Archivio | ottobre 12, 2011

DA GAZA, IL DIARIO DELLA TENDA – Sciopero della fame di chi sta fuori dal carcere in solidarietà con i palestinesi nelle carceri israeliane

Sciopero della fame di chi sta fuori dal carcere in solidarietà con i palestinesi nelle carceri israeliane

mercoledì 12 ottobre 2011

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Questo ve lo mando come urgente, perchè sono successe cose che bisogna raccontare in fretta. Tre persone, tra chi fa lo sciopero della fame qui a Gaza in solidarietà con i prigionieri, in questo momento si trovano in ospedale.

Appena sono arrivata alla tenda questa mattina, c’era Majed el Ajar che dormiva (già vi ho parlato di lui, è quello che, felicissimo per avere il supporto di suo padre, gli ha baciato la mano e portata alla fronte in segno di rispetto). Strano dormisse di mattina, do solito è sempre molto attivo! Ho pensato che potesse stare male, ma non mi sono preoccupata perchè era comunque circondato da tante persone che si prendevano cura di lui. Sono entrata nell’atrio della croce rossa, luogo più protetto dove ci sono più donne, ed ho visto alcuni compagni che portavano al riparo Nidal Abujazer. Già vi ho raccontato di lui, suo fratello è in carcere e lui si prende cura della nipote la cui madre è morta, ricordate? L’hanno steso su una panca, hanno cominciato a massaggiargli il torace. Gli hanno buttato acqua fresca sulla faccia. Lui piangeva, a tratti, e a tratti aveva uno sguardo vuoto. In molti gli si sono fatti attorno, portando acqua e cercando di fare il possibile. Ci ho messo parecchio prima di capire perchè stesse piangendo, a cosa fosse dovuto lo shock. Lo shock era dovuto al fatto che negli accordi tra Hamas ed i sionisti non è più prevista la liberazione del loro leader, Akhmad Sa’adat. Me lo ha spiegato Maher, mentre due lacrime gli solcavano le guance. In pratica, la delusione per il fatto che sia stato usato Shalit, l’unica merce di scambio disponibile, per un accordo che non prevedeva la liberazione ne’ di Sa’adat ne’ di Barghouti ha causato lo shock. Dopo poco è entrato anche Majed, anche lui stava piangendo, la testa dondolava a destra e sinistra. Si è seduto e ha preso in grembo la testa di Nidal, e, mentre qualcuno cercava di massaggiare il petto di Nidal, qualcun altro massaggiava il petto di Majed. Li hanno portati entrami all’ospedale Shifa. Mi hanno spiegato che Majed si era sentito male anche durante la notte…poche ore prima mi stava insegnando arabo!

Sono uscita. Ghassan stava disteso. Anche Ghassan, come Majed, è di solito molto attivo. Però sono entrambi magrissimi, e di sicuro perdere peso non è la cosa più salutare per loro. Hanno entrambi vent’anni. All’inizio non sembrava Ghassan stesse troppo male, poi ha cominciato a dare chiari segni che era solo parzialmente cosciente. Allora lo hanno bagnato con no straccio umido, gli hanno dato da bere con il tappo della bottiglia, poi finalmente è arrivata l’ambulanza ed hanno portato anche lui all’al-awda. Poco dopo, hanno portato allo stesso ospedale anche Ramz El Halaby, entrambi sono sotto flebo.
È appena arrivata un’amica che mi ha chiesto: allora, sei contenta? Avete vinto! (faceva riferimento agli accordi tra hamas ed i sionisti) Io le ho risposto: no non abbiamo vinto. Non sono contenta, sono triste ed arrabbiata. Ci sono i miei amici in ospedale.

Fine dell’isolamento e di tutte le forme di punizione collettiva, medicine per i carcerati e diritto alle famiglie di visitare i propri prigionieri. Diritto ad un’istruzione in carcere, diritto ad avere libri e giornali. Niente mani legate durante gli sporadici colloqui. Per tutti i prigionieri. Tutti. Per favore, fate tutto quello che in vostro potere perchè le richieste dei prigionieri (che sono davvero il minimo possibile) vengano supportate…
Aggiornamento h.13.30: ho appena sentito Maher dall’ospedale che mi ha rassicurata, le condizioni degli amici palestinesi ricoverati stanno migliorando.

Pubblicato da Silvia Todeschini a 1:59 PM 0 commenti

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Diario dalla tenda numero 3

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Ieri mattina è stato il momento delle donne: circa 30 di esse si sono unite allo sciopero della fame. Ogni lunedì madri sorelle e mogli dei prigionieri si trovano alla croce rossa per mantenere alta l’attenzione sui loro cari. Ieri, l’usuale sit-in era particolarmente popolato, ed in 30 hanno deciso di cominciare lo sciopero della fame. Tra queste c’è Taragi, il cui marito è in carcere da quasi 6 anni. Viene da Khuza’a, la sua casa si trova a poche centinaia di metri dal confine, ed ha allevato da sola le sue 5 figlie. Adesso una è sposata e tra qualche mese avrà un bambino, un’altra si sposerà a giugno quando il padre uscirà di galera, e le altre vanno a scuola con ottimi risultati. Racconta che, quando era ancora autorizzata ad andarlo a trovare, nel 2005, era costretta a passare attraverso numerosi ed umilianti controlli, le sue figlie dovevano spogliarsi completamente di fronte alle soldatesse “mi faceva sentir male vedere le mie figlie nude di fronte alle militari israeliane, te come ti sentiresti?”. Passato Erez dovevano attraversare altri interminabili check point, dove dovevano aspettare per ore sotto il sole, “non venivamo trattate come esseri umani”. Una volta arrivata alla prigione, dopo tutte queste traversìe, si trovava a poter vedere il marito solo attraverso un vetro, e potergli parlare solo attraverso un telefono, ovviamente controllato, la cui linea veniva tagliata a piacere dei secondini. “Mio marito veniva picchiato di fronte ai nostri occhi, di fronte agli occhi delle mie figlie. Immagina come dovevano sentirsi questa bambine!”
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La cosa bella di chi sciopera è che non esplicita l’appartenenza a nessun partito politico. La maggior parte di essi sono dal Pronte Popolare, ma ci sono anche persone del Fronte Democratico, di Fatah e della Jihad Islamica; nonostante ciò nessuno porta addosso simboli de proprio partito, o sciarpe o oggetti facenti riferimento alla propria appartenenza politica. A chi non segue queste regole vengono temporaneamente sequestrate le bandiere all’ingresso e restituite all’uscita. Ieri c’è stata anche un’accesa discussione su delle magliette che qualcuno avrebbe dovuto regalarci: voleva metterci la foto di Akhmad Sa’adat, però i ragazzi si sono rifiutati chiedendo che venisse messa la foto di tutti i leader in carcere, di tutti i partiti.
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Raccontavo ai ragazzi di quello che stava succedendo in Italia, ed erano contenti di sapere di non essere soli, sicuramente la solidarietà attiva è quello che ci vuole. Ecco quello che raccontavo loro: che chi è in sciopero della fame vuole fare dei banchetti per renderlo visibile (probabilmente sarà intorno al 22-23), e oltre alle manifestazioni di Roma e Milano (di cui già vi ho accennato) è previsto un presidio al campidoglio ogni lunedì a partire dal 17 con le foto di detenuti, e racconti di storie degli stessi prigionieri. Qualcuno sta considerando pure di fare banchetti davanti alle varie sedi della croce rossa in italia, con persone che portino avanti lo sciopero della fame e che facciano sensibilizzazione. Le manifestazioni in supporto dei prigionieri nei territori del ’48 sono state represse con l’uso di lacrimogeni ed è uscito un appello della campagna BDS per intensificare le azioni di boicottaggio in supporto delle richieste dei prigionieri. Intanto in tantissimi hanno accolto l’appello per uno sciopero della fame di un giorno per oggi (scusate se lo scrivo in ritardo, ma lo ho saputo tardi pure io).
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La sera, poi, è arrivata la notizia: Hamas è giunto ad un accordo per la liberazione di Gilad Shalid in cambio di 1000 (o più) prigionieri palestinesi. Tutti erano felici. Pensavano che anche Sa’adat sarebbe stato liberato, anche Marwan Barghouti. Quando alla radio c’era il discorso di Netanyahu che confermava il raggiungimento dell’accordo, sembravano soddisfatti. D’altronde, chi non sarebbe contento della liberazione di 1000 prigionieri? Dai minareti i muezzin esultavano, c’erano petardi, gente che sparava in aria…mentre qualche amica qui di Gaza, testarda, scriveva su twitter “ma noi stiamo ancora pensando a tutti quelli che stanno in carcere, che non sono ancora liberi, vero?” e poi: “non festeggerò fino a che non saranno liberi tutti.”
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Vorrei concludere con una precisazione: lo scambio da parte del governo di Hamas del prigioniero di guerra Gilad Shalid (sequestrato nel 2006 tramite un’operazione congiunta di diversi bracci armati) in cambio di 1000 o più prigionieri non ha nulla a che vedere con lo sciopero portato avanti dai detenuti all’interno delle carceri per il miglioramento delle loro condizioni di vita. I nomi di chi verrà liberato sono ancora avvolti nel mistero, all’inizio si pensava ci fossero anche Barghouti e Sa’adat, mentre ora sembra di no. Qui non mi dilungherò oltre su questo argomento perchè, come mostrato più volte, in questo blog mi concentro sulle lotte della gente, quelle “dal basso” qualunque cosa voglia dire, piuttosto che sugli accordi di qualche partito con i sionisti. (sui quali potete farvi la vostra idea da soli)
Lo sciopero della fame continua, fino a che non verranno ascoltate le richieste dei prigioneri.
Pubblicato da Silvia Todeschini a 10:08 AM 0 commenti

martedì 11 ottobre 2011

diario dalla tenda numero 2

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NOVITÀ
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Qualche buona notizia: in italia sono stati organizzati almeno 2 sit-in, uno a Milano per il 22 pomeriggio, dalle 17 alle 18.30 in piazza dei Mercanti, ed uno a Roma, il 14 Ottobre dalle 15 davanti all’ambasciata israeliana. So che altri stanno organizzando altri sit-in però non ho ancora ricevuto conferme. Poi, oltre ad Enzo ed Elena, anche Serena (tutti di Udine) sta portando avanti lo sciopero della fame. Intanto, anche nei territori del ’48 e precisamente ad Haifa, 8 attivisti pro-palestina sono in sciopero della fame da sabato.
Poi un paio di novità poco carine: oggi ci sono stati i colloqui tra i rappresentanti dei prigionieri e le autorità cercerarie che si sono risolti in un nulla di fatto. I carcerati minacciano nei prossimi giorni di eliminare anche l’acqua e il sale se le loro richieste rimanessero inascoltate, speriamo non accada. Le condizioni dei Ahmad Sa’adat, leader del PFLP in carcere ed in isolamento da diversi anni e che ha aderito allo sciopero della fame si sono piuttosto deteriorate: secondo avvocati che sono riusciti a visitarlo l’eliminazione del sale da parte delle autorità carcerarie gli provoca vomito, il proseguire dello sciopero che ha iniziato 12 giorni fa potrebbe portare alla perdita del 25% del suo peso, ed ha serie difficoltà di concentrazione. Addameer ha lanciato un appello per il suo trasferimento in carcere, e chiede di mandare lettere o telefonare al servizio delle prigioni israeliano o alla croce rossa.
Ieri è stata la giornata degli universitari: è stato organizzato un corteo che dall’università al-hazar è giunto fino alla nostra tenda, e l’ha riempita di gente. Oggi anche alcune donne hanno fatto lo sciopero della fame di un giorno, e alla mattina mi hanno detto che c’era grande affollamento, ma io non c’ero perchè ero nella buffer zone dove facevamo la raccolta delle olive: qualche sparo dalle torrette di controllo ma nulla fuori dal comune. Domani sembra ci sarà un altro corteo…
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BREVE STORIA RACCCONTATA DA NABIL, IN SCIOPERO DELLA FAME:
“Mi chiamo Nabil AbuJazer, ho 30 anni, mio fratello Ala’a ha 46 anni ed è in prigione da 10 anni. È successo quando lui ha accompagnato mio padre in egitto per delle cure: hanno lasciato tornare a Gaza mio padre e mio fratello è stato arrestato. Quando è stato sequestrato sua moglie era incinta, ed è morta di parto, così la bimba, che si chiama Jumana, ha cominciato a vivere con noi, con mia madre ed i miei fratelli, l’abbiamo cresciuta noi. Quando aveva 2 anni ha cominciato a sentire gli altri bimbi che chiamavano papà e mamma, ma lei non sapeva cosa volesse dire, ed altri 2 anni dopo, alla scuola materna, ha cominciato a chiedere alla nonna cosa fosse successo ai suoi genitori: da li in poi ha cominciato a chiamare “mamma” la nonna, e “papà” uno dei miei fratelli. Quando Jumana faceva la prima elemantare quello che lei chiamava papà si era appena laureato, era salito su un’auto dove c’era uno della resistenza, l’auto è stata bombardata da Israele e lui è morto: è stato un grande shock per lei. La bimba è riuscita a vedere suo padre solo per foto, quando abbiamo fatto domanda per portarla in carcere a conoscerlo, ce l’hanno rifiutata “per ragioni di sicurezza”. Adesso che ha 10 anni Jumana ha capito cosa è successo, e quando qualcuno le chiede della sua mamma risponde di avere due mamme: una è la nonna e l’altra è in paradiso. Va molto bene a scuola, e quando alla fine dell’anno si festeggia dice che i buoni risultati sono un regalo per il suo babbo che sta in prigione…peccato che mio fratello, nelle prigioni sioniste, debba starci 18 anni in tutto, così che lei farà in tempo a finire la maturità prima che lui esca. Certe volte Jumana passa ore isolandosi da tutti e non parlando con nessuno. Io e mio fratello abbiamo provato a farci chiamare “papà” ma lei non ha voluto, perchè diceva che se ci avesse chiamato così saremmo morti anche noi.”
Pubblicato da Silvia Todeschini a 1:10 AM 8 commenti
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domenica 9 ottobre 2011

diario dalla tenda numero 1

Sembra che ora i sionisti vogliano contrattare, dopo gli attacchi notturni di 3 giorni fa, quando hanno tolto l’elettricità alle prigioni, hanno fatto incursioni, hanno sparato gas lacrimogeni ed hanno tolto il sale ai prigionieri delle prigioni di akaba, Nafha, Rimon e soprattutto Askelon, la più grossa. E poichè però i detenuti non sembrano avere intenzione di smettere lo sciopero, ieri i sionisti hanno dovuto accettare di parlare con i leader della protesta, il meeting è fissato per oggi. Qui speriamo tutti che il meeting si risolva positivamente, perchè nelle carceri sono al 12° giorno di sciopero della fame e chi non è in perfetta salute tra qualche giorno potrebbe cominciare a stare veramente male.
Le manifestazioni del lunedì delle madri mogli e sorelle dei prigionieri si svolgono davanti alla croce rossa, e anche il gruppetto di ragazzi di Gaza che fa lo sciopero della fame in solidarietà con i detenuti si trova davanti alla croce rossa. Ma perchè proprio la croce rossa? Perchè sono l’unico ente tramite il quale è possibile comunicare con i detenuti. Che poi, comunicare, significa che una lettera ci mette in media 2 mesi per arrivare al parente detenuto. E non sempre arriva. E a volte si può comunicare solo attraverso lettera.
Fuori dalla sede della croce rossa di Gaza è stata allestita una specie di tenda, pali di ferro e teli verdi, con tante sedie e qualche materasso. Sulle sedie si siede che viene a portare solidarietà, mentre chi sciopera si mette sui materassi. Sulle pareti della tenda ci sono foto dei prigionieri, con la data del sequestro. La sera ci si sposta all’interno, nel cortile dell sede della croce rossa, dove c’è una grande tettoia si si sta un po’ più protetti dalla strada…i ragazzi che scioperano hanno quasi tutti tra i venti e i tranta anni, sorridono, studiano per l’università, giocano a tris… Bilal ha il fratello in carcere, e si prende cura della figlia ceh è nata mentre lui era detenuto e la cui madre è morta nel parto. Maher è un po’ grosso, e porta addosso una maglietta con scritto «restiamo umani». Majed porta un ciondolo con la bandiera palestinese al collo (e solo quella, nessuna di nessun partito); quando oggi suo padre ha annunciato che si sarebbe unito allo sciopero era raggiante di gioia, ha preso la mano del genitore, l’ha baciata e l’ha portata alla fronte, in segno di grande rispetto. E così, di giorno in giorno, diventiamo sempre di più. Da domani dovrebbero aggiungersi anche le madri dei detenuti, che ieri mattina erano qui in gran numero… Ho conosciuto Fatma, che è stata imprigionata incinta, ha partorito in carcere ed è uscita con suo figlio quando lui aveva 2 anni. Adesso il bimbo ha più di 3 anni, ha promesso che domani lo porta qui. Al più presto cercerò di raccontarvi le storie di questa gente, che sono poi il centro della faccenda.
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Questa mattina, intanto, è uscita anche la barca Oliva. Il mare era molto popolato: tanti pescatori, e tante navi da guerra israeliane, però abbiamo avuto conferma che il progetto funziona. Quando siamo usciti c’era una nave israeliana all’interno delle 3 miglia, che quando ci ha visti si è allontanata al di la delle 3 miglia, lasciando i pescatori lavorare in quel poco di mare che l’occupazione sionista gli lascia a disposizione.
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Quando ci si trova in carcere non si hanno molti modi di protestare a parte lo sciopero della fame. Questo perchè ci si trova dentro a delle mura invalicabili, non è possibile scendere in piazza, è difficile comunicare con chi sta fuori. Personalmente, quella dello sciopero della fame non è un tipo di protesta che avrei mai pensato di mettere in atto se non in questa condizione particolare in cui mi trovo, in particolare penso che in Italia ci siano moltissimi obiettivi su cui è possibile lavorare, penso alla campagna bds e a presidi o azioni davanti alle ambasciate e consolati. Mi sono giunte però da più parti mails di persone che vogliono partecipare attivamente a questo sciopero della fame, con diverse idee di farlo a staffetta o simili. In due, ad Udine, hanno già iniziato. Nonostante quanto detto, trovo che qualsiasi gesto sia capace di rompere il silenzio sull’argomento vada più che bene, e che sia necessario che ciascun* agisca con le modalità che preferisce, che crede più consone o incisive. Parlandone con i ragazzi qui in sciopero tra l’altro erano contenti dell’idea, perciò, fino a che non sarà attivo un coordinamento (che per noi è difficile gestire da qui) vi lascio la mia mail per chi è interessato: todessil@gmail.com. Sarà poi mia premura mettervi in contatto tra di voi. Personalmente, l’unica richiesta che faccio è che sia una scelta personale, senza che venga rivendicata da associazioni o gruppi o simili, che le lotte intestine ed i personalismi sono già abbastanza. Come dicono qui, alam filisteen u bas, bandiera palestinese e basta.
Pubblicato da Silvia Todeschini a 9:37 AM 0 commenti

venerdì 7 ottobre 2011

Sciopero della fame di chi sta fuori dal carcere in solidarietà con i palestinesi nelle carceri israeliane

«Durante le “indagini” mi facevano stare voltato contro il muro con le mani legate ed una gamba alzata. Se appoggiavo la gamba mi picchiavano. Oppure mi sedevano su una sedia con la meni legate dietro e i piedi legati in maniera da farmi tenere le gambe divericate, poi mi davano calci sulla pancia e sull’inguine. Mi facevano stare tutto il giorno sotto il sole. Se avevo sete una soldatessa versava l’acqua a pochi centimetri dal mio volto in modo che cadesse per terra. Sono stato 30 giorni in isolamento in una stanza di un metro per un metro. Le “indagini” sono durate 70 giorni. Avevo 16 anni»
(Saber, Beit Hannoun)
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I prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane vengono sottoposti a tortura, ci sono prigionieri minorenni, vengono imprigionati in detenzione amministrativa senza nessuna accusa. Ai prigionieri provenienti da Gaza è proibito vedere le proprie famiglie, come forma di punizione collettiva conseguente all’imprigionamento dl soldato Gilad Shalid. Il fatto che vengano imprigionati in prigioni situate nei territori del ’48 e non a Gaza o nella Cisgiordania è contrario alla legislazione internazionale.
Da 10 giorni ormai i prigionieri si rifiutano di mangiare e di collaborare in alcun modo con le autorità carcerarie. Hanno indetto uno sciopero della fame di durata indeterminata. La loro situazione si è aggravata in seguito ad una dichiarazione di Netaniahu, che, nel giugno 2011 chiede che vengano aboliti «i privilegi garantiti ai prigionieri palestinesi». Ma di quali privilegi stiamo parlando? Le richieste dei prigionieri palestinesi includono:
– la fine dell’isolamento dei prigionieri (alcuni dei quali sono in isolamento da 10 anni) in particolare la fine dell’isolamento per Akhmed Sa’adat, leader del PFLP
– consentire di avere un’istruzione e studiare in carcere
– consentire le visite dei familiari (in particolare per i prigionieri di Gaza, a cui sono proibite)
– fine delle multe
– fine delle incursioni e delle perquisizioni umilianti in carcere.
– smettere di legare mani e piedi dei prigionieri quando ci sono le visite delle famiglie e degli avvocati
– cure per chi è ammalato
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A causa di questo sciopero della fame i detenuti vengono repressi con la forza. I sionisti hanno messo in isolamento dozzine di detenuti e spostato i leader della protesta. Si è fermata la distribuzione dei medicinali anche per i prigionieri più anziani, che non ricevono nè cure nè cibo. Sono stati loro tolti i sali che gli scioperanti usavano per mantenere un quantitativo salutare di sali nel corpo durante il digiuno, sono state fatte incursioni e perquisizioni nelle celle, e sono stati usati lacrimogeni contro i detenuti.
In solidarietà alla protesta ci sono manifestazioni sia a Gaza che nella Cisgiordania, e ci sono decine di palestinesi che si aggiungono allo sciopero della fame pur non trovandosi in carcere. Qui a Gaza, in particolare, è stata allestita una tenda vicino alla sede della croce rossa per chi digiuna. Da questa sera, anche io e altri ISMers, per quello che potrà servire a conveire l’attenzione sulla loro protesta, ci uniremo a questo sciopero delle fame.
Silvia Todeschini

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venite adesso alla prigione
state a sentire sulla porta
la nostra ultima canzone
che vi ripete un’altra volta
per quanto voi vi crediate assolti
siete per sempre coinvolti,
per quanto voi vi crediate assolti
siete per sempre coinvolti.
(Fabri)
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VITTORIA DI HAMAS O DI ISRAELE? – Il significato dello scambio di prigionieri

Il significato dello scambio di prigionieri

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In cambio del soldato israeliano ventiquattrenne Ghilad Shalit, verranno rilasciati più di mille prigionieri palestinesi. Una vittoria per Hamas, ma soprattutto per il governo Netanyahu

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di GIORGIA GRIFONI

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Betlemme (Cisgiordania), 12 ottobre 2011, Nena News. “Un risultato nazionale”. Così il leader di Hamas Khaled Meshaal  ha descritto lo storico accordo che il movimento per la resistenza islamica ha raggiunto con il governo Netanyahu: un israeliano per 1027 palestinesi. Sembrerà paradossale, ma è questo il valore dato ai prigionieri palestinesi. Come nel 1985, quando un migliaio di detenuti, tra cui il fondatore di Hamas -lo sceicco Ahmed Yassin, vennero liberati in cambio di tre soldati israeliani catturati dal Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina. Non va meglio per i libanesi: 199 prigionieri morti e 5 vivi vennero rilasciati nel 2008 a Naqura contro le salme dei due militari israeliani rapiti da Hezbollah nel 2006.

Sono prigionieri politici, ma Israele li chiama “detenuti di sicurezza” perché non riconosce l’occupazione dei territori palestinesi . Sono catturati in Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme est, ma per la maggior parte sono incarcerati all’interno della Linea Verde, fatto che già di per sé costituisce una violazione della Quarta Convenzione Internazionale di Ginevra che sancisce il diritto dei prigionieri a rimanere nel territorio occupato. Si stima che siano oltre 6.000 i prigionieri palestinesi detenuti da Israele e che almeno 1/5 degli abitanti dei territori occupati abbiano almeno transitato per le carceri israeliane. Circa 200 di loro sarebbero in “detenzione amministrativa”, soggetti alle autorità militari israeliane per tutta la durata della loro detenzione. Sono quelli senza capi d’imputazione né processi in corso: l’esercito decide di imprigionarli preventivamente per sei mesi, e ha il potere di estenderne il periodo di reclusione senza dover passare per un giudice. Per la legge internazionale, la detenzione amministrativa è applicabile solo in alcuni rari casi che concernono la sicurezza nazionale e i segreti di stato: per Israele, ovviamente, tutto concerne la sicurezza nazionale.

Non sono solo adulti, i detenuti. Circa 6.700 ragazzi tra i 12 e i 18 anni sono stati arrestati dalle autorità israeliane tra il 2000 e il 2009, in netta violazione della Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia. Nel 2010 erano 280 sparsi tra le carceri dello Stato ebraico e dei Territori occupati: sei di loro sono in detenzione amministrativa. Il numero delle donne palestinesi imprigionate ammontava invece a 36 all’inizio del 2011.

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Ghilad Shalit in un breve video diffuso due anni fa da Hamas

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Secondo l’accordo  firmato ieri al Cairo da Hamas e dal governo israeliano, tutte le donne e tutti bambini saranno liberati, assieme ai detenuti più vecchi e malati. La liberazione procederà per gradi: in una prima fase-si parla di una settimana a partire da ieri- 450 prigionieri saranno scarcerati assieme a Gilad Shalit, il soldato catturato nel 2006 da un commando palestinese vicino al valico di Kerem Shalom, nella Striscia di Gaza. Il resto di loro vedrà la libertà solo dopo un paio di mesi.  Yoram Cohen, capo del Servizio di Sicurezza Interna (Shin Bet), ha spiegato nei dettagli la sorte dei prigionieri che saranno liberati nel primo gruppo: 203 di loro sono destinati all’esilio in mete ancora sconosciute, 110 torneranno alle loro case in Cisgiordania e a Gerusalemme est e 131 rientreranno a Gaza. Tra i prigionieri, ci saranno anche sei arabi israeliani. Non ci saranno però i prigionieri politici più cruciali: l’attivista politico Marwan Barghouthi, accusato di essere stato la mente della Seconda Intifada,e Ahmad Sa’dat, leader del Fplp incriminato per gli attentati compiuti dal suo movimento. Entrambi sono in prigione dal 2002.

Lo storico scambio di prigionieri non poteva avvenire in un momento migliore: per Hamas, per Netanyahu e anche per l’Egitto. E’ dal 2006 che i governi israeliani trattano con Hamas per la liberazione di Shalit: nel 2009 l’accordo era stato quasi raggiunto, ma saltò all’ultimo momento per l’irrigidimento di entrambe le posizioni sul numero dei prigionieri da liberare e sulla destinazione del loro rilascio. Anche allora, come ieri, in un primo momento si parlò della liberazione di Sa’dat e Barghouthi, voce in seguito smentita. Questa volta invece, entrambe le parti sembrano aver allentato la presa: Hamas l’ha spuntata sui nomi dei primi 450 prigionieri, mentre il restante sembra essere a scelta di Israele. Secondo il quotidiano Haaretz, i negoziatori israeliani avrebbero ridotto il numero di prigionieri con destinazione Gaza o estero rispetto a quelli che intendono rispedire in Cisgiordania, mentre Hamas avrebbe rinunciato a insistere sulla liberazione di alcuni prigionieri -di cui ancora non si sa il nome- che erano stati il punto fermo dei precedenti negoziati.

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Un bimbo osserva la foto dei prigionieri politici palestinesi

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L’accordo firmato ieri e’ storico per Hamas: è riuscito a offuscare le recenti mosse diplomatiche del presidente palestinese Abu Mazen alle Nazioni Unite. L’iniziativa di settembre per l’adesione  all’Onu dello Stato di Palestina, sembra ora essere passata in secondo piano.  Eppure Hamas, nonostante la gloria di cui si tingerà per essere riuscito a far uscire di prigione più di mille palestinesi in una sola volta – una vittoria che distoglierà per un attimo lo sguardo dalle terribili condizioni in cui versa la Striscia di Gaza e magari ne rafforzerà il consenso in Cisgiordania – sembra  aver ceduto troppo ai voleri israeliani. Troppi palestinesi in esilio, alcuni prigionieri abbandonati per strenua opposizione di Tel Aviv. Sembra che il movimento sia stato messo all’angolo: colpa di un momento in cui più di 400 detenuti palestinesi fanno lo sciopero della fame da sedici giorni interrogandosi sul perché Hamas non si unisca alla loro lotta?

Il padrone di casa, l’Egitto che ha ospitato e supervisionato le trattative, ne esce rafforzato. C’era chi lo definiva “fuori controllo” dopo la rivoluzione di gennaio: ha dimostrato di poter essere ancora il tramite tra israeliani e palestinesi nonostante il cambio di guardia, e soprattutto ha mostrato di voler essere un nuovo punto di riferimento nel “nuovo” Medio Oriente.

Il poker d’assi l’ha fatto invece Netanyahu. Alle prese con una forte contestazione interna,esposto all’opinione pubblica mondiale per le violazioni commesse dal suo paese nei confronti dei palestinesi che chiedono un posto all’Onu, è riuscito ha portare a casa il militare più famoso del mondo, in barba a tutti quelli  -compresi i genitori di Gilad Shalit –  che lo accusavano di non fare abbastanza. Ora ha dalla sua la commozione di un intero paese, oltre ai crediti per non essersi sottomesso alle richieste di Hamas ma al contrario, di essere uscito vincitore da questi negoziati. E a questi punti vanno ad aggiungersi quelli conquistati tra i coloni e gli ortodossi per aver deciso di legalizzare gli avamposti ebraici – illegali persino per la legge israeliana- realizzati su terre private palestinesi in Cisgiordania. Se prossimamente dovesse persino sedersi al tavolo delle trattative con Abu Mazen, entrerebbe nell’Olimpo degli eroi israeliani.

Riuscire a liberare un migliaio di detenuti palestinesi scambiandoli con un israeliano solo è davvero un risultato nazionale: peccato che questo sia l’unico modo di restituire la libertà a un gran numero di persone che, senza di esso, non vedrebbero mai rispettati i propri diritti. Nena News

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Polished Logo

fonte:  http://nena-news.globalist.it/?p=13466

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La Cina avverte l’America: la legge anti-yuan bomba a orologeria che può scatenare guerra commerciale

La Cina avverte l’America: la legge anti-yuan bomba a orologeria che può scatenare guerra commerciale


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La guerra delle valute, silente ma mai assente negli ultimi anni, è tornata a galla nelle ultime 48 ore. Washington muove, Pechino reagisce. L’adozione da parte del Senato americano di una legge per penalizzare la Cina,sospettata di manipolare la propria valuta per rilanciare le esportazioni, può causare una «guerra commerciale» tra le due potenze, riporta l’agenzia di Stato Nuova Cina. «Il Senato americano ha di fatto creato una bomba a orologeria che potrebbe innescare una guerra commerciale tra le due economie mondiali» scrive l’agenzia ufficiale in un commento.

La legge attualmente è stata approvata al Senato americano, se passasse anche alla Camera e fosse ratificata dal presidente Barack Obama, darebbe al dipartimento al Commercio e al Tesoro nuovi margini di manovra nel penalizzare i governi accusati di manipolare la propria valuta, in particolare la Cina con lo yuan. Il testo, che aveva nei giorni scorsi superato vari voti procedurali in Senato, è stato approvato con 63 sì e 35 no. Pochissime tuttavia le speranze che la legge sia approvata alla Camera a maggioranza repubblicana: la settimana scorsa il presidente dell’aula John Boehner aveva definito il documento «pericoloso».

La stessa Casa Bianca si era mostrata scettica, sottolineando che portare avanti un testo dal valore simbolico sapendo che potrebbe andare incontro all’opposizione dell’Organizzazione mondiale del commercio, e «potrebbe non essere la scelta migliore». La legge, più stringente rispetto a precedenti proposte volte ad aumentare i dazi doganali sui prodotti importanti, penalizzerebbe le esporazioni cinesi e consentirebbe al dipartimento al Commercio di annullare il vantaggio di una moneta sottovalutata attraverso i cosiddetti countervailing duties (diritti di compensazione, ovvero imposizioni fiscali che si aggiungono ai dazi doganali per riequilibrare il prezzo di prodotti esteri che nel Paese di provenienza godono di un regime fiscale più favorevole). (An. Man.)

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12 ottobre 2011

fonte:  http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-10-12/cina-avverte-america-legge-124135.shtml?uuid=AadjFKCE

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Domani Berlusconi alla Camera per la fiducia. Le opposizioni abbandoneranno l’Aula

Berlusconi alla Camera per la fiducia
Le opposizioni abbandoneranno l’Aula

Napolitano: premier indichi soluzione e dica se maggioranza può operare. Fini al Quirinale. Bersani: l’unico chiarimento possibile sono le dimissioni. Di Pietro: rivolta sociale alle porte


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ROMA – Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, stamani ha chiesto con una nota al premier Silvio Berlusconi di dire se c’è ancora una maggioranza in grado di operare. Il capo dello Stato ha manifestato preoccupazione per il voto di ieri che ha visto il governo andare in minoranza sull’articolo 1 del Rendiconto generale del bilancio dello Stato 2010 e sollecitato premier e parlamento a dare una risposta credibile.

Berlusconi domani andrà alla Camera per chiedere di rinnovare la fiducia al governo. Il premier parlerà domani alle 11 nell’Aula di Montecitorio. Venerdì ci sarà poi il voto. Per preparare il discorso Berlusconi ha incontrato Giulio Tremonti a Palazzo Grazioli. Il presidente del Consiglio ha ricevuto anche il ministro delle Politiche Ue Anna Maria Bernini, il capogruppo del Pdl Fabrizio Cicchitto ed il sottosegretario alla presidenza Gianni Letta.

Le opposizioni hanno annunciato che lasceranno l’Aula durante le comunicazioni di Berlusconi, ma voteranno comunque la sfiducia al governo. Pd, Idv e Terzo Polo, insieme agli altri rappresentanti delle opposizioni, usciranno dall’aula quando il presidente del Consiglio comincerà a parlare e diserteranno il dibattito successivo. La decisione è maturata nelle riunioni svolte nel pomeriggio e confermate in un incontro dei capigruppo della minoranza parlamentare. «I gruppi parlamentari di opposizione – si legge in un comunicato – ritengono che questa situazione non sia più nè decorosa, nè tollerabile per l’Italia: il governo è incapace di dare risposte alle questioni economiche e istituzionali che sono aperte: dalla presentazione di provvedimenti urgenti per l’economia alla nomina del governatore della Banca d’Italia. La bocciatura del rendiconto dello Stato configura inoltre un’inedita situazione che nella storia della Repubblica si era risolta solo con le dimissioni dei presidenti del Consiglio. Di conseguenza, il voto di fiducia chiesto dal governo, non risolve i problemi costituzionali aperti ed è soltanto un inutile tentativo di prorogare uno stato imbarazzante di incertezza e paralisi. Proprio per questo i gruppi parlamentari di opposizione non saranno presenti in aula durante le comunicazioni del presidente del Consiglio e non parteciperanno al successivo dibattito per non essere complici di una situazione che è ormai intollerabile. Il rispetto per le istituzioni repubblicane e il Parlamento ci impone di votare la sfiducia al governo, rispondendo alla chiama di venerdì mattina». Alla riunione dei gruppi di opposizione hanno partecipato Casini, Franceschini, Tabacci, Lanzillotta, Della Vedova, Donadi, Pisicchio, Melchiorre e La Malfa.

Per evitare l’effetto aula vuota i deputati del Pdl sono intenzionati domani a sedersi nei banchi dell’opposizione. L’invito, spiegano alcuni parlamentari, sarebbe arrivato direttamente dal premier Silvio Berlusconi che non vuole parlare in un’aula per metà vuota.

Il presidente della Camera Gianfranco Fini è andato nel pomeriggio al Quirinale per spiegare come sia diventato difficile, vista la situazione in cui versa la maggioranza, garantire il normale andamento dei lavori parlamentari. Fini si è recato al Quirinale dopo che le opposizioni hanno chiesto al presidente della Camera di esporre a Napolitano le ragioni secondo cui non è possibile procedere alle comunicazioni del presidente del Consiglio dopo la bocciatura dell’articolo 1 del rendiconto 2010. «Sono ore abbastanza turbolente per la politica», ha poi detto Fini.

La nota di Napolitano: «Ho finora sempre preso imparzialmente atto della convinzione espressa dal governo e dai rappresentanti dei gruppi parlamentari che lo sostengono circa la solidità della maggioranza che attraverso reiterati voti di fiducia ha confermato il suo appoggio all’attuale esecutivo. Ma la mancata approvazione, da parte della Camera, dell’articolo 1 del Rendiconto Generale dell’Amministrazione dello Stato, e, negli ultimi tempi, l’innegabile manifestarsi di acute tensioni in seno al governo e alla coalizione, con le conseguenti incertezze nell’adozione di decisioni dovute o annunciate, suscitano interrogativi e preoccupazioni i cui riflessi istituzionali non possono sfuggire».

«La questione che si pone è se la maggioranza di governo ricompostasi nel giugno scorso con l’apporto di un nuovo gruppo sia in grado di operare con la costante coesione necessaria per garantire adempimenti imprescindibili come l’insieme delle decisioni di bilancio e soluzioni adeguate per i problemi più urgenti del paese, anche in rapporto agli impegni e obblighi europei. E’ ai soggetti che ne sono costituzionalmente responsabili, Presidente del Consiglio e Parlamento, che spetta una risposta credibile», conclude Napolitano.

Napolitano nel pomeriggio ha ricevuto al Quirinale Fini, che ha ringraziato per averlo messo al corrente delle ragioni che ad avviso dei presidenti dei gruppi parlamentari di opposizione rendono politicamente complesso il superamento della situazione determinatasi a seguito del voto contrario all’art. 1 del rendiconto generale dell’Amministrazione dello Stato. Il Capo dello Stato ha espresso la convinzione che tocchi al Presidente del Consiglio indicare alla Camera nell’annunciato intervento di domani la soluzione che possa correttamente condurre alla dovuta approvazione da parte del Parlamento del rendiconto e dell’assestamento. Sulla sostenibilità di tale soluzione sono competenti a pronunciarsi le Camere e i loro Presidenti».

La giunta del regolamento di Montecitorio intanto ha ritenuto a maggioranza che la Camera non può andare avanti con l’esame del rendiconto di bilancio dello Stato. L’articolo 1, è stato stabilito, preclude i restanti articoli, e l’iter è da considerarsi pertanto concluso. Il consiglio dei ministri è stato convocato per domani alle 9: in quella sede si esaminerà il nuovo ddl sul rendiconto generale dello Stato insieme alla legge di bilancio. Intanto il Senato a maggioranza ha approvato la nota di aggiornamento del Documento economico e finanziario (Def). Le opposizioni per protesta non hanno partecipato al voto.

Bossi: governo credibile. Umberto Bossi, che insieme al ministro Calderoli è andato stasera a Palazzo Grazioli per incontrare il premier, ha risposto alla richiesta di Napolitano di una «risposta credibile» da parte del governo e del premier: «Per adesso – ha detto – mi sembra credibile, le leggi passano».

«Opposizione non vota? Problema risolto». «L’importante è che non vengono nemmeno a votare, così abbiamo risolto il problema» ha detto Bossi commentando la decisione dell’opposizione di non essere presente in aula durante il discorso di Berlusconi.

«Dopo la decisione della Giunta per il Regolamento e il messaggio del Presidente della Repubblica – dice il leader del Pd, Pier Luigi Bersani – l’unico chiarimento possibile sono le dimissioni del Governo».

Il Pd vuole la linea dura delle opposizioni davanti allo stallo parlamentare provocato dalla bocciatura ieri del rendiconto di bilancio. Il segretario del Pd ha insistito, nell’incontro con Pier Ferdinando Casini e Francesco Rutelli e poi con il presidente della Camera per mettere in atto l’Aventino fino a quando il premier non vada al Quirinale a dimettersi. Ma il Terzo Polo ha preso tempo in attesa di capire l’atteggiamento della maggioranza.

Pier Ferdinando Casini, nel suo intervento in aula alla Camera, si rivolge a Fini, definendolo «presidente ineccepibile». «Confidiamo – ha detto il leader Udc – che rappresenti questa anomalia al Presidente della Repubblica».

«Ci auguriamo che le parole del presidente Napolitano, come sempre chiare e sagge, siano prese in considerazione dal presidente del Consiglio e dalla maggioranza. Non ci vengano a raccontare che le cose vanno bene e si può andare avanti così. È il momento di cambiare e dare vita a un governo di responsabilità nazionale per il bene del paese». Così il segretario dell’Udc, Lorenzo Cesa. «Auspichiamo ci sia la possibilità di fare un governo di larghe intese tra tutte le forze politiche responsabili. Se questo non è possibile perché qualcuno vuole impedirlo, se ne assuma la responsabilità. E allora a quel punto meglio andare a votare prima possibile».

Il vice presidente della Camera Antonio Leone (Pdl) parla di «decisione aberrante» da parte della giunta della Camera: «la bocciatura dell’articolo 1 – spiega – non preclude in alcun modo la possibilità di proseguire l’esame del testo.

«Con la bocciatura dell’articolo 1 viene bocciato il presupposto dal quale muovere. Situazione, questa sì, assolutamente inedita e rispetto alla quale nessuno dei precedenti può essere invocato», ha detto in Aula la capogruppo del Pd Anna Finocchiaro. «La confusione si misura su uno dei versanti più delicati dell’azione di un Governo, soprattutto in questa fase della storia politica italiana, che è quella di una crisi economica e finanziaria assai grave e della necessità di opporvi provvedimenti che abbiano il carattere della serietà e della definitività dopo il vaglio del Parlamento».

«Il presidente Fini è stato di parte non avendo consentito al governo di riferire oggi stesso quanto è accaduto. Questo è un atto lesivo della dignità del Parlamento – dice il capogruppo della Lega, Marco Reguzzoni – Fini non ha consentito a Berlusconi di venire oggi alla Camera per permettere alle opposizioni di fare le loro riunioni». Quanto alla “scaletta” stabilita in capigruppo: domani il premier riferirà alla Camera, dovrebbe chiedere con ogni probabilità un voto di fiducia che verrà votata nella giornata di venerdì.

Di Pietro: «Il Paese sta crollando, la città brucia e la rivolta sociale è ormai alle porte. Per fermare la violenza bisogna occuparsi dei cittadini e dei loro problemi, ma il Parlamento è impegnato in leggi che servono ad uno solo: Silvio Berlusconi – dice il leader dell’Idv a piazza della Rotonda, nel consueto sit in del mercoledì contro il ddl sulle intercettazioni – A Berlusconi interessa solo non essere processato, ma bisogna lavorare tutti insieme», afferma ribadendo la disponibilità dell’Idv «ora più che mai» a lavorare con le altre forze dell’opposizione, «per evitare che la piazza sfoci nella rivolta sociale».

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Mercoledì 12 Ottobre 2011 – 08:58    Ultimo aggiornamento: 21:21

fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=166178&sez=HOME_INITALIA

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Peste nera, madre di tutte le epidemie. Ricostruito il dna del batterio medievale

Peste nera, madre di tutte le epidemie
Ricostruito il dna del batterio medievale

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Peste Nera (Yersinia pestis)


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Nature: il flagello che dal 1347 al 1351 uccise la metà della popolazione europea sarebbe all’origine di tutte le pestilenze moderne, che ogni anno uccidono 2mila persone. Il codice genetico del batterio Yersinia pestis sequenziato a partire da scheletri di vittime dell’epoca

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LA peste nera, la terribile epidemia che falcidiò tra il 1347 ed il 1351 l’Europa uccidendo in cinque anni quasi la metà della popolazione, potrebbe essere la madre di tutte le epidemie pestilenziali che si sono diffuse nel mondo e che ogni anno fanno più di duemila vittime. Lo rivela uno studio pubblicato su Nature, in cui per la prima volta è stato ricostruito il genoma di Yersinia pestis, il batterio responsabile della pandemia trecentesca.

I progressi tecnologici nel sequenziamento del dna hanno facilitato la ricostruzione a partire dai resti di alcune vittime dell’epoca: il codice genetico con le “istruzioni di morte” della peste nera è stato infatti estratto dalla polpa dei denti di cinque scheletri rinvenuti nel cimitero londinese di East Smithfield, costruito proprio tra il 1348 e il 1349 per seppellire le vittime della prima grande epidemia della storia.

Grazie ad una tecnica innovativa che permetterà d’ora in poi di studiare il genoma dei microrganismi patogeni del passato, i ricercatori guidati da Johannes Krause, dell’università di Tubinga, in Germania, sono riusciti per la prima volta a ricomporre il dna del batterio medievale e a ricostruire la sua evoluzione nei secoli.

“I dati del dna dimostrano che questo ceppo batterico è l’antenato di tutte le pestilenze presenti oggi nel mondo”, spiega Hendrik Poinar, genetista della McMaster University (Canada) tra gli autori dello studio. “Ogni scoppio di infezione nel mondo oggi – osserva – deriva da un discendente della peste medievale”.

Il confronto genetico dell’esemplare medievale con le forme moderne suggerisce anche che fattori differenti rispetto al dna microbico – come l’ambiente, le dinamiche dei vettori e la suscettibilità dell’organismo ospite – hanno un ruolo importante nell’arrivo delle infezioni di Yersinia pestis.

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12 ottobre 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/salute/ricerca/2011/10/12/news/ricostruito_dna_morte_nera-23115481/?rss

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ROMA – Indignati accampati davanti Bankitalia «Da qui non ce ne andremo» / VIDEO: 15 OTTOBRE — INDIGNATI ROMA —

15 OTTOBRE — INDIGNATI ROMA —

Caricato da in data 11/ott/2011

I created this video with the YouTube Video Editor (http://www.youtube.com/editor) 15 OTTOBRE / INDIGNATI ROMA – NONVIOLENTI APARTITICI INDIGNATI

Contro «la dittatura della banche»

Indignati accampati davanti Bankitalia
«Da qui non ce ne andremo»

Tende e gazebo montati davanti ai blindati che presidiano l’entrata di Palazzo Koch su via Nazionale
In serata attesi Elio Germano e Sabina Guzzanti

GUARDA LE PHOTOGALLERY

Roma, indignati in tenda davanti Bankitalia

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Indignati davanti Bankitalia (Ansa)
Indignati davanti Bankitalia (Ansa)

 ROMA – Indignados in marcia su Roma. In attesa della grande manifestazione di sabato, mercoledì pomeriggio la protesta «Okkupiamo Bankitalia» è davanti a Palazzo Koch in concomitanza con l’arrivo del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, per un convegno con il governatore Mario Draghi. I manifestanti, mezzo migliaio in tutto, hanno montato tende e gazebi lungo via Nazionale, davanti ai blindati della polizia che chiudono l’accesso alla sede di Bankitalia. «Rimarremo qui ad oltranza – dicono – passeremo la notte nelle tende». A dar man forte alla protesta in serata è previsto l’arrivo dell’attore Elio Germano, di Sabina Guzzanti e degli artisti che stanno occupando il Teatro Valle di Roma che si esibiranno in una performance in strada.

FERMATI I «DRAGHI RIBELLI» – Gli indignati si sono radunati davanti al Palazzo delle Esposizioni su via Nazionale, a pochi metri dalla sede della Banca d’Italia. Ribattezzati «Draghi ribelli» (indossano maschere con la faccia del governatore di Bankitalia), i giovani «senza futuro» vogliono protestare contro «la dittatura della banche». Erano diretti a palazzo Koch, ma sono stati bloccati dal cordone delle forze dell’ordine che isola l’ingresso della Banca d’Italia. I manifestanti, per lo più giovani universitari, hanno in mano lettere giganti su scritto «rispedite al mittente» in riferimento alla contestata missiva al governo italiano da parte della Bce.

 La protesta(Jpeg)
La protesta(Jpeg)

LETTERA A NAPOLITANO – Gli studenti hanno annunciato che rimarranno «a lungo nella piazza» . «Vogliamo che una nostra delegazione -spiegano- dia una lettera a Napolitano dove contestiamo i tagli alla manovra e chiediamo che si faccia garante dei principi della Costituzione». Nel frattempo hanno utilizzato le camionette come bacheche, attaccando sulle fiancate mega cartelloni con la scritta «Draghi ribelli», sotto gigantografie truccate ad arte di Mario Draghi. «È un atto simbolico essere qui, poco lontano da dove si riunisce il futuro presidente della Bce».

CARTELLI E SFOTTO’ «Dividiamo la grana. We are 99 per cento, voi non siete niente», «La vostra rendita la nostra precarietà». Sono solo alcuni degli slogan e dei messaggi che i «draghi ribelli», ancora a ridosso dei blindati delle forze dell’ordine che ostruiscono il passaggio verso palazzo Koch, indirizzano alla Banca d’Italia e al governo. E poi nel manifesto «Yes we camp» annunciano: «Il 15 ottobre non torniamo a casa, porta anche tu una tenda…».

Slogan sulle camionette (Ansa)
Slogan sulle camionette (Ansa)

CHIUSA VIA NAZIONALE – Il palazzo in via Nazionale, a Roma, è presidiato da un cordone di mezzi e uomini delle forze dell’ordine. Carabinieri e vigili urbani presidiano le strade d’accesso alla sede della Banca d’Italia per impedire possibili blitz dei manifestanti. Sono una decina i blindati della polizia che controllano i primi 500 metri di via Nazionale. La strada è chiusa al traffico da piazza della Repubblica a Via IV Novembre. L’accesso è interdetto anche dalla parte di piazza Venezia.

TRAFFICO IN TILT – La protesta è pacifica, anche se ci sono diversi disagi alla circolazione visto che via Nazionale è bloccata d Circa 500 persone dalle 16 si sono date appuntamento . Molti gli slogan contro la Banca Centrale Europea, anche in vista della manifestazione nazionale che si terrà sabato prossimo a Roma. L’Atac in una nota precisa che, a causa della manifestazione, è stata chiusa via Nazionale e tutte le strade che vi accedono. Di conseguenza sono state deviate le linee bus :H 40, 60,64, 70,71,117,170. Inoltre, tutta la rete bus della zona centrale sta subendo ritardi.

INDIGNATI TRICOLORE – La manifestazione davanti Palazzo Koch è stata anticipata, verso le ore 13, da un blitz di una cinquantina di «indignados tricolore» . I manifestanti hanno dapprima via del Corso – bloccata per qualche minuto – eppoi piazza Santi Apostoli. Qui, circondati dagli agenti di polizia con una decina di blindati, hanno urlato slogan e invitato i romani a unirsi a loro, poi hanno intonato l’Inno di Mameli.

SCIOPERO DELLA FAME – Gli indignati, partiti da Montecitorio al grido di «Via la casta», hanno bloccato per alcuni minuti via del Corso. In piazza Santi Apostoli un primo incidente: Gaetano Ferrieri – un uomo che da 131 giorni è in sciopero della fame davanti alla Camera ed è uno dei partecipanti al corteo– ha accusato un malore dopo i momenti di tensione con la polizia.

PROTESTA SUL WEB – Intorno alle 14, i manifestanti si sono mossi per raggiungere piazza Venezia, dove – all’angolo con via del Plebiscito – sono già schierati i reparti mobili a difesa del perimetro intorno a Palazzo Grazioli, residenza del premier. «Non portare con sè bandiere e simboli di partito, movimenti o sindacati, ma solo la bandiera italiana e la costituzione. Non agire in modo violento». Questo il manifesto degli «indignati tricolore» che hanno organizzato l’appuntamento tramite la Rete. Questa sera, alle 20:30, è previsto anche un convegno pubblico in piazza Montecitorio sui costi impropri della politica.

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Redazione online
12 ottobre 2011 19:27

fonte:  http://roma.corriere.it/roma/notizie/cronaca/11_ottobre_12/aspettando-invasione-indignati-sabato-1901798065760.shtml

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Ragazzi, studiate! Meglio precari oggi che servi per sempre

Ragazzi, studiate!
Meglio precari oggi che servi per sempre

Ragazzi, studiate!  Meglio precari oggi che servi per sempre

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di Ilvo Diamanti

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La settimana prossima riprenderò a insegnare. A Urbino. Dopo molti mesi di assenza forzata. Insegnare, d’altronde, è un privilegio. Come leggere e studiare. Molte persone lo fanno “gratuitamente”. Per curiosità, interesse. E per piacere. Io vengo stipendiato, per farlo. E ho la fortuna di incontrare i giovani – ogni anno diversi. (Spesso, mi viene in mente il protagonista de “Il Sipario ducale”, scritto da Paolo Volponi. Ambientato a Urbino. Un anziano intellettuale anarchico, che, a volte, attendeva l’uscita degli studenti del liceo e si perdeva in mezzo a loro. Per sentirsi giovane. E libero).

Dedicherò il mio corso, come avviene da alcuni anni, al tema dell’opinione pubblica. In particolar modo, al rapporto tra opinione pubblica e democrazia rappresentativa. Mi interrogherò, dunque, sulla coerenza e sulla concorrenza fra i sondaggi e le elezioni. Tra il marketing politico e la partecipazione. Argomenti, mi rendo conto, che non offriranno agli studenti competenze utili, spendibili, sul mercato del lavoro. Non serviranno loro a cercare e a trovare un impiego, domani. Neppure a farsi largo nel mercato politico. Gran parte del ceto politico non è certo stato reclutato in base alla competenza. Né alla conoscenza dei meccanismi e delle regole della democrazia. Eppure, mi sento di dire che studiare queste cose, al pari delle altre che si insegnano all’università e a scuola, è importante. Lo dico echeggiando l’esortazione  –  l’invettiva  –  amara che ho lanciato circa un mese fa 1.

Cari ragazzi e ragazze, cari giovani: studiate. Soprattutto  –  anche se non solo  –  nella scuola pubblica. Ma anche quando non siete a scuola. Quando siete a casa vostra o in autobus. Seduti in piazza o ai giardini. Studiate. Leggete. Per curiosità, interesse. E per piacere. Per piacere. Anche se non vi aiuterà a trovare un lavoro. Tanto meno a ottenere un reddito alto. Anche se le conoscenze che apprenderete a scuola vi sembreranno, talora, in-attuali e im-praticabili. In-utili. Nel lavoro e anche fuori, spesso, contano di più altre “conoscenze” e parentele. E i media propagandano altri modelli.  Veline, tronisti, “amici” e “figli-di”…  Studiate. Gli esempi diversi e contrari sono molti. Non c’è bisogno di rammentare le parole di Steve Jobs, che esortava a inseguire i desideri. A essere folli. Guardatevi intorno. Tanti ce l’hanno fatta. Tanti giovani  –  intermittenti e flessibili  –  sono convinti di farcela. E ce la faranno. Nonostante i giovani  –  e le innovazioni  –  in Italia facciano paura.

Studiate. Soprattutto nella scuola pubblica. Anche se i vostri insegnanti, maestri, professori non godono di grande prestigio sociale. E guadagnano meno, spesso molto meno, di un artigiano, commerciante, libero professionista… Anche se alcuni di loro non fanno molto per farsi amare e per farvi amare la loro disciplina. E, in generale, l’insegnamento. Anche se la scuola pubblica non ha più risorse per offrire strumenti didattici adeguati e aggiornati. Anzi, semplicemente: non ha più un euro. Ragazzi: studiate. Nella scuola pubblica – che è di tutti, aperta a tutti. Studiate. Anche se nella vita è meglio furbi che colti. Anzi: proprio per questo. Per non arrendersi a chi vi vorrebbe più furbi che colti. Perché la cultura rende liberi, critici e consapevoli. Non rassegnatevi. A chi vi vorrebbe opportunisti e docili. E senza sogni. Studiate. Meglio precari oggi che servi per sempre.

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12 ottobre 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/rubriche/bussole/2011/10/12/news/ragazzi_studiate-23110142/?rss

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L’INCHIESTA – Melfi è “disastro ambientale”: Arrestati due dirigenti Arpab. L’impianto brucia il 50% dei rifiuti pericolosi provenienti da tutta Italia

RE Le Inchieste

Melfi è “disastro ambientale”
Arrestati due dirigenti Arpab

Melfi è "disastro ambientale" Arrestati due dirigenti Arpab

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Disastro ambientale e omissione di atti d’ufficio. I Carabinieri hanno eseguito due provvedimenti di custodia cautelare ai domiciliari per Vincenzo Sigillito, l’ex direttore generale dell’Arpab, e Bruno Bove, il coordinatore del dipartimento provinciale. L’indagine anticipata da RE le inchieste

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di RAFFAELLA COSENTINO

PERCHE’ QUESTA INCHIESTA

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ROMA – Arresti domiciliari per Vincenzo Sigillito, l’ex direttore generale dell’Arpab, e Bruno Bove,il coordinatore del dipartimento provinciale. Secondo le indagini dei magistrati, l’impianto di termovalorizzazione dei rifiuti “Fenice” di Melfi ha inquinato le falde acquifere almeno dal 2002, ma l’Arpab Basilicata non ha comunicato i dati sull’inquinamento ambientale agli enti pubblici lucani. I Carabinieri per questo hanno eseguito i due provvedimenti di custodia cautelare ai domiciliari, con le accuse di disastro ambientale e omissione di atti d’ufficio.RE le inchieste ha anticipato il caso “Fenice” (questo il nome dell’impianto) nei giorni scorsi: i risultati dei monitoraggi eseguiti fino al 2007 rivelano forte presenza di metalli pesanti cancerogeni.

I particolari dell’inchiesta, cominciata nel 2009, sono stati illustrati a Potenza nel corso di un incontro con i giornalisti, dal comandante provinciale di Potenza dei carabinieri, il tenente colonnello Giuseppe Palma, e dai comandanti del Noe e del reparto operativo, i capitani Luigi Vaglio e Antonio Milone. Il gip di Potenza, Tiziana Petrocelli, su richiesta del pm Salvatore Colella, ha inoltre disposto il divieto, per due mesi, di ricoprire cariche direttive per l’attuale e l’ex procuratore responsabile dell’impianto “Fenice”, Mirco Maritano e Giovanni De Paoli.

Dalle indagini è emerso un “pericoloso inquinamento” della falda acquifera prodotto da metalli pesanti e solventi organici, anche cancerogeni, non comunicato dai dirigenti della struttura di termovalorizzazione e non monitorato dall’Agenzia regionale per la protezione ambientale, nonostante l’obbligo di inviare relazioni periodiche alla Regione, alla Provincia e alla Prefettura. La presenza, e la quantità di alcuni metalli pesanti, inoltre, non sarebbe mai stata verificata. Da questo è derivata, infine, anche la “mancata e tempestiva attivazione delle procedure di salvaguardia del territorio”.

I Carabinieri, secondo quanto si è appreso, stanno anche effettuando delle perquisizioni all’interno della “Fenice”, e stanno verificando la regolarità di alcune assunzioni all’Arpab: per quest’ultima vicenda, sono stati emessi quattro avvisi di garanzia, uno dei quali notificato a un esponente politico lucano. Sigillito ha ricoperto l’incarico di direttore generale dell’Arpab dal 2006 al 2010.

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Falde avvelenate e dati fantasma  I misteri dell'inceneritore francese

L’impianto  della Fenice (gruppo Edf) funziona da un decennio nel cuore della Basilicata dove brucia rifiuti industriali. Solo adesso , dopo reiterate richieste degli abitanti, la Regione ha rivelato i risultati dei monitoraggi eseguiti fino al 2007: forte presenza di metalli pesanti cancerogeni. Intanto, la Fenice ha vinto un appalto da 29 milioni di euro per il monitoraggio ambientale del ponte di Messina

L’ESPERTO 2

“Metalli cancerogeni
Tumori anche fra 30 anni”

Parla il dottor Ferdinando Laghi e spiega che, in base ai dati i materiali che hanno inquinato per anni le falde acquifere della zona sono tra i peggiori per le neoplasie che provocano. Andrebbe fatta una ricerca epidemiologica nell’area. “Bonifica? Sì, ma intanto l’impianto andrebbe chiuso”

LE ACCUSE   3

La Regione per l’inchiesta. La difesa della Fenice

 La Regione per l'inchiesta. La difesa della Fenice  L’Arpab (agenzia regionale per l’ambiente) è accusata di aver gestito la vicenda con molta approssimazione. Il nuovo direttore Raffaele Vita (che ha deciso di pubblicare i numeri “nascosti”) rivela: “Livelli di nichel e il manganese ancora sopra il limite, abbiamo chiesto in via informale di sospendere la produzione”

  • IL VIDEO 4
  • Undici anni di lotte
    contro il sito dei veleni

     Undici anni di lotte  contro il sito dei veleni Il videoracconto (prodotto dalla Regione Basilicata) della lunga lotta dei residenti contro l’inceneritore della Edf. Un conflitto che va avanti dal 2000, anno dell’entrata in funzione dell’impianto francese che brucia rifiuti industriali provenienti da tutta Italia a Melfi

  • LE INTERVISTE
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    I sindaci in procura:
    “Perchè nessuno interviene?”

     I sindaci in procura:  "Perchè nessuno interviene?"  Antonio Annale, primo cittadino di Lavello, lancia l’allarme sull’aumento di morti per tumore in paese. Livio Valvano, che guida il comune di Melfi, ha chiesto il sequestro di Fenice dopo l’incendio del 2 ottobre. E dice: “Nessun geologo può escludere il rischio di inquinamento delle acque di irrigazione”

LE TABELLE
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Acqua inquinata dal 2002
I dati shock dell’Arpab

Acqua inquinata dal 2002  I dati shock dell'ArpabI rilievi dell’Agenzia regionale di protezione ambientale sui pozzi nei pressi dell’impianto. Dal 2002 al 2007 mostrano livelli di metalli pesanti spesso oltre la norma

Rischi anche dopo il 2008

LA MAPPA 7

Quei cinque chilometri
che spaventano i cittadini

La battaglia dei cittadini di Lavello, il cui comune si trova a poca distanza dall’inceneritore. Accanto al sito anche il grande stabilimento Fiat-Sata di Melfi

LA SCHEDA 8

Il termovalorizzatore
da 33 milioni di euro

La storia dell’impianto costruito dalla Fiat alla fine degli anni ’90 e quasi subito ceduto alla società costituita da Edf, il grande gruppo francese dell’energia. Nel 2006 (mentre i dati sull’inquinamento a Melfi erano “secretati” dalla Regione) ha vinto l’appalto sul monitoraggio ambientale del Ponte di Messina

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12 ottobre 2011
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Omosessuali discriminati e invisibili: I dati di una ricerca sul posto di lavoro

Omosessuali discriminati e invisibili
i dati di una ricerca sul posto di lavoro

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Pisa – Miki, 34 anni, discriminata perché trans – fonte articolo

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L’indagine realizzata da Arcigay rivela che il 19% è stato trattato in modo ingiusto, il 26,6% non ha fatto parola della propria identità sessuale, quasi il 5% licenziato perché lgbt. E in tutti i casi le percentuali salgono se si tratta di persone trans

Omosessuali discriminati e invisibili i dati di una ricerca sul posto di lavoro La presentazione della ricerca

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ROMAIl 19% degli omosessuali ha subito discriminazioni sul posto di lavoro, il 13% ha visto respinta la propria candidatura a causa della propria identità sessuale (si sale al 45% per le persone trans), il 26,6% è completamente “invisibile” sul luogo di lavoro mentre il 39,4% non nasconde la propria omosessualità con la maggioranza dei colleghi o dei clienti. Sono alcuni dei dati emersi dall’indagine “Io sono io lavoro”, la prima ricerca scientifica nazionale realizzata in questo campo. Realizzata da Arcigay e presentata oggi a Roma, ha raccolto 2.229 questionari compilati da persone lgbt, ha intervistato 52 testimoni qualificati e ha ascoltato 17 storie di discriminazione sul lavoro da parte di altrettante persone.

Oltre il 60% preferisce quindi “non dirlo” sul posto di lavoro. Dove vi sono altre persone omosessuali o trans cresce tendenzialmente la visibilità. Il celare la propria identità sessuale è, per la maggior parte, funzionale a evitare trattamenti sfavorevoli: la maggioranza di quanti vivono nell’invisibilità, infatti, teme che svelando la propria identità sessuale subirebbe un peggioramento della propria condizione lavorativa. Tuttavia, questa aspettativa non è confermata dall’esperienza di coloro che hanno fatto outing, la maggior parte dei quali ritiene che la propria situazione non sia sostanzialmente cambiata, o sia addirittura migliorata.

L’effetto positivo della visibilità sul lavoro è confermato anche dalla maggiore soddisfazione lavorativa registrata tra quanti sono visibili sul lavoro rispetto agli ‘invisibili’. Il 4,8% ha dichiarato di essere stato licenziato o di non essersi visto rinnovare ingiustamente il contratto in ragione della propria identità sessuale negli ultimi dieci anni, percentuale che sale al 25% tra le persone trans. Il 19,1% ha dichiarato di essere stato trattato iniquamente sul lavoro in quanto omosessuale, e la percentuale sale al 45,8% delle persone trans da femminile a maschile e addirittura al 56,3% delle persone trans da maschile a femminile. Per la maggioranza degli intervistati, comunque, il presente è migliore del passato (è ottimista il 48,5% del campione) e il futuro sarà migliore del presente (lo vede positivamente il 54,6%). Meno rosee sono le previsioni di quanti sono stati licenziati o hanno subito un trattamento ingiusto in ragione della propria identità sessuale.

“La discriminazione – commenta Raffaele Lelleri, sociologo e responsabile scientifico della ricerca – colpisce direttamente una minoranza di lavoratori lgbt. L’impatto indiretto è invece molto più ampio: secondo alcuni osservatori, esso è persino universale, visto che tutte le persone lgbt si trovano, prima o poi, a domandarsi se essere visibili o meno sul lavoro, ad anticipare le conseguenze del proprio coming out. Sorprende l’uniformità territoriale di questi fenomeni: Nord, Centro e Sud appaiono infatti accomunati da questi fenomeni. Non sorprende invece, purtroppo, la vera e propria emergenza in cui vivono le persone trans che lavorano, la maggior parte delle quali viene tuttora respinta o espulsa dal mercato”.

“Questa è un’indagine che non dà ricette – sottolinea Rosario Murdica, responsabile progetti della segreteria nazionale Arcigay – ma dà visibilità a un mondo spesso invisibile che esiste e va tutelato. E’ una fotografia che regaliamo alla classe politica, e speriamo che prima o poi da quel mondo giunga una risposta”. “Sappiamo – gli fa eco Paolo Patanè, presidente di Arcigay – che questo è un periodo in cui l’agenda politica è distratta da altri temi: crisi economica e conti da sanare. Ma è nei periodi di recessione che il clima si fa più rovente e le discriminazioni si accentuano”.

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12 ottobre 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/cronaca/2011/10/12/news/gay_lavoro-23103455/?rss

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TUTTI IN PIAZZA! – 15 ottobre 2011 Salviamo l’Italia! – zoo 105: il VIDEO. FATELO GIRARE!

15 ottobre 2011 Salviamo l’Italia! – zoo 105

Caricato da in data 10/ott/2011

Manifestazione 15 ottobre 2011, manifestazione globale in tutte le piazze del mondo contro il potere occulto delle Banche, dei Governi e dell’attuale economia mondiale! In Italia la manifestazione si terrà a Roma ore 14 da Piazza della Repubblica !!!