I SOLDI DELLE STRAGI

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Strage di Piazza della Loggia

ASI • ARCHIVIO STORICO DELL’INFORMAZIONE

QUADERNI DI ANALISI DELL’INFORMAZIONE

I soldi delle stragi: I 52 Brani in sequenza

A cura di Floriano De Angeli

1. Introduzione: bilanci consistenti

Gli alti costi
Oreste del Buono e Giorgio Boatti
La Stampa 25 marzo 2000

Accade così che in molte ricostruzioni dedicate ai nefasti capitoli di queste patrie storie si tenga in poco conto, o nessun conto, lo scorrere di quattrini. Si ignori testardamente il businnes plan necessario per allestire strutture logistiche presumibilmente assai complicate e gli investimenti necessari, lungo gli anni, ad apparati clandestini che non vivono d’aria e per compensare omertà e silenzi che si protraggono ben al di là delle fasi più calde di queste guerre.

In realtà basterebbe mettere insieme le decine di persone che in questi mesi percorrono in lungo e in largo l’Italia per predisporre le azioni criminali, pensare all’argent de poche fornito a questi ragazzi dalle cattivissime intenzioni per consentire loro di viaggiare, sostare, comunicare, affittare abitazioni, corrompere, per comprendere come anche l’attività dello stragista abbia dei costi sostenibili solo da bilanci di solida consistenza.

I soldi delle stragi sono ancora un capitolo buio dei nostri anni passati. Dedicarci quache attenzione può essere rischioso ma utile.

2. Introduzione: bilanci consistenti

Le radici finanziarie
Arnaldo Forlani
Comizio a La Spezia, 5 novembre 1972
Testo comparso sui giornali quotidiani del 6 novembre 1972

«È stato operato il tentativo forse più pericoloso che la destra reazionaria abbia tentato e portato avanti dalla Liberazione a oggi.

Questo tentativo disgregante, che è stato portato avanti con una trama che ha radici organizzative e finanziarie consistenti, che ha trovato delle solidarietà probabilmente non soltanto di ordine interno ma anche di ordine internazionale, questo tentativo non è finito: sappiamo, in modo documentato e sul terreno della nostra responsabilità, che questo tentativo è ancora in corso»

3. Introduzione: una grande organizzazione

Il Network
Gianni Barbaceto
Il grande Vecchio
Baldini & Castoldi, 1993

Ciò che stupisce, rileggendo la cronaca di questi decenni, sono le ricorrenze, le iterazioni, le ripetizioni: meccanismi, personaggi, gruppi, strutture tornano più volte, compaiono in storie apparentemente disparate. Vi è una geometrica potenza della iterazione, nella doppia storia d’Italia. Sembra, insomma, che esista davvero un filo nero che tiene legate vicende molto diverse tra loro.

è ormai possibile rilevare, con la razionalità oltre che con la passione, con l’occhio analitico oltre che con quello sintetico, l’esistenza di un Network, di una rete di poteri che è stato un soggetto forte della storia a due facce dell’Italia degli ultimi decenni.

Alla legalità ufficiale si è contrapposta in tutti questi decenni una «legalità» sotterranea, nutrita di regole inconfessabili ma ferree, fatte valere da catene di comando diverse da quelle palesi.

Potremmo indicare tre fasi, nella storia del Network: la prima è segnata dall’utilizzo prevalente del terrorismo nero; la seconda di quello rosso; la terza (quella attuale) della criminalità organizzata.

Nota: vedere, al riguardo, anche i Brani n. 43, 44, 45, 46, 47

4. Introduzione: gli stragisti sono tra di noi

La banca della memoria
Enrico Deaglio
Diario
21 febbraio 2000

Il 12 dicembre 1969 scoppiò la bomba in piazza Fontana a Milano. Fu la prima di una lunga serie di stragi. Collocare bombe in luoghi frequentati da civili ignari era una pratica impensabile fino a piazza Fontana.

Ma dopo quell’esempio lo è diventata: treni, piazze, stazioni ferroviarie, tratti di strada sono stati colpiti, per un totale di diverse centinaia di persone ammazzate e di migliaia di feriti.

Ciò che possiamo chiederci, oggi, è se il piano, visto con gli occhi del tempo trascorso, abbia funzionato e quali cambiamenti abbia portato al nostro Paese. Io credo che abbia funzionato e che i suoi effetti si mostrino ancora oggi.

Il più grande effetto della bomba è stato quello di aver plasmato il tempo a sua immagine. Sulla lancetta di quel timer si è costruita un’architettura politica che in Italia dura tutt’ora, una casa comune che comprende i corridoi del terrore, il ripostiglio del ricatto, il balcone della paura.

5. Introduzione: negazionismo

Il condizionamento dell’informazione
Giorgio Galli
Il partito armato
Kaos Edizioni, 1993

L’establishment ha coniato il termine”dietrologia” per liquidare le tesi di tutti coloro che a vario titolo (giornalisti, studiosi, politici – detti appunto “dietrologi”) non intendono adeguarsi alle “verità di Stato” o non intendono accettare i “silenzi di Stato”, in relazione alla sequela di delittuosi eventi che ha costellato di irrisolte e inspiegate vicende l’intera storia repubblicana – e dunque anche quella del partito armato.

6. Introduzione: le protezioni e le impunità

Uno Stato da far paura
Enrico Deaglio
Diario
21 febbraio 2000

Il 31 maggio 1972 a Peteano di Sagrado, poco lontano da Gorizia, tre carabinieri vengono uccisi e un quarto mutilato dopo essere stati messi in allarme con una telefonata anonima che li ha convocati presso una sospetta auto abbandonata. In realtà è una trappola.

Per la Strage di Peteano subiranno condanne come compartecipi a vario titolo del crimine ufficiali dei carabinieri e dirigenti dei servizi segreti, alcuni dei quali massoni della Loggia P2.

Come scrive nel 1987 nella sua sentenza la Corte d’Assise di Venezia, le «risultanze relative alla strage hanno evidenziato in forma univoca e tangibile quale copertura abbiano ricevuto gli autori della strage da parte di organi dello Stato preposti alle indagini, copertura che è giunta non solo a dissimulare le prove a loro carico, ma a simularne di false a carico di persone innocenti».

E inoltre il presidente della commissione stragi Gualtieri: «è vero che fu la struttura Gladio ad essersi attivata per compiere la strage dei carabinieri, ma il servizio si è attivato, ai suoi massimi livelli, per depistare le indagini, per ingannare i magistrati inquirenti e per impedire l’accertamento della verità»

7. Introduzione: le protezioni e le impunità

Quale giustizia?
Associazioni famigliari vittime per stragi
Il terrorismo e le sue maschere
Pendagron Edizioni, 1996

«Sono convinto che se le tracce presenti nei processi del 1974 fossero state seguite e sviluppate, non soltanto avremmo saputo di più sulle stragi già perpetrate, ma avremmo evitato stragi successive e contrastato assai più efficacemente il piano eversivo»
(Intervista al magistrato Giovanni Tamburino)

«La protezione accordata agli autori delle stragi non è avvenuta in forma episodica, ma all’interno di un rapporto organico di dipendenza e di un disegno strategico»
(Commissione Stragi, relazione dell’onorevole Colaianni)

Prima che il 1974 finisca, l’autorità giudiziaria di Milano viene dichiarata incompetente a proseguire l’inchiesta sulla strage di piazza Fontana: poi tocca a Padova, a cui viene tolta l’istruttoria sulla Rosa dei Venti per essere trasferita a Roma, dove sarà praticamente smantellata. Infine la Cassazione rivolge la sua attenzione anche a Torino, per sottrarre a quel giudice l’inchiesta riguardante le imprese dei seguaci del Fronte Nazionale di Borghese.

8. Introduzione: le protezioni e le impunità

Quali carabinieri?
Associazioni famigliari vittime per stragi
Il terrorismo e le sue maschere
Pendagron Edizioni, 1996

Fin dall’inizio gli autori e i mandanti della strage di piazza Fontana sono stati sicuri di non venire scoperti e portati a processo. Lo Stato italiano ha opposto immediatamente sulle inchieste il segreto di Stato, ha calato la carta degli omissis e gli effetti si sentono ancora oggi.

Il depistaggio viene attuato dai servizi segreti. Al centro del nostro apparato di sicurezza e protezione esiste una parte non fedele alle istituzioni dello Stato, una parte che piuttosto è al servizio di altre persone.

Ma in nessun luogo l’effetto della bomba è stato più dirompente che nella magistratura. Potere costituzionalmente apparentemente indipendente, la bomba dimostrò platealmente che non lo era. Appena imboccata la pista giusta, l’inchiesta venne tolta a Milano e trasferita a Roma. A Roma è stata insabbiata.

Avocazione, insabbiamento, legittima suspicione, porto delle nebbie, destinazione ad altro incarico, sostituto procuratore prudente: tutti questi termini sono entrati nel nostro linguaggio come parole normali.

Alla fine del percorso, tra alti e bassi, la sfiducia nella magistratura è uno dei dati più visibili del nostro Paese.

9. Introduzione: in molti sanno

Che cos’è questo golpe?
Pierpaolo Pasolini
Corriere della Sera 14 novembre 1974

Io so.

Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato golpe (e che in realtà è una serie di golpes istituiti a sistema di protezione del potere).

Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.

Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.

Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai personaggi comici o a dei personaggi grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli.

Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione come killer e sicari.

Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.

Nota: Pierpaolo Pasolini, autore del brano, verrà assassinato, in circostanze mai pienamente chiarite, al Lido di Ostia il 22 novembre 1975, un anno dopo aver scritto l’articolo, dal quale è tratto questo brano, sul Corriere della Sera.

10. La Confindustria

Il Piano Solo della Confindustria
L’Unità
13 gennaio 1991

Il 26 luglio 1964, a Milano, l’allora presidente della Confindustria Furio Cicogna chiese agli associati una “contribuzione straordinaria” pari a 4.000 lire per ogni dipendente.

La richiesta complessiva fu di 10 miliardi.

Una cifra imponente equivalente a più di cento miliardi attuali, e superiore di un buon 40% al bilancio annuale della stessa Confindustria. Ma la somma totale, almeno nelle intenzioni di Cicogna, sarebbe stata ben più alta: 32 miliardi di lire di allora. Per fare cosa?

Ufficialmente i soldi avrebbero dovuto essere spesi per una “operazione di immagine”. In realtà, l’enormità della cifra e la coincidenza, difficilmente casuale, con il “Piano Solo” del generale De Lorenzo, fanno pensare ad un coinvolgimento più o meno diretto dell’associazione degli imprenditori nei tentativi golpisti del generale dei carabinieri.

Insomma, anche la Confindustria aveva il proprio “Piano Solo”, o qualche cosa di molto simile.

Nota: vedere, al riguardo, anche il Brano n. 11

11. La Confindustria

Il Noto Programma
Antonio e Gianni Cipriani
Sovranità limitata
Edizioni Associate, 1991

La Confindustria per non aumentare il salario degli operai, non badava a spese. In quello stesso periodo investì una somma assai elevata, 32 miliardi di lire, per finanziare il Noto Programma, ossia la lotta al centrosinistra, preparata in accordo con gli Stati Uniti. Il 25 giugno 1964, infatti, il comandante delle forze Usa in Italia inviò un telegramma al responsabile delle forze Usa in Europa per rassicurarlo: era già in atto una grande operazione di destra per contrastare «l’attuale tendenza politica».

E ancora «I finanziamenti saranno forniti dalla Confindustria e dalla Confagricoltura».

Nota: vedere, al riguardo, anche il Brano n. 10

12. La Confindustria

I magnifici 20
Il manifesto
9 dicembre 1990

Edgardo Sogno dichiara di voler essere risarcito; definisce Berlinguer un «pericolo gravissimo per la democrazia», rivela i nomi dei suoi “magnifici 20” che «finanziati da Fiat, Confindustria, ministero della difesa e degli esteri avevano assunto l’impegno di sparare contro i traditori pronti a fare il governo con i comunisti».

Venti erano dunque i componenti dei “Comitati di resistenza democratica”, il cui obiettivo era «di impedire con ogni mezzo che il Pci andasse al potere, anche attraverso libere elezioni».

«Erano – racconta Sogno – Umberto Revelli, Angelo Magliano, Paolo Bricchetto, Stefano Porta, Adolfo e Cecilia Beria D’Argentine, Vittorio Baudi di Selve, Felice Mautino, Silvio Geuna, Aldo Geraci, Roberto Dotti, Antonio Borghesio, Ugo Colombo, Guglielmo Mozzoni, Agostino Bergamasco, Edoardo Visconti, Filippo Jacini, Giorgio Bergamasco, Napoleone Leuman, Ugo e Giancarla Mursia, Domenico Bartoli, Giovanni Sforza, Camillo Venesio e Marco Poma».

Nota: vedere, al riguardo, anche i Brani n. 13, 41, 45

13. Il gruppo Fiat

Sogno e gli Agnelli
Philip William
I burattinai
Tullio Pironti Editore, 1993

Negli anni cinquanta Sogno, affiancato da Luigi Cavallo, aveva fondato “Pace e Libertà” un movimento anticomunista. Nel 1971, Sogno fondò il “Comitato per la resistenza democratica”.

Stando ad un rapporto dei servizi segreti, Sogno avrebbe avuto l’appoggio della famiglia Agnelli fin dagli inizi, nonché aiuti finanziari dalla stessa Fiat, dall’Unione industriali di Torino e «probabilmente da Michele Sindona e dalla stessa Cia».

Una delle principali attività delle organizzazioni era lo spionaggio ai danni dei lavoratori della Fiat simpatizzanti di sinistra e la compilazione di dossier su di loro.

Questo era il compito di Cavallo, che veniva pagato sia dalla Fiat sia dall’Ufficio Ricerche economiche e industriali diretto dal colonnello Rocca.

L’obbiettivo dei progetti di Sogno avrebbe dovuto essere raggiunto nell’agosto 1974, con l’occupazione del Quirinale. Il piano non andò in porto. Sogno e Cavallo furono arrestati nel 1976 e accusati di cospirazione sovversiva.

Nota: vedere, al riguardo, i Brani n.12, 41, 45

14. Il gruppo Fiat

La Fiat e il colonnello Rocca
Gianni Flamini
Il partito del golpe, volume primo
Italo Bovolenta editore, 1981

27 giugno 1968. L’ex colonnello del Sifar Renzo Rocca viene trovato morto in un ufficio al sesto piano di un palazzo di via Barberini 86 a Roma. Fuori dalla porta una targhetta: «Fiat spa ufficio steccato». Rocca ha infatti lasciato l’ufficio Rei del Sifar esattamente un anno prima ed è stato assunto da Vittorio Valletta alla Fiat.

È il più clamoroso “suicidio di Stato” dell’Italia democristiana. Dall’ufficio di Rocca scomparvero documenti d’archivio relativi all’attività da lui svolta nell’interesse del Sifar. Documenti sui coinvolgimenti dei nostri servizi di sicurezza in «giochi sporchi» dei servizi segreti americani e della Nato.

Alla Commissione d’inchiesta si parlerà di «nuclei d’azione già preparati, tenuti pronti, finanziati principalmente da Valletta e allestiti per appoggiare possibili azioni. Il Sifar e il colonnello Rocca con i fondi particolari di cui il Rei, per i suoi contatti con ambienti economici di grande potenza, poteva disporre, pose in essere nella primavera-estate del 1964, e prima ancora nel 1963 in Piemonte e Liguria un’azione di reclutamento clandestino». Di questi gruppi civili, base strutturale dei “servizi paralleli”, si scoprirà ancora, in futuro, l’esistenza.

Nota: vedere, al riguardo, anche i Brani n. 13, 15, 16, 20

15. Il gruppo Fiat

La Fiat e la massoneria
Luigi Cipriani
Quel Marx di San Macuto
Fondazione Luigi Cipriani, 1993

Quel che è certo, lo ha dichiarato lo stesso Agnelli ai giudici, è che la Fiat ha finanziato abbondantemente la massoneria di Lino Salvini che, non dimentichiamolo fu messo sotto inchiesta per il golpe Borghese, per l’assassinio del giudice Occorsio e per la strage del treno Italicus. Sappiamo poi che attraverso Sogno, iscritto alla P2, i finanziamenti finirono anche alla loggia di Licio Gelli.

Dall’inchiesta del giudice Catelani emerse che la Fiat nel periodo fra il 1971 e il 1976, tramite la Banca Popolare di Novara, emise circa 3000 assegni per un valore di allora di circa 15 miliardi, una cifra enorme, tale da giustificare ben altri obiettivi che non il semplice finanziamento alla massoneria.

La conferma dell’emissione degli assegni venne anche dalle deposizioni di Luciano Macchia, condirettore dell’Ifi della famiglia Agnelli e di Maria Cantamessa, cassiera generale della Fiat e inquisita per il tentativo di golpe attribuito a Edgardo Sogno e Luigi Cavallo.

Nota: vedere, al riguardo, anche i Brani n. 12, 37, 38, 41, 45

16. Il gruppo Fiat

La Fiat e i “servizi” inglesi
Luigi Cipriani
Quel Marx di San Macuto
Fondazione Luigi Cipriani, 1993

Il 28 luglio 1974 durante il congresso del Pli, Sogno denunciò il pericolo di un golpe marxista e propose di attuare un colpo di stato liberale per prevenire i tempi Poco dopo, il 4 agosto 1974, avvenne la strage dell’Italicus.

Che molti aderenti al partito del golpe fossero al corrente di cosa bolliva in pentola è confermato dal fatto che il gran maestro della massoneria Lino Salvini invitò gli amici a non andare in ferie perché per l’estate era previsto un tentativo di golpe.

Il giudice Violante aprì un’inchiesta sui finanziamenti della Fiat all’agente dei servizi segreti inglesi Edward Sciclune, amico di Sogno e direttore della filiale Fiat di Malta, il quale nel 1982 darà ospitalità al generale Lo Prete in fuga dall’Italia per lo scandalo petroli.

Nota: vedere, al riguardo, anche i Brani n. 13, 14, 15, 22, 50

17. Gli imprenditori italiani

Armi per sparare ai comunisti
Roberto Faenza e Marco Fini
Gli americani in Italia
Feltrinelli, 1976

Il denaro verrà depositato nella Città del Vaticano. Verranno richiesti a ogni industriale immediati pagamenti dei rispettivi contributi, in modo che nessuno possa in seguito cambiare parere. Sono allo studio i mezzi per armare gruppi anticomunisti. Saranno comprate armi e, secondo il dottor Roccatagliata, toccherà a Tito Zanaboni l’incarico della distribuzione delle armi e dell’organizzazione dei gruppi armati della reazione. Per loro stessa ammissione le spese previste sono enormi, ma gli industriali sono disposti a finanziare l’avventura.

Questi sono i nomi di nove dei dieci industriali di Genova che hanno accettato di finanziare il movimento: Rocco Piaggio, Angelo Costa, Anselmo Foroni Lo Faro, Gerolamo Gaslini, Armando Piaggio, Enrico Piaggio, Lorenzo Bruzzo, Fortunato Merello, Cevasco, in rappresentanza delle Raffinerie di zucchero Eridania, che si è impegnato per non meno di 500 milioni.

Nota: vedere, al riguardo, anche il Brano n. 24

18. Gli imprenditori italiani

Finanziare squadre di uccisori
Roberto Faenza e Marco Fini
Gli americani in Italia
Feltrinelli, 1976

Di un rapporto riservatissimo indirizzato al centro romano del Pci, l’OSS manda a Washinton una copia completa. Vi si legge che industriali, uomini d’affari, latifondisti si stanno organizzando contro i comunisti da cui temono di venir espropriati. L’obiettivo è «eliminare dal mondo politico italiano tutti i filocomunisti; finanziare squadre di uccisori reclutandole tra ex fascisti e gangster di professione e utilizzandole per attentati ad alte personalità del governo o per stragi ai danni della popolazione civile, sotto false insegne che indichino come responsabili i comunisti»

«Il promotore del movimento sarebbe Francesco Odasso, consigliere delegato della Snia Viscosa. Gli altri aderenti: Enea Ramazzotti, Franco Marinotti (capo della Snia), Luigi Barzini junior, Giannalisa Feltrinelli, Filippo Sandoz, Pietro Rollino, Leonardo Albertini, Cristina Belli, Teresa Dettori, Mario Di Leva, Roberto Fasola, Claudio Longo, Luigi Salomone».

Nota: vedere, con riferimento a Franco Marinotti, anche il Brano II e III dell’Appendice

19. Gli imprenditori italiani

Monti, Riffeser e Dell’Amico
Giuseppe De Lutiis
Storia dei servizi segreti in Italia
Editori Riuniti, 1991

Frattanto, nel 1959, Dell’Amico aveva fondato un’agenzia di stampa, la Montecitorio, che avrebbe inaugurato uno stile informativo seguito poi da OP di Mino Pecorelli. Il Sifar in pratica aveva appaltato a Dell’Amico la costituzione di quei 34.000 fascicoli illegali che poi avrebbero costituito il centro di una indagine parlamentare.

Il giornalista rimase poi impigliato nelle indagini sulla strage di piazza Fontana per una lettera indirizzata a Bruno Riffeser, genero del petroliere Monti, nella quale diceva: «Ho versato, come d’accordo, 18.500.000 al giornalista Pino Rauti……». Al termine delle indagini, il pubblico ministero Alessandrini avanzò il sospetto che la lettera di Dell’Amico fosse falsa.

Il giudice D’Ambrosio nella sentenza istruttoria chiariva che ogni indagine «diretta a stabilire per conto di chi il Dell’Amico firmò la falsa lettera si risolverebbe in una indagine diretta a stabilire chi era alle spalle di Rauti nella strategia terroristica attuata dal gruppo eversivo nel 1969»

Nota: due persone coinvolte in questa vicenda morirono tragicamente: Bruno Riffeser suicida, Alessandrini assassinato.

20. Gli imprenditori italiani

Valerio e Pacciardi
Gianni Flamini
Il partito del golpe, volume primo
Italo Bovolenta Editore, 1981

Qualche giorno dopo (il 16 aprile) Rocca aveva scritto in un pro-memoria: «Ho visto ieri sera l’ingegner Valerio. Auspica una soluzione tipo Brasile. Gli ho segnalato l’opportunità di aiutare Pacciardi, come Pacciardi stesso mi aveva pregato di dire. Valerio è contrario perché ritiene che Pacciardi non abbia alcuna possibilità di successo e sarebbero denari sprecati».

Tuttavia il presidente della Edison (del quale in questo documento risultano la finezza politica e la passione per i gorilla) troverà qualche milione anche per Pacciardi. È chiaro che in questo momento il timer del golpe è scattato. Non a caso il “Piano Solo” fa il paio con l’incitamento di Pacciardi e dei suoi amici americani.

Su entrambe le iniziative splende il simbolo della Nato, una “rosa dei venti”.

Nota: vedere, al riguardo, anche il Brano n. 14

21. Gli imprenditori italiani

Gli assegni di Piaggio
Gianni Barbaceto
Il Grande Vecchio
Baldini & Castoldi, 1993

Nell’indagine a molte facce chiamata Rosa dei Venti c’è anche una pista finanziaria. Dal pagamento fatto a “Cip”, con un assegno, Tamburino risale a una banca di Genova. Chi aveva condotto tutte le operazioni?

Attilio Lercari, amministratore delegato della Gaiana, una società del gruppo Piaggio. Parte un mandato di cattura a carico di Lercari, con accuse pesanti: sovvenzione di banda armata, associazione sovversiva, falso in titoli di credito. Ma il manager, avvertito in tempo da qualche santo in paradiso, prende la via della fuga. Tamburino comunque non si ferma.

Da Lercari risale fino al suo padrone, il vecchio armatore e industriale genovese Andrea Maria Piaggio, che ha la fama di essere uno degli uomini più ricchi d’Europa. Tamburino fa arrestare l’industriale, in un coro di proteste dei giornali che lo accusano di mettere in galera come un criminale uno stimato imprenditore, un uomo ormai molto anziano.

Nota: vedere, al riguardo, anche i Brani n. 22, 23, 24, 31

22. Gli imprenditori italiani

La Rosa dei Venti della Mira Lanza
Gianni Flamini
Il partito del golpe, volume terzo, tomo II
Italo Bovolenta editore, 1982

10 giugno 1973. Piadena è un paesetto della provincia di Cremona. è stato scelto dal maggiore Spiazzi per facilitare l’incontro tra i rappresentanti della” ditta genovese”, che sono i finanziatori, e quelli dei “militari”. Quanto ai primi arrivano da Genova l’avvocato De Marchi, Edgardo Massa, funzionario della Mira Lanza e Attilio Lercari, uomo di fiducia dell’industriale Piaggio. Da Verona giungono il generale Francesco Nardella, il colonnello Ronaldo Dominioni e Roberto Cavallaro.

Durante la riunione si enunciano i piani dell’organizzazione e si discute del relativo finanziamento, concordato nella somma di 200 milioni di lire, di cui 20 milioni dovevano senza indugio essere destinati alla preparazione di attentati da compiere in Valtellina.

De Marchi subordina la concessione dei finanziamenti a «risultati concreti», come «l’attacco a una caserma o qualcosa del genere». I milioni verranno messi a disposizione, e i primi 20 saranno pagati il 22 giugno.

Nota: vedere, al riguardo, anche i Brani n. 21, 23, 24, 31

23. Gli imprenditori italiani

L’eversione di Tubino
Gianni Flamini
Il partito del golpe, volume terzo-tomo II
Italo Bovolenta editore, 1983

Intanto c’è bisogno dei quattrini promessi a Piadena.

La “ditta genovese”, secondo le migliori tradizioni del capitalismo nostrano, tiene i fondi in Svizzera. Gli affari vengono infatti amministrati a Losanna, in una villa a due piani («a disposizione dei cospiratori») di proprietà del genovese Giacomo Tubino, ex re del caffè latitante per truffa all’erario. A Losanna De Marchi e Tubino, assieme a un americano «non identificato», hanno costituito una società finanziaria che per “certe iniziative economiche” avrebbe dovuto sborsare circa 4 milardi.

Del sodalizio fa parte, a Madrid, anche Valerio Borghese. Si tratta, in sostanza, di una multinazionale dell’eversione. E infatti, confiderà De Marchi, «il finanziamento della cospirazione doveva provenire da una ditta americana con sede in Svizzera».

De Marchi andrà quindi a Losanna: Tubino «si dichiarerà pronto al finanziamento dell’iniziativa eversiva»

Nota: vedere, al riguardo, anche i Brani n. 21, 22, 24, 31

24. Gli imprenditori italiani

I golpisti di Genova
Gianni Flamini
Il partito del golpe, volume secondo
Italo Bovolenta editore, 1982

Il partito del golpe seguita a sollecitare simpatie e finanziamenti. Come, per esempio, in Liguria nel 1969.

«Il 12 aprile ultimo scorso a Genova, in una villa appartata a picco sul mare, sita in via Capo Santa Chiara 39, il noto comandante Valerio Borghese si è incontrato con l’armatore Cameli Alberto, con l’avvocato Meneghini Gianni, con il presidente Lagorio Serra Gianluigi e con il proprietario della villa, l’industriale Canale Guido»

Inizia così un rapporto del gruppo carabinieri di Genova inviato al comando dei carabinieri di Roma.

Uno dei tanti rapporti fantasma che verranno sepolti nei cassetti del potere. Di questo si scoprirà l’esistenza, per caso, solo alla fine del 1973, quando la magistratura romana che da anni si sta occupando senza risultati della storia golpista di Borghese verrà avvertita addirittura da un giornalista.

Nota: vedere, al riguardo, anche i Brani n. 17, 21, 22, 23

25. Gli imprenditori italiani

I soldi dei gladiatori
Walter Passerini
Corriere della Sera 14 novembre 1990

Dove prendevano i soldi tutti quei gladiatori?

Personalmente non ho prove che la grande impresa in Italia abbia finanziato servizi segreti deviati come Gladio. Posso però ricordare che vi sono sempre stati rapporti molto stretti tra la grande industria italiana, la Nato e gli americani che dopo aver vinto la guerra avevano una paura matta del comunismo.

I servizi segreti americani non hanno mai cessato di tenere gli occhi sulle nostre imprese. E lo fanno ancora oggi. Dalla fine della guerra ufficiali anglo-americani circolavano liberamente nelle aziende italiane. A metà degli anni’50 gli americani governavano le grandi imprese italiane.

Il principale punto di riferimento alleato per la grande industria italiana era James Angleton, il capo dell’Oss, il vecchio nome della Cia, in Italia. Era lui l’intermediario tra i maggiori gruppi industriali italiani e gli americani.
(Intervista a Pietro Bairati docente di storia economica all’Università di Torino)

Nota: vedere, al riguardo, anche il Brano n. 42

26. Il gruppo Cini

Il golpe di Montanelli
Rossana Rossanda
Il manifesto 19 dicembre 1998

Dunque nel 1954 il più venerato dei giornalisti liberali italiani, Indro Montanelli e la più folcloristica rappresentante della diplomazia americana Clara Boothe Luce, tessero una corrispondenza cospiratizia allo scopo di salvare l’Italia dall’inconbente dominio comunista.

Come? Reclutando «centomila bastonatori» per formare una associazione «terroristica segreta» e sostenere i carabinieri in un colpo di stato o addirittura farlo.

Per conto di chi? Degli industriali ex monarchici che consideravano troppo molle la Democrazia cristiana: il veneziano conte Cini, il Marzotto, il principe Lanza di Trabbia e alcuni altri personaggi «risoluti e di alta coscienza morale».

Nota: vedere, al riguardo, anche i Brani n. 27, 28, 29, 30

27. Il gruppo Cini

Centomila bastonatori
Italia contemporanea
Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia
settembre 1998, n. 212

«Noi dobbiamo creare questa forza.Quale? Non si può sbagliare, guardando la storia del nostro paese, che è quella di un sopruso imposto da una minoranza di centomila bastonatori. Le maggioranze in Italia non hanno mai contato: sono sempre state al rimorchio di questo pugno di uomini che ha fatto tutto con la violenza: l’unità d’Italia, le sue guerre e le sue rivoluzioni.

Questa minoranza esiste ancora e non è comunista.

è l’unica nostra fortuna. Bisogna ricercarla individuo per individuo, darle una bandiera, una organizzazione terroristica e segreta e un capo. Cini, come capo, non è adatto, e del resto egli stesso si rifiuterebbe di diventarlo. Egli potrebbe essere soltanto l’organizzatore finanziario e il “padre Giuseppe” del movimento».
(estratto della lettera inviata da Indro Montanellli all’ambasciatrice americana in Italia Clara Booth Luce il 6 maggio 1954)

Nota: vedere, al riguardo, anche i Brani n. 26, 28, 29, 30

28. Il gruppo Cini

L’entusiasmo del conte Cini
Italia contemporanea
Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia
settembre 1998, n. 212

Vittorio Cini è venuto da me ieri mattina, dicendo che aveva urgente bisogno di parlarmi. Doveva dirmi infatti che aveva fatto un rapido giro a Venezia, Torino, Genova e Milano, dove aveva preso parte a una riunione del cosiddetto “Comitato segreto” della Confindustria.

Lì aveva preso la parola per criticare con l’energia, che in lui si traduce spesso in violenza (il suo temperamento è dittatoriale), l’atteggiamento dei suoi colleghi industriali e particolarmente quello di Valletta. Subito dopo aveva avuto un lungo colloquio con Cicogna il quale, come mi aveva promesso, si è messo a sua disposizione. E insieme sono andati a trovare Faina, il capo della Montecatini, che ha aderito immediatamente al loro piano d’azione.

Questo è, cara signora, un Suo personale miracolo, e la prego di non lasciarlo a mezzo.
(estratto della lettera inviata da Indro Montanellli all’ambasciatrice americana in Italia Clara Booth Luce il 1 giugno 1954)

Nota: vedere, al riguardo, anche i Brani n. 26, 27, 29, 30, 10, 11, 12, 14

29. Il gruppo Cini

Gli eredi del conte Cini
Franco Scottoni
La Repubblica 19 febbraio 1985

Il marchese Vittorio Guglielmi Grazioli della Rovere, nipote ed erede del conte Cini, è stato arrestato domenica pomeriggio su mandato di cattura del giudice istruttore Gianfranco Viglietta.

L’inchiesta giudiziaria è incentrata sulle attività dei boss mafiosi Pippo Calò e Domenico Balducci.

Gli inquirenti hanno scoperto che numerose società, con sede a via del Gesù, in un palazzo del marchese Guglielmi, erano state costituite per illeciti affari.

L’infiltrazione mafiosa a Roma faceva capo a Pippo Calò. Stando a quanto sostengono gli inquirenti, con Calò lavorava come socio Domenico Balducci, il quale a sua volta era socio del marchese Guglielmi.

Un’altra attività del clan era la ricettazione di oggetti preziosi rubati o rapinati da alcune formazioni terroristiche di estrema destra.

Gli inquirenti hanno in mano numerose testimonianze di ” pentiti neri” come ad esempio Cristiano Fioravanti, Walter Sordi, Aldo Tisei e Paolo Aleandri.

Nota 1: il bos mafioso Pippo Calò è stato condannato in via definitiva come mandante della strage del “treno di natale rapido 904”.
Nota 2: vedere, al riguardo, anche i Brani n. 26, 27, 28, 30

30. Il gruppo Cini

Tutti gli uomini del conte Cini
Maria Antonietta Calabrò
Le mani della mafia
Edizioni Associate, 1991

Florent Rey Ravello era in affari con l’Ambrosiano, come Sindona, dagli inizi degli anni settanta.

Secondo quanto dichiarato da Ravello alle autorità elvetiche, l’Alphom Finance era di proprietà di Vittorio Cini, di Guido Zerilli, di Serafino Ferruzzi.

Ravello era fuggito in Svizzera nel 1979, in seguito allo scandalo Italcasse-Caltagirone nel quale fu coinvolto anche Domenico Balducci.

In base a quanto accertato dalla Criminalpol del Lazio, il finanziere italo-svizzero avrebbe avuto rapporti coi gruppi mafiosi “vincenti”: Carboni, Balducci, Calò.

Calò era stato condannato dalla Corte d’Assise e d’Appello di Firenze come mandante della strage sul rapido “904”.

Nota 1: il finanziere italo-svizzero Florent Lay Ravello ha iniziato la sua carriera come maestro-precettore in casa del conte Vittorio Cini. Diventandone poi fiduciario e prestanome per operazioni economiche-finanziarie.
Nota 2: vedere, al riguardo, anche i Brani n. 26, 27, 28, 29

31. Il gruppo Sindona

La Rosa dei Venti di Sindona
Gianni Barbaceto
Il Grande Vecchio
Baldini & Castoldi, 1993

Esiste davvero una Organizzazione mista militari e civili, più segreta dei servizi segreti, con compiti di destabilizzazione politica.

Tamburino procede. Cavallaro aggiunge che tra i finanziatori dell’Organizzazione c’è anche il banchiere Michele Sindona, che avrebbe sborsato miliardi.

Ma il finanziatore più generoso è un misterioso industriale americano che non verrà mai identificato.

L’istituto d’appoggio per le operazioni di finanziamento è la Finabak di Lugano.

Il giudice chiede alla Guardia di finanza un’indagine su Sindona. «Ma dottore», gli rispondono, «indagare su Sindona è come indagare sul Vaticano!» «Non ho insistito», racconta Tamburino. «Ma oggi dico: è stato un errore».

Nota 1: la Finabank, con sede centrale a Ginevra, era controllata da Michele Sindona e dallo Ior, la banca Vaticana. (vedere il Brano 51 dell’Appendice)
Nota 2: vedere, al riguardo, anche i Brani n. 21, 22, 23, 24, 33, 48, 49, 50, 52

32. Il gruppo Sindona

39 miliardi per l’assassinio di Aldo Moro
Corrado Stajano
Un eroe borghese
Einaudi, 1991

Sindona con un amico italo-americano, Mark Antonucci e con il generale dell’aereonautica degli Stati Uniti Sory Smith, già capo del gruppo consultivo dell’assistenza militare americana in Italia, acquista nel 1971 «The Rome Daily American», il quotidiano di lingua inglese stampato a Roma.

Con Antonucci, Sindona è socio della Brik’s Sekurmark, un istituto di vigilanza privata che nel 1979 subirà una rapina di 39 miliardi, dai contorni misteriosi e inquietanti, in cui sono coinvolte le Brigate rosse, la malavita romana, i servizi segreti italiani e che ha attinenze con il sequestro e l’assassinio di Aldo Moro.

Nota: vedere, al riguardo, anche i Brani n. 31, 33, 34, 35, 36, 48, 49, 50, 51, 52

33. Il gruppo Sindona

Sindona, la Finabank, i colonnelli greci e la Cia
Corrado Stajano
Un eroe borghese
Einaudi, 1991

Sindona è il finanziere che ha amicizie nell’entourage del presidente Nixon, è uomo di fiducia della Cia americana.

Prima del colpo di Stato del 21 aprile 1967 in Grecia, la Finabank di Ginevra fa un prestito di 4 milioni di dollari a una società collegata con i colonnelli protagonisti del golpe, la Helleniki Tekniki, prestito garantito dalla Banca Centrale Greca che in seguito negherà di averlo ricevuto.

E la Continental Bank of Illinois accredita anch’essa fondi della Cia all’Uranya Hellas, vicina ai colonnelli greci, tramite la Banca Privata Finanziaria: Sindona, nel 1979, tenterà senza esito di ricattare l’amministrazione americana minacciando rivelazioni per evitare l’estradizione in Italia.

Nota 1: la Finabank, con sede centrale a Ginevra, era controllata da Michele Sindona e dallo Ior, la banca Vaticana.
Nota 2: la Banca Privata Finanziaria è la banca milanese controllata da Michele Sindona e soci.
Nota 3: vedere, al riguardo, anche i Brani n. 31, 32, 34, 35, 36, 48, 49, 50, 51, 52

34. Il gruppo Sindona

Sindana e le operazioni “coperte” della Cia
Corrado Stajano
Un eroe borghese
Einaudi, 1991

E nel 1972, Sindona fa da missus tra la Cia e il generale Vito Miceli, capo del Sid: lo rivela nel 1976 la Commissione d’inchiesta del Congresso americano che indaga sulle attività «coperte» della Cia, presieduta da Otis Pike.

A Miceli vengono consegnati 11 milioni di dollari da distribuire, come sostegno elettorale, a 21 uomini politici italiani di fede e di apparteneza anticomunista.*

* Tana De Zulueta in «The Sunday Times», 6, 13, 20, 27 gennaio e 3 febbraio 1980.
* Roberto Faenza e Marco Fini, Gli americani in Italia, Feltrinelli, Milano 1976.
* Corrado Stajano e Marco Fini, La forza della democrazia, Einaudi, Torino 1977.

Nota: vedere, al riguardo, anche i Brani n. 31, 32, 33, 35, 36, 38, 39, 40, 42, 41, 48, 49, 50, 51, 52

35. Il gruppo Sindona

Sindona e la Nato
Gianni Flamini
Il partito del golpe, volume secondo-tomo II
Italo Bovolenta Editore, 1985

Bordoni verrà arrestato e chiuso nel carcere di Caracas, dove non risparmierà duri apprezzamenti e compromettenti rivelazioni sul conto dell’ex amico Sindona.

«Cercherò fin quando posso di non venire a Milano. Dovrei dire tutta la verità e si verificherebbe una situazione estremamente difficile per i partiti, nel corpo della Guardia di finanza e nella stessa Nato. Sindona ha finanziato ininterrottamente il massimo esponente dello scacchiere italiano.

Lo scopo di questi finanziamenti era quello di mettere a disposizione di questo alto dirigente i mezzi finanziari necessari per realizzare un colpo di stato».

Nota: vedere, al riguardo, anche i Brani n. 31, 32, 33, 34, 36, 48, 49, 50, 51, 52

36. Il gruppo Sindona

Il patriottismo di Sindona e della mafia
Giuseppe Ferrara
Mafia e spie
Nova Cultura Editrice, 1990

È possibile che la permissività, la compiacenza apparentemente inspiegabile che autorità di ogni grado hanno concesso a gangster come Luciano e Adonis e a bancarottieri come Sindona e Calvi, nasconda una programmazione ad altissimo livello, dove i grandi redditi della mafia, divenuta un’industria multinazionale, vengano convogliati (e quindi contollati) nell’ambito delle operazioni di spionaggio.

Ancora una volta si verifica uno scambio tra malavita organizzata e Stato, un cinico dare e avere, con la solita giustificazione della salvezza dell’occidente, dove i criminali mafiosi non solo possono avere il loro tornaconto, ma possono anche fregiarsi di diplomi patriottici.

Nota: vedere, al riguardo, anche i Brani n. 6, 7, 29, 32, 46, 48, 49, 50, 51, 52

37. Il gruppo Gelli

Gelli e le “cellule nere”
La Repubblica 3 dicembre 1987

Sei anni di reclusione. è questa la condanna chiesta ieri sera per Licio Gelli, accusato di sovvenzione di banda armata, dal pubblico ministero Pier Luigi Vigna al processo in corso davanti alla Corte d’Assise di Firenze, per l’attività delle “cellule nere” in Toscana tra la fine del 1973 e i primi del 1975 e per l’attentato al treno”Palatino”, compiuto il 21 aprile del 1974 nei pressi della stazione di Vaiano in provincia di Firenze.

Secondo Vigna il processo «ha provato, al di là di ogni dubbio» che Gelli concesse nella primavera del ’74 un finanziamento di una ventina di milioni ad Augusto Cauchi che furono utilizzati per acquistare una partita di armi ed esplosivi.

Gelli ha fornito quei soldi al gruppo di Cauchi perché «sapeva che esso era collegato ad altri gruppi che puntavano chiaramente a provocare un golpe». Una strategia che, secondo il pubblico ministero, perseguivano le cellule neofasciste toscane: stragi e attentati indiscriminati per spianare la strada al golpe. «Una strategia – ha detto Vigna – di chiaro attentato alla costituzione dello Stato»

Nota: vedere, al riguardo, anche il Brano n. 38

38. Il gruppo Gelli

Gelli e la Cia
Philip Willan
I Burattinai
Tullio Pironti Editore, 1993

Nell’intervista Rai, Brenneke, quarantottenne proprietario di una agenzia immobiliare a Lake Oswego, nell’Oregon, sedicente collaboratore della Cia , del Mossad e della dogana americana, disse che era entrato in contatto per la prima volta con la P2 nel 1969 e che aveva eseguito personalmente dei pagamenti alla loggia da parte della Cia. L’ammontare della somma era variabile da un milione a più di dieci milioni di dollari al mese.

I soldi, affermava Brenneke, venivano usati per finanziare il traffico di droga e il terrorismo. «Li usavamo per creare una situazione che avrebbe favorito l’avanzata del terrorismo in Italia e in altri paesi europei nei primi anni settanta. Si trattava di attività importanti, dal momento che alcuni governi caddero a causa loro».

Aggiunse di aver lavorato a contratto con la Cia e che Gelli aveva fatto altrettanto.

Nota: vedere, al riguardo, anche i Brani n. 34, 39, 40, 41, 42

39. Gli Usa e la Cia

La Cia e Mani pulite
Maurizio Torrealta
Rai, Tg 3 29 novembre 1996, ore 19

Agli atti dell’inchiesta del giudice Salvini sul terrorismo neofascista compare un rapporto dei Ros nel quale vengono riportate le rivelazioni di Carlo Rocchi. Un uomo che avrebbe lavorato – a detta del Sismi – per la Cia fino al 1985, e secondo gli inquirenti anche in fase successive. Carlo Rocchi racconterebbe di un forte interesse della Cia nei confronti del pool di Mani pulite.

La prima domanda che viene da porsi è se l’informativa dei Ros e il racconto di Carlo Rocchi sono veri o depistanti, ma se fossero veri è dunque ipotizzabile almeno nelle operazioni finanziarie più grosse e strategiche avvenute nel nostro Paese un interesse della Cia nella produzione di fondi neri avendo il congresso americano il controllo dell’Agenzia solo attraverso l’erogazione dei fondi legittimi.

Nota: vedere, al riguardo, anche i Brani n. 34, 38, 40, 41, 42

40. Gli Usa e la Cia

I finanziamenti americani
Gianni Barbaceto
Il Grande Vecchio
Baldini & Castoldi, 1993

«Ci avete sconfitti, ma adesso sappiamo chi siete».

Mancuso ripete il suo slogan come una sfida.

«Tutti noi che ci siamo occupati delle stragi e dei poteri occulti, da Stiz a Tamburino, da Colombo a Casson a tanti altri, ne siamo usciti con le ossa rotte. Abbiamo lavorato in condizioni difficili, in un clima di aggressioni inaudite».

«Noi con le nostre indagini, abbiamo capito che la nostra è una democrazia limitata, con forti condizionamenti dall’esterno. Con ogni mezzo si è impedito qualunque processo di mutamento degli equilibri di potere in Italia. Tutti i tentativi eversivi avvenuti nel nostro Paese hanno avuto alle spalle le Forze armate, i servizi di sicurezza, la massoneria e i finanziamenti americani. Questo e il filo nero di questi nostri anni, coperto da segreti di stato, menzogne, attacchi, processi insabbiati, conoscenze disperse».

Nota: vedere, al riguardo, anche i Brani n. 6, 7, 34, 38, 39, 41, 42

41. Gli Usa e la Cia

Sogno e la Cia
Claudio Gatti
Rimanga tra noi
Leonardo, 1991

«Quando la Fiat ci tagliò i finanziamenti, decisi di andare in America a chiedere aiuto al vecchio amico Allen Dulles, allora capo della Cia. Lui non si impegnò. Disse solo che ci avrebbe pensato» riferisce Sogno «Qualche tempo dopo ricevetti una telefonata da Alfredo Pizzoni, presidente del Credito Italiano a Milano, avevamo fatto insieme la Resistenza. Mi convocò nel suo ufficio e mi disse “Eddy, ti devo dare una busta”. La presi in mano, la aprii e trovai i primi finanziamenti di Dulles. Da allora Pizzoni continuò a svolgere questo ruolo di tramite consegnandomi sempre cifre che variavano tra i 5 e i 15 milioni di lire»

Alla Cia e all’ambasciata di via Veneto Sogno interessava soprattutto per la sua funzione propagandistica. La medaglia d’oro della Resistenza è però costretto dagli eventi a servirsi dei neofascisti Pace e Libertà; si trovò col tempo a dover dipendere da attivisti missini.

Nota: vedere, al riguardo, anche i Brani n. 12, 13, 34, 38, 39, 40, 42, 45

42. Gli Usa e la Cia

Gladio e la Cia
Marcella Andreoli
Panorama 14 luglio 1991

«I finanziamenti regolari per i corsi dei gladiatori cominciarono nel 1957 da parte degli americani» ha rivelato il generale Luigi Tagliamonte, già capo cassiere del Sifar, amico del generale De Lorenzo. I soldi americani arrivavano ogni trimestre «circa 15 milioni» (valore del 1957) che il generale erogava ai capi di Gladio.

«Ritengo che tali somme fossero di provenienza Cia, anche se a me veniva sempre detto, genericamente, che erano fondi americani». I quattrini venivano utilizzati per organizzare corsi durante i quali i gladiatori venivano addestrati «nel caso in cui ci fosse stata un’invasione», ma anche «nel caso in cui vi fossero stati moti di piazza e tentativi di sovvertimento delle istituzioni».

«Gli americani erano contenti di Gladio, ricordo che i funzionari Cia, che frequentavano l’ambasciata americana a Roma si dicevano assai soddisfatti di come erano organizzati i gladiatori»

Nota: vedere, al riguardo, anche i Brani n. 25, 34, 38, 39, 40, 41

43. La grande finanza

L’omicidio di Pio la Torre
Nicola Tranfaglia
La mafia come metodo
Laterza, 1991

L’omicidio di Pio la Torre sarebbe stato eseguito in attuazione di un disegno criminoso maturato in ambienti nei quali mafia, terrorismo politico e grossi interessi finanziari ed economici si fondono nell’intento di porre ostacoli a quei movimenti progressisti che propugnano la libertà dell’uomo dallo strapotere economico-finanziario che lo soffoca.

Nota: vedere, al riguardo, anche i Brani n. 3, 28, 36, 44, 45, 46, 47

44. La grande finanza

L’omicidio di Aldo Moro
Emanuele Macaluso
L’Unità 26 settembre, 1992

Caso Moro. «Noi siamo tra coloro che non hanno mai creduto che a rapire e ad uccidere il presidente della Dc siano state le Brigate Rosse che organizzarono l’infame impresa.

Abbiamo sempre pensato che gli autonomi obbiettivi politici delle Br coincidessero con quelli di potenti gruppi politico-affaristici, nazionali ed internazionali, che temevano una svolta politica in Italia».

Nota: vedere, al riguardo, anche i Brani n. 3, 28, 36, 43, 45, 46, 47

45. La grande finanza

Per Sogno consensi trasnazionali
Gianni Flamini
Il partito del golpe, volume secondo Italo
Bovolenta editore, 1982

Non è certo casuale il fatto che il 27 settembre 1970, mentre Nixon arriva in Italia, si svolga nella solita villa di Guglielmo Mozzoni a Biumo di Varese un nuovo incontro di Sogno e amici. Anche questa volta partecipano uomini politici, industriali, ex partigiani anticomunisti.

Le linee eversive, in sostanza, hanno programmi già sufficientemente definiti. Il colpo di stato militare è praticamente pronto, mentre quello politico ha altre scadenze già fissate. I progetti, approfittano della presenza in Italia di Nixon e della sua corte.

Consensi devono certo ottenerne. Nel dicembre 1970 il Fronte Nazionale passerà all’azione; a sua volta, come scriverà un giudice, citando un tardivo rapporto del SID, i Comitati di Resistenza Democratica di Sogno ricevono «appoggi dall’alta finanza italiana, europea, americana»

Nota 1: Atti dell’inchiesta del giudice istruttore di Torino dottor Luciano Violante
Nota 2: vedere, al riguardo, anche i Brani n. 12, 13, 41, 42

46. La grande finanza

Le stragi del 1992 e 1993
Guido Ruotolo
Il Manifesto 8 agosto, 1996

Anche per Caltanisetta lo scenario delle stragi del 1992-93 chiama alla memoria “la strategia della tensione” degli anni ’60-’70. Il procuratore Tinebra svela che, per la prima volta, c’è un pentito che ha parlato del misterioso attentato alla villa dell’Adduara di Giovanni Falcone (giugno 1989).

Il procuratore Tinebra, da alcuni giorni, attraverso interviste e interventi, e il procuratore di Firenze, Vigna, insistono nel delineare l’identikit dei mandanti occulti delle stragi di Milano, Firenze e Roma: massoneria, servizi segreti, eversione nera, poteri trasversali che avevano l’intento di destabilizzare il quadro politico.

Nota: vedere, al riguardo, anche i Brani n. 3, 28, 36, 43, 44, 45, 47

47. La grande finanza

Il mondo finanziario internazionale
Giuseppe D’Avanzo
La Repubblica 2 agosto, 1993

Vertice a Roma dei questori nell’agosto del 1993.

Il nemico senza volto che colpisce il cuore delle città italiane spaventa il governo. Mancino ha definito il momento attuale come «il più grave nella storia della Repubblica. Mai – dicono al Viminale – un ministro dell’interno aveva usato espressioni così preoccupate e mai quella preoccupazione è stata così ampiamente condivisa».

Era stato, infatti, più di un giudice a parlare di una «criminalità che da anni è in simbiosi con il terrorismo nero e le strutture di potere conservativo avallate dalla massoneria internazionale».

Era stato il procuratore antimafia Bruno Siclari a benedire quest’ipotesi:

«C’è un insieme di forze e di poteri che hanno interessi in comune. Schegge impazzite dei vecchi servizi segreti, il mondo affaristico legato alla P2, quello affaristico e finanziario internazionale»

Nota: vedere, al riguardo, anche i Brani n. 3, 37, 38, 43, 44, 45, 46, 52

48. Appendice

Note sul gruppo Sindona
Eugenio Scalfari
La Repubblica 22 giugno, 1982

Ambrosoli fu ucciso non certo perché sosteneva alcune soluzioni piuttosto che altre nella liquidazione del fallimento Sindona.

Fu ucciso perché studiando con scrupolosa attenzione le carte di quel crack, era arrivato al punto di «capire». Ambrosoli aveva capito chi c’era veramente dietro Sindona, qual’era la struttura vera dell’Organizzazione multinazionale della quale Sindona era soltanto uno dei modesti e periferici terminali.

Aveva, Ambrosoli, penetrato alcuni misteri più esplosivi della dinamite, i misteri del riciclaggio del denaro proveniente dalla droga, dai sequestri, dal contrabbando, e i circuiti bancari e finanziari che quegli immensi capitali del crimine percorrevano con assoluta sicurezza.

Per questo Ambrosoli è stato ammazzato come un cane a Milano, sulla porta di casa.

Nota: vedere, al riguardo, anche i Brani n. 31, 32, 33, 34, 35, 36, 49, 50, 51, 52

49. Appendice

Note sul gruppo Sindona
Andrea Di Stefano
La Repubblica 29 marzo, 1999

Il ruolo chiave di Guido Severgnini tra i soci minori di Mediobanca.

L’uomo assomiglia per molti aspetti al “grande vecchio” di via Filodrammatici. Guido Severgnini, commercialista milanese, depositario dei segreti più o meno confessabili delle famiglie della finanza italiana ha organizzato, assieme a lui, l’ingresso di un piccolo plotone di imprenditori nel patto di sindacato di Mediobanca.

Severgnini è stato a lungo uno sconosciuto al grande pubblico. Agli onori della cronaca è arrivato solo a causa di Antonio Di Pietro: il figlio Oreste che insieme al fratello Mario ha rilevato l’attività del padre, venne arrestato nell’estate del 1994 nell’ambito dell’inchiesta sulle tangenti alla Guardia di finanza.

Un momento di notorietà che allo studio Severgnini ricordano come un incubo, considerando che Guido Severgnini era riuscito a sfuggire all’attenzione della grande stampa anche nei momenti più difficili della sua lunga e onorata carriera, quando cominciarono i guai del suo ex collega di studio, il bancarottiere siciliano Michele Sindona.

Dallo studio Severgnini sono passati anche i segreti del defunto patron della Snia, Franco Marinotti.

Nota: vedere, al riguardo, anche i Brani n. 18, 31, 32, 33, 34, 35, 36, 48, 50, 51, 52

50. Appendice

Note sul gruppo Sindona
Giuseppe Ferrara
Mafia e spie
Nuova Cultura Editrice, 1990

Dunque prima Lucky Luciano, poi Joe Adonis sono i grandi referenti di Sindona per quanto riguarda la sua ascesa di banchiere mafioso; ma, lo abbiamo già visto, il suo lato di banchiere spia non è meno ricco di amici influente decisivi. Sarà proprio un collaboratore di John Mc Cafferry, capo dello spionaggio inglese durante la guerra, Franco Marinotti, divenuto intanto presidente dell’importante industria Snia Viscosa, ad aprire la strada finanziaria di Sindona.

Sarà Marinotti a presentare Sindona a Ernesto Moizzi, il proprietario di una piccola banca che lavorava per la Snia Viscosa, la Banca Privata Finanziaria, nella quale il siciliano si infiltrerà e ne diverrà il padrone.

Nota: vedere, al riguardo, anche i Brani n. 18, 31, 32, 33, 34, 35, 36, 48, 49, 51, 52

51. Appendice

Note sul gruppo Sindona
Consolato Generale d’Italia
Ginevra 3 agosto 1972

Il sottoscritto Mario Olivero agendo nella sua qualità di unico amministratore, legale rappresentante della Coridion Financial Corporation S.A. con sede in Ginevra, socia accomandante della Omicron S.A.S., con sede in Milano, dichiara di nominare, come col presente atto nomina e costituisce in procuratore speciale della suddetta Coridion Financial Corporation S.A. il dottor Oreste Severgnini affinché in nome e per conto della società mandante abbia ad intervenire all’atto notarile col quale verrà proceduto alla messa in liquidazione della società Omicron S.A.S. con la conseguente nomina del liquidatore.
M. J. Baumgartner notaire, Genève 3 aout 1972

Nota 1: Mario Olivero era il direttore generale della Finabank di Michele Sindona, Oreste Severgnini è socio di Mediobanca (vedere i Brani n. 31, 33)
Nota 2: vedere, al riguardo, anche i Brani n. 32, 34, 35, 36, 48, 49, 50, 52

52. Appendice

Note sul gruppo Sindona
Roberto Fabiani
I massoni in Italia
I libri dell’Espresso, 1978

Nessuno sa spiegare come potessero convivere nella stessa organizzazione e in spirito di fraternità personaggi che si odiavano a morte come Cuccia e Sindona, Aloja e De Lorenzo, ognuno dei quali avrebbe voluto assistere alla rovina dell’altro e le cui lotte avrebbero segnato non solo la cronaca, ma addirittura la storia d’Italia. Alla

“Giustizia e Libertà” facevano le cose per bene e ogni fratello iscritto aveva il suo codice, vagamente somigliante al codice fiscale.

Nota 1: Quasi tutti gli iscritti della loggia massonica segreta Giustizia e Libertà, alla quale il Brano fa riferimento, sono confluiti nel 1973 nella loggia massonica segreta Propaganda 2 (P2) di Licio Gelli.
Nota 2: vedere, al riguardo, anche i Brani n. 31,32, 33, 34, 35, 36, 48, 49, 50, 51

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2 risposte a “I SOLDI DELLE STRAGI”

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