resto il viaggio presenta qualche insidia.

Martedì 20/9/2011
Arrivo al Cairo di sera, ad attendermi ci sono Germano Monti e Pino Marella, due attivisti italiani della «Freedom Flotilla» che sono arrivati da Roma, non hanno il permesso, ma sperano comunque di riuscire a passare; farò con loro il viaggio sino alla frontiera.

Mercoledì 21/9/2011
La distanza tra il Cairo e Rafah è di circa 400 km, il pezzo più ostico è fino al canale di Suez, per via del traffico. Dopo due ore passiamo il Salaam bridge, che attraversa il canale, e siamo nel Sinai. Ci attendono 200 km di deserto, un’autostrada dritta, rare auto e carretti. Pecore e cammelli sullo sfondo, ogni tanto portali monumentali che si aprono sul nulla. Decine di posti di blocco con autoblindo insabbiate e mitragliatrici puntate. Tre volte ci chiedono i documenti, una sola volta la procedura è un po’ difficoltosa, io esibisco il permesso in arabo e tutto fila liscio. Man mano che ci avviciniamo a El Arish, ultima cittadina prima della frontiera, la presenza militare è più marcata, sono preccupato perchè dobbiamo arrivare entro le 17, poi il valico chiude.

In prossimità del confine i controlli aumentano ancora, ogni 100 metri devo mostrare passaporto e permesso, percorro l’ultimo tratto a piedi, alla fine passo il cancello, passo la frontiera (Germano e Pino non riusciranno) e sono sulla terra di nessuno, un bus mi porta “di là”.
Un agente in tuta da combattimento nera, barba d’ordinanza, ritira tutti i passaporti, mi fanno sedere distante dagli altri viaggiatori, incontro Silvia, volontaria che è già stata qui 8 mesi e torna per scrivere un reportage. Vengono riconsegnati i passaporti, ma non a noi. Oggi è entrata in vigore una nuova legge, prevede che gli stranieri che entrano a Gaza debbano registrarsi e consegnare due fotografie in modo da essere controllati all’uscita.

Un agente della Security mi dice che mi ridaranno il passaporto tra un paio di giorni, mi porge un foglietto scritto in arabo, tento una flebile ed inutile protesta. Sono senza diritti, come tutti qui, del resto. Per fortuna arriva Anwar, del Palestinian Center for Human Rights, che riesce a farmi avere almeno una fotocopia del passaporto con un po’ di timbri, meglio di niente. La strada per arrivare a Gaza city (circa 30 km) è senza illuminazione, con posti di blocco ogni paio di chilometri, traffico rado di auto e carretti.

La sera ceno con Eyad Al Alami, capo della Legal Unit del PCHR ed altri avvocati, il ristorante sul mare è molto bello, affollato di bella gente, ottima l’orata, ma senza neppure un goccio di vino, come si fa? Parliamo soprattutto del processo che ci attende domani.

Giovedì 22/9/2011
Il processo inizia alle 10. Per arrivare alla Military Permanent Court costeggiamo la spiaggia ed il campo profughi “Beach Camp”, dove abita il presidente del governo di Gaza. L’aula è piccola, sporca , spoglia. Nessuna scritta nessun simbolo politico o religioso. Lo scranno del Tribunale è molto sopraelevato, per il pubblico ci sono delle panchette, le persone presenti sono una trentina, molti gli italiani. I banchi dell’accusa e della difesa sono uno di fronte all’altro, la cattedra della Corte è perpendicolare a loro; il banco dei testimoni è di fronte ai giudici, il teste volta le spalle ad avvocati e pubblico. Sulla destra la gabbia, nella quale vengono fatti entrare i quattro imputati. Un militare in tuta mimetica, barbuto come tutti, ricopre la funzione di usciere, è lui che batte con forza il palmo della mano sul banco dei testimoni e lancia un urlo, entra la Corte.

Il presidente della Corte avrà circa 30 anni, così come i giudici a latere, il PM e i suoi assistenti. Tutti vestono camicie militari senza alcun distintivo o grado. I quattro avvocati portano la toga sopra camicia e cravatta. Sono svogliati, uno di loro durante il processo (un processo per omicidio!!) si assopisce, il controesame del testimone e degli imputati è di pura facciata. Mi dicono che gli avvocati sono sconosciuti, con poca esperienza. L’udienza è brevissima, viene interrogato un agente che conferma i filmati con le confessioni degli imputati. Poi a turno gli imputati vengono interrogati dalla Corte.

Uno è accusato di aver aiutato gli assassini, gli altri tre di sequestro di persona e omicidio; questi ultimi si riconoscono nelle immagini che vengono mostrate solo a loro e non al pubblico ma affermano che le confessioni sono state estorte con vessazioni e minacce. Gli imputati appaiono spauriti e inoffensivi, sono vestiti con jeans e t-shirts, barba; non hanno l’aria dei terroristi e neppure degli imputati di terrorismo islamico che in Italia ho potuto osservare nei processi.

Viene reintrodotto l’agente, che nega ci siano state pressioni. Le dichiarazioni filmate sono state confermate anche in verbali scritti firmati dagli imputati. Nel frattempo l’usciere redarguisce aspramente quelli tra il pubblico che accavallano le gambe (mi dicono che qui sia una forma di maleducazione) e ne allontana uno (non capisco perché) che esce senza fare una piega. Di nuovo un colpo sul banco e un urlo da parte dell’usciere:, l’udienza è rinviata al 3 ottobre per ascoltare il medico legale che oggi non si è presentato. Alla fine di questa udienza vado ad incontrare il Procuratore militare, nel suo ufficio.

Gli pongo tre domande:
Possiamo accedere agli atti delle indagini?
“L’inchiesta è militare, il processo è pubblico, venite al processo e saprete quel che c’è da sapere”
Sono state fatte indagini sulla morte di due sospettati in un conflitto a fuoco con la polizia?
“Un’inchiesta della polizia ha appurato che tutte le regole sono state rispettate, per altre informazioni potete leggere quel che è stato scritto dalla stampa”
-La Procura chiederà la pena di morte per i colpevoli?
“La punizione prevista dalle nostre leggi in questo caso è la pena di morte”.

Sono assolutamente stranito.

Mi aspettavo una procedura da Corte militare, rapida, forse spietata, comunque finalizzata a cercare una ricostruzione dei fatti, se non la verità, che sia la base per una decisione.
Assisto ad un processo in cui i tempi sono dilatati senza ragione, la Procura imprecisa e svogliata, gli avvocati assenti, l’interesse pubblico nullo, la Corte inutilmente autoritaria.
Non è plausibile che in una situazione (anche territoriale) come questa il medico legale non si presenti per quello che è il primo atto di un processo per omicidio, cioè illustrare le cause della morte di una persona.

Il processo si basa sulle confessioni, ma nulla viene detto sulle indagini che hanno portato all’individuazione degli imputati, come si sia arrivati alla casa dove gli accusati si erano rifugiati, come si sia svolta l’azione della polizia, quale sia stato il ruolo dei due presunti assassini uccisi durante l’azione. E soprattuto: perchè proprio Vittorio è stato rapito e perchè è stato ucciso. Queste domande elementari non avranno spazio nel processo. La famiglia di Vittorio, come tutti noi, vuole, oltre alla punizione dei colpevoli, che venga chiarita la verità. Queste pretese legittime sono considerate con stupore, quasi con fastidio.

Il ragionamento che le autorità non fanno esplicitamente, ma che si può percepire è: ve ne abbiamo già uccisi due, altri tre forse li impiccheremo, non vi basta? Avete avuto la vostra vendetta, volete anche la verità?

Non ho dubbi che se avessimo avuto la possibilità di costituirci parte civile (nel codice militare introdotto da Hamas non è prevista la parte civile) ed avere quindi un ruolo nel processo i miei colleghi palestinesi avrebbero saputo smontare le falle e le omissioni dell’inchiesta, pur sapendo che la loro posizione già adesso è molto scomoda, per usare un eufemismo.

Prevedo un verdetto di colpevolezza, in quanto non appare realistico che la Corte smentisca le indagini segrete della security e della polizia e ritenga non utilizzabili le confessioni perchè estorte. Equivarrebbe a smentire le autorità, in un luogo dove il principio della divisione dei poteri non mi sembra abbia una rilevanza particolare. Nel pomeriggio incontro il Presidente dell’Ordine degli Avvocati di Gaza per una visita che non è solo di cortesia. La seravedo Daniela, volontaria italiana, ancora Silvia e una volontaria tedesca dell’IMS, con alcuni ragazzi palestinesi. Mi spiegano un po’ di cose, mi spiegano perchè sono a Gaza. Fatico a comprendere, difendo i diritti umani nei processi e anche nelle piazze, ma questa volta è diverso da ogni altra.

Venerdì 23/9/2011
Oggi un giro per la striscia con Daniela e un autista che abitualmente lavora per le ONG (lo si vede dalla prudenza nella guida).
Arriviamo a Beit Hanoun, villaggio a nord di Gaza City, dove questa estate è stato organizzato il “Vittorio Arrigoni Summer Camp”, mi raccontano cosa faceva Vittorio per i Palestinesi, in special modo per i bambini, i pescatori e gli agricoltori.
Di lì andiamo al confine, dopo i campi e gli orti c’è un chilometro di terra di nessuno e poi il muro, con telecamere, cecchini e sistemi di rilevamento ottico collegati a mitragliatrici che sparano automaticamente.
E’ qui che si sviluppa il software che poi verrà utilizzato nelle nostre città per la “lettura” in tempo reale dei video di sorveglianza. I contadini palestinesi sono le cavie su cui vengono testati i sistemi di controllo delle democrazie occidentali.

Per pranzo siamo attesi da una famiglia palestinese, nel villaggio di Al Faraheen, dall’altra parte della Striscia, verso il Sinai.
Jaber Aburjela è un agricoltore resistente, si ostina a coltivare la sua terra, vicinissima alla barriera di delimitazione, la sera va a dormire con la famiglia nel villaggio, è troppo pericoloso stare la notte a così poca distanza dal muro.
Spesso la IDF (Israeli Defense Force) fa incursioni con bulldozer e devasta le coltivazioni di ortaggi, a volte vengono sparati colpi di arma da fuoco, anche questa mattina è accaduto, come mi racconta Nathan, volontario di Chicago che è qui da otto mesi.
Nella piccola corte davanti alla casa colonica, quasi a sfidare l’esercito israeliano a poche centinaia di metri, una bandiera italiana e una palestinese.

Qui l’Italia è ricordata non per i soliti deprimenti motivi per cui in questi anni siamo noti all’estero, ma per Vittorio, il suo impegno, il suo amore per la gente, le sue battaglie di pace.
Con altri militanti dell’ISM Vittorio accompagnava i contadini nelle loro terre, con i megafoni gridavano agli Israeliani che volevano solo coltivare la loro terra; spesso la risposta erano gli spari, qualche mese fa un agricoltore di 65 anni è stato ucciso.

Nella corte c’è un monumento funebre per Vittorio, Jaber si commuove parlandone, anch’io sentendo il suo racconto.
A casa il pranzo è ottimo, l’atmosfera familiare; attorniati dalle figlie di Jaber, la serenità che mi circonda non riesce a farmi dimenticare le sofferenze di questa gente, stretta nella morsa dell’oppressione israeliana e dell’ottusità del potere religioso.
Sulla strada verso Gaza City la continua e ossessiva presenza di posti di blocco con miliziani che imbracciano il kalashnikov, dito sul grilletto, e i grandi manifesti con le foto dei martiri, pubblicità della morte alternata alla pubblicità commerciale.
Ma anche villaggi lindi, famigliole in gita su motocarri o carretti trainati da un asino e bambini, tanti bambini.
Tornato a Gaza City vengo contattato per conto delle famiglie degli imputati, presunti assassini di Vittorio. E’ un colloquio penoso, la vita e la morte delle persone non sono nelle nostre mani. A cena sono ancora con il mio collega palestinese, parliamo ovviamente del processo ma non solo. Anche lui è in prigione, come tutti gli altri abitanti di Gaza.

Sabato 24/9/2011
Dopo una notte insonne la mattina comincia il viaggio di ritorno. Anwar mi conduce a Rafah sulla vecchia volkswagen del PCHR, poco traffico, poca gente in giro, il mare è aspro e deserto.
Appena fuori dalla città aumentano i posti di blocco, sempre più folti e marziali man mano che ci avviciniamo al confine, qui c’è l’unico vero controllo, dopo un’attesa breve ma nervosa arriva una telefonata e passiamo.
Uscito dall’ultimo posto di blocco, oltre i reticolati, mi sento ingiustamente fuori pericolo. Ho il privilegio di potermene andare, tutti loro no.
Al posto di confine cortesi funzionari mi fanno attendere qualche minuto in un saloncino, poi vengo fatto salire su un’auto con due agenti in borghese, e a velocità sostenuta attraversiamo la terra di nessuno.

La sensazione è un passaggio al check point Charlie quando c’era il muro. Alla frontiera egiziana il normale e caotico affollamento, poi ancora il Sinai, nell’apparente fissità che puoi vedere da un’auto con l’aria condizionata. Due giorni dopo il mio passaggio un attentato ha fatto saltare una parte dell’oleodotto che porta gas in Israele al 30% del prezzo di mercato. Una settimana dopo il mio ritorno, a Gaza ci sono stati attacchi aerei istraeliani con morti e feriti.
Prima e durante questo viaggio non ho avuto, a parte la personale cortesia dei funzionari dell’ambasciata italiana del Cairo, alcun supporto da parte delle nostre autorità, che apertamente si disinteressano dell’omicidio di un connazionale all’estero.

Il nostro governo, a differenza di altri governi occidentali, considera Hamas un’organizzazione terroristica; questa non è una scusante per l’assenza ed il disinteresse, ma un sintomo della non comprensione della situazione.
Ogni violazione dei diritti dei palestinesi, ogni inutile vessazione, ritorsione o atto arbitrario non fa che allargare il solco che separa la nostra società dalle popolazioni che abitano o occupano o sono confinate in quelle terre e dà sostegno alle componenti più chiuse ed integraliste di quelle società. Ho incontrato persone di fiducia delle famiglie degli imputati, che hanno chiesto alla famiglia di Vittorio, tramite me, di impedire che i loro figli vengano condannati a morte.

La famiglia di Vittorio è ovviamente contraria alla pena di morte e non può accettare che ad una tragedia si assommi un’altra tragedia, per cui farà tutti i passi necessari in questa direzione.
La mia richiesta a queste persone, che non costituisce una contropartita in cambio della loro vita, è stata che essi dicano la verità.
Salvare la loro vita, spezzare la logica di violenza e di odio, sarà il più grande lascito di Vittorio, per continuare il suo impegno per cui a Gaza è ricordato con affetto e commozione.

* Avvocato della famiglia Arrigoni

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fonte: http://it.peacereporter.net/articolo/30788/Processo+Arrigoni%2C+cronache+da+Gaza

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Siria, il bilancio di una guerra senza voce

Siria, il bilancio di una guerra senza voce

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L’Onu dichiara, sono 2900 le morti stimate in Siria dall’inizio delle rivolte, ma i presupposti per intervenire ancora non ci sono

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Rupert Colville, portavoce dell’Alto Commissario per i Diritti Umani delle Nazioni Unite ha dichiarato oggi: “Basandoci sulla lista di nomi che abbiamo stilato, il numero totale di persone uccise in Siria dall’inizio delle proteste è ora di oltre 2.900“.

Ma il bilancio delle vittime in Siria è in continuo aumento. Solo oggi si sono registrate altre sette morti, ed intato è caccia ai disertori.
Le milizie di Bashar al Assad stanno passando al setaccio tutto il territorio, sino a spingersi al confine della Turchia, precisamente nella zona di Jabal al-Zawiya, considerata area-rifugio dei militari fuggiaschi.

Secondo il Segretario Generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen, non sussistono le condizioni per pensare ad un intervento della Nato come quello condotto in Libia. “Noi ci siamo assunti le responsabilità per la Libia perchè avevamo un mandato chiaro delle Nazioni Unite e perchè avevamo un sostegno chiaro da parte dei Paesi della regione – ha dichiarato Rasmussen – Per quanto riguarda la Siria, non c’è nessuna di queste condizioni e questo per noi è essenziale”.

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06 ottobre 2011

fonte:  http://it.peacereporter.net/articolo/30856/Siria%2C+il+bilancio+di+una+guerra+senza+voce

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Syria Army Rockets Houses in Homs – Assad Tanks Shell Talbiseh City 9-30-11

Caricato da in data 03/ott/2011

Dictator Assad is waging war on his own cities as if they were enemy territory in this Video filmed in the City of Talbiseh in the Homs region of Syria on September 30, 2011
Talbiseh is undergoing a punishing bombardment and thousands of its residents have been arrested and carted off to Concentration Camps by the Regime and it Goon Squad Shabiha Hitmen. There is about one thousand Army Defectors in the Homs Region and the Regime is frantically attempting to track down and kill all of these Defectors, as it see their existence as a mortal threat to the fascist baath party Alawite Ruling Class and Assad family Dynasty.
Many of the Defectors were based in Rastan in Homs where they were defending the City’s Civilian population from the Alawite Invading army and these defectors were allegedly receiving food and supplies from the grateful and supportive civilians of Talbiseh, which is a nearby city, and therefore the Assad Army is hell-bent on making an example out of both Rastan as well as Talbiseh for their support of the 1,000 defectors.
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LCC Syria news update for October 3, 2011:
LCC
Number of martyrs in Syria today reached to four, one in each Douma,Daraa, Homs and Hasakeh

Homs
Gunfire from heavy machineguns in Naziheen and Khaldieh neighborhoods and on Homs- Hama road

Saraqeb
Massive demo now in Sarakeb, and the Tanks are moving toward the city center

Damascus Suburbs
Madamiah
shooting in Mouadamyeh amid heavy security and Shabiha deployment, many young men were arrested, identified of them: Saleh Ahmad Al-Khateeb (24 years old), Mohammad Saleh Al-Khateeb (24 years old), and Jamal Mahmoud Al-Khateeb (21 years old)

Dumair
A demonstration has been dispersed by gunfire was followed by storming and arresting campaign. On the other hand, two primary students’ demonstrations walked out and were dispersed by force and by firing in the air. The voices of the gunfire continued from the military airport in Dumair from 3am to 8am this morning

Idlib
Heavy gunfire in Khan Shikhon to disperse a demonstration

Daraa
Nawa
fall of many injuries of gunshot wounds among the students who came out from many schools in a demonstration, the security forces brutally dispersed them with live ammunition, and one of the teachers was beaten and is now in a critical condition, while there is a wide security deployment in the city now

Deir Ezzor
heavy shooting in the surrounding of Takaya street and the main street

Hama
heavy shooting from heavy machineguns on BRDM vehicles in Kafar Nabuda village

Homs
security forces stormed Jandly neighborhood amid shooting in an attempt to disperse a demonstration, sounds of gunfire are heard in Waeer neighborhood

demonstration in the neighborhoods of Inshaat, Qusoor, and Hamra and shooting in Bayada neighborhood

Videos from Syria
Heavy gunfire in Jendaly neighborhood in Homs

(09.30.2011) Talbiseh Homs Assad’s ‘reforms’ _ Shelling homes! Free Syria.flv

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RISPARMIO ENERGETICO – Casa, ultime settimane per lo sconto del 55%

Casa, ultime settimane per lo sconto del 55%

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https://i0.wp.com/imagesdotcom.ilsole24ore.com/images2010/SoleOnLine5/_Immagini/Norme%20e%20Tributi/2011/03/casa-pannelli-fotolia-258.jpg

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Ultima chiamata per il 55%: la detrazione sugli interventi per il risparmio energetico scade il prossimo 31 dicembre. La proroga del bonus dovrebbe arrivare con il decreto sulla crescita, ma – in attesa di vedere gli eventuali correttivi – le prossime sono le ultime settimane per conquistare lo sconto fiscale nella sua versione attuale. Dagli infissi alla caldaie, dalla coibentazione ai pannelli solari per l’acqua calda.

Per i privati (persone fisiche) vale il principio di cassa, quindi farà fede la data del bonifico, ma non serve che i lavori finiscano entro la fine dell’anno: i ritardatari potranno comunque beneficiare della detrazione per gli acconti pagati quest’anno, a patto di inviare la Comunicazione alle Entrate entro il 2 aprile dell’anno prossimo.

Proprio alla detrazione del 55% – e alle novità dettate dalle tre manovre d’estate anche per gli altri bonus fiscali – è abbinata la Guida in regalo con Il Sole 24 Ore in edicola lunedì 10 ottobre. Un inserto speciale che spiega come organizzarsi in vista della scadenza di fine anno e fa il punto sulla burocrazia dei bonus riservati a chi investe nella ristrutturazione o nella riqualificazione energetica della propria abitazione: l’eliminazione della Comunicazione di inizio lavori a Pescara per il 36%, la cancellazione dell’obbligo di indicare la fattura in manodopera (previsto anche per il 55%), l’abbassamento dal 10% al 4% della ritenuta sui bonifici, la possibilità di negoziare il trasferimento del bonus al momento della compravendita e i riflessi in edilizia dell’Iva al 21 per cento.

Da venerdì 7 a lunedì 10 ottobre alle 18, è possibile inviare il proprio quesito al forum abbinato alla Guida: le risposte ai quesiti di interesse generale saranno poi pubblicate martedì sul Sole 24 Ore.

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  € 28,00 Iva Inc.

diagnosi energetica degli immobili e… Diagnosi energetica e valutazioni economiche per 11 citta’ italiane-guida alla compilazione della documetnazione per le detrazioni del 55%-aggiornato alle linee guida nazionali dm26/06/09 e dm

  € 34,00 Iva Inc.

guida alla riqualificazione energetica Tutte le novita’ in materia di incentivi e detrazioni

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06 ottobre 2011

fonte:  http://www.ilsole24ore.com/art/norme-e-tributi/2011-10-06/casa-ultime-settimane-sconto-184251.shtml?uuid=AamjhaAE

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VERSO IL 15 OTTOBRE – Una favoletta metaforica: ‘Gli asini della crisi’


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Gli asini della crisi

Favoletta metaforica sui tempi bui del sistema economico e finanziario, sottratta dalla rete, con appuntamento finale

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Un uomo in giacca e cravatta comparve un giorno in un villaggio.
In piedi su una cassetta della frutta, gridò a chi passava che avrebbe comprato a € 100 in contanti ogni asino che gli fosse offerto.
I contadini erano effettivamente un po’ sorpresi, ma il prezzo era alto. Molti accettarono e tornarono a casa con il portafoglio gonfio, felici come una pasqua.
L’uomo venne anche il giorno dopo e questa volta offrì 150 € per asino, e di nuovo tantissime persone gli vendettero i propri animali.
Il giorno seguente, offrì 300 € a quei pochi che non avevano ancora venduto gli ultimi asini del villaggio.
Vedendo che non ne rimaneva nessuno, annunciò che avrebbe comprato asini a 500 € la settimana successiva e se ne andò dal villaggio.

Il giorno dopo, affidò al suo socio il gregge di asini che aveva appena acquistato e lo inviò nello stesso villaggio con l’ordine di vendere le bestie a 400 € l’una.
Vedendo la possibilità di realizzare un utile di 100 € la settimana successiva, tutti gli abitanti del villaggio acquistarono asini a quel prezzo anche se molto più alto di quanto avevano ricavato alla precedente vendita e, per far ciò, si indebitarono con la banca.

Come era prevedibile, i due uomini d’affari andarono in vacanza in un paradiso fiscale con i soldi guadagnati e tutti gli abitanti del villaggio rimasero con asini senza valore e debiti fino a sopra i capelli.
Gli sfortunati provarono invano a vendere gli asini per rimborsare i prestiti. Il valore dell’asino era crollato. Gli animali furono pignorati ed affittati a caro prezzo ai loro stessi proprietari dal banchiere.
Nonostante ciò il banchiere andò a piangere dal sindaco, spiegando che se non recuperava i propri fondi, sarebbe stato rovinato e avrebbe dovuto esigere il rimborso immediato di tutti i prestiti fatti al Comune.
Per evitare questo disastro, il sindaco, invece di dare i soldi agli abitanti del villaggio perché pagassero i propri debiti, diede i soldi al banchiere (che era, guarda caso, suo caro amico e primo assessore). Eppure quest’ultimo, dopo aver rimpinguato la tesoreria, non cancellò i debiti degli abitanti del villaggio né quelli del Comune e così tutti continuarono a rimanere immersi nei debiti.

Vedendo il proprio disavanzo sul punto di essere declassato e preso alla gola dai tassi di interesse, il Comune chiese l’aiuto dei villaggi vicini, ma questi risposero che non avrebbero potuto aiutarlo in nessun modo poiché avevano vissuto la medesima disgrazia.
Su consiglio disinteressato del banchiere, tutti decisero di tagliare le spese: meno soldi per le scuole, per i servizi sociali, per le strade, per la sanità… Venne innalzata l’età di pensionamento e licenziati tanti dipendenti pubblici, abbassarono i salari e al contempo le tasse furono aumentate.

Sindaci e banchieri dicevano che ciò era inevitabile e promisero di moralizzare questo scandaloso commercio di asini.

P.s.
Questa storia non è finita perché non sappiamo cosa fecero gli abitanti del villaggio.
E voi, cosa fareste al posto loro?…. Che cosa farete?
Se questa storia vi ricorda qualcosa, ritroviamoci tutti nelle strade delle nostre città e dei nostri villaggi, sabato 15 ottobre 2011

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fonte: http://it.peacereporter.net/articolo/30855/Gli+asini+della+crisi

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‘Sti comunisti non sanno neanche raccontare le barzellette. Adesso ve ne racconto una io, nuova nuova.
Dunque: ‘C’era un giorno una gnocca…’

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LA MELA IN TESTA – Perché Jobs era un genio

Perché Jobs era un genio


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di Leander Kahney

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L’amore per la perfezione assoluta. L’attenzione estrema al design. L’ossessione per i dettagli. E una visione del mondo che va ben oltre l’informatica. Il fondatore della Apple appena scomparso era un passo sopra tutti gli altri. Ed è destinato a diventare un mito

(06 ottobre 2011)

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Nel corso dei primi anni Ottanta, Steve Jobs viveva in una casa quasi del tutto sprovvista di mobilia, dato che non era in grado di tollerare mobili scadenti. Dormiva su un materasso, circondato da alcune enormi stampe fotografiche. A un certo punto si comprò un pianoforte a coda tedesco, nonostante non lo sapesse suonare, solo perché gli piaceva il suo design e il modo in cui era stato realizzato.

Quando John Sculley gli fece visita, rimase scioccato dall’aspetto trascurato dell’appartamento. Sembrava una casa abbandonata, soprattutto se confrontata con le curatissime abitazioni che la circondavano. “Mi dispiace, ma non ho molti mobili”, si scusò Jobs, “non ci ho ancora pensato”.

Per Jobs fare acquisti rappresenta un problema. “Finisco per non comprare un sacco di cose”, ha detto una volta, “perché le trovo ridicole”. Quando non può fare a meno di comprare qualcosa, l’operazione può risultare complessa. Nella necessità di dotarsi di una lavatrice nuova, ad esempio, Jobs coinvolse la propria famiglia in un dibattito di due settimane su quale modello scegliere. La decisione non fu presa dopo una rapida occhiata a prezzo e caratteristiche, come farebbe la maggior parte delle famiglie. Al contrario, la discussione affrontò temi come il confronto tra design americano ed europeo, la quantità di detersivo consumato, la velocità di lavaggio e l’usura dei capi di vestiario.

La grande questione della lavatrice può sembrare eccessiva, ma Jobs applica gli stessi valori – e lo stesso processo – allo sviluppo dei suoi prodotti.

Jobs è ossessionato dai dettagli, è un perfezionista maniaco e rompiscatole che manda fuori di testa i suoi collaboratori con le sue puntigliose richieste. Ma là dove alcuni vedono un perfezionismo impossibile, altri scorgono l’aspirazione all’eccellenza.

Questo tipo di cura per il dettaglio potrebbe sembrare maniacale, e a volte in effetti lo è. Poco prima del lancio dell’iPod sul mercato, Jobs era contrariato perché lo spinotto delle cuffie non produceva un ‘clic’ soddisfacente quando si collegavano o scollegavano gli auricolari. Ordinò perciò a un ingegnere di introdurre in tutti gli iPod che sarebbero stati distribuiti a giornalisti e vip in occasione della presentazione del prodotto, un nuovo spinotto capace di produrre un rumore accettabile.

Un altro esempio. A un certo punto Jobs pretese che la scheda madre del primo Mac fosse riprogettata per motivi estetici. Alcune parti della scheda, secondo lui, erano “brutte”, per cui volle che fosse riconfigurata per offrire una disposizione di chip e circuiti più gradevole alla vista. I suoi ingegneri rimasero esterrefatti. Si tratta di parti dalla tecnologia estremamente complessa, i cui tracciati sono progettati con cura perché le connessioni tra i diversi componenti siano affidabili e solide, studiati nel dettaglio per impedire che i chip si stacchino e per prevenire la formazione di archi elettrici tra i circuiti.

Riprogettare una scheda madre perché fosse più ‘bella’ non sarebbe stata un’impresa facile. Naturalmente gli ingegneri protestarono, sostenendo che nessuno l’avrebbe mai vista e, cosa ancor più importante, pronosticarono che una nuova disposizione dei circuiti non avrebbe funzionato da un punto di vista elettronico. Ma Jobs insistette: “Un buon falegname non usa del legno di pessima qualità per il retro di un armadio, anche se nessuno lo potrà vedere”, disse. Brontolando, i tecnici elaborarono allora un nuovo modello, investendo migliaia di dollari per ottenere una scheda più carina. Ma, come previsto, la nuova scheda madre non funzionava e Jobs dovette risolversi ad abbandonare l’idea.

A volte, la sua ricerca della perfezione ritarda lo sviluppo dei prodotti. Non solo, ma lui non si fa alcun problema neppure a sopprimere progetti sui quali il suo team sta lavorando da anni. Tuttavia, il suo rifiuto del compromesso garantisce che i prodotti Apple non vengano messi in distribuzione se non dopo essere stati perfezionati fino a incontrare la sua approvazione.

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La filosofia senza compromessi di Steve Jobs ha saputo ispirare alla Apple un modello di approccio unico nello sviluppo dei prodotti. Sotto la sua guida, lo sviluppo di un prodotto passa attraverso una serie infinita di modelli e prototipi costantemente corretti e modificati, sia per l’hardware sia per il software. I prodotti fanno ripetutamente avanti e indietro tra le mani di sviluppatori, programmatori, ingegneri e manager. Non si tratta di un lavoro in serie. Ci sono un bel numero di riunioni e di sessioni di brainstorming. Si apportano continue modifiche, prestando particolare attenzione alla semplificazione a mano a mano che il progetto evolve. Si tratta di un processo dinamico e circolare, che talvolta richiede di tornare al tavolo da disegno o addirittura di abbandonare del tutto il prodotto.

“Quando si prende in considerazione un problema e questo sembra estremamente facile da risolvere, vuol dire che non si è capita veramente la sua complessità”, disse Jobs agli sviluppatori del Mac nel 1983: “Quando poi si riconsidera il problema, allora si capisce quanto sia complesso e si adottano delle soluzioni contorte. è qui che di solito la gente si ferma e la soluzione sembra funzionare, almeno per un po’. Ma le persone veramente in gamba vanno avanti fino a scoprire il principio sottostante al problema e a trovare una soluzione elegante capace di funzionare a ogni livello. Questo è quello che abbiamo voluto fare con il Mac”. Jobs cita lo scultore rumeno Constantin Brancusi: “La semplicità è la complessità risolta”.

In ogni occasione Jobs manifesta una straordinaria cura per i dettagli, che permette alla Apple di sfornare prodotti di raffinata fattura degni di un artigiano. I prodotti Apple hanno vinto numerosi premi per il design e suscitano nei clienti un attaccamento che rasenta la mania.

Il primo Macintosh richiese tre anni di sviluppo. Tre anni di durissimo lavoro. Non fu prodotto seguendo la frenetica tabella di marcia tipica di molti prodotti tecnologici. Il progetto fu sottoposto a diverse modifiche. Ogni dettaglio del design, dal tono di beige del suo case ai simboli sulla tastiera, venne valutato nei minimi particolari e riconsiderato più e più volte finché non sembrò soddisfacente.

L’aspirazione di Jobs all’eccellenza è il segreto del grande design Apple. Per lui, ‘design’ non significa aspetto esteriore, non riguarda il colore o il dettaglio di stile. Per lui, ‘design’ significa come il prodotto funziona. Significa funzionalità, non aspetto. E per capire davvero come il prodotto funzioni, dev’essere studiato nel dettaglio durante la fase di sviluppo.

Spiega Jobs: “Alcuni pensano che il design si occupi soltanto dell’aspetto esteriore. Ma naturalmente, se si va a scavare più a fondo, si scopre che si occupa di come un prodotto funziona. Il design dell’iMac non era soltanto nel suo aspetto esteriore, anche se quello ne rappresentava una parte. Stava soprattutto nel modo in cui funzionava. Per progettare davvero bene una cosa bisogna capirla. Bisogna afferrare davvero di che cosa si tratta. Capire in profondità una cosa richiede un impegno costante e appassionato: bisogna assaporarla lentamente, non limitarsi a ingoiarla in un boccone. E molte persone non si prendono il tempo necessario per farlo”.

L’interesse di Jobs per l’aspetto esteriore dei computer risale già al primo apparecchio prodotto, l’Apple I. Progettato da Steve Wozniak e assemblato a mano nel garage di casa Jobs, era poco più di un mucchietto di semplici schede coperte da pochi chip. All’epoca i personal computer erano rivolti a una nicchia di utenti, perlopiù barbuti ingegneri e amatori, abituati a comprare le singole parti per poi assemblarle sul loro tavolo da lavoro, aggiungendoci alimentatore, monitor e case. Molti di loro si fabbricavano dei case in legno, adoperando di solito delle cassette per la frutta.

Uno mise addirittura il proprio Apple I in una valigetta di pelle – con il cavo che usciva da sotto – creando così il primo portatile. A Jobs non piaceva questa estetica da hobbista. Voleva vendere dei computer completi di tutto a clienti disposti a pagare, e quanto più possibile. Per conquistare l’utente comune, i computer della Apple dovevano avere l’aspetto di prodotti veri, non di un kit di assemblaggio. Quello che ci voleva erano dei bei case in grado di illustrare le loro diverse funzioni, come accadeva per gli altri prodotti sul mercato. L’idea era di costruire dei dispositivi pronti per essere utilizzati, che non richiedessero assemblaggio: bastava accenderli e si poteva cominciare a usarli.

La crociata di Jobs in favore del design ebbe inizio con l’Apple II, il cui progetto passò dal tavolo da disegno alla realtà poco dopo la costituzione della società, nel 1976. Mentre Wozniak lavorava al pionieristico hardware, Jobs si concentrò sul case: “Avevo ben presente che per ogni amatore disposto ad assemblarsi l’hardware del proprio computer da solo esistevano migliaia di persone che non erano in grado di farlo, ma che volevano comunque divertirsi con la programmazione, proprio come facevo io quando avevo dieci anni”, ricorda.
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Per riuscire a immaginarsi l’aspetto che avrebbe potuto avere, Jobs cominciò a perlustrare i negozi in cerca d’ispirazione. La trovò nel reparto cucine di Macy’s, mentre guardava un robot da cucina Cuisinart. Ecco ciò di cui l’Apple II aveva bisogno: un involucro di plastica ben modellato e dagli angoli arrotondati, colori tenui e una superficie leggermente ruvida. Mettere l’Apple II in un accattivante case in plastica trasformò il personal computer da progetto fai-da-te per appassionati in un ‘elettrodomestico’ pronto all’uso per utenti comuni

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Il giornale in edicola

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fonte:  http://espresso.repubblica.it/dettaglio/perche-jobs-era-un-genio/2072428

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Wikipedia e’ di nuovo accessibile

Wikipedia e’ di nuovo accessibile

Dopo tre giorni di oscuramento volontario


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06 ottobre, 18:29
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(ANSA) – ROMA, 6 OTT – Dopo tre giorni di oscuramento volontario in segno di protesta contro il ddl intercettazioni, l’edizione italiana di Wikipedia, ”enciclopedia libera e collaborativa” online e’ tornata ad essere consultabile, con un messaggio di ringraziamento ”a chi ha supportato la nostra iniziativa, tesa esclusivamente alla salvaguardia di un sapere libero e neutrale”. Ma aggiungono: ”non sappiamo se sia ormai scongiurata l’approvazione della norma nella sua formulazione originaria”.
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TOH, CHI SI RISENTE.. – Prodi: ‘Via Silvio subito’

Esclusivo l’Espresso

Prodi: ‘Via Silvio subito’

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di Orazio Carabini

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Un premier senza credibilità. Che perde persino l’appoggio degli imprenditori. E intanto il referendum dimostra che la gente ha capito che qualcosa non va. Il prof rompe il silenzio e lancia il suo je accuse: “meglio qualsiasi altro governo di quello attuale”

(06 ottobre 2011)

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«In luglio avevo detto che durante una tempesta così sarebbe stato meglio non cambiare nocchiero, ma dopo quello che è successo in agosto mi sono dovuto ricredere: meglio qualsiasi altro governo di quello attuale». In questa intervista  Romano Prodi, impegnato nella preparazione di tre lezioni sul futuro, dal titolo ‘Il mondo che verrà’, che andranno in onda su La7 a partire da martedì 11 ottobre, parla a tutto campo della situazione italiana e internazionale.
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Non l’ha impressionata il tono perentorio della lettera inviata al governo italiano nel momento in cui sono cominciati gli acquisti di titoli di Stato? Sembra quasi che l’Italia sia stata commissariata.
“Per la verità non mi ha sorpreso molto, anzi. Nelle circostanze attuali era quasi un doveroso gioco delle parti. Il fatto che fossimo commissariati era già evidente prima della lettera. Quella lettera la dovevano mandare, per le nostre debolezze, per costruirsi un’eventuale giustificazione per il futuro: “Gliel’avevamo detto, prima di comprare i loro bond, che cosa avrebbero dovuto fare”. Si sono cautelati, si sono creati la motivazione politica. Una cosa che si fa solo quando uno è molto debole. Come dicevo, si spara sulla Croce rossa”.
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Tra un inciampo e l’altro il governo una manovra che porta al pareggio di bilancio però l’ha fatta. Eppure lo spread non è sceso ai livelli pre-crisi.

“Il mese di agosto ha cambiato totalmente la sensibilità internazionale. A luglio avevo detto che di fronte a una tempesta non era il caso di cambiare nocchiero. Poi però ho assistito alle liti tra ministri, alle proteste delle categorie colpite dai provvedimenti, ho letto le reazioni della stampa internazionale, ho viaggiato in Cina e negli Stati Uniti e ho constatato come tutto ciò veniva interpretato. Sono così arrivato a una conclusione: meglio qualsiasi altro governo di quello attuale. Perché un cambiamento di governo sarebbe visto come un fattore di stabilità. Sia le classi dirigenti sia la gente comune sono convinti che questo governo viva all’insegna dell’instabilità e della non credibilità. Ed è inconcepibile che il nostro spread sia maggiore di quello spagnolo, cioè di un paese in cui l’economia è più debole della nostra. Lo dico da economista e senza nessuna polemica. Ci può essere solo una spiegazione politica perché il nostro debito è identico a quando siamo entrati nell’euro. Il fatto è che la Spagna ha una linea politica, l’Italia no”.
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Non toccherebbe al presidente Giorgio Napolitano staccare la spina?
“Su questo tema non voglio dire nulla”.
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Dal referendum può venire un cambiamento?
“Certamente ha affrettato il processo di presa di coscienza. Se in un mese un milione e 200 mila persone sono andate a firmare, malgrado un’organizzazione debole, vuol dire che c’è qualcosa che non va e che la gente ne è cosciente”.
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Non è singolare che in Italia facciano più baccano gli imprenditori che la piazza? Sono loro gli indignados made in Italy?
“L’imprenditore indignado ha dei toni diversi dalla ragazza spagnola, israeliana o americana che va per strada. Ma non li definirei nemmeno indignados. L’imprenditore è per definizione filogovernativo ed è triplamente filogovernativo con un governo di destra. Nella storia italiana non ho mai visto gli imprenditori diventare antigovernativi con un governo di destra. Vuol dire che la politica economica proprio non va, non c’è altra spiegazione. Cito Dante: “Nave senza nocchiere in gran tempesta, non donna di province, ma bordello””.
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Queste proteste porteranno alle elezioni?

“Non lo so. Perché l’espressione stessa indignados non ha il significato di una forza politica con un programma. Indignados è un atteggiamento, è segno di sfiducia, non è un programma. Anzi, in teoria, tante indignazioni separate possono anche allungare la vita del governo. Mentre le indignazioni che si trasformano in un programma ne accelerano la sostituzione. Non è un caso che i commenti all’esito della campagna referendaria siano stati di segno opposto uno dall’altro. E’ l’interpretazione di un’indignazione, non è un disegno”.
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Sta segnalando la mancanza di compattezza dell’opposizione?
“Il momento politico offre questo. Quanto alla compattezza, uno come me può solo dire che è un desiderio. Non sono mai riuscito ad averla. Non posso essere certo io, dopo quello che ho passato con il mio ultimo governo, a indignarmi per la mancanza di compattezza”.
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L’EUROPA
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Prima il ministro del Tesoro americano Tim Geithner, poi i cinesi e i governi dei Bric. Tutti sono preoccupati per il futuro dell’Europa. E lo dicono in modo esplicito. Non la sorprende tanta attenzione?

“No, l’euro è diventato importante per tutti e la crisi europea coinvolge il mondo intero. Gli americani temono che, data l’interconnessione dei sistemi bancari, un collasso in Europa si ripercuota sulle loro banche. Politicamente non hanno fatto nulla per evitare che si arrivasse a questa situazione: non hanno consentito alcun coordinamento delle politiche e dal fallimento di Lehman Brothers in poi hanno fatto come pareva a loro. In Cina la preoccupazione è anche politica: loro non vogliono essere l’unica controparte degli Usa in un G2 che domina il mondo. L’Europa gli è utile. Quando nacque l’euro, io ero presidente della Commissione. Ricordo che i cinesi erano molto favorevoli. All’epoca il presidente Jiang Zemin mi disse: «Vogliamo l’euro perché non vogliamo vivere in un mondo in cui uno solo comanda. Ed è meglio che ci sia anche l’euro, insieme al dollaro». Da allora sono stati coerenti e hanno accumulato tante riserve in euro. Adesso sanno che ancora per qualche tempo hanno bisogno di un sistema “multipolare” in cui l’euro bilanci la forza del dollaro in attesa di arrivare alla convertibilità del renmimbi. Per loro l’euro è una specie di assicurazione, una garanzia, un’ancora di salvezza. Detto tutto questo, la colpa della crisi è principalmente nostra: sparare sui paesi europei divisi o sull’Italia è come sparare sulla Croce rossa. E pensare che l’Unione europea nel suo complesso è più grande di tutte le altre potenze: come Pil, come produzione industriale, come esportazioni. Ma non avendo capacità decisionale…
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La Grecia dichiarerà bancarotta?

Vorrei capire a chi conviene farla fallire mettendo a rischio la sopravvivenza dell’euro. Nemmeno la Germania ha interesse a far cadere una dopo l’altra le carte del castello. Poi credo che alla Grecia vada sì chiesto di mettere ordine nei propri conti pubblici e nell’economia ma allo stesso tempo alla popolazione va data una prospettiva, una speranza. Altrimenti questi tagli diventano una forma di sadismo.
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Non le sembra che la Commissione europea e la Banca centrale europea siano un po’ ondivaghe nelle loro politiche?
La Commissione ha predicato il rigore di bilancio ma si è riconvertuta alle politiche espansive quando ha capito che la crescita stentava. La Bce ha addirittura aumentato i tassi d’interesse fino a poche settimane fa e ora annuncia prossimi tagli. Direi che comunque il rigore prevale. Siamo dominati dalla paura anziché dalla solidarietà. Applicando la dottrina ortodossa, conservatrice, ci si mette sempre la coscienza a posto. Da quando la Bce ha cominciato ad aumentare i tassi mi sono chiesto: che logica c’è? E’ giusto che la Bce sia severa ma siamo arrivati a un punto che è troppo severa. Fa la prima della classe. E infatti la crescita sta soffrendo. Ho fatto una proposta insieme all’economista Alberto Quadrio Curzio: emettiamo 3 mila miliardi di eurobond, di cui 2 mila dedicati al sostegno dei paesi deboli. Ma mille investiamoli nelle infrastrutture. Dalla crisi si esce con la disciplina ma anche con il rilancio. Nel 1929 il mondo si salvò con questa ricetta. Allora la spesa pubblica, purtroppo, era per le armi, adesso sarebbe per gli oleodotti e le ferrovie. Attenzione: Keynes è esistito e ci ha insegnato che, pur tenendo conto della necessità di avere i bilanci in ordine, bisogna investire. Negli ultimi 30 anni molti lo hanno esecrato, ma adesso va rivalutato. Non si lasciano morire le economie. E l’America si trova in un dilemma identico a quello dell’Europa. .
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Almeno la crisi ha messo in moto un rafforzamento del patto di stabilità e crescita: più controllo sui bilanci pubblici e sanzioni per chi sgarra. Come giudica la nuova governance europea?
Quale governance? E’ stato lanciato all’esterno un messaggio di disarmonia, non di armonia. I grandi paesi avrebbero potuto avviare una riorganizzazione del governo comune e invece è prevalso l’orientamento di togliere potere alle strutture di governance veramente europee come la Commissione. Ma la perdita di ruolo della Commissione ha segnalato un disimpegno di Francia e Germania e così all’esterno è passato un messaggio di disarmonia. E qui sono cominciate le preoccupazioni degli americani e dei cinesi per tornare alla domanda iniziale. Perché può esistere temporaneamente una moneta comune in attesa che venga costruita una politica economica comune, ma non ci può essere una moneta comune consolidata con una cacofonia di posizioni tra i diversi Paesi. La Bce è stata importante ma i suoi poteri sono limitati: supplisce, supplisce, ma fino a un certo punto. Abbiamo visto tutti quante difficoltà ha incontrato quando ha dovuto decidere di acquistare i bond dei paesi in difficoltà. .
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LE RIFORME DEL SISTEMA
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Intanto stiamo andando dritti verso una nuova recessione…
“Direi di no. Probabilmente stiamo andando verso un forte rallentamento della ripresa. E’ cominciato tutto all’inizio di giugno. Fino ad allora l’economia si stava lentamente aggiustando. Poi c’è stato un rallentamento e tutti hanno cominciato a rivedere al ribasso le previsioni. Penso che andiamo incontro a un periodo di stagnazione. Nel 2008 quando è cominciata la crisi i miei colleghi storici dell’economia mi dicevano che ci sarebbero voluti sette anni per riaggiustare tutto. Io replicavo che Usa e Cina avevano reagito mettendo sul piatto 800 e 585 miliardi di dollari: Keynes ci ha insegnato come fare, usciremo prima da questo inferno. Ma loro insistevano: bisogna “pulire” dalle scorie il sistema economico. E non avevano nemmeno previsto quanto rapidamente il contagio si sarebbe esteso ai titoli del debito pubblico provocando quindi la politica recessiva. Oggi la ripresa è lenta mentre i governi vanno avanti adagio con piccole correzioni ma non ci sono prospettive di grandi riforme del sistema finanziario ed economico. Negli Stati Uniti il potere politico è debolissimo verso la finanza: non ha avuto la forza di imporre il ritorno al Glass-Steagall Act, cioè la separazione delle banche commerciali da quelle di investimento. Le altre grandi riforme come la Tobin tax per essere efficaci richiedono un’adesione universale.”.
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Perché non c’è unità d’intenti sulle grandi riforme?
“La mia interpretazione è che nei momenti di grande cambiamento dei rapporti di forza le riforme non le vuole nessuno. Non gli Stati Uniti, che temono di dover rinunciare al privilegio della centralità del dollaro nel sistema finanziario internazionale. Non la Cina che non è pronta a fare il grande salto verso la convertibilità della sua moneta ed è consapevole di avere tutto da guadagnare ad aspettare: una riforma tra 4-5 anni li vedrà molto più forti di una riforma fatta oggi. E sarà più conveniente per loro. Chi potrebbe avanzare delle proposte è l’Unione europea, avrebbe interesse a far da arbitro, ma si è talmente indebolita che è riuscita nell’obiettivo di farsi portare la guerra in casa quando le sue condizioni finanziarie erano e sono migliori di quelle americane: il nostro rapporto deficit-Pil è inferiore di quattro punti a quello Usa e la California non è certo messa meglio della Grecia. Eppure il dollaro non ne viene toccato. Quindi è difficile pensare che sia l’Europa il leader delle grandi riforme internazionali”.
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Intanto le diseguaglianze sono sempre più ampie.

“Non è un fatto casuale ma il frutto di una filosofia precisa. Storicamente fino alla fine degli anni 80 le diseguaglianze nei paesi industrializzati si stavano riducendo, poi sono impazzite per motivi spiegabilissimi. Il primo è che c’è una nuova dottrina. Non c’è più un senso profondo dell’ingiustizia sociale. Mi ricordo che 30 anni un mio articolo sul Corriere della Sera in cui calcolavo che il manager numero uno di un’impresa sconfitto alle regionali del 2008 abbandonò all’improvviso la politica lasciando interdetti sostenitori, alleati, ed amici, per tornare a fare l’imprenditore nelle aziende di famigliaguadagnava 40 volte la media degli operai suscitò polemiche a non finire. Adesso nessuno dice nulla se quel rapporto è 400 volte. Si è fatta strada la filosofia calvinista o protestante per cui il ricco è benedetto da Dio. Punto e basta. E poi è cambiato il sistema fiscale: con Ronald Reagan e Margaret Thatcher l’aliquota massima, che negli Usa era al 70 per cento, si è dimezzata. E lì si è imboccata la strada che ha portato Warren Buffett, per sua stessa ammissione, a pagare meno tasse della sua segretaria. In aggiunta l’imposta sulle eredità è caduta dovunque, o quasi. Infine la globalizzazione ha indubbiamente colpito i salari più bassi: il lavoro standard è volato via. Senza contare che l’aumento di valore dei beni mobili e immobili ha aumentato la distanza tra chi li possiede e chi non li possiede”.
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Qualche Paese ha saputo però contrastare la tendenza.
“Certo. Però devi avere una cultura radicata come in Svezia o devi essere il Brasile di Lula. Altrimenti le diseguaglianze aumentano. E l’ingiustizia è cresciuta anche nei paesi in via di sviluppo dove tutti si sono spostati verso l’alto ma i ricchi sono saliti di più: cala la miseria ma aumentano le differenze. Ed è in questo senso che io vedo la possibilità di una riflessione mondiale che può esprimersi anche attraverso l’indignazione, o anche peggio. Vedere che negli Stati Uniti, in Israele e in Spagna manifestano allo stesso modo fa molto riflettere. Se ci sono tre paesi diversi sono questi. Eppure le modalità della protesta sono simili. In Israele, dove hanno tanti problemi politici che sovrastano qualsiasi altra questione (la primavera egiziana, la Turchia, lo stato palestinese), stupisce vedere 400 mila persone che protestano contro la disoccupazione e la difficoltà di trovare un alloggio. Come in Spagna. Può anche darsi che sia un campanello d’allarme, il segnale che un periodo storico è finito”.
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Può nascere una rivolta violenta da questa situazione?
“Non sono un sociologo e non so dire se ci sono i presupposti. Come economista mi impressiona che queste questioni siano sollevate simultaneamente e in modo pubblico in paesi e società così diversi”.
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Il giornale in edicola
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Obama: crisi europea ostacolo per gli Usa ma non andremo a rotoli per aiutare altri / VIDEO: Marines veteranos apoyan a indignados en Wall Street

Marines veteranos apoyan a indignados en Wall Street

Caricato da in data 04/ott/2011

Marines veteranos acudirán uniformados al distrito financiero de Nueva York. “Los Marines vamos a Wall Street “a proteger a los manifestantes”, anunció Ward Reilly, líder de esta iniciativa. Por el momento, otros 15 de mis colegas Marines también irán allí, también uniformados”. teleSUR
http://multimedia.telesurtv.net/3/10/2011/52171/marines-veteranos-apoyan-a-in…

Obama: crisi europea ostacolo per gli Usa
ma non andremo a rotoli per aiutare altri

Appello al Congresso: «La gente ha bisogno di aiuto ora
Capisco indignados, danno voce alla frustrazione del Paese»

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Zombie indignados a Wall Street – fonte immagine

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ROMA – «La gente ha bisogno di aiuto ora, di lavoro ora – ha detto oggi il presidente Usa Barack Obama, ribadendo il suo appello al Congresso – Il piano occupazione va approvato subito, perché avrà effetti molto significativi sull’economia e sull’occupazione in tutta l’America. E chi non lo vuole votare dovrà spiegare perché».

«Consumatori e imprenditori sono nervosi, serve elettroshock». Crescita Usa lenta anche per i problemi del’Europa. «La crescita dell’economia americana è lenta, è più lenta dall’inizio dell’anno» ha detto Obama, sottolineando come la situazione sia la somma di una serie di fattori che vanno dallo tsunami giapponese ai problemi dell’Europa: «Tutti problemi – ha detto – che rendono nervosi consumatori e imprese. La nostra economia necessita di un immediato elettroshock. E i problemi che sta attraversando l’Europa potrebbero avere un impattoi reale sulla nostra già fragile economia».

«Il maggiore ostacolo che l’economia americana ha di fronte è la situazione in Europa» dice Obama, spiegando di essere in costante contatto con la cancelliera tedesca Merkel e col presidente francese Sarkozy «per impedire che la situazione debito nell’Eurozona finisca fuori controllo». Obama ha sottolineato come la crisi dei debiti sovrani in alcuni Paesi dell’Eurozona, a partire dalla Grecia, stia causando «tensioni sui mercati finanziari mondiali». Il suo auspicio è che al G20 dei primi di novembre in Francia si sia in grado di «concordare un piano efficace e rapido» per affrontare questa situazione. Il presidente Usa ha quindi parlato delle difficoltà che l’Europa ha nel risolvere i suoi problemi: «È molto difficile – ha detto – per dozzine di Parlamenti europei mettersi d’accordo sul piano per combattere la crisi del debito». Ma gli Stati Uniti, ha aggiunto, «non permetteranno che il proprio debito vada a rotoli per aiutare le economie di altri Paesi».

Obama ha detto di comprendere la protesta degli “indignados’ di Wall Street. «Chi protesta – ha detto – dà voce alla frustrazione che c’è nel Paese per una crisi economica e occupazionale generata da una crisi finanziaria». Obama lancia quindi un appello ai contestatori: «Stiano sicuri che il nostro obiettivo è quello di avere le banche e le istituzioni finanziarie in ordine, perché le peggiori conseguenze sono sempre quelle sull’economia reale. Non abbiamo la necessità di salvataggi da parte dei contribuenti». Per Obama, inoltre, «gli eccessi di Wall Street in molti casi non sono stati illegali, fuori dalla legge, ma immorali. Le banche hanno il diritto di caricare molti costi, ma non è una buona pratica. Un sistema finanziario sano infatti richiede che le banche competano sulla base dei servizi migliori, e non con costi nascosti o pratiche ingannevoli».

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Giovedì 06 Ottobre 2011 – 19:06

fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=165569&sez=HOME_ECONOMIA

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Indignati a Wall Street, nuovi arresti / VIDEO: Police Attack Wall Street Protesters And Media – Journalist Luke Rudkowski Oct. 5 2011

Police Attack Wall Street Protesters And Media – Journalist Luke Rudkowski Oct. 5 2011

Caricato da in data 05/ott/2011

Police Attack Wall Street Protesters And Media – Journalist Luke Rudkowski Oct. 5 2011

Journalist Luke Rudkowski was attacked by Police Wednesday Night while trying to document the Occupy Wall Street arrests in NY. NYPD used pepper spray, batons, and brute force to move protesters away from the entrance to Wall Street after many tried to push through police barricades. Rumors immediately circled that police provocateurs dressed as protesters were to blame for the incident.

Help We Are Change produce more videos like this and continue our coverage of #occupywallstreet http://www.wearechange.org/?page_id=9453

http://www.facebook.com/LukeWeAreChange
http://www.twitter.com/LukeRudkowski
http://www.WeAreChange.org

Indignati a Wall Street, nuovi arresti

Scontri dopo la marcia, almeno diciotto i manifestanti fermati

Le tensioni con la polizia

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E’ finita con scontri tra la polizia e alcune centinaia di dimostranti la marcia degli “indignados” che da tre settimane occupano lo Zuccotti Park vicino a Wall Street. Quella che era cominciata pacificamente come una marcia di migliaia di persone (almeno 10.000 secondo i dimostranti, fino a 30.000 secondo altre stime dei media) si è conclusa intorno alle 21 locali, le tre del mattino in Italia, con arresti e violenze quando la testa del corteo ha raggiunto la zona transennata intorno alla borsa di New York e alcuni dimostranti hanno tentato di saltare le barriere.

A quel punto la polizia ha circondato i manifestanti del gruppo di testa, tra i quali c’era il regista premio Oscar Michael Moore, senza consentire l’ingresso alla stampa. Testimoni raccontano di avere visto poliziotti usare spray urticante. Gli arresti sono stati decine secondo i testimoni, 18 secondo un post su Twitter di Occupy Wall Street, il gruppo che fa informalmente da portavoce delle proteste. Molti sono ritornati allo Zuccotti Park, base dell’occupazione. La marcia era cominciata poco dopo alle 17 da Foley Square, una piazza a un chilometro e mezzo a nord di Wall Street, con il concentramento dei manifestanti (diverse migliaia, secondo i dirigenti di polizia presenti nella piazza, che non hanno fornito cifre esatte) e i discorsi di vari sindacalisti e rappresentanti di sigle note del mondo pacifista e alternativo di New York.

La manifestazione di ieri era infatti il debutto dei sindacati nella protesta di Occupy Wall Street, uno sviluppo che si è visto nell’organizzazione e nello svolgimento del corteo, apparsi di tono diverso rispetto alle proteste più spontaneiste dei giorni scorsi. La folla comprendeva persone di tutte le età, e di orientamenti che andavano dai socialisti con le bandiere “Abolire il capitalismo” fino agli ambientalisti e a normali famiglie con i bambini. Una composizione eterogenea riflessa nei cartelli inalberati dai dimostranti, dalla protesta generica contro i ricchi (“Robin Hood aveva ragione!”) alle richieste ben informate sugli aspetti tecnici della finanza (“Ridateci la legge Glass-Steagall”, la norma del 1933 che vietava la sovrapposizione tra banche d`affari e commerciali). Gli slogan erano invece soprattutto quelli collaudati nelle proteste delle ultime settimane, su tutti “We are the 99 percent” (Noi siamo il 99 per cento) e “This is what democracy looks like” (Questa è la faccia della democrazia).

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fonte:  http://www3.lastampa.it/esteri/sezioni/articolo/lstp/423593/

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