Archivio | ottobre 6, 2011

TOH, CHI SI RISENTE.. – Prodi: ‘Via Silvio subito’

Esclusivo l’Espresso

Prodi: ‘Via Silvio subito’

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di Orazio Carabini

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Un premier senza credibilità. Che perde persino l’appoggio degli imprenditori. E intanto il referendum dimostra che la gente ha capito che qualcosa non va. Il prof rompe il silenzio e lancia il suo je accuse: “meglio qualsiasi altro governo di quello attuale”

(06 ottobre 2011)

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«In luglio avevo detto che durante una tempesta così sarebbe stato meglio non cambiare nocchiero, ma dopo quello che è successo in agosto mi sono dovuto ricredere: meglio qualsiasi altro governo di quello attuale». In questa intervista  Romano Prodi, impegnato nella preparazione di tre lezioni sul futuro, dal titolo ‘Il mondo che verrà’, che andranno in onda su La7 a partire da martedì 11 ottobre, parla a tutto campo della situazione italiana e internazionale.
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Non l’ha impressionata il tono perentorio della lettera inviata al governo italiano nel momento in cui sono cominciati gli acquisti di titoli di Stato? Sembra quasi che l’Italia sia stata commissariata.
“Per la verità non mi ha sorpreso molto, anzi. Nelle circostanze attuali era quasi un doveroso gioco delle parti. Il fatto che fossimo commissariati era già evidente prima della lettera. Quella lettera la dovevano mandare, per le nostre debolezze, per costruirsi un’eventuale giustificazione per il futuro: “Gliel’avevamo detto, prima di comprare i loro bond, che cosa avrebbero dovuto fare”. Si sono cautelati, si sono creati la motivazione politica. Una cosa che si fa solo quando uno è molto debole. Come dicevo, si spara sulla Croce rossa”.
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Tra un inciampo e l’altro il governo una manovra che porta al pareggio di bilancio però l’ha fatta. Eppure lo spread non è sceso ai livelli pre-crisi.

“Il mese di agosto ha cambiato totalmente la sensibilità internazionale. A luglio avevo detto che di fronte a una tempesta non era il caso di cambiare nocchiero. Poi però ho assistito alle liti tra ministri, alle proteste delle categorie colpite dai provvedimenti, ho letto le reazioni della stampa internazionale, ho viaggiato in Cina e negli Stati Uniti e ho constatato come tutto ciò veniva interpretato. Sono così arrivato a una conclusione: meglio qualsiasi altro governo di quello attuale. Perché un cambiamento di governo sarebbe visto come un fattore di stabilità. Sia le classi dirigenti sia la gente comune sono convinti che questo governo viva all’insegna dell’instabilità e della non credibilità. Ed è inconcepibile che il nostro spread sia maggiore di quello spagnolo, cioè di un paese in cui l’economia è più debole della nostra. Lo dico da economista e senza nessuna polemica. Ci può essere solo una spiegazione politica perché il nostro debito è identico a quando siamo entrati nell’euro. Il fatto è che la Spagna ha una linea politica, l’Italia no”.
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Non toccherebbe al presidente Giorgio Napolitano staccare la spina?
“Su questo tema non voglio dire nulla”.
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Dal referendum può venire un cambiamento?
“Certamente ha affrettato il processo di presa di coscienza. Se in un mese un milione e 200 mila persone sono andate a firmare, malgrado un’organizzazione debole, vuol dire che c’è qualcosa che non va e che la gente ne è cosciente”.
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Non è singolare che in Italia facciano più baccano gli imprenditori che la piazza? Sono loro gli indignados made in Italy?
“L’imprenditore indignado ha dei toni diversi dalla ragazza spagnola, israeliana o americana che va per strada. Ma non li definirei nemmeno indignados. L’imprenditore è per definizione filogovernativo ed è triplamente filogovernativo con un governo di destra. Nella storia italiana non ho mai visto gli imprenditori diventare antigovernativi con un governo di destra. Vuol dire che la politica economica proprio non va, non c’è altra spiegazione. Cito Dante: “Nave senza nocchiere in gran tempesta, non donna di province, ma bordello””.
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Queste proteste porteranno alle elezioni?

“Non lo so. Perché l’espressione stessa indignados non ha il significato di una forza politica con un programma. Indignados è un atteggiamento, è segno di sfiducia, non è un programma. Anzi, in teoria, tante indignazioni separate possono anche allungare la vita del governo. Mentre le indignazioni che si trasformano in un programma ne accelerano la sostituzione. Non è un caso che i commenti all’esito della campagna referendaria siano stati di segno opposto uno dall’altro. E’ l’interpretazione di un’indignazione, non è un disegno”.
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Sta segnalando la mancanza di compattezza dell’opposizione?
“Il momento politico offre questo. Quanto alla compattezza, uno come me può solo dire che è un desiderio. Non sono mai riuscito ad averla. Non posso essere certo io, dopo quello che ho passato con il mio ultimo governo, a indignarmi per la mancanza di compattezza”.
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L’EUROPA
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Prima il ministro del Tesoro americano Tim Geithner, poi i cinesi e i governi dei Bric. Tutti sono preoccupati per il futuro dell’Europa. E lo dicono in modo esplicito. Non la sorprende tanta attenzione?

“No, l’euro è diventato importante per tutti e la crisi europea coinvolge il mondo intero. Gli americani temono che, data l’interconnessione dei sistemi bancari, un collasso in Europa si ripercuota sulle loro banche. Politicamente non hanno fatto nulla per evitare che si arrivasse a questa situazione: non hanno consentito alcun coordinamento delle politiche e dal fallimento di Lehman Brothers in poi hanno fatto come pareva a loro. In Cina la preoccupazione è anche politica: loro non vogliono essere l’unica controparte degli Usa in un G2 che domina il mondo. L’Europa gli è utile. Quando nacque l’euro, io ero presidente della Commissione. Ricordo che i cinesi erano molto favorevoli. All’epoca il presidente Jiang Zemin mi disse: «Vogliamo l’euro perché non vogliamo vivere in un mondo in cui uno solo comanda. Ed è meglio che ci sia anche l’euro, insieme al dollaro». Da allora sono stati coerenti e hanno accumulato tante riserve in euro. Adesso sanno che ancora per qualche tempo hanno bisogno di un sistema “multipolare” in cui l’euro bilanci la forza del dollaro in attesa di arrivare alla convertibilità del renmimbi. Per loro l’euro è una specie di assicurazione, una garanzia, un’ancora di salvezza. Detto tutto questo, la colpa della crisi è principalmente nostra: sparare sui paesi europei divisi o sull’Italia è come sparare sulla Croce rossa. E pensare che l’Unione europea nel suo complesso è più grande di tutte le altre potenze: come Pil, come produzione industriale, come esportazioni. Ma non avendo capacità decisionale…
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La Grecia dichiarerà bancarotta?

Vorrei capire a chi conviene farla fallire mettendo a rischio la sopravvivenza dell’euro. Nemmeno la Germania ha interesse a far cadere una dopo l’altra le carte del castello. Poi credo che alla Grecia vada sì chiesto di mettere ordine nei propri conti pubblici e nell’economia ma allo stesso tempo alla popolazione va data una prospettiva, una speranza. Altrimenti questi tagli diventano una forma di sadismo.
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Non le sembra che la Commissione europea e la Banca centrale europea siano un po’ ondivaghe nelle loro politiche?
La Commissione ha predicato il rigore di bilancio ma si è riconvertuta alle politiche espansive quando ha capito che la crescita stentava. La Bce ha addirittura aumentato i tassi d’interesse fino a poche settimane fa e ora annuncia prossimi tagli. Direi che comunque il rigore prevale. Siamo dominati dalla paura anziché dalla solidarietà. Applicando la dottrina ortodossa, conservatrice, ci si mette sempre la coscienza a posto. Da quando la Bce ha cominciato ad aumentare i tassi mi sono chiesto: che logica c’è? E’ giusto che la Bce sia severa ma siamo arrivati a un punto che è troppo severa. Fa la prima della classe. E infatti la crescita sta soffrendo. Ho fatto una proposta insieme all’economista Alberto Quadrio Curzio: emettiamo 3 mila miliardi di eurobond, di cui 2 mila dedicati al sostegno dei paesi deboli. Ma mille investiamoli nelle infrastrutture. Dalla crisi si esce con la disciplina ma anche con il rilancio. Nel 1929 il mondo si salvò con questa ricetta. Allora la spesa pubblica, purtroppo, era per le armi, adesso sarebbe per gli oleodotti e le ferrovie. Attenzione: Keynes è esistito e ci ha insegnato che, pur tenendo conto della necessità di avere i bilanci in ordine, bisogna investire. Negli ultimi 30 anni molti lo hanno esecrato, ma adesso va rivalutato. Non si lasciano morire le economie. E l’America si trova in un dilemma identico a quello dell’Europa. .
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Almeno la crisi ha messo in moto un rafforzamento del patto di stabilità e crescita: più controllo sui bilanci pubblici e sanzioni per chi sgarra. Come giudica la nuova governance europea?
Quale governance? E’ stato lanciato all’esterno un messaggio di disarmonia, non di armonia. I grandi paesi avrebbero potuto avviare una riorganizzazione del governo comune e invece è prevalso l’orientamento di togliere potere alle strutture di governance veramente europee come la Commissione. Ma la perdita di ruolo della Commissione ha segnalato un disimpegno di Francia e Germania e così all’esterno è passato un messaggio di disarmonia. E qui sono cominciate le preoccupazioni degli americani e dei cinesi per tornare alla domanda iniziale. Perché può esistere temporaneamente una moneta comune in attesa che venga costruita una politica economica comune, ma non ci può essere una moneta comune consolidata con una cacofonia di posizioni tra i diversi Paesi. La Bce è stata importante ma i suoi poteri sono limitati: supplisce, supplisce, ma fino a un certo punto. Abbiamo visto tutti quante difficoltà ha incontrato quando ha dovuto decidere di acquistare i bond dei paesi in difficoltà. .
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LE RIFORME DEL SISTEMA
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Intanto stiamo andando dritti verso una nuova recessione…
“Direi di no. Probabilmente stiamo andando verso un forte rallentamento della ripresa. E’ cominciato tutto all’inizio di giugno. Fino ad allora l’economia si stava lentamente aggiustando. Poi c’è stato un rallentamento e tutti hanno cominciato a rivedere al ribasso le previsioni. Penso che andiamo incontro a un periodo di stagnazione. Nel 2008 quando è cominciata la crisi i miei colleghi storici dell’economia mi dicevano che ci sarebbero voluti sette anni per riaggiustare tutto. Io replicavo che Usa e Cina avevano reagito mettendo sul piatto 800 e 585 miliardi di dollari: Keynes ci ha insegnato come fare, usciremo prima da questo inferno. Ma loro insistevano: bisogna “pulire” dalle scorie il sistema economico. E non avevano nemmeno previsto quanto rapidamente il contagio si sarebbe esteso ai titoli del debito pubblico provocando quindi la politica recessiva. Oggi la ripresa è lenta mentre i governi vanno avanti adagio con piccole correzioni ma non ci sono prospettive di grandi riforme del sistema finanziario ed economico. Negli Stati Uniti il potere politico è debolissimo verso la finanza: non ha avuto la forza di imporre il ritorno al Glass-Steagall Act, cioè la separazione delle banche commerciali da quelle di investimento. Le altre grandi riforme come la Tobin tax per essere efficaci richiedono un’adesione universale.”.
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Perché non c’è unità d’intenti sulle grandi riforme?
“La mia interpretazione è che nei momenti di grande cambiamento dei rapporti di forza le riforme non le vuole nessuno. Non gli Stati Uniti, che temono di dover rinunciare al privilegio della centralità del dollaro nel sistema finanziario internazionale. Non la Cina che non è pronta a fare il grande salto verso la convertibilità della sua moneta ed è consapevole di avere tutto da guadagnare ad aspettare: una riforma tra 4-5 anni li vedrà molto più forti di una riforma fatta oggi. E sarà più conveniente per loro. Chi potrebbe avanzare delle proposte è l’Unione europea, avrebbe interesse a far da arbitro, ma si è talmente indebolita che è riuscita nell’obiettivo di farsi portare la guerra in casa quando le sue condizioni finanziarie erano e sono migliori di quelle americane: il nostro rapporto deficit-Pil è inferiore di quattro punti a quello Usa e la California non è certo messa meglio della Grecia. Eppure il dollaro non ne viene toccato. Quindi è difficile pensare che sia l’Europa il leader delle grandi riforme internazionali”.
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Intanto le diseguaglianze sono sempre più ampie.

“Non è un fatto casuale ma il frutto di una filosofia precisa. Storicamente fino alla fine degli anni 80 le diseguaglianze nei paesi industrializzati si stavano riducendo, poi sono impazzite per motivi spiegabilissimi. Il primo è che c’è una nuova dottrina. Non c’è più un senso profondo dell’ingiustizia sociale. Mi ricordo che 30 anni un mio articolo sul Corriere della Sera in cui calcolavo che il manager numero uno di un’impresa sconfitto alle regionali del 2008 abbandonò all’improvviso la politica lasciando interdetti sostenitori, alleati, ed amici, per tornare a fare l’imprenditore nelle aziende di famigliaguadagnava 40 volte la media degli operai suscitò polemiche a non finire. Adesso nessuno dice nulla se quel rapporto è 400 volte. Si è fatta strada la filosofia calvinista o protestante per cui il ricco è benedetto da Dio. Punto e basta. E poi è cambiato il sistema fiscale: con Ronald Reagan e Margaret Thatcher l’aliquota massima, che negli Usa era al 70 per cento, si è dimezzata. E lì si è imboccata la strada che ha portato Warren Buffett, per sua stessa ammissione, a pagare meno tasse della sua segretaria. In aggiunta l’imposta sulle eredità è caduta dovunque, o quasi. Infine la globalizzazione ha indubbiamente colpito i salari più bassi: il lavoro standard è volato via. Senza contare che l’aumento di valore dei beni mobili e immobili ha aumentato la distanza tra chi li possiede e chi non li possiede”.
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Qualche Paese ha saputo però contrastare la tendenza.
“Certo. Però devi avere una cultura radicata come in Svezia o devi essere il Brasile di Lula. Altrimenti le diseguaglianze aumentano. E l’ingiustizia è cresciuta anche nei paesi in via di sviluppo dove tutti si sono spostati verso l’alto ma i ricchi sono saliti di più: cala la miseria ma aumentano le differenze. Ed è in questo senso che io vedo la possibilità di una riflessione mondiale che può esprimersi anche attraverso l’indignazione, o anche peggio. Vedere che negli Stati Uniti, in Israele e in Spagna manifestano allo stesso modo fa molto riflettere. Se ci sono tre paesi diversi sono questi. Eppure le modalità della protesta sono simili. In Israele, dove hanno tanti problemi politici che sovrastano qualsiasi altra questione (la primavera egiziana, la Turchia, lo stato palestinese), stupisce vedere 400 mila persone che protestano contro la disoccupazione e la difficoltà di trovare un alloggio. Come in Spagna. Può anche darsi che sia un campanello d’allarme, il segnale che un periodo storico è finito”.
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Può nascere una rivolta violenta da questa situazione?
“Non sono un sociologo e non so dire se ci sono i presupposti. Come economista mi impressiona che queste questioni siano sollevate simultaneamente e in modo pubblico in paesi e società così diversi”.
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Il giornale in edicola
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Obama: crisi europea ostacolo per gli Usa ma non andremo a rotoli per aiutare altri / VIDEO: Marines veteranos apoyan a indignados en Wall Street

Marines veteranos apoyan a indignados en Wall Street

Caricato da in data 04/ott/2011

Marines veteranos acudirán uniformados al distrito financiero de Nueva York. “Los Marines vamos a Wall Street “a proteger a los manifestantes”, anunció Ward Reilly, líder de esta iniciativa. Por el momento, otros 15 de mis colegas Marines también irán allí, también uniformados”. teleSUR
http://multimedia.telesurtv.net/3/10/2011/52171/marines-veteranos-apoyan-a-in…

Obama: crisi europea ostacolo per gli Usa
ma non andremo a rotoli per aiutare altri

Appello al Congresso: «La gente ha bisogno di aiuto ora
Capisco indignados, danno voce alla frustrazione del Paese»

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Zombie indignados a Wall Street – fonte immagine

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ROMA – «La gente ha bisogno di aiuto ora, di lavoro ora – ha detto oggi il presidente Usa Barack Obama, ribadendo il suo appello al Congresso – Il piano occupazione va approvato subito, perché avrà effetti molto significativi sull’economia e sull’occupazione in tutta l’America. E chi non lo vuole votare dovrà spiegare perché».

«Consumatori e imprenditori sono nervosi, serve elettroshock». Crescita Usa lenta anche per i problemi del’Europa. «La crescita dell’economia americana è lenta, è più lenta dall’inizio dell’anno» ha detto Obama, sottolineando come la situazione sia la somma di una serie di fattori che vanno dallo tsunami giapponese ai problemi dell’Europa: «Tutti problemi – ha detto – che rendono nervosi consumatori e imprese. La nostra economia necessita di un immediato elettroshock. E i problemi che sta attraversando l’Europa potrebbero avere un impattoi reale sulla nostra già fragile economia».

«Il maggiore ostacolo che l’economia americana ha di fronte è la situazione in Europa» dice Obama, spiegando di essere in costante contatto con la cancelliera tedesca Merkel e col presidente francese Sarkozy «per impedire che la situazione debito nell’Eurozona finisca fuori controllo». Obama ha sottolineato come la crisi dei debiti sovrani in alcuni Paesi dell’Eurozona, a partire dalla Grecia, stia causando «tensioni sui mercati finanziari mondiali». Il suo auspicio è che al G20 dei primi di novembre in Francia si sia in grado di «concordare un piano efficace e rapido» per affrontare questa situazione. Il presidente Usa ha quindi parlato delle difficoltà che l’Europa ha nel risolvere i suoi problemi: «È molto difficile – ha detto – per dozzine di Parlamenti europei mettersi d’accordo sul piano per combattere la crisi del debito». Ma gli Stati Uniti, ha aggiunto, «non permetteranno che il proprio debito vada a rotoli per aiutare le economie di altri Paesi».

Obama ha detto di comprendere la protesta degli “indignados’ di Wall Street. «Chi protesta – ha detto – dà voce alla frustrazione che c’è nel Paese per una crisi economica e occupazionale generata da una crisi finanziaria». Obama lancia quindi un appello ai contestatori: «Stiano sicuri che il nostro obiettivo è quello di avere le banche e le istituzioni finanziarie in ordine, perché le peggiori conseguenze sono sempre quelle sull’economia reale. Non abbiamo la necessità di salvataggi da parte dei contribuenti». Per Obama, inoltre, «gli eccessi di Wall Street in molti casi non sono stati illegali, fuori dalla legge, ma immorali. Le banche hanno il diritto di caricare molti costi, ma non è una buona pratica. Un sistema finanziario sano infatti richiede che le banche competano sulla base dei servizi migliori, e non con costi nascosti o pratiche ingannevoli».

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Giovedì 06 Ottobre 2011 – 19:06

fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=165569&sez=HOME_ECONOMIA

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Indignati a Wall Street, nuovi arresti / VIDEO: Police Attack Wall Street Protesters And Media – Journalist Luke Rudkowski Oct. 5 2011

Police Attack Wall Street Protesters And Media – Journalist Luke Rudkowski Oct. 5 2011

Caricato da in data 05/ott/2011

Police Attack Wall Street Protesters And Media – Journalist Luke Rudkowski Oct. 5 2011

Journalist Luke Rudkowski was attacked by Police Wednesday Night while trying to document the Occupy Wall Street arrests in NY. NYPD used pepper spray, batons, and brute force to move protesters away from the entrance to Wall Street after many tried to push through police barricades. Rumors immediately circled that police provocateurs dressed as protesters were to blame for the incident.

Help We Are Change produce more videos like this and continue our coverage of #occupywallstreet http://www.wearechange.org/?page_id=9453

http://www.facebook.com/LukeWeAreChange
http://www.twitter.com/LukeRudkowski
http://www.WeAreChange.org

Indignati a Wall Street, nuovi arresti

Scontri dopo la marcia, almeno diciotto i manifestanti fermati

Le tensioni con la polizia

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E’ finita con scontri tra la polizia e alcune centinaia di dimostranti la marcia degli “indignados” che da tre settimane occupano lo Zuccotti Park vicino a Wall Street. Quella che era cominciata pacificamente come una marcia di migliaia di persone (almeno 10.000 secondo i dimostranti, fino a 30.000 secondo altre stime dei media) si è conclusa intorno alle 21 locali, le tre del mattino in Italia, con arresti e violenze quando la testa del corteo ha raggiunto la zona transennata intorno alla borsa di New York e alcuni dimostranti hanno tentato di saltare le barriere.

A quel punto la polizia ha circondato i manifestanti del gruppo di testa, tra i quali c’era il regista premio Oscar Michael Moore, senza consentire l’ingresso alla stampa. Testimoni raccontano di avere visto poliziotti usare spray urticante. Gli arresti sono stati decine secondo i testimoni, 18 secondo un post su Twitter di Occupy Wall Street, il gruppo che fa informalmente da portavoce delle proteste. Molti sono ritornati allo Zuccotti Park, base dell’occupazione. La marcia era cominciata poco dopo alle 17 da Foley Square, una piazza a un chilometro e mezzo a nord di Wall Street, con il concentramento dei manifestanti (diverse migliaia, secondo i dirigenti di polizia presenti nella piazza, che non hanno fornito cifre esatte) e i discorsi di vari sindacalisti e rappresentanti di sigle note del mondo pacifista e alternativo di New York.

La manifestazione di ieri era infatti il debutto dei sindacati nella protesta di Occupy Wall Street, uno sviluppo che si è visto nell’organizzazione e nello svolgimento del corteo, apparsi di tono diverso rispetto alle proteste più spontaneiste dei giorni scorsi. La folla comprendeva persone di tutte le età, e di orientamenti che andavano dai socialisti con le bandiere “Abolire il capitalismo” fino agli ambientalisti e a normali famiglie con i bambini. Una composizione eterogenea riflessa nei cartelli inalberati dai dimostranti, dalla protesta generica contro i ricchi (“Robin Hood aveva ragione!”) alle richieste ben informate sugli aspetti tecnici della finanza (“Ridateci la legge Glass-Steagall”, la norma del 1933 che vietava la sovrapposizione tra banche d`affari e commerciali). Gli slogan erano invece soprattutto quelli collaudati nelle proteste delle ultime settimane, su tutti “We are the 99 percent” (Noi siamo il 99 per cento) e “This is what democracy looks like” (Questa è la faccia della democrazia).

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fonte:  http://www3.lastampa.it/esteri/sezioni/articolo/lstp/423593/

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Undicimila tunisini a rischio clandestinità. Scadono domani i permessi temporanei

Undicimila tunisini a rischio clandestinità
Scadono domani i permessi temporanei

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I documenti concessi ad aprile per restare nel nostro Paese stanno per diventare carta straccia. Valevano solo 6 mesi e non saranno prorogati. Preoccupate le associazioni che si occupano di accoglienza degli immigrati

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di VLADIMIRO POLCHI

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Undicimila tunisini a rischio clandestinità Scadono domani i permessi temporanei   di VLADIMIRO POLCHI  Stranieri in fila per i permessi di soggiorno

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ROMA – Undicimila permessi in scadenza. Undicimila tunisini pronti a entrare in clandestinità. Il conto alla rovescia è cominciato. A partire da domani ed entro metà mese gli 11.800 permessi temporanei assegnati ad altrettanti nordafricani diventeranno carta straccia. Il motivo? Semplice: i documenti concessi ad aprile scorso con un decreto del presidente del Consiglio valevano solo sei mesi. Nessuna proroga è annunciata e così le associazioni che accolgono i migranti si troveranno a breve a ospitare irregolari. Arci, Caritas e Asgi lanciano l’allarme: “Il governo si muova”.

Undicimila nuovi irregolari. Un passo indietro. Di fronte all’emergenza sbarchi, il 7 aprile scorso Silvio Berlusconi ha firmato un decreto per concedere permessi temporanei ai “cittadini appartenenti ai Paesi del Nord Africa affluiti nel territorio nazionale dal 1 gennaio 2011 alla mezzanotte del 5 aprile 2011”. Nelle intenzioni del governo i permessi sarebbero dovuti servire come salvacondotto per attraversare le frontiere di Schengen e circolare liberamente in Europa. Ma le restrizioni delle autorità francesi hanno fatto sì che molti dei migranti siano rimasti in Italia. Quanti documenti sono stati concessi? Stando alla Protezione civile circa 11.800. Il punto è un altro: Il decreto stabiliva la durata dei permessi in sei mesi. E calcolando che le consegne sono partite l’8 aprile e si sono concluse nella seconda metà di aprile 2011, entro metà ottobre i titolari diventeranno di fatto clandestini.

Profughi libici e migranti tunisini. I tunisini coi permessi in scadenza, così come i profughi provenienti dalla Libia e in attesa della procedura di riconoscimento dell’asilo, sono ospitati presso strutture pubbliche e associazioni. Attualmente sono 22.212 distribuiti in tutte le regioni italiane, con l’eccezione dell’Abruzzo ancora impegnato ad assistere i cittadini colpiti dal terremoto e per questo escluso dal piano di assistenza della Protezione civile 1. Cosa accadrà ora ai tunisini che diventeranno clandestini?
L’allarme delle associazioni. Dai volontari della Caritas veneziana, all’Arci di Genova, per arrivare agli avvocato dell’Associazione di studi giuridici sull’immigrazione (Asgi) arriva un campanello d’allarme: “Siamo di fronte a una situazione assurda: i permessi di soggiorno sono in scadenza e non c’è nessuna presa di posizione da parte del governo”. Marco Paggi dell’Asgi spiega: “Non c’è nessuna circolare che faccia chiarezza sulla possibilità di rinnovare i permessi per quanti abbiano trovato un lavoro, tantomeno si sa qualcosa su eventuali proroghe per tutti gli altri. Il governo rimane in silenzio: una condotta irresponsabile. Nel vuoto più totale, in molti rischiano di diventare clandestini”.

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06 ottobre 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/politica/2011/10/06/news/immigrati-22802848/?rss

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BARLETTA, LA STRAGE – Parla la sopravvissuta: «Guadagnavo solo 4 euro l’ora, ma chi mi ridà il lavoro?» «Crepe? Zitti o qui chiudono»

«Guadagnavo solo 4 euro l’ora, ma chi mi ridà il lavoro?»

La sopravvissuta del maglificio della strage di Barletta «Crepe? Zitti o qui chiudono»

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Dall’inviato  CorSera MARCO IMARISIO
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BARLETTA (Bat) – Oltre i lumini e le corone di fiori disposte sul marciapiede, c’è la porta. I furgoni che portavano i sacchi con le felpe e le tute in stireria, cinquecento metri più in là, al fondo di via Roma, si fermavano lì davanti. Adesso il vetro è scheggiato, bisogna sollevare l’anta dai cardini, e girarla fin che si può, un’apertura di pochi centimetri prima di incontrare il muro di tufo che ha ucciso le quattro operaie di Barletta e la piccola Maria.

Il maglificio Cinquepalmi è diventato il simbolo della Cina che verrà, di un lavoro nero, malpagato, duro e rischioso. Era uno stanzone, la visura camerale lo mostra come un rettangolo lungo e stretto, dai soffitti alti appena due metri e mezzo, ma negli anni erano arrivate parecchie modifiche, compresa l’annessione di un locale sotterraneo che era diventato un deposito merce. Il soffitto era attraversato da una fila di lampade al neon che illuminavano ogni postazione. Ce n’erano sei, per ogni tavolo una macchina da cucire, vecchi modelli Singer riadattati, non certo attrezzatura industriale. I banchi da lavoro erano attaccati al muro di fronte all’ingresso, coperto da una striscia di piastrelle bianche che poi lasciano spazio a un tufo giallastro e poroso, tenuto insieme da una impercettibile bava di calce.

Mariella Fasanella, sopravvissuta al crollo (Arcieri)
Mariella Fasanella, sopravvissuta al crollo (Arcieri)

Matilde, Antonella, Giovanna, Tina e Mariella lavoravano in fila indiana, ognuna dava le spalle all’altra, soluzione obbligata per lasciare libero un passaggio accanto a loro, in uno spazio oblungo e ristretto. Cucivano e impilavano le maglie sul tavolo, ogni tre dozzine si fermavano per portare la merce nello scantinato. Lavoravano a cottimo, dipendeva dalle commesse che Salvio Cinquepalmi, il titolare, riusciva a prendere dai negozi di Bari e Bisceglie. Ad agosto non aveva lavorato nessuno, a luglio solo dieci giorni di apertura. Settembre era cominciato bene, c’era addirittura bisogno di manodopera. «Cercasi ragazza» era il cartello appeso alla porta. Sotto, il numero del cellulare di Salvio, perché il maglificio non aveva un telefono fisso.

«Ricordo tutto». Come una fotografia. Sulla parete che portava al bagno c’era l’albero di Natale disegnato con i pastelli da Maria, c’era l’immagine del Cuore di Gesù, c’erano una serie di quadretti con i motti tipici dei commercianti, sul frigobar era appiccicato il santino di Padre Pio. Quarto piano dell’ospedale Dimiccoli, reparto di Chirurgia, stanza singola perché 12 ore da sepolta viva ti lasciano addosso la voglia di urlare fino farti scoppiare le corde vocali. Mariella Fasanella è l’unica che può raccontare questa storia di donne, è l’unica operaia sopravvissuta. I suoi occhi piccoli ridono quando le viene chiesto di ricordare la vita com’era. «Si stava bene. Savio e sua moglie non sono degli sfruttatori. A giugno ci avevano anche messo la zanzariera alla finestra, perché di sera ci riempivamo di punture. Loro aiutavano persone che avevano bisogno, in fondo eravamo tutte ragazze madri».

In questa voce carica di rimpianto, che esce a fatica da una bocca tumefatta, c’è il paradosso che rende ancora più tragica la storia di Barletta. «Eravamo noi a chiedere di non essere registrate» dice Mariella. Niente contributi, più soldi possibile sull’unghia, il patto era questo. Nessuna di loro aveva la vocazione del taglia e cuci. Matilde era la capa, non per l’età, ma per il mestiere. Lo aveva imparato da una vecchia zia, era l’unica ad essere nata sarta. Le altre ragazze, come lei, venivano da lavori perduti. Quando sente parlare di lavoro nero, Mariella quasi si solleva sullo schienale del letto. Estrae dal lenzuolo la mano destra, così gonfia che sembra sul punto di scoppiare. A fatica unisce le dita, e le agita. «Ma cosa ne volete sapere, voi che venite da fuori? Per voi contano solo le regole… Ci davano 4 euro all’ora, è vero. Ma adesso non ho nemmeno quelli. E quando esco da qui devo cercarmi subito un altro lavoro, ho tre figli e l’affitto da pagare».

Così si torna in via Roma con la sensazione che niente è come sembra, che le categorie dell’umano e del disumano siano soltanto punti di vista. Gli ispettori che stanno catalogando ogni singolo reperto di quello scantinato parlano di un «confezioni» povero, simile ai tanti cresciuti nella Barletta vecchia. Il declino del distretto tessile ha fatto chiudere le aziende di confezioni, ma non ha piegato l’economia sommersa, l’ha solo fatta proliferare, inabissando l’intera catena produttiva. Nel giro di un isolato si contano altri cinque maglifici, la Cgil stima che nell’intera Barletta ce ne siano almeno altri 200 luoghi, sempre sconosciuti all’Inps.

Sabino Sarcinella aspetta davanti alla porta che si apriva su via Roma. Guarda i blocchi di tufo all’interno e scuote la testa. È il suocero di Antonella Zaza, che stava per diventare nonna a 35 anni perché la sua primogenita Noemi era al terzo mese di gravidanza. L’ultima volta che è passato qui davanti aveva notato qualcosa di brutto. Gli sembrava che la facciata dell’edificio sporgesse verso la strada. A sera lo disse ad Antonella, che era appena rientrata dal maglificio. «Lei mi guardò spaventata: “Ma che, vuoi farci perdere il lavoro?”. Ci ho pensato tanto, in queste ore. E sa cosa le dico? Aveva ragione lei».

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06 ottobre 2011 13:13

fonte:  http://www.corriere.it/cronache/11_ottobre_06/imarisio_superstite-chi-mi-da-il-lavoro_e9c0dc94-efdf-11e0-afdf-a2af759d2c3b.shtml

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B., BUFFONE E SMARGIASSO – «Un altro governo? Mi fanno ridere. Nuovo nome per il Pdl: Forza Gnocca!»

Delirium Tremens
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Ma davvero votate quest’uomo? E’ solo più la maschera di se stesso, che ripete fino alla noia i suoi mantra politici ai quali non crede più nemmeno lui. Ossessionato dal potere più che dai soldi, cerca la supremazia in tutto, in special modo in campo sessuale, per dare riprova del suo esistere nel mondo. Un uomo piccolo piccolo (e non parliamo di statura fisica) come tutti i dittatori, che supplisce alla mancanza di intelligenza con un ego spoprositato, che da leccapiedi dei potenti si è fatto leccapiedi di se stesso.
Arriverà il giorno che si guarderà allo specchio e vedrà il vuoto inutile che è stata la sua vita. Un giorno non troppo lontano. Ma un giorno che arriverà sempre troppo tardi per noi. Purtroppo.

mauro

Poi attacca ancora la magistratura: «Schegge impazzite che puntano all’eversione»

«Un altro governo? Mi fanno ridere
Nuovo nome per il Pdl: Forza Gnocca!»

Berlusconi: «Arriva un altro ma poi cosa fa?». Caso Bankitalia: «Decido io entro il primo novembre»


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MILANO – «Arriva un altro, ma poi cosa fa? Ma va’…». Silvio Berlusconi liquida così ogni ipotesi di un nuovo governo. «Mi fanno ridere» ha detto il premier ai cronisti che lo hanno interpellato nel Transatlantico di Montecitorio (guarda il video), subito dopo un breve coffee break alla buvette della Camera con il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti. E quanto ai rapporti con il titolare del ministero di via XX Settembre, il Cavaliere ha ostentato serenità: «Se c’è un periodo in cui stiamo lavorando in assoluta concordia con Tremonti è questo. Poi non posso certo pretendere che Tremonti abbia le stesse mie idee». E subito dopo lo stesso Tremonti ha concesso ai giornalisti una sola battuta: «Abbiamo diverse idee sui soldi…». Il Cavaliere, poi, incontrando alcuni dei suoi parlamentari ha spiegato che «andremo avanti fino al 2013, perchè il nostro obiettivo è completare le riforme e il programma. Questo a meno di imprevisti, che nel caso ci fossero, non ci darebbero il tempo nemmeno di cambiare il nome del partito». Una prospettiva, questa, che Berlusconi prende seriamente in considerazione perché la definizione di Popolo delle libertà, nonostante sia stata scelta con una sorta di consultazione popolare tra i simpatizzanti del partito, non sarebbe «nel cuore degli elettori». E scherzando ha anche ipotizzato quale potrebbe essere la nuova «ragione sociale» del centrodestra: «Mi dicono che il nome che avrebbe maggiore successo sarebbe Forza Gnocca!».

BOSSI E IL VOTO ANTICIPATOA frenare sul completamento della legislatura ci pensa però il principale alleato, Umberto Bossi: «Mi sembra obiettivamente complicato» arrivare al 2013 ha detto il Senatùr in Transatlantico, dopo avere a sua volta incontrato Tremonti. E ai cronisti che gli hanno chiesto se lo abbia detto anche a Silvio Berlusconi ha risposto: «Io ho sempre detto che è meglio votare prima, ma il premier è lui». Quanto al motivo per cui è meglio anticipare le urne, Bossi ha spiegato: «È difficile spennare la gente e poi farsi votare, meglio andare al voto prima».

LA NOMINA PER BANKITALIAIl premier ha dunque bollato come «tutte storie» le cose scritte negli ultimi giorni sui rapporti tra lui e il superministro, nonostante contro Tremonti si siano scagliati nelle ultime ore diversi esponenti del Pdl, in alcuni casi con invettive al limite dell’insulto e con inviti espliciti a farsi da parte. Anche Giuliano Ferrara è tornato ad attaccare il numero uno del Mef. Il Cavaliere, in ogni caso, ha preferito sorvolare. E quanto al nodo del nuovo vertice di Bankitalia, visto da molti come il paradigma della contrapposizione tra i due, lo stesso Berlusconi ha confermato che la scelta sul successore di Mario Draghi verrà assunta entro il 1 novembre e che questa sarà prerogativa della presidenza del Consiglio. Una presa di posizione netta, che lascia intendere una crescita delle quotazioni di Saccomanni a scapito di Grilli, «sponsorizzato» invece da Tremonti e dalla Lega.

LA MANOVRA E I «FICHI SECCHI»Quanto alla gestione della crisi economica, il capo del governo ha spiegato che «con Tremonti stiamo lavorando insieme in assoluta concordia». «Si tratta di una manovra non facile – ha aggiunto -. Le manovre con i fichi secchi non si possono fare». E tra i nodi da sciogliere, oggetto di un ulteriore faccia a faccia tra premier e ministro a Montecitorio, riguarda i sei miliardi di tagli che dovranno essere applicati ai ministeri.

«GIUDICI SCHEGGE IMPAZZITE»Ma come spesso accade in queste occasioni, Berlusconi non si è tirato indietro di fronte alle sollecitazioni dei cronisti anche su altri temi. Ed è tornato ad attaccare la magistratura, all’interno della quale – ha detto – «ci sono schegge impazzite che puntano all’eversione». Parlando poi con alcuni deputati del suo partito è tornato ad ipotizzare l’istituzione di una commissione di inchiesta che indaghi sull’operato dei magistrati.

NO COMMENT SU FIATNon ha invece voluto commentare la decisione dell’amministratore delegato di Fiat, Sergio Marchionne, di fare uscire il Lingotto da Confindustria: «Non voglio dare giudizi». E ha chi gli chiedeva un commento alle parole dello stesso Marchionne secondo il quale Confindustria fa troppa politica ha replicato: «La testa ce l’avete anche voi…».

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Redazione Online
06 ottobre 2011 13:47

fonte:  http://www.corriere.it/politica/11_ottobre_06/berlusconi-nuovo-governo-mi-fanno-ridere_27158e3a-eff6-11e0-afdf-a2af759d2c3b.shtml

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Palestinesi vicini all’ingresso nell’Unesco

Palestinesi vicini all’ingresso nell’Unesco


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PARIGI (Reuters) – I palestinesi hanno fatto un passo avanti verso l’ingresso nell’agenzia culturale dell’Onu, con l’Unesco che ha deciso di permettere ai suoi 193 membri di votare questo mese sull’ammissione dello Stato palestinese.

L’ultima mossa nella ricerca palestinese di un riconoscimento internazionale ha provocato una immediata critica da parte di Stati Uniti e Israele, che continuano a ripetere che la creazione di uno stato palestinese deve avvenire tramite i negoziati, e una fredda risposta della Francia.

A settembre, il presidente palestinese Mahmoud Abbas ha chiesto al Consiglio di Sicurezza l’ingresso nelle Nazioni Unite, ignorando l’avvertimento degli Usa, che hanno preannunciato l’utilizzo del veto, così come le minacce dei membri del Congresso statunitense di limitare gli aiuti americani ai palestinesi.

All’Unesco, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura, 40 rappresentanti sui 58 del consiglio direttivo hanno detto sì alla richiesta di voto sulla vicenda, con quattro paesi — Stati Uniti, Germania, Romania e Lettonia — contrari e 14 astenuti, ha detto a Reuters una fonte dell’agenzia.

Questo comporterà un voto per l’ingresso dei palestinesi alla Conferenza Generale che si terrà dal 25 ottobre al 10 novembre e che coinvolge i 193 membri dell’agenzia con sede a Parigi.

Il possibile ingresso dello stato palestiense nell’Unesco solleva anche dei dubbi sulla reazione di Washington e sull’eventualità che gli Usa taglino i fondi all’agenzia nel caso in cui dovesse votare a favore. Gli Usa detengono una quota contributiva dell’Unesco pari al 22%, sostiene il Dipartimento di Stato.

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06 ottobre 2011

fonte:  http://it.reuters.com/article/topNews/idITMIE79503520111006

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